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recensioni

Wanda Lombardi, "Tempi inquieti e altre poesie"

26 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Tempi inquieti e altre poesie

 Guido Miano Editore, 2024

 

Per i tipi della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, nella collana di testi letterari Alcyone 2000, è stata pubblicata la raccolta poetica Tempi inquieti ed altre poesie (2024) della poetessa sannitica Wanda Lombardi, che si compone di due parti: “Tempi inquieti, nuove poesie” e “Perché nulla vada perduto”, antologia di poesie edite a contenuto spirituale e religioso. L’inquietudine è la cifra esatta della poetica lombardiana, una sorta di status quo esistenziale e spirituale moderno che parte dall’anima dell’autrice, si espande nel mondo, per acquisire i suoi influssi e, in ultima analisi, riverberarsi con varie valenze nell’interiorità personale (la stessa dimensione che Lucio Anneo Seneca, agli albori del Cristianesimo, propugnava come caposaldo della vita umana libera). La lirica La mia anima è l’immagine speculare di tutto ciò e va anche oltre, ovvero introduce una dinamica ossimorica reiterata in altri luoghi metrici della raccolta. Qui cogliamo già alcune dicotomie e dualismi tipici, propri dell’incedere concettuale lombardiano. Da un lato il recto della medaglia: “fragile e tormentata è la mia anima”, “una barca alla deriva / quando il dolor percuote”, “accesa ver colui / che per odio è teso a demolire”; dall’altro il verso: “Semplice qual cuore di fanciullo, / trepida quando emozion l’assale”, “una roccia che non crolla / nei tanti scossoni della vita”, “Un terso specchio che riflette amore / per chi amore e gioia sa donare”, “Un libro aperto la mia anima”.

Sempre la stessa lirica può essere presa a modello per un versante dello stile poetico di Wanda Lombardi, cioè la ricerca estetica di un adagio leggermente classicheggiante, come testimoniato anche da alcune parole tronche qui e altrove utilizzate: “dolor”, “ver”, “qual”, “emozion”. Alla stessa stregua la sua ricerca formale si concretizza negli echi di taluni riferimenti letterari del nostro Otto-Novecento classico-ermetico, come in Fragilità, il cui incipit rievoca in soli tre versi nientemeno che Leopardi e Montale: “Il mio sconforto comparando / a quello altrui” … “Comparando” è verbo leopardiano nell’Infinito e richiama pure il somigliare alla vita del passero il costume solitario e dolente del recanatese ne Il passero solitario; mentre “Il male di vivere affronto” è di assoluta derivazione dalla poesia montaliana e ben si sposa con l’inquietudine lombardiana.

L’altro versante stilistico è dato dalla tendenza a una certa forma di poesia-prosa che quindi indugia, anche se con moderazione, in cadenze di tipo narrativo. Paradigmatica è Sfumature, della quale, per ragioni di spazio, riportiamo solo qualche verso: “Nessuna cosa al mondo / uguale è all’altra, / pur nell’apparente somiglianza. / Si osserva, si rivede, si confronta / e tutto accattivante sembra / mentre nella mente si fermano le immagini / e via via esse vengono affiancate...”.

L’ispirazione proviene da regioni e dimensioni dell’esistenza che s’intrecciano e si interfacciano tra loro, creando un ventaglio aperto d’immagini ed atmosfere. Nel mosaico tematico il punto di partenza è senz’altro quell’interiorità a cui s’è già accennato, alla quale s’affiancano i vissuti autobiografici e quindi anche memoriali; un posto di rilievo nei testi è destinato al rapporto io-mondo, relazione conflittuale per le aberrazioni storiche, sociali, ambientali che stiamo vivendo ad opera di homini lupus, ma relazione armoniosa e riconciliatrice con la Natura, pur minacciata da gravi pericoli. Ne risulta un pessimismo antropologico verso l’umanità che, talvolta, produce scene apocalittiche, quando la poetessa indossa i panni di una Cassandra profetessa di sventure. Tuttavia, d’altro canto, l’apparente passatismo e il latente misoneismo di alcune liriche, in realtà non sono tali e non le appartengono ideologicamente e culturalmente, in quanto sono solo reazioni istintive agli eccessi e ai malesseri apportati dall’altra faccia del progresso e della società consumistica, che tutti condanniamo. L’idolatria tecnocratica, delle macchine, della velocità produce furti di umanità in tutti noi che, a lungo andare, metteranno a repentaglio l’essere autentico, proliferando alienazioni e dipendenze: questo è il fondo del messaggio lombardiano, molto realistico ed attuale.

Ed allora, la seconda parte del libro, che in sostanza è poesia religiosa, ristabilisce il cammino per accedere alla Luce, celebrando la spiritualità cristiana, il rapporto con Dio, il ritorno alla fede dei padri: “La serenità interiore / i disaccordi allontana, / avvia alla solidarietà, spinge ad essere migliori” (Ritrovare la pace); “Avvicìnati agli umili, / agli oppressi, agli emarginati / e felice sarai. / Vivere nella felicità di ben operare / è vivere con Dio” (Saper vivere). Queste sono le cose che non devono andar perdute e tale è il testamento ultimo della Lombardi.

Enzo Concardi

 

 

Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino"

25 Ottobre 2024 , Scritto da Redazione Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Gordiano Lupi

Calcio e acciaio- Dimenticare Piombino

Il Foglio Letterario

 

“Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino” nel decennale della sua prima edizione con Acar Edizioni, viene rieditato e riportato in libreria dal Foglio Letterario Edizioni

 

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.

Ultimo libro di una lunga serie dell'autore e traduttore piombinese Gordiano Lupi, Calcio e acciaio, dimenticare Piombino é stato uno dei libri finalisti al Premio Strega 2014 e il vincitore del Premio Bovio a Trani e il Premio Città di Massa.

 Il calcio e l’acciaio fanno da cornice a questo libro che grazie ai suoi protagonisti parla di amore - per una donna, per la propria città Piombino e un amore mancato -, di ricordi del passato, di vita vissuta. Attraverso Giovanni, il calciatore che, dopo il successo, torna alle sue radici, nel paese dove ha trascorso l’infanzia e Tarik il marocchino arrivato in Italia per cercare fortuna e grazie alle sue abilità calcistiche ha il suo riscatto di vita, percorriamo questo viaggio tra presente e ricordi passati.

 

“Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

 

La scrittura di Lupi ci rende partecipi delle vicissitudini del protagonista, dei suoi ricordi e dell’ineluttabilità della sua vita. Tutto calato in un ambiente che accoglie e ben si presta a momenti di raccoglimento a favore di recenti ricordi, vecchi e nuovi amori e incontri. Piombino è a tutti gli effetti co protagonista.

 

Il libro è acquistabile su prenotazione in libreria e online su tutti gli store digitali.

