Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Fred Buscaglione

15 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fred Buscaglione

Quell'anno io avevo ventun'anni, li avrei compiuti appena un mese dopo. Erano gli anni belli della giovinezza, e, per qualcuno di noi, del primo amore. E pure dei primi esami all'università. Io avrei voluto iscrivermi alla facoltà di medicina, e oggi, sono sicuro, sarei stato un ottimo chirurgo, conoscendo la mia voglia di arrivare, che già da allora mi sentivo dentro. Ma a casa i soldi non bastavano mai, e mio padre, infermiere, ripiegò, proponendomi giurisprudenza (ci teneva ad avere un figlio laureato), facoltà che frequentai alla meglio, ma che non portai a termine; senza rimpianti, ché non la sentivo mia, anche se le nozioni di legge mi servirono nella vita per il mio lavoro; lo feci felice ugualmente, mio padre, diventai direttore e funzionario bancario di alto grado.

Era, quello, il 1960. Il giorno: 3 del mese di febbraio. Un cantante, che stava andando alla grande, Fred Buscaglione, uscendo dal suo lavoro di night club, ritornava a casa, con la sua Ford, una Thunderbird tanto appariscente nel suo colore rosa shocking, e si schiantò contro un muro percorrendo le vie di Roma. Fu soccorso da alcuni passanti e, con un autobus urbano della linea 90, fu portato al pronto soccorso dell'ospedale più vicino; ma non ci fu niente da fare.

Poi si venne a sapere che era diretto agli studi di Cinecittà per girare una pubblicità (era già famoso per altri spot nei quali aveva recitato), l'aspettavano le maestranze, regista, segretaria e sceneggiatori, e la più famosa maggiorata dell'epoca, quel mammifero modello 103, come l'avrebbe definita lui nella sua celebre canzone dal titolo Che bambola!, quell' Anita Ekberg che, per il suo fisico esplosivo, si meritò il nome di Anitona e che di lì a poco avrebbe raggiunto l'apice del successo con la dolce vita di Federico Fellini.

Finì così, amaramente, la breve vita - aveva appena 39 anni - di Ferdinando Buscaglione.

Di famiglia torinese, trapiantato nella capitale, dove presto aveva raggiunto il successo con le sue canzoni fuori della norma, nelle quali si parlava di bambole, di pistole, di pupe, di whisky facili, di gin. Con quella sua faccia pacioccona, resa dura (almeno così pensava lui per apparire tale, un duro, per l'appunto, nei racconti delle sue canzoni) da un paio di baffetti alla Clark Gable. Ma dentro il petto gli batteva un cuore di panna, dolce e delicato come il suo sorriso bambino, sorriso che aveva ammaliato tutti i suoi fans, ma soprattutto le sue fans, che si sentivano morire alla sua elettrizzante presenza. Bucava il teleschermo, il buon Fred; bucava lo schermo di quegli apparecchi televisivi, grossi scatoloni con il catodo posteriore ingombrante, e con le valvole antiche che oggi sono solo un lontano ricordo di una vita diversa.

Sono Fred, dal whisky facile... cantava ammiccando con gli occhi socchiusi e il volto atteggiato a gangster, che gli riusciva così bene, mentre il sax del suo complesso lo accompagnava con un sottofondo vellutato, come solo un artista sapeva fare. E chissà se quella notte non sia stato proprio un bicchiere di whisky o di gin, (che lui amava tanto), stavolta un bicchiere di troppo, a offuscargli i riflessi e a condurlo a morire al volante della sua spider rosa. Una macchina degna di un divo di Hollywood, che non passava davvero inosservata, specialmente nelle sue uscite notturne, che non gli sarebbe servita più.

Era figlio di un modesto operaio torinese, e, prima di affermarsi nel mondo della canzone e della tivu - di quella tivu in bianco e nero che stava muovendo i primi passi in un'italia che stentava a uscire dai danni di una guerra devastante - aveva fatto di tutto: mille mestieri, dal fattorino all'apprendista alle dipendenza di un dentista. Ma non era quello il suo mondo, non poteva esserlo. Con quella faccia un po' così, come avrebbero detto più tardi i cantautori genovesi, doveva essere qualcuno. E si disse che sì, lo sarebbe diventato.
Intanto, al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino studia il contrabbasso con il maestro Gino Filippini, e, per pagarsi gli studi e per non pesare sulle spalle della famiglia, comincia a cantare e suonare canzoni jazz presso i night club. Conosce Leo Chiosso, anche lui piemontese (Fred ha appena 25 anni), che diventerà uno dei migliori parolieri della canzone italiana, anche lui appassionato di jazz . Pensate, con Chiosso, Buscaglione scriverà una cinquantina di canzoni, quelle canzoni che chiameranno criminal songs, scenette e raccontini in musica, sceneggiati e interpretati magistralmente con la sua voce roca e accattivante, sguardo da duro, sigaretta tra le dita, e un bicchiere di gin o di whisky in mano, che beve appoggiato al pianoforte, recitando il duro davanti alla telecamera.

C'è la guerra, e i due si perdono di vista. Chiosso parte con gli alpini e, catturato dai tedeschi, sarà deportato. Buscaglione lo crede morto, poi lo sente per caso alla radio, suona, infatti, con la band degli alleati all'emittente di stato di Cagliari, e spera di incontrarlo alla fine delle ostilità. E' ciò che avviene; si ritrovano a Torino alla fine della guerra e comincia il loro sodalizio, che darà alla musica italiana canzoni indimenticabili. Canzoni ispirate alle gang americane, alle donnine facili, alle vamp, alle pupe e ai gangster (tutt'e due, ma più Chiosso, erano amanti dei romanzi polizieschi d'oltre oceano).

Fu a questo punto che Buscaglione pensò bene di creare il suo personaggio, che lo avrebbe reso famoso per la poca vita che gli restava: il bullo, lo spaccone. Ma il mercato discografico non era pronto per recepire quelle smargiassate in musica.

Solo quando una loro canzone Tchumbala bey raggiunge il successo grazie a Gino Latilla, ci si accorge di Fred Buscaglione, e di riflesso del suo paroliere, Leo Chiosso. E' il 1953. L'anno appresso la Cetra gli fa firmare un contratto e Fred inizia a volare. Due anni dopo, è il 1956, il primo grande successo: Che bambola!

