Sergio Vanni, un artista postmoderno
Mi è capitato tra le mani Musée de poche, un catalogo artistico edito da Arte Tivù, curato da Simona Scopelliti, che ripercorre l’opera di Sergio Vanni, livornese di nascita (Rosignano, 1944) e milanese d’adozione. Per avere un’idea delle produzioni dell’artista consiglio una visita al sito www.sergiovanni.it, che spiega bene l’idea del museo tascabile, della collezione di opere in piccolo formato, scelta dal sapore zavattiniano per far assaporare la produzione artistica.
Sergio Vanni lavora sin dalla metà degli anni Ottanta, realizzando all’interno di teche in plexiglass (30 per 30) composizioni a tema, ispirate a capolavori dell’arte moderna e contemporanea. Vanni non copia, non riproduce pedissequamente, ma interpreta in senso comico - umoristico i capolavori artistici. Siamo dalle parti della satira della storia dell’arte, operazione mai compiuta, con un artista divertito e divertente che cita i grandi e li dissacra, ma al tempo stesso li fa conoscere e li rispetta. Ridendo castigat mores, ha detto qualcuno. Ridendo e scherzando quante verità si possono dire, ha ripetuto un altro grande del passato. Per Vanni è tutta colpa di Aristotele, più che altro del suo libro sulla commedia andato perduto, quindi della mancanza di un supporto culturale che renda artistico il lavoro comico. Noi che ci occupiamo di cinema comico italiano - da Steno a Franco & Ciccio, passando per Totò e Nando Cicero - ne sappiamo qualcosa dei pregiudizi critici. Tutto quel che non è impegnato e che non profuma di drammatico non merita attenzione, secondo certa critica con la puzza sotto il naso. Bergson e Pirandello non sono bastati, ma non è servita a niente neppure la grandezza e la modernità di Plauto. Niente da fare: il comico - per certi soloni - è un prodotto di serie B. Vanni prova a sfatare certe credenze, lui non vuole provocare né profanare, solo fare satira artistica alla Duchamp, che dipinse i baffi alla Gioconda, cercare di far sorridere con l’arte, emozionandoci, imparando a conoscerla e ad apprezzarla. Vanni gioca con le opere d’arte, dipinge la Madonna del Perugina con il sottofondo di carte argentate dei Baci Perugina, il David e Golia con le cartine delle caramelle Golia, il Mickeyklangelo con le orecchie da Topolino, Il grido di Munch come se fosse il muggito di una mucca, Il taglio di Fontana ricucito con ago e filo, la merda d’autore di Manzoni come Merde de vache Manzonin, per arrivare ad alcune composizioni ispirate a Andy Warhol. Fantastico il Non ci capisco una segal che mette alla berlina la Pop Art di George Segal. E che dire di Arte povera che raffigura un misero centesimo nel bel mezzo della cornice? Dulcis in fundo con Mogli e beuis dei paesi tuois, perfida ironia su Joseph Beuys, lo sciamano naturista.
Sergio Vanni è un artista completo, il suo punto di forza sono le parodie d’opere d’arte miniaturizzate e dissacrate, pubblicate da Pulcino Elefante ed esposte in mostre itineranti nelle catene Feltrinelli. Interessante il libro - catalogo L’arte è un pacco (2003), ristampato nel 2011, vera e propria summa della produzione artistica. Vanni completa la sua attività intellettuale con la scrittura, pubblica tre gialli, indagini del commissario livornese Eros Canti, ambientate a Castiglioncello e inserite nel mondo dell’arte che conosce molto bene: Classica moderna criminale (2008), Un delitto educato (2010) e L’uomo con la mano alzata (2011). Eclissi Editrice, Milano. Da leggere.
UN PO' DELLA MIA VITA
Adriana Pedicini presenta un brano di Paolo Aurelio Monteleone, speaker di radio Adelaide (Australia)
UN PO' DELLA MIA VITA
Quando eravamo tredici figli in casa, quando povertà e miseria erano le sole cose che abbondavano, io c'ero.
Quando si mangiava tutti in una sola pentola o padella, facendo a turno con le poche posate che avevamo, quando si dormiva in tre o quattro in un letto e ci si scaldava incrociando le gambe l'un con l'altro, io c'ero.
A sei anni, alla morte di mamma, io c'ero.
