Natale a sorpresa

«Va bene»
24 dicembre, stessa ora, qualche chilometro di distanza
I nostri due ragazzi, imbottigliati nel traffico dell’ultima ora pensano con terrore all’incontro tra consuoceri, i quali per ora si sono visti solo al matrimonio in comune, osteggiato dai genitori di Dora, Vittoria e Giovanni, sessantenni ultrà di Militia Christi, che sono contrari a tutto lo stile di vita dei ragazzi e che cercano di mettere bocca su tutto, inutilmente.
«Lo sento, finirà male, perché gli abbiamo dato retta? Non può funzionare il diavolo e l’acquasanta!»
«L’importante è che non senti altro, il cucciolo è tranquillo?»
«Angosciato. Lo intuisco.»
«Digli di resistere, domani è un altro giorno»
«Perché non lo fai tu? Mi piaci tanto quando vai lì sotto e gli sussurri parole dolci».
«Smettila, è un mese che non lo facciamo, se proviamo a fare qualcosa, tu vomiti e io con l’affare in tensione ci sollevo i pesi!»
«Te lo taglio l’affare, è colpa sua se ci troviamo in questa situazione».
«Amore, era troppo tempo che ti desideravo».
«Cinque secondi! Neanche il tempo di dire “stai attento!” che già avevi combinato il guaio».
«Ma ora è tutto risolto, avremo un cucciolo bellissimo e…»
«… e una vita difficile»
24 dicembre, ore 23.59.50
Quasi mezzanotte, tutti i protagonisti si trovano in una sala d’attesa di una clinica privata gestita da suore, pretesa da Giovanni, mentre Dora al suo arrivo è stata caricata e portata direttamente in sala parto.
«Meno dieci… nove…»
«Ma sei scemo, non è Capodanno».
«È solo per far vedere ai consuoceri sniffa incenso, inginocchiati davanti alla Madonna dell’Ospedale, che anche noi festeggiamo».
«Dai papà, smettila, io me li dovrò subire tutta la vita e sta per nascere mio figlio».
«Per la gente del porto lo chiami Gesù Bambino?»
«Lo lasci in pace? È il giorno più importante della sua vita, faglielo godere senza macchie».
«Agli ordini, Maura… però non dimenticherò mai il momento dopo cena, quando Vittoria si è alzata dicendo “stasera nasce il bambinello” ed a Dora si sono rotte le acque».
«Beh, ammetto che ripensandoci a mente fredda è stato esilarante, mi sono sentita la nonna dell’unto dal Signore, quindi la madre del triangolato».
«Smettetela entrambi, altrimenti mia suocera vi farà fare i gargarismi con l’acqua santa!»
«Ti hanno già chiesto perché sta nascendo in anticipo?»
«Perché è settimino!»
«E ci hanno creduto?»
«Sono cattolici, l’importante è che la forma prevalga sulla sostanza»
«Si stanno rialzando, a cuccia».
«Belle ginocchia callose da pretini, se provassi a rialzarmi io così, le rotule inizierebbero a rotulare per tutto il corridoio»
«Sssh! Arrivano!»
«Arriva anche il dottore!»
«Domanda retorica, siete voi i parenti di Dora?»
«Penso che sia l’unica a partorire stanotte, giusto?»
«Quest’anno sì»
«Anche nei 2015 anni passati?»
Il consuocero si gira stizzito
«Non è il caso di essere blasfemi».
Diego riceve su un polpaccio un calcio in mezza rovesciata che lo convince a non controbattere, mentre il dottore, per cambiare discorso, chiede: «Sapete? È nato esattamente a mezzanotte! Come lo chiamerete?»
Nilo alza la mano di corsa, prima che qualcuno metta bocca: «Magdalena, è un fiume della Colombia, è l’unico che abbiamo trovato degno di lei, che ha dei genitori con nomi di fiumi, visto che non la battezzeremo…»
Doppio mancamento, controllato con abilità.
«… la benediremo a Piazza Navona con l’acqua sorgiva della fontana del Bernini, quella dei quattro fiumi»
Per fortuna siamo in clinica, i nonni materni vengono subito presi e portati in rianimazione per finire questa piccola storia di Natale.
I maglioni

