Nasce Atlantide, nuova casa editrice indipendente
"Nasce ATLANTIDE Un nuovo modello editoriale e culturale. Fuori dal tempo – Fuori dai format –Fuori dalle convenzioni.
Dieci titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente nelle migliori librerie indipendenti e su abbonamento. Sono queste le caratteristiche della neonata casa editrice indipendente romana ATLANTIDE che ha come direttore editoriale Simone Caltabellota, già direttore editoriale di Fazi Editore e di Lain con alle spalle milioni di copie vendute.
ATLANTIDE nasce come progetto indipendente e libero portato avanti da tre scrittori (Simone Caltabellota, Gianni Miraglia, Flavia Piccinni) e da un direttore di produzione dalla lunga esperienza nel mondo editoriale (Francesco Pedicini). Nasce dal rifiuto dell’attuale produzione abnorme e dettata dalle mode dell’editoria di oggi per restituire il senso più profondo dei libri, e dell’editoria più visionaria e attenta alla cura artigianale.
“Non è in crisi il libro – spiega il direttore editoriale Simone Caltabellota - ma il sistema editoriale che lo veicola. In questi tempi di produzione frenetica e spesso casuale il libro non è più il centro del lavoro editoriale. ATLANTIDE intende invece recuperare la centralità dei testi e delle storie, e il senso più profondo del loro essere fuori dal tempo oltre ogni meccanismo produttivo consolidato”.
Per questo, Atlantide pubblicherà opere di assoluto valore letterario, scientifico, artistico e filosofico, capolavori dimenticati e testi destinati a diventare i classici di domani, in tirature limitate e numerate distribuite attraverso una rete di librerie fiduciarie indipendenti e direttamente da internet.
“Vogliamo creare un canale preferenziale con i nostri lettori – continua Caltabellota -. Per questo pubblichiamo solo 999 copie per ogni libro, e ogni copia è numerata. Non andremo né su Amazon né nelle grandi catene. Desideriamo che i lettori ci vengano a cercare, che si confrontino con noi, che partecipino agli incontri che organizziamo nelle nostre librerie fiduciarie, che ci consiglino, che diventino parte di una comunità editoriale aperta che punta solo a fare libri di qualità. A breve lanceremo anche un crowdfunding online, così chi vorrà sostenerci potrà farlo e in cambio riceverà non solo i nostri libri, ma anche tutto ciò che ci ha aiutato a costruirli, dai giri di bozze alle cianografiche”.
I primi libri di ATLANTIDE, già ordinabili presso il sito dell’editore www.edizionidiatlantide.it, saranno in librerie indipendenti e selezionate all’inizio di dicembre. I primi tre libri sono il saggio storico-critico di Adriano Tilgher Filosofi Antichi, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana del Novecento, Ritratto di Jennie di Robert Nathan e una graphic novel ante litteram, Tomaso di Vittorio Accornero, splendido romanzo illustrato degli anni Quaranta. I testi, numerati da 1 a 999, sono tutti caratterizzati dalla grande cura editoriale, e sono stampati su carta Aralda da 100 gr. della cartiera Favini, con copertine stampate su cartoncino Chagall bianco da 260 gr. delle cartiere di Cordenons. Fanno parte di Atlantide: Simone Caltabellota (direttore editoriale), Francesco Pedicini (direttore commerciale), Gianni Miraglia (marketing manager) e Flavia Piccinni (responsabile redazione).
Intervista al Direttore Editoriale Simone Caltabellota che, dopo aver scoperto casi editoriali come Melissa P. e J.T.Leroy e aver venduto milioni di copie, adesso punta a venderne 999. Dodici titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente in librerie indipendenti e su abbonamento.
Simone Caltabellota, come nasce ATLANTIDE?
Atlantide nasce dall'incontro di alcune persone: Flavia Piccinni, Gianni Miraglia, Francesco Pedicini e il sottoscritto. Il fatto di essere amici è stato un elemento importante per decidere di creare insieme una nuova casa editrice, ma evidentemente il punto di partenza è stata la comune consapevolezza che il modello editoriale, commerciale e distributivo che abbiamo conosciuto e che è esistito dagli anni Sessanta fino a oggi, adesso non esiste più. E, anzi, non ha più ragione di esistere se non per gli agglomerati (come del resto è accaduto già per la discografia). Non credo nemmeno che sia necessariamente un male, semplicemente è così. ATLANTIDE nasce da questa consapevolezza e dal desiderio di immaginare un modello diverso, al cui centro siano di nuovo i libri e i lettori, e non il meccanismo distributivo e di diffusione di massa per il quale ciò che accade è che quanto si pubblica è sempre di più qualcosa che si avvicina molto all’idea di “format” per genere, “personaggio” promuovibile, tendenze di mercato, penso per esempio alla recente moda dei libri nati da canali youtube. ATLANTIDE guarda certamente alla nostra tradizione letteraria ed editoriale degli anni Trenta, ma allo stesso tempo non solo non è “nostalgica”, ma semmai visionaria e fuori dal tempo.