Al suo funerale no, io non c'ero, troppo piccolo, mi dicevano allora, per seguire una bara, come se le lacrime di un bambino che perde la madre valgono meno di quelle dei grandi.
E quando l'ENAOLI (ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani) ci prese e ci portò via di casa per metterci in orfanotrofio che sapeva più di prigione che di collegio, io c'ero.
Ed in quei lunghi otto anni di Alcatraz, dove il nervo e la bacchetta la facevano da padroni ad ogni piccola mancanza, quando oltre che a badare a me stesso, dovevo far da padre, da madre e da fratello maggiore a lui che era due anni più giovane di me, io c'ero.
Che bella fanciullezza!! Non la augurerei neanche a un cane. Nulla di inventato, tutto vero, reale, vissuto sulla propria pelle e portato sulle spalle.
La gioventù non è stata prodiga di doni, mi ha dato un'altra mamma (santa donna e due nuovi fratelli, come se non fossimo già abbastanza), un padre padrone, terra da zappare e botte da mattanza.
Che bello vero?
Però io c'ero.
I miei vent'anni, non furono da meno ;
Alla morte e funerale di mio padre io c'ero.
A 21 fidanzato
a 22 già sposato
a 23 un figlio mi era già nato
e io c'ero.
Gli anni più belli, quando quelli come me facevano piglia piglia, io sulle spalle, avevo una famiglia.
A tutti ho dato il meglio che potevo, ai figli ho dato il meglio di me stesso, a volte ho lavorato come schiavo, a volte son passato anche per fesso.
E io c'ero.
Venimmo poi in Australia, per dar loro un bel futuro, non mi è poi andata male, ma ho lavorato duro.
Alle rinunce e privazioni, io c'ero, al funerale di mia figlia, io c'ero, anche a quello di mia sorella, io c'ero.
Al matrimonio del primo figlio, io c'ero, alla nascita dei nipotini, io c'ero, magari stanco morto, però c'ero.
Alla partenza della figlia, io c'ero, nello spazio di un anno, il piccolo si è rotto il braccio e una gamba ben tre volte, e io c'ero eccome !!!!
Visite, ospedali, specialisti, tanti dottori in vita mia non li ho mai visti, cosa non faresti per i figli,
anche a costo di svuotare il portafogli.
Ora non son più giovane, non me ne faccio un vanto, lo so che ho avuto poco, anche se ho dato tanto.
Non voglio fare il pirla, non voglio passar per fesso, ma prima di finirla, io ci sarò ancora, ma prima per me stesso.
Anch'io ho diritto a vivere, a togliermi le voglie, e prima di pensare agli altri, ci siamo Io e mia moglie.
Quante foto di tavole imbandite per il Natale, tutte belle e preparate con gusto, da fare invidia, quanti bei piatti pronti per essere divorati!!!!!!.
Complimenti !!!!!! Sono felice che comunque nonostante la cosiddetta "crisi", noi Italiani riusciamo sempre a rendere speciale questa che per noi cristiani è la festa più grande da celebrare ogni anno.
Io per questo Natale ho voluto fare qualcosa di diverso, che non avevo mai fatto prima, sono andato indietro nel tempo, ho scavato nella mia memoria, ho cercato tra la polvere della mia mente il primo Natale della mia vita, di cui potessi ricordare. E ce l'ho fatta !!!
Si, ricordo bene, avrò avuto 4 forse 5 anni, ne sono sicuro perché mia mamma era ancora viva, così come lo era mio padre, i miei nonni, alcuni zii e zie e dei fratelli e sorelle che purtroppo non ci sono più.
Eravamo gente povera, non avevamo molto, anzi avevamo molto poco.
Il nostro pranzo di Natale era fatto di cicorie amare, raccolte sulla Farastola, cucinate in padella con un po’ di fagioli secchi, messi a bagno la sera prima, un piatto di olive in salamoia e come regalo, una manciata di fichi secchi da custodire gelosamente nelle tasche e da consumare lentamente, come se fosse un tesoro prezioso. Altro che i grandi pranzi di oggi !!!!
Non c'era molto è vero, ma avevamo Noi e ci volevamo bene e quel volersi bene valeva molto e quel fico secco per noi era quanto si potesse desiderare.
Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo sulla tavola ed anche di più, facciamo a gara per comprare i regali (spesso inutili), brindiamo con i vini più costosi, ostentiamo un lusso che non ci appartiene, sì, abbiamo quasi tutto ma non abbiamo più Noi.
L'amore e il rispetto che c'era tra la gente povera di una volta non esiste quasi più, quando lacrime e miseria erano le sole cose in abbondanza, io ricordo che ci si voleva bene veramente e con sincerità.
Ricordo molto altro a pensarci bene ma per le nuove generazioni è impossibile da credere e forse inutile da raccontare.
Io non voglio fare il moralista, voglio solo dire che sono fiero ed orgoglioso di fare parte di quella generazione che non ha dimenticato e che non dimenticherà mai le cicorie amare e i fichi secchi.
Per quest'anno, il mio pranzo di Natale e il cenone di Capodanno sono andati a quelli meno fortunati di me, io mi accontenterò di qualche fico secco ma con pace e amore vero in casa mia.
Paolo Aurelio Monteleone
Giorgio Caproni
“Livorno, quando lei passava,
d’aria e di barche odorava”
Giorgio Caproni (1912 – 1990) è nato a Livorno e ivi ha ambientato le sue poesie più belle, quelle dedicate alla madre, Anna Picchi, Annina, denominate Versi Livornesi, nella raccolta Il seme del piangere del 1959.
Dal 22 si trasferisce a Genova, e poi a Roma. Fa il commesso, l’impiegato e il maestro elementare. Le sue prime prove sono rifiutate dagli editori, gli viene detto di “aver pazienza”, gli si fa capire che la poesia non è cosa per lui. Ma insiste, oltre alle poesie scrive critica letteraria, recensioni e traduce dal francese Il Tempo ritrovato di Proust, I fiori del male di Baudelaire, Bel-ami di Maupassant e, ancora, Celine e Apollinaire.
Anche quando la fortuna letteraria gli arriderà e vincerà numerosi premi importanti, si terrà sempre appartato e lontano dai salotti, chiuso nel suo dolore esistenziale frutto di numerosi traumi, come la morte per setticemia della prima fidanzata e le sciagure della guerra.
Scrive anche saggi e opere narrative ma la sua produzione più alta si concentra nella poesia. Le sue raccolte più famose sono Cronistoria (43), Le stanze della funicolare, (52), Il passaggio di Enea, (56), Il seme del piangere (59)
Ci sono tre tempi nella poesia di Caproni, il primo è macchiaiolo, carducciano, contiene una traccia dei primitivi toscani e di certi modi cavalcantiani e stilnovistici, privi, però, d’idealizzazione spirituale. Ne è un esempio la poesia che segue:
LA GENTE SE L’ADDITAVA
Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.
Era una personcina schietta
e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com’era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:
che sembri scritta per gioco
e lo sei piangendo: e con fuoco.
C’è poi una fiammata lirica e neoclassica in Cronistoria e ne Il passaggio di Enea ed infine una progressiva scarnificazione e perdita di lirismo, come se, col passare degli anni, la parola fosse ormai un peso.
“Il rumore della parola, ad un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio”
La ricerca è tesa alla semplificazione, il verso s’impasta di aulico e prosastico insieme, oscilla fra cantato e parlato (e in questo richiama la linea ligure, in particolare Sbarbaro.) Si rifà comunque a un filone preermetico, alla musicalità descrittiva di Saba e alla metrica di Pascoli. Consapevolmente antinovecentesco, Caproni rifiuta i giochi puramente sintattici e concettuali. Vuole una poesia fatta di bicchieri, di stringhe, di cose della vita quotidiana, il suo è un impressionismo che evita l’idillio e il compiacimento elegiaco, anche la sintassi si riduce all’essenziale mentre sono gli oggetti a prendere corpo.
L’architettura e il controllo della metrica entrano in contrasto con l’urgenza vitalistica, espressa spesso dagli esclamativi iniziali, il periodo non si esaurisce nel verso ma deborda nell’enjambement, il versificare si fa spezzato, rispecchiando l’anima del poeta che tenta di afferrare una realtà sfuggente. Caproni ricorda in questo Virginia Woolf, il suo senso di crescente insoddisfazione, la sfiducia nella possibilità che la parola riesca a rappresentare davvero le cose.