 

IBS: https://www.ibs.it/calcio-acciaio-dimenticare-piombino-libro-gordiano-lupi/e/9791256860272?srsltid=AfmBOootCDUyp8u7pPypjF0JZP5iYiiLSPD-Z55tgy0OX_LVvx0Qm8ly

EBOOK AMAZON: https://www.amazon.it/Calcio-acciaio-dimenticare-Gordiano-Lupi-ebook/dp/B00O2AA8V0

 

 

Note biografiche:

 

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) collabora con PoesiaFuturo EuropaInkrociLa Folla del XXI SecoloQui NewsValdicornia, La Rivista degli Italiani in Francia e altre riviste. Dirige Il Foglio Letterario Edizioni. Traduce gli scrittori cubani Alejandro TorreguitartRuiz, Felix Luis Viera, Zoé Valdés, HebertoPadilla e Guillermo Cabrera Infante. Tra i molti lavori editi, ricordiamo: Nero Tropicale, Cuba Magica, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, Almeno il pane Fidel, MiCuba, Fellini - A cinema greatmaster, Fame - Una terribile eredità, Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo! - Franco & Ciccio Story. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). I suoi romanzi più importanti: Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, Miracolo a Piombino– Storia di Marco e di un gabbiano e Sogni e altiforni - Piombino Trani senza ritorno (presentati al Premio Strega 2014, 2016, 2019). Libri recenti, giugno 2022 e giugno 2023, con il fotografo Riccardo Marchionni: Amarcord Piombino - vol. 1 - I ragazzi di via Gaetae Mi rammento Piombino – Tanta bellezza non la catturerai (Amarcord Piombino vol.2). Nel 2024 ha pubblicato Il fantasma di Alessandro Appiani e La grande bellezza - Raccontare Piombino per immagini (con il fotografo Francesco Viegi). Per la poesia ha pubblicato La città del ferro (2023). Lavori recenti a tema cinematografico: Gloria Guida, il sogno biondo di una generazione, Tutto Avati – Il cinema di Pupi Avati, Il cinema rovente di Umberto Lenzi e Il cinema dei fratelli Vanzina. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/).

Pagine web: www.gordianolupi.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

 

I Ricordi del nonno

(da Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, 2014 – presentato al Premio Strega)

 

2.

 

Giovanni si dirige verso lo Stadio Magona, percorre a passi lenti viale Regina Margherita, e pensa a suo padre, operaio delle Acciaierie, morto quando lui giocava le ultime stagioni nella squadra della sua città. Si chiamava Antonio, era un uomo abituato al caldo soffocante dell’altoforno, un lavoro fatto di gesti ripetuti alla catena di montaggio. Una giornata di fatica per un salario appena sufficiente a pagare l’affitto di un appartamento popolare in un condominio annerito dai fumi della ferriera e a imbandire una mensa che poteva permettersi carne solo nei giorni di festa. Alimentava una macchina infernale che divorava carbone per restituire fumo e prodotto grezzo composto di acciaio. Antonio aveva le mani callose indurite dal lavoro e pensava alla terra lontana, agli olivi abbandonati, alla madre che lo attendeva sulla porta di casa di un paese alle pendici di un monte. Rammentava la sua festa preferita mentre lavorava in ferriera, una festa che anche Giovanni aveva amato da bambino, quella sagra delle ciliegie nei giorni di maggio, quando il colore rosso invadeva il borgo e apriva le porte ad antichi sapori. Giovanni ricorda quando le sue agili gambe di bambino correvano insieme ai ragazzi per rubare ciliegie a grappoli, sporcandosi la bocca e il viso, attaccando i piccoli frutti alle orecchie come fossero campanelle. Antonio coltivava i campi insieme al padre, che un tempo aveva fatto la spola a piedi per tutta la vallata, da Sinalunga a Montalcino, passando per Pienza e San Quirico, con un ciuco carico di legna per il camino di casa, una casa sempre viva, con lui e il fratello che giocavano a nascondersi irritando la madre, mentre la nonna sgranava il rosario seduta sulla sedia a dondolo in canna di bambù. Antonio aveva estirpato le sue radici montanare per avventurarsi lungo strade polverose fatte di fatica e privazioni. La giovinezza e le sue gambe che correvano leste per le strade del mondo lo avevano spinto ad abbandonare il borgo per un lavoro lontano che appagasse il desiderio d’una vita tranquilla.

Il nonno aveva avuto una vita avventurosa. Terracina e il golfo di Gaeta erano le fotografie del passato, i pini marittimi sul lungomare di Formia custodivano i ricordi dei primi baci d’amore. Giovanni ripensa spesso ai racconti del nonno, ascoltati da fanciullo prima di andare a dormire e custoditi dai ricordi paterni. Un grande amore lasciato sul lungomare e via verso il futuro. Un sogno chiamato America non poteva attendere, era il miraggio del povero emigrante in cerca d’una vita migliore.

Francesco, perché devi lasciarmi? Non possiamo costruirlo insieme questo futuro?”, aveva detto Caterina al suo uomo in fuga, ormai deciso a salpare sul battello che lo avrebbe portato lontano.

Francesco aveva scosso la testa e intonato una canzone provando a chiedere perdono a quel cuore in pena.

Il nonno aveva avuto molte donne, ma Caterina affiorava spesso dai ricordi del passato: aveva le spalle minute, il portamento fiero e una vita perduta giovane. Silvia era il sogno dal sapore acre della terra d’Aspromonte, una voglia di vivere che proveniva da antenati abituati a scavalcare montagne per condurre animali al pascolo, al riparo dai venti. Le altre non le rammentava, non ne parlava mai, erano misteriosi sentimenti nascosti dalle ombre della sera, raffiche di tramontana che nascondevano barlumi di memoria.

Il nonno di Giovanni era stato in America a cercare fortuna, come i disperati che in quei giorni approdavano lungo le coste siciliane, a Lampedusa, ricacciati in mare, deportati in lager recintati da filo spinato, cacciati via come figli di nessuno. La sua nave aveva alzato l’ancora e acceso i motori, con lui passeggero di terza classe compagno di topi e valigie ammucchiate in una stiva polverosa. Francesco partiva insieme a tanta povera gente, con la testa zeppa di impossibili sogni a stelle e strisce. L’Atlantico diventava una fuga dagli amori e dal lavoro come cameriere nel ristorante sul porto. L’America aveva aperto le braccia al nonno, gli aveva insegnato la sua lingua, un nuovo modo di esprimersi fatto di gesti e di larghi sorrisi. Il sudore della fronte e il lavoro non erano diversi dalla sua terra, ma questo non lo spaventava. Francesco aveva lavorato in una filanda, mentre le prime auto percorrevano le strade di New York, aveva rubato amore nei postriboli notturni e mangiato nei retrobottega di ristoranti dove lavava piatti per arrotondare un magro stipendio. Incontrava italiani emigranti, proprio come lui, seduti ai tavoli dei bar, parlavano d’una terra lontana, di speranze mai abbandonate. Proprio come gli emigranti di oggi che affrontano viaggi da disperati, pensa Giovanni. Uno di loro ha cominciato da pochi mesi ad allenarsi con il Piombino, viene dal Marocco, è un ottimo attaccante, rapido e guizzante, un vero incubo per le difese avversarie. Giovanni crede in quel ragazzo, punta su di lui per la prossima partita di campionato, quando la sua squadra dovrà affrontare il derby del canale contro l’Isola d’Elba. Tarik è il nome del giovane marocchino in cui Giovanni si rivede, rivede le sue serpentine verso la porta avversaria, rivede la stessa voglia di sfondare nel mondo del calcio.

Se riuscissi a far carriera nel calcio potrei comprare una casa per la mia famiglia, in Marocco”, mormora.

Giovanni sorride.

Non correre troppo. Pensa alla partita di domenica, intanto”.