Qual è l’obiettivo di Atlantide?
Vogliamo recuperare il rapporto con i lettori. Non mi vergogno di dire che dopo aver venduto milioni di copie con JT Leroy, Melissa P. e Stephenie Meyer (libri che continuo a considerare vere e proprie avanguardie di sensibilità, che segnalavano e rendevano visibile e tangibile il sentimento del tempo, non lo seguivano sulla scia di altri successi del genere), ora punto a trovare 999 lettori per ogni libro.
Che cosa pubblicherà ATLANTIDE?
Pubblicheremo dieci-dodici titoli all’anno a partire dalla fine di novembre, due o tre nuovi titoli ogni stagione, in edizioni di pregio e tirature limitate e numerate che diffonderemo direttamente in alcune delle migliori librerie indipendenti d’Italia (all’inizio una sessantina) senza passare attraverso la distribuzione tradizionale, e soprattutto senza essere presenti in librerie di catena. Quindi niente Feltrinelli, Mondadori, Giunti né su Amazon. Ad aprile-maggio del 2016 pubblicheremo, in una tiratura maggiore, la nostra prima autrice contemporanea, NADA, che da vera rocker indipendente ci ha scelto per il suo nuovo romanzo.
Visto che non sarete sui network tradizionali, dove sarà possibile comprare i libri di Atlantide?
Abbiamo già iniziato una raccolta abbonamenti, proponendo come crowdfunding il preacquisto di tre, sei o dieci libri: i risultati sono straordinari. Si stanno abbonando moltissime persone, lettori diversissimi tra di loro, ma accomunati dalla medesima difficoltà di trovare in libreria libri davvero interessanti e originali, e anche vari intellettuali, artisti e scrittori.
È possibile ordinare i libri sul nostro sito internet (www.edizionidiatlantide.it) oppure scrivere direttamente a abbonamenti@edizionidiatlantide.it
Laboratorio di scrittura Il filtro delle parole
Polmone Pulsante: Il Filtro delle Parole, laboratorio di scrittura
Sono aperte le iscrizioni al laboratorio di scrittura previsto a gennaio presso il Polmone Pulsante:
Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca POLMONE PULSANTE
Associazione Amici del Polmone Pulsante Salita del Grillo 21 - 00184 Roma
Cell: 334 1290293 - 388.6798218 - 335.6334388 Tel/Fax: 06.6798218 Web:
www.polmonepulsante.it Fb: Polmone Pulsante I nuovi giovani del polmone pulsante
E-mail: info@polmonepulsante.it
Il laboratorio è strutturato in cinque incontri di due ore ciascuno e si rivolge a scrittori in erba, o semplicemente amanti della scrittura, che vogliano perfezionare il proprio modo di scrivere. Lavoreremo sia la poesia che il racconto breve. Per la prima ci occuperemo di identificare le parole parassita, o le parole inutili che indeboliscono l’opera. Per il secondo ci occuperemo della fluidità, della non linearità e della istantaneità del racconto.
È opportuno che ogni partecipante porti qualche suo elaborato, e soprattutto che venga con entusiasmo e disponibilità, per partecipare a un lavoro di gruppo che trasformeremo in un’allegra palestra letteraria.
Durante la sessione finale leggeremo i nostri lavori e brinderemo alle nuove amicizie, perché anche se il laboratorio finisce dopo cinque sessioni, le relazioni rimangono e sarà possibile continuare a lavorare insieme.
Le iscrizioni si chiuderanno il 15 dicembre.
• Obiettivo: alla fine del laboratorio i partecipanti saranno in grado di rielaborare il testo scritto per renderlo più agile o più efficace, di filtrare i lavori che più corrispondono alla propria ricerca, e infine di lavorare sulla musicalità e sulla fluidità del testo.
• Durata: circa dieci ore in cinque sessioni di due ore ciascuna • Partecipanti: minimo 5, massimo 15
•Descrizione: si tratta di un laboratorio pratico, ogni sessione sarà introdotta da riflessioni e analisi di esempi reali, e da una discussione di gruppo sui temi da trattare. Gli esercizi fatti durante il laboratorio saranno condivisi a beneficio di tutti. L’elaborato scelto dal partecipante sarà letto prima e dopo il laboratorio.