Quando ero bambino, precisamente a nove anni, ricordo che il giorno di Natale, mentre pranzavamo dai miei zii nella casa di campagna, mia nonna materna, anziché comprarmi dei completi invernali con tanto di scarpe come solitamente faceva ogni anno, mi regalò una serie di orrendi maglioni già detestati fin da subito.
La delusione fu evidente, tant'è che ripiegai con ruffianeria su mia nonna paterna, anch'essa invitata assieme a mio nonno, grazie ai tanti giocattoli e dolci ricevuti. La rivalità tra le due nonne era arcinota, quindi è facile immaginare.
La madre di mia madre ci restò male, e anche quest'ultima, che mi guardò visibilmente costernata. Entrambe mi chiesero di indossarne almeno uno, di quei non graditi capi, e di provarli dal primo fino all'ultimo. Erano tutti uguali, cambiava soltanto il colore, mentre, nonostante la misura risultasse giusta, non li avvertivo come i classici maglioni morbidi e comodi. Nossignore, praticamente pruriginosi e scomodi, tra l'altro non mi tenevano affatto al caldo.
Proposi con insolenza di darli in dono a uno dei miei cugini lì presenti.
«Ma ti stanno bene!» insistette mia madre.
«Sti maglioni sono una merda!» dissi spudorato. «Minchia, con tutto che c'è il camino acceso, sento più freddo di prima e poi mi fanno grattare!»
Mio padre, non sopportando più quello show, si alzò di scatto dalla sedia per mollarmi un sonoro ceffone con l'approvazione della mamma, anche perché i miei genitori non tolleravano assolutamente le parolacce da parte del sottoscritto. Si creò un clima di disagio, interrotto da mia zia che, con un finto sorriso, portò in tavola un grosso panettone, di cui anticipatamente rifiutai una fetta ostentando un'aria da duro.
Mi sedetti sul divano come un cane bastonato, con addosso l'ultimo dei maglioni provati, precisamente quello di colore verde simil militare.
Alcune ore dopo la mia famiglia e i parenti lasciarono il salone per dirigersi in campagna per una passeggiata digestiva, mi impuntai per rimanere da solo, con le braccia conserte e battendo nervosamente i piedi.
Appena si allontanarono, innanzitutto, mi tolsi quella “cagata” di dosso per rimettermi frettolosamente ciò che avevo prima. Il focolare era semi spento (del resto non potevano di certo lasciarlo incustodito) e di conseguenza non emanava quasi nessun calore, così, sia perché desideravo riscaldarmi e sia per spregio, lanciai il maglioncinaccio verde, assieme a tutti gli altri, all'interno del camino. Si infiammarono senza troppa difficoltà, soprattutto dopo che ebbi aggiunto alcuni rami reperiti in una stanzetta apposita.
Il fuoco mi tenne finalmente caldo, sebbene non allo stesso modo delle mazzate del babbo, che pigliai successivamente, una volta scoperto il misfatto.
Un Natale per sette fratelli

Svegliarsi presto la mattina per andare a lavorare rappresentava la solita e inevitabile routine, ma quel giorno era Natale. I sette fratelli saltarono dai loro letti con gioia ancor prima che il sole apparisse all'orizzonte. Persino il fratello più brontolone, appariva di buon umore.
I sette fratelli si precipitarono a pian terreno per poi radunarsi mano nella mano attorno all'Albero di Natale. Fischiettarono e cantarono in attesa che lei arrivasse.
Mela e cannella si diffondevano nel salone mentre Biancaneve, affaccendata, stava preparando il pranzo natalizio e canticchiando:
– Specchio, specchio delle mie brame, dov'è il Natale più bello del Reame? –
Oggi che giorno è per Mario?

Babbo Natale e la sua provenienza

Babbo Natale non conosceva la sua nazionalità. Una sera decise di scoprirla e chiese aiuto alla moglie e agli assistenti di Santa Claus Town.
La Signora Natale ipotizzava che il marito fosse della Groenlandia, abbandonato dalla balene su una banchisa del Polo Nord, mentre Joll, lo gnomo, affermava che il suo principale potesse essere di origine indiana, magari figlio di un qualche santone, oppure originario della Svizzera, per via che amava anche fin troppo la cioccolata e per l’immancabile puntualità (ad esempio con le consegne dei regali) di un orologio svizzero.
Babbo Natale non accettava nessuna di quelle ipotesi, e non appariva nemmeno tanto convinto di ciò che supponeva lui stesso, quindi, stanco di scervellarsi, si affidò ad un kit speciale, costruito appositamente da alcuni elfi scienziati, per stabilire finalmente le sue origini. Per i risultati passarono una quindicina di giorni non prima di un piccolo prelievo del sangue.
Giub, il folletto responsabile del laboratorio, gli lesse le pochissime parole del rapporto finale.
– Dice che sei grasso e felice – disse Giub – Possiamo tornare alla fabbricazione dei giocattoli? –
Babbo Natale sorrise, sospettava da sempre, e ora era convinto, di essere almeno un mezzo samoano.
Il mio Natale