Emigranti. Pure noi siamo stati un popolo di emigranti. Sembra che nessuno se ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava…

Tarik fugge dal Marocco, dalla miseria e dalla disperazione. A Piombino fa il manovale in una ditta edile, mentre per una piccola squadra di calcio è lo straniero che segna gol a raffica e risolve problemi d’attacco. Giovanni crede in lui. Ha modificato l’assetto tattico in funzione delle sue rapide serpentine che aggirano le difese avversarie. Vede nella sua espressione assente, che spesso si fa cupa e ombrosa, la nostalgia dei suoi avi emigrati in paesi lontani sperando di tornare. Francesco era rientrato in Italia per combattere, assaporando il gusto acre della polvere da sparo, in trincea, per poi finire in un campo di concentramento austriaco e scappare da un condotto di scarico. Anni di sofferenza, di fame, di paura nascosta agli occhi degli altri, lettere alla madre lontana, rifugiata in una collina a cogliere ciliegie nel mese di giugno, covare speranze, cuocere castagne d’inverno in padelle forate e spremere olive per fare l’olio più buono del mondo. Giovanni ricorda il profumo del succo d’oliva e il suo sapore sul pane, quando era bambino. Sapori e profumi che non ritornano, come soldati uccisi in battaglia da colpi di fucile. Francesco era lontano e la madre attendeva con il cuore in pena nella piazza del piccolo paese. Le raffiche della mitraglia, i cannoni, la guerra fatta di piccoli passi, di buche da scavare, i nascondigli, la neve, la melma, le scarpe sfondate, la fame dei giorni passati a pensare ai giorni futuri, i tramonti dietro le sbarre, i campi di lavoro, infine la fuga, i monti percorsi correndo e sperando di poter ancora parlare italiano.

Giovanni ha sentito raccontare così tante volte l’abbraccio tra il nonno e la madre che gli sembra d’averlo vissuto. La guerra era finita e ai morti si aggiungevano nuovi nomi su lapidi di marmo. Antonio era nato da un uomo che aveva percorso il mondo con un fardello di speranze e le valigie di cartone legate con lo spago. Non poteva spaventarlo il lavoro in altoforno, anche se il mostro minaccioso sembrava osservarlo scuotendo la testa di fumo. Antonio era figlio d’un uomo che aveva sognato l’America per tutta la vita, ma che dopo tante avventure aveva accettato la provincia italiana come approdo. Il gigantesco altoforno aveva segnato il destino di un’intera famiglia, anche Giovanni aveva sempre portato con sé l’odore dello spolverino misto a sentori di salmastro che si sente entrando in città, un profumo di ricordi che diventava nostalgia dopo tanta lontananza. Francesco aveva un figlio da crescere, lo osservava ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un altare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore.

Giovanni ce l’ha fatta a non finire in fabbrica, grazie al calcio, ma soprattutto a suo padre. La vita di Antonio era stata di sudore e lavoro dentro il mostro d’acciaio, quell’uomo così silenzioso e scontroso una volta aveva pronunciato una frase che al figlio piaceva ricordare: “Il giorno più bello della mia vita è stato quando mi hai chiamato babbo per la prima volta”, disse. “Anche quando ti ho visto debuttare a San Siro è stato bello. Ma quella è un’altra cosa”, aggiunse con un sorriso.

I cancelli dello Stadio Magona sono spalancati, enormi fauci aperte a divorare la sera, colorati di verde, corrosi dalla ruggine e screpolati dal salmastro. Mattoncini rossi uno sopra l’altro, marmo bianco poroso, colonnine di tufo, finestroni enormi alle biglietterie. Giovanni varca i cancelli come quando giocava al centro dell’attacco o da battitore libero, la borsa sportiva come un calciatore, i ricordi che si rincorrono nel pomeriggio mentre il pensiero corre verso la prossima partita. Soffia un vento di scirocco che scompiglia capelli e pensieri.

 

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Vincenzo Meo, "Oggetti Preziosi"

23 Ottobre 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Vincenzo Meo

 Oggetti Preziosi

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

La raccolta di poesie Oggetti Preziosi (Guido Miano Editore, Milano 2024) di Vincenzo Meo presenta due prefazioni: una di Michele Miano e l’altra di Romeo Iurescia, ntrambe centrate e ricche di acribia, e anche una nota critica di Vincenzo Bendinelli.

La silloge è scandita nelle seguenti sezioni: “Cielo grigio e squarci azzurri”, “Una luce diversa”, “Anonima”.

Significativa la poesia eponima che non a caso è la prima del testo e che in modo incontrovertibile ha un carattere programmatico; “Da ragazzo/ mi avventuravo lungo il fiume/ cercando oggetti preziosi/ fossili, radici, pietre rare/ e tutto ciò che vi fosse/ di insolito e sconosciuto./ poi ad un tratto/ abbandonai quel mondo/ di palpabili oggetti,/ per cercare dentro di me/ oggetti più preziosi”.

Nella suddetta composizione si assiste ad uno spostamento dell’attenzione da parte dell’io-poetante dal mondo delle cose esterne e tangibili all’interiorità del poeta stesso, sfere che hanno in comune la possibilità di contenere cose preziose per la vita e del resto fossili radici e pietre rare divengono correlativi oggettivi per una ricerca simbolica del senso della vita stessa di cose fisiche che sopravviveranno al poeta e a tutti pur essendo inanimate.

Poi per un secondo livello il poeta per un forte impegno etico si ripiega su se stesso per trovare nella sua psiche cose preziose e da questo scavo nasce, scaturisce la poesia stessa che è l’unica cosa che può salvare.

Una forte e insolita chiarezza caratterizza i componimenti di Meo che sembrano sottesi ad una scaltrita e intelligente coscienza letteraria.

La luce e le tinte numinose presumibilmente del cielo sembrano essere dette controcampo quasi come antidoto al male e alla violenza del mondo che turba Meo che però è perfettamente convinto che la vera felicità è nel bene e che una persona possa essere nel carattere fortissima e anche buona in una stabile gioia e che la poesia stessa può nell’attimo fermare il tempo in una forma d’infinito diversa da quella leopardiana se c’è un’uscita trascendente e ogni fenomeno è morale.

Quanto suddetto è colto anche da Michele Miano nella sua prefazione e accade così che il pessimismo di fondo diventi ottimismo. Scrive infatti Miano che Vincenzo affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con quello sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza della degradazione dei valori etici di una società ormai alla deriva.

Non è solo la poesia che salva, perché intimamente connessa alla poesia stessa il poeta per la sua redenzione crede in Dio e fa bene a gettare su di Lui ogni sua ansia e ogni suo dolore e nella poesia Grazie Signore scrive: “ Grazie Signore!/ per averci dato le stelle che ci fanno un po’ di compagnia/ in questo mondo così triste e solo“.

Intrigante un componimento della prima sezione che contiene il concetto della poesia nella poesia intitolato Un poeta; “Un uomo/ un operaio/ un medico/ un professore/ uno scienziato il capo di una nazione/ un poeta/ qualcosa di più/ qualcosa di diverso".

Una vena e un’ispirazione poetica originali in questi componimenti connotati da chiarezza e da eleganza e la loro semplicità sottende la complessità di in pensiero intelligente e profondo che produce un interessante esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

 

Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

                   

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Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"

10 Ottobre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato

Daurija Campana

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Daurija Campana non è nuova alle patrie lettere. Ha già al suo attivo varie pubblicazioni monografiche di poesia: La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e la più recente Sola tra memoria e dolore (2023), con accurato saggio introduttivo di Enzo Concardi.

La presente raccolta rientra in un progetto più articolato di questa Casa Editrice, la collana dedicata al Parallelismo delle Arti: la pittura può risultare poesia muta e la poesia pittura parlante. Per secoli sono prevalsi i principi dell’arte poetica di Orazio e l’assioma di Simonide di Ceo, riferito da Plutarco. Dalla stagione del simbolismo, che non ha ancora cessato oggi di influenzare e sollecitare tanta parte della letteratura e dell’arte contemporanea, il sodalizio tra artisti e poeti si è ripetuto in vari momenti delle “avanguardie” storiche, in cui l’incidenza del messaggio scritto del poeta risultava in parallelo con l’immagine visiva e ne rivelava, nel linguaggio formale, le più profonde significazioni.

