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Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

28 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

 Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

TERRA MIA

All’alba

mi vesto del tuo odore

e mentre le stelle sfuggono al giorno

mi sveglio sotto la tua ombra

abbracciando il mistero del tuo calore.

Offrendomi alle tue mani

Cammino sui tuoi polmoni

Divoro il vento per volare nei tuoi occhi

A cantare il tuo dolce profumo di cachi.

All’alba

estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti

dall’albero magico, scolpisco la penna

per pitturare la tua anima

e la mia voce innocente intona i tuoi canti.

All’alba

Una voce ti diceva:

terra senza voci

voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie

melodie che non rimano con le parole

parole senza profumo,

questa terra non sa piantare le lettere,

parole stonate

suoni senza fiamme:

fiamma, fumo e solo tenebre.

Terra che non sa contare

conto che ripudia l’aritmetica

racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)

Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.

Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.

I cuori, le mani, i piedi battono,

battano tutti i piedi, le mani, i cuori

il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,

parola partorita nel dolore

parola che si radica nel cemento del nostro essere,

parola esaltata dall’euforia,

parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,

parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,

parola che sorride:

negritudine.”

Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.

Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.

Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.

NON SONO POETA

Lascio presto in mattinata

la mia casa di paglia

i miei sandali, cuoio di capra

proseguo il vento, le corde invisibili

nei meandri delle sonorità plurali

canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.

Quando canto, è pane che offro

all’orecchio che mi ascolta

alla lingua che mi applaude e alle mani

che mi parlano e mi lodano.

Non sono poeta

il mio alessandrino è orfano di emistichi

la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi

oscure e curiose.

Non sono poeta

quando canto le mie parole penetrano i cuori,

indovino le parole nei cespugli

sorgenti dei miei fertili pensieri

che procurano latte e formaggio.

Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,

sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte

nelle tenebre delle parole

che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.

Non sono poeta,

lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)

Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.

LA MIA AFRICA

Mi sdraierò sul tuo petto

e nelle tue braccia fresche abbracciami,

mi darai il tuo pane e il tuo riso

basterà a me solamente la tua bellezza nera

quando a mezzogiorno

la luce brillante della tua pelle

coprirà la mia ansia

offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso

canto fresco;

luna dei miei sogni

cantami e coccola la mia anima.

Impediscimi tutto

il tuo vento del Sahara

la tua spiaggia morbida come fragola

impediscimi tutto

ma non i tamburi sulla chiara luna

quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,

illuminando i sorrisi spenti

nella caduta delle lingue deboli,

sarò la voce imprendibile

la bocca sonora di una terra

dove la speranza cade

come gradine.

Mi sdraierò sotto i tuoi piedi

non mi basterà il tuo sguardo;

alzami con le tue lunghe fresche braccia

ospitami nella tua tana, nido umido;

all’alba sorrideremo al mondo

perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)

L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.

La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.

Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.

RAMATA

Il tuo nome è linfa nutriente

i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi

il tuo corpo una vita

le tue strofe riempiono i calici

e inondano i laghi della bellezza

il tuo corpo svelto

è l’ospite delle mie notti,

la luna si nasconde

per offrirmi il calore della tua pelle

specchio della tua memoria,

riflesso della tua lingua.

Il tuo corpo è una sinfonia

una sillaba, una casa,

il tuo corpo è labbra

la forma della tua bocca un bacio

la tua fronte liscia e libera,

i tuoi denti bianchi

si nutrono del sorriso del sole

nella vela dei venti

e nella notte delle lune

la tua bocca è ode e lirica

le tue treccine, pittura e poesia

la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)

A MIA MADRE

Non ti ho perduta, ti sognavo

la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi

tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.

La tua saggezza è tramandata

sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.

Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida

frullando le spighe di miglio

sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.

Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi

sono cresciuto per salvarti dall’incubo.

Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto

sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.

Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene

avvicinati e non abbandonarmi

la vita ha spaccato il cordone ombelicale

ma il cuore è unito a te per sempre.

Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino

ascoltare la tua voce

fuggire dalle tue paure,

ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole

quando la luna si risveglia

la notte, quando le stelle ballano

ballerò sulla punta dei piedi

dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi

e ti ringrazierò di avermi partorito.

Ecco mia madre nel sogno

che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:

Figlio mio, adora tua madre e tuo padre

sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)

Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.

Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.

TAM-TAM

Le mani affogate nell’acqua salata

mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte

i suoni del vento, delle onde del mare,

medito sulla voce invisibile del cuore

accompagno la voce dei griot,

la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello

precipiti durante la morte del re

la nascita del bambino

e... lentamente la gioia del popolo.

Tam-tam

nella tua pelle di sale

m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa

aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle

nelle serate d’estate sotto la piena luna

voglio sentire il ricordo della notte stellata

alle grida mute delle iene e dei leopardi

il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”

la pianta che fiorisce

la montagna che crolla

la collina che si inchina

i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)

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