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Ernesto Che Guevara

17 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Ernesto Che Guevara

Ernesto Che Guevara, nato il 14 giugno 1928 a Rosario in Argentina, ho davanti a me una sua fotografia e mi sorge spontaneo un apprezzamento: era davvero bello, anche i fotografi che lo ritrassero all’epoca dissero di lui che non avevano mai visto un volto altrettanto fotogenico. Il destino però, non lo volle fotomodello ma guerriero, o forse fu perché nel suo sangue, irlandese per parte di padre e basco per parte di madre, scorrevano i cromosomi della ribellione, della lotta, della rivolta. Di fatto, a causa di una montatura mediatica, negli anni in cui ero giovinetta, divenne l’icona dei moti studenteschi, della contestazione giovanile, di una generazione che rimase abbacinata dalla sua bellezza, dal suo coraggio, ma che in realtà non lo conosceva per niente. Nulla c’entrava Che Guevara con “fate l’amore e non fate la guerra”, fu eretto artatamente a icona della pace, della libertà, quando lui in realtà era un guerrigliero, un eroe estremo, sempre pronto a combattere e a uccidere, hanno trasformato il suo rigore, la sua intransigenza in fascino da operetta, la sua passione in mito. Qualcuno disse che quella foto rappresentava la determinazione di cambiare il mondo a favore dei più deboli e al tempo stesso l’innocenza di chi crede ciecamente in un ideale e per esso è pronto a morire, per questo motivo la logica irrazionale di una certa ideologia ne fece sia l’eroe simbolo dei guerriglieri urbani pronti a entrare in clandestinità, che l’idolo dei figli dei fiori armati di chitarre.

Tornò utile, all’uopo, la sua tragica ed eroica morte avvenuta in giovane età quando, da invincibile, era divenuto vittima e fu sfruttata questa fotografia che lo rese immortale, scattata per caso il 5 marzo 1960 da Alberto Korda, mentre si stavano svolgendo i funerali delle vittime dell’esplosione di un mercantile che trasportava armi a Cuba, e portata in Italia da Feltrinelli qualche anno più tardi. Un basco con la stellina militare al centro, i capelli lunghi al vento, lo sguardo profondo perso a scrutare l’orizzonte, l’espressione contrita piena di rabbia e di dolore, uno sguardo intenso che resterà vivo per sempre, le labbra ben disegnate, morbide e addolcite dalla cornice dei baffi.

E da allora per oltre quarant’anni Che Guevara è stato oggetto di tutte le svalutazioni commerciali possibili, la sua immagine ha subito la peggiore delle mercificazioni: è stata ridotta a logo per una maglietta e non solo, è finita ovunque si potesse stampare: su poster, portachiavi, bandiere, berretti, zaini, bandane, fibbie, orologi, e tatuaggi in un’apoteosi infinita di business, che hanno confinato il Che a una marionetta, un simulacro, da tirar fuori alla bisogna, quando c’era necessità di dar corpo a teorie assolutamente vuote e di animare masse oramai spente, alla faccia della lotta e della rivoluzione.

Da molto tempo mi sbarri il passo, Ernesto Che Guevara. Ecco il tuo cadavere steso di traverso sul sentiero dove cammino. Posso scavalcarlo. O tirarlo per i piedi. O gettarlo nel burrone. Posso chiudere gli occhi e passare oltre, facendo un tranquillo scarto, come un vecchio cavallo che conosce la strada. Questo scarto l’ho fatto, ed ho camminato dal giorno della tua morte. Era dieci anni fa. Poi ho vissuto e mi sono allontanato da te. Non volevo essere complice dei fabbricanti della tua mitologia. Ti ho abbandonato a loro. Perché avrei dovuto cacciare i mercanti da un tempio che non era il mio?” (L’incipit di “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau, Firenze 2004)

In realtà Che Guevara ha pienamente rappresentato il nazionalismo rivoluzionario, era un coraggioso antimperialista che piaceva anche a Peron e che ben poco aveva a che spartire con i movimenti comunisti che non hanno fatto che alimentarsi di slogan e utopici discorsi. L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista a Cuba, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale. E in seguito fu lo stesso Peron a ospitarlo in Spagna e a metterlo in contatto coi guerriglieri algerini, siamo lontani dai concetti odierni di destra e sinistra. Il 24 settembre 1955 Guevara, in una lettera alla madre, in merito alla deposizione di Peron aveva scritto:

Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l’America Latina…(…) l’Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord.

Il Che si batteva per combattere l’oligarchia, le ingiustizie e per liberare il suo continente dall’occupazione americana.

Fra i giovani di destra si coltivava il mito di Che Guevara molto prima dei movimenti studenteschi del ’68, lo ricorda lo scrittore e storico fiorentino Franco Cardini, allora iscritto al Movimento Sociale e poi alla Giovane Europa di Jean Thiriart, che disse di essere stato tacciato in famiglia come comunista per questo motivo. Racconta Mario la Ferla in “L’altro Che” che la destra ha amato e onorato questo personaggio prima che la sinistra se ne appropriasse indebitamente. Subito dopo la sua morte, a prendere posizione furono i fascisti reduci della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale dedicandogli il pezzo “In morte di un rivoluzionario”. A quei tempi “l’idea” non aveva ancora subito le mutazioni delle svariate destre italiane che l’hanno soffocata sicuramente più del comunismo e poteva liberamente esternare l’“amore” puro ispirato da questo paladino morto per la sua fede ideale, così come faceva per Marinetti, Celine e Drieu la Rochelle. E furono Pierfrancesco Pingitore e Dimitri Gribanovski, a comporre la ballata, cantata da Gabriella Ferri “Addio Che”, portandola in scena al Bagaglino, il popolare cabaret romano e a onorarlo, fra i primi, come mito, come l’eroe che “non muore nel suo letto” e “non vede finire la sua rivoluzione.” Per concludere questa carrellata di ricordi, a Valle Giulia, insieme ai giovani di sinistra, erano presenti un gran numero di ragazzi delle organizzazioni di destra che mostravano l’immagine del Che; gli intellettuali aderenti alla Giovane Italia e, qualcuno dei miei amici se lo ricorda, avevano scritto un articolo intitolato “Il fascista Che Guevara”; infine nel 1968, il primo a sceneggiare un film sulla sua epopea fu Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Dunque il sostegno della destra per il Comandante fu senz’altro più consapevole di quello sbandierato successivamente dalla sinistra per molti anni.

Dopo la pubblicazione avvenuta nel 2005 di alcuni testi “segreti” di Che Guevara, diritti che comprò Mondadori dagli eredi, si scatenò un’aspra polemica a sinistra sul milione e mezzo di dollari pagati da Mondadori (famiglia Berlusconi) e quindi sul suo diritto di censura sui pensieri inediti del Che. Lo scrittore Roberto Sarti scrisse “…concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli. Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse.

Dopo la presa del potere i rivoluzionari cubani, serrati dall’embargo degli Stati Uniti, applicarono il sistema suggerito dai sovietici e, in quei primi anni, Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da percorrere, ma, che il maggiore intoppo fosse proprio questa pesante cooperazione, cominciò a rendersene conto gestendo il ministero dell’industria e osservando i problemi del settore, dove venne accusato di introdurre misure capitaliste. Dopo la stabilizzazione del potere a Cuba , Che Guevara aveva viaggiato in tutta Europa, aveva visitato i paesi “non allineati” e aveva preso pienamente visione delle condizioni del popolo dove vigeva il sistema di “socialismo reale”. Criticava il metodo utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze. Gli inediti rivelarono una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari”.