Fino a che punto la presenza di un testo poetico può incidere sull’atteggiamento di un artista e viceversa su parallele e concomitanti fonti di ispirazione? Se da una parte ogni artista e poeta rimane fedele a se stesso, dall’altra non si può ignorare quanto la letteratura del passato e contemporanea abbiano sollecitato e illuminato le motivazioni di tanta ispirazione artistica e letteraria. La collana Parallelismo delle Arti nasce con l’intento di accostare per somiglianza un gruppo di poeti – con la scelta dei testi più significativi – attraverso fonti di ispirazioni parallele con un altrettanto gruppo di artisti contemporanei. L’obiettivo è quello di chiarire la condivisione di comuni intenti tra autore e artista, dove le tematiche del poeta sono messe in parallelo alla fonte di ispirazione del pittore: il tema dell’amore, della natura, della memoria, del dolore, della maternità, degli affetti familiari. Già Mario Praz nel suo studio Mnemosine aveva teorizzato il significato del Parallelismo delle Arti e questa collana intende suggerire una chiave di lettura simultanea, affidata alla sensibilità del lettore: «scopo dell’artista è di fare risplendere una forma sulla materia» (Jacques Maritain).

Se poi il poeta e l’artista figurativo coincidono nella stessa persona come nel caso di Daurija Campana, il percorso assume un significato più intrinseco dove i segmenti poetici offrono una dose di suggestione per cui i vari sentimenti si alternano e si mescolano con sapienti pennellate: la nostalgia per il passato, per l’amore finito che non può ripetersi, la presenza impalpabile del padre ormai scomparso ma sempre presente nella sua vita quotidiana, la liricità della natura sentita fortemente nei suoi palpiti atmosferici, quel senso di angoscia ormai stratificata negli abissi della propria coscienza interiorizzata e che trascende il senso della caducità delle cose e dell’umana esistenza. Come osserva Enzo Concardi: «Una poesia che in generale gioca sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale e memoriale. È sempre una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita»: «…E venivo con l’angoscia nel cuore:/ piangendo ti parlavo di mio padre,/ e pregavamo insieme che guarisse...» (Il lago).

La tormentata ricerca interiore di Daurija Campana trova la giusta misura attraverso un intimo richiamo alla poesia ma anche alla pittura, che si anima come fonte di vita. Diventa espressione di un’anima che lotta tra sentimento e ribellione, sofferenza e recuperi di pensiero e spiritualità ai margini del rifiuto, ma anche amore per la vita, nonostante le difficoltà che essa propone come elemento purificativo. C’è il desiderio di trascendere gli elementi stessi dell’esistenza per giungere a dare di questi elementi la parte più intima del loro senso. Si legga la lirica Cade la pioggia: «Il cielo è sereno, cade la pioggia,/ oggi il sorriso è turbato dal pianto,/ il viso riga scendendo la goccia,/ l’animo giace perduto ed affranto…».

Se in alcune liriche le immagini autobiografiche denotano particolari stati d’animo, in altre assumono valori che rivelano una lucidità intellettuale di chi non si scoraggia. Daurija Campana costruisce la sua arte utilizzando tematiche di estrazione classica: l’amore, la morte, l’eterno, la natura, la memoria che però ella arricchisce con la sua sensibilità squisitamente femminile. Così anche i dipinti presi in rassegna in questa monografia assurgono a una maggiore incisività del suo dettato artistico. A titolo di esempio si notino i vari dipinti dove l’autrice sembra prediligere la figura umana femminile: La verità (che poi è anche la copertina del volume Sola tra memoria e dolore) ma anche Sentieri, Autoritratto, Timidezza, La lettura, Primavera, Il broncio. Figure umane nella loro plasticità, colori caldi e pastosi, tratti ben delineati dove la morbidezza e la sensualità di alcune forme rimandano a una realtà liricamente sentita, che trascende la determinazione fisica.

Arte come vita per Daurija Campana, in simbiosi con un atteggiamento e attitudine riflessiva, la quale si traduce spesso in una visione pessimistica ma seppure non frequentemente, lascia aperto lo spiraglio alla via della speranza. Il disegno sicuro e robusto, coagulato nell’impasto cromatico, nella sua stessa intrinseca lucidità intellettuale, che dell’opera sostiene gli equilibri e i rapporti spaziali, riappare nella tensione psicologica dell’immagine, nella sua sintetica espressività. Così la Campana si fa testimone dell’anima delle cose, in una pittura che segue in parallelo l’ispirazione letteraria in un’arte che si rinnova non in maniera esternamente clamorosa, bensì nell’interno: nell’accostarsi cioè con amore all’oggetto, al paesaggio, alla natura, alla persona. E lo fa in modo silenzioso e delicato. Si guardino ad esempio le pitture: Odette, Il lago, Alba sul viale dove la morbidezza delle forme, il caldo luminismo che unisce e fonde le tenui immagini della natura e delle cose rapiscono il lettore.

Emblematica e significativa è la suddivisione in quattro parti della presente monografia come a indicare quattro fasi ben distinte del proprio percorso interiore ma anche artistico: Qualcosa di nuovo, Qualcosa di vecchio, Qualcosa di blu, Qualcosa di prestato, una raccolta di liriche inedite ma anche una miscellanea di testi già pubblicati in precedenza. Dove ad esempio il colore Blu rappresenta lo stato d’animo dell’autrice: «Ti ho scelto tra tutti i colori/ per dipinger la mia anima/ e le ferite del mio cuore/ ancora non cicatrizzate. // Ti ho preferito perché prezioso, / da usar con sobria parsimonia/ pregiato e non sostituibile./…/ Rendi profondo il mare calmo,/ infinito un pezzo di cielo,/ angosciato il mio piccolo mondo» (Blu), come anche tutto in Blu è il quadro Timidezza.

Numerose sono le composizioni dedicate al padre, in generale nella produzione letteraria della nostra autrice e nel dipinto Mio padre, lo raffigura alla guida del suo trattore mentre coltiva la sua terra.

E per lo scrivente prefatore accomunato dallo stesso destino dell’autrice, non può rimanere immune da tanta “elegiaca sofferenza”. Daurija Campana crede nella vita perché crede nella poesia. Per dirla alla Umberto Saba, un autore che credeva nella poesia e nella vita, e credeva nella poesia perché credeva nella vita: «… d’ogni male/ mi guarisce un bel verso…» (U. Saba, Finale).

Michele Miano

 

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021), Sola tra memoria e dolore (2023) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

 

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Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo (Dialoghi d'amore)"

2 Ottobre 2024 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Franco Colandrea

 A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)

Guido Miano Editore, Milano 2024.

Recensione di Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Un itinerario inconsueto, un viaggio spirituale nella solitudine e nel silenzio, anzi addirittura nell'oscurità della notte, nel sogno nel quale si sviluppano i “dialoghi d'amore” tra il padre, vivente e il figlio dalle dimore dell’eterna Verità. “Caro papà… qui è tutta luce; luce illuminante, luce pervadente, luce generatrice; è luce universale, è beatitudine.” È proprio questa luce che il padre aspira a raggiungere qui sulla terra. È luce interiore, luce spirituale. Il padre, da convinto pensatore empirico e materialista, ignorava la dimensione dello spirito e respingeva la speculazione metafisica. È il dolore, sopraggiunto come un fulmine, che lo scuote e lo avvia per sentieri nuovi; nasce così imperioso in lui l’anelito alla luce spirituale. E si ripiega su se stesso fino allo stadio più alto dello spirito, la coscienza, dove si ode la voce di Dio che è amore e richiama l’uomo all’amore universale.

