#lapostadisibilla
Cara Sibilla,
ho scoperto che mio padre recentemente ha fatto delle avances abbastanza spinte a un’altra donna. “Questa” mi ha chiamato e mi ha raccontato fin nei minimi dettagli le parole che ha usato per convincerla ad andare a letto con lui e per chiedermi di parlarci e distoglierlo dal molestarla. Nonostante il nostro non sia mai stato un grande rapporto di stima reciproca (sai la classica situazione dei ruoli invertiti… figlia saggia e padre scapestrato?) non lo credevo capace di fare e “dire” certe cose. Ora non so come comportarmi, al momento non riesco a guardarlo nemmeno negli occhi. Ho un disperato bisogno di un consiglio. Laura
Salve cari amici, dalla breve mail di sopra avrete capito che chi mi scrive oggi è Laura, una ragazza, o meglio donna, dalla sensibilità spiccata che ci racconta l’ultima malefatta di un padre immaturo e puttaniere. Le tavole divinatorie ci hanno messo un po’ per deliberare una soluzione valida al problema ma alla fine ce l’hanno fatta e hanno sentenziato:
Senza tirare in ballo il classico complesso di Edipo, noi donne, a differenza degli uomini, creiamo nella nostra mente un’immagine quasi sacra dei nostri padri, e a volte lo facciamo anche se non ne siamo pienamente consapevoli (e questo è il caso della nostra Laura).
Dimentichiamo a volte che essi sono pur sempre il nostro primo amore e vorremmo che lo fossero anche quando non corrispondono al nostro ideale di uomo, anche quando fanno cose che non ci piacciono, per intenderci. Il fatto è che ci dimentichiamo che sono persone normali con pregi e difetti come chiunque… li riteniano al di sopra...
Per cui ci sentiamo offese quando il comportamento di questi si dimostra lontano da certi schemi che noi consideriamo morali o etici o addirittura di importanza ancora minore.
Infatti questa mail mi ha portato alla mente un ricordo di qualche tempo fa su mio nonno…
Mia madre (che adorava suo padre come un dio e lo raccontava a noi figli come un personaggio delle favole dalla dolcezza infinita) un giorno incontra al mercato una vecchia vicina di casa, coetanea dei suoi genitori, che tra chiacchiere e vecchi ricordi si lascia sfuggire che mio nonno all’età di 20 anni era già vedovo e che sposò mia nonna dopo nemmeno quattro mesi dal primo incontro.
Mia mamma incredula e riluttante a una verità a lei sconosciuta (il fatto che fosse vedovo) cerca di liquidare la vicina e la verità confutando i fatti con uno scambio di persona dovuto ad arteriosclerosi avanzata de’ sta povera vicina.
Non può dirsi più bugie quando arriva al confronto con le sue sorelle… per non portarla per le lunghe mia mamma sessantacinquenne nei sessantasei per questa “verità nascosta” ha pianto per due mesi.
Per cui Laura, hai ragione a sentirti ferita e offesa, e per dirtela tutta a mo’ di sfogo (visto che devi fare i conti con “l’essere persona” di tuo padre) le tavole ti autorizzano a dargli un bel vaffa…ulo, a riconciliarvi e a perdonarlo se vuoi ci pensi dopo…
Scrivete a
sibillarispondea@gmail.com
Grobalizzazzione e lo’alismo
’Scorta me ber topino...
che te sie’ lì ‘n della tu’ ‘ulla
e, prati’amente e senza offenditi,
ti posso di’ ch’ un capisci ancora ‘n ber segone...
Sa ‘osa ti diranno?! Vesti grossi talentoni, vesti porigrotti della televisione,
vesti lanzi’hennecchi ‘alati e risaliti?! Vesti gèni della stiatta!
Ti diranno ‘om’ e quarmente: “Boia déh! Ocché ‘n si sentirà cche siei toscano?
‘e si ‘apisce bene ‘gni ‘osa ‘he dici...
si ‘apisce vando ridi,
béli,
smoccoli.
Vando letii, vando sie’ ‘untento
vando godi, vando t’ha caato la Befana!
Fra po’o ‘apiranno ver che pènzi!
‘apiranno ‘osa sogni, ver che speri...
‘Ltassentì ber topino...
‘un ti fa buggerà, zia tegame!
‘Un ti fa ‘nfinocchià co’ be’ discolzi!
‘un ti fa mette’ ‘r “Cioè” ‘n bocca
coll’ “Attimino”, ‘r “Pirla” e po’ la “Minchia”!
‘redici ‘nder dimane di Brussellesse
vai a ggiro e dignene che siei ‘taliano e te ne vanti... a vòrte,
siei toscano ‘m po’ poino
e livolnese di mortone!
Anco se sie’ ito‘n mezz’ a’ monti
se ti garba la foresta
se annusi più ‘r muschio mezzo
che ‘r sarmastro...
affacciati a vorte ar tu’ barcone
e bada ver tramonto ‘he un c’ène d’antre parte
cor sole ch’è ‘na rifiolona, rossa ‘ome ‘r nostro ‘ore,
‘r mare ‘he pare ‘na spèra di ‘atrame,
lo sciabordio dell’onde,
bafori e beolini di vecchi risi’atori un po’ rimpi’oniti...
...che digià penzan d’esse’ ‘uropei,
di pote’ pesca’ pratesse ‘nvece de’ ‘rognoli.
Bevano ‘r ponce annacquato ‘he ci rivogano
per facci scorda’ che un ber dì
c’hanno caato cèi ‘n su questo scollio...
E cèo ci vollio schiappà, ber mi’ topino...
E lì la mi’ ‘roce ce la poi piantà,
sta’ siuro...pusitivo...
Grobalizzato forse. Ma lo’armente sotterrato!
UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)
“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.
Così si apre il romanzo (l’ultimo scritto da Chatwin, a circa un decennio dal capolavoro In Patagonia); questo testo piacerà a chi ama il lato magico di Praga ed è in fondo anche un atto d’amore e di fedeltà verso la città. La passione del barone Utz sono le ceramiche di Meissen di cui è grande collezionista. Il protagonista della vicenda ricorda molto l’imperatore Rodolfo II di Boemia, mecenate, protettore di Brahe e Keplero, appassionato di alchimia e Cabbala, nonché estimatore del giocoso pittore Arcimboldi. L’altra figura praghese di riferimento per lui è il rabbino Loew che secondo la leggenda costruì con l’argilla l’essere vivente noto come Golem. Ci viene spiegato che il Golem in quanto plasmato dall’uomo e non da Dio, era una bestemmia e una creatura votata alla disintegrazione: “Un Golem con la sua presenza era un monito contro l’idolatria - e sollecitava attivamente la sua distruzione”. Anche la passione dell’aristocratico, ossia il collezionare beni artistici, è una forma di idolatria di cui Kaspar è consapevole. Il trinomio Golem-idolatria-distruzione percorre tutto il romanzo.