Fred non avrebbe mai pensato che la sua effimera gloria sarebbe finita con lui solo quattro anni dopo. Una breve vita che fu sufficiente a fargli vivere giorni e sogni di gloria. Se ne andò così, come mille volte aveva descritto la scena nelle sue criminal song, lasciando una bella moglie, che era entrata a far parte del suo complesso musicale, gli Asternovas, (alla sua scomparsa si sciolsero e non se ne seppe più niente). Lei sognata, amata, lasciata (non la tradì mai, anche se si allontanò per ritornare a lui poco prima di quel tragico 1960), Fatima Robin's, una giovane ragazza marocchina, bellissima, seducente, affascinante, carnale, che interpretò il sogno erotico di Fred Buscaglione, e che incarnò la pupa di cui egli narrava nelle sue canzoni.

Fatima aveva nove anni meno di lui, e, pur essendo originaria del Marocco, era nata a Dresda, in Germania, aveva cominciato ad essere conosciuta come contorsionista in un gruppo che si esibiva nei circhi, il Trio Robin's, appunto, composto dalla sorella e dal padre. Conobbe Fred nel 1949, aveva 19 anni e lui 28, si frequentarono per alcuni anni e poi si sposarono nel 1954.

Fu così che entrò a far parte del complesso del cantante; anche Fatima si esibiva ai microfoni, con la sua bella voce calda eseguiva le canzoni che allora giungevano d'oltre oceano, The lady is a tramp, Pretty eyed baby,A foggy night on Saint Francisco, e altre, mentre Fred cominciava con le sue composizioni strane.

Gli Asternovas, Buscaglione li conobbe a radio Sardegna quando si esibivano con gli alleati, e da allora non si lasciarono più. Pensate quali nomi formavano il complesso: Fred suonava il violino, altro strumento che portava sempre con sé e non rinnegò mai, Franco e Berto Pisano, fratelli, rispettivamente la chitarra e il contrabbasso, Gianni Saiu la chitarra, Carlo Bistrussu la batteria; a questi poi si aggiunsero anche altri due elementi, Giulio Libano e Sergio Valenti. Poi Buscaglione abbandonò il violino e diventò la voce del complesso, affascinato da quel grande attore americano che risponde al nome di Clark Gable, creò il suo personaggio che non abbandonò mai. Nel tempo il complesso variò più volte, si aggiunsero altri elementi di vaglia, al piano, prima Dino Arrigotti poi Paolo Zavallone, alla batteria Bistrussu fu sostituito da Ulderico Rovero, poi il tocco finale fu dato da Giorgio Giacosa, che suonava il sassofono, il clarinetto e il flauto. La formazione, che girò l'Italia e l'Europa da cima a fondo, per approdare anche alla televisione di stato, si chiamava Fred Buscaglione e i suoi Asternovas.

Il nostro ci ha lasciato (con le parole dell'amico Leo Chiosso) canzoni indimenticabili, come Eri piccola!, Porfirio Villarosa (che per fare la rima facile, faceva il manoval a la viscosa), Il dritto di Chicago, Teresa non sparare. E le canzoni lente, melodiche, come ad esempio Guarda che luna; o come Love in Portofino, che poi fu ripresa dopo la sua morte dal grande Johnny Dorelli, il quale ne fece un suo personalissimo successo internazionale.

Quanti pomeriggi da bravi liceali passammo, abbracciati alle nostre ragazze, cullandoci su una mattonella, sulla voce roca di Fred Buscaglione, che sprigionava tutta la sua malia da quei quarantacinque giri! Sono passati cinquant'anni, e le sue canzoni non si sentono più molto nelle trasmissioni delle varie radio. Ma è stato un fenomeno che nessuno potrà mai dimenticare.
Quel gangster dal cuore tenero, quando cantava Guarda che luna, lasciava emergere la parte più malinconica della sua dolce personalità.

Guarda che luna, quando la ascolto, ancora oggi mi riporta indietro; ai miei vent'anni, che, come Fred, non torneranno più


marcello de santis

Mostra altro
Pubblicità

Il dente da latte

14 Ottobre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Un racconto inedito dedicato alla neo premiata con il nobel della letteratura 2015 Svetlana Aleksievic

Il dente da latte

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze.

Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione.

La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale.

Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’ della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare.

Così, in un momento, senza preavviso, tanto che l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti.

Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa, a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione.

La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirotecnici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo, al mondo, di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie, trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti.

Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà da solo- dicevi!

-Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

Mostra altro

Mario Riva

13 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #televisione

Mario Riva

Si chiamava Mariuccio, in verità, e di cognome faceva Bonavolontà. Eh sì, Bonavolontà, perché Mario era figlio del grande compositore napoletano Giuseppe Bonavontà, autore delle celebri canzoni 'E stelle 'e Napule - scritta su testo di Michele Galdieri (ricordate Munasterio 'e Santa Chiara, bene, l'autore delle parole è Galdieri)- e l'altra, che mise in musica le parole di Tito Manlio, dal titolo 'O mese d' 'e rrose.

Mario Riva cadde, mettendo un piede, in fallo dalla passerella del palcoscenico dell'arena di Verona, mentre sovrintendeva le prove per la sua trasmissione, che da qualche anno riscuoteva uno dei più grandi successi mai riscontrati in programmi televisivi, Il Musichiere; c'era una botola aperta e non la vide, rovinò da un'altezza di cinque sei metri.

Era il 21 agosto dell'anno 1960. Fu ricoverato in ospedale, dove gli riscontrarono fratture gravi e e lesioni interne ancora più gravi; i medici fecero di tutto per salvargli la vita, mentre tutti gli italiani restavano attaccati ai notiziari, che radio e televisione davano di continuo; ma non ci fu niente da fare, ché sopravvennero, come quasi sempre accade in questi casi, complicazioni ai polmoni e al cuore. Mario Riva aveva una forte tempra, ma, ciò nonostante, non resistette a lungo. Dopo una decina di giorni morì, era appunto il 1° di settembre 1960.

