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recensioni

Wanda Lombardi, "Tempi inquieti"

23 Dicembre 2024 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Tempi inquieti

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Wanda Lombardi torna a far sentire la sua voce poetica con una breve ma intensa raccolta, Tempi inquieti, per Guido Miano Editore: venticinque nuove poesie, seguite dalla riproposizione di altre quattordici già pubblicate e raccolte sotto il significativo titolo Perché nulla vada perduto. Il tutto conferma quanto la poetessa sia ‘presente’ al nostro tempo, pur così travagliato; e la sua ricca bibliografia a chiusura del libro lo attesta senza ombra di dubbio.

Nell’accostare i versi di questa raccolta di Wanda Lombardi, non si può prescindere dall’osservazione di Maria Rizzi nella Prefazione all’opera, laddove, riportando i versi che alludono all’«… immane dolore / che stretto ho serrato nel cuore / dinanzi a muri di ferro …» (da Nell’andare), afferma proprio tale esperienza permette all’Autrice “di calarsi nel sociale con sguardo caldo di pietas, valutando i pericoli del male, schegge di guerra in periodi bui come quello che attraversiamo”. Il “coraggio delle ferite” (citando ancora la Rizzi) permette alla Lombardi di affrontare ogni argomento con spirito al tempo stesso umile e combattivo – come testimoniano poesie come Rialzarsi per continuare.

Come le rondini che fuggono dai consueti posti, perché dall’alto vedono «i risultati dell’odio,/ devastazioni, strade insanguinate,/ infanzia violata, crudo dolore/ per rancore tra genti mai sopito,/ per un diritto mai ottenuto» (da Rondini addio), così lo scoramento può prendere anche le persone capaci di pensare con la propria testa, perché «…in ogni angolo della Terra si soffre,/ si langue, si muore/ per contrasti a volte minimi/ che dialogando si potrebbero evitare» (da Abitudini). E poi, «In un mondo che corre vorticosamente,/ in un’epoca in cui sempre più veloci andiamo,/ spesso dimentichiamo la necessità/ di pensare, di usare il cervello/ che tempi più lenti ha per lavorare» (inizio de Il tempo della velocità). Non per nulla Tra ombre e dubbi finisce così: «È vero o falso il mondo in cui viviamo?/ Forse è da preferire questo a quello di domani». In ogni caso, «Malgrado gli alti e bassi,/ meravigliosa è la vita/ ché anche i momenti bui/ forza ridanno, la volontà nutrono/ e trasformarsi possono/ in coralli luminosi/ sì come le stelle dal caos/ si distinguono» (da La collana della vita). Ciò conforta anche di fronte alle perdite di affetti e di persone, come testimoniano le poesie dedicate al fratello Ubaldo e A un ragazzo prematuramente scomparso.

Una poetessa capace di scrivere «qualcosa di grande avverto/ nella profondità dell’essere» (da La musica della vita) è senza dubbio persona aperta sempre alla novità, ma nello stesso tempo critica – giustamente critica sul senso di tale novità. Ci sono, infatti, novità che sconvolgono («Spaurita, dall’alto mi par di osservare/ un mondo lacerato che sembra crollare/ …/ rapidi cambiamenti epocali/ con diritti raggiunti, imprese spaziali,/ progressi nei paesi musulmani,/ robot, intelligenza artificiale,/ e accanto guerre, genocidi, povertà,/ dignità calpestata» – da Contrasti) e novità che confortano come la presenza di un amico (amico evocato con queste parole in chiusura della prima parte della raccolta: «Con viso aperto/ e trasparenza negli occhi,/ è un vento benefico/ che un equilibro restituisce,/ è una brezza marina/ che adagio ti sprona a ripartire,/ a riprendere in mano/ le redini della vita» - da L’amico vero). Sta all’uomo avvertire la direzione alla ‘piena umanità’ cui ogni persona è chiamata, rendersi conto che occorre «la capacità di meditare sulla vita,/ sui cambiamenti repentini,/ le cose irrisolte, i problemi accantonati/ e guerre… guerre nate con l’uomo/ e che con l’uomo periranno» (da Silenzio amico). È però inutile rifugiarsi «nel ricordo di tempi lontani/ quando tutto affascinava/ e un niente appagava», perché «Vivere in pace con tutti è un sogno/ che morirà con l’uomo» (da Sguardo sul mondo).

Così Wanda Lombardi ci sprona ad essere consapevoli del nostro tempo nel nostro tempo, cioè ad essere ‘presenti’ e non ‘assenti’ col cuore e con l’anima: il mondo in cui viviamo è il nostro mondo, non ce n’è un altro. Un richiamo da non sottovalutare, mai.

Marco Zelioli

 

 

Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Pasquale Ciboddo, "Labirinti della memoria"

22 Dicembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pasquale Ciboddo

Labirinti della memoria

Guido Miano Editore, 2024

 

Il poeta sardo della Gallura, Pasquale Ciboddo, continua i suoi itinerari lirici con questa pubblicazione del novembre 2024, edita, con la prefazione di Michele Miano, nei tipi della collana di testi letterari Alcyone 2000, appartenente alla produzione della milanese Casa Editrice Guido Miano.

Pasquale Ciboddo è uomo d’altri tempi, non nel senso riduttivo del termine, ma nel suo significato altamente positivo, ovvero quello di persona, intellettuale e scrittore sempre coerente con i valori della società in cui è nato, cresciuto, e vissuto fino ad oggi, mantenendo radici e identità culturali e geografiche intatte. È così che possiamo senz’altro definirlo come un autentico testimone del tempo, che ha quindi resistito alle sirene consumistiche e agli illusori miti di un progresso disumanizzante, per ergersi a portabandiera e simbolo di un’altra civiltà: il mondo contadino-agreste-pastorale dell’economia degli stazzi, un microcosmo autarchico dell’entroterra sardo legato ad una rete sociale e umana di fratellanza, solidarietà, lavoro, ideali in via di estinzione.

Tale premessa è necessaria per comprendere a fondo la genesi, l’origine della poetica di Ciboddo, espressione ed epifania di un’etnia particolare ma, nel suo caso, non chiusa in se stessa, bensì aperta alle istanze universali dell’anima artistica che ogni sensibilità creativa possiede. La poesia dell’autore deriva essenzialmente dagli incanti, dalle ragioni di esistere, dalla vita dura del passato che è, allo stesso tempo, ora, quale un bel sogno vissuto e quindi non più revocabile ma, come dice egli stesso, ancora vivente nelle memoria. È dunque la ricerca del tempo perduto il centro delle sue liriche, sebbene nella presente silloge emergano altre componenti tematiche, altri motivi d’ispirazione: il profondo desiderio della pace duratura per l’umanità distrutta e divisa dalle guerre; la condanna di ogni riduzione e minimalizzazione dei sentimenti umani altruistici; lo sguardo cognitivo oltre i confini della terra isolana natia; l’amore per la spiritualità e la religiosità dei padri, contemplanti una fede semplice al servizio del bene, contro le forze diaboliche del male.