È evidente che negli ultimi anni Che Guevara aveva sviluppato dubbi, perplessità e un certo scetticismo sul ruolo dei paesi ad economia di “socialismo reale” , il 24 febbraio 1965 da Algeri, dove era intervenuto al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica, pronunciò un vibrante discorso pieno di accuse ad ampio raggio sullo ”scambio ineguale” che mandò su tutte le furie la delegazione sovietica: “Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (…) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.”

Tornato a Cuba, oramai disilluso, il 14 marzo successivo, dopo un lungo colloquio con Fidel Castro, consegnò a un amico una lettera per i genitori, in cui si diceva pronto ad abbandonare la vita politica e, preso nuovamente dal sacro fuoco della rivoluzione svanì nel nulla, si allontanò “per combattere l’imperialismo, dovunque esso sia”. L’idea era quella di “creare due, tre, molti Vietnam”, in clandestinità, passò dal Congo alla Tanzania, per approdare in Bolivia onde soddisfare il suo perenne desiderio di sfida: non era uomo fatto per i trionfi e per il potere, ma per l’azione.

Cari vecchi, sento di nuovo sotto i talloni le costole di Ronzinante, riprendo la strada,impugnando lo scudo…

Che Guevara aveva sperato dunque, nei suoi ultimi anni, in una diversa realizzazione del socialismo, la sua fine prematura ha interrotto ogni ricerca e, sulle conseguenze terribili che ebbe la sua missione in Bolivia, di sicuro c’è che aveva rotto con lo stalinismo. Il Che era andato per far nascere un movimento guerrigliero in una zona poco popolata, con l’aiuto soltanto di un gruppo di uomini fidati composto da sedici cubani, trenta boliviani, due argentini e tre peruviani. Non ebbe alcuna base d’appoggio nelle città, dove invece esisteva un forte movimento operaio politicizzato, da cui volle restare indipendente e per questo fu abbandonato, boicottato dalla direzione del Partito comunista che, dopo il suo ultimo viaggio a Mosca, lo bollava come “trotskista”. Questo l’imperdonabile “errore” che gli costò la vita. Infatti, dopo dieci mesi, l’appoggio della popolazione locale era praticamente inesistente e fu tradito da una campesina, proprio una di quegli umili per cui si batteva. Una vecchia contadina che aveva scoperto i guerriglieri, “ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che aveva iniziato l’avventura boliviana con il Che vennero sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Caduti in un’imboscata, dopo tre ore di combattimento, alcuni morirono e gli altri vennero fatti prigionieri, anche Che Guevara fu ferito alla gamba destra e, con la carabina fuori uso, fu catturato. La mattina successiva venne ucciso, crivellato di colpi, aveva una vita intensa e lunghissima di eventi alle spalle, ma solo trentanove anni.

“Una rivoluzione si vince o si muore” a Cuba era andata in un modo, in Bolivia nell’altro. Era il 9 ottobre 1967, ed ecco un’altra fotografia diventare famosa e fare il giro del mondo, quella che riprende il suo corpo ormai esanime adagiato su una barella nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande. Ritratto in una luce plumbea, così inerme, abbandonato, vinto, a molti ricordò il Cristo Morto del quadro di Mantegna.

Un eroe o un martire, era un santo o le sue mani grondavano sangue? Poco importa, il Che era sicuramente onesto, simpatico, colto, amava la fotografia e sapeva ballare il tango, pochi soldi, quattro stracci e molti libri il suo bagaglio. Esaltato e ingovernabile, quando gli fu diagnosticato un enfisema polmonare, promise di fumare un solo sigaro al giorno e la mattina successiva, raccontavano i suoi uomini, si presentò con un sigaro lungo cinquanta centimetri che gli pendeva dalle labbra. Un po’ folle, ma generoso, audace, fino alla fine dei suoi giorni si è donato agli altri con disprezzo della vita. “Un uomo che ha agito secondo il suo pensiero e che è stato fedele alle sue convinzioni…” aveva scritto di sé in una lettera ai suoi cinque figli. Era stato un padre e un marito latitante, ma la sua scelta era quella di vivere in assoluta austerità, rubando ore al sonno e alla sua vita privata per essere sempre al servizio del popolo. Anche da ministro faceva la fila alla mensa come tutti gli altri, e combatteva con forza le storture del socialismo reale, prima fra tutte la burocratizzazione.

Che Guevara, un Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, immagine che gli calza a pennello e da lui stesso evocata nella lettera ai genitori, era un romantico “condottiero del XX secolo”, pieno di contraddizioni e tormentato dall’asma, ma che correva incontro al nemico senza fiato e senza paura. Fu sicuramente un rivoluzionario autentico e non si può che rendergli onore da ogni parte per le sue scelte: abbandonò cariche di Stato, retribuzioni importanti e privilegi, per continuare la sua strada di ribelle, ritirandosi fra monti e boschi, accettando sacrifici e stenti per portare fino in fondo la sua lotta contro l’oro.

Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. (E.Pound)

Fu guidato solo da sentimenti leali, da ideali autentici, lottò fino alla fine per contrastare l’imperialismo che, di qualunque origine esso sia, soffoca le identità nazionali.

Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America…”(Che Guevara)

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

16 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica Edizioni, 2015

pp 146

12,00

Vuoi perché siamo conterranei, vuoi per vicinanza anagrafica, vuoi per quella contaminazione fra cultura alta e popolare che ci accomuna, vuoi per una profonda affinità interiore, nessun autore mi strugge e mi commuove come Gordiano Lupi, e questa sua ultima fatica, Miracolo a Piombino, non fa eccezione.

Il breve romanzo è la commistione di due storie precedenti e parallele: la rivelazione della vita di un diciassettenne, Marco, e della sua controparte, il gabbiano Robert. L’uno deve affrontare la perdita tragica di un amore, l’altro la riconquista di sé attraverso il tunnel della solitudine. Robert, il gabbiano - l’albatro di Baudelaire e di Coleridge - è ciò che il protagonista vorrebbe essere, una creatura intrisa di solitudine sconfinata, ma capace di sfruttare questo suo tratto per affrontare il mondo anziché negarlo, aprendo nuove prospettive, viaggiando, alla fine tornando a casa, anche grazie all’amore. Robert diventa, quindi, maestro di volo per Marco, guida spirituale, totem.

Non succede molto da un capitolo all’altro, ma non si riesce a staccarci, non tanto per la trama che, forse, simbolica e allusiva com’è, finisce per ripiegarsi un po’ su se stessa e saltare qualche passaggio nel finale – anche per seguire un momento di follia del protagonista - quanto per lo stile, intriso di poesia, credo addirittura trascrizione di malinconici versi giovanili.

Ritroviamo le tematiche care a Lupi: la memoria, la nostalgia feroce, straziante, per qualcosa che non sarà mai più. Mi viene in mente una vecchia canzone di Marisa Sannia, Casa bianca, che già allora, e avevo solo sette anni, mi scioglieva il cuore. Già capivo che avrei dovuto abbandonare l’infanzia e che niente sarebbe mai più stato come prima. “Tristi come chi va incontro alla vita.” (pag 78)

È ciò che sente anche Marco, è ciò che sperimentano tutti i protagonisti dei romanzi di Lupi, il rimpianto di non essere oggi come si sognava di diventare e, insieme, il riconoscimento che eravamo già tutto prima, che abbiamo perduto ogni cosa preziosa: il campetto sterrato, il palazzo affacciato su uno scorcio di porto, l’ala di gabbiano annerita dalla fuliggine. Belli o brutti che fossero, erano “i luoghi della sua storia”, erano “il suo mondo”.