Lo ricordano quelli della mia età per il grande successo che riportò - in una televisione in bianco e nero - con quel suo programma musicale che si chiamava, come ho detto più sopra, Il Musichiere, dove due concorrenti, seduti in pizzo in pizzo ad una sedia a dondolo, per essere pronti a scattare, dovevano indovinare nel più breve tempo possibile il motivo suonato dall'orchestra in studio, diretta dal maestro. Una breve corsa e i concorrenti dovevano suonare una campana e dare il titolo della canzone. A volte indovinavano ascoltando sole due/tre note. E c'erano concorrenti davvero molto in gamba. Colui che vinceva la serata, tornava la settimana successiva, a confrontarsi con altri concorrenti; fino a che non veniva eliminato da un altro più bravo di lui.

Con Mario Riva se ne andò uno degli uomini di spettacolo più amati dagli italiani. Era un animo buono dentro un corpo alquanto robusto, una bella pancia, diciamo, e un viso paffuto che ti guardava con i suoi occhi non proprio allineati. E qualcuno glielo diceva, per scherzare, o (il malvagio) per rilevargli uno dei pochi difetti che riusciva a trovargli: ma con quegli occhi storti che hai… E lui, col sorriso sulle labbra e l'arguzia nel cuore, non facendo distinzione tra i due, rispondeva che il suo era uno strabismo di venere, ma che te credi!
Ricordo che, allora, io ragazzo di vent'anni o poco più, pochi mesi prima che lui cadesse, avevo fatto presso la Rai una delle tante selezioni per partecipare come concorrente al Musichiere.
La prova, davanti a due esaminatori, andò bene, anzi benissimo, ché ero un profondo conoscitore di canzoni, di autori e di tutte le formazioni musicali che allora si alternavano nelle varie ore della giornata in diretta alla Rai. In diretta, sì, perché ogni trasmissione a quei tempi andava in diretta; ricordo che si esibivano, ognuno per mezz'ora, con i propri cantanti, il maestro Cinico Angelini, Armando Fragna, Francesco Ferrari, Pippo Barzizza; e conoscevo tutte le sigle dei vari complessi, e i cantanti che facevano parte dell'orchestra. Tornai a casa, quindi, con la speranza di essere chiamato quanto prima, anche perché mi fecero capire che dovevo stare in campana ché avrebbero potuto telefonarmi in qualsiasi momento. Ma venne la disgrazia, e sfumò la vita di Mario Riva; e sfumò il mio sogno di ragazzo appassionato di musica

Era una trasmissione che veniva seguita da milioni di telespettatori, in quelle prime serate di fine anni cinquanta che vedevano ospite, tra una gara e l'altra, gente di cinema e di teatro, di circo e di sport, attori americani, campioni di ciclismo, cantanti italiani e stranieri. Ancora oggi c'è chi, come me, non ha mai dimenticato la sigla della trasmissione, che Mario cantava con quella voce che tutto era fuorché la voce di un cantante, ma sgorgava dal cuore. Con la mano tesa verso gli spettatori, Mario Riva donava la canzone e, con essa, quei quattro soldi di felicità a tutti i presenti in studio e agli spettatori davanti allo schermo nelle case. Mentre alle sue spalle, indimenticabile anche lui, il maestro Gorni Kramer, coi suoi baffetti che gli coprivano un perenne sorriso, lo accompagnava nei suoi viaggi musicali.

Domenica è sempre domenica,
si sveglia la città con le campane.
AI primo din-don del Gianicolo
Sant'Angelo risponde din-don-dan.

Domenica è sempre domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti q
uattro s
oldi de felicità.

Lo accompagnavano sulla barca piena di allegria e buonumore, oltre ai concorrenti e al maestro Gorni Kramer, due signorine di buona famiglia: Lorella de Luca e Alessandra Panaro, che furono le prime vallette successivamente approdate al grande schermo per tanti film di successo. I due cantanti ufficiali della trasmissione erano una dolce ragazza, che si chiamava Nuccia Bongiovanni, e un giovane di belle speranze dalla voce calda e vellutata, Paolo Bacilieri.

Quanti film ha girato, più di 50, il buon Mario, e con tutti i migliori registi italiani. Aveva fatto coppia, ma una di quelle inseparabili per quei tempi, con il suo grande amico fraterno Riccardo Billi; Mario Romano romanaccio, Riccardo Toscano toscanaccio, di Siena. Talmente bravi tutt'e due che non si sapeva chi fosse il comico base e chi la spalla (come si definiva il supporto indispensabile per gli sketch che proponevano due attori in coppia).

Per parlare di questo stupendo personaggio, su cui ci sarebbe molto da dire, ci vorrebbe spazio e tempo. Ma il mio intento è solo quello di far ricordare, a quelli che lo hanno conosciuto, che era un uomo buono e generoso che sprizzava allegria da tutti i pori; ai giovani, che non ne sanno niente, di destare la loro curiosità.

Andate a conoscerlo coi mezzi che la tecnologia moderna oggi pone a disposizione, internet e Youtube, soprattutto; troverete sketch, canzoni, interviste, fotografie, filmati, monologhi e duetti col suo grande amico Riccardo Billi.


Marcello De Santis

Mostra altro

Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

12 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

Senza scontrino non si esce

Flavia Todisco

Robin edizioni, 2015

pp 144

12,00

Avessimo fra le mani Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, invece che Senza scontrino non si esce di Flavia Todisco, penseremmo di star leggendo non racconti bensì splendidi incipit di romanzi, scritti con grande padronanza di stile e nati, probabilmente, da un’idea, da un capriccio, da un’atmosfera o da un’immagine, sviluppati con virtuosismo, sebbene penalizzati da un uso fin troppo precisino della punteggiatura e da un reiterare di certe formule che, alle lunghe, non sorprendono più. Ma la parte finale è sproporzionata nella sua fulmineità, sembra messa lì a giustificare il resto, come una specie di, appunto, scontrino che il lettore deve portarsi via all’uscita perché tutto trovi un senso.

Le trame sono particolari, nascono dal puro piacere di narrare, mescolato a un certo realismo magico, a un’atmosfera fantastica e surreale che ci riporta ancora una volta a Calvino. I personaggi sono i più svariati e fantasiosi: bizzarri inventori di sorrisi, gabbiani che uccidono piccioni, costruttori di muri, amanti trasformati in facoceri, amanti alla fine del mondo etc. Di buono, oltre allo stile - che ricorda addirittura i sudamericani, Marquez e la Allende, e contempla attacchi magistrali - c’è la molteplicità delle storie e quella ironia palese ma bonaria, non sarcastica, che pervade e alleggerisce tutti i racconti. L’autrice si diverte a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, a creare personaggi simili a figure teatrali, che si muovono per breve tempo su un palcoscenico, attraversandolo per poi scomparire con un guizzo finale. Anche quando sono negativi, l’occhio che li scruta non è mai carico di disprezzo, semmai di curiosità.