Pasquale Ciboddo si è prefissato un programma per il suo fine-vita; l’ha scritto nella prima lirica del libro, in piena coscienza e lucidità: “Chi sarà il bastone / della mia vecchiaia? / Vivo solo, dopo la morte / della mia cara mamma. / Già vecchio, cucino / e mangio con la speranza / di campare a lungo. / Prego e scrivo poesie / e racconti sulla storia / del mio vissuto a contatto / con la natura dove sono nato, / cresciuto e incanutito. / Spero che il Signore mi / aiuti a essere sano e indipendente / sino all’ora della morte” (Prego e scrivo). Il suo stile semplice, diretto, scarno e senza fronzoli ci mostra subito la tempra di un uomo che ama l’essenzialità della vita, così ben rappresentata dall’immagine degli ossi di seppia montaliani. Da questi versi paradigmatici possiamo già trarre alcuni motivi a lui cari. La natura è interpretata come la casa propria, come le radici da non divellere senza dolore e lacerazioni: la natura inoltre È poesia (“Immersi in un mondo / senza tempo / le nostre radici / rinascono / dalle proprie ceneri. / Il tempo trascorso / diventa l’alba / di vita nuova. / E poi la natura / è poesia”. Madre terra è come un teatro all’aperto e i monti maestri muti di vita (Un teatro): immagine, quest’ultima, reminiscenza di derivazione goethiana, con uomini “discepoli silenziosi” delle montagne. Così il canto nostalgico si risveglia nel ricordo del garrire armonioso delle rondini … “musica e poemi / del tempo passato” (Rondini). La luna dei poeti, in lui non è quella leopardiana da interrogare sui quesiti esistenziali, né quella degli innamorati, ma un corpo celeste che aiuta la Terra a non essere un solo deserto (Per arricchire). La religiosità non ha in lui bisogno di problematiche complesse, ma si sviluppa nell’umiltà e nella semplice lode al Signore, nel vivere in pace le beatitudini spirituali, nella fiducia nell’opera della Provvidenza di manzoniana memoria.

E il viaggio nella memoria ricostruisce molti momenti del passato, tra cui l’allevamento in Gallura, la scomparsa del già citato mondo degli stazzi, la malinconia per il declino delle iniziative culturali, la tristezza per la fine dell’arte delle “chiudende” (muri a secco) … ma l’andare a ritroso nel tempo ha una funzione importante: tenere in vita ciò che si è stati, l’essere che fu. Il poeta sa che è vicino il momento dell’addio, il distacco dai beni terreni; ma la brevità della vita (Seneca) fa dire a Ciboddo: “E si è subito vecchi” (che è come “Ed è subito sera” di Quasimodo”). Tuttavia egli aggiunge da credente: “La speranza di vita eterna / si trova nell’al di là”.

Enzo Concardi

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L’AUTORE

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.

 

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squale Ciboddo, Labirinti della memoria, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-45-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Silvana Ramazzotto Moro, "Van Gogh, l'uomo"

15 Dicembre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #arte, #pittura

 

 

 

 

Van Gogh, l’uomo

Silvana Ramazzotto Moro

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Dalla stagione del simbolismo che non ha cessato ancora di influenzare e sollecitare tanta parte della letteratura e dell’arte contemporanea, il sodalizio tra artisti e poeti si è ripetuto in vari momenti delle “avanguardie” storiche dove l’immagine visiva ne rivelava nel linguaggio formale le più profonde significazioni. Nell’arte figurativa il simbolo accentra i significati nascosti e remoti dell’universo, che vanno intuiti e non descritti, nella identità assoluta tra l’emotività individuale e l’anima universale attraverso l’uso di colori accesi e tormentati come i colori di Vincent van Gogh.

Il lavoro di Silvana Ramazzotto Moro non vuole assurgere a un erudito trattato di pittura né tantomeno a un atlante d’arte cui rinviamo nelle competenti sedi, ma se mai a una nuova visione in chiave antropologica del pittore van Gogh. L’autrice infatti ha individuato i temi esistenziali più importanti relativi alla vita del pittore, poi ha ricercato e quindi riportato tutti i brani delle sue lettere che trattano tali temi, in modo da offrire al lettore il pensiero completo e soprattutto autentico dell’uomo. Riusciamo così a constatare la breve e tormentata vita del celebre artista con tutti i suoi risvolti umani, ambizioni, fallimenti, i rapporti con i familiari, con il fratello Theo, con gli amici e altri artisti del suo tempo.

Il sofferto epistolario che Vincent van Gogh ha scritto nell’arco della sua breve vita smentisce tante leggende sul pittore. Il mito «genio e follia» era lontanissimo dalla realtà, frutto di una superficiale mistificazione e di abili operazioni di marketing commerciale. Un artista senz’altro succube di profonde angosce ed ansie esistenziali, dovute a un’anima sensibilissima e mai compresa in vita; negli ultimi tempi, tuttavia, come afferma l’autrice, gli abituali stereotipi che lo riguardavano sembrano scomparire per presentare un van Gogh ben diverso.

Vincent van Gogh non era pazzo. Era un pittore culturalmente aggiornato, lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo. Frequentava i poeti simbolisti al caffè Voltaire a Parigi insieme all’amico Gaugin e teorizzava ciò che sarebbe diventato il «vêtir l’idée d’une forme sensible» (espressione dell’idea con le forme).

L’opera VAN GOGH, L’UOMO risulta strutturata in tredici capitoli che scandiscono appunto gli itinerari più salienti della sua vita. Le tematiche trattate più importanti sono: alcuni cenni di un suo autoritratto, la vocazione mistico-religiosa dell’età giovanile, i tormentati e sfortunati amori con l’altro sesso, i rapporti con i genitori, i rapporti con il fratello Theo, il concetto di arte, il tentativo di creare un cenacolo di artisti che potessero sostenersi anche materialmente nella loro difficile e misera vita fatta di stenti.

E poi i temi ricorrenti della sua pittura: le tonalità pure e primitive del colore, i paesaggi, la natura carica di simboli, il maledetto rapporto con il denaro, l’ammirazione per l’arte giapponese, la sua malattia…. Argomenti trattati con dovizia di particolari dallo stesso Vincent che racchiude in queste lettere tutta la sua disperazione di vita ma anche la gioia di chi è consapevole della propria identità, della propria rabbia divoratrice della vita.

La ricerca esistenzialmente rilevante dell’artista procede nel tentativo di afferrare l’inesorabile scorrere del tempo e del conseguente divenire attraverso l’unico strumento in possesso dell’uomo, non la scienza che è illusa dal presente, ma il “delirio creativo” che è sublime e tragica peculiarità dell’artista.

Vincent van Gogh nelle sue lettere percorre le vie del mondo attraverso i colori, le ombre: insomma ci apre le porte di un diverso modo di osservare il mondo per scoprire che la simbiosi dell’uomo con la natura può diventare osmosi, se sappiamo leggere nelle cose la profonda essenzialità poetica.

E questa Casa editrice, che nel suo piccolo, vanta 70 anni di storia, ringrazia Silvana Ramazzotto Moro, l’autrice del volume, per averci regalato uno scorcio di mondo che ci pare essere patrimonio di tutti.

Il che non è poco.

Michele Miano

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Biancamaria Valeri, "Di fiore in fiore"

14 Dicembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Biancamaria Valeri

Di fiore in fiore

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

Con la prefazione di Marco Zelioli – nella collana di testi letterari Alcyone 2000, della Casa Editrice Guido Miano di Milano – è stata pubblicata, nel novembre 2024, la raccolta poetica di Biancamaria Valeri: Di fiore in fiore. Il titolo richiama, sebbene parzialmente, il noto verso sabiano: “... M’incantò la rima fiore / amore”, che leggiamo in Amai, lirica della sezione Mediterranee del suo Canzoniere. Nella scrittura della Valeri, tuttavia, non vi sono solo motivi naturalistici (madre natura) e sentimentali (amore duale), ma più poetiche s’intrecciano a comporre un mosaico di emozioni, ricordi, meditazioni, spaziando dalla presenza del dolore nell’esperienza umana – lacerazioni affettive personali e lutti provocati dalla violenza delle guerre e del potere – alle speculazioni sulle tematiche dell’essere e del tempo, alla memoria delle profonde radici del luogo elettivo e natio di Ferentino, alle istanze spirituali dell’anima, alla manifestazione di un bisogno religioso di Trascendenza. A ciò va aggiunto, per meglio inquadrare l’estetica della sua poetica, il legame linguistico e semantico con la tradizione letteraria italiana classica per taluni aspetti, ermetica novecentesca per altri.

