Il Milite Ignoto
“La Madre chiama: in te comincia il pianto, nel profondo di te comincia il canto, l’inno comincia degli imperituri”. (G.D'Annunzio)
Da pochi giorni è trascorso l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale avvenuta il 4 novembre 1918. In Italia, contraddistinta da scarsissimo animo patriottico, tale festa è stata declassata a “giornata delle Forze Armate”, abolita da tempo dal calendario come festività nazionale, è divenuta giornata lavorativa, l’Italia preferisce continuare a festeggiare il 25 aprile, che ricorda una sanguinosa guerra civile e non la conclusione del Risorgimento con Trento e Trieste restituite alla Patria. La memoria ufficiale è corta, ma non è possibile seppellire completamente i morti e, tra voci discordanti di chi ritiene la Grande Guerra un'inutile carneficina, e chi esalta gesta eroiche e patriottismo, si è conclusa anche la celebrazione del suo centenario.
Io, ormai fuori termine, voglio ricordare oggi la storia di una donna e di suo figlio, un soldato morto durante la Grande Guerra, la cui vicenda, come spesso accade, è dimenticata o poco conosciuta.
Antonio Bergamas, caduto venticinquenne sull’altopiano di Asiago, era un giovane maestro elementare di Trieste, un militante mazziniano, degli ideali repubblicani, del primo futurismo e dell'irredentismo. Era un volontario, protagonista di manifestazioni interventiste, che scelse di arruolarsi come fante nella Brigata Re, ma era un volontario particolare, perché disertore dall’esercito austro-ungarico, essendo egli residente in una città ancora sotto il dominio austriaco. Era determinato a combattere la sua guerra per l'Italia e non condivideva con altri volontari come Cesare Battisti o Nazario Sauro soltanto l'amor di Patria, la certezza del rischio che avrebbe corso, ma anche la cieca vocazione al sacrificio che traspare da alcune righe di una sua lettera inviata alla madre dal fronte.
"Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cercando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati." Si firmava Tonin. (Fabio Todero, "Morire per la Patria")
Ci sono libri che di questo giovane raccontano la storia precisa, il suo viaggio a Roma, l’addestramento militare a Venezia, la smania interventista, il battesimo di guerra sul monte Podgora, la vita di trincea al Monte Sei Busi. E poi le lettere ai familiari, alla sorella, ai genitori che gli avevano trasmesso sentimenti di italianità e anche le discrete lettere a una innamorata mai dichiarata; fino alla morte, avvenuta sul Monte Cimone nel giugno 1918, mentre andava all'assalto di un nido di mitragliatrici austriache.
Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi del primo conflitto mondiale, fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati deceduti e in Italia si fece strada l’idea di tributare onoranze solenni alla salma sconosciuta di un soldato che ricordasse i 650.000 caduti. Un’apposita commissione, presieduta dal gen. Giuseppe Paolini e della quale facevano parte anche quattro ex combattenti, fu incaricata di reperire, percorrendo i campi di battaglia in ogni zona del fronte, undici salme di soldati non identificate, una delle quali sarebbe stata scelta e tumulata a Roma nel Vittoriano, il complesso monumentale appena costruito, durante quella che è stata probabilmente una fra le più importanti commemorazioni nazionali nella storia dell’Italia unita.
Le bare tutte uguali vennero poste in fila nella navata centrale della Basilica di Aquileia e una donna, una madre fra duecentomila i cui figli erano caduti e di cui mai si erano ritrovati i resti mortali, fu destinata a scegliere quale fra undici dovesse rappresentare tutte le altre. Durante una toccante cerimonia, Maria, madre di Antonio Bergamas, entrò in Chiesa sfilò fra i feretri esposti e, davanti alla decima bara che passava in rassegna, si accasciò in lacrime fra la commozione generale. Il suo gesto fu interpretato come una scelta e quella da lei indicata è ancora oggi la salma del Milite Ignoto che riposa nella capitale. Non si trattava sicuramente di suo figlio, non poteva e non doveva esserlo, per rappresentare tutti i caduti, l'eroe sublime e puro che racchiudesse in sé ogni migliore virtù del soldato italiano, doveva restare ignoto, ma in ogni cittadino quel gesto suscitò un sospiro, una lacrima e profonda partecipazione.