Ogni buon novelliere sa inventare di volta in volta vicende che non si somigliano fra loro, che sorprendono per l’originalità. Flavia Todisco in questo è molto brava, i ventidue racconti sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche se, forse, la raccolta include qualcosa di troppo, qualcosa che, magari, sarebbe stato meglio espungere o sviluppare in altra sede (vedi, ad esempio il racconto Uscite di scena).

Mostra altro
Pubblicità

Nilla Pizzi

11 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Nilla Pizzi

Nel 1951 avevo 11 anni e già da alcuni mi interessavo alle canzoni, agli autori, ai cantanti, e alle orchestre. In quel periodo usciva dal giornalaio (il termine edicola non si usava ancora, a quanto mi ricordi), mensilmente, un piccolissimo libriccino con i testi delle canzoni più in voga, o almeno le più conosciute del momento; mi sembra che si chiamasse, se la mente carica di anni non m'inganna, "Il canzoniere della radio", una trentina di pagine o poco più.
Ed io, figlio di un padre prima senza lavoro e poi (fortunatamente) assunto come infermiere presso l'ospedale della mia città, non mi potevo permettere di comprarlo. Come del resto a casa mia non si compravano giornali o riviste per i grandi, per papà e mamma, intendo, (Grand Hotel, Gente) o fumetti (le famose strisce, ricordate? Corriere dei piccoli, Tex, Il piccolo sceriffo, L'uomo mascherato, Mandrake, Zagor, Cino e Franco).
Se qualcuno di questi giornali e giornaletti potevamo leggere o sfogliare, lo facevamo grazie all'ottimo rapporto di vicinato obbligatorio e scontato per quel periodo del primo dopoguerra, con la signora Adele, che abitava sotto di noi, che eravamo al primo piano. Abitava, lei e la sua famiglia, un piano terra che aveva davanti all'uscio un pezzettino di orto con galline e pulcini; e aveva due figli della nostra età, Marcella, la più grande, e Pierino, nel tempo diventato professore prima e preside di liceo poi, oggi in pensione, che ogni tanto incontro passeggiando per strada. Avevamo press'a poco la stessa età, anno più anno meno.

Bene, Adele, il cui marito Alessandro faceva il parrucchiere, comprava diverse riviste, soprattutto Grand Hotel, delle cui storie era appassionata tutta la famiglia; e per i figli, nostri compagni di giochi, non mancavano le strisce di cui sopra, soprattutto quelle de Il piccolo sceriffo.
E io e mio fratello più piccolo leggevamo le strisce; come del resto mia mamma, anche se non appassionatissima come loro, leggeva, tra una chiacchiera e l'altra tra donne di casa, il Grand Hotel, settimanalmente immancabile; che era un giornale-mito in quegli anni; ci aiutavano a sognare, grandi e piccoli, storie che tutti avremmo voluto vivere.
Intanto usciva in quell'anno il primo numero di Sorrisi e Canzoni, che da allora mi ha sempre accompagnato, per più di cinquant'anni, lungo la strada della musica leggera. Poi, verso l'inizio di quest'era moderna, la rivista, che ha preso il nome di TV Sorrisi e Canzoni, ha cambiato formato e contenuti; prima raccontava la vita dei cantanti con le loro canzoni; dal 2000 in poi tratta un po' di tutto, ma principalmente dei programmi della televisione.
Cominciai così a conoscere vita morte e miracoli, come si usa dire, dei divi della radio (che divi non erano davvero); la televisione non c'era ancora.
Adele dunque ci permetteva di accedere alle riviste e ai fumetti a strisce, e mia madre invitava molto volentieri tutta la di lei famiglia, compreso nonno Giggetto, a salire a casa nostra, a seguire la radio; quando c'erano, i gialli di Ellery Queen, ricordo, appassionati e paurosi, e noi lì a pendere dalla radio.