Il canto naturalistico della poetessa è un invito all’ascolto delle voci provenienti dal cosmo più grande e dai mondi più piccoli, che talora si sovrappongono. S’innestano sovente metafore e simbologie proiettanti le immagini nell’alterità e nell’oltrità, creando raffigurazioni di sicuro effetto lirico, anche con l’uso di sinestesie. Un esempio ci è dato da Pioggia, in cui essa è paragonata alla “voce del cielo” che “scende fitta sulla terra”; il suo linguaggio assomiglia a “trilli” o “cinguettii”; penetra nell’animo del “sognante / ascoltatore”; le gocce sembrano “lacrime amare … inconsapevoli e fredde” perché “del dolore umano” sono “ignare”. E qui abbiamo la stessa concezione leopardiana insita nella sua filosofia della natura, trasformatasi da madre in matrigna, poiché conosce il destino degli umani, ma non ne svela i segreti. Più consuete sono le immagini coloristiche descrittive delle atmosfere autunnali ed estive (Vento d’autunno, Estate), stagioni che segnano le trasformazioni climatiche. Da segnalare in Estate la reminiscenza foscoliana tratta dal quinto verso dei Sepolcri: “bella d’erbe famiglia e d’animali”, che in lei diventa: “la bella d’erbe e animal / famiglia”, anastrofe di sapore neoclassico. Ed ancora il rimando dannunziano di Falce di luna calante, in cui il satellite terrestre, caro ai romantici ma, invero, a tutti i poeti, nella poetessa fa da alter ego al “bagliore spettrale / delle luci cittadine”, creando un contrasto fra natura e tecnologia aliena.

I concetti di viaggio, navigazione, cammino - con tutti i rischi, le contraddizioni, le problematiche insite – si attanagliano ai percorsi esistenziali dell’autrice. Infatti l’immagine della Zattera le ispira una composizione nella quale risuonano questi versi: “Come una zattera / è il nostro andar / pel pelago in burrasca / ...”, ma alla fine essa sarà l’ancora di salvezza che ci farà guadagnare la terraferma e scopriremo che la vita, l’amore, sconfiggono la morte. Sono care a lei le metafore marine, ed ecco allora Naufraghi, l’immagine della nostra condizione umana, nella quale emerge – come altrove – la funzione fortificatrice del dolore, che ci migliora e rende solidali e fratelli. Anche Vorrei si pone sulla linea delle antitesi ontologiche, in quanto la vita “è un finissimo equilibrio / tra essere e non essere, /desiderare e avere”. Il ritmo dialettico passioni-illusioni si dimostra uno scacco esistenziale, mentre una svolta avviene con “la speranza della luce” che “è più forte dei muti terrori”, e con l’abbandono nell’infinito, ancora di tipo leopardiano (“profonda quiete”), contemplato dai colli dell’amatissima Ferentino.

 Ora il passo è breve per penetrare nelle dimensioni religiose, spirituali, nel mondo pneumatico, così ben evocato in Paese dell’anima, lirica paradigmatica delle realtà interiori vissute dalla poetessa (“È un paese la mia anima”) e rese anche formalmente efficaci mediante iniziali maiuscole, anafore congiuntive e possessive, versi brevi, ritmi incalzanti, concetti oblativi dinamici, come comunione, comunicazione, comunità. Il gradino finale è raggiunto: l’abbandono nelle braccia di Dio Amore, nella sua pace e nella sua luce, nell’estasi della Pasqua di Resurrezione, come insegna San Paolo: “Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15,55). E chiosa con convinzione nell’ultimo verso: “E non ci fu più fine”.

Enzo Concardi

 

Biancamaria Valeri, Di fiore in fiore, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 72, isbn 979-12-81351-49-3, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

Biancamaria Valeri è nata a Ferentino (FR) una ridente cittadina nel cuore della Ciociaria. Dopo aver completato gli studi classici nel locale liceo “Martino Filetico”, ha conseguito nell’Università “La Sapienza” di Roma le lauree in Filosofia e in Lettere con indirizzo storico. Successivamente, seguendo i suoi interessi culturali, ha conseguito i diplomi di Archivista Paleografo, di perfezionamento in Storia Moderna e in Filosofia. Ha conseguito anche due master in didattica museale: uno nell’Università di Ferrara, l’altro nell’Università di Roma Tre. Ha approfondito gli studi Filosofici e Storici per prepararsi per la sua carriera di insegnante, insegnando Storia e Filosofia nei licei per circa 27 anni. Nel 2007 è diventata Dirigente Scolastico.

 

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ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, volume 18

13 Dicembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #riviste letterarie

 

 

 

 

ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, volume 18

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

La Casa Editrice milanese “Guido Miano” continua le sue pubblicazioni dei volumi Alcyone 2000(ottobre 2024), i cui testi forniscono interessanti contributi come “Quaderni di poesia e studi letterari”: siamo giunti al numero 18 di tali percorsi, negli scenari culturali degli Anni Duemila. Il volume è suddiviso in cinque parti: Contributi letterari; Testimonianze; Pittura e scultura; Sillogi poetiche; Itinerari di letteratura comparata: saggi critici. Mi piace citare alcuni autori che sono trattati in tali contesti, per rendere edotto il lettore della qualità dei poeti e dei letterati che appaiono sulle pagine della rivista e della conseguente seria e professionale ricerca critica da essa portata avanti. Andando in ordine di pubblicazione troviamo:  Carducci, Pascoli, Turoldo, Platone, Bronte, Baudelaire, Poliziano, Tennyson, Leopardi, Montale, De Luca, Rebora, Ungaretti … nonché alcune sillogi di poeti contemporanei alla ricerca della propria affermazione. Inoltre trovano spazio anche arti figurative come pittura e scultura, con belle immagini a colori e in bianco e nero, nella volontà editoriale di sviluppare il discorso del “parallelismo delle arti”.

Per testimoniare al lettore i contenuti significativi, prendiamo in esame alcuni contributi paradigmatici, attraverso una trattazione critica sinottica. Iniziamo dal saggio di Giorgio Battaglia dal titolo: “Messaggio sociale in Carducci e Pascoli”. Il maestro-vate garibaldino dell'Italia riunificata di fine Ottocento (Carducci) e il discepolo cantore dell'Italia contadina e della giustizia sociale (Pascoli) sono accomunati, secondo l'autore, dallo stesso anelito di rinnovamento e  riscatto etico-politico-sociale dell'Italia, sebbene portatori di poetiche differenti, l'uno realista, l'altro con sensibilità decadentista. Per Carducci il Risorgimento è stata l'epopea eroica dell'unificazione, alla quale succede però l'imborghesimento della vita civile e sociale. Per Pascoli l'emancipazione del lavoro era l'obiettivo primario, ricordando anche il suo socialismo umanitario giovanile. Per entrambi, così come per il De Amicis, risolto il problema politico, restava insoluto il grave problema sociale delle masse diseredate dalla rivoluzione industriale.

