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Accettare, circoscrivere, concentrarsi

18 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Accettare, circoscrivere, concentrarsi

Accettatevi, niente e nessuno vi farà cambiare. Siete evitanti, soffrite di fobia sociale e questo vi accompagnerà per tutta la vita, quindi, prima ve ne fate una ragione e agite di conseguenza, non opponendovi a ciò che vi accade ma aspettando che passi la crisi e aggirando gli ostacoli, meglio è. Evitate di colpevolizzarvi: non potete farci niente e, comunque, non fate del male a nessuno.
Circoscrivete il problema. Siete affetti da un disturbo ben preciso, avete alcuni problemi ma non ne avete altri. Non lasciatevi sopraffare dall’angoscia, dal marasma, non sentitevi paralizzati da una paura senza nome che v’inchioda sempre nel solito punto. Guardate in faccia il vostro guaio e delimitatelo, dategli il suo vero nome, analizzatene le sfumature che non sono uguali per tutti, non vi fate abbattere e schiantare. Ricordatevi, soprattutto, che si arriva sempre alla fine della giornata, in un modo o nell’altro. “Tutto passa”, mi dico prima di un incontro, una cena, una visita, una telefonata, “passerà anche questa.” A volte è più difficile del previsto, a volte, però, è persino più facile.
Concentratevi. Niente aiuta a rilassarsi più dell’applicazione. State più attenti possibile, seguite con tutte le forze il filo dei discorsi, impegnatevi in attività che vi assorbano completamente, le tensioni si allenteranno, il corpo si scioglierà, la mente non si distrarrà. Se temete di rimanere senza parole, preparatevi una scaletta di argomenti, meglio se domande, e poi datevi all’ascolto attivo delle risposte. Niente appagherà i vostri interlocutori più della totale attenzione. Sarete irresistibili, vi perdoneranno l’impaccio, vi verranno a cercare. Ok, so che questo per voi non è un bene ma comunque gratifica, attenua quella sensazione di essere sempre antipatici a tutti.
E ora vi racconto della mia tesi di laurea. Ditemi se non è da brivido.
È il 1985, 21 novembre. Entro nell’aula magna dell’Università di Pisa per discutere la mia tesi su “Il Signore degli Anelli.”
Socialfobica come sono, non voglio nessuno ad assistere. Ci sono tre gatti, più mio fratello che, allora, ha undici anni. Mia madre resta fuori, mio padre non c’è, è già morto. Sono ansiosa ma so che la mia media è buona, ho 109,36.
La commissione è schierata:
Il mio relatore. Ogni volta che mi vede, dice: “Tanto con lei mi sbrigo presto” e fa passare avanti quella più figa.
La controrelatrice. Non ha nemmeno letto il libro ma, spiega, “lo ha letto suo marito.”
Una serie di galline che non conosco e non mi ascoltano mentre parlo, chiacchierano fra loro.
Discuto la tesi. Logorata, nervosa, tesa, ma la discuto. Tutto sembra a posto, ce l’ho fatta.
Esco, rientro.
“La commissione la nomina dottore in lingue e letterature straniere con punti 105.”
Il sorriso mi si accartoccia sulle labbra, mi si ghiaccia il sudore addosso, mi stringo nella giacca verde come me, impallidisco - dicono - al punto che temono un mio svenimento. L’applauso si blocca, si leva un brusio costernato.
“Perché?" balbetto “Quanto ho di media?”
“100, non è contenta? Le abbiamo dato 5 punti?”
Un filo di voce: “Sì, grazie…” Esco dall’aula. Penso che, al solito, sono io che ho sbagliato a fare i calcoli.
Interviene mia madre, per la quale l’aritmetica non è mai stata un’opinione, chiede di vedere i miei voti, mi richiama indietro. Mi mostrano un libretto che non è il mio, con voti bassi, che non sono i miei. Ridono. La mia laurea, la mia festa, diventa un mercato, dove si discute il prezzo di qualcosa che per me non ha più valore. Se fossi davvero brava, penso, se mi fossi impegnata fino in fondo, questo non sarebbe successo.
Poi non ridono più, scoprono che hanno sbagliato a spillare il foglio, hanno dato i miei voti a un’altra, una che, guarda caso, alle feste balla stretta stretta col mio professore.
Mi danno 110, senza lode. Le galline che non hanno ascoltato dicono che non la merito. Me ne vado a testa bassa. Mi arrabbio con mia madre perché ha preteso quello che mi spettava. Io non voglio niente, solo andare a casa. Senza fiori, senza nulla. Provo rabbia, schifo, vergogna, umiliazione, sento in bocca un sapore di merda che non se ne è più andato e che riemerge a contatto con certe persone, certi ambienti, certi pseudointellettuali che si vantano di non saper cambiare nemmeno una lampadina bruciata.
Non ho più messo piede in università, neppure per ritirare il diploma. Ho fatto per tanti anni un lavoro squallido che non mi rappresentava e che non mi ha mai permesso di mantenermi da sola. Adesso scrivo e basta.

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