Scogli, vento, salsedine, tamerici piegate dal libeccio, gabbianelle in bilico sull’acqua oleosa del porto, fico degli ottentotti e garofani delle rupi, cale e calette ridossate, il mostro contorto e fumoso dell’acciaieria, sono questi gli eterni paesaggi di Lupi. Il tutto condito da una nostalgia che non se ne va mai, provata in ogni istante, anche al limitare della maturità. Così, il nonno morente rappresenta l’ultimo filo con il passato in dissolvenza, con il tempo in cui ancora “tutto era possibile”.

“Sentiva il dolore di quel che stava perdendo senza riuscire a costruire nient’altro che un castello di ricordi.” (pag 34)

Quanta solitudine, incapacità di vivere nel branco, di essere come gli altri, di farsi piacere le medesime cose, addirittura di capire qualcosa che non sia noi stessi. Quanto sentirsi fuori posto ovunque, fra la gente del popolo come fra gli intellettuali.

“Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava. (pag 60)”

Il ragazzo e il gabbiano, due solitudini che si toccano, per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, che l’unica possibilità di riscatto, di proseguimento, di avanzamento, è nel rientro a casa (Calcio e acciaio), e nel recupero della memoria (Alla ricerca della Piombino perduta), nel cullare e covare i ricordi, che sono tutto quello che abbiamo e che siamo, il nostro nucleo, il sancta sanctorum di noi stessi. Ricordare per andare avanti, allontanarsi per tornare, “perché il cuore non scoppia, in fondo. Ed è possibile tornare a volare.”

Di tanto in tanto si fermava in una piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le candide penne, un poco annerite dalla polvere di carbone della lontana acciaieria. Verso sera si portava sulla spiaggia solitaria, camminava con la tipica andatura dei gabbiani stanchi, attendeva con pazienza il tramonto del sole. La vita non si era imposta sui ricordi, tornavano alla memoria tristezze lontane e tutto profumava di solitudine.” (pag 20)

Quanta poesia anima questo testo, quanta poesia c’è dentro le persone normali.

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Silvana Pampanini

15 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Silvana Pampanini

Era bellissima, e sfido chiunque a dichiarare - tra quelli della mia età - che nella sua giovinezza non abbia ammirato, desiderato ed amato l'attrice.
Basti pensare al film che ricordiamo al di sopra degli altri, girato a fianco dell'altra stupenda ragazza che si chiamava Delia Scala, per andare con la mente alle due bellezze acqua e sapone - il termine allora ancora non si usava - di cui lei forse era la "maggiorata", e la prima maggiorata del cinema italiano per le sue forme procaci.
Ma quello che più è rimasto nei nostri occhi, di allora, è il suo viso pulito e paffuto con due labbra ineguagliabili a quei tempi, labbra che chiedevano baci, baci e baci.
Silvana se n'è andata qualche giorno fa, il giorno dell'Epifania.
Non lo sapevo, ho visto per caso, girando tra i vari canali Rai, in un programma dal titolo "attori e divi italiani" , un omaggio a..., e c'era lei, ospite di Tiberio Timperi, ma mai avrei immaginato...
E vedendola là con la sua molta età, ho gustato i vari filmati mostrati nel programma. Quant'era bella!
Era del '25, quindi era nel suo novantunesimo anno di vita, certo, non era più la splendida ragazza che a ventuno anni vinse il concorso di Miss Italia. Ma conservava nel viso, un poco sfatto, e nel suo modo di esprimersi, tutta la grazia e l'avvenenza di allora.
Nella prima metà degli anni cinquanta era lei (insieme a Silvana Mangano di Riso amaro) a rappresentare la bellezza italiana; la Loren e la Lollobrigida erano di là da venire. Aveva studiato musica al conservatorio, e questo le fu utile, ché le fecero incidere dei dischi, mai più riproposti in avvenire.
Arrivò il 1951, e il suo film per eccellenza Bellezze in bicicletta, diretto da Carlo Campogalliani, con Totò, Carlo Croccolo e Aroldo Tieri, in cui pedalava con la sua amica Delia Scala, lei bruna e Delia bionda, lei statuaria, Delia più minuta ma vivacissima, tanto da diventare una delle più stimate e apprezzate soubrette del teatro italiano.
Non ricorderemo qui tutti i film che ha girato, sono circa una settantina, e Silvana appare a fianco dei più grandi attori dello schermo, anche stranieri. Pensate, quando lavorò in Francia veniva chiamata Nini Pampan.
Mentre leggete vi invito ad ascoltate la sua voce nella canzone bellezze in bicicletta che allora divenne un successo nazionale.
Se n'è andata, sola, senza nessuno intorno, non un collega, non un amico, non un ammiratore. La camera allestita nella Protomoteca in Campidoglio a Roma, è restata sempre vuota, neppure un rappresentante delle autorità statali.
Peccato.
Addio cara Silvana, mito per noi ragazzi che nel 1951 avevamo poco più di una decina d'anni.
Ti rendo omaggio io, con questo modesto saggio, al posto di chi ti ha dimenticato.

Marcello de Santis

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LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

14 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

Boris Pahor, decano della letteratura slovena, scrisse questo breve romanzo nel 1955. La vicenda è ambientata nel 1948 e illustra il non facile tentativo di un reduce dalla guerra e dai lager di trovare una dimensione di umanità e fiducia dopo l'orrore. Mirko Godina, il protagonista, si reca sul lago di Garda dove fu soldato nel 1943. È triestino, di origine slovena, fa l’architetto; il suo pensiero ritorna spesso a Trieste e al Carso, cercando nello scenario lacustre assonanze paesaggistiche con i luoghi natali. Nasce ben presto una storia d'amore con la più giovane Luciana che lavora in una filanda; ma le ferite dell’ultima guerra sono ancora aperte e Mirko mostra rabbia nel vedere come la ragazza e altri del posto difendano la recente dittatura (per ignoranza, debolezza, efficacia della propaganda del vecchio regime). Questa ira viene gradualmente mitigata dalla speranza che nonostante tutto si possa rifondare un nuovo vivere senza violenza.

La villa del titolo è quella in cui visse il Duce, ancora carica di forza e quasi capace di stregare la gente del luogo tenendola avvinta in una sudditanza acritica. Proprio questo aspetto sgomenta il protagonista che ha patito sotto i totalitarismi, come accadde allo stesso Boris Pahor. I deboli si erano ribellati al giogo, ma poi, nota l’ex-soldato, si erano di nuovo assopiti, pronti a stornare vecchi ricordi in realtà piuttosto freschi e quindi mettendosi a rischio di diventare schiavi di altri padroni. La vicenda dura pochi giorni che sono raccontati lentamente, tra riferimenti al paesaggio ora cupo, ora rassicurante, in una stagione in cui il lago è ancora poco popolato di turisti e permette quindi un'osservazione calma e meditata di cose e persone. L’interiorità di Godina è un piccolo laboratorio in cui speranze e inquietudini lottano, sommandosi alle sensazioni non univoche che vengono dalla natura circostante; in fondo c'è l'ottimismo di riuscire a voltare pagina ammaestrando gli altri che non hanno visto l'orrore, spiegando in modo ragionato la differenza tra dittatura e libertà.

La giovane Luciana ha le risorse per crescere e può cogliere, con l’aiuto di Mirko, la manipolazione del potere che ha colpito anche lei. Pahor costruisce con delicatezza il loro dialogo; lui colto, di origine slovena, lei un'operaia del posto, istintiva, ingenua ma ricca di personalità. Un binomio sentimentale particolare, forse poco realistico (se questo può contare) in cui ciascuno comunque arricchisce l'altro, o con l’esperienza o con la sensibilità. In fondo i drammi sono tutti alle spalle e lentamente anche la villa perde il suo aspetto torvo; si guarda al futuro. Il reduce è un architetto, ama la bellezza, vuole costruire case per persone comuni, l'amore che mette nel suo lavoro ispira fiducia nell’avvenire. Il litorale sloveno in quegli anni dipendeva dalle decisioni internazionali; eppure c’era voglia di guardare avanti e di fare progetti come intende fare il protagonista.