Volgiamo ora lo sguardo sul saggio di letteratura comparata di Gabriella Veschi: “Il viaggio nell'anima di Imperia Tognacci, sui sentieri poetici di Giacomo Leopardi e di Giuseppe Ungaretti”. Analizzando il poemetto “Là dove pioveva la manna” (2015), della poetessa nata a San Mauro Pascoli, definisce un 'viaggio nell'anima' tale sua opera, scoprendo analogie con il padre dell'Ermetismo, Giuseppe Ungaretti: entrambi ricercano l'ordine e l'armonia nel caos del mondo contemporaneo, e il lessico dei paesaggi desertici della Tognacci ricorre anche in Ungaretti (Vita di un uomo). Così in Leopardi le similitudini vengono riscontrate con le “Operette morali”, sia per l'impianto strutturale, sia per la tematica dell'influsso del progresso sulla vita umana, sia per la comune visione della natura malevola e indifferente verso i destini umani, come nelle sofferenze dell'islandese e del pastore errante per le steppe asiatiche.

Le sculture della genovese  Maria Teresa Vittone, scomparsa proprio quest'anno,  possono essere citate come esempio degli artisti pubblicati da Miano: in “Alcyone 2000” è presentata dai critici Salvo Nugnes e Paolo Levi, oltre a una nota editoriale: insieme sottolineano che “... la morbidezza, l'estetica curata e raffinata, ma allo stesso tempo semplice, rendono le sue opere un tributo alla bellezza femminile”. E possiamo ammirare: Incantesimo, Apparenza, Pentimento bronzi del 2000, 2012, 2016. 

Per concludere i nostri inviti alla lettura, visitiamo due sillogi poetiche commentate da Marcella Mellea e Raffaele Piazza. La prima, “Coriandoli di vita” è di Cinzia Magarelli, poetessa milanese dalle liriche intense e delicate, esprimenti luci e colori, scaturenti dal proprio mondo interiore e spirituale. Tempo, spazio ed emozioni umane si concretizzano nella vita concepita come un viaggio, nel quale il ventaglio dei sentimenti arricchisce le occasioni per vivere, solo incrinato da un amore ferito. L'altra, “Vivo di te” è di Francesco Terrone, poeta salernitano che canta l'amore come salvezza del mondo, quell'amore sentimentale che tiene uniti per sempre in un cammino infinito verso la felicità e quell'amore universale che oggi non aleggia sul Pianeta Terra, e per tale sua assenza l'umanità va alla deriva.

 

Enzo Concardi

         

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, vol.18; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 116, isbn 979-12-81351-47-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Christian Testa, "Pensieri poetici nel tempo"

3 Dicembre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pensieri poetici nel tempo

Christian Testa

Michele Miano

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La poesia di Christian Testa ha radici profonde con la ricerca di se stesso, del proprio pensiero e della propria personalità. I carismi che il poeta possiede sono legati al mondo e alle vicende che ruotano intorno alla sua vita e ai suoi affetti. È la spontaneità del verso a riferircelo: la creatività di un’immagine sempre fresca a farci riconoscere un talento innato nell’arte della poesia. Christian Testa infatti non è nuovo nel mondo delle patrie lettere: ha pubblicato nell’ultimo decennio una decina volumi di poesia anche in dialetto pavese. Originario di Villanterio, comune del Pavese, è anche un attivo e sensibile operatore culturale dove il centro della sua attenzione è la valorizzazione della terra natia con le varie peculiarità.

La sua poesia spazia varie tematiche dal bucolico, sarcastico, ironico, romantico, gastronomico, storico, filosofico, esistenziale, religioso, fino al dialetto pavese; è inoltre autore di testi di canzoni, scritti sia in lingua italiana che in lingue dialettali, per il liscio e per la musica leggera. Trattasi di persona eclettica che ha fatto della scrittura e dell’esercizio della parola una missione di vita. Per Christian Testa l’ispirazione poetica nasce dai moti più reconditi dell’animo umano: un tumulto di sentimenti, affetti familiari, delicate descrizioni naturali, i ricordi legati sempre sul filo della memoria, un certo disagio esistenziale che attanaglia la sua vita. Fino al commosso e partecipato ricordo con una particolare lirica dedicata allo scrittore Giovannino Guareschi, autore di quella straordinaria e indimenticabile saga di Don Camillo e Peppone ambientata in quel di Brescello nella bassa padana nel Secondo Dopoguerra. Il fervido clima di scontri politici e ideologici a seguito delle ferite dell’ultimo conflitto mondiale diventa per Guareschi pretesto per raccontarci un pezzo di quell’Italia contadina, pura e sincera per dirla alla Pasolini di “quell’umile Italia”. Quell’Italia che ancora resiste, che combatte tutti i giorni per un dignitoso e onesto pezzo di pane, lontano dagli intrighi di palazzo: «…Italia, Italia, Italia/ ti porterò sempre nel cuor.// Se guardo al presente/ sei molto cambiata/ mi sembri diversa/ ma in fondo sei tu…» (Italia).

Christian Testa rende omaggio all’umorismo di Guareschi «…Intercedi per noi giovani scrittori/ affinché, liberi e coraggiosi,/ possiamo rimanere sempre noi stessi/ dominati dalla sola e pura ispirazione/ in questo mondo privo di autentici valori». Umorismo non solo come genere letterario ma anche come stile di vita, umorismo come arma intelligente contro le ideologie di turno, contro la retorica, l’immobilismo umano e culturale per cui lo scrittore Giovannino Guareschi diventa simbolo di libertà intellettuale per le nuove generazioni. Scrittore dissacratore di tanti idoli e idolatrie perché ricco di umanità. La poesia di Christian Testa è grido di un uomo ferito, ma anche un’anima capace di meditare e urlare al mondo intero il suo disappunto, trasformando il dolore e un certo disagio esistenziale in vera poesia.

Altre tematiche affrontate dal nostro poeta sono relative a talune amare riflessioni sul senso della vita e il suo rapporto con la natura ci induce a comprendere quanto egli sente il bisogno di osservarla, di viverla nella sua essenza quasi come una liberazione dal contesto delle situazioni sociali negative. Si legga la delicata Mare: «…Vorrei gettarmi tra le tue infinite braccia/ in un brivido ed un calore che cresce lentamente./ Portami con te attraverso le tue onde/ in un luogo dove trovi la mia vera pace». Nella magia della natura Christian Testa cerca di scoprire i valori universali che l’uomo ha quasi interamente perduto, per ritrovare un equilibrio interiore e per amalgamare il suo pensiero macerato da inquietudini con la purezza dei sentimenti: «Pieno di vita/…/ custodisci/ la natura che ti circonda/ dal male dell’uomo» (Albero); «Con la tua magia e la tua bellezza/ sei testimone del divino in terra» (Fiore). Cos’è poi l’incanto e la magia della natura per Christian Testa se non l’espressione della presenza divina che pervade il nostro essere?

Il poeta canta l’angoscia della fragilità umana, l’ipocrisia dei tempi moderni, ma nello stesso tempo insegue l’ampio respiro del paesaggio, la libertà dei cieli sereni. È una profonda spiritualità che sembra animare il suo tessuto poetico: le ribellioni, il sopruso, le violenze, lo scempio dell’uomo sulla natura e sui paesaggi non sono che una personificazione di un’inarrestabile forza che altera le coscienze più fortificate dallo spirito, dalle quali egli si discosta per non essere contagiato. La sua diventa una voce che si alza nel marasma caotico dei crudi interessi umani per cui la fede diventa àncora di salvezza: «Profonda e imperscrutabile/ sei forte e viva,/ verso il mio prossimo,/ spietata con me stesso.// Quando il male si diffonde/ ti cerco nel silenzio/ per continuare a crederti/ in un lungo e tormentato cammino» (Fede).