A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)” di Franco Colandrea (Guido Miano Editore, 2024) è un viaggio travagliato, tra alti e bassi, tra tenebre e fulgori fino al traguardo della luce spirituale che lo porterà al disopra dei tormenti terreni fino al raggiungimento della quiete dell’anima. Una sorta di Beatitudine che è il riflesso qui sulla terra della Beatitudine celeste. Ed è possibile. Sicuramente.

E il figlio, nelle varie tappe del sogno, indica al padre la via.

Il primo passo è sfrondare la propria coscienza da tutti i pensieri dolorosi e pensare invece ai momenti belli vissuti insieme. Efficace è la concentrazione del pensiero senza che si faccia deviare.

Sfrondare poi l’animo dai condizionamenti della vita, che alterano e guastano l’essenza della persona. Così ci si alleggerisce della zavorra di cui ci ha appesantito l'esistenza. Questo alleggerimento è lo stadio della purificazione interiore che porterà alla quiete dell’anima.

Analogamente avviene nella malattia quando la forza della mente può modificare il corso letale e portare alla guarigione. Il padre, medico naturopata, tenace assertore della “Vis medicatrix naturae”, cioè della forza medicatrice della natura, così si rivolge al figlio: “…attraverso gli studi sulla naturopatia, ho scoperto e acquisito che con la nutrizione (digestione, circolazione, respirazione e assimilazione) vi è una continua riparazione dei tessuti che consumiamo vivendo. Attraverso essa, se le circostanze lo permettono, l’organismo ammalato guarisce di per sé.” E aggiunge: “Il buon medico dovrebbe lasciare spesso che agisca la natura.” L’animo lieto nella malattia è di fondamentale importanza. Lo raccomandano i medici.

Il figlio così conclude: “Ti puoi ritenere un essere illuminato dalla luce del tuo sé più profondo e questo ti darà l’opportunità di esplorare gli stadi superiori della tua mente, così riuscirai a dare ancora più luce alla tua intelligenza… e solo così potrai dare pace alla mente.”

La quiete però non è da intendere come imperturbabilità. Tutt’altro. La luce cos’è se non il riverbero dell’amore? Nell’aldilà tutto è luce perché risplende l’Amore di Dio. Luce e amore sono un tutt’uno. Altro allora che imperturbabilità! Le anime stesse del Paradiso seguono i loro cari in terra. Esempio appunto questi dialoghi d’amore tra padre e figlio, tra cielo e terra. È il figlio che conduce il padre alla quiete dell’anima.

Ma cos’è allora questa quiete?

È più che quiete! È felicità. È Beatitudine. Proprio qui. Sulla terra. E questo succede quando, coltivando la vita interiore, nel profondo della coscienza sentiamo la voce di Dio, l’uomo entra in dialogo con Dio e nell’Amore, succede il prodigio che l’essenza umana si fonde con l’Essenza divina. E in questa fusione sta la Felicità. La Beatitudine qui in terra.

Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"

24 Settembre 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Franco Colandrea

A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede si può definire come il diario di un’anima, di un padre che ha perduto prematuramente un figlio, e così la morte del figlio Paolo diviene per Franco Colandrea occasione di uno scritto che virtualmente è indirizzato al figlio stesso; non un monologo, ma Dialoghi d’amore, come suggerisce il sottotitolo del volume.

Il tema della morte di un figlio è stato già oggetto di opere letterarie come per esempio il libro di poesia Il dolore di Giuseppe Ungaretti e la letteratura diviene così strumento per la rielaborazione del lutto e del resto scrivere è sempre qualcosa di salvifico.

Il libro presenta una prefazione esauriente e ricca di acribia di Floriano Romboli intitolata L’intensità di un amore senza confini.

A livello strutturale il testo è costituito da una sequenza di brevi frammenti tutti forniti di titolo e il linguaggio usato da Colandrea è chiaro e icastico.

Ricorre il tema del ricordo del sorriso di Paolo e il padre rievoca momenti felici a contatto con la natura passati insieme.

L’interlocutore dell’io-narrante è Paolo al quale Franco si rivolge come se gli mandasse lettere o messaggi in bottiglia, come se fosse una presenza-assenza e Colandrea, con queste missive destinate al figlio scomparso, ne riattualizza il ricordo attraverso la memoria involontaria in modo positivo e costruttivo per rivivere nello scatto e scarto memoriale i momenti belli passati con lui.

Si può considerare architettonicamente questo volume come una serie di flash che descrivono situazioni profonde a livello affettivo tra un padre e un figlio molto legati tra loro e le situazioni descritte sono ambientate soprattutto nel tempo dell’infanzia di Paolo, anima in formazione sensibile e felice, anche perché ha la fortuna di avere un padre lungimirante, buono e intelligente che gli vuole veramente bene, e credo che ogni lettore-genitore può identificarsi tout-court con l’io narrante.

Una natura idilliaca fa spesso da sfondo, da cornice al binomio padre-figlio e anche il sogno e il sogno ad occhi aperti fanno parte delle tematiche espresse dall’autore.

Molto suggestivo il frammento intitolato Un fiore nella notte dove è presente il tema della metamorfosi quando l’autore dice di vedere gli occhi scuri e profondi di Paolo e l’Io del figlio mostra al padre un fiore nero e Franco gli svela l’enigma dicendo che quel fiore è il fiore della notte, del buio e dell’oblio ed è egli stesso.

Libro intelligente e felice che, pur partendo dal dato incontrovertibile del dolore, tramite l’esercizio di conoscenza e la riattualizzazione di situazioni passate, diviene salvifico e serve a rinnovare la gioia dell’amore nella sua inscindibile relazione proprio con la stessa morte.

Raffaele Piazza

 

 

Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Wanda Lombardi, "Tempi inquieti e altre poesie"

21 Settembre 2024 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Tempi inquieti e altre poesie

Wanda Lombardi

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

Torno a visitare il mondo di Wanda Lombardi, poetessa di Morcone, in provincia di Benevento, che mi sembra di conoscere da sempre. Ho percorso il viaggio a ritroso nel suo lirismo e nella sua esistenza attraverso l’Opera Omnia (2023), e sono consapevole che si tratta di una voce polifonica e di rara purezza, che ruota attraverso l’inquietudine, il misticismo e la natura.

La presente raccolta poetica ci riconduce alla sua fuga interiore, segno di un’intensa, inesausta vitalità dell’anima, mai paga del quotidiano, tesa a una meta degna dei suoi sforzi e dei suoi ideali, pur consapevole, per dirla con Vincenzo Cardarelli e la lirica Gabbiani, che il suo destino è «vivere balenando in burrasca». La cittadina nella quale l’autrice vive da sempre ha intriso la sua indole di vicoli che cercano spiragli, di scale che vorrebbero arrivare al cielo, ed è divenuta un tutt’uno con la sua intensa spiritualità: «…Il cinguettio di uccelli, / un gorgogliante rio / e da presso i rintocchi lieti / di campane della vicina chiesa / mi scuotono al loro ritmo / si affianca il cuore / in una sorta di condivisione e amore…» (La musica della vita).