Questi due personaggi, Rodolfo II e Loew, forniscono l’intelaiatura storica e filosofica al protagonista e alle sue manie; in pieno ‘900, il barone, con la giocosità e i paradossi cari a tante storie ebraiche, racconta a uno scrittore straniero in visita a Praga come è nata la ceramica, mescolando Paracelso, gli alchimisti, rabbini e imperatori. Abile affabulatore, non manca di lasciare sempre un velo di compiaciuta ambiguità. In una delle conversazioni, il suo interlocutore gli chiede se le ceramiche sono vive. “Lo credo e non lo credo”, risponde sornione. Aggiunge significativamente: “Nel fuoco le porcellane muoiono e poi tornano a vivere. Il forno, deve capire, è l’inferno”. La celebrazione di questi oggetti fa capire che essi per Kaspar sono una sostanza autentica, un “antidoto alla decadenza”, cercati dai potenti per la loro forza di talismani, dotati di una energia immutabile che fa risaltare invece la labilità dell’uomo: “Le cose sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione. Nulla ci invecchia di più di una collezione di opere d’arte”. Utz considera le sue porcellane come la vera realtà; sono un Assoluto, mentre tutto il resto è secondario, imperfetto, corrotto e come tale pericoloso. Il barone deve difendere i suoi tesori proprio dalla prosa del vivere, dai “rumori di fondo” della storia, in cui rientra tutto, dalle guerre, alla Gestapo, al regime comunista e ai suoi sgherri.
Kaspar colleziona anche statue che rappresentano tra gli altri Arlecchino, Pantalone, Pulcinella; lo stesso aristocratico, come le maschere della Commedia dell’Arte, deve ricorrere a trucchi e furbizie per proteggere le sue cose. Le autorità del regime giungeranno a lasciargli solo la custodia dei beni (dichiarati proprietà dello Stato) e a mettergli microfoni in casa per controllarlo.
Il romanzo si era aperto con il funerale di Utz; la conclusione ci parla di un’altra scomparsa, quella della collezione, misteriosamente sparita e inutilmente cercata dopo il decesso dell’uomo. Dov’è finita? Lo scrittore che ha conosciuto il collezionista indaga nella Praga degli anni ’70, rintracciando e interrogando conoscenti e amici del defunto. Potrebbe essere un trucco alla Arlecchino di Utz, oppure la moglie sa qualcosa ma non parla; forse Kaspar ha distrutto tutto e ammucchiato gli amati tesori nei cassonetti sotto la sua casa, dato che gli oggetti idolatrati sono una bestemmia e vanno liquidati.
Hanno vinto i “rumori di fondo” della storia o l’astuzia del barone? L’enigma è affascinante. Il lettore potrà ragionare e riflettere sulle varie ipotesi, ricordando sempre che siamo a Praga, la misteriosa città dove il soprannaturale è ancora possibile.
Silenzioso saluto
Goccia su goccia
scivola muta.
Dentro la gemma
mi sento
sentire
…un lieve stupore…
un piccolo tuffo…
che scivola sul cuore,
mi prende
…goccia su goccia
canta in silenzio
un giorno…
grigio immobile
grigio leggero
grigio che sta su tutto
e su tutto sta bene
la pioggia.
Dentro la gemma
si sfuoca
a sparire
…un lieve dispiacere…
un piccolo stupore…
che si tuffa nel cuore,
mi annega
Parlarti quando non c’eri
pensarti se c’eri
regalarti un fiore
baciarti su un angolo
scriverti nel bosco
portarti una poesia
fermarti a pensare,
accompagnarti e
immergermi con te
Guardarti
con tutti gli occhi
che sento dentro
Parlarti
nelle mie lingue
di brezza calda
Accarezzarti i capelli
di paglia umida,
odorosi di mare,
dopo la pioggia.
Dirti che sei stupida
instupidendomi a dirtelo
Arrabbiarmi su uno spigolo
lasciandoti a sorridere
Rincorrerti,
in un campo
minuscolo
di grano giallo,
perderti
…
Nella pioggia,
grigia,
all’angolo,
invisibile,
fuori fuoco,
fuori tempo,
adesso sorridi.
Sei Bella
e
sei felice.
Oltre la pioggia,
oltre ogni goccia,
ballano
solo lune,
oramai,
nude…
Goccia su goccia
sempre
scivola muta
goccia
su
goccia…
Enrico Miglino, "Francesco"
Enrico Miglino
Francesco
Ediciones Baleares – E-Book - Euro 6,90
Francesco è un romanzo breve, uscito soltanto in e-book, che si legge con rapidità e trasporto, anche se è dotato di struttura, risulta ermetico e racconta una storia che si presta a molteplici interpretazioni. Romanzo breve e non racconto lungo, anche se stiamo parlando di una narrazione di 40 cartelle, perché la struttura a capitoli e le diverse sottotrame fanno propendere per tale classificazione. Francesco è una storia d’amore, per meglio dire di disamore, perché racconta la fine di un rapporto, in un’atmosfera sognante e decadente, tra suggestive descrizioni di paesaggi e coinvolgenti stati d’animo che si fondono con il racconto. Hector, il protagonista, sogna di ritrovare Francesco, un grande amico del passato, identificandolo nelle sembianze di una donna che compare improvvisamente, proprio mentre Irene, la sua compagna, lo sta tradendo con un collega di lavoro. Il lettore si trova di fronte a un dubbio inquietante: Francesco è soltanto un sogno, oppure è fantastica realtà della nuova vita di Hector? Francesco è un fantasma prodotto dalle ceneri della solitudine, una presenza ectoplasmatica, una finzione della mente che nasconde il corpo di una donna? Forse un po’ di tutto questo. Forse Francesco è soltanto un modo per mascherare solitudine e depressione del protagonista che sta vivendo un tragico abbandono. La vita cambia, un poco ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo; i sentimenti si modificano, le situazioni non rimangono immutabili. E nel cambiamento della vita di Hector c’è posto ancora una volta per un amico - amante di nome Francesco, ma soprattutto per tanta solitudine. Consigliato, anche per chi non ama leggere gli e-book, perché lo stile è talmente scorrevole e piano che si arriva in fondo in poco meno di un’ora.
Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
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Francesco eBook: Enrico Miglino, Maria Antonietta Ricagno: Amazon.it: Kindle Store
Francesco eBook: Enrico Miglino, Maria Antonietta Ricagno: Amazon.it: Kindle Store
Cheikh Tidiane Gaye, "Curve alfabetiche"
CURVE ALFABETICHE
di Cheikh Tidiane Gaye
Si corre il rischio, parlando di Cheikh Tidiane Gaye e della sua poesia, di scrivere cose scontate o luoghi comuni. Arduo pertanto il compito di evitarli.
Non si può non notare, scorrendo la sua biografia e le sue stesse dichiarazioni, l’amore che egli porta per la lingua italiana, dolce, sinuosa, ammaliante, porto sicuro di emozioni e pensieri. Una lingua che oggi si arricchisce del contributo formativo di generazioni di uomini e donne che nella declinazione orale del mezzo espressivo veicolano le primigenie strutture della cultura di provenienza attuando un’operazione, per così dire, di sincretismo linguistico che va a tutto vantaggio della lingua di arrivo che, secondo le più semplici teorie della evoluzione del linguaggio, si sveste dei termini obsoleti ignoti alle nuove generazioni, e, non svestendosi della dignità ad opera di facili slang, si arricchisce di moduli espressivi nuovi, veicoli di cultura altra.
E la lingua italiana è la prescelta dal Poeta per manifestare il suo amore per la parola poetica e le inevitabili riflessioni su di essa. Una sorta di metapoesia risulta dunque la raccolta Curve alfabetiche.
Alla prima lettura sembrerebbe di avvertire un modo spontaneo di giocare con l’alfabeto e con l’utilizzo della parola. Subito però ne avvertiamo la sacralità:
..sei l’incenso…
Ma man mano che si procede notiamo l’attenta riflessione sulle potenzialità infinite del mezzo espressivo
la parola il pozzo/ che non si asciuga mai
che a ventaglio si apre alle esperienze del/nel mondo
è l’attore che recita le nostre/peripezie
e poi reclina chiudendosi sugli intimi pensieri, sulle ansie e sulle emozioni che affondano nel ricordo le loro radici.
..la parola/irrora la mia anima
parola…./cerco il tuo rifugio/per sfuggire/all’oscuro destino/della fatalità
…è una carezza che ci addormenta/sotto l’ombrello delle nostre ansie
Sono nato nella capanna dei versi/che la mia lingua tesse e la mia bocca sforna/voglio spegnermi in piedi/stringendo il flauto/della mia oralità
Le note delle tue rime/ritmate saranno indossate/la memoria della mia memoria.
Ma la parola, sostiene Cheikh Tidiane Gaye, è anche bellezza, capacità di sedurre,
i tuoi suoni odoranti di fragola/attraenti e seducenti/sei il sapore bevuto al tramonto/
il che ci richiama alla mente il λόγος di Gorgia da Leontini con cui il retore e filosofo siceliota risalente al 483 a.Ch. nell’Encomio di Elena esaltava le potenzialità della parola e della intera frase ordinata come capacità non solo persuasiva, ma anche estetica e gnoseologica, oltre che capacità di plasmare gli animi producendo piacere e dolore.
la tua ala la mia melodia/che eccita le mie vene
ringrazio la tua limpidezza/la tua dimora di segreti/il tuo nido di doni che mi regali nella solitudine.
voglio il passato dorato che disegna il mio percorso/nei corsi delle periferie/abbandonate.
Ma la parola è anche redenzione dal male del mondo, libera dall’odio, permette la speranza
Odio questo tempo guidato da cuori scuri/dai silenzi reclusi e dalle parole vane/
Prestami l’orgoglio tuo/………….per farmi ritrovare il sogno/..
Non si pensi tuttavia che la poesia sia intesa come esercitazione retorica modulando parole e versi in forma più o meno suadente. La poesia si nutre di parole che danno forma alla commozione spontanea dell’animo quando rimane investito dalla Bellezza e dall’Essenza.
Il linguaggio è il mio metro/nel perimetro del mio sogno/…./ma il muro che mi rispecchia/sarà sempre il canto del gallo/ nelle albe profumate dei ricordi
..so che la poesia /è la tomba che accoglie/i silenzi delle parole/gli applausi dell’ansia/e il sorriso della primavera.
Oserei definire Cheikh Tidiane Gaye un moderno umanista, un umanista che in questa raccolta si prefigge di insegnare con la parola innanzitutto ad essere uomo attraverso la parola.
l’umanità dorme tra le mie labbra/sono ritmo e canto-la chitarra-/che suona la melodia del cuore
…l’amore nasce tramite la parola/….
I suoi versi sono semplici e ornati, metaforici e immaginifici, che tuttavia non escludono da sé l’estrema precisione di un’analisi critica lucidamente pensata e chiaramente espressa. Credo che i suoi versi contengano anche l’appello ad una civiltà letteraria che rischia di dissolversi se non sa aprirsi al nuovo. Lo stile presenta come peculiarità l’uso transitivo di alcuni verbi, in contrasto con un uso più frequente nella forma intransitiva, ma soprattutto presenta neologismi che risplendono come fiori esotici di meravigliosa bellezza in un giardino peraltro ben coltivato.
Un’arte che non è un gioco automatico, ma purezza della parola in un momento storico in cui da una parte c’è ridondanza di parole vuote, dall’altra si vorrebbe privare della parola chi ha molto da dire e da trasmettere. La Storia, come la natura, fa il suo corso. Farebbero bene ad avvedersene quanti sono al chiuso delle loro mente ristrette.
Della sua umanità serena e fiduciosa è testimonianza diretta questa raccolta di poesie. Poesie fortemente espressive della volontà dell’Autore di aderire alla vita, dovunque si trovi, collaborando alla storia di tutti e promuovendone le forme. Affidandosi alla potenza della parola e alla sua dolcezza persuasiva.
Infine sei canto
sei canzone
danza
disegno
è cenere
tenera come sostanza
essenza della nostra vita
parola, sei tutto
il nostro respiro e il nostro risveglio
ti cantiamo e ti lodiamo
poiché sei la vita.
Biografia:
Cheikh Tidiane Gaye, italo senegalese è poeta e scrittore, nato a Thiès in Senegal.
E’ Membro di Pen Club Internazionale Svizzera Italiana Retoromancia di Lugano. Da sempre partecipa a diversi incontri sulle tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla Letteratura della Migrazione.