Maria si annullò come donna per essere madre di ognuno di loro e ora riposa tra i cipressi dietro l’abside della basilica paleocristiana di Aquileia, circondata dalle tombe dei dieci caduti sconosciuti, che non partirono per Roma.
La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario, appositamente disegnato, che la portò da Aquileia fino a Roma. Il feretro fu scortato da soldati che lo vegliarono in turni di guardia per tutta la durata del viaggio. Milioni di italiani si raccolsero spontaneamente lungo i binari e il convoglio lentissimo giunse a destinazione accompagnato da due immense ali di folla. Nel corso di una sontuosa cerimonia a cui presero parte, oltre a una folla oceanica, la famiglia reale e il governo al completo, fra il rullo dei tamburi fasciati a lutto, il rimbombo delle salve di artiglieria che esplodevano in tutti i forti della città, e lo scampanio di ogni chiesa di Roma, la salma, accompagnata dai decorati, salì i gradini del Vittoriano, seguita da madri e vedove di guerra. Vittorio Emanuele, visibilmente emozionato, appuntò sulla bandiera che copriva la bara la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa “motu proprio”. Una volta inumato il feretro, il monumento cessò di essere il Vittoriano e divenne Altare della Patria, era il 4 novembre 1921.
Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"
Lorenzo Pini
L’Avana - Ritratto di una città
Odoya – Pag. 300 – Euro 20,00
Confesso un peccato di vanità. Ho comprato questo libro perché mi cita in alcune pagine come un autore che ha fatto conoscere in Italia molti scrittori cubani. E poi, forse, l’avrei comprato comunque, un’intera biblioteca della mia casa è dedicata a libri di cultura cubana e letteratura caraibica.
Grande è stata la mia sorpresa quando mi sono accorto che Lorenzo Pini non solo mi cita, ma mi copia per pagine e pagine, soprattutto quando parla del rapporto tra gli scrittori e la capitale cubana. Utilizza diverse mie traduzioni senza citarmi, ma questo sarebbe il meno, se non confondesse Fuera del juego – una raccolta di poesie – con uno scritto in prosa, da me ritrovato e tradotto, di Heberto Padillla. Aggiungo che viene citato a piene mani Alejandro Torreguitart Ruiz, da me scoperto e tradotto in Italia, senza mai far riferimento al traduttore. Guarda caso tutte le citazioni letterarie tratte da Abilio Estévez, Pedro Juan Gutierrez, Zoé Valdés, sono identiche a quelle che riporto nei miei libri e in diversi scritti pubblicati su Internet. La mia vanità è soddisfatta. Non credevo di essere così importante da vedere la mia modesta opera saccheggiata e riprodotta in un testo edito da Odoya.
A parte questo Lorenzo Pini completa il suo libro avanero con il supporto del lavoro di Leonardo Manera e con molte notizie estrapolate dalle tante guide su Cuba reperibili sul mercato. Al termine della lettura ci rendiamo conto di aver letto un testo ben confezionato dall’editore - che lo arricchisce con foto, bibliografia e indice dei nomi - ma completamente privo di cuore. Lorenzo Pini ha vissuto L’Avana nella sua realtà più intima, oppure ha fatto un rapido viaggio da turista e si è messo a scopiazzare il lavoro altrui per redigere un testo informativo? La domanda è retorica. L’Avana - Ritratto di una città è un testo senza cuore, privo di nerbo e sentimento, un lavoro compilativo e didascalico, enciclopedico e arido come una giuda turistica. Si poteva fare di meglio. Infine, venti euro per 300 pagine in carta riciclata, senza una foto a colori, è un prezzo esorbitante.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Il PULP è intorno a noi
Lo scrittore Simone Giusti ci parla della nuova collana PULP che dirige per Marchetti Editore.
"«La vicenda è più importante della carta». Così disse Frank Munsey quando più d’un secolo fa fondò Pulp Magazine, chiamata così per via della carta di pessima qualità ricavata dalla polpa di legno, appunto pulp.
PULP è la nuovissima collana di Marchetti Editore che raccoglie il testimone da Frank Munsey e, attraverso le rielaborazioni del nostro cinema di genere e dei recenti successi di Tarantino, riporta in auge uno stile narrativo amatissimo ma da noi poco prodotto, fatta eccezioni per il fenomeno dei Cannibali degli anni Novanta.