Il mio Natale quest'anno è sfogliare con nostalgia un vecchio album di foto di famiglia. Immagini di noi, di tutti noi, in quell'abbraccio caldo e avvolgente che questi giorni di festa hanno sempre portato nei nostri cuori. Il mio Natale, quest'anno, sono gli occhi lucidi di mio padre, che vive la solitudine dei nuovi giorni lontano da lei: lei che ora si sveglia dai suoi sogni inquieti in un luogo diverso, lei che forse neanche lo sa il vuoto che si lascia dietro… lei che quando ci vede ora sorride confusa. Il mio Natale… il nostro Natale sono quei pensieri, quelle parole, che ognuno di noi sente riecheggiare dentro di sé, nei momenti in cui quel posto a tavola mancante sembra una porta aperta verso il ricordo di un altro tempo, un tempo di spensieratezza e di magia, un tempo che più non torna e il cui ricordo tinge le ore e i giorni con i colori della malinconia. Ed è guardare i volti dei miei bambini accesi di entusiasmo, mentre tutti insieme prepariamo l'albero, e, mentre li guardi, pensare a quando, bambina, osservavi estasiata tua madre e tuo padre compiere quegli stessi gesti che ora sono i tuoi. Il mio Natale quindi, quest'anno ha, sì, un sapore diverso. Ma tengo stretta al cuore questa malinconia… perché in fondo essa è figlia delle felicità vissute, e che per sempre ci resteranno dentro, colmando gli spazi vuoti e ricordandoci di vivere con pienezza ogni momento.
Gli aiutanti di Babbo Natale

La verità è che gli elfi, gli gnomi e i folletti sono creature delle foreste, dei boschi e delle montagne, ragion per cui tenerli in "azione" al Polo Nord, fin dalla notte di Natale, ehm, dalla notte dei tempi, si rilevò una funzionale e astuta mossa da parte del capo borgo di Santa Claus Town.
Come fece e come fa? Semplice: con la deforestazione e la perdita dell'habitat naturale codesti esseri più o meno magici non avevano e non hanno posti dove andare ad abitare, e di conseguenza risultano convinti, per non dire costretti, a cimentarsi con il lavoro che ben sappiamo.
Benefici e diritti? Santo Stefano, che eufemismo!
Il Signor Natale offre vitto e alloggio alle già citate creature, però devono guadagnarsi il pane, pardon, la cioccolata, attraverso la fabbricazione di giocattoli, l’impaccamento o comunque tutte le necessarie operazioni di logistica per non parlare della corrispondenza.
Al contrario di quanto si possa credere, le letterine indirizzate, salvo qualche rara eccezione, non vengono prese in consegna e gestite dal diretto interessato. Quest’ultimo, al massimo, si occupa del “bestiame” e di accendere i tantissimi camini disseminati un po’ ovunque nel rifugio strutturato principalmente in blocchi di cemento di neve. Per i pasti e per le pulizie degli alloggi ci pensa la Signora Natale.
Da segnalare che l’omone grosso in rosso con la barba sa benissimo tenere tutti in riga o, per dirla in altri termini, con due piedi in un natalizio stivale, difatti, non ha affatto bisogno di guardie o recinzioni per sorvegliare il personale, del resto, un passo fuori dal gigantesco igloo e il congelarsi le chiappe è sicuro come le renne che stanno in cielo.
Quindi, in conclusione, non c'è da stupirsi se gli aiutanti di Babbo Natale appaiono sempre così allegri e soprattutto laboriosi.
Libri sotto l'albero: David Marsili, "Sunset Ramadan"