Ha ottenuto significativi e numerosi riconoscimenti letterari ed è presente sulla scena culturale italiana attraverso interventi, letture, antologie e performance poetiche che testimoniano una coerente partecipazione alla vita del suo nuovo paese. Nel 2010 l’autore segna il suo ingresso al Festival di Letteratura di Mantova, dove presenta Ode nascente premiato al Premio Internazionale di Poesia Europeo a Lugano in Svizzera. Nello stesso anno vince il Premio Anguillara Sabazia.
Ha pubblicato:Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005), Il canto del djali (2007), e Ode nascente (opera bilingue italiano-francese 2009), tre ultime opere pubblicate dalle edizioni dell’Arco.
Attualmente vive e lavora a Milano. Curve alfabetiche è la sua ultima fatica letteraria.
Recensione di
Adriana Pedicini
Autrice di
I luoghi della memoria. Narrativa A.Sacco 2011
Noemàtia poesie Lineeinfinite 2012
Sazia di luce poesie Il foglio 2013
IL DIARIO dei GONCOURT
Il diario (o Journal) dei fratelli Jules e Edmond Goncourt, si apre il 2 dicembre 1851, lo stesso giorno in cui Luigi Napoleone attua il colpo di stato che lo porterà a diventare Napoleone III. I due fratelli hanno la possibilità di vedere da vicino e frequentare tutti i grandi letterati della Parigi del tempo di cui lasciano ritratti, immagini e spesso caricature. Dal 1870 il diario è portato avanti dal solo Edmond, dopo la prematura e dolorosa scomparsa di Jules.
I Goncourt mostrano una visibile consonanza spirituale, come viene sottolineato: “Io ero a una delle estremità del grande tavolo. Edmond, all’altro capo, parlava con Thérèse. Non sentivo nulla, ma quando sorrideva, sorridevo involontariamente e con la stessa posa del capo”.
I due diaristi sono impegnati in attività di collezionismo di antichità e di libri; hanno inoltre progetti di scrittura da portare avanti in comune, condotti con la serietà di un apostolato: “Durante tutto l’inverno, lavoro rabbioso per la nostra Histoire de la Societè pendant la revolution (…) Niente donne, niente piaceri, niente distrazioni”. L’orientamento seguito è quello del naturalismo; chi scrive, dicono, deve essere dappertutto, ma non mostrarsi mai nell’opera.
I giganti della letteratura sono straordinariamente concentrati nella capitale francese; Flaubert, Zola, Saint-Beuve, Gautier, Turgenev. Edmond ci parla anche del pittore De Nittis, del politico Clemenceau, di Rimbaud, Verlaine, Maupassant. A tratti troviamo schizzi alla Svetonio, con riferimenti a manie e vizi di questo o quel collega. Sono particolarmente maltrattati l’autore di Madame Bovary e Zola, accusati di rozzezza e di vanità. Dello scrittore Saint-Beuve scrivono: “Saint-Beuve ha visto una volta Napoleone I: era a Boulogne e stava pisciando. Ed è un po’ la stessa posizione in cui più tardi ha visto e giudicato tutti i grandi uomini”.
Da notare che i fratelli, nonostante l’impegno, non riescono mai a entrare nell’Olimpo della letteratura. Il successo arride a molti di quelli con cui cenano o si intrattengono in quegli anni; da qui si può in parte spiegare un certo livore. Nel Journal, si racconta come esempio della difficoltà ad affermarsi, di uno spettacolo teatrale tratto da una loro opera che viene pesantemente fischiato, causando un grande scoramento nella coppia.
Dopo la morte del più giovane, la penna rimane in mano a Edmond; con lui la scrittura in parte diventa più ariosa, più curata, con descrizioni pittoriche efficaci. L’autore, rimasto solo, si occupa non solo di letteratura, ma anche del suo giardino, si muove nelle campagne intorno alla città e mostra un caldo lato umano. Sta scoppiando la tragedia che porterà a durissime repressioni a Parigi; la città è dapprima assediata dai Prussiani, vive poi l’esperimento politico e sociale della Comune e quindi il ritorno all’ordine per opera dell’esercito mandato dal governo di Thiers.
Questa parte rappresenta un interessante documento storico: “Inizia la fame, e la carestia è all’orizzonte. Le parigine eleganti cominciano a trasformare i loro stanzini da toeletta in pollai”. La città soffre. Sono giornate buie e difficili: “Essere preso da un amore stupido per degli arbusti (…) Passare delle ore a togliere con un potatoio i ramicelli morti delle vecchie edere, tutto questo mentre i cannoni Krupp minacciano di distruggere la mia casa e il mio giardino: Che sciocchezza!”.
Nel dramma di quelle settimane torna il ricordo del fratello. Edmond si rimprovera di essere in parte responsabile della sua fine, avendolo caricato di troppo lavoro letterario. In particolare scrive: “Oggi, siccome non ho il coraggio di andare a Parigi e non ho nulla da mangiare, uccido un merlo nel mio giardino (…) E’ scivolata in me allora come la superstizione che qualcosa di mio fratello fosse passato in questo animale alato, in questo uccello di lutto”.
Il diarista assiste al passaggio di tante donne e uomini della Comune catturati e destinati alla fucilazione; ne tratteggia con rispetto l’orgoglio e la sofferenza, pur considerando gli operai come “agenti della dissoluzione”.
Parigi torna alla normalità e Edmond riprende le sue attività. Scrive ancora, cura le sue collezioni, frequenta gli amici. La notizia della morte improvvisa di Flaubert lo lascia sgomento: “Ho sentito che un legame, a volte allentato ma indissolubile , ci univa segretamente. In fondo, eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola, oggi, io, mi sento molto solo”.
Lo scrittore è considerato un caposcuola negli ambienti culturali, più per anzianità di servizio che per meriti. Ha scritto molto, ma in fatto di qualità ha sempre avuto pochi elogi. L’età lo rende scontroso e severo; alcuni suoi giudizi appaiono come minimo frettolosi. Stronca il pittore Manet e vede nell’apparire sulla scena francese di un autore come D’Annunzio un segno di decadimento e di servilismo verso le letterature straniere.
Si lega ad Alphonse Daudet, in cui probabilmente vede una controfigura dell’amato fratello. Proprio in casa di Daudet, Edmond morirà il 15 luglio 1896. Nonostante alcune sue parti riportino pettegolezzi e commenti malevoli, l’opera resta un importante documento, capace di regalare considerazioni in parte attuali come questa, in merito alla scomparsa delle sedie dai marciapiedi davanti alle librerie: “Ora i libri si comprano in piedi (…) Una domanda e un prezzo: ecco a che punto la divorante attività del momento ha portato la vendita dei libri che un tempo comportava una passeggiata, un abbandono all’ozio, e a una conversazione, fitta e famigliare, sfogliando i volumi”.