“Nessuno è mai riuscito a dire
Cos’è, nella sua essenza, una rosa.”
Detesta la logorrea, i versi lunghi. “L’ideale”, afferma, “sarebbe arrivare a scrivere una parola sola, o meglio, andare oltre la parola”. La parola ha per lui valenza negativa, perché limita, è simulazione della realtà. La parola è oggetto essa stessa e, ammesso che la realtà esista, non si può conoscere un oggetto con un altro oggetto.
Caproni usa la rima, l’allitterazione, l’assonanza, l’anafora (ripetizione di parole o espressioni), la prosopopea (quando si fanno parlare animali, oggetti, defunti) e la punteggiatura con valore ritmico. La sua resta un’operazione letteraria e l’assoluta identità fra vita e poesia rimane un’aspirazione, anche se egli tende più narrare che a poetare, rifuggendo dalla sublimazione lirica.
PER LEI
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte della sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
I temi ricorrenti sono la guerra; il dolore; l’esistenza come viaggio - anche in senso chiuso e circolare, un viaggio che riporta indietro, al punto di partenza, al nulla, al non essere, e che è simbolico del passaggio fra un’epoca e l’altra e fra la vita e la morte - la ricerca dell’identità che sfocerà nell’immedesimazione con personaggi mitologici come Enea e che è intesa come modo per trovare gli altri attraverso se stessi; il rapporto con i genitori; la vita popolare di Genova e Livorno. La sua è un’epopea casalinga, una fuga dalla storia che caratterizza molti poeti dell’epoca come Penna, Luzi, Sereni, spaventati dal passare del tempo, dalla distruzione della civiltà contadina.
Nel 1949 torna nella sua città alla ricerca della tomba dei nonni e la riscopre, ma, ormai, anche Livorno è popolata di fantasmi.
ULTIMA PREGHIERA
Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mòrmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo.
Annina, fine e popolare come i versi del figlio, non c’è più, non ci sono il suo odore di cipria, la catenina, il tumulto del cuore, la camicetta. Ella, ormai, non si può destare.
IL CARRO DI VETRO
Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro i cavalli
(neri) senza sonagli.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
Riferimenti
Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore
Walter Cremonti, “I versi livornesi di Giorgio Caproni” dal sito www.latramontanaperugia.it
Cena di Natale
La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini
Cena di Natale
Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.
Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.
Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.
Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.
I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.
Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.
L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.
Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.
Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.
Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.
Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.
Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.
Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.
Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.
Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.
Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!
Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.
Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.
Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.
L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.
Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.
Non gli mancò la voglia di scherzare.
Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.
Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.
Intanto ebbe inizio la cena.
L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)
Un piccolo brano tratto da un mio romanzo ancora inedito per augurarvi BUON NATALE.
Il tavolo è stato allungato e ricoperto con una tovaglia rossa, comprata in un negozio cinese, che non va stirata e si lava con una spugna. I piatti, invece, sono quelli buoni. Michela ha persino provato a fare un centrotavola con delle candele prese al discount e delle pine* spruzzate di spray color argento. Tenere occupate mani e testa è uno sforzo che consuma un sacco di energia, sfinisce e lascia posto per poco altro, ma è indispensabile, fa parte del processo quotidiano di rimozione, in atto da tanto tempo ormai. In questo preciso momento si costringe a tenere gli occhi fissi sul piatto che ha in mano, a respirare per schiarirsi la testa e trovare un modo per arrivare in fondo alla serata. Dalla cucina arriva un odore nauseante di crostini bruciacchiati e arrosto sfrigolato. È come se ci fossero delle scritte luminose nell’aria, dei festoni ad annunciare l’avvento dell’orrore, non di Gesù.
Accade l’insopportabile eppure dovrà sopportare fino in fondo alla cena. Le sembra di morire, ma non come suo figlio, piuttosto di una morte privata, tutta chiusa dentro di lei. Si sforza di far finta di nulla, di trasformare in un sorriso il rictus che ha sulla faccia da quando hanno suonato alla porta. Respira ancora profondamente, poi va in cucina, si mette ad armeggiare con il forno, si brucia, impreca. Le luci della sala sono tutte accese, sembra che le cose sfavillino in modo feroce. «È l’ultimo Natale per Loris, devi esserci» ha detto al telefono a sua sorella. «Sì, ma porto qualcuno» ha risposto Rosi.
