Laboratorio di narrativa: Giovanni Parigi, "Quando Jack".

Una storia che parla di equilibrio ma lo scardina lasciandoci a bocca asciutta nel finale.
Un bevitore dell’est prestante e nerboruto. Man mano che assume alcol diventa capace di equilibrismi funambolici invece di barcollare. I medici indagano su questa sua peculiarità senza arrivare a nessuna conclusione. Uno strano sdoppiamento di personalità dovuto all'alcol che, là dove toglie, riesce poi ad aggiungere. Igor è anche Jack, "ordine nel disordine". Così come il racconto di Giovanni Parigi, che, pur scritto in maniera corretta e scorrevole, sembra basarsi su un’idea originale ma abortire nel finale. (Patrizia Poli)
La minuscola sala d'attesa aveva un paziente in più quella sera di giugno. Riviste spiegazzate, sedie di fòrmica multicolore e un vecchio radiatore a elementi di ghisa arredavano un pavimento a piastrelle azzurrine.
Due anziane signore parlottavano fitto fitto dando occhiate furtive al nuovo malato di cui sapevano solo che era un immigrato dell'Est che chiamavano Igor.
Viveva in una vecchia stalla fatiscente in compagnia di quattro cani, grossi e d'indole, ma che tutti ritenevano addestrati tanto da chiamarli “i leoni” per il loro stare immobili ai quattro angoli dell'edificio, ma abbaiando furiosamente se si avvicinava qualcuno.
Niente pigione per Igor che già aveva fatta la sua di prigione per furto e ricettazione, nonché risse e con queste inizia la sua storia perché immancabilmente ubriaco quando volavano i cazzotti e le sedie.
Inutile dire che nessuna delle due donne era al corrente della o delle patologie di cui pareva soffrire Igor, un pezzo d'uomo ritratto della salute e della virilità, se essa si esprime con la prestanza di cui abbondava, ma senza farne sfoggio.
Faccia lunga, fronte ampia, carnagione chiara, occhi azzurri, capelli mossi e castani su una dentatura lattea, unita a un fisico da atleta, lo rendevano veramente un bell'uomo, anche quando ciondolava in preda all'alcool, come quella sera che navigava su una sedia, ora qua a destra; ora là a sinistra: mai dritto sulla spalliera.
Non c'era da temere, però, perché per sua stessa ammissione lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma neppure toccarla una donna, cosa che ne faceva un gentleman forse addirittura d'altri tempi, quelli che battevano le pendole, come lui, ora qua, ora là su quella sedia, pendola lui stesso.
Il tempo passò in fretta, sebbene più in fretta fosse passato l'immancabile informatore scientifico che alla sua vista, alla vista di un fuorilegge fuorisedia passò prima del suo turno, che le rogne lui le curava, ma non le voleva.
Venne anche il turno di Igor che fece fatica ad alzarsi, tanto che cadde quasi in avanti e, appoggiandosi a un'altra sedia, fece un rumore tale che il dottore uscì di corsa dall'ambulatorio per prestare soccorso.
“Cosa succede?” esclamò prim'ancora di superare la scrivania.
“Niènte dotore, niènte. Per poco cadere” rispose Igor ridendo sonoramente da ubriaco.
Il dottore dette un sospiro di sollievo che risollevò anche la sua pazienza, già messa alla prova da una ventina di pazienti anziani e tra sé disse che quella sera ci mancava proprio il gran finale: l'ubriaco dell'est che non bastava Furia.
“Venga, si sieda che si sentirà meglio” disse prendendolo per un braccio, lui che nemmeno era la sua metà, cosa resa ancora più evidente da un pallore e una magrezza stempiata con cui lottava ricorrendo a un riportino, mentre una barbetta incolta pretendeva d'ingannare l'occhio, sebbene rada e biondiccia.
“Allora, quanti bicchieri?”.
“Due dotore, due bottiglie. Whisky”.
“Olà, non ci siamo fatti mancare nulla se anche di marca”.
“Jack dotore, il vechio Jack” disse aprendosi alla seconda sonora risata che mostrò tutta la sua bianchissima dentatura.
Il dottore avrebbe voluto mettersi a ridere, ma si astenne subito dopo aver abbozzato un sorriso e, piegando la testa a sinistra per non farsi notare troppo, riprese la serietà professionale.
“Ma io dotore non qui per Jack”.
“Per sua moglie allora? Non ci credo” lo interruppe sorridendo il dottore.
“Ah-ah-ah, no dotore, io non moglie io...” disse alzandosi a stento scostando la sedia e correndo nuovamente il rischio di cadere “Io, vede...” e stese le braccia a volo d'uccello, stringendo le ginocchia, lungo e dritto come un palo.
“Ecco io così!”concluse lucidissimo, fermo, dritto e immobile su una gamba sola e le braccia perpendicolari al corpo tanto da formare alle ascelle un angolo di novanta gradi perfetto.
Poi ruotò i polsi in senso antiorario, dopodiché fletté gli avambracci fino a toccarsi le spalle: ora la destra, poi la sinistra e tutto in perfetto equilibrio, cosa che lo faceva somigliare a un ginnasta o a un pugile stando all'ultimo movimento: la rotazione della testa come a sciogliersi i muscoli del collo prima del match.
Mai barcollò, sebbene quei movimenti, specie su una gamba sola, avrebbero fatto perdere l'equilibrio a un ventenne sobrio.
Il dottore aveva assistito a tutta la scena e da ultimo si strinse il volto e la rada barba con la mano sinistra, per poi mordersi il labbro inferiore in un moto di riflessione stupita.
“Da quando Igor?”.
“Io sempre, sempre così quando sbronzo, quando Jack!”.
“Bah, di solito l'abuso di alcool fa perdere l'equilibrio, mentre tu lo acquisti. Ho capito bene?” chiese il dottore.