Un diario può aiutare
Mi scrive una di noi che pensa di non avere una vita sua e invidia persino il dolore degli altri. L’ho esortata a oggettivarsi in un diario, a prendere distanza dalle proprie emozioni, circoscrivendole.
Narrando noi stessi, scopriamo di avere una trama e, rileggendoci, persino ci appassioniamo alla nostra storia. Ognuno ha la sua vita, quella che gli è toccata, fatta anche di vuoti e di attese. Pur sempre qualcosa da raccontare.
Ecco cosa mi scrive dunque:
“Sei mesi.
Da quando abito qui, non avevo mai fatto il giro dell'isolato dalla destra.
Mi sono trovata senza sigarette. Lo sapevo che le avrei finite. La testa mi fa male e ho la nausea.
Sto sulla pista ciclabile; mi passa accanto una famiglia che pedala, mi sposto ma la strada è larga, ci passavano. Una donna è a piedi e ha la borsa a tracolla. Avrà sessant'anni. Penso che ci vorrei parlare, magari è zitella. Se mi chiede come sto, magari le dico che sto male. Ci incrociamo; non so se mi abbia guardata, ha gli occhiali da sole anche lei.
Un vecchio col bastone cammina piano, ha i piedi molto gonfi. Anzi no, non è mica tanto vecchio, di faccia. Strappa dei rametti di rosmarino che escono in strada dalla rete di un giardino privato.
Da quando abito qui, penso che devo andare a rubare il rosmarino quando mi serve, non l'ho ancora fatto. Oggi no, l'odore m’intensifica la nausea. E poi, quanto mi dura? Tanto in questi giorni non cucino. Si seccherebbe.
Sono vestita malissimo, e di proposito. I lacci delle scarpe sono troppo lunghi, mi chino a sistemarli e mi gira la testa. Ho il sole di fronte adesso, vedo le lucette.
Ah, è qui che si sbuca, è vero. L'orientamento non è il mio forte, non so mai dove mi trovo.
La trattoria è dall'altra parte della strada, sull'incrocio, mi si para davanti prima di girare l'angolo.
L'hanno ridipinta di rosso, l'insegna è uguale.
Una pasta con la panna e lo speck. O era pancetta? Qualcosa di buono che riempiva. Era di grano saraceno.
Non c'era nessuno, solo noi mi pare, e poca luce. O c'era uno seduto da solo?
Era ora di pranzo di un giorno infrasettimanale. Si tornava da non so dove. Era l'altra mia vita.
Era la vita.
Nel parcheggio c'è una coppia. Non so se siano una coppia. Fumano in piedi appoggiati alla macchina, non parlano. Miei coetanei pressappoco. Sembrano stanchi.
Faccio il bonifico al padrone di casa. Anche se è domenica, è il primo del mese.
Ho mal di testa.”
Da notare quel “mi sposto ma la strada è larga ci passavano”. Noi ci spostiamo sempre, noi siamo sempre quelli che disturbano. Ecco, un’altra cosa che mi viene in mente di dirvi: imparate ad ascoltare i vostri desideri. Abituati a farvi da parte, abituati a considerare il sacrificio come l’unica via, avete dimenticato cosa volete. Magari non fatelo, magari sacrificatevi e rimandate anche stavolta ma, almeno, capite cosa vi farebbe contenti. #capitelo, è già tanto.
Indagine sul lago
Quella notte di fine febbraio era piuttosto fredda, ma non era buia perché la luna rischiarava il cielo. Il tenente Luca Faliero osservava la torbiera dove la luna aveva striato d’argento le lame d’acqua su cui galleggiavano le ninfee. Con la luce della luna le montagne dall’altra parte del lago avevano assunto un colore blu meno cupo, ai loro piedi invece il lago era una lontana striscia nera. Luca era affacciato ad una finestra di quel grande palazzo e ripensava all’incarico delicato che gli era stato conferito tre mesi prima, dal colonnello Ottorino Pavese. Il momento era delicato, perché il problema delle parti di Patria ancora irredente era rovente. Poi con l’inizio dell’anno 1866, la tensione con l’Austria si era di nuovo bruscamente acuita ed una guerra avrebbe potuto scoppiare a breve. In Lombardia, non proprio tutti, erano felici di far parte del nuovo regno d’Italia che si era finalmente costituito pochi anni prima. Alcuni nobili, che nel passato erano stati legati alla monarchia Asburgica, avevano perso gli antichi privilegi ed in caso di un nuovo conflitto speravano in una qualche forma di restaurazione. I servizi riservati dell’Arma sapevano che il conte Giovanni Provaglio era uno di questi. Infatti fino alla tragica rivolta delle dieci giornate, del marzo 1849, il conte era stato un grande amico del colonnello Julius Haynau, comandante austriaco della piazza di Brescia, assiduo frequentatore del suo palazzo. Dopo di allora i loro rapporti si erano apparentemente interrotti, ma l’Arma sospettava che non fosse proprio così. Infatti il conte, con la guerra del 1859, aveva perso la gestione e le rendite dei terreni di un antico convento, annesso al suo palazzo, che prima della guerra era di proprietà dell’Arcivescovato di Innsbruck. Adesso convento e terreni erano in fase di confisca da parte dello stato italiano. Luca era stato incaricato di svolgere, in modo discreto, delle indagini per controllare quelle voci. Dato che suo zio Costantino vantava molteplici conoscenze anche nella nobiltà bresciana, Luca era stato introdotto in quell’ambiente in occasione della festa di fine anno che si era tenuta al Teatro Grande di Brescia. Quella sera era stato presentato al conte Provaglio. La cosa in realtà non gli era affatto dispiaciuta, perché il conte era giunto alla festa accompagnato da una bella pronipote di nome Isabella. Per l’occasione la giovane sfoggiava una graziosa acconciatura all’insù, della folta chioma bruna, fissata con un diadema. Luca non era insensibile al fascino femminile e dato che, in realtà, aveva il compito di apprendere più cose possibili su tutte le attività del conte, aveva impunemente corteggiato Isabella per tutta la sera. Luca era giovane e di aspetto piacevole ed anche Isabella aveva gradito la compagnia di quel bel tenente. Come molte giovani donne, anche lei non era sembrata indifferente al fascino della sua divisa. Luca congedandosi le aveva promesso di trovare al più presto un’occasione per rivederla.
