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Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

3 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

Claude Glass

Marco Saverio Loperfido

Annulli Editori, 2014

pp. 159

12,00

Il paesaggista si piazza alle spalle a ciò che vuole ritrarre e proprio grazie allo specchio convesso lo vede tutto racchiuso davanti a sé. Non trovi che ci siano delle similitudini con il tuo modo di guardare l’Italia, ovvero attraverso la lente del mio sguardo, posto dietro di te nel tempo? Pag 73)

Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare posizionandosi con le spalle rivolte verso ciò che si voleva dipingere. Lo specchietto creava una migliore inquadratura della scena e un ammorbidimento dei colori che prendevano così una sfumatura languida. Era usato anche dai viaggiatori dell’epoca.

Claude Glass” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Marco Saverio Loperfido, per la Annulli editori. Il romanzo si rifà alla tradizione della “simulazione del vero” con l’espediente del ritrovamento del manoscritto o delle lettere. Nello specifico, Claude Glass è il nome di un negozio di robivecchi nel quale il protagonista, Sebastiano Valli, trova, chiusa nel cassetto di un mobile, una lettera scritta da Robert Grave, giovanotto inglese, giunto in Italia nel 1792 per fare il Gran Tour, cioè quel giro d’istruzione finanziato dai genitori che erano soliti compiere i ragazzi della buona società anglosassone. Spinto da un impulso bizzarro, Sebastiano risponde alla lettera. Inizia così un favoloso carteggio fra due uomini che vivono a distanza di duecento anni l’uno dall’altro. Robert e Sebastiano diventano amici, approfondiscono la reciproca conoscenza, aprono l’un l’altro il proprio cuore, litigando e riappacificandosi, come capita spesso nelle amicizie reali e in quelle virtuali. Anche Hollywood ha sfruttato la trovata dell’epistolario sfasato nel tempo in alcuni film, ci viene in mente “La casa sul lago del tempo” di Alejandro Agresti, a sua volta remake di un film coreano.

I tempi divergenti di Sebastiano e Robert si avvicineranno sempre più, le donne amate avranno lo stesso nome, fino alla conclusione che, pur lasciando aperte tutte le possibilità, fa intuire la probabilità di una sovrapposizione dei due. Forse Robert Grave è solo una proiezione di Sebastiano, il suo bisogno di vedere la realtà con gli occhi del passato o, meglio ancora, di “tornare” al passato.

Già, vedere. Perché l’argomento del romanzo, e del carteggio, è il paesaggio. Stupisce che i due non si raccontino più particolari della loro vita e dell’esistenza nelle reciproche epoche. Tutto è basato sul loro modo di percepire ciò che li circonda, ovvero il paesaggio della Tuscia. L’autore, Marco Saverio Loperfido, si occupa di sociologia visuale, cioè l’indagine dei fenomeni sociali attraverso le immagini fotografiche. E i nostri due protagonisti, quello contemporaneo e quello del settecento, sono interessati a cogliere aspetti di paesaggio e di vita locale, attraverso la pittura l’uno e la fotografia l’altro. Il panorama indagato, come abbiamo detto, è, sulla scia di Pasolini, quello a metà fra Toscana, Umbria e Lazio, cioè la Tuscia, di cui Loperfido ha realizzato la mappatura a piedi. E se lui è Sebastiano che si guarda intorno e cerca di ritrovare il bello in ciò che vede, Sebastiano è, a sua volta, Robert, che cammina per valli, colline e cittadine, luoghi ancora oggi di grande fascino, quanto mai pittoreschi per i viandanti inglesi a caccia di vedute alla Claude Lorraine. Questo camminare a piedi serve a recuperare lo sguardo lento e intimo che la nostra attuale velocità ci ha tolto, per ritrovare, assaporandoli, scorci di bellezza autentica, in mezzo alla modernità che deturpa e imbruttisce.

Ecco la mia epoca, Robert. Vicino all’arte lo spreco e l’incuria. Ma forse qual cosina di più… forse sono un po’ troppo tenero. Quel palazzo è uno sfregio alla meraviglia del passato, una cicatrice sulla guancia della Monna Lisa, una bestemmia per chi ama il dio Pan della natura, o Venere, dea della bellezza. Io sono indignato, schifato, annichilito da tutto questo che, purtroppo, è solo un esempio fra tanti. Hanno stuprato il passato, lo hanno rinnegato, ce l’hanno tramandato alterato in modo che non potessimo amarlo. Ma il passato era troppo bello e ha continuato a parlarci, seppur con un filo di voce, agonizzante.” (pag. 76)

La riflessione filosofica si mescola alla vista e alle considerazioni. Sebastiano si chiede se ciò che oggi gli appare brutto e sgraziato non acquisterà forse fascino col tempo. E si chiede anche se le rovine del passato non vadano lasciate preda della vegetazione, che forse le degrada ma le rende parte del pianeta, mentre ciò che viene preservato in un museo, catalogato, recintato, in realtà smette di vivere e di appartenerci.