Loris è già sistemato a capotavola, vicino all’albero finalmente raddrizzato e pieno di regali, quasi tutti per lui. Ha tre cuscini a sostenergli la schiena, un filo di saliva che scende sul mento, fa fatica a girare la testa, eppure la volta in continuazione per seguire il suo andirivieni dalla cucina. Più passano i giorni, più peggiora e più ha bisogno di lei, più la cerca fino a farle sembrare odioso ogni minuto che trascorre lontano da lui. Serve ad aumentare il suo senso di colpa e lei ci si aggrappa perché anche quello è un sentimento umano, un sentimento da mamma.
Francesco è in piedi davanti alla porta finestra, ha i pugni contratti, la mascella serrata in quella posa che lei conosce fin troppo, sembra sul punto di aprire la finestra e gettare di sotto qualcuno, guarda fuori nel buio della notte che, qui sul viale di Antignano, non ha luminare, babbi natali scalatori o tubi fluorescenti sui terrazzi. Qui il mare la fa da padrone su tutto, anche sul Natale. Non come in Borgo, dove lo percepivi dagli alberi illuminati contro le finestre spalancate, dai rumori di ciottoli e stoviglie, dagli odori di crostini e sughi che filtravano sotto le porte saturando i pianerottoli, dalle luci che addobbavano i terrazzi e davano sentore di presenza umana, di gente vicina che sta facendo le stesse tue cose e sta pensando gli stessi tuoi pensieri.
Rosi è seduta su uno dei due divani, a fianco c’è la loro madre che le sta dicendo: «Via… così alla fine ti sei fidanzata anche tu». Sua madre sembra davvero contenta mentre accenna a Luca, disteso sull’altro divano. Quando hanno suonato, Michela è andata ad aprire ed è rimasta impietrita sulla porta, zitta, ha sentito che il sangue le defluiva dalla faccia. Le è sembrato che qualcuno le legasse un mattone al collo per trascinarla sul fondo di un pozzo nero. «Buon Natale» ha detto Luca, e aveva la bocca sollevata da un lato, non era un sorriso, era un ringhio. È entrato nell’ingresso conquistandolo, invadendolo come se non pesasse sessanta chili ma cento, come se non fosse alto un metro e settanta ma due metri. E ora è lì, che respira la stessa aria di Francesco, i suoi occhi la seguono, le perforano la nuca anche quando fugge in cucina per salvarsi. Michela vorrebbe spalancare la porta e correre giù nel buio, fra le siepi, sullo sterrato, fino al mare gelido, invernale, per buttarcisi dentro e scomparire nella notte. Non può farlo, sono tutti lì per l’ultimo maledetto Natale di Loris, sono lì per sorridere e fingere che ce ne saranno molti altri schifosi come questo."
*Pina: "frutto del pino avente la forma approssimativa di un cono costituito da squame o scaglie legnose, aderenti le une alle altre, che, quando il frutto ha raggiunto la completa maturazione, si aprono lasciando cadere i semi, cioè i pinoli. Vedi anche pigna" . Dizionario della lingua italiana De Agostini
Ricordarsi sempre che i cosiddetti "toscanismi", altro non sono che parole italiane pure. Chi parla toscano, raramente sbaglia.
ESSO, STA P’ARIVA’ ‘N ATRU NATALE
(Dialetto riburtino)
ESSO, STA P’ARIVA’ ‘N ATRU NATALE
(natale 2007 - signoradeifiltri 2015)
… èsso, sta pe’ ariva’ ‘n atru natale
e ‘nte ne rendi cuntu
che téne n anno ‘mpiù
gesù gesù gesù…
nn’è ppiù comme ‘na vota
a quistu mundu,
ci semo sparpagghiati…
... na vota
stemmio tutti areddunati
‘nfamigghia co lli patri e co lle matri
Mo ‘gnuno se ne va pe’ cuntu seu
non vale più lu dittu
natale co lli tei
e pasqua ando’ te pare.
Chi se ne va ‘mmontagna
e chi se ne va ar mare
Chi se ne va a scià
chi co ll’amichi se ne va a balla’.
Ma ch’è natale quissu?
Io propriu non llo saccio.