Il tessuto artistico della Nostra è cucito alle radici, che rendono melodia i suoi versi; ella trae forza per affrontare le fatiche del vivere dalle atmosfere morbide, variegate del Sannio, territorio campano che raggiunge il litorale del Molise e del basso Abruzzo. Forse la sua stessa scrittura caratterizzata da una molteplicità di suoni trae origine dalla struttura variegata della regione. Il tempo di Wanda Lombardi è stato travagliato, il lirismo ne è calda, superba testimonianza, e mi viene da pensare a un’ulteriore similitudine con l’asprezza e il coraggio atavico dei sanniti, che seppero evitare le sottomissioni ai romani e opporsi ai periodi difficili. Non a caso la poesia Nell’andare recita: «Nei giovanissimi anni / ho camminato con immane dolore / che stretto ho serrato nel cuore / dinanzi a muri di ferro…».

Le sue sofferenze hanno avuto inizio negli anni della giovinezza, quelli in cui tutti abbiamo potuto tenere aperti gli oblò della speranza, perché era considerato un diritto inalienabile. Anche i grandi della nostra Letteratura, ai quali l’Autrice si ispira, descrivono gli anni giovanili in modo lieto e luminoso. Molti critici hanno definito nichilista il versificare della Nostra, e non si può dar loro torto, sebbene io scorga dietro i «muri di ferro» il concetto eracliteo dell’armonia dei contrari, la capacità del suo mondo di reggersi, di rimanere in tensione, di continuare a stupirsi: «…Malgrado gli alti e bassi, / meravigliosa è la vita / ché anche i momenti bui / forza ridanno…» (La collana della vita).

I punti di debolezza si trasformano spesso in risorse, si distilla da essi la forza per affrontare le difficoltà. E l’equilibrio tra gli opposti consente alla Lombardi di calarsi nel sociale con sguardo caldo di pietas, valutando i pericoli del male, schegge di guerra in periodi bui come quello che attraversiamo. Si coglie nei suoi versi l’esortazione a non cadere nella trappola degli oltraggi, dei pregiudizi, delle offese. Il richiamo suadente a creare ponti verso il prossimo è adamantina esplicitazione della fede, che consente all’uomo di sentirsi saldo perché appoggiato a qualcuno molto più forte e giusto di lui. Ella crede nel Dio che ha creato gli uomini, non nell’idea del Signore creata dagli esseri umani: «…Rotte difficili da seguire / e delusa pensa che i segreti / del cielo e del mare / sono solo nella mente di Dio» (Desiderio d’infinito).

In questa nuova, breve raccolta di poesie la Lombardi si sofferma sul tempo che stiamo vivendo, sull’intelligenza artificiale, ovvero l’abilità delle macchine di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento e la creatività. Nella lirica Il tempo della velocità scrive: «…in un’epoca in cui sempre più veloci andiamo, / spesso dimentichiamo la necessità / di pensare, di usare il cervello / che tempi più lenti ha per lavorare…». Ed è evidente che per una poetessa il ricorso ai computer per pensare equivale a un’epidemia di sfiducia verso il futuro. Inoltre la sua lunga carriera di insegnante le ha dato modo di instaurare rapporti empatici con i ragazzi, di capire le loro esigenze, le loro fragilità. Non vuole credere che si potranno trasmettere valori alle nuove generazioni attraverso la robotica, sebbene le evidenze dimostrino che la maggior parte degli studenti faccia ricorso all’intelligenza artificiale.

La Lombardi sa dove rifugiarsi per rigenerare la mente e il corpo: tra i miracoli di madre natura. Albert Einstein asseriva che «Ogni cosa che si può immaginare, la natura l’ha già creata», e potremmo aggiungere che l’universo infinito del creato non rappresenta un luogo da visitare, è casa nostra. Purtroppo non siamo stati bravi nel rispettare un simile dono, lo abbiamo offeso, tradito, inquinato. L’Autrice dinanzi a un prato verde, a una vetta, ai fiori, al cinguettare degli uccelli si apre alla chiarezza, alla semplicità, cancella gli egoismi e pratica il rispetto. Nutre la consapevolezza che l’individuo diventa ciò che si lascia costruire attorno e che destrutturarsi equivale a restare se stessi: «Nella solitudine che deprime / amo percorrere sentieri / che non s’impongono; / essi ti ascoltano con pacatezza, / a fidarti ti invitano e a riflettere…» (Sentieri).

Struggenti i ricordi degli amori volati in cielo; l’assenza, già compagna di vita dell’Autrice, si materializza di fronte alle perdite, ma subentra il suo senso eracliteo laddove recita che la sofferenza degli addii è compensata dalla gioia di aver potuto vivere gli amori. La memoria li rende immortali. In A mio fratello Ubaldo si leva il canto più straziante: «Tenero germoglio / maldestramente strappato, / piccola goccia d’acqua / nell’aere dispersa / tu, Ubaldo, che della mamma il volto avevi e il cuore…».

Alla silloge Tempi inquieti fa seguito una breve raccolta dal titolo indicativo: Perché nulla vada perduto, quattordici componimenti estratti da opere precedenti al fine di rendere esaustiva la sua melodia. La poesia che spalanca le isole del passato la conosco bene e la reputo un gioiello a livello contenutistico e formale: «Eri venuto da lontano / a portare il tuo messaggio di speranza, / a ravvivare la nostra fede spenta…» (A Papa Wojtyla). In questi versi la Lombardi dimostra che colui che ha fede avverte l’esigenza di incontrare una persona illuminata, di sperimentare la gioia di essere di fronte a qualcuno che permetta di vibrare sullo stesso registro.

Il percorso verso la spiritualità è un cammino di crescita e di apprendimento permanenti. Il misticismo rivela un modo per avere conoscenza. Si può considerare vicino alla filosofia, tranne per il fatto che in quest’ultima il metodo di indagine è orizzontale, mentre nel misticismo è verticale. Ho già avuto modo di soffermarmi sulle concezioni religiose della meravigliosa poetessa sannita, mettendo in rilievo che i mistici non sono pensatori, ma artisti segreti: poeti senza versi; pittori senza pennello, musicisti senza note. Lei possiede la forza granitica dei versi e sa distillarla anche per la scrittura in prosa.

La cifra stilistica di Wanda Lombardi è priva di ogni figura retorica, eccezion fatta per le similitudini. Ricorre in alcune occasioni all’adozione di splendidi endecasillabi, che dimostrano la sua conoscenza delle basi della poesia. La musicalità è assordante. Stordisce i sensi, li addestra a nuovi tipi di ascolto. Il merito è soprattutto del ritmo, dato dalla posizione degli accenti tonici sulle vocali più evidenziate nella pronuncia. Nel suo caso il ritmo è naturale, i suoni sono aperti, tremano, aumentano la tensione emotiva. Si può senza dubbio parlare di un’artista ispirata. E il pensiero va ai greci che ritenevano il poeta ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato vicino ai pensieri di Dio.

Pur non potendo parlare di condizione estatica, credo sia evidente che la Lombardi possieda la funzione mentale che consente di percepire le cose materiali e spirituali senza passare attraverso la logica. Non concepisce i tecnicismi, sa guardare oltre le cose ed è visionaria nel senso positivo del termine, in quanto sa anticipare ciò che deve nascere elaborando disegni che possono dirsi rivelazioni. Non credo possa esistere un poeta realista, è ossimorica la stessa definizione. Il motore del visionario è il coraggio, oltre alla creatività. E la cara, carissima poetessa delle valli che conosco bene, porta in sé il coraggio delle ferite. In natura l’ostrica produce la perla se viene offesa e resa inabitabile da corpi estranei. La conchiglia produce la madreperla per proteggere il corpo indifeso; e forma splendide perle lucenti, pregiate e diverse l’una dall’altra. Senza il dolore l’ostrica non produrrebbe perle. Si tratta di una metafora ardita, ma a mio umile avviso adatta a una donna che si è rivelata combattente in ogni giorno della sua esistenza e ha trasformato le lesioni dell’anima in perle lucenti che scaldano i giorni e le vite di coloro che le leggono e le trattengono nei cuori.