Erano trascorsi quasi due mesi e Luca, fingendosi di passaggio, mentre si recava per una non meglio precisata missione sul lago d’Iseo, assieme all’appuntato Leone Decarolis, suo fido aiutante, si era presentato al grande palazzo del conte. Effettivamente quel palazzo si compenetrava, in modo abbastanza strano, con un vecchio monastero e si affacciava sulla torbiera, molto vicino alla sponda orientale del lago d’Iseo. Quel pomeriggio, arrivando, Luca aveva avuto l’impressione che si trattasse di un insieme di costruzioni piuttosto malandate, quasi che il conte non avesse più molto denaro da spendere. Anche i servitori sembravano pochi ed anziani. Il chiostro dell’antico convento costituiva parte della facciata posteriore del palazzo stesso e si affacciava sulla torbiera. A suo tempo i monaci che lo abitavano, dipendevano dal Vescovo di Innsbruck, ma ormai i tempi erano cambiati, vi risiedevano solamente tre anziani monaci, alla morte dei quali, il convento sarebbe stato definitivamente confiscato, destinato a divenire patrimonio dello stato italiano. Il conte Provaglio non si era mai sposato e viveva in quel grande palazzo, insieme ad un anziano cugino, di nome Pasquale Rossetto, commerciante di vino che, rimasto vedovo, si era trasferito in quel palazzo con la figlia Isabella. L’arrivo di Luca non aveva destato troppa meraviglia, perché quel giovane ufficiale di bell’aspetto aveva corteggiato Isabella durante tutta la sera della festa e lei quella visita sembrava aspettarsela. Il conte Provaglio aveva ricevuto Luca con estrema cortesia invitandolo a cena e poi a fermarsi da loro per la notte. Nel pomeriggio Isabella gli aveva fatto da guida e gli aveva fatto visitare il vecchio convento. Alla cena era presente anche un altro ospite, il barone Giancarlo Federici, anche lui commerciante di vino, amico di vecchia data del conte e di suo cugino. Durante la cena, naturalmente, tutti avevano parlato della difficile situazione politica e del timore di una nuova guerra con l’Austria. Utilizzando i sottili trucchi dialettici imparati da suo zio Costantino, che era un raffinato diplomatico, Luca aveva cercato di far parlare il conte, ma Giovanni Provaglio non era caduto in nessuna trappola, anzi si era mostrato abbastanza indifferente, quasi che i nuovi sussulti politici ormai non lo riguardassero più. Terminata la cena, invece il conte aveva invitato gli ospiti al tavolo da gioco, perché era un accanito giocatore. I giochi d’azzardo erano il suo debole, e forse ormai anche il suo unico sostentamento. Molti nobili della zona ne avevano fatto le spese. Luca di questo era stato informato ed aveva cortesemente rifiutato l’invito. Era rimasto a conversare, con la graziosa pronipote del conte, centellinando la grappa prodotta dal convento, mentre i tre uomini si erano immersi in una lunga partita a carte. Isabella sapeva conversare in modo colto e piacevole ed amava le schermaglie del corteggiamento. Però dopo un paio d’ore trascorse con Luca, durante le quali gli aveva gli permesso di chiederle in quale ala del palazzo lei avesse la sua stanza, sapendo che le belle donne dovevano sempre farsi desiderare a lungo, si era bruscamente congedata da lui. Luca aveva perfettamente compreso il comportamento di Isabella ed aveva accettato la piccola sconfitta con un sorriso. Poi aveva salutato i tre giocatori e si era ritirato anche lui nella stanza che gli era stata preparata. In realtà non aveva affatto avuto l’impressione che il conte fosse ancora invischiato in trame politiche, gli era sembrato invece una persona in grande declino, che si trovava ormai a vivere in un mondo molto diverso, molto cambiato, rispetto ai tempi della sua giovinezza. Anche il palazzo sembrava andare lentamente in rovina e molti arredi dovevano essere stati venduti, come mostravano i segni sulle pareti da cui erano stati sicuramente rimossi dei quadri. Anche il convento, in cui si aggiravano ormai solo i tre anziani monaci, mostrava di essere arrivato alla fine di un ciclo di vita. Forse le preoccupazioni del colonnello Ottorino Pavese erano eccessive e quel conte era ormai fuori da ogni gioco, ormai lontano da ogni complotto. Se le cose stavano così, la sua era stata una visita inutile, a meno di non valutare positivamente la presenza di Isabella, che gli aveva tenuto compagnia, purtroppo solo per una parte della notte, ma che era sembrata gradire il corteggiamento. Luca stava fumando un sigaro ed in verità, più che concentrarsi sul rapporto che avrebbe dovuto presentare al colonnello, lasciava scorrere i pensieri su come trovare il modo di rivedere Isabella.