Si può amaramente notare che la storia da sola insegna poco. A Luciana e ad altri servono purtroppo delle guide; la devastazione del conflitto non è stata sufficiente ad aprire gli occhi. Quindi anche eventi ben più piccoli dell’ultima guerra mondiale ma comunque importanti, si potrebbe aggiungere pensando alla nostra quotidianità democratica, troveranno, forse, scarsa capacità di interpretazione e comprensione da parte di molti, con evidenti rischi. Tornando al libro, un mondo nuovo sta nascendo; resta da capire ai due innamorati fino a che punto sarà migliore, se la distanza tra i vari ceti si ridurrà, se democrazia e libertà porteranno sensibili miglioramenti anche per chi come Luciana percorre ogni giorno chilometri e chilometri in bicicletta per andare a lavorare in fabbrica. A chi legge il libro oggi, spetta dare la risposta.

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Carla Magnani, "Acuto"

13 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Carla Magnani, "Acuto"

Carla Magnani

ACUTO

Euro 10 – E-book 4,99 - Gilgamesh Edizioni

www.gilgameshedizioni.com

La storia si svolge ai tempi nostri, ma con rimandi al passato e in particolare al periodo dal 1968 al 1972, denso di avvenimenti significativi per il mondo intero. L’Italia vede la partecipazione attiva di una città come Pisa, dove il Movimento Studentesco, le lotte sindacali e gruppi extraparlamentari sono ben radicati e decisi a rivendicare un ruolo di primo piano nel cambiamento del panorama politico-sociale della nazione. Elisa, di famiglia borghese-benestante di un piccolo paese, ha da sempre impostato la sua vita evitando ogni coinvolgimento che rappresenti un pericolo al suo bisogno di tranquillità. Nessuna forte emozione, nessuna ricerca di cambiamenti e di scelte significative, solo il mantenimento di uno status quo a garanzia di una piatta, ma serena esistenza. L’inizio dell’estate trova la protagonista nella casa al mare insieme ad alcuni componenti della famiglia. Sua sorella Ester, di due anni più giovane e dal temperamento ribelle, è negli States per lavoro. Sarà proprio quest’ultima, con una breve telefonata, a sconvolgerle la vita, mettendola di fronte a una richiesta che prevede un sì in tempi brevi: Marco, il suo amore degli anni universitari, da tempo residente in Florida, ha pochi mesi di vita e ha espresso, come ultimo desiderio, quello di poterla incontrare. Elisa decide di vedere Marco nonostante la forte ansia che la paura di volare le incute. Riaffiorano i ricordi di quegli anni e della loro storia che sembrava dimenticata. Con i ricordi, ritornano anche le emozioni più belle e i chiarimenti. Tre giorni bastano a Elisa per scoprirsi una donna nuova, arricchita interiormente. Anche se Marco non potrà sottrarsi al suo destino, lei avrà ormai la percezione chiara che non lo perderà mai e lo porterà sempre in sé, in una realizzazione personale che offrirà a se stessa e ai suoi cari l’immagine di una donna finalmente completa e consapevole.

Acuto è ambientato nel presente, ma ha lo sguardo sul passato, su quella storia italiana che raramente viene raccontata a scuola, quella che ha inizio nel Sessantotto col movimento studentesco e passa attraverso le rivendicazioni della Sinistra operaia, il femminismo, la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, la morte di Pinelli e gli Anni di Piombo, la conquista dello spazio e lo sbarco sulla Luna, l'omologazione degli anni Settanta e le Brigate Rosse, l'omicidio del commissario Calabresi e la vicenda – che toccherà da vicino le vite delle protagoniste – di Franco Serantini. Acuto è però anche la storia di un viaggio in America, alla ricerca di un'occasione perduta, di una seconda chance. Di quella felicità appena sfiorata e poi barattata per la propria quiete quotidiana. Tutto ha inizio con una telefonata ed un evento tragico: l'imminente morte di un vecchio amico. E così Ester viaggerà, fuori e dentro di sé, per cercare una risposta a vecchie domande. (Adriano Bernasconi)

Carla Magnani è nata in Toscana, a Piombino, ma da molti anni risiede in Lombardia. Laureata in Lettere Moderne, ha insegnato in diversi istituti superiori e scuole medie della provincia di Milano e di Brescia. In passato ha vinto alcuni premi di poesia. Acuto è il suo romanzo d'esordio, disponibile in tutte le librerie, negli store online, o direttamente sul sito della casa editrice e dell’autrice al prezzo di 10 euro. Disponibile in ebook al prezzo di 4,99 euro.

Carla Magnani, "Acuto"
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signoradeifiltri.blog cerca collaboratori

12 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #redazione

signoradeifiltri.blog cerca collaboratori

Ciao! Stiamo cercando nuovi redattori.

La collaborazione è volontaria, non impegnativa e non retribuita.

Chiunque desideri collaborare può inviarci un testo di prova all'indirizzo mail

ppoli61@tiscali.it

oppure scriverci qui direttamente nella sezione CONTATTI.

Se il testo sarà ritenuto valido, entrerete a far parte della redazione e dovrete allora fornirci brevi cenni biografici e una foto.

Scrivete ciò che volete, tutti gli argomenti sono ben accetti, dalle ricette di cucina al giardinaggio, con una preferenza per quelli di natura culturale, senza alcuna preclusione tranne la politica. Preferiamo non occuparcene per non urtare la sensibilità dei redattori, che hanno tutti idee diverse, e dei nostri lettori.

Inviate liberamente recensioni di libri o di film, saggi critici, ma anche racconti, poesie, riflessioni personali, opinioni, diari di viaggi, foto, video, considerazioni inerenti le vostre esperienze personali e la vostra professione. In particolare ci mancano articoli su moda, costume, televisione e animali.

Vi aspettiamo!

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Il museo Fattori

11 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #luoghi da conoscere

Il museo Fattori

Entrando nella storica villa Mimbelli che ospita il Museo Fattori, ci vengono incontro gli affreschi di Annibale Gatti, la sala da fumo in stile moresco, la scala decorata con putti in ceramica invetriata. Attraversiamo poi le sale dove sono conservati dipinti di macchiaioli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e dei post macchiaioli, Giovanni Bartolena, Vittorio Matteo Corcos, Oscar Ghiglia, Ulivi Liegi, Guglielmo Micheli, Plinio Nomellini, Llewellyn Lloyd, Raffaello Gambogi etc.

Fra i macchiaioli, attivi dal 1855, e i post macchiaioli c’è un ventennio, che ha trasformato la forza delle pennellate di Fattori in manierismo sempre meno verista e più decadente.

La sala di Fattori è inconfondibile, ti devi sedere davanti ai grandi quadri di battaglie e paesaggi, con quella botta nello stomaco che dà l’arte vera e che non puoi descrivere con nessuna nota accademica.

Pennellate grosse, personaggi tozzi, pantaloni sformati dall’uso, buoi e pagliai, battaglie risorgimentali con cavalli impennati. Il rinnovamento verista è declinato in stile toscano, maremmano, in opposizione alle rovine romantiche, alle dame in pose languide, ai poeti pensosi. Le immagini sono contrasti di macchie di colore, ottenuti tramite la tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. Punti e linee sono eliminati perché non esistenti in natura e sostituiti da macchie di colore.