E poi il festival della canzone italiana di San Remo che presentava canzoni nuove, per mezzo dell'orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini, con i cantanti Nilla Pizzi, Carla Boni, Il duo Fasano, Gino Latilla e Achille Togliani…
La sigla dell'orchestra era "C'è una chiesetta amor, di Castaldi e Rampoldi", sigla che divenne celebre per anni, e che il maestro sostituiva solo quando si presentava come "Angelini e otto strumenti", (la sua orchestra ridotta a otto elementi, appunto); la sostituì con Where end When, ossia Dove e quando.
Il Festival della Canzone Italiana veniva trasmesso in diretta dal Casinò di San Remo. E durava, se non ricordo male, al massimo due/tre serate, solo per il tempo delle canzoni, senza tanti fronzoli, ospiti d'onore, scenette più o meno sceme, gag, e altro.
Quando il grande Nunzio Filogamo faceva uscire la sua inconfondibile voce dal nostro apparecchio radio - un Geloso di quelli grossi, con sullo schermo le stazioni con i nomi di tantissime città italiane e stranier, sintonizzate girando una manopola che faceva scorrere una barretta scura sotto il vetro, l'altra era per il volume (apparecchio che noi tenevamo su un mobile in sala) - bene, quando Filogamo parlava, tutt'intorno in un silenzio da chiesa, noi e Adele e i suoi eravamo là, seduti, pronti all'ascolto; e io, con il numero di Sorrisi e Canzoni aperto sulle ginocchia, a leggere i testi della canzoni interpretate.
Ecco, San Remo era portato avanti solo dal maestro Angelini e i suoi cantanti. Per quattro anni, dal 1951 appunto, fino al 1954, il maestro fu il re incontrastato del Festival.
E regina indiscussa della Canzone italiana, divenne immediatamente Nilla Pizzi, dopo che la sua canzone Grazie dei fior vinse quella prima edizione. Debuttò giovanissima in Rai - allora si chiamava EIAR - diretta dal maestro Carlo Zeme, con una canzone dal titolo Casetta tra le rose. Cominciò a incidere dischi, con, tra l'altro, Quel mazzolin di fiori; ma solo nel 1945 incontra il maestro Angelini che la porta con sé in giro per l'Italia. Poi torna alla radio, dove le fanno un contratto esclusivo per due anni. Continua a incidere per diverse case discografiche.
Interpreta La vie en Rose, E' troppo tardi e altre, ma non disdegnando ritmi latino americani.
Ed eccola nel 1951 al Festival della canzone Italiana di San Remo. Festival della canzone italiana, dunque, ché, allora, vinceva "la canzone" e non, come oggi, il cantante. Tanto che ai cinque cantanti del maestro Angelini venivano assegnate tutte le canzoni in gara. Lei, per esempio, al primo festival portò al successo, oltre quella che vinse, anche "La luna si veste d'argento", in coppia con Achille Togliani, Ho pianto una volta sola, che, pur essendo molto bella, non andò in finale. Fu la trionfatrice anche dei Festival seguenti. Nel 1952, con Vola colomba. Al secondo posto fece classificare Papaveri e papere, e terza, sempre per la sua voce calda e ammaliante, Una donna prega. Nel 1953, fece classificare al secondo posto, con la sua calda voce e la sua grazie infinita, Campanaro.
Questo è quanto, ma non è tutto. Il festival andò avanti tra alti e bassi; e, bene o male, pure stravolto nei suoi canoni e nelle sue finalità, è arrivato fino ad oggi. Alla ribalta della città dei fiori si alternano big, cioè i grandi, spesso cantanti di nessun nome e di nessuna fama e che non la raggiungeranno neppure dopo la loro presenza sul palcoscenico tanto glorioso; e cantanti cosiddetti "giovani", di cui a mala pena salviamo - ogni anno - uno o due elementi su una ventina; talvolta, anzi spesso, emergenti solo successivamente alla manifestazione, tra quelli eliminati nelle varie serate; lunghissime e noiosissime. Giovani che durano l'espace d'un matin, come dicono i francesi. Questo è quanto, ma non è tutto, dicevamo più sopra. Ché Nilla, al contrario di buona parte di questi cosiddetti cantanti moderni, ha continuato a cantare deliziandoci con la sua voce eterna.
Vediamola e ascoltiamola ancora come allora, coi suoi deliziosi abiti di scena, che magari oggi ci paiono fuori moda. E la sua grazia, che non passa mai di moda. E' il miglior complimento che le possiamo fare.

marcello de santis

Mostra altro

William Navarrete, "Fugas"

10 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

William Navarrete, "Fugas"

William Navarrete

Fugas

Tusquets Editores

http://www.amazon.com/Fugas-Coleccion-Andanzas-Spanish-Edition/dp/6074215170

William Navarrete è uno scrittore cubano che da anni vive a Parigi, un ottimo poeta conosciuto in Italia per la raccolta personale Età di paura al freddo e per l’antologia dei poeti incarcerati dal regime castrista, Versi tra le sbarre (Il Foglio Letterario Edizioni). Pubblica il suo secondo romanzo, dopo La gema de Cubagua, realizzando un ritratto realistico e nostalgico della sua terra natale.

Il romanzo è incentrato sulle vicissitudini di madre e figlio che - come molti - tentano di fuggire da un’isola che sentono ormai come un carcere asfissiante, una sorta di clausura incomprensibile. Siamo di fronte al solito romanzo sul fallimento della Rivoluzione Cubana che ogni scrittore insulare esiliato sogna di scrivere, e in fondo un po’ tutti ci riescono. Tra le pagine di Navarrete incontriamo sentori di Wendy Guerra con il mirabile Todos se van, tradotto in Italia e pubblicato da Le Lettere, ma anche molta narrativa di Leonardo Padura Fuentes, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Lezama Lima, che l’autore ama al punto di avergli dedicato una raccolta antologica.

Navarrete racconta in forma poetica la mancanza di libertà di cui soffrono i cubani, tratteggia il desiderio di fuga che pervade il suo popolo con molti elementi autobiografici, narrando le proprie vicende familiari più condivisibili.

Non tutto corrisponde alla mia vita” ci ha detto lo scrittore “ma mi sono ispirato molto a fatti e vicende vissute e ascoltate quando vivevo a Cuba. Il personaggio della madre non è mia madre, ma un mix di madri cubane che ho conosciuto. Un romanzo puzzle che alla fine trova una soluzione, mentre Cuba ancora non l’ha trovata… ”.

Navarrete racconta una storia di sopravvivenza, esistenze di persone che cercano di convivere con la follia del castrismo per la paura di abbandonare tutto, ma che, quando sentono di non farcela più, decidono di mollare e di andarsene lontano. Un libro musicale (ispirato alla Fughe di Bach, ha detto l’autore), umoristico, nostalgico, in fondo una commedia che racconta la vita. Da tradurre in italiano, se ci fossero editori interessati.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

William Navarrete, "Fugas"
Mostra altro

Ria Rosa: parte terza

9 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #musica

Ria Rosa: parte terza


Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, grande attore di teatro, ma soprattutto grande interprete della canzone napoletana, il canzonettista per antonomasia dei palcoscenici campani; cantava con uno stile tutto particolare, adottando, talvolta, nell'eseguire i brani, il suo stile recitativo, che, pur imitato, non è stato mai raggiunto da alcuno; nascevano le celeberrime macchiette, che contraddistinsero in breve la personalità del grande artista.
Si fece conoscere così, tanto da essere ingaggiato, Maldacea, dalla compagnia del grande Edoardo Scarpetta, il padre di Eduardo de Filippo; e poté raggiungere in tal modo la fama, che lo portò ben presto ad esibirsi nel celebre Teatro Margherita.
Ecco, Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, e proprio con lui affrontò per la prima volta il viaggio in America; qui, fattesi le ossa, mise su una propria compagnia teatrale, con la quale avrebbe recitato sceneggiate spassose; ma anche affrontando talvolta argomenti i più scabrosi del momento.
Del resto, come vedremo quando sarà in America, il coraggio non le mancava di certo. Era, diremmo oggi, nel suo DNA. Non poteva mancare di esibirsi e interpretare le più belle canzoni napoletane in alcune edizioni delle Piedigrotta, che iniziavano proprio in quegli anni.Ma non era sola a contendersi l'appellativo di regina della canzone napoletana, c'era in auge anche la sua rivale di sempre Gilda Mignonette. La rivalità era enorme, ma sempre rispettosa, tra le due dive.
Ria Rosa faceva viaggi continui tra l'America e l'Italia, Napoli-New York fu la sua vita per anni, fino a che decise di stabilirsi definitivamente laggiù; correva l'anno 1937. Fu l'anno del suo ultimo viaggio a Napoli; obbligata, si può dire; fu l'anno della morte dell'autore Ernesto Tagliaferri che tante canzoni aveva scritte, (ricordiamo: Napule ca se ne va, Mandulinata a Napule, Piscatore 'e Pusilleco), molte dedicandole a lei; e non poteva dunque mancare per l'ultimo saluto.
Tagliaferri stava finendo di scrivere per l'artista la sua ultima canzone dal titolo "Chitarra nera". E Ria Rosa, in quell'occasione, volle cantare per l'ultima volta in pubblico la canzone. Poi non la cantò più.