So intisu ‘nciafrugghia’ tra sé ‘nvecchijttu:
madonna, ché natale!
Io me cci sento male…
Semo aremasti soli bella mea
(alla vecchietta sea)
gesu gesu gesu gesu gesu
pe nnui ci si aremastu solu tu.
ECCO, STA PER ARRIVARE UN ALTRO NATALE
Ecco, sta per arrivare un altro natale,
e non ti rendi conto
che hai un anno di più
Gesù Gesù Gesù...
non è più come una volta
a questo mondo...
ci siamo sparpagliati...
... una volta
eravamo tutti radunati
in famiglia, coi padri e colle madri...
adesso ognuno se ne va per conto suo
non conta più il proverbio
Natale con i tuoi
e Pasqua dove ti pare...
chi se ne va in montagna
e chi va al mare...
chi va a sciare
chi con gli amici se ne va a ballare...
ma che Natale è questo!
Io proprio no lo so...
ho inteso bubbolare tra sé un vecchietto:
Madonna! Che Natale!
Io mi ci sento male...
Siamo rimasti soli, moglie mia...
Gesù Gesù Gesù Gesù Gesù,
per noi... ci sei rimasto solo tu!
marcello de santis
Natale in casa Contarini
"Che cos'è il Natale? E' tenerezza per il passato, coraggio per il presente, speranza per il futuro. E' il fervido auspicio che ogni tazza possa strabordare di benedizioni eterne, e che ogni strada possa portare alla pace. " - (Agnes M. Pahro).
Questa è una storia di paese sentita raccontare dai nonni quando, piccolini, seduti intorno al camino, si aspettava mezzanotte per posare il Bambinello nel Presepe.
Natale 1944 c'era la guerra, erano i mesi più duri e l'inverno più freddo che la gente ricordi, forse per via degli stenti oramai arrivati al limite di sopportazione. Felice Contarini, proprietario di una casa colonica in via Cardinala a Conselice, nascosta tra i frutteti che si adagiano ai piedi dell'argine del torrente Sillaro, decise, nonostante tutto, che si doveva festeggiare il Santo Giorno e diede disposizioni alla “sdòra” di dar fondo alle riserve di farina e uova e di “tirare il collo” alla gallina più grassa rimasta nel pollaio.
In quei mesi Contarini dava ospitalità a quattro soldati tedeschi della Weermacht che dormivano in casa e avevano messo su un'officina nel suo magazzino per riparare mezzi meccanici e carri armati. La famiglia di Felice si era affezionata ai quattro giovani, erano poco più che ragazzi, e in particolar modo a quello di loro più aperto e gioviale, il Caporal Maggiore Fritz Gollek, originario di Halver, una cittadina fra Dortmund e Colonia. Con lui i figli provavano a scambiare qualche parola e lui si sforzava di imparare l'italiano, a volte riuscivano, anche in quei tristi giorni, a ridere di gusto delle loro pronunce sbagliate.
Così in quel Natale del tutto particolare, il contadino riunì intorno alla sua tavola imbandita a festa, oltre ai suoi cinque figli, anche i quattro soldati suoi ospiti. Si rendeva ben conto che per quei ragazzi la nostalgia di casa era forte e in quel freddo giorno di dicembre, capì, la sentivano ancora di più. Il tempo di un pranzo e dimenticarono, brindando tutti insieme, la realtà della guerra, i bombardamenti degli alleati che si avvicinavano e ognuno a modo suo provò a pronunciare qualche parola di ringraziamento.
Pochi giorni dopo i quattro soldati furono costretti a proseguire per quella che oramai era una triste e dura ritirata. Fritz Gollek venne fatto prigioniero e rinchiuso per 3 anni in un campo di prigionia in Jugoslavia. Quando riuscì a tornare in patria,povero e senza lavoro, trovò la sua terra distrutta, ma con molti sacrifici, continuando il suo mestiere di meccanico, trovò un lavoro e mise su famiglia.
Ricordando l'affetto con cui era stato accolto a casa Contarini, appena gli fu possibile, nel 1950, in moto con un amico, tornò a trovare, là nella bassa pianura, quella che lui reputava la sua famiglia italiana, in quella casa che lo aveva ospitato e dove aveva trascorso, nella calda intimità contadina, un Natale indimenticabile. La vita fu severa col Caporal Maggiore Fritz Gollek, non potè avere i figli tanto desiderati e, rimasto vedovo nel 1995, insieme a una grande solitudine, continuò a coltivare i ricordi di una vita intera.