• Occorrente: ogni partecipante porterà un suo lavoro, o un lavoro su cui discutere
• Data: Il laboratorio si terrà di martedì alle 19,30, inizio previsto il 12 gennaio • Quota d’iscrizione 80 euro a partecipante
• Contatti: 335 5496809, claudio_fiorentini@yahoo.it – www.claudiofiorentini.it
La versione di latino
“I mitici anni 60” e ancora un'avventura raccontata da Giovanni D'Ippolito. La noia della vita di provincia, l'irrequietezza dell'età e un'irresistibile voglia di divertirsi, di giocare anche quando il bersaglio dello scherzo è il professore di latino, il risultato è deleterio per il profitto scolastico ma tutto da ridere.
LA VERSIONE DI LATINO
Frequentavamo non ricordo bene quale classe dello Scientifico, ma in quell’anno avevamo conosciuto Antonio Ranaudo, il nuovo professore di italiano e latino. Un giovane insegnante, molto simpatico e alla mano, di cui tutte le ragazze del liceo si erano subito innamorate e che usava con noi metodi interessanti e moderni rispetto al resto del corpo docente.
Una sera di inizio primavera, una delle prime in cui il clima permettesse un’uscita dopo cena, mi trovavo in compagnia di Gianni Mainelli e Gianfilippo De Camillis e ci stavamo annoiando a passeggiare per la piazza semi deserta. L’aria di primavera ci ispirava un senso di inquietudine e aumentava i nostri giovanili entusiasmi. Le ragazze non uscivano la sera e, se anche fossero uscite, non avrebbero certo soddisfatto i n nessun modo i nostri “pruriti” adolescenziali. Non ci restava allora che chiacchierare pensando alle donne, anche se in fondo l’argomento preferito finiva sempre per essere la squadra di calcio della scuola che ci vedeva partecipi certamente più delle lezioni. In quel momento di noia mortale vedemmo passare in lontananza il professore Ranaudo che, in compagnia della fidanzata, si avviava per i vicoli deserti in cerca di un po’ di intimità. Bastò uno sguardo d’intesa e non servirono parole per capire che avevamo trovato il modo per concludere quell’insulsa serata divertendoci.
Conoscevamo a memoria il dedalo delle vecchie stradine del centro storico e così, tagliando per una traversa, fingemmo di incontrare per caso il nostro insegnante. “Buonasera professore” e lui, togliendo il braccio dalle spalle della fidanzata: “Buonasera ragazzi”. Appena girato l’angolo, via di corsa per un altro vicolo e all’improvviso, sempre per caso, di nuovo l’incontro: “Buonasera professore” e di nuovo “Buonasera ragazzi”. Fra risate complici e corse trafelate, il gioco continuò per altri tre, quattro incontri fortuiti, fino a che il professore infastidito e, visibilmente indispettito, non rispose più al nostro saluto.
Orgogliosi della nostra bambinesca bravata, ci ritirammo ridendo nelle nostre case. La mattina dopo, alle prime ore di lezione, avevamo italiano. Tutti seduti ai banchi in perfetto silenzio aspettavamo il professore Ranaudo che, quando entrò, poggiò il registro sulla cattedra, lo aprì con calma flemmatica e poi guardandoci uno ad uno disse, chiamamdoci in rigoroso ordine alfabetico: ”De Camillis, D’Ippolito e Mainelli …FUORI! E nelle mie ore non entrerete mai più!”
Dopo due giorni di corridoio, però, il professore volle darci una possibilità di redenzione e ci fece rientrare in classe per eseguire la versione di latino. Alla vista del compito, il cui grado di difficoltà era inaffrontabile, Gianni Mainelli, che aveva immediatamente compreso la vendetta del professore, prese a ridere nervosamente e in modo isterico, tenendo la mano davanti la bocca (ihihihih). Il risultato generale fu che per i migliori della classe piovvero dei 4 e ci odiarono per tutto il resto dell’anno scolastico e io rimediai un 1meno meno.
Giovanni D'Ippolito
Simone Giusti, "Pisa Connection"

Pisa Connection
Simone Giusti
Marchetti Editore, 2015
pp 108
10,00
Simone Giusti, di cui avevo letto il delicato racconto per bambini Il giardino di bosco fitto, inaugura la nuova collana Pulp, da lui diretta per Marchetti Editore, col romanzo breve Pisa Connection. Tutto un altro stile, tutta un’altra grinta ma sempre la medesima ottima scrittura.
La vicenda ruota attorno ad un attentato islamico da compiersi ai danni del presidente del consiglio, mentre questi tiene un discorso in Piazza dei Miracoli a Pisa. Mi vengono i brividi a pensare che il romanzo è stato pubblicato pochi giorni prima dei tragici fatti di Parigi e, allora, i balordi terroristi drogati, che una risata dovrebbe seppellire, non sembrano nemmeno più tanto grotteschi e paiono usciti dalle cronache degli ultimi giorni.