La collana sfornerà un romanzo ogni tre/quattro mesi. Saranno romanzi brevi di spiccata indole pulp. Avranno pagine gialle, ruvide, saranno libri stilisticamente aggressivi perché anche questa è estetica pulp. Con la voglia e la sicurezza di poter tirar fuori dal calderone ribollente degli sconosciuti autori di gran pregio, scopo della collana non sarà andare in cerca di storie ma di autori, autori nascosti tra le pagine degli inediti ma già maturi, autori bravi, autori capaci di far impallidire i più noti e venduti. In pieno stile pulp, strizzando l’occhio a Bukowski e Shirley, ammiccando con simpatia alle storie più surreali del nostrano Ammaniti, PULP non guarderà in faccia nessuno, non si auto-censurerà, mai, non cederà il passo, prenderà di petto storie e società. PULP sarà un ragazzaccio vestito male, scontroso e senza rispetto, ma un ragazzaccio che – potete scommetterci – ci saprà fare.
Primo numero della collana è Pisa connection, in pratica il riassunto di tutto ciò appena esposto. Ambientato in una torrida serata pisana, racconta l’odissea d’un tossico rimasto al verde e in preda a una crisi d’astinenza che vaga per la città in cerca d’una dose. La vicenda di Jimbo (così si chiama il tossico) ha l’effetto d’un pugno nello stomaco che ci lascia in bocca il gusto amaro d’una società vista con gli occhi d’un emarginato. Lo stile rapido e ironico fa di più, catapulta il lettore sulla giostra impazzita che è la mente di Jimbo che, tra protettori assassini, produttori russi di metanfetamina, terroristi islamici dell’ultim’ora, vigili urbani, carabinieri e cittadini che vivono la città in una notte afosa, va a intrecciare la sua vicenda col discorso che il Presidente del consiglio sta per tenere in piazza del duomo. Il tutto genera esiti e situazioni al limite del surreale. Violenza fisica e psicologica allo stato puro, un concentrato della nostra peggior società senza i fiocchetti del perbenismo e dell’illusione.
Scopo della collana diretta da Simone Giusti, che è anche autore del primo romanzo, non è soltanto quello di offrire scelte diverse a un pubblico il più possibile variegato ma, attraverso un portale web e il progetto di incorniciare i romanzi cartacei con storie brevi pubblicate solo su piattaforme digitali, è anche quello di creare un circolo di scrittori e lettori affiatati e di lastricare nuove strade per permettere a chi finora non ne ha avuto la possibilità di esplorare sentieri sconosciuti.
Buon PULP a tutti. Siamo arrivati."
Simone Giusti
PISA CONNECTION (Primo numero PULP) Marchetti Editore, 110 pagine, 10 euro.
In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo
Le fotografie di Flaviano Testa, sempre efficaci e emozionanti, raccolgono sentimenti, oltre che immagini, e continuano ad accompagnarci nel Molise, una piccola regione poco conosciuta e apprezzata, ma ricca di bellezze naturali, di storia e di brava gente, orgogliosa e ospitale.
Oggi andiamo a San Giovanni in Galdo, un paesino di soli 600 abitanti in provincia di Campobasso. Situato su una rupe di roccia arenaria, all'arrivo, appare come un presepe, la morfologia del territorio su cui sorge offre scorci panoramici molto suggestivi. Ciò non basta a fare di questo luogo incantevole un paese vissuto e densamente abitato, la povertà da sempre ha portato lontano i giovani che sono emigrati in cerca di un lavoro e di un futuro.
Il paese nel XV secolo rimase diviso a metà da una grande frana che ne inghiottì letteralmente una buona parte, l'abitato non risorse mai completamente, l'emorragia lenta e inarrestabile è continuata fino ai giorni nostri, nell'ultimo mezzo secolo, la popolazione è passata dai 2166 abitanti del 1955 ai 624 del 2011.
