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Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

26 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

Il lavoro della polvere

Fabio Pasquale

Editrice Zona 2013

pp 80

10,00

È raro che il romanzo d’esordio di un autore poco conosciuto sia così tagliente nei contenuti e lucido nella forma. “Il lavoro della polvere”, di Fabio Pasquale, è un noir scritto molto bene che ti tiene inchiodato dalla prima all’ultima pagina.

La storia è semplice nella sua anormalità. Un uomo uccide un sosia per fingersi morto e scappare con i soldi della ditta. Per farlo dovrà assumerne l’identità per alcuni mesi, in modo da non destare sospetti. Ciò è possibile in un mondo dove si ha poca attenzione per il prossimo, dove non ci si guarda negli occhi, dove non si ha contezza l’uno dell’altro ma si diventa intercambiabili. Sul suo cammino verranno a frapporsi degli ostacoli che egli eliminerà senza scrupoli o rimorsi.

Si può pensare che la tragedia stia nell’uccisione di un malcapitato, la cui unica colpa è somigliare come una goccia d’acqua al suo assassino. In realtà, la morte del poveretto di nome Manuel è asettica, chirurgica: basta un colpo ben assestato e tutto finisce senza emotività o eccessiva partecipazione. Quello che agghiaccia è l’esistenza stessa di Manuel, moderno travet talmente incolore che persino le commesse del discount lo identificano come sfigato.

Manuel è un colore spento, di quelli da associare alla noia e scartare quasi subito.” (pag 9)


Di professione Manuel fa il fattorino di pony pizza, consegnando pasti a domicilio col suo motorino sgangherato. Assumendone l’identità, il protagonista ne scandaglia la squallida esistenza che è, in parte, anche la propria. Se Manuel vive con timidezza e con rassegnata malinconia, il suo omicida si ribella, analizza spietatamente ciò che vede, evidenziando solo gli aspetti negativi: la desolazione, la miseria, il degrado, la noia, in una spirale sartriana di nichilismo e nausea.

Manuel vive in un brutto appartamento, con una vicina di casa che neppure nota. Per adescarlo e sapere di più sulla sua vita, l’assassino inventa un’identità virtuale, crea un profilo facebook a nome Ambra, spacciandosi per una ex compagna delle elementari divenuta con gli anni figa e affascinante. Inutile dire che, trascinato nel vortice della chat, Manuel s’innamora di Ambra, la sogna ogni notte e passa le giornate contando le ore nell’attesa di tornare a casa e connettersi.

Più dell’assassinio di un innocente, raggela la rappresentazione di un mondo in cui non siamo più capaci di vivere e creare un legame fisico con le persone. “Il lavoro della polvere” è un dramma dell’era social, ci mostra a noi stessi, con le nostre esistenze spoglie e prive di emozioni, ci dipinge mentre, chini sulla tastiera, evochiamo amicizie e amori che sono frutto solo della nostra immaginazione, caricati delle nostre aspettative, destinati a infrangersi contro il muro del reale. Così facendo, persi in un pianeta virtuale dove gli altri sembrano seducenti e noi migliori, finiamo per disprezzare ciò che abbiamo a portata di mano, per non alzare più lo sguardo fuori della finestra, per non sentire più il calore di una mano o le sfumature pastose di una voce vera, per condensare ogni commozione in una sbrigativa emoticon. Finiamo per non accorgerci nemmeno che l’altro, il nostro dipendente, il nostro vicino, il nostro fattorino, non è la persona che conosciamo da sempre ma un suo sosia.

Dopo l’omicidio, l’assassino conosce per caso Paola, la vicina di casa di Manuel, che questi non aveva mai considerato, e con lei stabilisce una relazione gratificante. La relazione fra l’omicida e Paola simboleggia ciò che avrebbe potuto essere se la vittima avesse avuto più coraggio, più occhi per guardare, più forza di vivere appieno la sua vita. L’assassino è l’alter ego di Manuel, e, guarda caso, non ha un nome né un’identità precisa, ma incarna la sua possibilità di godere della propria esistenza. Attraverso il suo omicida, scopriamo che, forse, Manuel non era lo sfigato che credeva di essere, la sua era solo un’immagine di sé con la quale s’identificava a tal punto da costringere gli altri a vederlo in quel modo. E anche il suo doppio intravede attraverso Paola l’evenienza di un coinvolgimento emotivo autentico, capace di spazzare via noia e grigiore, ma, seguendo la propria logica, sa che “su strade a senso unico, andare avanti è l’unica opzione possibile”.

Il finale lo lasciamo al lettore.

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