“Sì dotore, sì. Io in equilibrio quando Jack” rispose Igor.
“Hai mai fatto visite specialistiche? Sai, il tuo potrebbe essere un caso scientifico interessante. Personalmente mai ho avuta una notizia simile, men che meno ho assistito a un performance simile da parte di un ubriaco. Che ne diresti di farci degli esami?”.
“Bène dotore, bène. Fare esami. Posso adesso sedere?” chiese educatamente Igor.
“Certo, certo scusami se ti ho tenuto così scomodo... Oddio, stai bene così però...” disse ridendo il dottore che subito mise mano al file delle impegnative e vergò tutta una serie di esami, molti per la verità, ché il caso lo incuriosiva.
“Li ho prescritti urgenti, vedrai che tra un po' di giorni ti chiamano. Fatti trovare pronto, ma non ubriaco, per favore!”.
“No, no niente Jack dotore. Parola!” e così fu perché mai, nonostante una decina d'esami, si presentò ubriaco.
Neppure quando, risposte alla mano, tornò all'ambulatorio per conoscerne l'esito che fu ottimo: sano come un pesce, anzi, sano come Igor.
Il dottore, alla fine della lettura dei referti, si strinse il mento con la mano, aprì bene gli occhi e sospirò, concludendo il tutto con una smorfia di dubbio:
“Qui Igor va tutto a meraviglia, non saprei dirti. Che ne diresti se, accompagnandoti, ti portassi da uno specialista, un luminare sui disturbi dell'equilibrio intendo, bada bene, che poi... che vuoi disturbare se sbronzo sembri un ginnasta... boh!?” esclamò di nuovo il dottore per poi aggiungere: “Che fai Igor, vieni o no a Milano? M'interessa il caso, Igor, m'interessa davvero per questo ti accompagnerei”.
“Bène, bène dotore vengo. Io pagare il viaggio”.
“Lascia fare, rimettiamo tutto al Sistema Sanitario. Il modo lo trovo. La scienza ha un prezzo, caro Igor!” replicò il dottore per poi aggiungere “Ti chiamo io per comunicarti il giorno della visita, dammi il numero di cellulare e fatti trovare pronto ma... un po' sbronzo che sbronziamo… ma che dico, sbrogliamo la faccenda”.
“Ah-ah-ah-aha dotore sempre Jack allora! Due giorni, quattro bottiglie ah-ah-aha” gridò entusiasta Igor alla proposta che non avrebbe potuto essere più piacevole.
“Mi raccomando: che rimanga tra me e te. Andiamo in macchina e guido io, d'accordo?”.
“Sì dotore. Lei chiama, io bevo e lei guida ah-ah-aha!”.
“Ci vediamo, allora”.
“Sì, buonasera dotore”.
Grazie al fatto di essere colleghi e a qualche conoscenza, nel giro di una settimana la visita ultra-specialistica fu possibile e partirono per Milano, non dopo però aver fatto il pieno all'auto e a Igor, il quale non esagerò e ricorse a una sola bottiglia di Jack prima del viaggio certo, però, in virtù di quell'esperienza che solo la strada sa insegnarti, che la seconda e magari la terza l'avrebbe offerta lo specialista e pure una riserva: un "Old", addirittura.
Il viaggio fu veloce e silenzioso nonostante che Igor scoppiasse in sonore e immotivate, per il dottore, risate.
All'autogrill, Igor fece conoscenza con un gruppo di ragazze straniere in gita, le quali non gli tolsero gli occhi di dosso, specie quando notarono la proporzione tra le sue spalle e i suoi glutei che lo rendevano, ai loro occhi, una meraviglia.
Dette loro un'ultima occhiata dalla porta a vetri che le rifletteva e si voltò per un dispiaciuto occhiolino da quell'avanzo di galera che aveva fatta l'ennesima strage, perché lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma conquistare cento donne.
La clinica era in centro e si avvalsero della metropolitana per giungerci e poco dopo già erano a colloquio con il dottor Toni, luminare internazionale sui disturbi dell'equilibrio, ma che stavolta avrebbe dovuto affrontare il primo caso della sua vita: l'alcool come sostanza non solo coadiuvante al suo miglioramento ma, in quel caso, capace di renderlo addirittura miracoloso.
Il medico condotto illustrò il caso con Igor silente, mostrando tutti gli esami fatti che Igor, ubbidiente, aveva portati con sé. Dall'anamnesi non risultò niente, così come niente aveva refertato il medico curante, per cui si procedé a una serie di esami specialistici ad hoc che si avvalsero del contributo di tutta l'equipe interna e, telefonicamente, esterna.
Da ultimo si decise di osservare il fenomeno ocularmente e si ordinarono al bar dei liquori di cui fu chiesta non solo la preferenza, ma anche l'uso abituale.
“Jack, solo Jack dotore” disse Igor allo specialista e così ne arrivarono tre bottiglie "Old" che Igor scolò senza l'uso del bicchiere, come suo solito e come gli era stato consigliato di fare.
Già dopo la prima bottiglia, digiuno e con i fumi di quella casalinga, Igor divenne loquace parlando del più e del meno.
Poi, alla seconda, dopo circa una mezz'oretta, si alzò e barcollava un po', ma fu alla metà della terza bottiglia che l'equilibrio fu perso e ciò lo costrinse ad appoggiarsi ora al medico curante; ora allo specialista e, infine, a un infermiera a cui dette un bacio sulla guancia, facendole poi l'occhiolino, il secondo in poche ore.
“Ecco, adesso Dottor Toni, adesso! Guardi! Igor fermo!” gridò il medico condotto.
Igor, rimanendo sul posto, strinse le ginocchia, allargò le braccia e si mise su una gamba sola rivolto all'intera equipe che guardava sottecchi, uno a uno, facendosi da sinistra per poi giungere a destra della fila e viceversa.