La sua poesia risente di un’attitudine riflessiva, la quale si traduce spesso in visioni pessimistiche ma che spesso lascia aperto allo spiraglio della speranza: «…cercando di vivere degnamente/ in questo mondo/ che non mi appartiene.» (Mi manchi). Per cui il suo vero messaggio, come i veri autori o meglio dire, artisti, è racchiuso in un grido di speranza, un messaggio di amore che il poeta porge alle future generazioni perché aprano ai propri figli un mondo nuovo.

Una poesia, in definitiva, che trascende il dato reale per divenire una poetica di tutti. E di questo, dobbiamo essere grati al giovane Christian Testa.

Michele Miano

 

Christian Testa, Pensieri poetici nel tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 68, isbn 979-12-81351-20-2, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Christian Testa è nato a Pavia nel 1975 e vive a Villanterio; ha iniziato ad occuparsi di poesia nel 2014. Ha conseguito più di cento riconoscimenti letterari in concorsi di livello nazionale e internazionale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in lingua italiana e in dialetto pavese. È inoltre autore di testi di canzoni per il liscio e per la musica leggera.

 

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Pasquale Ciboddo, "Labirinti della memoria"

30 Novembre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Labirinti della memoria

Pasquale Ciboddo

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

L’ispirazione della poesia di Pasquale Ciboddo, noto poeta gallurese, comprende da sempre una miscellanea di aneddoti, poesie, curiosità storiche della sua Sardegna, o forse per meglio dire di un mondo contadino ormai perduto. I suoi versi si ispirano più frequentemente alla memoria, a malinconiche suggestioni del passato, nonché a rievocazioni e al rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Se da una parte non manca tra le tematiche affrontate la denuncia sociale contro l’avidità e l’egoismo umano, si leggano ad esempio i versi:

 

«Un pezzo di futuro

è già distrutto.

Perché con le guerre

crolla tutto

il bene umano.

Il male disumano

crea disordine

odia il quieto vivere

e scombussola

la pace tra i popoli».

                 (Il male disumano)

 

da un’altra prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca irrimediabilmente perduta di certe idealità e valori che sembrano siano stati dissacrati dalla nostra civiltà tecnologica. Il mondo contadino, con le sue dure leggi, l’innocenza perduta, il mito del falso progresso, la disumanizzazione e l’alienazione della società contemporanea sono i connotati che caratterizzano i suoi componimenti. Per cui i quadretti deliziosi degli stazzi della sua Sardegna diventano per il poeta un’oasi di serenità. Di estraniamento dai mali del vivere moderno. A titolo esemplificativo:

 

«Una civiltà scomparsa

ritorna con la memoria

e riassapora il gusto

di un tempo, il profumo

e nel soffio di vento

sembra levarsi in tutta

l’aria vitale».

                            (Gli stazzi)

 

 

Si è scritto molto sulla poesia di Pasquale Ciboddo. Ma è il tema della memoria con la cristallizzazione delle vicende della vita quotidiana che offre il meglio della sua produzione. Pasquale Ciboddo si indigna e apostrofa gli uomini che hanno perduto il senso della pietà, della solidarietà. Si sofferma a contemplare le guerre, le sue vittime con occhio disincantato, ne denunzia le ipocrisie, combatte l’ingiustizia, perché ambisce all’ideale di uguaglianza per tutti.

Ma non dimentica la propria soggettività, ne coglie il mistero, la trascendenza attraverso il dialogo delle piccole cose di tutti i giorni e vari aspetti della vita con semplicità. Malgrado tutto, i versi di Pasquale Ciboddo sono animati da una visione ottimistica del mondo per un futuro migliore, monito per le nuove generazioni e la missione educativa della sua professione (è stato insegnante per una vita) continua il suo percorso con la scrittura.

Tale esperienza umana e professionale non può che arricchire la vibrazione interiore per la poesia, nella dinamica di un linguaggio autonomo, dispensatrice di valori fondamentali della vita e che indaga acutamente la condizione umana.

Una versificazione la sua, che sa cogliere le fratture e le idolatrie della civiltà tecnologica, della nullificazione che scardina l’identità dell’uomo. E al di sopra di ogni amara constatazione Pasquale Ciboddo avverte la bellezza esistenziale che a molti sfugge, ma non a lui che portando in sé la poesia del colore ritrova nel canto del cuore e nella parola il sostegno della sua abilità creativa.

Michele Miano

 

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L’AUTORE

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.

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Pasquale Ciboddo, Labirinti della memoria, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-45-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Nigro, "Opera Omnia - Volume 2 Prose"

27 Novembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

 

 

Opera Omnia (Volume 2 – Prose)

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Questo secondo volume dell’Opera Omnia dello scrittore e poeta siciliano Pietro Nigro, riguardante il meglio delle sue opere in prosa, segue di poco tempo la pubblicazione del primo volume dedicato alla poesia, genere nel quale egli ha conseguito, a detta unanime della critica letteraria, esiti di valore estetico e contenutistico non indifferenti. Dei suoi scritti in prosa, ancorché collocabili anch’essi su livelli di rilievo, non è possibile esprimere una valutazione globale, data l’eterogeneità delle materie e dei generi nei quali l’autore si è cimentato e che quindi rimandiamo nello specifico, all’interno della trattazione dei singoli capitoli in cui è stata suddivisa tale raccolta, relativa dunque all’arco temporale più ampio della sua produzione scritturale nel corso dell’intera esistenza.

Il lettore, che s’affaccia con curiosità a navigare tra le pagine di Nigro, potrà senz’altro riscontrare l’ecletticità dei suoi interessi culturali, che spaziano in vari campi del sapere non solo strettamente letterario. Si è cercato quindi di razionalizzare il magma complessivo dei suoi scritti, suddividendolo in cinque capitoli, tre dei quali sono a loro volta articolati in diversi sotto-capitoli, per facilitare ulteriormente l’orientamento di chi legge: in tal modo è possibile scegliere direttamente l’aggregazione che più interessa o attrae, incontrandosi con i propri gusti culturali. Questa opzione metodologica-editoriale si può qui riassumere visitando dapprima le varie enunciazioni capitolari, per successivamente entrare nel merito dei lacerti più significativi.

Un’altra avvertenza che può essere utile al lettore riguarda la cronologia: criterio utilizzato solo all’interno di ciascuna parte o sotto-parte del libro e non in assoluto. Infatti si è privilegiata la suddivisione per materia rispetto ad ogni altra considerazione.

Addentrandoci dunque nell’Opera Omnia ecco che il primo incontro avviene con le Pagine memoriali, d’arte e di letteratura (I capitolo): raggruppano le pagine autobiografiche; una miscellanea di scritti artistico-letterari; una sintesi di storia della musica (dalle origini a Domenico Scarlatti). Segue la sezione (II capitolo) dedicata alla narrativa e ad una raccolta di pensieri su temi filosofici, ideologici, politici. Le Opere teatrali (III capitolo) contemplano tre titoli: Il padre sagace; Il trionfo dell’amore; Noi studenti. Gli scritti di Critica letteraria (IV capitolo) sono inerenti a prefazioni o recensioni di pubblicazioni d’autori contemporanei, prevalentemente siciliani. Infine (V capitolo) l’originale ed interessante studio sulla Numismatica dell’Impero romano, il quale, presentando le monete coniate anche, talvolta, con le effigi dei diversi “Cesari”, ricostruisce scenari della storia imperiale.

