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Considerazioni su una pandemia

13 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Cosa manca nella gestione di questa pandemia? Il buonsenso, quello che in passato abbondava.

E manca il concetto che la malattia e la morte sono fatti naturali. Se tutto questo fosse successo anche solo quaranta anni fa, le cose sarebbero andate diversamente. Forse non ci sarebbe stato neppure un lockdown.

In passato si sapeva che la morte e la malattia, pur orrende e spaventose, fanno parte della vita, sono normali. I bambini a volte morivano, per questo se ne facevano tanti. Il parto era un evento pericoloso e capitava che le donne ci lasciassero le penne. Ci si ammalava di morbillo, di parotite, di rosolia, di varicella. L’influenza magari portava via il nonno.

Ora no. Malattia e morte non sono più accettate. Bisogna vivere, sempre, a ogni costo, tutti. Anche chi ha quasi cento anni, anche chi non sa nemmeno più come si chiama ed è impiagato in un letto. E per vivere tutti, non dobbiamo più vivere nessuno.

Abbiamo fatto bene a stare in quarantena. Avremmo dovuto starci fin da subito, tutti, alle prime avvisaglie. Ma, all’inizio, lo stato aveva paura di prendere decisioni impopolari, mai prese prima. Persino chiudere i voli dalla Cina. Persino non far andare a scuola chi dalla Cina era appena tornato. Neppure non prendere un aperitivo. Poi è arrivato il vero lockdown e a scuola non c'è andato più nessuno. In realtà sempre troppo ridotto, sempre troppo limitato. A Ferragosto chiudono più aziende di quelle che da noi hanno continuato a lavorare anche durante la quarantena. Invece avremmo dovuto stare tutti fermi, paralizzati per quindici, venti, massimo trenta giorni, poi ripartire. Invece si è chiuso progressivamente e lentamente, non si è avuto coraggio, si è arrivati allo stallo giorno dopo giorno, mentre la gente moriva e, da questo stallo, dal pantano, ora non siamo più capaci di uscire.

Abbiamo fatto bene, dicevo, all'inizio. Poi, però, basta. 

Manca il buonsenso. Quello dei vecchi. Quello dei tempi che furono. Quale sarebbe adesso il buonsenso? Tenere chiusi i luoghi di aggregazione: cinema, teatri, discoteche, locali. Non fare feste, non organizzare processioni, concerti, comizi. Per il resto affidarsi al senso comune. Responsabilizzare la gente, trattare gli adulti da adulti. Ok alle mascherine, invito a non raggrupparsi, a non andare troppo in giro, a stare in casa se possibile, a tutelare se stessi e gli altri. Ma non più obbligo. Non più. Perché se questa malattia diventa endemica e continua a circolare per anni non ci si può trasformare in una società di stampo cinese-entomologico, dove lo stato va a impattare in modo paranoico, ossessivo, maniacale in ogni più piccola sfumatura del  vivere quotidiano. Dove lo stato mi dice chi devo vedere, quali sono i miei affetti, se sono stabili o no. Che significa stabili? Magari io odio stabilmente mia nonna ma sono innamorato della dirimpettaia. Che ne sa lo stato? Lo stato che misura i centimetri di distanza che devo tenere da mio marito, che immagina l’ossimoro delle spiagge libere organizzate, che mi fa fare il bagno con la mascherina. Lo stato assurdo, ridicolo, ingerente, ingombrante. Lo stato che rincorre il runner solitario e permette le folle accalcate sotto casa della ragazza rapita.

Lo stato che vuole conciliare l’inconciliabile: la salute pubblica con l’economia.

Lo stato decide che il ristorante non può aver più di quattro tavoli e lo fa fallire. Farebbe meglio a dire la verità, quella che non vuol dire neppure a se stesso. Che non si può avere tutto, che certi ristoranti sono destinati a chiudere. Non puoi tenere aperto il tuo locale, guarda in faccia la realtà, probabilmente la gente non verrà, continuerà giustamente ad avere paura, tu trovati un altro lavoro. Ma non sappiamo rinunciare a nulla. Lo stato ci vuole sani, chiusi in casa, ma anche pronti a spendere soldi per sostenere l’economia.

Lo stato decide che i bambini devono andare all’asilo col braccialetto per segnalare la troppa vicinanza al compagno. Così i bambini imparano che il compagno è pericoloso, che è cattivo, che è il male. Che la maestra non può abbracciarti, non può consolarti se piangi. Che siamo tornati al medioevo. I bambini da sempre si scambiano il ciuccio, mettono le mani nella terra, hanno i pidocchi e i vermi intestinali. È così che si fanno gli anticorpi.

Cosa si può rispondere a una madre che, per salvare la vita a un anziano in stato vegetativo, deve costringere suo figlio a crescere semi autistico e asociale? Prendi un bambino di un anno o due. Prendi mamma e papà che attuano “il distanziamento sociale”, ovvero scansano ogni essere umano, coprendosi il volto con la mascherina. Prendi questo gesto e ripetilo, ad ogni incontro, con ogni persona, anche i parenti stretti, per settimane, mesi, forse anni. Cosa imparerà questo bambino? Come crescerà, quale sarà il futuro della generazione Covid? Con quale coraggio, a fine epidemia, quei genitori potranno dirgli: “Vai, abbraccia il nonno, dagli un bacio”. Un bacio? Abbracciare il nonno? Il bambino li prenderà per matti.

Le cose non vanno bene, non si sta affrontando la situazione con naturalezza, con responsabilità, con normalità. Si sta impattando nella vita della gente in modo compulsivo, violento, assurdo, a colpi di centimetri, di plexiglass, di droni, di robot, di autocertificazioni e moduli risibili.

Una malattia è una malattia, gestiamola come le malattie del passato che sì, magari hanno fatto milioni di morti, ma la morte è naturale. Non siamo invincibili, non siamo eterni, non siamo esenti dalla sofferenza. Non sfuggiremo alla sofferenza nemmeno chiudendoci per due anni in casa con un sussidio statale, nemmeno distanziandoci col metro. Soffriremo, ci ammaleremo, moriremo, ma, almeno, lo faremo senza costrizioni, senza depressioni, senza schizofrenia e paranoia, senza la maledetta e impossibile voglia di controllare tutto. Senza delirio di onnipotenza.

  

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