Io mi ritengo una prescelta e voglio ringraziare l’artista che sa «lenire l’altrui dolore», «avvicinarsi agli umili» e comprendere la parola di Dio. Se i critici sono deputati alle esegesi del suo dire, io entro in comunione con la sua essenza, respiro le sue storie, imparo la danza lenta del tempo e m’inchino a ogni perla deposta sul greto del Calore.

Maria Rizzi

 

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L’AUTRICE

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2013). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali:  La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).

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Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Tommaso Tommasi, "Poesogni"

15 Settembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Tommaso Tommasi

POESOGNI

 

L’argomento dei sogni, della vita onirica, è l’esclusività di questa pubblicazione dello scrittore marchigiano, vivente nella bergamasca, Tommaso Tommasi. Il libro è stato edito nel luglio 2024 a Milano dalla Casa Editrice Guido Miano, nella collana di testi letterari “Alcyone 2000”. Reca come sottotitolo “Poesie e sogni”: si tratta infatti di un’opera costituita dall’alternanza di prosa e poesia, dal racconto dei sogni personali dell’autore, intervallati da brevi liriche. La prefazione è stata scritta da Michele Miano il quale colloca “Poesie e sogni” come la continuazione delle due opere precedenti, Ripamaro (2020) e Lamodeca (2022), in una trilogia ideale a formare “... un percorso di vita e sperimentazione linguistica”. In esergo l’autore presenta quattro versi che forse vogliono essere una traccia di lettura di tutto il complesso dei suoi testi che si sviluppano in seguito: “Vivo per sognare. / Il sogno è poesia. / Ma poi mi sveglio e trovo / intorno a me il mondo”. Il racconto della vita onirica notturna si avvale di una prosa semplice, diretta, senza pretese letterarie, ricordando i sogni che lo hanno visitato nelle fasi di sonno dell’esistenza, quasi una scrittura a briglia sciolta che sembra essere un outing dovuto ai prodotti immaginari del proprio inconscio, mentre le poesie che si intervallano posseggono un valore lirico superiore, un’intensità elevata, uno spettro immaginifico e creativo di grande suggestione ed attrattiva, pur lasciando spesso il lettore alle prese con l’interpretazione del maggior numero di esse.

 Una parte delle narrazioni svela che si tratta di sogni interrotti ed il risveglio è di natura bipolare, così come il contenuto delle vicende oniriche: in altre parole il mondo dei sogni di Tommasi ha sia delle caratteristiche rosee, romantiche, amorose, positive, sia delle connotazioni contrarie, ovvero ha più senso parlare, in quei frangenti, di incubi, trame noir, situazioni angosciose (forse un po’ alla Edgar Allan Poe), negatività. Tant’è vero che abbastanza di frequente ricorre la frase: “per fortuna mi sono svegliato” (allocuzione posta anche al termine del libro, dopo l’ultimo sogno, Il mare di plastica, nel cui finale l’autore scrive: “... E poi mi trovai a galleggiare insieme a tanti oggetti di plastica. Intorno alla mia barca non c’erano più pesci, ma tanti oggetti colorati, che avevano trasformato il mare in qualcosa di orribile”). Dunque ecco che il contrasto fra sogni e realtà si può invertire rispetto a quel che comunemente si pensa: la vita onirica non è solo un viaggio beato tra le nuvole, ma si può trasformare – l’esperienza lo insegna ed anche nell’autore è così – in un viaggio all’inferno, con notti agitate e improvvisi risvegli accompagnati da stati di panico. Un altro aspetto che appare dai racconti di Tommasi è quello dei sogni-presentimento, come l’esempio sopra citato del mare di plastica, rischio di un inquinamento ambientale reale.

Narrando dei propri sogni l’autore si tiene lontano da ogni interpretazione psicanalitica (scuola freudiana, adleriana, junghiana) ma, come recita chiaramente il titolo del libro, ne trae ispirazione poetica, anche se il legame tra un sogno e la relativa lirica non è quasi mai evidente, dal momento che la raffigurazione traslata dei significati è estremamente soggettiva e quindi conosciuta in ultima analisi solo da chi la compie. Occorre ancora tener conto del linguaggio criptico, esoterico, ermetico dei testi per completare il quadro dell’irrazionalismo imperante nell’opera, del resto già insito nella materia onirica, la quale deriva da una dimensione della nostra psiche per definizione illogica, inconscia e quindi non controllabile dalla volontà e dalla ragione. Ne sono testimonianza diverse composizioni che rappresentano il sentire del poeta, il cui lessico – pur affascinante e intrigante – può sconcertare per la sua enigmatica natura: “Il diapason del merlettaio / ramifica l’ossequio del poliglotta / e gorgheggia sul monolite d’acciaio” (senza titolo); “L’apparenza sconquassa / come un cacciatore / che racconta di sommergibili / arrugginiti dell’isola / dove il tramonto dell’eloquenza / emana un iter istintivo” (senza titolo). Altrove invece il messaggio si comunica con più comprensione: “Mi sono allontanato / dal cerchio di fuoco: / non seguirò più / le lunghe strade / che non hanno / orizzonti limpidi: / resterò solo / sulle strade del cuore” (senza titolo). Tommasi ha sentito il bisogno di dar luce ai propri sogni sognati traendone poesia: potrebbe essere una nuova strada per il futuro.

Enzo Concardi

 

 Tommaso Tommasi, Poesogni - Poesie e sogni, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-36-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa, "Quando la poesia incontra l'arte"

12 Settembre 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Quando la poesia incontra l'arte... di Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa (Hever Edizioni, 2024 pp. 88 € 18.00) accorda, con meravigliosa corrispondenza artistica, la vivace e brillante complicità degli autori, nella relazione fortunata di rappresentare e interpretare l'evocazione poetica, nell'intensità delle parole e nell'incantevole scenario dei dipinti. Il libro racchiude poesie molto significative, dettate dalla fervida e appassionata personalità di Cesare Verlucca, animate da un sentire autentico, assiduo, consolidate dalla qualità della gratitudine e della pienezza presente della vita, ancorate all'eco sentimentale dei ricordi e alla libertà irrinunciabile dei desideri. L'incontro felice e propizio tra Cesare e Michela è la solida e luminosa dimostrazione di un percorso favorevole, tratteggiato dalla speciale e accogliente espressione di un'unica mano e un unico pensiero, nella combinazione positiva dell'attività creativa, nel nobile ed esclusivo panorama idilliaco. Cesare Verlucca elogia la preziosa e coinvolgente affinità esistente tra poesia e pittura, abbracciando la natura intimamente connessa delle immagini che rinnovano la scrittura, propone il disegno di una poesia commemorativa, capace di spiegare la raffigurazione dinamica e inquieta dell'anima, di trasmettere l'equilibrio commovente degli affetti, la percezione smarrita e apprensiva della realtà. La poesia di Cesare Verlucca evolve sempre la sua finalità letteraria nello sviluppo stilistico di una colloquiale e familiare confidenza, in cui il verso è sintesi originaria del movimento interiore, intonazione introspettiva, tensione esatta delle corde romantiche. Descrive lo svolgimento della persuasione emotiva, il passaggio esistenziale della conoscenza, adotta la sensazione esplicita della comprensione, suggerisce il dettaglio delle suggestioni, completando l'identità inscindibile tra l'estetica della fantasticheria e la verità delle riflessioni. I dipinti di Michela Mirici Cappa rivestono la poesia silenziosa delle emozioni, traducono l'indelebile capacità celebrativa degli elementi spirituali, arredano, con i colori ricchi di riflesso inconscio e di contenuti delicati e toccanti, la rivelazione della nostalgia, effige dell'impronta malinconica di ogni indugio del cuore. Trasferiscono, con ogni superba pennellata, l'osservazione e fanno emergere la complessità della condizione umana, immedesimando il lettore nello spirito segreto e crepuscolare delle cose, nella dimensione lirica che tinge la sfumatura degli stati d'animo. Cesare Verlucca utilizza ogni metafora elegiaca per comunicare la vocazione di una identità saggia e lungimirante, caratterizzata dal valore dell'esperienza e dei sentimenti, testimonia l'alleanza personale e riservata con l'avventura eccitante della vita, nell'intreccio intimo, privato, autobiografico del proprio attento e meditato pensiero. La poesia di Cesare Verlucca offre un'indagine umanistica del vissuto, contempla la struggente espressione dell'istinto e della passione, si fa portavoce di un sensibile miracolo, nella volontà di andare oltre e superare il confine della speranza. Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa condividono il valore oraziano nella locuzione latina “Ut pictura poesis” (Come nella pittura così nella poesia) nell'essenza divinatrice della sovrapposizione delle arti sorelle, nella loro energia eloquente.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa, "Quando la poesia incontra l'arte"
Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa, "Quando la poesia incontra l'arte"
Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa, "Quando la poesia incontra l'arte"
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Yuleisy Cruz Lezcano, "Di un'altra voce sarà la paura"