“Il tizio aveva detto di aver seguito i loro movimenti, soprattutto quelli di Fael che aveva un portale facebook con trecentoventisei iscritti su cui condivideva idee fondamentaliste assieme a video rap, foto di donne seminude e promozioni di kebab in piadina. La pagina si chiamava Al-Kebab, in copertina aveva un ninja che affetta una cipolla rossa. La scritta in arabo con caratteri dorati e sbrilluccicanti riportava: ne resterà soltanto uno. Un utente stordito una volta gli aveva segnalato la copertina come foto di decapitazione.” (pag 77)
A questo attentato s’intreccia l’odissea di Jimbo, un tossico alla disperata ricerca della sua dose quotidiana di metanfetamina. Jimbo non è descritto se non per pochi tratti: i capelli radi, la canottiera svolazzante, il motorino scassato. Jimbo è uno dei tanti drogati che incrociamo per strada, scansandoci con un po’ di disgusto quando ci chiedono uno spicciolo “per la benzina”. La sua esistenza si compie ogni giorno dal tramonto all’alba, concentrandosi tutta nella ricerca della dose. Jimbo non pensa, se non per quel che gli serve, non s’interessa del mondo circostante, non mangia, non beve ma ogni notte compie un viaggio mitico, una sorta di quest della dose che gli procurerà il flash e lo renderà immune a dolore e fatica per altre ventiquattro ore.
Attorno a lui pullula una miriade di personaggi bizzarri e squallidi, ai quali è dedicato di volta in volta un capitolo, così si scivola da un capitolo all’altro, da un personaggio all’altro, mentre, nel contempo, la trama avanza e ci ritroviamo alla fine in un batter d’occhio.
Quella che viene descritta non è la Pisa di quando frequentavo l’università negli anni ottanta, è la città che ci viene incontro non appena usciamo nel piazzale della Stazione, fra negozi di kebab, pizza al taglio e paccottiglia cinese per turisti. È un sottoproletariato di puttane e protettori, di extracomunitari, di drogati, di carabinieri, di terroristi a burro e formaggio e poliziotti che sembrano usciti da un film di Scuola di polizia (il mitico Tackleberry), tutti scandagliati dall’interno senza censura, nei loro pensieri più vili e meschini. L’unica pietà è per la vicenda della prostituta Fatjona, raccontata con una commozione che traspare. Tutto il resto è sporcizia, degrado, droga, sesso, emarginazione, è pulp insomma.
Simone Giusti sembra trattare gli argomenti con ironia e leggerezza, cercando simpatie per il povero, triste, Jimbo ma si capisce che sa di cosa parla, non ha creato delle figure a caso ma si è documentato e la descrizione del dopo attentato (pag 104-105) ha qualcosa di sinistramente profetico.
Sotto il linguaggio semplificato e il turpiloquio, s’intravedono molte letture, ma non solo, anche molto cinema, in una multimedialità che caratterizza i giovani autori. Il bagaglio culturale, insomma, non deve più per forza essere solo letterario, potendo ormai, l’immaginario collettivo, attingere a più fonti, come cinema, appunto, televisione, fumetto, videogames e persino i giochi di ruolo, di cui Giusti si dichiara appassionato.
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
Sant'Elena Sannita, dove oggi ci conduce Flaviano Testa con le sue fotografie, è un comune molisano della provincia di Isernia.
Salendo per il corso principale si arriva alla Piazza del Tiglio e, nella parte più antica dell'abitato, si erge il severo palazzo baronale, trasformazione di un castello eretto nel XV secolo.
La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, ricostruita dopo il terribile sisma del 1805, ha una bella e importante facciata, all'interno si trovano due sculture lignee: una del XVI secolo raffigurante la Madonna e una di San Michele risalente al Settecento e attribuita allo scultore napoletano Giacomo Colombo.
Sant'Elena è stato uno dei paesi molisani che più ha sofferto l'emorragia di giovani e forza lavoro, passando dai quasi duemila abitanti dell'inizio '900 ai poco più dei duecento attuali. Lo spopolamento del territorio costituisce una caratteristica peculiare del Molise che, come nessun'altra regione italiana, accusa un regresso demografico intenso e di antica data, risalente già al periodo immediatamente successivo all'unità d'Italia e dovuto alla scarsità delle risorse disponibili. Gravi quanto le cause sono gli effetti di questo processo sulla situazione interna dove, accanto al sempre minor numero di abitanti, si registrano preoccupanti indici di invecchiamento: nell'anno 2013 il saldo nati/morti è stato negativo per 1292 unità. Il fenomeno dunque viene da lontano e ancora non vi è stato posto rimedio.