Cronologicamente, i macchiaioli precedono gli Impressionisti francesi, e tendono alla riproduzione del presente, così com’è colto dall’occhio nell’immediato, senza sovrastrutture culturali, ma anche senza piena identificazione, piuttosto come testimonianza e commento.

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Giosuè Borsi

10 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giosuè Borsi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de Il Telegrafo, prima, e del Nuovo giornale di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi, come inviato, sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”

Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.

Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista La Torre e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata Omaggio a Giosuè Borsi, con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

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Renato Fucini

9 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #poesia

Renato Fucini

Renato Fucini – Opere

A cura di Davide Puccini

Edizioni Le Lettere.

Per conoscere Renato Fucini dobbiamo rivolgerci a Davide Puccini, saggista, fine studioso, ma soprattutto appassionato di letteratura italiana. La sua operazione deriva dalla necessità di riproporre un autore ormai dimenticato, di cui non si trovano più le opere.

L’unico libro ancora in circolazione contiene circa 5000 errori su 1000 pagine. I testi di Fucini sono stati mal compresi, rovinati dai parenti, dagli stampatori, di edizione in edizione. Puccini ha dovuto risalire ai manoscritti, contenuti nelle biblioteche fiorentine, e compiere un’opera certosina di ricostruzione dell’originale.

Il volume è ponderoso, consta di circa 700 pagine e raccoglie tutte le opere pubblicate in vita da Renato Fucini, non le postume, ritenute inferiori. Comprende cento sonetti in vernacolo pisano più altri in lingua, tutte le novelle raccolte ne Le veglie di Neri (1882), All’aria aperta (1897) e Nella campagna toscana (1908) e il saggio Napoli ad occhio nudo (1878).

Davide Puccini ha dedicato cinque anni di lavoro all’opera di Fucini e, come abbiamo detto, ha affrontato la materia soprattutto dal punto di vista filologico. Spesso gli stampatori non comprendevano i vocaboli del vernacolo pisano. Sceglievano la lectio facilior, correggevano bimbino con bambino, sterzatori (chi puliva un albero su tre) con sterratori, rovinando un testo che aveva valore proprio per la precisione etnografica: Fucini, infatti, non sceglieva mai i suoi termini a caso, ma li usava perché erano tipici del luogo di cui stava narrando o poetando.

Nel volume sono contenute molte pagine di bibliografia, Davide Puccini ha rintracciato tutte le edizioni – al punto che è stato in grado, al termine dell’esposizione, di valutare al primo sguardo un libriccino di nostro possesso e datarlo agli inizi del novecento come edizione contenente almeno una trentina di errori.

Ma Puccini ha compiuto anche un’opera di rivalutazione contro quella critica che, dopo la morte di Renato Fucini, ne decretò la lenta decadenza e il ridimensionamento a esponente “minore della letteratura.”

In vita, Fucini ebbe grande successo. A Firenze, allora capitale d’Italia, al caffè Michelangelo, meta di artisti come Edmondo de Amicis (che ha scritto la prefazione proprio all’edizione in nostro possesso) la lettura dei sonetti in vernacolo, che scriveva per divertirsi, ebbe il successo che oggi hanno gli interventi di Benigni. Poi li pubblicò a sue spese e fu un best seller.

Fucini era consapevole dei propri limiti, sapeva di non avere il respiro lungo del romanziere, bensì il fiato corto del novellatore e, tuttavia, una volta pubblicate, le sue opere ebbero risonanza anche fuori della Toscana, furono adottate nella scuola fino agli anni trenta e Croce ne scrisse in modo lusinghiero. Ma dopo, lentamente, su Fucini calò l’oblio e non solo, fu oggetto delle critiche di molti personaggi famosi come Cassola, che lo stroncò nella prefazione ad un edizione BUR. Nel sessantotto fu considerato reazionario, poco attento alla questione sociale, laddove, invece, egli fu mazziniano e garibaldino, impregnato degli ideali risorgimentali che vedeva traditi. Nei sonetti, ma soprattutto in novelle come “Vanno in Maremma”, si sente tutta la sua dolente partecipazione alla miseria degli umili, la comprensione del fenomeno dall’interno, evitando il difetto della letteratura popolaresca (come quella, ad esempio, di Lorenzo il Magnifico).

Fu accusato anche di aver scelto una lingua troppo facile, il toscano, non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, visto che le sue novelle sono ambientate principalmente in maremma.

I sonetti sono classici come struttura ma originali come contenuto, perché dialogati, mossi, con battute e vari personaggi fra i quali Neri Tanfucio, lo pseudonimo adottato da Fucini per pubblicare, che ritroviamo ogni volta come personaggio differente. Le poesie sono d’ambiente pisano e fiorentino, popolate di caratteri umili, beceri, degradati; sono spassose, ferocemente allegre ma sempre con una nota amara e triste. (Vedi La mamma, il bimbo e l’amia)

La lingua è un vernacolo che, spesso, ha più del livornese che del pisano. Puccini cita i fenomeni del labdacismo (la elle che diventa erre) e dell’ipercorrettismo (dove si sbaglia per paura di sbagliare).

Renato Fucini nacque nel 1843 a Monterotondo, nella Maremma grossetana, dove il padre David, medico, si era stabilito per la cura delle febbri malariche, ma era livornese di famiglia e si sentiva molto legato alla città labronica, dove frequentò le scuole elementari dei Barnabiti. Visse a Livorno dal 1849 al 1853 - nella città appena riconquistata dagli austriaci dopo i moti del 48 - e, proprio leggendo un poemetto manoscritto in vernacolo livornese, ebbe l’idea di compiere la stessa operazione con quello pisano. Fucini frequentava i macchiaioli a Castiglioncello, dove possedeva una casa, e, in particolar modo, fu amico di Giovanni Fattori, al quale fornì ispirazione per il quadro “Lo staffato”. Ma le sue frequentazioni sono più ampie e non riguardano solo l’ambito toscano. Oltre al già citato Edmondo de Amicis, fu amico anche di Verga, di cui assorbì il naturalismo.

Un discorso a parte merita Napoli ad occhio nudo, reportage commissionatogli da P.Villari, il primo in Italia a far conoscere l’esistenza di una “questione meridionale”. Senza dilungarci, diremo che Fucini seppe cogliere al primo sguardo l’essenza della città, con la quale entrò subito in empatia, comprendendo il fenomeno della camorra in modo non superficiale e raccontando gli aspetti più crudi, dai “talponi” (confronta il livornese tarpone), cioè le pantegane che affollavano fogne e vicoli, al cimitero con 365 fosse, una per ogni giorno dell’anno, in cui i morti erano gettati dall’alto con una carrucola, senza tante cerimonie.

In conclusione, se il saggio sull’umorismo di Pirandello è ancora di là da venire, possiamo affermare, tuttavia, che quella di Fucini fu senz’altro una comicità che “fa pensare”.

Fucini morì a Empoli, nel 1921 per un cancro alla gola.

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Una notte sul lago

8 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto, #storia

Una notte sul lago

Quella mattina il tenente Luca Faliero si era svegliato prestissimo, stava appena albeggiando. Dovevano essere passate la poco le cinque e l’aria, ai piedi del monte Suello, era frizzante. Mentre si alzava dalla scomoda branda dove aveva dormito, Luca rabbrividì di freddo, ma era estate e lui si consolò pensando che presto la giornata sarebbe diventata calda. Poi si passò più volte una mano sul viso e cercò anche di ravviarsi i capelli, si infilò gli stivali ed uscì dalla tenda.