David Marsili
Sunset Ramadan
GM.libri – www.gmlibri.it – libri@gmlibri.it
Pag. 130 – Euro 14
David Marsili è una vecchia conoscenza, perché con il mio Foglio Letterario ha pubblicato Viscere (2008), Uomo di tungsteno (2011) e Stagioni chimiche (2015). Trovate ancora tutto, su www.edizioniilfoglio.com, Amazon e IBS, ché i buoni libri non vanno mai fuori catalogo. David Marsili è uno che sa scrivere, un affabulatore nato, imbastisce una storia partendo da Lo straniero di Albert Camus, ti porta per mano nei peggiori bar, non di Caracas ma di Livorno, dove incontriamo i ladri gli assassini e i tipi strani … tanto cari a De André, tra mercato del pesce, locali equivoci e serate alternative. Tu guarda come ti descrive Livorno (sono sensibile a queste cose, passo il tempo a raccontare Piombino): “Livorno è un buco, un pentagono schiacciato circondato da fossi verdi e salati, e una manciata di strade dove alla fine passano sempre le solite comparse”. Il mercato del pesce: “Dal mercato chiuso il pesce sovrastava tutto, ma le liliacee emanavano le loro molecole aggressive, lasciando ai pomodori solo un senso leggero di orti annaffiati”. Il mercato centrale, visto dagli occhi di un profugo africano: “Adesso è quasi arrivato. E il mercato centrale è un ambiente ancora più familiare. Lo sente dai rumori e dagli odori. Sembra di essere in Sicilia, o addirittura in Tunisia. Gli si illuminano gli occhi, quasi si sente a casa. Adesso l’immagine è la Kasbah, giù, a Mazara del Vallo”.
La vicenda si sviluppa attorno al Sunset cafè dove orbitano strani personaggi: una donna che legge Camus, ragazzi che bevono aperitivi (un rito dei vuoti anni 2000), giocatori di carte, un professore (sembra l’alter ego dell’autore), alcuni arabi che fanno il ramadan. E poi c’è un inquietante poliziotto che si fa chiamare Roi Falco, indagatore di incubi diurni e notturni, vagabondo con licenza di uccidere per le strade della città che fu di Modigliani. Marsili scrive un noir che strizza l’occhio al pulp, al tempo stesso racconta la provincia e le sue consuetudini, affronta con leggerezza problemi attuali, riflette su razzismo, terrorismo, naufragi di profughi e attentati dell’ISIS. L’autore usa molto bene gli strumenti della narrativa di genere, anche se rileviamo un eccesso di modernismo letterario. I capitoli si alternano tra numerosi salti temporali, la narrazione non è consequenziale, se il lettore non fa attenzione rischia di perdere il filo della storia. Forse è solo un mio problema, la critica importante e i lettori forti di noir diranno che l’opera è strutturata secondo le regole insegnate nelle migliori scuole di scrittura creativa. Purtroppo il vostro povero recensore non le ha mai frequentate. E non ha intenzione di rimediare proprio adesso.
Samuel Stern, "Il nuovo incubo"

È certamente tra i fumetti l’uscita più importante dell’anno. I motivi per piacere sono molti: Samuel Stern lavora in una libreria, dove restaura testi antichi, è scozzese, e ha per comprimario un prete irlandese molto poco ortodosso. L’epicentro geografico del fumetto è Edimburgo, poi da lì e per i prossimi molti anni - ci si augura - la sua azione si snoderà ovunque. Il suo passato è misterioso come il suo presente. Ha una figlia. Indaga sui casi dell’ignoto, possessioni o infestazioni paranormali che si intersecano nella vita degli individui, che per lui diventano casi da risolvere in quanto demonologo. La caratterizzazione, anche fisiognomica, del personaggio sembra forte, ben studiata, così come le tavole e i dialoghi. Nel corso dei numeri scopriremo di più, anche sulla sua storia.
Domanda di prammatica: cos’ha o cosa può avere di diverso questo personaggio rispetto a Dylan Dog? Fumetto che, assieme ad altro, ha contrassegnato fortemente per più di tre decenni una certa area tematica. È presto per affermarlo, ma Samuel Stern sembra essere più profondo come personaggio, più capace di condurci alle ragioni degli incubi, alle cause e ai rimedi per essi. Gli incubi non sono una pura materializzazione delle paure ma l’espressione di qualcosa che esiste, di reale, traslata anche su piani metaforici. Samuel Stern conosce la letteratura che si occupa di magia, lo sciamanesimo, i testi sacri e molto altro. In tal senso la sua caratterizzazione sembra essere più specifica rispetto ai suoi predecessori, alcuni dei quali godono di ottima salute. È prematuro, ma potrebbe essere anche riduttivo costringere Samuel in un terreno delimitato alle sole infestazioni e possessioni. Ritengo che proprio il fatto che si parli di un personaggio in qualche modo colto, possa aprire nuove prospettive. I cosiddetti ‘spiegoni’, se ben calibrati e misurati, sono importantissimi in un fumetto, come in questo primo numero.
Samuel Stern è il Dylan Dog del nuovo decennio? Ha tutte le carte in regola per affermarsi come tale nell’immaginario, ma è anche una figura che se ne distacca. È altro.
Il personaggio è creato da Gianmarco Fumasoli e Massimiliano Filadoro, con gli ottimi disegni di Luigi Formisano, all’interno di una delle realtà più dinamiche del panorama editoriale dei fumetti, cioè la Bugs Comics di Roma, in continua espansione. Bella la copertina di Maurizio Di Vincenzo.
Lo scozzese rosso è l’eroe e antieroe che si confronta con i propri demoni e combatte contro quelli degli altri. Dove ci condurrà?
"Una rosa blu" di Stefano Simone

