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Un assaggio de "Il volo del Serpedrago"

10 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Un assaggio de "Il volo del Serpedrago"

Una ferita nella roccia rossa. Una bocca color ocra aperta nell’azzurro di un cielo che non conosce nuvole: la catena degli Ohnigah che si spacca in due prima di scendere sulla pietraia, i monti scavati dal letto secco dell’Egelloch. Di qua e di là del greto asciutto, il palmeto, nastro di smeraldo in un universo di terra rossa.

È tutto quello che Ahnu conosce del mondo, solo la sua oasi fra i monti del deserto, una piccola sorgente racchiusa nel cuore del palmeto. Durante i lunghi e infuocati mesi estivi, quella è tutta la sua acqua, torbida e fangosa, ma pur sempre acqua. A turno, un uomo fa la guardia alla pozza, da cui si possono attingere solo pochi secchi il giorno, tre per gli Ohnigah e uno per i pastori Somiah.

L’uomo che l’ha allevata le ha detto che suo padre è morto in battaglia, affidando la a lui, misero pastore Somiah fra i più poveri del villaggio. Ogni giorno l’uomo silenzioso porta le sue pecore ai margini dell’oasi. Camminano a testa china, brucando radi fili d’erba nella polvere. Il cammello si spinge un poco più lontano e col naso sposta i sassi per strappare fili d’erba secca, seguito dallo sguardo stanco, ma mai distratto, del pastore, che rosicchia datteri sputando noccioli nella sabbia.

Ahnu rimane tutto il giorno da sola nella capanna, un muro tondo di paglia e fango coperto da foglie di palma. Ogni mattina attinge il suo secchio alla pozza, cercando di non versarne nemmeno una goccia. Le sue mani reggono a stento il recipiente, mentre le altre bambine, dalla pelle lucida e scura, si divertono a spingerla. Lei cerca di non perdere l’equilibrio, fin quando vede, impotente, l’acqua oscillare nel secchio, debordare, rovesciarsi sulla polvere assetata. Là, dove prima si era creato un vortice di sabbia bagnata, resta solo una macchia umida. Lei alza gli occhi, li fissa in quelli delle altre bambine e una furia gelida le monta dentro. Vorrebbe ucciderle, stringere le mani attorno ai colli, far strabuzzare gli occhi bianchi e malevoli. Invece torna a casa col secchio vuoto. Sa che lui la sgriderà, ma non piange. Muta e ostinata va a raccogliere i datteri, poi prepara i formaggi che racchiude in forme di paglia. Un velo bianco di polvere ricopre tutte le cose e spicca sulla pelle nera dei bambini, le cui narici sono incrostate di mosche. Le madri sanno che una prima crosta d’insetti morti protegge i figli dall’assalto di quelli vivi. Ahnu cerca di difendere i suoi formaggi sventolando foglie di palma, mentre i bambini si rotolano nella sabbia ridendo e i vecchi chiacchierano accosciati.

A sera, quando il sole svapora dietro le palme, intreccia cesti in solitudine, davanti alla porta della capanna, sperando che l’uomo che l’ha allevata torni più tardi possibile o non torni mai più.

La fiamma guizza con lunghe lingue giallo arancio dalla terra battuta, il chiarore si diffonde a illuminare i muri dell’immensa fortezza. Una sentinella accovacciata in un angolo fissa distratta il bagliore.

Nel cuore della fiamma, una bimba intreccia cesti di palma. Ha i capelli chiari, i piedi avvolti in pelli di cammello.

“Vai da lei.”

La voce echeggia nella volta smisurata, la figura ammantata scompare in un buio corridoio laterale. La sentinella si alza e richiude la porta di legno che il suo signore ha attraversato.

Davanti alla fiamma rimane solo una strana creatura, che guarda perplessa l’immagine femminile che va dissolvendosi.

L’uomo raduna le pecore nel recinto dietro la capanna e lega la cammella sotto una palma. Ahnu lascia il cesto e, indifferente, entra in casa. Può vederla china sulle ciotole di coccio e sui piccoli canestri di datteri marroni. Sta crescendo, pensa, troppo in fretta.

Questa sera si sente più stanco del solito. E’ diventato vecchio senza mai riuscire a farsi amare da lei. Hanno vissuto insieme da quando la donna dalla pelle come la luna è morta, lasciando nelle sue braccia una bambina pallida, con gli occhi indagatori spalancati su un mondo ostile. L’ha chiamata Ahnu, dattero, un nome comune fra le raccoglitrici del palmeto, ed è cresciuta dura come una pietra e ostinata come un cammello riottoso. Meglio così, mille volte meglio così, meglio che lo chiami solo pastore, che non gli parli, che non senta la sua mancanza quando è fuori col gregge.