Leone Decarolis, l’appuntato suo fedele attendente, doveva averlo sentito muovere e si stava affrettando pure lui ad uscire da un’altra piccola tenda, mentre si tirava le bretelle sulle spalle e si abbottonava i pantaloni. <<Preparo subito del caffè signor tenente>> disse e si avvicinò alla piccola stufa da campo che loro usavano per prepararsi i pasti. Cominciò ad armeggiare per accendere il fuoco, mentre Luca, dopo essersi sciacquato il viso usando una piccola bacinella portatile, aveva iniziato a radersi velocemente la barba. Intento a sbarbarsi, meditava in silenzio, sulla nuova gatta da pelare che gli era stata affidata dal suo perfido colonnello Ottorino Pavesio: sorvegliare e tenere d’occhio le brigate di garibaldini che combattevano sul confine del trentino. Era la solita storia, i vecchi comandanti piemontesi non si fidavano ancora di Garibaldi ed il Pavesio non aveva trovato nulla di meglio che mandare ancora lui a fare la spia.

Il giorno prima, era il due di agosto del 1866, i garibaldini si erano battuti con coraggio ed avevano conquistato per la seconda volta il monte Suello, ma questa volta Garibaldi era stato ferito. Luca però aveva saputo che era rimasto sul campo di battaglia ancora per molte ore.

I garibaldini erano gli unici che avevano saputo fare bene la loro parte. A Custoza il generale La Marmora aveva subito una brutta batosta, ma anche sul Po le cose non erano andate meglio.

Neppure il generale Cialdini aveva saputo attaccare, anche se, a fronteggiarlo vi era solo un debole contingente di austriaci. Da quanto aveva capito Luca, i due generali si detestavano, facevano a gara a non capirsi e forse gioivano uno delle disgrazie dell’altro. Sua Maestà il Re poi, giocava anche lui a fare la guerra e spesso cercava di scavalcare i suoi generali combinando altri guai.

Ma questi pensieri non erano permessi ad un carabiniere del Re, come era lui. Doveva solo obbedire agli ordini e fare da guardiano silenzioso ai garibaldini.

L’acqua nella caffettiera aveva cominciato a bollire e nell’aria si spandeva un gradevole profumo. Leone si era avvicinato e gli aveva porto una tazza di latta stagnata contenente il caffè. Purtroppo bere in quel contenitore significava ammazzarne tutto il buon sapore, pensava Luca mentre beveva. Era un po’ come l’andamento di quella strana guerra contro l’Austria: i garibaldini erano il caffè, ma i generali erano la tazza stagnata.

Poco più tardi, mentre l’appuntato sellava i loro due cavalli, era arrivato Michele Serra, detto da tutti Michelino, perché era giovanissimo, biondo, con un ciuffo di capelli sempre arruffati. Era un giovane garibaldino appena arruolato e Garibaldi, sicuramente stizzito di ritrovarsi quel carabiniere tra i piedi, aveva nominato Michelino ufficiale di collegamento e gli aveva conferito il grado di tenente, giusto per fare da contraltare a Luca.

Michele Serra era un ragazzo pieno di buona volontà e svolgeva il suo incarico con la massima precisione, ma essendo giovanissimo non riusciva a dare del tu a Luca.

<<Sono venuto per dirvi che il generale Garibaldi oggi di sposta a Desenzano. Deve andare in ospedale per farsi curare la ferita. . .>> aveva detto tutto d’un fiato.

<<Grazie dell’informazione>> aveva risposto Luca, poi aveva aggiunto con cortesia: <<Fermati a bere una tazza di caffè con noi.>> Michelino era arrossito ed aveva risposto: <<Grazie, siete molto gentili, ma non so se mi è permesso, devo rientrare subito al comando. . .>>

Poi però aveva preso la tazza dalle mani di Leone ed aveva trangugiato il caffè.

<<Grazie. . .e. . . comandi!>> aveva poi aggiunto e facendo un accenno di saluto militare, cosa che gli tornava sempre difficile, si era allontanato.

<<Cosa dobbiamo fare noi, signor tenente?>> aveva chiesto Leone Decarolis

<<Se ho ben capito l’offensiva italiana si è di nuovo fermata>> aveva risposto Luca <<quindi penso che ci convenga scendere anche noi verso Desenzano. . . dobbiamo stare alle costole del nostro generale, nel caso gli venga l’idea di allearsi con i tirolesi. . .>> Leone Decarolis non aveva il senso dell’umorismo e rimase un attimo interdetto, ma poi rispose deciso:<<Comandi signor tenente!>> Montarono in sella e, voltando le spalle al monte Suello, presero la strada verso la pianura. Desenzano era un piccolo paese sulla riva sud del lago di Garda, ma aveva un ospedale e adesso, con la guerra, era improvvisamente diventato importante. Ogni giorno le carrette con i feriti giungevano dal fronte e, quando i cavalli si fermavano sotto la tettoia all’ingresso dell’ospedale, subito diverse infermiere accorrevano per raccogliere i feriti. Con i loro larghi cappelli e le gonne svolazzanti sembravano un po’ dei cigni agitati, ma erano molto efficienti e le loro mani di continuo si imbrattavano del sangue dei feriti.

In quel periodo, a loro si erano aggiunte anche altre donne, alcune erano nobili bresciane che passavano l’estate sul lago, altre forse un po’ meno nobili, a Desenzano ci vivevano. Tutte si distinguevano dalle suore, perché i loro vestiti, se pur fatti ad imitazione di quelli delle suore stesse, erano realizzati con tessuti migliori, cuciti su misura, con gonne che cadevano meglio e corpini che qualche dettaglio del seno lo lasciavano trasparire. Ed in realtà non erano poi molte quelle di loro che si sporcavano le mani di sangue.

Quel giorno la contessa Elisa Rampini Gastaldi si era subito accaparrata le cure del generale Garibaldi. Tutti, perlomeno tutti nell’ambiente della contessa, conoscevano la disavventura matrimoniale in cui era incorso il generale circa sette anni prima e lei era forse convinta che, oltre a curare la sua ferita al braccio, fosse necessario lenire anche quella del cuore.

Così Garibaldi in ospedale c’era rimasto poco, solo la prima notte, poi già il giorno dopo si era trasferito nella grande villa sul lago del conte Rampini Gastaldi. Nel volgere di poche ore, la villa era quindi diventata anche il suo quartier generale: diversi attendenti andavano e venivano in continuazione. Da lontano il conte Rampini li osservava con astio represso.

In realtà lui non aveva affatto digerito che le sue terre fossero diventate, sette anni prima, parte del regno di Piemonte e Sardegna e neppure di essere, cinque anni prima, diventato cittadino italiano. Lui aveva nostalgia del dominio austriaco, dei nobili austriaci che d’estate venivano ad incontrarlo sul lago, del serio comportamento dei loro funzionari, del passato insomma! Ma adesso forse gli italiani sarebbero stati sconfitti e ricacciati fino al Ticino. Il generale Garibaldi, quello strano personaggio, un po’ tracagnotto, un po’ contadinesco, stava passeggiando in giardino con sua moglie, Elisa Gastaldi. Chissà cosa ci trovavano poi le donne in un tipo come il Garibaldi.

Il conte, fingendo di leggere un libro, seduto nel salotto, guardava con attenzione le due grosse bisacce che erano state apparentemente abbandonate sul grande divano del salone attiguo. Erano zeppe di documenti. Quello sciocco fantoccio di generale, forse non sapeva neppure comandare.

Fu colpito da un’idea improvvisa. Lui sapeva dove, in quel momento, si trovava il colonnello austriaco Von Temekoff, non molto lontano da lì, sul lago d’Idro, dove il fronte della battaglia non era ben definito. Magari quelle borse di documenti gli sarebbero tornate utili per battere i garibaldini ed, in fondo, fargliele avere sembrava semplice, bastava prenderle e poi darle al suo fattore, perché le portasse al suo amico colonnello.