Il toponimo è di origine longobarda (da wald = bosco). L'abitato si ritiene sia sorto prima del Mille, ma in anni recenti, sul colle Rimonato, sono stati portati alla luce i resti di un “tempietto italico”, che testimonia la presenza dell'uomo in loco fin dai tempi più antichi. Ubicato in posizione panoramica sulla valle del torrente Fiumarello, il tempio domina il percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera. L'area sacra ha una forma quadrangolare ed è racchiusa in un recinto costituito da grossi blocchi di pietra. Nella parte chiusa, al di sotto del pavimento decorato da tessere di mosaico bianche, sono state rinvenute delle monete, deposte all'atto della costruzione, che consentono dunque di datare l'edificio. Le monete più antiche risalgono alla prima metà del III secolo a.C., la moneta più recente è un denario d'argento dell'anno 104 a.C.
Nel centro abitato si erge la chiesa di San Giovanni Battista, in parte diroccata, che leggenda vuole sia stata edificata su una vecchia costruzione appartenente all'ordine monastico dei Templari. Di notevole interesse è anche la chiesa di San Germano, al cui interno si possono ammirare un pulpito trecentesco, una tela importante di scuola napoletana raffigurante un San Germano e una scultura lignea settecentesca raffigurante san Nicola e attribuita a Giacomo Colombo.
Il paese è piccolo e, per la maggioranza, gli abitanti sono anziani seduti sulla porta in attesa del ritorno dei figli e dei nipoti, i quali spesso si recano in paese in occasione delle svariate feste tradizionali che si svolgono dalla primavera e per tutta l'estate in varie ricorrenze, per abbracciare parenti e amici e assaggiare quelle specialità che solo nel loro paese natio sanno ancora cucinare. Ecco alcune di queste ricette: la “fracassé”, composta da interiora di agnello uova e parmigiano in fricassea, il “Panunto” fatto di pane di grano duro, pomodori, salsicce, peperoni e olio del posto, trippa e pizza di granone, caponata e torcinelli, piccoli involtini, realizzati con le interiora dell'agnello e insaporiti in vari modi, da cuocere arrosto. Si chiude con la festa di “addio all'estate”, che si tiene il 30 agosto di ogni anno, con degustazione di pasta e polpette. Di sicuro non si possono definire piatti leggeri e dietetici, ma sono di origine antichissima e, nell'antichità, pietanze simili, con molti grassi animali, erano assai diffuse poiché sfruttavano le uniche risorse locali, quali olio, frumento e carne per lo più ovina.
Shelley a Livorno
Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno.
A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare.
Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a villa Valsovano, dove compose la tragedia The Cenci, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi To a Skylark e To Freedom.
Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose The Cenci, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra labronica 250 copie, poi spedite a Londra.
L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode All’ allodola, della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.
“Like a rose embowered
In its own green leaves,
By warm winds deflowered,
Till the scent it gives
Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:
Sound of vernal showers
On the twinkling grass,
Rain-awakened flowers -
All that ever was
Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”
Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley:
“In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.”
Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.
Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.
Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.
Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.
Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.
Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.
Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.
Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.
The coastal area between Pisa and Livorno had already been discovered by Hollywood in the 1920s, so much so that in the 20th some scenes of Ben Hur were shot at Molo Novo.
In 1933 the Autonomous institution Tirrenia built the Tirrenia Film factories based on Antonio Valente's design. The following year Giovacchino Forzano takes over the structure, which stands in a reptile and mosquito swamp, where there is only a fort of the Guardia di Finanza called Mezzaspiaggia. He rearranged it with 500 thousand lire, the result of the sharing of the Agnelli family and Persichetti, later founder of a dubbing house, transformed it into the Pisorno factories, so-called because they are equidistant between Pisa and Livorno.
Forzano is an author of theater, librettist of Gianni Schicchi, theatrical and cinematographic director and he stages many of his own works but he is above all a friend and collaborator of Mussolini, who already strongly wanted Tirrenia as a pearl of fascist architecture and seaside delights. The factories must also serve to produce propaganda and attract consensus.
It is no coincidence that one of the first films shot was, significantly, "Black shirt".
The sea, the long beach of fine sand, the rivers, the pine forests and the hills make the area attractive to Americans as the ideal location for many films, and the factories occupy 500,000 square meters. In its period of splendor, Pisorno becomes the first capital of cinema, even before Cinecittà, actors of the caliber of Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman recite it. Klaus Kinski, Philippe Noiret, the complete de Filippo family, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi and, of course, Doris Duranti, directed by renowned directors such as de Sica, Blasetti, Ferreri. Tirrenia also shines with reflected light, thanks to the stars who sunbathe in swimsuit the coast.