"Non vi è nulla di più triste che svegliarsi la mattina di Natale e scoprire di non essere un bambino" - (Erma Bombeck)
Così il pensiero ricorrente della famiglia numerosa e chiassosa che lo aveva accolto in quella ospitale terra di Romagna, gli creò uno struggente desiderio di tornare in Italia un'ultima volta. Un giorno di settembre del 2001, alla veneranda età di 84 anni, si rimise al volante della sua auto e percorse tutti i km del lungo nastro d'asfalto che separano Halver da Conselice. Fu accolto come un fratello dai figli del signor Felice, oramai defunto, trascorse, in compagnia di quella gente che aveva nel cuore, una settimana davvero serena, in una moderna villa di cemento armato, rammaricandosi soltanto di non aver trovato in piedi la vecchia casa colonica, che solo la sua nostalgia ricordava calda e accogliente.
I sentimenti di pace, di amore, di condivisione che il Natale ispira hanno vinto sulla guerra, sulla fame, sulle restrizioni, e persone lontane, di diversa lingua, si sono sentiti fratelli per tutta la vita.
Consigli per un Natale fuori dal coro
La mia scrivania deborda libri per tutti i gusti.
Classici da rileggere (Il maestro e Margherita, Tempi memorabili, A ciascuno il suo, l’opera omnia di Nicolas Guillén da tradurre, un vecchio Guareschi...) che continuo a spizzicare senza riuscire mai a portare a termine.
Libri di amici, esordienti, colleghi, testi interessanti da assaporare tra un film e l’altro interpretato da Laura Antonelli - ché dopo Gloria Guida sto scrivendo un libro su di lei - e altre pellicole più nuove da recensire.
Totale assenza di best-seller, invece, di scrittori panettone, di film da cassetta, di brunivespa e simili, di checchizalone e starwars…
E allora ecco i miei consigli controcorrente, che magari non seguirete, ma non importa, tanto ci sono abituato e ve li do lo stesso.
Domenico Vecchioni è un saggista divulgativo preparato e mi fa piacere invitarvi a scoprire la collana che dirige per Greco&Greco. Il suo ultimo libro è dedicato a Garbo - La spia che rese possibile lo sbarco in Normandia (pag. 154, euro 12), che arriva dopo aver passato in rassegna personaggi come Pol Pot, Ana Belén Montes, Raul Castro, Richard Sorge…Vecchioni ha scritto anche Storia breve della Costa Azzurra, un tascabile da 6 euro, sempre edito da Greco&Greco.
Se vi piace il fantastico non perdetevi Non di solo pane, edito da Rill, collana Mondi Incantati, un’antologia di racconti, tra i quali spicca un prezioso inedito di Davide Camparsi che dà il titolo all’opera.
Lorenzo Fabiano arricchisce la collezione sportiva di Edizioni Icontropiede con Il cameriere di Wembley, una serie di storie che ripercorrono tutte le sfide tra Italia e Inghilterra. Interviste a Dino Zoff e Furio Valcareggi, figlio di Ferruccio.
Luca Barbieri ripubblica con Meridiano Zero - Odoya un classico dell’horror western come Five Fingers, libro che conosco bene per essere stato il suo primo editore. Barbieri sta facendo strada: sceneggia Tex e pubblica saggi interessanti, ma non dimentica il primo amore della narrativa fantastica. Ricordo Barbieri autore dei primi fumetti horror del Foglio Letterario, quel Professor Rantolo che negli anni Settanta avrebbe spopolato. Ma il tempo passa e i gusti cambiano…
Per un Natale più ispirato e letterario non fatevi mancare Matteo Meschiari con il suo Tre montagne (pag. 182, euro 14,90), tre storie sulla fine e sul senso, edite da Fusta, un marchio che produce narrativa di qualità e che ha già pubblicato Il canale Bracco di Marino Magliani.