Luca Faliero era arrivato anche lui a Desenzano e, dal giovane Michelino, aveva saputo che Garibaldi era stato ospitato dalla contessa Rampini Gastaldi. Questa sistemazione creava un piccolo problema, lui non poteva presentarsi alla villa del conte e dire semplicemente:”ci sono anch’io, il mio incarico è quello di spiare Garibaldi”. Aveva quindi chiesto all’appuntato Leone di cercare qualcuno della servitù che potesse aiutarli ad entrare nella villa senza dare nell’occhio.

Verso sera Leone era ricomparso con una giovane cameriera: si chiamava Ester e non doveva avere più di diciotto anni, ma era molto sveglia. Luca le aveva spiegato che loro erano incaricati di fare una sorveglianza discreta sulla sicurezza del generale Garibaldi. Lei li aveva introdotti nelle cucine della villa ed aveva anche dato loro qualcosa da mangiare.

Era una sorveglianza un po’ strana, ma funzionava. Ester andava su e giù dalla sala da pranzo e riferiva. Così Luca era riuscito a sapere cosa stesse facendo il generale. Aveva cenato con la contessa Elisa, mentre il conte, accusando un forte mal di testa, si era ritirato nelle sue stanze. Il tenente Michele Serra era restato nel grande salone a fare la guardia alle bisacce del generale.

Dopo la cena Elisa ed il generale si erano spostati sulla grande terrazza che si affacciava sul lago. Sembrava che lei gli facesse gli occhi dolci e che il generale volesse passare all’attacco, perché, dopo che Ester aveva servito il caffè, loro si erano appartati in un’altra saletta. La cosa strana era che, mentre rientrava in cucina, lei aveva scoperto il conte dietro la porta del salone, come se stesse sbirciando di nascosto Michelino che sonnecchiava vicino alle bisacce.

Immediatamente, l'istinto aveva inviato a Luca un segnale preoccupante. Ester aveva finito il suo servizio, ma non sembrava voler andare a dormire. Forse il pensiero di quanto stava facendo la sua padrona in quel momento, doveva averle messo qualche voglia in mente, perché si era rivolta, un po’ sfacciatamente, a Luca e gli aveva detto: <<Tu non vuoi altro da me?>> Mentre lo diceva aveva sporto in fuori il giovane petto ed il seno si era chiaramente disegnato sotto la leggera camicetta. Luca si era sentito alquanto lusingato da quella che sembrava una proposta, in fondo quella era la guerra, nessuno conosceva il proprio futuro, l’indomani avrebbero potuto essere tutti morti, il presente, l’attimo fuggente, era forse da cogliere al volo.

Ma poi la sensazione che aveva provato quando Ester aveva raccontato dello strano comportamento del conte aveva avuto la meglio. La notte avrebbe potuto essere lunga, ma per ben altri motivi.

<<Ti ringrazio>> aveva risposto, <<ma devo fare ancora qualcosa. Vai a dormire. . . magari ci vediamo domani mattina.>> Si era alzato e, con fare noncurante, aveva slacciato il gancio della fondina della pistola d’ordinanza. Leone Decarolis, che sembrava dormicchiare in un angolo della cucina, si era alzato anche lui dalla sedia ed aveva imitato il gesto del suo capo.

Appena Ester si era allontanata, loro erano usciti dalla cucina ed avevano iniziato a salire silenziosamente le scale che, dai locali della servitù, portavano al piano superiore. La casa era ormai immersa nel buio, tutte le candele e le lampade a petrolio erano state spente.

Luca e Leone avanzavano lentamente senza far rumore. Solo una pallida luna lasciava filtrare pochissima luce dalle alte finestre. Gli arredi assumevano un aspetto mostruoso, prima di rivelarsi per quello che erano. Loro continuavano ad avanzare, attraversarono diversi locali ed arrivarono nel salone.

Qui vi era un corpo steso a terra: era Michelino, qualcuno doveva averlo colpito con un grosso candelabro. Le due bisacce del generale erano scomparse. Luca si era precipitato verso di lui e nel farlo aveva rovesciato un tavolino, ma ormai non doveva preoccuparsi del rumore che faceva.

Michelino era ancora vivo, ma aveva una brutta ferita al capo. Luca e Leone lo sollevarono e l’adagiarono su un divano, mentre chiamavano aiuto a gran voce. Loro però non potevano fermarsi e, dopo un attimo, si erano precipitati sulla terrazza. Nel giardino un’ombra si stava allontanando velocemente e loro iniziarono a scendere a precipizio lo scalone esterno per inseguirla.

Dalla parte opposta del prato, dove vi erano le scuderie, un’altra ombra si stava avvicinando tenendo un cavallo per la cavezza. Leone, appena raggiunto il prato, aveva cambiato prontamente direzione e gli stava adesso correndo incontro. L’ombra si era fermata e sembrava indecisa sul da farsi, poi aveva lasciato la cavezza del cavallo ed aveva cominciato a correre verso le scuderie. Doveva essere giovane, perché correva velocissimo ed in breve aveva distanziato Leone. Anche l’altra ombra si doveva essere accorta di quanto stava accadendo, aveva lasciato cadere a terra quanto teneva nelle mani e si era precipitato verso l’angolo della villa. A terra erano rimaste le bisacce del generale. Quando Luca le aveva raggiunte, l’ombra aveva ormai girato l’angolo ed era scomparsa dalla vista. Nella villa il trambusto fatto dai due carabinieri aveva svegliato diverse persone ed ora sulla terrazza vi era il maggiordomo che reggeva un candelabro e scrutava il prato, dove il cavallo, rimasto abbandonato, si era messo tranquillamente a brucare l’erba.

Leone aveva desistito dall’inseguimento e stava ritornando sui suoi passi. Luca, che aveva raccolto le due bisacce, gridò a Leone: <<Ha girato l’angolo, corrigli dietro, vedi se lo ritrovi, io giro dall’altra parte!>> poi aveva cercato di risalire il più velocemente possibile lo scalone esterno.

Sulla terrazza vi era il maggiordomo che cercò di sbarrargli la strada, ma lui, senza perdere tempo a rispondere alle sue domande, lo urtò con una delle bisacce, respingendolo indietro ed entrò nel salone. La scena si andava riempiendo di nuove persone. C’erano due garibaldini in uniforme, dovevano essere le guardie del corpo del generale, ed erano vicini al corpo di Michelino, sempre disteso su un divano, con la testa avvolta in un panno intriso di sangue. Luca si avvicinò e gettò sulle braccia di uno dei due le bisacce sibilandogli: <<Vedi di non fartele di nuovo portar via!>>. Girò con rapidità lo sguardo intorno alla sala ed ebbe una rapida visione del generale, in camicia da notte, con i piedi nudi, vicino a lui c’era la contessa, scarmigliata, che si stringeva addosso una vestaglia. Altri domestici stavano entrando sorreggendo dei candelabri. Ma non c’era tempo da perdere, se avesse cominciato a parlare sarebbe stato bloccato. Luca girò sui tacchi e corse di nuovo fuori per scendere in giardino dalla parte opposta.

Il prato declinava dolcemente verso il lago e davanti a lui c’era una darsena coperta: l’ingresso era un buco nero. Sentì i passi di Leone che si avvicinava ed in un attimo si ritrovarono, uno a fianco dell’altro, vicini all’ingresso della darsena. Leone avrebbe voluto infilarsi dentro al buio, ma Luca lo trattenne. Il suo intervento fu provvidenziale, perché dall’interno risuonò uno sparo. La pallottola sembrò miagolare molto vicino. Non sapevano chi ci fosse nella darsena e farsi ammazzare inutilmente era stupido.