Roteò i polsi in senso orario e antiorario, fletté prima l'avambraccio destro sino alla spalla, poi il sinistro e, sempre su una gamba sola, sciolse i muscoli del collo come un pugile al primo round. Tutto questo su una gamba sola e un'espressione lucida, ferma impenetrabile che andava da una parte all'altra della fila di dottori che aveva davanti.
Lo specialista, come suo solito quando concentratissimo, fece vagare la lingua su tutto il palato e chiuse il pugno sinistro facendo strisciare ritmicamente il pollice sull'indice.
“Scenda...Voglio dire torni su due gambe” ordinò a Igor.
Igor obbedì e la conseguenza fu un ciondolare ubriaco senza freno, tanto che dette il secondo bacio all'infermiera che, divertita, sorrise con gli occhi dolci.
Poi Igor scolò l'ultima metà della terza e ultima bottiglia, mentre i dottori discutevano tra loro senza rendersi conto che Igor aveva già preso appuntamento con la signorina.
L'equipe non fece passare molto tempo per esprimere un primissimo giudizio, ma prima ancora chiese di nuovo a Igor di riprendere l'assetto precedente, cosa che Igor fece volentieri e tutto da capo, tranne aggiungere l'incredibile: un surplace su una gamba sola, alternando sinistra e destra ritmicamente a braccia divaricate ruotando, ovvio, i polsi in senso orario e antiorario, flettendo, poi, gli avambracci sino alle spalle e roteando le pupille anch'esse in senso orario e antiorario.
L'intero personale rimase allibito: tre bottiglie di “Jack Old” e tutto in perfetto ordine nel disordine, se non addirittura nel caos dell'ubriachezza, nonostante un esercizio estremamente difficoltoso persino per un ginnasta professionista!
Il parlottare dei medici, dopo di ciò, si fece fitto e irritato, a volte giunse a essere nervoso, perché le ipotesi di studio potevano essere tutte e tutte sbagliate, ma un soluzione doveva esserci: mai era esistito un presidio farmacologico col nome di “Jack Old l'impassibile” che permetteva l'impossibile!
Si decise un ultimo esame del sangue per valutare il tasso alcolemico e il metabolismo, ma tutto indicava una sbronza colossale che faceva ripartire le ipotesi nuovamente da zero.
Per un paio di ore, dopo tutti gli esami possibili, l'intera clinica fu piegata alla sbronza di Igor, ma poi dovette cedere, cedere professionalmente e personalmente perché incapace di giungere a una diagnosi sensata che non apparisse essa stessa ubriaca.
Erano tutti in fila ed erano sei, sette con l'infermiera che aveva assistito divertita ed eccitata; e, come accadeva durante la leva, il caso obbligò al passo in avanti. Lo fece il luminare che chiuse l'argomento con il discorso di resa.
“Mi scusi, mi dice per favore come cazzo fa?”.
“Aha-ah-ah-aha” rise fragorosamente Igor ripetendo daccapo tutto quanto l'esercizio ma cambiando l'espressione del volto, che si fece serissima, come quella di un maestro che ripete una lezione non compresa dagli studenti, sebbene due esempi, tanto che le figure e gli esercizi furono così lenti che sembravano mimati.
“Capischi?”chiese Igor su una gamba sola, le braccia aperte e, stavolta, le palme aperte e le dita divaricate come per quasi un “dammi il cinque” tra amici davanti agli occhi dell'equipe .
“Tu, capischi?” chiese di nuovo Igor rivolto al luminare.
Il luminare aggrottò le sopracciglia, inarcò le labbra e appena appena accennò un no muovendo la testa calva e bassa, al che Igor “scese” per barcollare di nuovo e di nuovo abbracciare l'infermeria ormai sua.
Dopo la dimissione di Igor, per giorni il luminare rifletté sul caso e riuscì a stilare una relazioncina, ma promettendosi, però, di pensarci ancora un po' su sull'opportunità di proporre il caso all'attenzione della comunità scientifica.
Le due paginette che aveva scritte al computer necessitavano della sua firma in calce e la vergò. Prima il nome per esteso; poi passò al cognome, ma qui ebbe una pausa a metà parola, quasi l'ultimo estremo tentativo di capirci qualcosa.
Rimase per una decina di secondi con la stilografica in mano, puntata sull'ultima lettera scritta, poi si grattò il mento con l'altra mano; incurvò le labbra per un'invenzione a ∩ dei pensieri e sgranò gli occhi, per poi scrivere di fretta le lettere mancanti al cognome come per uscire da quel tunnel buio d'ipotesi.
Inserì la relazione stampata in una cartella contenuta in un cassetto della scrivania che aveva la chiave. Chiuse quel cassetto e chiuse la faccenda per riprendere, oltre la porta dello studio, il suo solito equilibrio, pardon, aplomb.
Un sussurro interiore …

In occasione delle festività natalizie e nell’ambito delle iniziative della III edizione del “Natale Insieme”, l’Associazione culturale Event Art, in collaborazione con il Comune di Cori (LT) e il patrocinio di Regione Lazio, Consiglio regionale del Lazio, Provincia di Latina e ‘Cori e Giulianello in Rete’, organizza il 3° Concorso di Estemporanea di Pittura, “Un sussurro interiore …”, avente come soggetto la Città d’Arte di Cori. L’iniziativa avrà luogo il 14 e il 15 Dicembre in Via Madonna del Soccorso e per le iscrizioni c’è tempo fino al 30 novembre.
Al concorso possono partecipare i pittori maggiorenni, professionisti e dilettanti, muniti dei mezzi necessari. Collocati in qualsiasi area libera del paese, i concorrenti potranno realizzare una sola opera, con qualunque tecnica pittorica, entro le dimensioni 40×40 cm – 100×100 cm, da consegnare entro le 17 del sabato presso l’Art Cafè. I dipinti saranno esposti al pubblico e verranno valutati entro le 16:30 della domenica. Una giuria di esperti decreterà i primi 5 classificati che riceveranno, rispettivamente, 500 €, 300 €, 200 €, 150 € e 100 €. I giudici popolari consegneranno un sesto premio, cumulabile, consistente in un cesto di prodotti tipici locali.