Il primo colpo di pistola, secco ed improvviso, nel silenzio della notte, lo colse quindi del tutto impreparato. Mentre bruscamente la sua attenzione si risvegliava, vi fu un secondo sparo, poi tutto tornò silenzioso. Gli spari provenivano dalla destra, rispetto alla finestra a cui Luca era affacciato, dalla parte in cui il terreno dirupato scendeva verso la torbiera e dove vi era la strada che portava verso il paese. Luca balzò in piedi: doveva controllare subito! Due colpi di pistola nella notte avevano un brutto significato! Si infilò la giubba mentre si precipitava alla porta della stanza per uscire. <<Leone!>> gridò mentre ormai stava correndo nel corridoio <<Leone, alzati di corsa, vieni con me!>> Intanto era giunto al fondo del corridoio e tempestava di pugni la porta della stanza dove dormiva l’appuntato. Leone Decarolis comparve sulla porta con il viso un po’ stralunato, mentre si rialzava le bretelle dei pantaloni. Da molto tempo aveva imparato ad avere la massima fiducia nel tenente, con cui formava una coppia ben affiatata. Non fece domande, ma rispose solamente: <<Comandi signor tenente!>> Poi rientrò nella stanza per terminare di vestirsi in un lampo. Pochi minuti dopo entrambi correvano sul prato scosceso in mezzo agli alberi. Leone reggeva una lampada a petrolio. Scivolavano sull’erba umida del parco ed inciampavano in diversi ostacoli, poi finalmente ritrovarono la strada in terra battuta. Da lontano videro la sagoma scura di un cavallo, fermo vicino ad un’altra massa scura. Luca smise di correre e cominciò ad avanzare più cautamente. Intanto alle loro spalle, svegliati forse dagli spari, ma anche allarmati dal notevole trambusto fatto dai due carabinieri mentre uscivano di corsa dal palazzo, erano in arrivo dei servitori, anche loro muniti di lanterne a petrolio. Luca e Leone si arrestarono di fronte alla massa scura che ora, alla luce della luna si era rivelata essere una fontana, con un piccolo bacino d’acqua contornato da un muro di pietra. L’acqua, scorrendo, rompeva il silenzio con un lieve rumore. Poco più avanti vi era il corpo d’un uomo steso a terra. Leone alzò la lampada per illuminarlo: sulla schiena dell’uomo, dove era stato raggiunto dai due colpi di pistola, vi era una grossa macchia di sangue. Luca girò attorno al corpo cercando di individuare delle possibili tracce. Qualcuno sembrava aver frugato nelle tasche dell’uomo che erano rovesciate. A terra erano rimasti alcuni nichelini. <<L’hanno ucciso per rapinarlo.>> disse Leone mentre appoggiava la lanterna sul muro di pietra della fontana. Luca, che si era chinato sul corpo dell’uomo, con delicatezza lo girò. La giacca di aprì rivelando una nuova grossa macchia di sangue dove i proiettili, sicuramente di grosso calibro, erano fuoriusciti. Il volto dell’uomo, pur contratto nello spasimo della morte, era ben riconoscibile. <<E’ il barone Federici!>> esclamò Leone. <<Sì>> gli fece eco Luca <<E’ proprio lui...>> Poi restò in silenzio, continuando ad esaminare il morto ed il terreno circostante. <<Forse dei briganti gli hanno teso un agguato nascosti dietro al muro della fontana.>> commentò a voce alta Leone. <<Probabilmente lo stavano aspettando>> rispose Luca, fece una pausa, poi riprese: <<ma di certo, il barone ha incontrato dei rapinatori molto strani...>> Il dito indice di Luca indicava a Leone il panciotto del barone da cui spuntava la catena d’oro di un orologio. Leone si chinò per guardare meglio, ma poi il dito indice di Luca si spostò rapidamente in alto, trasversale sulle labbra, perché alcuni servitori erano giunti anche loro alla fontana, portando diverse altre lampade. Alla vista del morto tutti erano ammutoliti. <<Che posto è questo?>> chiese Luca senza rivolgersi a nessuno in particolare. <<E’ il “fontanì”.>> rispose un cameriere che sembrava il più anziano tra i presenti <<Segna il confine del parco del signor conte.>> Luca fece ancora un paio di giri dietro alla fontana, ma vi erano solo tracce confuse. Poi diede ordine a Leone di sovrintendere al trasporto del cadavere del barone Federici al palazzo ed incaricò uno stalliere di ricuperarne il cavallo. Terminate quelle incombenze lasciò il “fontanì”.
Luca risalì lentamente verso il palazzo, camminando a testa bassa, osservando attentamente la strada che il barone doveva aver percorso poco prima, cercando di trovare dei possibili indizi. Lo stalliere lo seguiva tenendo per la cavezza il cavallo del barone. Arrivarono alle stalle e Luca si fermò per parlare con lo stalliere. <<Hai visto il barone quando ha lasciato il palazzo?>> chiese Luca. Lo stalliere lo guardò per alcuni istanti, poi assentì in silenzio. <<E’ successo qualcosa di strano mentre il barone lasciava il palazzo?>> chiese ancora Luca. <<Vi era qualcuno con lui?>> <<No, era solo.>> rispose lo stalliere che mostrava un evidente disagio, vedendosi interrogato da un ufficiale dei carabinieri, poi però aggiunse: <<Aveva bevuto un po’. Beve sempre quando viene a trovare il signor conte. Ha fatto un po’ fatica a mettersi in sella, è finito anche a terra, ma poi l’ho aiutato a rimontare e se n’è andato senza dire nulla. Tutti uguali i signori, mai nemmeno un grazie...>> Poi tacque bruscamente, forse temeva di aver detto una parola di troppo, forse era rabbioso per aver dovuto alzarsi nel cuore della notte. Infine disse: <<Se non ha più bisogno di me, io vado...>> Luca gli fece un cenno di congedo e lo lasciò andare. I cavalli si muovevano irrequieti, per la presenza di un estraneo nella stalla. I loro zoccoli rivoltavano la paglia ed il letame. Luca cercava di rivedere la scena del barone alle prese con il tentativo di montare in sella. Dopo avergli sparato, qualcuno gli aveva frugato in tasca, probabilmente alla ricerca di “qualcosa”. D’un tratto gli venne alla mente l’idea che forse, il barone, quel “qualcosa” poteva anche averlo perso nella stalla. Cominciò a frugare, con la punta dello stivale, in mezzo alla paglia, nella zona dove presumibilmente il barone poteva essere caduto. Sembrava un compito difficile e forse inutile. Si spostò allargando la ricerca. I suoi stivali frugavano tra la paglia e lo sterco. ... Invano... Poi ad un tratto vide il bordo di un sottile portacarte di pelle emergere sotto la paglia sporca. Con un certo disgusto lo raccolse e cercò di ripulirlo. Che razza di indagine di m... Stava albeggiando quando Luca rientrò nell’atrio del palazzo, dove l’appuntato era rimasto in attesa. <<Leone, vedi di scoprire se, passando dal retro del palazzo, dove c’è il chiostro del convento, si può arrivare alla fontana senza passare per l’atrio. Dobbiamo cercar di capire se qualcuno abbia potuto uscire, tendere l’agguato e rientrare senza essere visto. Dopo torna nella mia stanza.>> <<Comandi signor tenente.>> aveva risposto Leone e si era allontanato di corsa. Luca era rientrato in camera sua, per ripulire il portacarte che aveva trovato, esaminarlo e ripulirsi dopo quella sgradevole ricerca nella stalla. Dopo meno di due ore Leone ricomparve con gli occhi che gli brillavano. <<Ho trovato la porta per uscire dal chiostro e passare nel parco! Rimane spesso aperta! Me l’ha spiegato un monaco. Ma c’è di più signor tenente, il monaco che ho incontrato, era già nel chiostro dopo le preghiere del mattino e mi ha dato questa!>> Leone allungò verso Luca un fazzoletto bianco in cui era avvolta una grossa pistola a tamburo, molto simile al modello 61. <<Ho cercato di non cancellare delle possibili tracce, però ho visto che al tamburo mancano due colpi. Qualcuno deve averla usata e poi gettata nel giardino, forse per ricuperarla più tardi...>> spiegò ancora Leone. <<Chi l’ha gettata via, certo non pensava che quel monaco la ritrovasse così presto. Adesso abbiamo l’arma del delitto, solo che non sappiamo chi l’ha usata! Potrebbe essere stato chiunque! Speriamo bene!>> rispose Luca <<Adesso riprendi fiato e tieni quest’arma avvolta nel fazzoletto. Ci vediamo tra un’ora nel salone del palazzo, dove intendo interrogare tutti quelli che, ieri sera, erano in casa. Tu mostrerai la pistola quando sarà il momento. Adesso vai!>> Appena Leone si fu allontanato Luca chiamò un cameriere e gli ordinò di convocare nel salone, tutti i presenti nel palazzo, servitù e monaci compresi.