La prosa delle pagine autobiografiche assume un carattere essenzialmente diaristico-epistolare: si tratta più che altro di lettere scritte ai suoi cari in età giovanile durante viaggi all’estero in Francia e in Svizzera (Parigi, Lione, Ginevra…), e altre missive ad ogni ritorno a Catania. Gli argomenti sono vari: dai vaglia ricevuti per pagare le tasse universitarie, ai commenti sul Festival di Sanremo; dalla descrizione dei luoghi visitati – talvolta in lingua francese – alle sistemazioni alberghiere; dalla segnalazione dei testi scolastici da acquistare ai formali saluti in uso allora («Noi stiamo molto bene, come speriamo di voi»). Da segnalare le riflessioni sui suoi anni dell’insegnamento (1962-1992) in cui rimarca l’amore e la dedizione profusi nella professione scelta e da cui emerge una visione educativa del rapporto con gli studenti e non solo didattica. Nella miscellanea artistico-letteraria appaiono saggi critici su Leopardi, Montale, Van Gogh, Gauguin e Paul Valéry (che sottotitola con L’uomo: storia di una vita, di un’anima, di uno scrittore). L’autore coglie qui l’occasione di rispecchiarsi in alcune tematiche leopardiane, di condividere la montaliana vocazione per la poesia pura, mentre sconfinata è la sua ammirazione per Valéry, considerato il più grande poeta di Francia e depositario della poesia immortale. Qui la prosa possiede naturalmente quella proprietà di linguaggio specifica e specialistica della critica letteraria. La Sintesi di storia della musica è scritta più che altro per titoli, nomi di autori e loro opere, brevi spiegazioni biografiche musicali tecniche: utile per successivi approfondimenti. Si va dal Medio Evo al Canto gregoriano al Barocco con i suoi maggiori rappresentanti: Corelli, Torelli, Purcell, Couperin, Albinoni, Vivaldi, Telemann, Rameau, Scarlatti.

Per la Narrativa sono stati pubblicati tre brevi racconti. Oltre la siepe ha la sostanza di un sogno nel quale il protagonista scopre - dopo aver camminato in un fitto ed oscuro bosco - un ‘eden’ irreale e misterioso - dove tuttavia tutto è armonia: «Lassù c’era solo lui e la natura, la sua mente e l’universo, il suo corpo, la sua anima e Dio». Altre scoperte sorprendenti lo attendono, sempre in un’atmosfera onirica e che il lettore potrà interpretare a suo giudizio, ma che posseggono comunque un timbro simbolico e metaforico. La scrittura di Nigro è dedicata al paesaggio descritto liricamente, svela la capacità della suspence, coinvolge perché i periodi sono brevi, battenti, efficaci, scorrono senza fronzoli o divagazioni. Simile è lo stile del secondo racconto – In treno – in cui due studenti si recano per la prima volta all’estero per frequentare corsi di lingue e letterature straniere. Toni è invece una storia in stile deamicisiano di povertà, esclusione, emigrazione, dolore. Il padre Beppe, sul letto di morte, spiega al figlio il motivo per cui aveva dovuto cercare la carità per sfamarlo, perché non era riuscito a mandarlo a scuola ed era stato lui ad insegargli a scrivere e a leggere: la miseria. Ed ora Toni era costretto a lasciare il luogo natio per cercare fortuna nella ‘città’ lontana. L’impianto narrativo si regge soprattutto sul dialogo fra Toni e Beppe, con accenti commoventi e tristi. Nella piuttosto estesa sezione sottotitolata Pensieri, l’autore espone in sostanza la propria visione del mondo: non v’è certo qui spazio per il dettaglio, per cui orienteremo il lettore indicando i temi e gli argomenti principali trattati. In sequenza: scritti giovanili a carattere esistenziale; arte e cultura, avanguardie e rinnovamento artistico; politica e società; la cultura dell’odio; i valori della vita; riflessioni su Dio e l’Uomo; l’ambizione umana; le catastrofi delle ideologie; il Cristo e la verità. La prosa utilizzata dall’autore è piuttosto descrittiva di concetti ideologici e sociologici, nonché memoria di eventi passati.

Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà impositrici delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riprende il tema del rapporto tra professori e studenti, già sviscerato nelle pagine autobiografiche e nei pensieri. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.

Nella parte dedicata all’autore come critico letterario di opere contemporanee possiamo leggere prefazioni a sillogi poetiche, recensioni a pubblicazioni di carattere autobiografico, introduzioni a libri di narrativa, giudizi critici relativi a pittori … ed anche Altre riflessioni letterarie, pubblicate in varie antologie, di cui una ci pare riassumere in pieno il pensiero di Pietro Nigro sul mondo d’oggi: «Un ritorno alle origini del Cristianesimo si impone per debellare le tremende conseguenze che hanno portato l’uomo alla dissennatezza che si è espansa nel corso dei secoli. L’esempio di Francesco ci indica la via che porta ad un capovolgimento di una situazione che sta divenendo sempre più tragica. Non si pretende che l’uomo faccia per filo e per segno quello che Francesco è riuscito a compiere, ma si “crei equilibrio di convivenza” nonostante la fragilità della natura umana che porta a comportamenti non del tutto encomiabili. Non è essenziale che si creda o no ad una religione purché i comportamenti si allineino ai principi che essa ci indica». Egli, come critico letterario, rivela la capacità di risalire dai versi o dalla prosa, al mondo interiore degli autori, indagando anche sui fattori ambientali e sociali che possono aver influito sul loro percorso culturale, letterario, artistico e spirituale.

L’ultimo capitolo dell’Opera Omnia - come già anticipato - dal titolo Numismatica dell’Impero romano, consiste in una rassegna storica attraverso le monete che ogni imperatore coniava per caratterizzare il suo potere: talune raffiguravano il volto dei vari ‘cesari’ succedutisi, altre riportavano vari simboli della vita pubblica e delle attività svolte nell’economia del tempo, essenzialmente agricola. Il materiale numismatico appartiene alla grande collezione dell’autore e nel libro, a fianco del breve ritratto che egli tratteggia per ogni personaggio, vengono pubblicate anche le fotografie delle stesse monete, con specificate le loro caratteristiche tecniche. Nella piacevole lettura vi faranno compagnia: Giulio Cesare, Marco Antonio, Ottaviano, Tiberio, Nerone, Tito, Domiziano … e tanti altri.

Per concludere non ci resta che risottolineare la vocazione multiculturale di Pietro Nigro, che ha voluto spaziare in molti campi del sapere, spinto da una “sete” di conoscenza non comune.

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 2 - Prose, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 232, isbn 979-12-81351-39-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

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Tommaso Cevese, "Iridescenze"

26 Novembre 2024 , Scritto da Enzo Concardi Gabriella Veschi Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Iridescenze

Tommaso Cevese

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

I testi lirici qui pubblicati, tratti da varie raccolte poetiche di Tommaso Cevese, testimoniano una visitazione profonda delle fondamentali questioni esistenziali relative alla condizione umana metafisica, affrontando i temi chiave del nostro destino: vita, morte, anima, eterno, fede, divino, rivelazione, speranza escatologica, fine nel nulla. Da credente convinto egli si pone comunque in ascolto di chi cerca con animo sincero ma non trova risposte: «…Sola, irretita nelle pieghe/ della vita, si dibatte/ l’anima inquieta/ volta a un senso cui anela/ ma che sfugge e si cela…» (Mistero). Il suo cammino esistenziale e spirituale diventa letteratura, poesia, meditazione, spesso con formule problematiche, interrogative che pongono sul tappeto le duali risposte allo stesso quesito, segno questo di una disposizione mentale non dogmatica ed accademica, ma di una comprensione intelligente delle difficoltà del credere nel mondo moderno.