E la vediamo, dunque, l'artista, protagonista anche a Piedigrotta, in questa prima manifestazione pubblica della canzone napoletana (anche se alla rassegna c'erano pure alcune canzoni in lingua; del resto essa era organizzata da una casa editrice partenopea, quella di tale Francesco Esposito, il cui padre aveva un negozio di strumenti musicali in via Roma, a Napoli).

Furono invitati ad esibirsi una decina tra i cantanti che andavano più in voga in quel periodo. Di quella pattuglia di artisti oggi ne ricordiamo appena tre o quattro, che insieme a Ria rosa vinsero il tempo, e guarda caso due di essi donne. Una è senz'altro Gilda Mignonnette, di cui abbiamo parlato in questo saggio, che già era una vedette dei Cafè Chantant di Napoli; e poi la bella Tecla Scarano, che lavorava a teatro interpretando testi del grande commediografo Raffaele Viviani; una ragazza che molti anni appresso divenne una discreta attrice di cinema.
Le cantanti avevano una canzone a testa: Ria Rosa ebbe "E femmene masculine" (Barbieri-Giannelli), la Mignonnette cantò Sempe Napule sarrà (Mendozza-Gargiulo), a Tecla Scarano fu affidata Heart and heart (De Lutio-Ceryno) e l'altra cantante di cui si è persa la fama, il suo nome d'arte era La Zingara, presentò Cè vò cè vò (Vento-Recitano).
Una curiosità: le canzoni furono incise su dischi. Tranne sette, e tra queste tutte quelle eseguite dalle interpreti femminili.

Torniamo a quelli che raggiunsero una certa notorietà. Dobbiamo ricordare, e chi è molto addentro alla storia della canzone napoletana lo conosce bene, un certo Mimì Maggio, che fu nome di buona levatura nella Piedigrotta di quell'anno.

Proprio per questo essere un "minore" della scena artistica napoletana, egli merita qui qualche parola più degli altri di cui abbiamo appena parlato.
Mimì Maggio, a quei tempi, aveva 42 anni, dieci più di Ria Rosa, anche lui amico del Viviani, e lavorava già quattordicenne nelle rappresentazioni a teatro che si tenevano nei teatri di Napoli nelle memorabili matinée. Era un giovane dalle mille capacità, cantava, suonava il mandolino, recitava, e tutto lo faceva molto bene; mentre si esibiva lavorava anche come garzone di barbiere. A sedici anni abbandonò il lavoro e seguì la sua innamorata Antonietta Gravante, il cui padre portava in giro per i luoghi più disparati un moderno Carro di Tespi.
Ecco, Mimì aveva trovato la sua strada, sposò Antonietta, e a un certo punto se ne andarono per città e paesi a cantare e recitare; pensate, si esibirono perfino sul palcoscenico delle Folies Bergères a Parigi.
Fu, Mimì, il capostipite della famosissima famiglia dei Maggio, dei quali Beniamino e Dante, Pupella e Enzo, Margherita e Rosalia furono gli unici - tra i sedici che la coppia diede alla luce - che seguirono le orme dei genitori e divennero celebri.
Mimì morì a Roma nel 1943, ancora giovane, aveva poco più di sessant'anni.

Ria Rosa nel 1939 si stabilì, come detto, definitivamente a New York dove divenne famosissima, e da dove l'eco della sua fama correva continuamente a Napoli. Andate e ritorni interminabili, continuamente. Fu denominata la diva eccentrica proprio per i testi che proponeva, e per il suo coraggio nell'affrontare in essi argomenti scottanti di attualità, come nessuno osava fare. E, come detto più sopra, per la battaglia per i diritti delle femmine, gli attribuirono il tiolo di nonna del femminismo.


marcello de santis

Mostra altro

Desde el corazón del polvo

8 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Desde el corazón del polvo

Marta

El tiempo nos envuelve

como una enorme bocanada

nos perfora

nos huye por las venas

envejeciendo la sangre y la mirada

(pero el cielo es un telón horrible

si la campana del amor no tañe).

Ay, mujer, después de tanto y tanto,

después del penúltimo hasta siempre

y del regreso precipitado de la

carne

¿qué queda?

¿qué subsiste después de la

pasión desmadejada?

¿qué vibra

después del último segundo,

del jadeo como a gatillo roto

de tu pecho?

Ah… pues

que queden tus gestos en la

brisa,

tus palabras, pájaros de humo blanco

cantando sobre mi techo.

Ah… pues

que quede

el pan que cocimos

sin otro propósito que levantar al hombre, que

queden

nuestras manos

hechas briznas de oro

nuestras manos moneda verdadera

para

que quienes vengan luego mujer

no sientan el desasosiego de la

cuerda floja,

de la dinamita en los bolsillos.

Ah… que

queden

las estrellas hechas dulces

en las bocas por venir

y tú y yo

prendidos a la tierra como

antorchas

tú y yo camino semilla piedra vado

tú y yo y nuestro amor como a sudor quemado

convertido en gotas del remanso, en

recuerdo indeleble y generoso

tú y yo y nuestro amor

y nuestros huesos frágiles entonces

hechos edificios lámparas pasteles

y sobre todo caramelos

multicolores caramelos

y sobre todo

ensayos de palabras, aleos, sonrisas de los niños

tú y yo y nuestro amor

como a sudor quemado

y nuestras manos briznas de oro

alumbrando desde el corazón del polvo

millones y millones de miradas.