Una rosa blu (2018)
di Stefano Simone
Regia: Stefano Simone. Origine: Italia. Durata: 20'. Musica: Luca Auriemma. Soggetto e Sceneggiatura: Sabrina Gonzatto. Distribuzione: X-Movie Internazional (Amazon Prime Video). Interpreti: Veronica Cataraga, Davide Frea, Giulio Fraglia.
Stefano Simone è un regista pugliese che conosco da tempo, ho potuto apprezzare l’intera produzione sia di video clip che di lungometraggi, collaborando con lui per alcuni progetti legati al cinema noir (Gli scacchi della vita, Cattive storie di provincia …) e due documentari letterari (Il cielo sopra Piombino, Litania su Piombino). In questa sede analizziamo un breve video girato a Torino che potrete trovare in distribuzione su Amazon Prime Video, in Italia e Stati Uniti, grazie a X-Movie Internazional. Stefano Simone ama occuparsi di problemi sociali, dalla piaga del bullismo (Fuoco e fumo, 2017) al degrado provinciale, passando per il disagio giovanile, il divorzio e la bigenitorialità (L’accordo, 2018). Una rosa blu parla di pedofilia e di rapporti amorosi estorti ma anche del ruolo che scuola e società possono giocare nella normalizzazione di situazioni pericolose. La storia vede protagonista una ragazzina che frequenta un istituto tecnico, figlia unica di una madre che da un po’ di tempo ha un nuovo compagno, purtroppo interessato anche a lei in modo malsano. Un preside che sa ascoltare e un vero amore da parte di un coetaneo faranno il miracolo di far venire alla luce il problema e di affrontare alla radice quel che non va nel cuore della ragazzina.
Stefano Simone gira un corto molto teatrale, quasi tutto ambientato in interni, gestendo bene campi e controcampi, alternando brevi quanto riuscite sequenze di esterni che immortalano Torino, tra angoli periferici, parchi cittadini e montagne innevate che fanno da cornice. Gli attori sono tutti non professionisti, quindi si perdonano alcune incertezze e una recitazione troppo impostata, ma il regista è bravo a gestire i lunghi dialoghi e un argomento complesso. Notevole il simbolo della rosa blu tatuata, importante per la ragazzina, ma che finisce per ricordare soltanto un’esperienza negativa. La forza del breve filmato sta nelle scene girate in esterno, rapide e concitate, in una fotografia livida e spettrale, nei brevi flash che immortalano gesti dei protagonisti e in una macchina da presa che non si lascia mai andare a movimenti banali e riprese scontate. Il film ha scopi didattici, ma è un lavoro educativo - morale, capace di raccontare una storia d’amore toccante e un riscatto consapevole da una situazione di vita disperata. Ottimo il sottofinale con i personaggi che si alternano sulla scena mentre una visione di Torino dall’alto simboleggia speranza e fiducia nel futuro. L’amore trionfa, la ragazzina prende coscienza di sé, abbandona il nero per colori sgargianti, non ha paura di osare e di vivere una vera storia d’amore. Scritto da Sabrina Gonzatto. Consigliata la visione ai giovani.
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