The Taviani and Monicelli brothers take their first steps in the Tirrenia studios. Sciuscià (from 46) directed by de Sica, is played by many non-leading actors taken on the Labronic streets. A school of technicians, sound engineers, make-up artists was formed here, then absorbed by Cinecittà.
During the Second World War, the studios were requisitioned by the Americans who turned them into warehouses, up to 48. In 61 they were bought by Carlo Ponti but the costs were high and the venture was already concluded in 69; Ponti leaves, Rai refuses the purchase, the studios close their doors and die slowly.
Il ponce al rumme
Gastone Biondi. Storia e segreti del ponce al rumme
Ermanno Volterrani
Debatte editore, 2012
Lo scrittore Ermanno Volterrani - noto in ambiente livornese soprattutto per la sua rivalutazione del vernacolo in raccolte di poesie come La mia amica triglia, ma autore anche di testi in italiano, fra cui spicca il commosso racconto delle vicende vissute dal padre durante la guerra in Albania - presenta la biografia romanzata di Gastone Biondi.
Hanno collaborato alla stesura del testo la figlia di Gastone, Caterina, e Otello Chelli, figura di spicco della cultura e tradizione livornese, che ha scritto la prefazione del libro.
Gastone Biondi era il proprietario della famosa fabbrica di liquori Vittori che produceva, e ancora produce – anche se adesso è stata rilevata dall’Arkaffè – il rum fantasia, lo speciale ingrediente per la preparazione del ponce al rum, anzi, al “rumme”, non confondiamo per carità!
Le origini della bevanda sono incerte, la leggenda vuole che nel seicento alcune balle di caffè, provenienti da una nave saracena deviata dai cavalieri di Santo Stefano, si confondessero con barili di rum. La mistura, invece di rovinare entrambi gli elementi, li esaltò. In realtà pare che l’ammiraglio Edward Vernon, della marina inglese, per evitare l’ubriachezza dei suoi uomini, ordinasse loro di annacquare il rum ed essi, per obbedire, lo bevessero col tè, creando la base per il grog. I livornesi sostituirono il tè col più reperibile ed economico caffè, mantenendo la tradizione “della vela”, la fettina di limone a cavallo del bicchiere, spesso utilizzata per igienizzarne il bordo ma poi, ahimè, lasciata cadere nella mistura, con l’idea che “quel che non ammazza ingrassa.”
Il ponce bollente va bevuto nel gottino, il bicchiere di vetro, tenendolo fra due dita per il fondo spesso, altrimenti ci si ustiona. Insomma, come ci spiega Ermanno, va preso per i fondelli.
Il nome deriva dall’inglese punch che, a sua volta, risale all’hindi pancha, cioè cinque, come cinque sono gli ingredienti della bevanda.
Il ponce, inglese come il rum e arabo come il caffè, era la bevanda prediletta prima della guerra, metafora stessa della livornesità, incrocio d’identità in questa città meticcia, fusione d’ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro. Non c’era giorno che i livornesi non bevessero almeno una volta il ponce che è sempre stato parte della loro tradizione.
Nelle cronache del settecento e dell’ottocento (ci spiega Otello Chelli) c’era una vera e propria corsa a creare il ponce migliore e i produttori vi mettevano dentro di tutto, dal caramello ai grani di pepe. I bar erano luoghi di aggregazione per il popolo, dove si discuteva e si familiarizzava ed anche salotti intellettuali. Vi passavano il tempo Francesco Domenico Guerrazzi e Angelica Palli, Fattori, Natali, Modigliani, soprattutto nel celeberrimo caffè Bardi.
Il ponce è citato nell’Artusi come degno accompagnamento del cacciucco, si dice che abbia fatto venire i lucciconi addirittura al rude Buffalo Bill, e il Carducci così ne scrive:
"Di nero ponce bevemmo e con saper profondo, non lasciammo giammai tazza o bicchiero senza vedere il fondo."
Livorno era la città dei cento teatri, ma anche dei cento e ventitrè bar, sono stati i labronici a costruire le prime macchine per il caffè, che, a quei tempi, erano torri di rame lucente. “Nella sola Venezia”, ci dice Otello, “ai miei tempi si trovavano diciassette fiaschetterie e la bevanda d’elezione, dopo il vino Sammontana, era, ovviamente, il ponce, capace di stimolare quello spirito livornese, quel motto salace, quella battuta fulminea che oggi si sta perdendo e stemperando.”
