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Pic nic

26 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Mi allontano dallo spiazzo, mi accuccio per un bisognino, a ginocchia larghe, culo in giù, coso che penzola fra le gambe. Mi concentro, perché non è che sia proprio un bisognino da nulla, insomma, è impegnativo sto stronzo.
Vedo se esce, guardo anche il rivolo di pipì che corre sugli aghi di pino, secchi e gialli. Noto il picciolo che hanno in cima, in colonia ci avevano insegnato ad intrecciare le collane, bastava prendere la punta e infilarla proprio nel picciolo.
Poi, visto che si va per le lunghe, alzo la testa.
E la vedo. Vedo la pineta per la prima volta dopo ore, dopo averci mangiato dentro gli zerri sotto il pesto, forse perché da questa posizione, a faccia in su, si sente il vento che muove le cime, e la luce piove dai rami, e scaglie di sole mi squamano la pelle come fossi anch’io uno zerro.
Mi pulisco con una foglia, tiro su i pantaloni con una certa urgenza, come se mi premesse d’andare, di camminare, di non tornare dalla Mariuccia e dai figlioli.
E cammino, difatti. Cammino con le ciabatte di gomma sugli aghi di pino, cammino giù per le vallette e su per i monticelli, tocco le cortecce resinose, ascolto i gabbiani che urlano, oltre gli ombrelli, negli squarci di cielo. Il mare, di là, respira salmastro.
Scendo e risalgo, con la zucca vuota di pensieri.
Sento che mi chiamano, che hanno smesso di tirar pedate al pallone.
“Fra un minuto sono lì, ci sto io in porta, ciccetti miei.”

***

Chissà quanto mi avranno cercato. Ma poi, in qualche modo, si saranno arrangiati, la Mariuccia è una donna forte.
Uno qui ci sta bene e non ha bisogno di nulla
Hanno forse bisogno di qualcosa gli alberi?

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