Marzo 1972

Félix Luis Viera nació en Santa Clara, Cuba, en 1945. Ha publicado los libros de poemas: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David de Poesía de la UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) y Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Los libros de cuento: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio de la Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nueva edición 1988) y Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). Las novelas Con tu vestido blanco (Premio Nacional de novela, UNEAC 1987, Premio de la Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012) y la novela corta Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). Su libro de cuentos Las llamas en el Cielo es considerado un clásico en su país. Sus creaciones han sido traducidas a varios idiomas y se han publicado en antologías en Cuba y otros países. En su país natal recibió varios reconocimientos por su trabajo en favor de la cultura. En Italia se le conoce por su novela Un ciervo Herido, editada con el título El trabajo os hará hombres (L’Ancora del Mediterráneo, 2008), que aborda el tema de la UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción), en realidad campos de trabajo forzado que existieron en Cuba, de 1965 a 1968, adonde fueron enviados supuestos desafectos a la revolución castrista, como religiosos de diversas filiaciones, lumpen, homosexuales y otros. Esta novela, con buena acogida de público y crítica, ha circulado en varios países de habla hispana y en la Florida.

En 2010, Félix Luis Viera publicó en México El corazón del rey, novela que incursiona en la década de 1960, cuando en Cuba se establecía la llamada revolución socialista, y que expone el mundo marginal de esa época. Ese mismo año dio a la luz el poemario La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), publicado posteriormente en Italia por ediciones Il Flogio y merecedor de uno de los Premios “Latina en Versos”, otorgados en aquel país. Su más reciente publicación es la reedición de sus cuentos "Precio del Amor" (Alexandria Library, 2015)

Es ciudadano mexicano por naturalización.

Dal cuore della polvere

Traduzione di Gordiano Lupi

Marta

Il tempo ci avvolge

come un'enorme boccata

ci perfora

ci fugge dalle vene

invecchiando il sangue e lo sguardo

(ma il cielo è uno scenario orribile

se la campana dell'amore non suona).

Ah, donna, dopo tanto tempo,

dopo il penultimo per sempre

e il ritorno inatteso della

carne

che resta?

che permane dopo la

passione stremata?

che vibra

dopo l'ultimo secondo

d'affanno come un grilletto rotto

del tuo petto?

Ah… dopo

che restino i tuoi gesti nella

brezza,

le tue parole, uccelli di fumo bianco

che cantano sul mio tetto.

Ah... dopo

che resti

il pane sfornato

soltanto per sostenere l'uomo, che

restino

le nostre mani

divenute pulviscolo d'oro

le nostre mani vera moneta

perché chi viene dopo la donna

non senta l'inquietudine

della corda molle,

della dinamite nelle tasche.

Ah... che

restino

le stelle diventate dolci

nelle bocche per venire

tu ed io

catturati dalla terra come

torce

tu ed io sentiero seme pietra guado

tu ed io, il nostro amore come bruciato dal sudore

trasformato in gocce dal rifugio, in

ricordo indelebile e generoso

tu ed io, il nostro amore

e le nostra ossa fragili allora

divenute edifici lampade torte

e soprattutto caramelle

multicolori caramelle

e soprattutto

prove di parole, alee, sorrisi di bambini

tu ed io, il nostro amore

come bruciato dal sudore

e le nostre mani pulviscolo d'oro

che illuminano dal cuore della polvere

milioni e milioni di sguardi.

Marzo 1972

Félix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 1945). Ha pubblicato le raccolte di poesie: Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Premio David di Poesía UNEAC 1976, Ediciones Unión Cuba); Prefiero los que cantan (1988, Ediciones Unión, Cuba); Cada día muero 24 horas (Editorial Letras Cubanas, 1990); Y me han dolido los cuchillos (Editorial Capiro, Cuba, 1991) e Poemas de amor y de olvido (Editorial Capiro, Cuba, 1994). Le raccolte di racconti: Las llamas en el cielo (Ediciones Unión, Cuba, 1983); En el nombre del hijo (Premio della Crítica 1983, Editorial Letras Cubanas, nuova edizione 1988) e Precio del amor (Editorial Letras Cubanas, 1990). I romanzi: Con tu vestido blanco (Premio Nazionale per il romanzo, UNEAC 1987, Premio della Crítica 1988, Ediciones Unión, Cuba), Serás comunista, pero te quiero (Ediciones Unión, Cuba, 1995); Un ciervo herido (Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2003, Editorial Eriginal Books, Miami, 2012 - tradotto in Italia come Il lavoro vi farà uomini, L'Ancora del Mediterraneo, 2008) e il romanzo breve Inglaterra Hernández (Ediciones Universidad Veracruzana, 1997, Editorial Capiro, Cuba, 2002). La sua raccolta di raacconti Las llamas en el Cielo è considerato un classico nel suo paese. Tradotto in diverse lingue, in Italia la sua opera poetica è tradotta da Gordiano Lupi, che con Il Foglio Letterario Edizioni ha pubblicato La patria è un'arancia (cartaceo ed e-book, gratuito su Amazon, vincitrice del Premio Speciale Camaiore 2014. Sempre su Amazon (gratis) sono reperibili in e-book le traduzioni in italiano di Preferisco quelli che cantano e Ogni giorno muoio 24 ore, curate da Gordiano Lupi. In preparazione un altro e-book gratuito contenente le versioni italiane de E mi hano fatto male i coltelli e Poesie di amore e d'oblio. Nel 2010, Félix Luis Viera ha pubblicato in Messico El corazón del rey, romanzo ambientato nella Cuba degli anni Sessanta e della Rivoluzione socialista. Nello steso anno è uscito La patria es una naranja (Ediciones Iduna, Miami), pubblicato in Italia dal Foglio Letterario e vincitore del Premio Latina in Versi. La sua più recente pubblicazione è la riedizione dei racconti Precio del Amor (Alexandria Library, 2015). Vive a Miami ma è cittadino messicano naturalizzato.