Vi è una propedeutica nella sua personale visione della spiritualità che lo porta a considerare la dimensione antropologica come base di partenza della definizione religiosa. Riscontriamo infatti, in queste liriche, numerose composizioni dedicate all’indagine sul chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Vediamo alcuni lacerti tra i più significativi. Nell’epilogo della poesia Memento il poeta afferma ciò che conferisce un significato al nostro essere: «… L’antica domanda/ che sorge dal cuore/ se il nostro destino/ racchiude il terreno/ se l’anima vive/ oppure se muore/ ognuno col corpo/ dà senso al cammino»  […].

Enzo Concardi

 

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La consapevolezza del male di vivere come condizione esistenziale dell’umanità erompe con veemente impeto nelle poesie di Tommaso Cevese, proposte in questo capitolo, e il potere strabordante dei sentimenti straripa inarrestabile come un fiume in piena, in un succedersi ininterrotto di immagini create dalla mente del poeta: «E tu che mi siedi vicino/ ascolta la pioggia cadere/ sottile sul larice e il pino/ sommessa tra morbide dita/ le gocce su foglie di faggio/ e rocce che prendono vita…» (Insieme). La quasi totale assenza di punteggiatura, i frequenti polisindeti, il rapido fluire degli enjambement rendono incalzante e concitato il ritmo e i componimenti assumono la dimensione di vertiginose meditazioni di sapore leopardiano.

Il potere evocativo della parola poetica converge verso un continuo ritorno al passato, mentre la ricorrenza di pregnanti metafore sinestetiche designa una natura dal doppio volto, pronta a infliggere pesanti quanto inaspettati colpi. Talvolta l’io lirico, prima immerso nell’allettante e caleidoscopico sfavillio di luci, colori, suoni, precipita nell’abisso della sofferenza in un oscillare continuo tra esaltazione dei sensi e istanti di crisi di fronte al rivelarsi dell’arida realtà: «Un soffio leggero e inatteso/ o un colpo di vento furioso/ e chi camminava nei giorni/ sul filo sottile di vita/ tacendo precari equilibri/ si scopre d’un tratto sbalzato/ e cade nel gorgo improvviso/ di un male oscuro e latente…» (Fugaci equilibri). I campi semantici afferiscono ad un mondo vegetale animato e palpitante, ma una serie di coppie oppositive offuscano le speranze di un soggetto poetico in bilico tra una vita vissuta intensamente e l’angoscia provocata da eventi nefasti, tra gioia e dolore, luce e tenebra, «nel gioco apparente del caso» (Insieme). Così la perdita degli affetti più intimi o l’assenza dell’amata sovvertono inaspettatamente tutte le certezze, dilavate via dalle gocce di pioggia o dal «torrente/ che mormora piano» (Fili interrotti), emblemi del fluire del tempo che conduce ineludibilmente al tramonto della vita, poiché «Trascorre il meriggio/ e giunge la sera» (ivi)  […].

Gabriella Veschi

 

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La poesia di Tommaso Cevese si caratterizza per un pregevole nitore formale-stilistico, per l’accattivante eleganza espressiva conseguenti da un discorso lirico essenziale, incisivo eppure organizzato con indubbia perizia elaborativa, con sapienti misure sintattiche e metriche. L’agilità delle soluzioni linguistiche si unisce a tratti di non pesante complessità ordinativa, quali risultano, ad esempio, dalla predilezione della figura dell’anastrofe: «Smarrita nei cieli lontani/ appare una punta di spillo/ che brilla la sera di vita/ e l’alba del giorno saluta./ L’addita con squillo di voce/ un bimbo con vero stupore …» (Stella solitaria); «…Sul finir del meriggio/ dissetate e specchiate/ in pozze d’acqua piovana/ tornano lente le mandrie alle stalle (…) Nel chiarore celeste/ si perde e si confonde/ l’estremo orizzonte./ Annuncia la notte imminente/ la stella che il cielo punteggia» (Monte Toraro).

Nei versi si nota altresì il ricorso frequente all’antitesi («… Così la memoria/ si posa un momento/ sull’ombra riflessa/ del buon montanaro/ sul bianco lenzuolo/ e il gregge schierato/ dal vecchio pastore/ sull’arcobaleno/ nell’ultima luce/ del giorno che muore …» (Malinconia, corsivi miei come sempre in seguito), che talora giunge a radicalizzarsi con esiti ossimorici: «… Un tempo ancor lontano/ fisserò la notte chiara/ la luce di due stelle./ Vi penserò uniti e liberi/ oltre i mondi e oltre quelle …» (Valle di memorie); non manca l’impiego dell’anaforaÈ tempo di salire/ la valle di memorie… È tempo di riandare/ con passo grave e lento… È tempo di ascoltare il lieve mormorio» (ivi), e, a livello ritmico, dell’enjambement («…Trascorrono silenti/ le lucciole sui prati/ pulsando intermittenti/ nel ballo dei richiami./ Movenze e vere danze/ rivelan gli animali/ intenti a corteggiarsi (…) Finché Morfeo non vince/ nel buio della stanza/ immagini e parole/s’intreccian come voli/ di rondini nei cieli…» (Danze silenti) e della rima, dall’occorrenza sporadica e raffinata: «… Trascorso è il respiro/ di brevi stagioni/ e le luci, le ombre/ di alterne vicende/ di spente illusioni/ ma il dolce ricordo/ ritorna nei giorni/ d’assenza e di vuoto/ silente e profondo/ così come allora/ quand’eri il mio mondo …» (Memoria di un sorriso); «… Aironi solitari/spiegano grandi ali/ sulla placida campagna (…) Libellule blu e ramate/ si posano su foglie/ assolate della riva …» (Alle risorgive); «… Confina in spazi lontani/ ove le genti paion fantasmi/ dal nulla emersi e subito persi …» (Trucco di natura)  […].

Floriano Romboli

 

 

Tommaso Cevese, Iridescenze, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 148, isbn 979-12-81351-44-8, mianoposta@gmail.com.

 

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Biancamaria Valeri, "Di fiore in fiore"

23 Novembre 2024 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Di fiore in fiore

Biancamaria Valeri

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Non ci si trova dinanzi ad un’autrice sconosciuta: Biancamaria Valeri ha già assaporato la gloria del successo, avendo pubblicato numerosi testi storici e una decina di raccolte di poesie. Ha avuto una solida formazione classica, si è Laureata in Filosofia e in Lettere, non è solo scrittrice ma anche studiosa di Storia e di Arte (con diversi diplomi di specializzazione e master): ciò si sente, nel leggere ciò che compone. Ed è anche una donna ‘pratica’, abituata a risolvere problemi sorti nell’immediato, come deve essere chi, come lei, ha avuto il compito di dirigere scuole. Eppure la freschezza di questa nuova silloge, Di fiore in fiore, sembra proporci una poetessa appena sbocciata.