Contestualmente si svolgerà una esposizione artistica aperta agli artisti di qualsiasi disciplina, compresi i concorsisti. Ciascuno disporrà di uno spazio espositivo di 2 metri su suolo pubblico gratuito con assegnazione in base all’ordine di arrivo. L’iscrizione è obbligatoria, subordinata al versamento di una quota di partecipazione, alla compilazione della scheda di adesione, come previsto dal regolamento, disponibile insieme al modulo di domanda sul sitohttps://www.event-art.it/due-colonne/ e sulla pagina Facebook Event Art – Associazione culturale. Contatti: event.art@libero.it – 3400661677, 3801224703.
L’iniziativa è dedicata al Maestro Francesco Porcari, venuto a mancare il 18 Novembre 2017. Uomo di spessore, rara umiltà, gentilezza e sensibilità. Artista di rilievo, capace di uno sguardo penetrante e disincantato sulla realtà odierna fatta di apparenza, inutile consumismo, “inganni tecnologici”, una chimera per i giovani, costretti in un mondo virtuale, in un’indifferenza portatrice di profonda solitudine. Riconosciuto ai livelli più alti nel mondo dell’arte contemporanea, di lui hanno parlato i più importanti critici d’arte italiani come Claudio Strinati, Maurizio Calvesi e Maurizio Marini, che fu anche suo caro amico.
Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra lo spettacolo continua"

Abracadabra
lo spettacolo continua
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2019
pp 135
12,00
Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, a queste interviste che racchiudono tutto un mondo in pochi tratti, anche quando colloquia con personaggi sopra le righe, inconsueti.
Proseguono qui le interviste del primo Abracadabra (2017), basate sul mistero e sul soprannaturale ma, a mio avviso, soprattutto spunti per entrare nei microcosmi privati di personaggi più o meno conosciuti, appartenenti a un pianeta televisivo presente ma soprattutto passato, piccolo schermo un tempo trasgressivo ma ormai quasi casto e perbene se confrontato col trash posteriore.
Aldo, autore televisivo e giornalista, torna a interrogare personaggi famosi, ventidue per la precisione. Lo fa per la rivista Mistero, ponendo domande sul trascendentale e l'angelico, sul rapporto con la divinità, sulla credenza negli extraterrestri, sulla superstizione che, nel mondo dello spettacolo, è più viva che mai.
Ancora una volta entra in punta di piedi nelle vite e nelle anime di personalità carismatiche, - a volte poco amabili e poco oneste come Wanna Marchi, altre volte colte e preparate come Pippo Franco o Iva Zanicchi - dimostrando nei loro confronti vivo interesse ma mantenendo anche una posizione distaccata. Si comporta come l’entomologo che osserva la sua collezione dall’alto ma con occhio curioso, partecipe, metodico e allo stesso tempo appassionato.
L’autore fa parte di questo mondo da sempre, è coinvolto e attratto dai suoi lustrini, dal suo abbagliante riverbero, però è anche l’uomo sensibile ed erudito che la sera torna a casa e chiude la porta, per riflettere in silenzio con un libro fra le mani. È quello che, col passare degli anni, sente sempre più acuto il pungolo della nostalgia, per tutto ciò che era, per la televisione degli anni che furono, per quella luce e quell’allure che, forse, adesso, con l’insorgere del web, della tv on demand, si sta affievolendo sempre più, nonostante tentativi di ibridazione come il recente Viva Rai play. Era una tv, quella, come ci racconta Iva Zanicchi, che “entrava” (nel bene e nel male) “nel cuore della gente.”
Lo stesso fa Aldo con i suoi libricini sempre azzeccati, sempre coinvolgenti e teneri.
TERMINATOR- DESTINO OSCURO

Con questo ultimo capitolo dovrebbe essere finita la finta esalogia di Terminator. La definisco finta perché questo sesto film scombicchera tutte le carte in tavola, ripartendo dal mitico sequel che riuscì a superare in grandezza il primo (cosa di solito rara al cinema). La storia, a cui in parte ha rimesso mano Cameron, riprende dal 1992, con una Sarah Connor trentenne e l’adolescente Edward Furlong in un bar su una spiaggia centroamericana. Un modello T-800 con le fattezze di un giovane Schwarzenegger fredda il ragazzo sotto gli occhi della madre. Completata finalmente la missione per cui era stato programmato, il cyborg si allontana, chiudendo un prologo che spazza via l’inutile terzo capitolo, il macchinoso quarto e il ridicolo quinto, francamente parodia più che sequel. John Connor, il vero motivo dell’esistenza dei Terminator viaggiatori nel tempo, non esiste più.
Per chi è tornato indietro dal futuro il Rev-9, con i suoi tratti da maschio latino, con la sua insidiosa capacità di usare il proprio esoscheletro come arma grazie alle sue caratteristiche di nanomorfo? Per Dani, giovane messicana, a cui è stata inviata come protezione una umana del futuro potenziata, che non poteva che chiamarsi Grace, perché se non è la grazia a salvarci chi potrebbe mai farlo? E se non fossero chiari i riferimenti alla mitologia cristiana fin dal primo film, Linda Hamilton ce li chiarisce con una frase quando afferma che Dani è “la nuova Vergine Maria” al suo posto.