Mostra altro
Pubblicità

Ria Rosa: parte seconda

7 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte seconda


Era il periodo, oltre che degli emigrati, anche dei celebri salotti napoletani, in quegli anni di quel primo novecento, salotti delle case dei ricchi, o dei benestanti, in cui si riunivano, tra parenti e amici del padrone di casa, poeti, parolieri, musicisti e cantanti, per fare ascoltare le loro composizioni, per recitare le loro macchiette, per cantare le canzoni nuove. E la gente comune, sotto per la via, ferma ad ascoltare, incantata, quelle melodie che poi continuavano a canticchiare andandosene via. Canzoni che col tempo sarebbero diventate eterne.
Era l'occasione che anche i padroni di casa aspettavano; era per loro la grande opportunità di poter mostrare l'eleganza delle loro sale fastose, i loro mobili importanti, il pianoforte di marca; e, come sempre avveniva, esibirsi alla pari degli artisti amici. Era tutta un'atmosfera che stava cambiando.
Fu in quest'atmosfera che iniziò i suoi primi passi la nostra giovane artista. E fu considerata la prima femminista della storia, grazie a ciò che porgeva al pubblico - soprattutto femminile - con la sua bella voce:

la libertà della donna, il diritto di truccarsi,
di mettersi il rossetto,
di poter "guardare" gli uomini"
e darne liberamente giu
dizi e pareri.

E anche in America i testi delle sua canzoni erano fin troppo liberi. Una volta ebbe il coraggio di presentarsi sul palcoscenico vestita da uomo, ma lo doveva fare, disse, del resto come porgere al pubblico la celebre Guapparia?

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù b
ella d''a 'Nfrascata!

Non aveva scelta; hai voglia a convincerla che non poteva farlo, avrebbe suscitato l'ennesimo scandalo, ci pensasse bene, rinunciasse! Ma va! Sulla scena doveva presentarsi come un autentico guappo. E dunque? La vinse lei. Lo fece. Da quella volta lo ripeté spesso - facendo gridare ogni volta allo scandalo; la sua bravata ebbe anche un seguito penale, qualcuno la denunciò, oggi diremmo "per oltraggio", non si bene a che cosa…
Vogliamo riportare ancora un aneddoto, o meglio un fatto: era il tempo in cui i due nostri connazionali, Sacco e Vanzetti, al secolo Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, vennero arrestati con l'imputazione di duplice omicidio, si era nel 1927; e furono giustiziati sulla sedia elettrica nell'agosto di quell'anno, a Charlestown. Va detto che cinquant'anni dopo il governatore dello stato del Massachusetts riconobbe pubblicamente l'errore in cui era incorsa la giustizia americana, riabilitandoli tutti e due.
Bene, Ria Rosa ebbe il coraggio di cantare una canzone dal titolo "a seggia elettrica", dove metteva in evidenza il suo parere contrario alla pena di morte, dedicandola, appunto, a Sacco e Vanzetti.
Vogliamo riportarvi brevemente la storia di questa canzone, il cui titolo era in effetti Mamma sfortunata: nacque nel 1924 grazie ai versi di un certo Gaetano Esposito, messi in musica da uno dei più grandi napoletani di tutti i tempi: E.A.Mario. Il musicista ebbe a riconoscere la paternità della canzone molti anni dopo, nel 1932, ma tra gli amici e in gran segreto; il motivo era semplice: le autorità di polizia americane perseguitavano coloro che parlavano a favore dei due italiani condannati a morire sulla sedia elettrica. Erano considerati dei sovversivi, e quindi perseguiti a norma di legge; così come gli scritti relativi al triste fatto di cronaca nera. Pensate, E.A Mario aveva paura ancora ben trent'anni dopo, nel 1959, quando, in occasione dell'annuale Piedigrott, pubblicò la canzone, dando quell'anno come anno di nascita. Nei versi, la mamma di uno dei due giustiziati legge sul giornale della disgrazia e… riportiamo la prima strofa della canzone

Quanno liggette 'o nomme int'e giurnale
dette 'nu strillo forte 'nnanze a gente:
No! Nun è overo! Figlieme è 'nnucente…
chi l'ha accusato fa 'na 'nfamità!
'E core e tutt'e mamme nun senteno raggione:
si 'e figlie nun so bbuone, nisciuno ce 'o ppo dì,
ma chella mamma s'accurgette subito
ca 'ncopp
'a seggia elettrica 'o figlio jeva a murì.

Quando lesse il nome sul giornale/
fece uno strillo forte in mezzo alla gente/
no! non è vero! mio figlio è innocente…/
chi lo ha accusato ha detto una grossa bugia,
una infamità!/ i cuori di tutte le madri non sentono ragioni/
se i figli non sono buoni, nessuno ce lo può dire/
ma quella mamma s'accorse subito/
che
suo figlio andava a morire sulla sedia elettrica.

Ria Rosa ebbe il coraggio di incidere la canzone - alla faccia della polizia americana - lo fece come abbiamo detto più sopra, nell'anno 1924, in un settantotto giri che la polizia tentò in ogni modo di distruggere. Certo poteva farlo e lo fece con diverse copie del disco, ma alla matrice non arrivò mai, e altre copie ne venivano fatte e distribuite. La cantante ebbe guai grossi con la giustizia di quel paese, ma andò avanti e cantava la canzone, quando se ne dava l'occasione, nelle sue rappresentazioni teatrali.
Da una donna così ci si poteva aspettare un coraggio degno, all'epoca, solo di un maschio (se mai ne avesse avuto, ed E.A. Mario - ricordiamo per la cronaca, cosa da lui stesso confessata trent'anni dopo - non lo ebbe).

marcello de santis

Mostra altro

Premio Francesco Gelmi

6 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Premio Francesco Gelmi

Informiamo dell'apertura del bando relativo al Premio letterario Francesco Gelmi di Caporiacco.

Il Premio è promosso e sostenuto dall’Associazione culturale Francesco Gelmi, dai quotidiani L’Adige, Corriere del Trentino, Corriere dell’Alto Adige e dalla rivista di studi storici Archivio trentino, edita dalla Fondazione Museo storico del Trentino.

Il tema della settima edizione, come potrete leggere dal bando stesso, è «Dialoghi, la narrativa come casa comune oltre la soglia dell’esilio». Come per le precedenti edizioni, la giuria del Premio, cui partecipano personalità di spicco della cultura, sarà presieduta dall’illustre filologo, storico e saggista Luciano Canfora.

Si ricorda che la scadenza per la partecipazione è fissata inderogabilmente 30 ottobre 2015.


Per scaricare il bando

www.museostorico.tn.it

Per maggiori informazioni scrivere a premiogelmi@adige.it

Mostra altro