Nello specifico, l'isolamento territoriale di Sant'Elena Sannita era aumentato dal fatto che la stazione ferroviaria più vicina si trova a Bojano, a circa 16 km di distanza, i principali uffici pubblici erano a decine di km e mancava la stazione dei carabinieri. Gli spostamenti senza mezzi di trasporto pubblico avvenivano quasi sempre a piedi o, per i più fortunati, con biciclette e carretti a trazione animale.
Un paese in cui, nonostante tutto, la grande quantità di case disabitate lascia capire l’importanza che ha avuto nel passato, essendo stato un centro di fiorenti attività artigianali della lana: si producevano coperte, tappeti e stuoie e, per la vicinanza con Frosolone, importante è stata la lavorazione dell'acciaio.
Molti partirono per fare gli arrotini girando paesi del Molise e di tutta Italia. Avevano una bicicletta con cui, attraverso un ingegnoso sistema che permetteva di agganciare alla ruota dentata una catena collegata alla smeriglia, riuscivano a eseguire il lavoro attraverso il pedale. Attesi e ricercati da tutti, affilavano ogni lama, dagli strumenti del chirurgo, ai coltelli dei macellai e dei salumieri, alle forbici e ai rasoi dei barbieri. In seguito, i primi arrotini ambulanti si trasformarono in commercianti di coltelli, forbici e articoli da barbiere e si sviluppò così una nuova attività: nelle vetrinette, tra le lame di diverse specie, cominciavano a far bella mostra vasetti di brillantina, scatolette di sapone da barba e lozioni per capelli. L’umile arrotino si trasformò lentamente, cresceva l'animo commerciale e il desiderio di realizzare migliori guadagni, fu proprio per esaudire le crescenti richieste dei barbieri che i santelenesi sono diventati anche piccoli commercianti di profumi. A Roma, infatti, sono conosciuti come creatori di un “impero dei profumi”: oltre duecento profumerie capitoline appartengono ad originari di Sant’Elena Sannita.
In seguito dalla semplice vendita si passò alla produzione e oggi S. Elena vanta un numero incredibile di suoi figli che sono rinomati profumieri a Roma e nel mondo. Dal 17 agosto 2014 il paese ospita il Museo del Profumo, collezione di pezzi rari e unici della profumeria moderna e contemporanea.
Gli emigrati hanno saputo trasmettere di generazione in generazione l'amore per il paesello natio e ogni anno nel corso della Festa dell'Emigrante che si tiene il 27 settembre, Sant'Elena si rianima. Le finestre e i portoni delle case si aprono e le viuzze deserte del centro storico echeggiano di voci di bambini che corrono liberi senza il timore del traffico cittadino. Tutti tornano per respirare aria di casa e per gustare le specialità del paese “petacce e fasciuoli” (pasta di casa senza uovo e fagioli) e agnellini al forno. Il 29 di settembre, terminata la festa del Santo patrono le luci si spengono, le auto ripartono e i sempre meno numerosi abitanti si siedono davanti la porta di casa in attesa del prossimo ritorno.
Giovanni Fattori

"Fattori’s painting” says Argan, "is not the academic, generic and evasive design; it is, as it was in the Tuscan figurative culture of the fifteenth century, a design that penetrates, defines, engraves. " (G.C. Argan, "History of Italian art, Sansoni, 1979)
Giovanni Fattori (1825 - 1908) was born in Livorno but then moved to Florence, coming into contact with the group of painters who met at the Michelangelo cafe, in via Larga (now via Cavour).
He starts as a romantic but his artistic maturity and his most prolific moment are concentrated after forty years when, together with Telemaco Signorini and Silvestro Lega, he becomes one of the main Macchiaioli artists. The phenomenon is a precursor of Impressionism and is linked to the Risorgimento ideological framework, of which Fattori is part, being a member of the Action Party. He will retain an indelible memory of the siege of Livorno.
According to the Macchiaioli theory, the painter must render the truth as his eye perceives it, with coloured patches of light and shadow, without cultural prejudices. Indeed, Fattori considers himself a "man without letters", capable of grasping the present, the moment in action. And, however, the identification of the artist with the subject is never achieved, there is always a testimony, a comment, an ethical evaluation.
One of his favourite themes is military life, captured in everyday life, the other great subject is the rural landscape of the Maremma, with cowboys, oxen and horses.
In his life, Fattori is often in financial difficulty, he returns to Livorno to assist his sick wife who then dies of tuberculosis. The painter then travels, visiting Europe, the United States and South America. He also stays in Fauglia and Castiglioncello, a guest of friends.
Towards the end of his artistic career he dedicated himself to etching, a technique consisting of etching a metal plate with acid.
He died in Florence in 1908.
“Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.” (G.C. Argan, “Storia dell’arte italiana, Sansoni, 1979)
Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).
Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale Fattori fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.
Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica.
Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.
Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.
Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.