Questa sua nuova raccolta di poesie ci propone una variegata gamma di riflessioni sulle vicende umane: amore, dolore, insuccesso, gloria, ricordo, attualità, giudizio, sentimento, morte – tutto quel che costruisce il puzzle di una vita intera. Una serie di riflessioni profonde sul significato della vita, presentate senza durezza, con lo sguardo allenato di chi scruta nei meandri della Storia per scovarne quel filo rosso che dà senso agli eventi.

I versi della Valeri spesso sono brevi, spezzati, quasi a voler sottolineare la fugacità del tempo umano. La punteggiatura stessa è scarna: ci sono intere poesie senza una virgola – a cominciare dalle prime due. A volte i versi constano di una sola parola, ma non vi è ricerca di ermetismo: così, piuttosto, l’autrice sottolinea il punto focale, quello su cui ci si deve soffermare per riflettere adeguatamente. Si veda ad esempio la breve ma intensa Pasqua di Resurrezione: «O morte/ dov’è/ il tuo artiglio?/ Disfatti/ dalla disperazione/ le tenebre/ dominavano/ su noi./ Dal silenzio/ profondo/ una voce/ suonò/ come un tuono./ E non ci fu più fine». Si veda anche l’incipit di Paese dell’anima: «Lo spazio dell’Anima/ è lo spazio/ del suo respiro,/ del suo soffio./ Da lei/ la materia è permeata/ e vive/ e sente/ e avverte/ e percepisce…». E così via, in molte altre liriche. Non mancano varie reminiscenze classiche, frutto degli studi dell’autrice, che qua e là si depositano in un linguaggio ricercato: «…Come una zattera/ è il nostro andar/ pel pelago in burrasca,/ come un relitto/ dopo le battaglie/ con l’onde/ guerreggiate…» (Zattera); oppure «…Le occasioni perdute/ le sconfitte del cuore/ ratte all’anima/ s’aggrappano…» (Veglia). A volte, invece, tali reminiscenze riemergono nel rifarsi ad immagini tipiche della classicità, come «quando le stanche membra/ s’abbandonano a Morfeo» (Sogno – ma la figura del più noto dei tre oniri torna anche in Alba e in Notte). Il tutto si riporta sempre alla personale vicenda dell’autrice, come quando – alludendo a Ferentino, la sua amata cittadina – afferma: «…Contemplo l’infinito/ e una profonda quiete/ inonda l’anima mia./ Equilibrio perfetto/ di luci e ombre…» (Abbandono); il paese natale è tanto amato, che anche solo una cartolina fa vibrare le onde del ricordo: «Tra i ricordi d’un tempo che fu/ ti rinvengo, Paese mio…» (Su una cartolina).

La partecipazione personale dell’autrice si fa invito al lettore perché non tralasci l’osservazione della realtà per quel che è; e così perfino il naturale cadere delle foglie genera un sentimento degno di compartecipazione: «…Un sospiro d’addio/ le ha fatte vibrare/ mentre abbandonavano il ramo» (Tappeto di foglie) – quasi a voler condurre chi legge a rifare lo stesso itinerario di scoperta del valore dei particolari che ha commosso lei stessa. Come ha già notato Massimo Gherardini nella presentazione della silloge Paese dell’anima (2021), la poetessa «si muove in punta di piedi» in una «sfera, costellata di luoghi, affetti, significati» e «completamente assorta in riflessioni umanamente universali». È una sorta di atto d’amore di chi scrive verso chi leggerà, che spinge l’autrice ad esternare le sue considerazioni, «…perché la vita come l’amore/ è più della morte/ forte» (Zattera); e non c’è dolore che tenga per far gustare la vita: «…Si capisce la gioia/ se si attraversa/ la stretta e angusta/ porta del dolore./ Lavacro di purificazione/ se accettato il dolore…» (Dolore e vita). Allora «…L’amaro pianto/ pian piano/ tramuta il nero Abisso/ in paesaggio splendido/ di Vita» (Dolore); e così è anche quando si deve  piangere – e non si può non farlo – la malattia di una persona cara (la sorella), e ricompare «…Il vuoto,/ cassa di risonanza/ del dolore…» (Assenza). Perché il dolore è anche – in qualche modo – maestro di vita, tanto da poter affermare, nel chiudere Naufraghi: «…Ci perfeziona/ il dolore/ e sodali fratelli/ ci rende». Questo fatto che il dolore renda gli uomini fratelli è ben più che una reminiscenza di autori classici e romantici (basti pensare al Leopardi): è la constatazione di una realtà tanto autentica quanto spesso dimenticata. Ma non è il dolore l’ultimo orizzonte dell’esistenza umana.

Tutta quanta la vita ci si presenta come una serie di cammini imprevedibili: «Percorso accidentato è la vita./ Non corre mai lineare/ ma percorre tracciati tortuosi/ che sul momento sembrano/ immutabili e costanti…» (Svolte). La vita a volte ci ammalia, ci tenta con prospettive di gloria; c’è però un baluardo che ne limita il tentativo di ingannare il cuore dell’uomo: «…Più potente dei fatui successi/ sbandierati da maliarde maghe/ era la luce della verità» (Inganni). Verità cui tutto, in fondo, tende. È ciò che la scrittrice esprime, in modo estremamente sintetico e diretto, in una poesia che non fa parte di questa raccolta, ma che credo ne rappresenti emblematicamente la posizione umana: «Ho preso la penna/ per affidarle/ i miei sospiri dell’anima./ Con la poesia canto il mio dolore/ con la letteratura/ lenisco ogni affanno./ Ma la notte/ quando tace/ il rumore delle cure …/ più forte che mai/ rimbomba/ l’urlo dell’anima» (In punta di penna). Ed è per questa sua posizione di estremo, lucido realismo, per nulla distaccato dalla quotidianità, che l’autrice può alla fine esclamare: «Nel tuo seno materno/ troverò pace, o Dio./ Di delizie mi sazierò/ nell’infinita pace del tuo amore./ Non m’atterrirà/ alcun male/ se s’apre/ la misericordia tua…» (La tua pace).

Le poesie di questo libro ci trasportano quasi ad un volo radente sopra un campo dai confini sconosciuti – la vita – e ci portano Di fiore in fiore, affrontando aspetti diversi, proponendo sguardi differenti rivolti alla realtà tutta intera. Così i lettori, come api operose, passano dalla contemplazione della natura («…Sei segno di contraddizione./ Splendi radioso come il sole/ nelle giornate di bonaccia./ Terrificante muggisci/ nei giorni di tempesta…», Mare) alla sdegnosa repulsione per la guerra («…Migliore l’equilibrio/ che donano/ la Pace e la Concordia», Guerra), alla contemplazione dell’universo intero, che parla all’uomo anche se questo non ne capisce fino in fondo la «…Lingua sconosciuta/ che si può sentire e udire/ solo con il battito del cuore» (Mistero).

Sì, perché è con il cuore che si capisce la profondità del mistero della vita; ed è col cuore che si comprende la profondità di questa raccolta, ed ogni momento di angoscia e di dolore si risolve in una dolce, benefica nostalgia, piena di fede in Dio, autore della vita. Non c’è modo migliore di concludere che ripetere l’osservazione di Alessandro Quasimodo nel presentare la silloge In punta di penna (2023): «l’istante diviene un frammento di eterno che comunica dolcezza, addirittura infinita». Dolcezza cui ci conduce il fine sentimento della poetessa Biancamaria Valeri nel considerare ogni recondito aspetto della vita come dono d’amore.

Marco Zelioli

 

 

Biancamaria Valeri, Di fiore in fiore, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 72, isbn 979-12-81351-49-3, mianoposta@gmail.com.

 

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