Claude Glass” è un romanzo che può essere letto a tanti livelli, ad esempio quello lampante della denuncia: gli italiani distruggono la loro terra, pronti a sacrificare bellezza e natura sull’altare della necessità. Sono le parti meno attraenti del libro, perché assumono il tono d’invettiva sgraziata, persino di turpiloquio, mentre, al contrario, assurge a altezze liriche la professione d’amore che entrambi i protagonisti, quello remoto e quello contemporaneo, esprimono con toni accorati per la nostra Italia.

Un altro, forse meno evidente ma non certo trascurabile, livello di lettura è quello dell’epistolario virtuale, così frequente nella nostra era social. Chi non ha un’amicizia o un amore in rete, ormai? Robert e Sebastiano si affezionano senza vedersi, anelano all’incontro, che forse avverrà o forse no, ma anche litigano, si accapigliano, si separano per poi riavvicinarsi. Molti di noi hanno avuto la fortuna e la sofferenza di vivere amicizie così, fatte di anime che si fondono, che ambiscono ad una vicinanza che non avrà mai il fascino posseduto dall’immaginario. C’è molto della poetica leopardiana in queste parole di Sebastiano:

La conoscenza è un ostacolo, caro Robert, perché la vitalità si nutre di fantasia e la fantasia di non detto, vago, incerto. Qui invece non c’è più spazio, sia fisico che mentale, e, parliamoci chiaro, è quello che io t’invidio. Sei giovane ma, cosa ancora più bella, è giovane il mondo che vivi e che in questa maniera ti accompagna e asseconda nell’entusiasmo.” (pag. 46)

E ancora: il libro è anche una metafora della solitudine, dell’impossibilità di raggiungere una profonda comunione con l’altro sebbene quest’anelito non cessi mai di riproporsi.

Robert, è una sconfitta per me, e forse per tutta la società, che io oggi faccia questa cosa

impensabile: scrivere una risposta a questa tua lettera sospesa nel tempo, e persa nel tempo, che è arrivata a me per caso. È una sconfitta perché vuol dire che io qui, solo come te quel 7 aprile del 1792, sono estraneo alla mia gente, costretto dalla solitudine e dall’individualismo ad attaccarmi a questo gioco dell’anima. Fingerti ancora vivo in grado di leggermi.” (pag. 15)

La malinconia, lo “spleen”, attraversa tutto il testo, fa vibrare le epistole dei due amici separati dal tempo, e tempera la speranza, che pure è presente nel riconoscimento dell’incanto ancora evidente del paesaggio, a dispetto dell’uomo.

Dopo che il mondo ha ballato e danzato per tanto, adesso è stanco. Ecco quel che posso dirti del futuro, Robert, questo e nient’altro. Tu sei all’inizio del ballo e io, forse, quando tutto si spegne.”(pag. 24)

Forse, alla fine, Robert e Sebastiano si fonderanno, passato e presente coincideranno in una nuova ottica fondata sul rispetto per la natura, per l’arte, per la bellezza.

Alla riscoperta del paesaggio sono legate le parti più liriche, pittoriche, visuali, che fanno dimenticare piccole sbavature di stile, come il fastidioso ricorrere del toscanismo te al posto di tu, fuori luogo in bocca ad un inglese.

Al calar della sera, con la luce del tramonto, escono dai rifugi gli spiriti dei luoghi e tornano ad abitare le terre oggi come sempre. È la luce trasversale a fare il miracolo. Pale, tralicci e casermoni diventano solo scure ombre controluce e l’occhio sembra poterle accettare. Tutto si fa radente e confuso. L’oro del sole allaga la vista e l’Italia, a quell’ora, diventa veramente se stessa perché è la luce che c’è in Italia, inconfondibile e unica, il suo carattere più distintivo. E la luce, grazie al cielo, non la può rovinare nessuno, nemmeno volendolo.” (pag. 148)

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