In realtà le cose non stanno proprio così. In un film che fa del genderswap il suo punto di forza, con tre donne ad affrontare la minaccia del futuro di Legion, il sistema che ha preso il posto di Skynet, è palese come gli uomini siano relegati al ruolo comunque secondario di antagonista (Gabriel Luna come Rev-9) e supporto (Schwarzy come Terminator che ha acquisito una parziale coscienza umana). La stessa triade femminile è composta in maniera interessante: un’anziana, una latina (minoranza spesso associata a fenomeni come povertà e migrazione) e Mackenzie Davis, una donna potenziata quasi come un cyborg e con una carica erotica da far sussultare persino una eterosessuale convinta come la sottoscritta.
C’è quindi spazio per affrontare altri temi: alcuni più visibili, come l’ambientazione messicana, il muro che le nostre eroine dovranno tentare di attraversare per raggiungere il Texas, il controllo esercitato dalla tecnologia e che consente al Rev-9 di rintracciare letteralmente ovunque le donne. Altri sono più sottotraccia (e giustamente, direi, vista la natura e gli scopi del film): la maternità, certo, ma anche la vita, intesa come una serie continua di obiettivi da raggiungere, anche quando il principale viene meno. La morte prematura di John Connor ha comprensibilmente tolto ogni ragione di vita alla madre Sarah ma ha reso inutile anche la “vita” del T-800, impossibilitato a tornare nel suo futuro e senza una missione da compiere. Come si sopravvive “dopo”? Con la razionalità della macchina, che, sviluppando una consapevolezza simil-umana, sceglie un altro scopo, e ne crea uno ulteriore per la madre che vive di ricordi sbiaditi e saltuario alcolismo, rivelando tutta l’umana debolezza che in questi frangenti ci contraddistingue.
Per il resto il film ha i suoi momenti di pantoclastia orgiastica con incidenti mozzafiato, esplosioni, incendi, risse di massa. Non manca una scena claustrofobica e di estrema azione con un combattimento in una fusoliera di un aereo che precipita in fiamme e che risulta davvero notevole. Rispetto ai tre sequel sottotono che qui vengono elusi, il Terminator Schwarzenegger ha molti meno spazi ironici, più sommessi, sempre corredati dalla sua monolitica e rocciosa espressione. Molti meno anche i colpi di scena a cui siamo stati abituati negli anni in cui occorreva diffidare della comparsa di ogni personaggio “buono” in quanto poteva rivelarsi una copia del Terminator più tecnologico. Si è puntato più sulla storia che sugli effetti, diciamo.
Una pecca che trovo assurda dopo 6 episodi è l’ostinazione del doppiaggio italiano a non volere trovare un’unica traduzione per l’ormai leggendario “I’ll be back” che è un marchio di fabbrica! All’inizio la stessa Sarah Connor afferma qualcosa come “torno presto” in italiano. E no! La frase sarebbe “Tornerò” e va pronunciata così perché deve stupire che a dirla sia proprio lei, la prima terminatrice di Cyborg! Lo stesso T-800, quando parte con l’insolito manipolo di donne guerriere, dice “Forse stavolta non tornerò”. E lo stesso orrore di doppiaggio lo commisero nel primo film. Dubito si gireranno altri film della serie, in quanto questo mette più o meno un punto fermo, ci saranno forse altri spin-off o reboot, per spremere quanto più possibile da un’icona del cinema anni ’80, nel caso spero se lo segnino da qualche parte. È solo una piccola frase, ma per noi fan è praticamente la chiave ad un mondo.
L'oroscopo letterario di novembre
Con il lungo transito di Mercurio nel segno dello Scorpione i pensieri si fanno più arguti, tenebrosi, quasi da brivido. L’intuito è molto più profondo, la visione della vita è penetrante. Non occorre una torcia per far luce nelle tenebre, serve solo avere fiducia in se stessi e andare avanti nonostante tutto.
Si pensa di giocare un gratta e vinci, di fare investimenti fruttuosi, di correre dei rischi, di azzardare ipotesi, di buttarsi nella mischia, di credersi più furbo, ma intanto gli altri pianeti possono sostenere le azioni di Mercurio nello Scorpione o addirittura frenare i passi spediti del pianeta. Le letture? Scegliete un thriller, di questi periodi ci sta proprio bene!
ARIETE: 21/3 – 20/4: più intuitivi e meno impulsivi
Non usate la forza muscolare ma la forza dei vostri pensieri per vincere il primo posto, per conquistare il primato, per raggiungere il traguardo, per dichiarare i vostri sentimenti e per sentirvi vincenti a una gara olimpica del vostro paese.
Horror: “The outsider” di Stephen King. Un omicidio agghiacciante, un assassino inafferrabile. Il male può avere molte facce. Anche la tua.
TORO: 21/4 – 20/5: una revisione in generale
Spesso si arriva a un punto della vita che occorre fermarsi e guardarsi indietro, vedere e osservare cosa potrebbe accadere se, continuando a fare sempre le stesse cose o trasformandole del tutto, muta anche il vostro atteggiamento. Siete molto conservatori e tradizionalisti, ma è arrivato il momento in cui Urano cambia la vostra vita in tutti i sensi.
Thriller: “Il cuore dell’assassino” di James Patterson. Il peggiore incubo di Alex Cross è diventato realtà e la posta in gioco è alta: fino a dove può spingersi per salvare chi ama?
GEMELLI: 21/5 – 21/6: mettersi in discussione sempre
Non sembra proprio essere il periodo migliore per andare in giro spensierati e giocare con le parole con chiunque incontrate per strada. Vi sentite sotto tono e il vostro umore non è proprio roseo. Serve ancora del tempo per riorganizzarsi e concentrarsi sui prossimi obiettivi. Lavoro, famiglia e amore sembrano remarvi contro e invece dovete solo cambiare il vostro punto di vista e il vostro atteggiamento, perché anche Peter Pan è costretto a crescere.
Crime: “Donne che non perdonano” di Camilla Lackberg. Sono state tradite, umiliate, percosse. Ma adesso ne hanno abbastanza. E qualcuno dovrà pagare. Una formidabile novella nera dalla regina del crime svedese.