In piazza Vittorio Emanuele c’era un bar, detto “Il Diacciaio” perché si trovava di fronte a un albergo freddissimo, che vendeva il ponce peciato, cioè annerito da un pizzico di pece. In piazza Cavallotti nessuno rinunciava alla mattutina “persiana” – acqua fredda, menta e anice - per smaltire le sbornie della sera precedente, poi, già alle dieci, per accompagnare un pezzo di schiacciata col prosciutto o la mortadella, niente di meglio che il primo ponce, per passare subito a quello digestivo del dopopranzo e agli immancabili ponci notturni .
Negli anni cinquanta, però, il ponce era decaduto ed è stato proprio Gastone Biondi a riportarlo ai fasti di un tempo.
È con la voce rotta dall’emozione che la figlia Caterina racconta come il libro sia nato per caso. Dieci anni dopo la morte del padre, ha riaperto due scatole, trovandovi dentro un mondo di ricordi che l’hanno riportata a quando, bambina, giocava nella fabbrica del babbo, assorbendo odori, assimilando voci, giocando con le vecchie fatture insieme alle amichette, finché quel gioco si è trasformato in passione e mestiere anche per lei che ha lavorato per tanto tempo gomito a gomito col padre.
Gastone Biondi è rimasto orfano a nove anni, ha studiato e lavorato fino a iscriversi all’università e trovare posto in banca. Ma l’incontro con la moglie, i cui parenti possedevano la fabbrica dei liquori, è stato fatale, perché fu amore in entrambi i casi, fino a fargli lasciare l’appetibile lavoro di bancario per occuparsi a tempo pieno della fabbrica, nata nel 1929 e che lui ha rilevato negli anni cinquanta, trasformandola in ditta Vittori di Biondi.
A Livorno, in quegli tempi, la concorrenza era tanta, c’erano venti distillerie e cominciavano a imporsi i liquori di marca, ma Gastone ha puntato sulla qualità, sugli ingredienti migliori per la produzione del suo rum fantasia. “Veniva”, racconta la figlia, “dal vecchio Gigi Civili con i campioncini del liquore per farlo testare.” Ne ha voluto ridefinire l’identità livornese anche tramite le etichette.
Otello Chelli ci racconta di aver conosciuto il Vittori quando, con la famiglia, dopo la deportazione, era “ospite” di una colonia adattata a campo profughi. Qui il giovane Otello trafficava con gli americani che chiedevano gin e lui lo comprava nella distilleria Vittori, riuscendo così a mantenere tutta la famiglia. Ha poi avuto molti contatti anche con Gastone Biondi.
Per concludere, riportiamo una poesia di Ermanno, l’autore del libro, che contiene la ricetta della gloriosa mistura labronica.
‘R ponce alla livornese, un lo sai fa’?
Un ti preoccupa’, t’insegno io!
Prendi ‘n bicchiere,
un po’ più grosso di velli da caffé,
basta ‘he c’abbi ‘r fondo bello doppio:
per un bruciassi ‘ diti,
‘r ponce, è risaputo,
va bevuto prendendolo dar fondo,
insomma…
va preso per ir culo.
Per benino scardi ‘r bicchiere ‘or vapore,
un cucchiaino di zucchero… abbondante,
‘na scorza di limone fa da vela
e rumme, Fantasia, nun ti sbaglia’,
‘r Bacardi e ‘r Pampero un vanno bene!
Ci vole la bevanda der Vittori,
l’intruglio ‘he ‘r ragionier Gastone ‘r Biondi
ha ‘nventato un fottio di tempo fa.
Dunque, torniamo a bomba:
di novo scardi ‘r rumme finché bolle
e ner finale,
riempi ‘r bicchierino di ‘affé,
di vello forte a bestia!
Se poi pensi ‘he t’aggradi,
l’ingredienti poi adatta’ ar gusto personale,
mischiando sassolino o cognacche Tre Stelle
e ‘r resurtato ‘ambia po’o o nulla:
a garganella l’aromati’o ponce
ir gargarozzo ti solleti’erà.