L’uomo mangia la sua cena a base di datteri e formaggio, poi si distende sulla coperta. Sente gli occhi pesanti e le membra indolenzite, ma il sonno tarda a venire. Il lavoro gli sembra sempre più faticoso, il freddo notturno l’ha arrugginito e la sua barba è bianca, la pozza dei suoi giorni sta per inaridirsi e la sabbia coprirà presto le sue ossa, ne è certo com’è certo che ritroverà il sole al risveglio e le palme polverose attorno alla capanna.

Non può lasciare Ahnu sola in questo mondo, si ripete rigirandosi sul duro terreno, deve assolutamente prendere una decisione, prima che sia troppo tardi.

La brezza si è sopita e il sole brucia già impietoso una metà del cielo. Le mosche stanno arrivando a nugoli attorno ai formaggi col loro sconcio ronzio. Ahnu modella un vaso d’argilla, le bianche mani affondate nel verde putrescente dell’antimonio di cui è pregna la terra delle sue valli. Pensa alla vita, sa di essere sola al mondo, sa che non sarà mai come le altre bambine. Non ha chiesto all’uomo che l’ha allevata perché la sua pelle sia così bianca, perché i suoi capelli siano chiari come l’erba inaridita, ma ha la certezza di non piacere a nessuno. Lo sente da come la guardano, da come bisbigliano, da come si danno di gomito quando lui le è vicino e da come, poi, la aggrediscono se lui non c’è. Le donne fanno strani segni di scongiuro al suo passaggio. I bambini tirano fuori la lingua, i vecchi la osservano da lontano. Nessuno la vuole accanto e lei non vuole nessuno accanto a sé. La solitudine un tempo subita è ora la sua compagna più fida.

Alza la testa perché qualcosa la sta osservando. Due occhi brillano pallidi fra il verde delle palme. Ahnu s’irrigidisce, scatta in piedi, indietreggia. E’ ancora piccola ma ha imparato a stare all’erta, glielo ha insegnato l’uomo che l’ha allevata, con lo sguardo, con la postura del corpo, con sibili e cenni.

Fra le foglie spunta un muso. L’essere somiglia a un rettile, ma ha piccole ali appena accennate sulla schiena e squame traslucide come scaglie di pesce. Le parla.

“Ho delle notizie per te”, lo dice sottovoce, lo dice attraverso una bocca coperta di denti aguzzi, e intanto muove la coda come un felino nervoso, “il mio padrone annuncia che avrai catene di gialla ambra, nerofumo per gli occhi e fiori d’ibisco per i capelli.”

Ahnu ha finito d’indietreggiare, ora non c’è più spazio, si appoggia al tronco di una palma, ha troppe domande che le urlano in gola. Ma le piccole ali sbattono, la creatura spicca un volo basso, radente, che scortica tronchi e fa cadere datteri a terra. Ancora non si è dileguata e già lei si chiede se non c’è un’altra vita fuori dall’orlo del palmeto, se essa scorra solo sui ritmi dell’Egelloch e sulla nascita degli agnelli. Annusa le mani che sanno di caglio, si domanda cos’è questo dolore che le esplode dentro. Della creatura non c’è più traccia, rimane solo la calura abbacinante dell’aia polverosa, il fetore dei datteri che marciscono al sole e gli escrementi di uomini e greggi.

Nel cuore della fortezza lo Spirito del Deserto annuisce compiaciuto. L’unica persona al mondo in grado di fare ciò che desidera, gli sta regalando la sua anima e la sua volontà.

L’ha svegliata quando i monti di argilla purpurea s’infuocano dei raggi del primo sole. “Sento scemare le mie forze”, le ha detto. L’ha visto rabbrividire nel caldo, come se una mano fredda gli percorresse le membra affaticate. “Sali sul cammello”, le ha ordinato. Non è mai brutale, ma nemmeno gentile.

“Vuoi vendermi, pastore?”

“No.”

Ora stanno uscendo dal palmeto. “Lui la porta via”, sente bisbigliare dalle donne che riempiono i secchi. Hanno sguardi ottusi e cattivi fissi su di lei. Ai lati del sentiero che conduce fuori dell’oasi si profilano i tronchi ruvidi delle palme. Il terreno, cosparso di noccioli rinsecchiti ed escrementi, esala un odore sgradevole.