CANCRO: 22/6 – 22/7: astuti e vincenti
Saturno e Plutone contrari vi stanno mettendo a KO da diverso tempo, vi sentite infastiditi e stanchi, demotivati e poco attivi. Per fortuna in questo periodo Mercurio e il suo lungo anello di sosta nel segno dello Scorpione vi tira su il morale e vi consente di prendere le redini della vostra vita e dare una svolta efficace alla vostra mente.
Thriller: “L’alba di un nuovo giorno” di Alberto e Giorgio Ripa. Una nuova indagine per Tobia Allievi, tra i monumenti di Londra, la storia dell’Inghilterra, l’eccidio di Rovetta, i segreti di un partigiano e le note di una malinconica sinfonia.
LEONE: 23/7 – 23/8: ruggite di meno e gioite di più.
Siete generosi, magnetici e attraenti. Dove passate lasciate sempre un’impronta di simpatia e affidabilità, di magnanimità e di grandezza. Siete il cuore pulsante della vostra casa, un leader in ogni campo, una guida sicura cui l’Universo si affida. Anche quando le cose non vanno come dovrebbero, voi v’impegnate tanto da realizzare con successo ogni vostra impresa. Odiate perdere, ma amate trovare compromessi e delle vie traverse per poter comunque raggiungere la vostra meta.
Giallo: “L’assemblea dei morti” di Tomas Barbulo. Quattro canaglie e una rapina in una banca di Marrakech. Ritmo incalzante, dialoghi taglienti e umorismo irresistibile li accompagnano in un’incredibile serie di avventure verso un finale inaspettato.
VERGINE: 23/8 – 22/9: decisi e realizzati
Saturno e Plutone favorevoli vi rendono sempre più decisi e ambiziosi, Urano in trigono vi rende sempre più intraprendenti, Marte in sestile vi dona coraggio e determinazione, Mercurio in sestile vi regala simpatia e socievolezza. Questo periodo sembra essere disegnato apposta per voi: una confezione regalo con i fiocchi. Bando alle illusioni di Nettuno opposto e alle insoddisfazioni di Giove in quadratura , cosa volete che siano in confronto a dei transiti meravigliosi e convincenti?
Giallo: “Il delitto di Kolymbetra” di Gaetano Savatteri. Saverio Lamanna, giornalista senza lavoro, e la sua spalla Peppe Piccionello indagano su un delitto misterioso avvenuto nella Valle dei Templi.
BILANCIA: 23/9 – 22/10: una riscoperta di giochi e di momenti da regalarsi.
In primo piano mettete sempre le ragioni del cuore e il vostro rapporto di coppia, che vi danno senza fine la forza di prendere decisioni anche scomode ma necessarie per fare chiarezza in famiglia e sul lavoro. Dopo qualche difficoltà iniziale riprendete a volare con armonia e pace nel cuore.
Thriller storico: “Eredità Caravaggio” di Alex Connor. Una narrazione formidabile che conquista e seduce il lettore, complice la straordinaria ricostruzione di un Seicento colmo di ombre, fascino e inquietudine. Spettacolare.
SCORPIONE: 23/10 – 21/11: una straordinaria resurrezione
Avete tutto l’Universo dalla vostra parte e non si sente una nota stonata, forse quel piccolo dettaglio di un Urano contrario che vi fa vedere grandi opportunità anche quando tutto vi va bene. Che cosa volete ancora da questo cielo fantastico? Chiedete e vi sarà dato. Osate, rischiate, allungate la mano, fatevi avanti, perché ora tutto è possibile, anche l’impossibile.
Giallo: “Delitto ad arte” di Sara Kim Fattorini. David Fairchild, collezionista d’arte, trova sua moglie Eleonora morta, soffocata e fissata al pavimento con del nastro adesivo, il detective Corna indaga nel mondo dell’arte tra Milano e Miami.
SAGITTARIO: 22/11 – 20/12: tutto brilla
Giove nel vostro cielo vi rende ottimisti e rendete grazie all’Universo per questo grande dono che vi ha fatto già da diverso tempo. Grandi occasioni e novità vi hanno semplificato la strada, grandi opportunità e occasioni vi hanno reso facile la vita in tutti i settori. Ancora fino alla fine dell’anno e poi il pianeta cambia segno, lasciandovi una generosa eredità di benessere e felicità.
Giallo: “Il diario segreto del cuore” di Francesco Recami. Con la struttura di Cuore di De Amicis, nel nuovo romanzo della serie della Casa di ringhiera Recami combina thriller e commedia, ironizzando su scuola, prof e genitori in una messa in scena riuscitissima.
CAPRICORNO: 21/12 – 19/1: rivoluzionarie fantasie
Amate tutto ciò che è solido, concreto, affidabile e terreno. Anche il vostro abbigliamento deve coprire, riscaldare, avvolgere il corpo con sicurezza e comodità. Proprio come vuole il lungo transito di Saturno a casa vostra da diverso tempo. Ogni progetto, ogni ricerca, ogni prodotto, ogni abito è frutto di precisione tecnica e di grande lavoro, persino gli accessori devono essere sobri e possibilmente utili, con un design classico e molto comodo. Insomma come rispecchia la vostra vita.
Thriller: “Il custode delle ossa” di Fiona Cummins. Cinque personaggi apparentemente diversi ma le cui sorti sono legate tra loro, un cattivo terrificante e credibile. Una storia che dà forma e sostanza ai nostri peggiori incubi.
AQUARIO: 20/1 – 18/2: sempre in totale libertà
Per fortuna Giove c’è, perché la confusione di Mercurio appesantisce i vostri pensieri, che fanno dei giri immensi e si perdono strada facendo. All’angolo della strada c’è Venere che vi porge un itinerario preciso e divertente per concedervi qualche geniale idea riguardo ai vostri prossimi progetti.