Dianora Tinti è la mia ultima scoperta, critico letterario e conduttrice di un programma librario molto seguito sul canale digitale TV9. Vi consiglio Storia di un manoscritto (Mauro Pagliai, pag. 190, euro 13), che ricorda a tratti La zona morta di Stephen King ed è incentrato su un misterioso libro che sembra parlare della sua vita. La Maremma è lo sfondo di un romanzo ispirato e profondo, scritto con stile letterario, di agevole lettura e ricco di dialoghi. Dianora Tinti va ricordata anche per un’intensa storia d’amore come Il pizzo dell’aspide (euro 12), che ha fatto incetta di premi e riporta agli anni Cinquanta, in una Puglia bruciata dal sole. Tutte cose da approfondire, ma ci ritorneremo. Intanto sapete cosa cercare e cosa cominciare a leggere.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Ho incocciato uno zampognaro
Questo racconto, cari amici, risale alla mia mezza età, quando ero direttore in Ciociaria, ed ero signore di tutti i paesi che nomino, Natali che ho vissuto in prima persona, là ho abitato con la mia famiglia a lungo. Venne anche pubblicato in prima pagina, mi pare, da La gazzetta ciociara (ma non vorrei sbagliare, la memoria a distanza di una quarantina d'anni
è labile alquanto...)
HO INCOCCIATO UNO ZAMPOGNARO
Di quelli veri, autentica reliquia di tempi andati, giaccone in pelle di capra non lavorata e zampogna tra le braccia. Ai piedi, le “ciocie”. La cantilena antica soffiata con forza nelle canne infilate nella sacca, mi ha fatto luccicare una lacrima.
Vedi, amico: questa è la Ciociaria… Un paese ancora paese, pur nella pseudomodernità del capoluogo. Una zampogna, dalle nostre parti, passa, si ferma, si osserva e si ascolta, e continua ad andare… Una zampogna qui, in Ciociaria, all’un tempo ti gela e ti scalda le membra, giù, fino in fondo… e ti fa tremare di gioia… ti procura una commozione antica… E dovunque ti trovi a passare, qui, in questa terra una volta di pastori, oggi terra verde e pregna di storia, il cuore vola in cerca di presepi veri.
E vola a Ceccano, appiccicata sul fianco della montagna; qui di sera, passando dal basso, entri nel paesaggio del vero Natale, tra una miriade di piccole luci a indicare le case che riposano in attesa del sonno, nel silenzio di una pipa che un vecchio succhia cogli occhi chiusi, o nel vapore saporito di una polenta stesa sulla spianatoia, con intorno forchette vogliose... un paesaggio reale, che la gente del mondo s’ingegna a costruire sui presepi di casa…
Scende il bambino Gesù su Fumone insonnolita, attorcigliata intorno al maestoso castello che tenne in prigione papa Celestino, quello del gran rifiuto; e una stella guida ancora oggi la gente, su per i tornanti silenti, al castello, che veglia le sue case dalle tegole rosse e dai comignoli anneriti, fumanti di camini accesi; è come un padre che stringe in un abbraccio le sue figlie, a riscaldarle, il castello e le case...
Scende su Ferentino, arcana patria di ciclopi, arrampicata lassù, con le sue viuzze strette che salgono al paese e alla rocca, dove una chiesa, dalle solenni porte sempre aperte, stanotte attende i fedeli all’antica funzione, tra i canti natalizi degli angeli.
E si posa su Alatri dalla vetusta, maestosa cattedrale gotica, nella piazza della millenaria fontana circolare, aulica signora del paese, che sta, in un silenzio bianco di neve.
E scende su Anagni, la città dei papi, custode di millenarie preziose vestigia, dai nobili palazzi, dalle chiese fastose, dal campanile che solitario svetta possente al cielo dinanzi alla cattedrale, dalle vie medievali echeggianti antica vita.
E si posa alfine, su Veroli, dai “fasti latini” testimoni del tempo romano, che in essi s’è fermato.
Qui in Ciociaria, un suono di zampogna fa sì che Gesù scenda veramente dalle stelle, come canta il coro degli angeli, ogni notte del tempo di Natale, sui paesini aggrappati alle colline, qui in Ciociaria…
Dal duomo lassù sulla collina aranciata di lampioni, Frosinone, nel silenzio notturno del Natale, veglia sui suoi figli, in attesa che scocchi la mezzanotte, e allora le sue campane chiameranno al risveglio di festa, le campane di tutta la Ciociaria…
marcello de santis
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