UOMINI IN GUERRA di Andreas Latzko
Uomini in guerra è un insieme di episodi con protagonisti diversi, tutti posti davanti all'orrore del primo conflitto mondiale. L'autore, nato in una famiglia ebrea a Budapest nel 1876, pubblicò in forma anonima il libro già durante la guerra, nel 1917, mentre era convalescente in Svizzera dopo aver combattuto sull'Isonzo con la divisa asburgica. I suoi scritti, apprezzati da Karl Kraus, saranno banditi dalla Germania nazista; costretto a emigrare, morirà povero a New York nel 1943.
È impressionante soprattutto l’episodio ambientato in prima linea, sul fronte italiano; in esso si sviluppa un duro contrasto tra il maturo capitano Marschner e l’aitante sottotenente Weixler. Quest'ultimo crede nella guerra e nel suo ruolo di comando; redarguisce gli uomini più che spronarli, li considera dei vili da disciplinare col pugno di ferro, spara ai nemici feriti perché a casa ci sono già abbastanza affamati senza aggiungere a essi i prigionieri. Chiama i soldati “materiale umano”, propone punizioni per chi mostra paura sotto il fuoco nemico, si muove in trincea con calma e autorità, “leggero come l’organizzatore di un ballo”, di contro all’apprensione angosciosa del suo superiore. Il capitano invece pensa alla sua famiglia e vede nei soldati dei figli da custodire.
La dialettica tra i due cresce mentre ci si avvicina all'epilogo drammatico; è un contrasto raccontato attraverso la viva interiorità di Marschner che soffre, si nasconde per non vedere i soldati morire e per non dover dare ordini, mostrando un'attitudine imbelle e non adatta al comando. La rabbia repressa del sottotenente, la sua smania di combattere, i suoi toni glaciali sconcertano, ma Marschner riconosce che il giovane fa funzionare bene la compagnia perché mette in soggezione gli uomini. La sua rigida efficienza è necessaria.
Il capitano, all'opposto, non è ancora stato impoverito come persona dagli orrori della guerra e questo lo indebolisce, togliendogli capacità di decisione e forza; brilla per umanità e sensibilità che risaltano di fronte alla freddezza del sottotenente. Restano comunque degli aspetti che rendono il dualismo non banale.
L'interrogativo che in effetti emerge è quello riguardante il fatto che forse non tutti possono fare la guerra ed essere utili in prima linea. Il padre di famiglia sembra fuori posto; Weixler, pur spietato, è nel suo elemento, combatte e lo fa bene. Pur reo di molti eccessi, è più necessario del superiore, perché ha sposato la brutalità della guerra e si muove di conseguenza. Il barbaro conflitto in corso richiede bestie più che uomini. La ferocia domina. In un mondo di violenza senza pietà, gli uomini devono stare a casa e lasciare posto alle belve.
Sapore di cozze
Ricetta di
Marcello de Santis
Ingredienti:
. cozze
. un peperone
. un gambo di sedano
. mollica di pane bianco (non pagnotta)
. latte
. pan grattato
. origano
. parmigiano
. olio sale q.b.
. pepe o peperoncino ( a chi piace)
per il sugo:
. aglio (no spicchio)
. olio q.b.
. sale q.b.
. passata di pomodoro
. acqua di cottura delle cozze
. vino rosso
Preparazione
Lavare accuratamente le cozze e porle in casseruola con un filo d'olio, metterle sul fuoco per il tempo necessario affinché si aprano. Quindi lavorare a mano, togliendo il frutto carnoso, e facendo attenzione a mantenere le valve legate l'una all'altra.
Intanto avrete messo dentro un recipiente il latte, e in esso la mollica di pane bianco ad ammollarsi.
In un tegame versare un filo olio; in esso porre lo spicchio d'aglio schiacciato o meno, e, dopo poco, versare la passata di pomodoro; aggiungere sale e pepe (o a chi piace del peperoncino), un poco di acqua di cottura delle cozze e mezzo bicchiere di vino. Lasciare bollire.
Tagliare a dadini mezzo peperone e mezzo gambo di sedano e grattugiare il parmigiano.
In una piccola insalatiera mettere dunque le cozze, il pane bagnato e strizzato, il parmigiano, il peperone e il sedano a dadini e spruzzare con un po' di origano e di pangrattato.