Giallo: “La notte delle stelle cadenti” di Ben Pastor. Martin Bora indaga a Berlino sull’assassinio di un sedicente mago. Sullo sfondo l’operazione Valchiria, il fallito complotto contro Hitler, in una ricostruzione sapiente e drammatica.
PESCI: 19/2 – 20/3: la voglia di aprirsi al nuovo.
È un periodo fantastico dove l’immaginazione supera la realtà. Fantasia, stravaganza, genialità e intuito sono gli ingredienti necessari per infornare un dolce goloso e caramellato. Chiamate i vostri amici del cuore e offrite loro la torta, fra chiacchiere e risate. Giove dispettoso vi ha tolto un po’ l’entusiasmo e la gioia di vivere, ma Mercurio, Marte e Sole sono lì con voi a regalarvi momenti di riposo.
Giallo: “Il sapore del sangue” di Gianni Biondillo. C’è un uomo molto pericoloso in giro per la città, un uomo che non sa resistere al sapore del sangue. Riuscirà l’ispettore Ferraro a fermarlo?
INTERVISTA CON L’ARTISTA PIET MONDRIAN

MISERY-INTERVISTA AL LETTORE

«Facciamo un gioco, le va?»
«Sì, certo» rispondo.
È giovane e bionda con taccuino e penna. Il taccuino è un block notes con spirali gialle e la penna è una bic con il cappuccio nero. Le gambe sono belle, accavallate e non porta calze, è estate. I piedi sono nudi con le unghie dipinte di rosso e uno poggia sul parquet, l’altro dondola nell’aria. Sta seduta sulla punta della poltrona, vicino a me e io, steso sul divano, la osservo attento e pronto a esaudire ogni suo desiderio. È molto bella.
«Quanti anni ha?» mi chiede.
«Cinquantanove, quasi sessanta.»
‘Che cazzo c’entra l’età, io sono io. Va be’ è l’intervista. I lettori devono sapere.’
«Fuma?»
‘Che cazzo c’entra il fumo! Al telefono mi aveva detto che era una intervista sul mio lavoro, io faccio il lettore.’
«La pipa» rispondo e già mi sta sulle palle questa bambola bionda. Però ha due belle gambe che fa piacere guardarle e poi la pipa fa lettore e scrittore insieme, mi viene in mente Hemingway. Abbozzo un sorriso ma forse è venuto fuori un ghigno, non per colpa mia.
«L’ha uccisa lei?»
Silenzio, mi ha sorpreso.
«No. Io leggo.»
‘Devi dire la verità, la verità salta sempre fuori’ sussurra lo scrittore.
«Lei conosceva la vittima?»
«No, sì… Ma solo di nome. Mi pare si chiamasse Misery.»
«Allora chi è stato?» insiste.
«Lo scrittore» rispondo.
Con un rapido movimento accavalla le gambe al contrario. Ora il suo piede inquisitore, che prima dondolava guardando la finestra, mi fissa.
«Lei, come lettore, è corresponsabile dell’omicidio della povera donna!» strilla.
Si alza e se ne va quando il chiarore dell’alba si diffonde nella stanza e io mi sveglio.
Emanuela Amici, "Quello che resta"

Quello che resta
Emanuela Amici
Ianieri Edizioni
pp 190
14,00
Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.
Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.
Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.
La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.
Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.
Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.
Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.
Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.
Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.
9 DOMANDE E MEZZA A PATRIZIA POLI

Amici lettori del blog che sembra che non ci legga nessuno e invece siete in tantissimi, oggi parleremo di un libro, un libro speciale che sarà in vendita presso lo stand della Marchetti Editore in occasione del "Pisa book festival 2019".
Ora io e lei, dopo aver fatto un paio d'ore di training correndo a piedi scalzi sul lungomare di Livorno, stiamo andando a fare colazione in un bar del porto e vi racconteremo tutto di questa opera e del suo prossimo appuntamento.
- Patrizia, che ordiniamo?
- Io cappuccino e due bombe alla crema.
- Io del rum al latte e mezzo chilo di pizza con la mortadella.
- Ma, Walter, non ti farà male?
- Hai ragione, per favore, nel rum ci metta anche dello zucchero... Molto bene Patrizia Poli, sei pronta per le 9 domande e mezza?
- È la mezza che mi preoccupa.
- Ma no, tranquilla, con due bombe alla crema ti sentirai una bomba pure tu.
- Ah!
- Ok, domanda numero 1... Puoi parlarci del Pisa book festival di quest'anno e della presenza del tuo editore?
Il tema di quest’anno è L’Europa, espongono 160 editori indipendenti, fra cui il mio. Elena Marchetti non poteva mancare, essendo pisana doc. La sua è una casa editrice piccola e coraggiosa, che punta sulla qualità più che sulla quantità. Ha uno spirito internazionale (traduce anche scrittori inglesi della fine dell’ottocento primi del novecento) ma è fortemente radicata sul territorio con alcune collane di impronta locale.
- Domanda numero 2... Di che parla il tuo romanzo? Titolo please?
Il romanzo s’intitola Una casa di vento. Racconta d’imperfezione umana, di senso di colpa, di rapporti complicati fra genitori e figli, fra coniugi e tra fratelli; lo fa calandosi nella mente dei personaggi senza filtri e senza sconti, fino ai segreti più inconfessabili, fino alla parte malata di ciascuno di noi.
- Domanda numero 3... Sei emozionata?
L’emozione c’è sempre ed è legata al profondo amore per l’atto dello scrivere.
-Domanda numero 4... Sei ottimista?
No, non lo sono mai, per natura.
- Domanda numero 5... La colonna sonora del tuo romanzo.
Forse la musica del violino che uno dei protagonisti suona.
- Domanda numero 6... È un testo impegnativo ed emotivamente intenso, che difficoltà hai superato?