4 Settembre 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Di un'altra voce sarà la paura di Yuleisy Cruz Lezcano (Leonida Edizioni, 2024 pp. € 14.00) richiama il carattere atrocemente diffuso della violazione dei diritti umani delle donne ed evidenzia il terribile atto della violenza. La poetessa include nella brutale tematica il tormentato cammino di ogni espressione di discriminazione e di ogni minacciosa intimidazione, spezza l'urlo soffocante di dolore lacerando nei versi la paura trattenuta, condanna la persecuzione del ricatto psicologico, intimo e privato, che aggredisce il genere femminile, annientando la volontà e la dignità per l'ignobile crimine dei maltrattamenti subiti. Yuleisy Cruz Lezcano cerca un'altra voce, un accento per trattenere l'angoscia e dilatare la capacità di sussurrare l'intensità emotiva, liberare la propria identità, riconoscere l'impedimento fisico e sociale di un'ideologia maschile. Mantiene alta l'attenzione nei confronti della distruttiva e pericolosa impulsività, dell'esplosiva attualità negativa, dichiara colpevole qualsiasi forma di infido dominio all'interno delle relazioni umane, l'inganno per una comunicazione abusata dall'impetuosa e incontrollata imposizione di ogni crudeltà. Descrive la gravissima costrizione dell'isolamento dal mondo esterno e dalla propria indipendenza, narrando una poetica cruda, dannosa e fatale in cui la dipendenza maschile domina la persecuzione, trafigge il cuore e uccide l'innocenza profanandone il tragico smarrimento. La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano espone la durezza delle parole con la sequenza di un realismo drammatico, cinico e ineluttabile, mette alla prova la fragilità paralizzante del trauma con le conseguenze stremate e silenziose dell'indifesa e disarmata situazione umana, abbraccia lo sgomento di un universo devastato e sconfessato le cui impronte sono rintracciate attraverso le efferate fenditure dell'anima, le malvagie e inequivocabili impressioni, le delittuose omissioni del presentimento. Yuleisy Cruz Lezcano percorre il dilaniante itinerario verso l'estrema epigrafe della sopravvivenza, esplora lucidamente la nitida e spaventosa testimonianza di tutto ciò che si insedia, inquietante e profetico, intorno alle vittime e ai carnefici. Provoca, con la commossa e intensa denuncia dei versi, l'ineluttabile tensione dei comportamenti ostili, suscita sentimenti di rifiuto contro la perversa direzione assillante e possessiva di un'esclusività innaturale dei sentimenti umani, indica lo sdegno dell'esasperazione, il motivo irreversibile, la distruzione rovinosa della sensibilità, l'emergenza nel disagio della soggezione nociva. La poetessa lenisce la straziante ferita, ricompone i frammenti dispersi di un corpo ammantato dalla spettrale ed emaciata inafferrabilità dell'amore, nella mancanza della ragionevolezza. Il libro racchiude il naufragio dell'umanità, tracima il solco profondo del male nella voce annientata dall'inevitabilità della violenza, ferma nella cristallizzazione dell'inchiostro l'insospettabile confine tra le lesioni dello spirito e le contusioni della distruzione morale. Arriva al lettore come un macigno intollerabile nella coscienza, sfibra e scuote il reticolo dei pensieri, rinnova la prospettiva faticosa e affannosa della desolazione e della sua resistenza, la curva fragile della speranza oltre la direzione tortuosa dello sconforto. La voce della poesia dona l'ampiezza della fiducia, amplifica il mormorio della commiserazione per ogni desiderio di risollevare dalla spietatezza dell'inumanità la generosità della compassione.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Urlo rosso

 

Stamane ho sentito un urlo

rosso parlare da urlo,

ed era sangue di lava

che bruciava, che parlava

come il mondo

e diceva: “Ora sei

libera! Come le corde

di un'arpa, che pur se vibra,

ha scordato il senso

della vita”.

             “Ora sei libera

come una poesia di riporto

che non sa dire “No”

al suo intenso sentire

passioni nel vuoto

con silenzi da urlo,

simili alle parole”.

 

 

 

Volontà inascoltata

 

Chiusa notte di vertici

bruciati, sottosuoli di canali

preannunciano tempeste, trasmigrazioni

di blocchi di nebbia sul grigio

sangue che sposta silenzio.

Mi anestetizza un grande

silenzio, due mani stringono

dove non mi concedo, dove

non voglio. Due labbra umide

cadono sulla mia impronta

e io che per morire non ero

pronta, sto morendo nel respiro

nero che evito di ascoltare

mentre dal mio cadavere

già eredito le ferite.

 

 

 

Conformità

 

Crea da un passato

la realtà pieno

di morte, pone

l'essenziale

divenuto diverso

nel falso vedere

una realtà capovolta

 

in uno specchio,

conosce dei giorni

l'inconfessato spazio,

nell'esercizio del sospetto

non c'è malessere

di fronte al reale,

è l'esistenza

 

tolleranza

della sua maschera.

 

 

Altrove

 

Lacrime veloci

mi portano via in luoghi

lontani, dove tutto quello che mi vede

mi riconosce in quello che si chiama donna

senza una patria, senza un nido

schiacciata da un brivido

come un fluido che perde

la forma dei pori

per poi scorrere

lontano

 

lontano.

 

 

Me ne vado

(ultimo saluto del poeta)

 

Me ne vado dove la mia accesa

indignazione non può squarciare

il mio petto. Me ne vado da queste dita

che fanno male indicando lo sguardo

che non vuole più guardare i tatuaggi

non voluti, da dove la violenza s'incammina

scuotendo la mia inerzia. Me ne vado

da questa tendenza a rimescolare

colpe che si agitano come una bestia

bagnata dalla pioggia che si scrolla

- conservando la puzza - ovunque

disseminando gocce di giudizi.

Me ne vado dalla parola, dalla voce

del nero che si contrappone all'aureola.

Me ne vado per paura d'essere la mano

dove invelenito il sangue prende forma.

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