L’universo è piatto e sempre uguale a se stesso, pensa Ahnu.

Poi, però, è fuori.

La luce del mattino la abbaglia, tanto forte è il riverbero da impedirle di guardare. Eppure solleva la testa, incredula, non più protetta dal fogliame. L’intenso cobalto del cielo si rovescia su di lei, che ha sempre visto la volta a spicchi, a barbagli diurni e notturni. Pensa di annegare e invece sta solo guardando il deserto di là del palmeto: un’immensa distesa sabbiosa, punteggiata di pietre. Attorno a lei, a perdita d’occhio, il confine del nulla: l’orizzonte dei monti che tremolano nell’azzurro, con le cime vermiglie battute dal vento. Per la prima volta, intuisce cosa possa essere la libertà.

Il pastore guida il cammello lungo il greto asciutto dell’Egelloch. Rade pozze stagnano ai bordi del fondo argilloso, contornate da cespugli avidi d’acqua. Ora può vedere da fuori il palmeto, sotto le cui fronde ha vissuto, riparata e insieme soffocata: è un nastro verde, uniforme e lucente.

All’improvviso l’uomo, che sta seguendo un percorso noto a lui solo, svolta e si avvia in direzione delle montagne. Qualche rada kasba fortificata brilla scarlatta nel sole. I monti Ohnigah appaiono vicini nella grande distesa e le cime formano una catena ininterrotta. Il pastore tace, concentrato nello sforzo di camminare. La pista segnata da pietre appuntite comincia a inerpicarsi lungo un pendio, il cammino si fa più ripido, l’uomo ansima, tossisce, sputa. Lei è indifferente alla sua sofferenza, mentre vanno avanti nella calura insopportabile. Il sudore svapora in fretta, lasciando la pelle secca, rovente. La sete non si placa, le gambe si appiccicano al pelo sporco del cammello, i parassiti addentano la carne.

Rosicchiano qualche dattero e succhiano un po’ d’acqua strada facendo, senza fermarsi.

Dopo alcune ore, Ahnu ha la schiena a pezzi, e l’uomo appare stremato. Sa che domandare a lui è inutile, non ha risposto ai suoi perché di bambina, forse non li ha nemmeno mai ascoltati. Allora parla con se stessa, come ha imparato a fare nei lunghi giorni di solitudine, cerca il motivo di quel viaggio, vuol tornare indietro con la memoria, ma non ha ricordi. Non sa chi fossero suo padre e sua madre, non conosce altri volti che quelli delle persone che vivono nell’oasi forse lasciata per sempre. Ripensa alla creatura con le piccole ali e i denti affilati. L’inquietudine è una lama che trafigge il petto.

Infine le ombre si allungano, giù nella valle, e le pareti dei monti si tingono di un riflesso violaceo. L’uomo acconsente a una breve sosta, durante la quale bevono ancora. La gola è riarsa, le parole, se uscissero, sarebbero secche di polvere, ma non escono, nessuno dei due parla. Il nudo versante su cui si sono arrampicati è ormai tutto in ombra, qualche folata di brezza serale ghiaccia il sudore sulle schiene rotte e incolla i vestiti addosso. L’uomo ora sembra diventato vecchio, l’affanno gl’impedisce di respirare. “Riprendiamo il cammino”, dice, “l’oscurità qui cala repentina, come se i fuochi dei palmeti cessassero di ardere tutti insieme.” Così ripartono, lei ciondolante, lui con la schiena curva e una mano abbrancata al collo peloso del cammello.

D’un tratto Ahnu ha paura delle ombre, delle montagne cupe ed echeggianti, dei serpenti che scivolano fra le zampe del cammello, dei sassi che rotolano giù per il burrone. “Pastore, così ti ucciderai!” No, è per lui che ha paura. Lui è come le rocce, è come la sorgente al centro dell’oasi: non lo ama ma non può immaginare che muoia. Spera che la salita finisca presto, che lui possa riposare.

Gli ultimi bagliori si stanno spegnendo sulle creste degli Ohnigah quando Ahnu, insonnolita e vacillante, alza la testa e guarda in fondo al grigio sentiero di sassi che stanno percorrendo. Un po’ più in basso della cima si stende un vasto altopiano, che s’incunea come una valle fra le vette. Davanti a loro, a ridosso della parete rocciosa, dove il sentiero si stempera nel pianoro, si vede una casupola di pietre scure.

Un filo di fumo esce dal tetto.

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