Muore a Firenze nel 1908.
Una partita storica
Il secondo racconto di Giovanni D'Ippolito della serie “anni 60 revival”, in una radio cronaca mozzafiato alla Nicolò Carosio, rivive gli entusiasmanti momenti di una storica partita di calcio fra due Licei regionali.
UNA PARTITA STORICA
Era dall’inizio dell’anno scolastico che si parlava della sfida calcistica fra il Liceo Scientifico di Bojano e il Liceo Scientifico di Campobasso.
Eravamo giunti finalmente al fatidico giorno: una fredda e umida domenica di metà novembre. Fin dalle prime ore del mattino in cielo si erano aperte tutte le cateratte e scendeva una pioggia battente. I componenti della squadra si erano svegliati presto e scrutavano il cielo “porca miseria non si gioca...” pensavano. Si dedicarono quindi, ognuno a casa propria, alle normali attività domenicali: bagno nella vasca d’acqua caldissima, magari con Play Boy al seguito, poiché quasi tutti erano all’epoca “fidanzati” con una coniglietta di copertina. Poi, rivestiti a festa, indossando giubbotto, maglioncino a collo alto, pantaloni a zampa d’elefante e stivaletti beat col tacco, si recarono al solito appuntamento al bar per la partita di tressette. In palio boccali di birra da mezzo litro (pensare che allora non si sapeva nemmeno dell’esistenza dell’OktoberFest) e sacchetti di patatine. A seguire pranzo luculliano, tipico della domenica, con rigatoni al sugo e abbondanti salsicce al forno con patate.
Alle 13,30 improvvisa schiarita in cielo, tutti di corsa verso lo stadio, con due buste di plastica in mano: una con le scarpette e l’altra con maglietta, calzoncini e calzettoni. Si gioca!!! Il campo è quasi impraticabile, si affonda nel fango fino alle caviglie e il pallone non rimbalza.
La squadra di Bojano appare da subito molliccia e spompata, così il Campobasso pressa e, al 27’ del primo tempo, guadagna il vantaggio, se pur contestato, con un tiro dalla distanza che il bravo portiere Brunetti, in un plastico volo, riesce a intercettare e a inchiodare sulla linea di porta. L’arbitro, fra le proteste, assegna comunque il gol e si va negli spogliatoi sull’1 a 0.
Nel secondo tempo cambia tutto, la squadra di Bojano, con le sgroppate di Colalillo a destra e Di Ciero a sinistra, si riversa nella metà campo avversaria. Mainelli e Velardo impensieriscono il portiere avversario in più occasioni, con pericolosi tiri in porta, ma senza risultato. Al 43’ del secondo tempo, D’Ippolito, nel cerchio di centro campo, tenta di mettere in movimento Mainelli provando a colpire per ben due volte la palla di tacco, ma non riuscendo nemmeno a sfiorarla, dà vita, più similmente, a una goffa danza tribale. Fortunatamente subentra De Rosa che, impossessatosi della sfera di cuoio, scende nella posizione di mezz’ala destra e crossa al limite dell’area, dove Velardo, ben appostato, colpisce al volo di sinistro in maniera perfetta spedendo una cannonata che viaggia verso l’incrocio dei pali. La palla che, completamente inzuppata raggiunge ormai il peso stimabile di almeno due chili, invece raggiunge in pieno volto un difensore avversario. Il malcapitato salva così il risultato ma stramazza al suolo perdendo copiosamente sangue dal naso. L’arbitro, per attivare i soccorsi, fischia la fine e così ci si avvia verso gli spogliatoi, guardando con mestizia quello che era il meraviglioso manto erboso del Comunale, ridotto come un campo di patate dopo il raccolto.
Ci vorranno mesi per ripristinare il fondo e, nella primavera successiva, si ricomincia a giocare con apprezzabili prestazioni della squadra del Liceo Scientifico di Bojano che, se pur fortissima e quasi insuperabile nelle partite singole, non riuscì mai a vincere un torneo a punti.
Vincenzo Zonno, "Non è un vento amico"
Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
Vocifuoriscena, 2015
pp 245
15,00
Vincenzo Zonno è un autore dalle enormi possibilità, specialmente se si considera che Non è un vento amico è il suo primo romanzo.
Ambientato nel suggestivo paesaggio baltico, in una exclave russa in territorio prussiano, Non è un vento amico mescola romanzo storico, giallo e climi surreali da castello kafkiano ma anche da fantasy novel.
Fino a metà del testo si pensa di avere fra le mani “il romanzo”, quello che aspettavamo da sempre, di ampio respiro e di grande atmosfera, pronto a diventare best seller prima e classico poi. A sostegno di questa speranza ci sono l’ambientazione e il fascino del paesaggio – fra San Pietroburgo, le foreste siberiane e il mar Baltico - insieme ad una gran bella scrittura, elegante, distesa, mai banale nelle descrizioni. Le sbavature sono pochissime, lo stile intelligente, di quella fluidità che nasconde tanto certosino lavoro di lima.