<<Cerchiamo di aggirare la darsena>> disse Luca in un sussurro e subito Leone si avviò verso sinistra, lui proseguì verso destra. All’interno della darsena vi erano stati dei rumori, forse un tonfo, qualcuno si stava muovendo scompostamente nell’acqua. Luca arrivò sul ciglio del muro di confine che delimitava la darsena, ma non si accorse che sotto c’era il vuoto: precipitò in acqua e perse la pistola che stringeva in pugno. Luca sapeva nuotare e riemerse sputando l’acqua del lago. Quel bagno notturno era sgradevole e l’acqua era fredda, ma ormai era fatta, tanto valeva guardare all’interno della darsena. Pur impacciato dalla giubba e dagli stivali che lo tiravano a fondo, Luca, con alcune robuste bracciate, si affacciò alla bocca della darsena, ma anche l’uscita delle barche sembrava solo un buco nero. Giudicò che entrare da quella parte, nuotando con fatica ed ormai disarmato, sarebbe stato ancora più stupido e si tirò indietro. Nuotò lentamente fino a trovare la sponda del giardino qualche metro oltre il muro che delimitava la darsena, poi con fatica cominciò ad issarsi. Scosso da brividi di freddo, mentre era ancora carponi, decise di farsi sentire, sia da chi stavano braccando, che da Leone. <<Leone>> gridò <<fammi capire dove sei!>> La voce dell’appuntato giunse subito: <<Comandi signor tenente. Sono sullo spigolo della darsena, ma non posso proseguire, sotto c’è l’acqua!>> Luca stava tremando dal freddo, ma doveva ignorare il suo corpo e reagire: si tirò in piedi e sbatté le mani, più volte una contro l’altra, per cercare di scaldarsi.

<<Leone resta dove sei>> gridò ancora Luca <<se qualcuno esce dalla darsena sparagli. Io mi piazzo davanti alla porta d’ingresso. Tengo la pistola puntata sulla porta, se qualcuno esce gli sparo!>> Sperava che chi era dentro gli credesse e si guardasse bene dal mostrarsi.

Poi ci ripensò. <<Leone spara qualche colpo intimidatorio per farlo uscire. . .>>

Dopo pochi istanti, Leone esplose tre colpi, con calma, uno ben distanziato dall’altro. Non successe nulla, l’interno della darsena era rimasto silenzioso. Sembrava una posizione di stallo.

Finalmente dalla villa arrivarono quelli che per Luca diventavano provvidenziali rinforzi. Vi erano alcuni garibaldini armati e diversi camerieri e garzoni che portavano delle lampade a petrolio. Luca era fradicio e sperò che nessuno se ne accorgesse. <<Il nostro uomo è lì dentro>> disse Luca <<ma adesso lo prendiamo.>> Ora che c’era un po’ di luce, vedeva chiaramente la forma irregolare della darsena coperta. Era piuttosto grande e le due spalle si protendevano sull’acqua. Per prima cosa mandò un garzone, munito di una lampada, sul tetto della darsena, adesso la luce illuminava debolmente l’acqua anche dalla parte dell’uscita delle barche e nessuno avrebbe potuto scappare senza essere visto. Leone era tornato indietro e si era appoggiato alla parete vicino all’entrata.

<<Basta, è finita, vieni fuori>> aveva detto ancora Luca e la sua voce era risuonata un po’ stanca, ma nessuno aveva risposto. Leone aveva preso una lampada a petrolio e l’aveva sospinta sulla soglia con la punta del piede. Chi era dentro adesso avrebbe sicuramente sparato. . . ma non era accaduto nulla. Leone aveva spinto ancora più avanti la lampada ed ora un po’ di luce illuminava l’interno della darsena. <<Adesso vengo a prenderti>> aveva urlato Leone ed era balzato all’interno: il suo coraggio a volte sconfinava nell’incoscienza. Ma la darsena era vuota.

Due garibaldini erano entrati dopo di lui ed avevano percorso la stretta passerella in legno che correva all’interno, lungo i muri della darsena, ma non c’era veramente nessuno. Però qualcuno aveva pur sparato verso di loro mentre, poco prima, sostavano di fronte all’entrata della darsena! Leone non riusciva a comprendere, poi aveva abbassato gli occhi nell’acqua e l’aveva visto.

Sul fondo vi era il corpo di un uomo, ormai immobile, probabilmente al buio doveva aver messo un piede in fallo ed era caduto in acqua, evidentemente non sapeva nuotare ed era annegato.

Dopo vi era stato di nuovo un gran trambusto. Tutti i garzoni sapevano nuotare come pesci e si erano tuffati: avevano ripescato il corpo che era quello del povero signor conte.

Mentre fervevano queste operazioni, Leone si era avvicinato a Luca e lo stava squadrando in modo strano. <<Ma siete tutto bagnato signor tenente? >> Mentre lo diceva però gli scappava da ridere.

<<Non sarete mica caduto in acqua anche voi?>> <<Io? Ti pare mai possibile che io faccia delle sciocchezze simili?>> Poi erano scoppiati in una risata liberatoria ed avevano risalito il prato verso la villa.

Di prima mattina il generale Garibaldi era pronto per partire e tornare al suo posto di comando.

Il giovane Michele Serra era stato ricoverato in ospedale, ma non era in pericolo di vita.

La contessa era chiusa in camera sua a piangere il marito morto, il cui corpo era stato composto e rivestito, in attesa che il vescovo arrivasse per dargli la benedizione.

E Luca Faliero era adesso alle prese con la stesura del verbale su quanto era accaduto quella notte. Era moralmente sicuro che il conte fosse il colpevole del tentativo di furto delle due bisacce di documenti del generale, ma, mentre stendeva il rapporto alcuni dubbi, di tipo legale, si affacciavano alla sua mente. Il realtà lui aveva visto solo un’ombra fuggire nel giardino. Nulla collegava oggettivamente il conte a quell’ombra. Ed il complice che aveva visto avvicinarsi con un cavallo? Forse era solo uno stalliere che poi era fuggito. Ed ormai il conte era morto. Se anche, da vivo, fosse stato ancora vicino ai suoi amici austriaci, che importanza aveva adesso? Era vero che la guerra era ancora in corso, ma avrebbe avuto senso infangare la memoria di un morto? In fondo le bisacce non erano state rubate. C’era sì la testa rotta del povero Michelino, ma tutto sommato anche lui se la sarebbe cavata. Luca fece una pallottola del foglio che stava faticosamente cercando di riempire.

Rimase a lungo senza fare nulla, guardando il corteo di Garibaldi che si allontanava dal giardino e tornava verso il fronte. Sbirciando da lontano, Leone aveva visto che lui aveva smesso di scrivere e si era avvicinato. <<Quali sono gli ordini per oggi signor tenente?>> aveva chiesto.

<<Tu cosa scriveresti, se dovessi farlo tu, un rapporto per gli avvenimenti di questa notte?>> aveva chiesto Luca, invece di rispondergli. Leone gli aveva rivolto uno sguardo meravigliato, ma Luca era rimasto zitto in attesa di una risposta.

<<Beh, scriverei che un ladro ha cercato di rubare le bisacce del generale, ma i carabinieri del Re le hanno prontamente ricuperate. . .>> << . . .E poi?>> lo incalzò Luca.

Neanche Leone sembrava sapere cosa dire e per un po’ rimase zitto, poi tutto d’un fiato recitò:<<Poi il signor tenente ed il conte avevano caldo ed hanno fatto un bagno nel lago, ma il conte non sapeva nuotare ed è annegato, il signor tenente invece no!>>

Luca rise di cuore, poi concluse: <<La prima parte va bene e credo che sia sufficiente.>>

Franco Rizzi.

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