Mescolare aiutandosi con un filo d'olio fino ad ottenere un composto denso.
Quindi versare il tutto in un frullatore e metterlo in azione per una trentina di secondi.
Rimettere il frullato nell'insalatiera e cominciare a riempire con esso i gusci delle cozze, una valva per volta, e richiuderla con l'altra. E così con tutte.
Quando il sugo si è ritirato ed è quindi consistente, versarlo in una larga padella; adagiare dentro di esso le cozze così chiuse e farle cuocere, coperte, per appena cinque minuti.
Servire calde.
Gianluigi Zuddas
Gianluigi Zuddas è nato a Carpi nel 1943 ma si è trasferito molto presto a Livorno, dove il padre era sottufficiale di marina. Ha lavorato come meccanico e tecnico di radiologia prima di iniziare a scrivere fantasy e fantascienza.
Ha scritto numerosi racconti e alcuni romanzi, fra i quali i più famosi sono Amazon (1979), I pirati del tempo (1980), Balthis l’avventuriera (1983), Le amazzoni del sud (1983), Stella di Gondwana (1983), Le Armi della Lupa, (1989). Dopo l’89 ha però diradato l’attività di scrittura per dedicarsi alla traduzione.
Ha vinto il premio Italia con il suo primo romanzo Amazon e il Premio Tolkien, istituito dalla casa editrice Solfanelli, nel 1980, ha pubblicato poi con l’Editrice Nord e la Fanucci.
Considera fantascienza e fantasy campi nei quali, oltre alle emozioni, si può liberare la fantasia. È affascinato dal passato dell’umanità, da quelli che definisce “i buchi” della storia, dove può essere accaduto di tutto ed ambienta le sue storie in un lontanissimo passato o in un distante futuro. I suoi personaggi principali sono di solito donne, in particolare Amazzoni, guerriere, intraprendenti, vagamente omosessuali, nate dalle letture femministe degli anni settanta, ma anche ragazze allegre, che amano viaggiare, spostarsi e hanno una propensione a cacciarsi nei guai. Esempi sono Thalli, de Le Armi della lupa, e la dodicenne Balthis dell’omonimo romanzo.
Nei suoi libri tutto tende ad avere una spiegazione razionale, la magia è sostituita dalla scienza, i personaggi si muovono in una sorta di nuovo Medio Evo, dove nei musei o nelle cantine giacciono reperti di un’antica tecnologia raffinatissima ma ormai dimenticata e considerata stregoneria. Si può quindi parlare quasi più di science fantasy che di heroic fantasy. Nella sua narrazione ritroviamo numerosi topoi della space opera classica, dal computer onnisciente che ricorda Hal 9000, ai mezzi spaziali chilometrici stile Guerre Stellari, alle armature che sembrano Ufo Robot.
La costruzione dei suoi romanzi si basa su episodi staccati e conclusi, un capitolo per ogni episodio, lo stile è venato d’ironia e di umorismo, in questo l’anima livornese si avverte, laddove, generalmente - almeno nel fantasy prima maniera – l’umorismo è evitato perché può far scadere la tensione narrativa. Ed è labronico anche quello spirito “anarcoide” che tende a rifiutare ogni forma di potere sempre considerato malvagio e oppressivo.
Come ci spiega Gianfranco de Turris ne l’introduzione a Le Armi della Lupa, “la straripante fantasia di Zuddas sembrerebbe appositamente tagliata per l’opera lunga”: troppa è la facilità della sua immaginazione, troppo completo il modo in cui s’immerge nel mondo secondario della sua sub-creazione, troppo vivi i suoi protagonisti.”.
La terminologia qui usata da de Turris è tolkieniana, anche se Zuddas non ama l’autore di Oxford. Eppure, sempre a detta di de Turris, “Zuddas è forse il più tolkieniano dei nostri autori di heroic fantasy: perché è quello che […] ha saputo dare più realtà al suo mondo immaginario, più spessore ai suoi protagonisti […] ed ha saputo più sprofondarsi, annullarsi in esso.”
Riferimenti
Intervista di Pino Cottogni a Gianluigi Zuddas sul sito www.fantasymagazine.it
Gianfranco de Turris , “Zuddas: Le Armi della Lupa”, Dimensione Cosmica, Anno V, n° 15
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