Il protagonista, Georges Stroganov, tenente di bell’aspetto e di belle speranze, viene chiamato a Cypel Koszalin, luogo di reintroduzione di ex deportati siberiani, dove sorge una fortezza che ricorda la montagna del purgatorio dantesco. Qui egli dovrà sostituire un console ucciso in modo atroce e sconvolgente. Indagando sulla fine inquietante del predecessore, scoprirà un mondo statico di peccatori, vittime dei suoi stessi vizi, primo fra tutti l’adulterio. S’innamorerà perdutamente di una bella vedova e farà amicizia con una lince.
La trama contempla personaggi storici, come il governatore Murav’ev, lo zar Nicola I e suo fratello Alessandro, scomparso in circostanze poco chiare. A questo riguardo, Zonno adotta e sviluppa la tesi di Lev Tolstoj, nel racconto incompiuto Memorie postume dello stareta Fedor Kuzimič. Non sveliamo la trama, che ha un intrigo da dipanare, ma diciamo che nel romanzo sono intrecciati molti elementi reali, come la rivolta decabrista e l’eresia dei Christovovery, ad altri di pura fantasia. Ci sono correnti irrazionaliste che pervadono la Russia di metà ottocento, ma il protagonista rimane con i piedi per terra e investiga con lucidità su quello che sembra un enigma sovrannaturale.
Peccato che, dalla metà del romanzo in poi, la storia non decolli, perda respiro e mordente. Tutto rimane un po’ troppo confinato intorno alla figura della bella Lidjia e all’amore che essa suscita nel tenente.
Come fa notare Oliviero Canetti nella postfazione, Cypel Koszalin è un “microcosmo”. Diciamo che è più un simbolo che un luogo narrativo, e di questo il romanzo risente, trasformandosi (e atrofizzandosi) da grande narrazione ad allegoria. Si sente che l’autore ha familiarità con i romanzi russi dell’ottocento, con i concetti di redenzione, peccato e perdono. Stroganov è un libertino, alla fine compirà il percorso inverso a quello di tutti i peccatori di Cypel Koszalin, fuggirà in Siberia in un cammino a ritroso di riscatto morale, dove l’amore e la comprensione hanno la meglio sui sensi di colpa e persino sul bisogno di Dio.
Siamo certi che di questo autore sentiremo ancora parlare, se saprà coniugare il simbolismo surreale con le necessità narrative, in un connubio che diverrà la sua cifra personale.
La contraerea del liceo
Quello che vi proponiamo è il primo di una serie di racconti brevi scritti da Giovanni D'Ippolito nel 2013 in occasione dei cinquant'anni del Liceo Scientifico di Bojano, per ricordare con amici ed ex compagni di classe avvenimenti spassosi della loro gioventù.
Un revival che porterà anche molti di noi a ricordarsi giovani in un contesto sociale che oramai rivediamo solo nei film in bianco e nero del grande cinema italiano di quegli anni. Un tuffo nel passato nei mitici anni 60.
La contraerea del liceo
Le finestre del nostro Liceo erano, per la loro posizione, un osservatorio privilegiato su Corso Amatuzio. Nulla poteva sfuggire allo sguardo degli studenti che vi si affacciavano per tutto il tratto che va dalla piazza fino alla Stazione, ma quella mattina nessuno avrebbe immaginato che gli occhi sarebbero stati rivolti verso il cielo. Erano appena iniziate le lezioni quando un rombo assordante fece tremare i vetri e sobbalzare gli alunni di tutte le classi che, corsi alle finestre, scrutavano verso l’alto senza riuscire a scorgere l’aereo che aveva provocato tale trambusto. Si ritornò, sollecitati dai professori, al proprio posto, ma la distrazione era stata tanta e ognuno in cuor suo sperava che il fatto si ripetesse.
Tutti erano all’erta e, trascorsi pochi minuti, si cominciò a udire in lontananza un flebile sibilo, di nuovo gli alunni eccitati corsero verso le finestre, questa volta sarebbero arrivati in tempo per vedere, infatti si affacciarono proprio mentre il muso del jet appariva a pochi metri dai loro occhi . Un muso simile a quello uno squalo che si avvicinava minaccioso e velocissimo e che, con un boato fragoroso, sfiorò il tetto della scuola.