A differenza degli altri miei romanzi, L’uomo del sorriso (Marchetti 2015) e Signora dei filtri (Marchetti 2017), dove mi sono dovuta documentare tantissimo e studiare, qui la difficoltà è stata tutta emotiva. C’è dentro un pezzo di storia della mia famiglia, rimaneggiata al punto che mia madre si è arrabbiata. Ci sono dentro stralci di vita di persone che ho conosciuto. Ci sono molte emozioni che conosco e anche parecchio di me.
- Domanda numero 6... La chiave di volta della tua storia?
Senz’altro la morte del piccolo Loris che fa da catalizzatore di tutti gli eventi.
- Domanda numero 7... Il menù di una probabile e fantasiosa cena dove inviterai i tuoi lettori ad acquistare il tuo libro.
Trattandosi di un romanzo ambientato nella mia città, fra strida dei gabbiani, spruzzi di salmastro e vento di libeccio, senza dubbio un’ottima cena di pesce accompagnata da un buon vino bianco frizzante.
- Domanda numero 8... Che programmi hai per il futuro?
Moltissimi: ho già terminato di scrivere un romanzo storico liberamente ispirato alla vita di Santa Margherita d’Ungheria e poi un altro dove ho lavorato a 4 mani con l’amica scrittrice Federica Cabras. Inoltre ho in animo di scrivere una storia collegata alla leggenda del Santo Graal.
- Domanda numero 9... Questo periodo storico è da egocentrici e svalvolati, la tua ricetta liberatoria qual è?
A volte bisogna avere il coraggio dell’egoismo senza smettere di rispettare il prossimo.
Mezza domanda... A che ora è?
A che ora è che cosa, Walter? Posso solo dirti che quest’anno il Pisa book ha un giorno in più, inizia giovedì 7 novembre e termina domenica 10. Io sarò presente allo stand per il firma copie nei pomeriggi di sabato e domenica.
- Patrizia, ti ringrazio per aver risposto alle mie domande, vorresti dire qualcos'altro ai nostri affezionati lettori?
- Leggete tanto, leggete bene. Insegnate ai bambini il piacere della lettura.
- Patrizia Poli che facciamo adesso?
- Boh? Facciamo un altro po' di training?
- Mmm... Dopo questa colazione, non ti andrebbe di fare un giro in vespa?
- Quella con il motore Kawasaki?
- No, l'ho scambiato con quello di una Tesla.
- Siamo già nel futuro?
- Questa cosa mi piace.
Molto bene, amici lettori, piace anche a noi se vi siamo piaciuti, ora io e Patrizia Poli saltiamo in vespa, forse gliela presterò fra un paio di settimane per andare al Pisa Book festival, ma, prima di andare a fare un giro, vi salutiamo e vi aspettiamo. Appena uscirà il suo romanzo – che prestissimo sarà disponibile su Amazon, Ibs, e su tutte le principali librerie on line, oltre che sul sito dell’editore, copertina ancora top secret - accorrete numerosi, non accalcatevi e prendete il numeretto della fantasia all'ingresso, vrooommm.
Gino Pitaro, "La vita attesa"

La vita attesa
Gino Pitaro
Golem Edizioni, 2018
pp 203
16,50
Per descrivere La vita attesa di Gino Pitaro bisogna per forza adoperare l’abusata e logora locuzione: romanzo di formazione. Gianni e Federico hanno studiato insieme e sono stati inseparabili fino alla maturità, dopo la quale si allontanano, percorrendo strade diverse. Gianni è l’incarnazione letteraria dell’autore, con i suoi studi che lo rinchiudono, nonostante alcuni lavori precari – il romanzo è ambientato principalmente a Tropea con un’ottima rappresentazione della Calabria compresa la ‘ndrangheta – in un’intellettuale torre eburnea, mentre Federico, con la sua carriera in polizia, ne è l’alter ego immerso nel mondo e nella Storia con la S maiuscola. Le due esistenze procedono parallele ma a un certo punto convergono in un modo che non possiamo rivelare senza fare spoiler.
Operazione nostalgia anni 90, decennio che ha segnato il passaggio dall’era analogica a quella digitale e dalla prima alla seconda repubblica. In sottofondo ci sono le stragi di mafia, tangentopoli, la prima ondata migratoria ma anche tutte le canzoni che fanno da colonna sonora a un periodo che ci ha traghettato dalle promesse e speranze precedenti (datate 60, 70, 80) alle delusioni attuali. Ci sono ricordi, luoghi, amori che si aprono e si chiudono come cerchi. Il tutto in una lingua molto letteraria, poetica, connotata e non asciutta. L’uso del dialetto è più spiccato nella prima parte, dove pesano le origini dei due protagonisti, ma si fa più rarefatto man mano che la loro esistenza si sprovincializza.
Tutti noi, in un certo senso, attendiamo la vita, quella sognata e desiderata che, per alcuni, resta un miraggio. Federico, il poliziotto, c’è dentro fino al collo mentre Gianni indugia ai margini e, l’unica volta che lo farà, - che si tufferà a pieno in qualcosa - sarà uno sbaglio.
L’azione si snocciola lentamente ma inesorabilmente. Le rette parallele convergono, mescolandosi ai ricordi, a un substrato di pathos, a una nostalgia straziante del come eravamo e chi eravamo. Ciò che siamo stati da bambini, ci dice l’autore, è “la verità più grande”, la nostra essenza, ciò che dovremmo ricordare per spiegare chi siamo adesso. E bisogna restare fedeli a questa verità, nonostante tutto, nonostante l’infanzia non sempre sia “un luogo ideale”.
Un romanzo bello e poetico fin dal titolo, sull’amicizia ma soprattutto sull’innocenza perduta: ”affossarti, negarti una possibilità, anche se questo va contro i miei principi – dice Federico a Gianni – significherebbe anche annegare una parte di me stesso”.
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