Io avevo capito subito chi fosse ai comandi di quel velivolo e conoscevo la manovra che avrebbe fatto: l’aereo si allontanava in direzione di San Massimo seguendo la ferrovia che il pilota usava come riferimento. Poco prima del campo sportivo di Cantalupo effettuava una lenta virata a destra e, seguendo sempre il percorso della strada ferrata, giungeva al bivio di Guardiaregia dove, all’altezza del cementificio, eseguiva ancora una lenta virata a destra e via a volo radente di nuovo verso Bojano puntando l’edificio scolastico.
Ormai tutti erano certi che ci sarebbe stato un terzo passaggio e più di qualcuno, giocando alla guerra, si era attrezzato per la difesa: avevano piazzato le sedie dei banchi sui davanzali delle finestre con le gambe puntate verso l’alto e quando il jet apparve ancora una volta, dettero vita a un fuoco di sbarramento contraereo tatatatatatatatatatatatatatatatatatataatatatatataatatata, imitando una mitragliatrice e giù a ridere a crepapelle. I professori cercavano di ripristinare l’ordine e di calmare i più esagitati con scarsi risultati, anche perché vi fu subito un quarto passaggio e le mitragliatrici alle finestre erano decuplicate.
I vetri tremarono ancora, il boato fu più forte e molti si precipitarono nel corridoio dalle cui finestre videro l’aereo allontanarsi oscillando le ali in segno di saluto. Io più degli altri, a quel movimento, sentii tremare il cuore, e fui orgoglioso perché il provetto pilota era mio fratello e aveva saputo evitare la nostra contraerea. Era un gioco ma per fortuna, pensai, non era stato colpito.
Giovanni D'Ippolito
Writer factor, il talent on line della scrittura
Il momento di scrivere, blog letterario online da settembre 2014, è orgoglioso di presentare la prima edizione del concorso letterario gratuito online Writer Factor.
Il concorso è rivolto a tutti gli scrittori di racconti brevi, senza distinzioni di sesso ed età. Writer Factor è un concorso articolato in quattro fasi: selezioni, bootcamp, gara e finale. La gara a sua volta è composta da ulteriori quattro manche. I partecipanti saranno divisi in quatto categorie: under 25 uomini, under 25 donne, over 25 uomini, over 25 donne. Gli autori verranno valutati e aiutati nella scrittura dei propri racconti da quattro giudici, ognuno dei quali sarà responsabile di una categoria di concorrenti, ma tutti avranno potere di voto.
I partecipanti dovranno superare la prima fase (selezioni) ottenendo almeno tre pareri positivi su quattro da parte dei giudici. Successivamente gli autori selezionati saranno chiamati a scrivere un nuovo racconto per la fase successiva (bootcamp). In questa fase saranno svelati gli abbinamenti tra i giudici e le categorie di competenza. Ogni giudice valuterà i racconti della propria categoria di competenza e selezionerà i migliori tre. Soltanto dodici concorrenti guadagneranno il passaggio alla terza fase (gara).
La gara vera e propria è composta da quattro manche, ognuna delle quali vedrà la scrittura di un nuovo racconto da parte dei concorrenti. I giudici faranno da coach e aiuteranno gli autori a comporre un racconto che metta in mostra le peculiarità artistiche dello scrittore. Tutti i racconti saranno valutati (in scala numerica da 1 a 10) dai giudici, escluso il giudice di competenza della categoria del racconto. Sulla base della somma dei voti ottenuti, sarà stilata una classifica e gli autori dei peggiori racconti saranno eliminati. Il meccanismo si ripete per quatto manche, per arrivare infine ai tre concorrenti finalisti. Nella finale (quarta e ultima fase del concorso) sarà eletto il vincitore, sempre sulla base dei voti dei giudici.
Per partecipare alle Selezioni le opere dovranno pervenire, come da bando, entro il 06 Gennaio 2016, per via telematica, all'indirizzo info@ilmomentodiscrivere.org secondo le modalità specificate nel regolamento.
Il vincitore di Writer Factor vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore sulla rivista letteraria Il Lettore di Fantasia, distribuita in versione cartacea in tutta Italia e disponibile in versione digitale sul proprio sito. Il Lettore di Fantasia conta attualmente più di diecimila lettori fissi.
Il secondo classificato (se ritenuto meritevole dalla giuria) vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore con Nativi Digitali Edizioni, casa editrice digitale indipendente.
Il terzo classificato (ed eventualmente il secondo) vedrà pubblicati i suoi racconti in un’antologia edita e pubblicata da Il momento di scrivere il cui ricavato sarà interamente devoluto all’associazione Unicef Italia.
La giuria è composta da:
Fabio Mosti (Il Lettore di Fantasia)
Marco Frullanti, (Nativi Digitali Edizoni)
Annarita Faggioni (Il piacere di scrivere)
Giuseppe Monea (Il momento di scrivere)
Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail a info@ilmomentodiscrivere.org specificando il motivo della propria richiesta.
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