Erano circa le otto della mattina quando Luca entrò nella grande sala al piano terra del palazzo. Il conte Giovanni Provaglio indossava ancora una vestaglia, come se fosse stato appena tirato giù dal letto, suo cugino si era invece rapidamente rivestito, anche se i radi capelli bianchi non ravviati gli stavano scomposti sul capo, sua figlia Isabella, che sembrava alquanto turbata, sedeva in un angolo stringendosi addosso uno scialle. La stanza era molto fredda ed il maggiordomo stava chino sul grande camino, cercando di ravvivare il fuoco. I camerieri, i servi, lo stalliere, si erano tutti ammucchiati, con aria preoccupata in un angolo, mentre i tre monaci che ancora abitavano il vecchio convento restavano silenziosi vicino alla porta che conduceva al chiostro. Il conte, che appariva molto irritato, appena vide il tenente, pensò bene di sfogare su di lui il suo malcontento. <<Signor tenente, siamo stati informati di quanto accaduto al povero barone Federici mentre rientrava a casa. Ecco il bel risultato della politica liberale del nostro governo! La gente perbene viene rapinata ed assassinata! Forse anche lei dovrebbe interessarsi di più di chi gira per le nostre campagne e meno di quanto accade a Vienna.>> Luca lo lasciò finire, poi gli chiese con aria fredda: <<Mi è d’obbligo porvi una domanda signor conte, avete delle pistole in casa?>> Il viso del conte divenne rosso fuoco. <<Dovreste controllare chi di dovere! Lo sapete che vi sono in giro molti sbandati? Molti seguaci di quel senza Dio di Garibaldi, circolano liberamente e molti sono ancora armati! Spaventano le nostre donne, compiono furti...>> Luca continuò a guardarlo freddamente senza dire nulla. Il barone sembrò calmarsi, poi riprese a parlare con più condiscendenza. <<Certo che abbiamo anche noi delle armi, come tutti i gentiluomini!>> Si diresse al grande scrittoio che vi era in un angolo della sala, aprì un cassetto e ne trasse una lucida scatola di legno che aprì. Dentro vi era una bella coppia di pistole da duello ad un colpo. La scatola conteneva anche una fiaschetta di polvere da sparo, alcune palle di piombo ed un calcatoio. Luca si avvicinò per osservare le pistole. Un sottilissimo strato di polvere le ricopriva, il grasso con cui erano state lubrificate appariva secco e giallo scuro, sembrava che non fossero state usate da molti anni. Per scrupolo Luca si chinò ad annusare le canne. <<Come potete ben vedere, nessuno le ha usate da molti anni a questa parte.>> disse ancora il conte girando la testa verso il cugino per averne un assenso. Pasquale Rossetto si affrettò a precisare: <<Mai più usate dai tempi del quarantotto!>> Luca fece un cenno di assenso, poi chiese ad entrambi: <<Vi ricordare a che ora il barone ha lasciato il palazzo?>> Il conte lasciò che fosse ancora Pasquale a parlare. <<Sarà stata la mezzanotte, come sempre. E’ andato via al termine della partita a carte.>> <<Fino alla stalla l’ho accompagnato io>> precisò il maggiordomo che aveva fatto un mezzo passo in avanti, forse contento di avvalorare quanto avevano detto i signori. <<Gli ho fatto luce fino a quando abbiamo incontrato lo stalliere che gli ha sellato il cavallo.>> <<Qualcuno di voi possiede altre pistole?>> chiese ancora, con aria severa, il tenente Faliero guardando verso i domestici. Tutti si agitarono un poco, ma tutti negarono. Poi uno dei tre monaci fece un passo in avanti. Aveva l’aria di essere molto imbarazzato. <<Io veramente un’arma... io l’ho trovata... era abbandonata nel giardino del chiostro... però l’ho consegnata subito al signor carabiniere!>> Con la mano indicava timidamente l’appuntato Decarolis. Mentre tutti si giravano a guardarlo, Leone mosse alcuni passi e, con aria che risultò un po’ teatrale, depose l’involto che conteneva la pistola sul piano dello scrittoio. Dopo un attimo di silenzio Pasquale Rossetto sbottò. <<Ma nessuno di noi ha mai visto questa pistola. Potrebbe essere di chiunque!>> Sia lui che il conte si erano avvicinati allo scrittoio per guardare meglio. <<E’ vero>> convenne Luca <<non sappiamo nulla di questa pistola. Non possiamo ancora dire se sia l’arma del delitto, non sappiamo neppure se é carica.>> Con aria indifferente Luca girò le spalle allo scrittoio. Poi si rivolse ai camerieri: <<Qualcuno di voi ha già visto quest’arma?>> Tutti si strinsero nelle spalle senza rispondere nulla. Isabella ritenne di intervenire e mentre parlava le labbra le tremavano un po’. <<Tenente, ma noi eravamo insieme. Mio padre ed il conte giocavano a carte. Nessuno di noi è andato nel chiostro! Come ha già detto lei, noi non sappiamo nulla di questa pistola.>> Luca sembrò ricordarsi di qualcosa e rivolto ai due cugini disse: <<E’ vero voi giocavate a carte. Mi scuso ancora per ieri sera, io non sono un buon giocatore e vi ho lasciato in tre... forse vi ho impedito di fare una partita di bridge.>> <<Oh, non si preoccupi!>> rispose Pasquale <<Il bridge è così noioso!>> Luca adesso sembrava interessato ai giochi delle carte. <<Cosa si può giocare in tre?>> <<Ma... non saprei, zecchinetta, settemmezzo...>> erano i ben noti giochi d’azzardo e Pasquale Rossetto improvvisamente si zittì. Alcuni di quei giochi erano stati vietati nei locali pubblici. Luca sembrò fare una domanda ingenua. <<Si può perdere del denaro?>> i due cugini fecero una faccia indifferente, ma ad tratto la voce di Luce divenne più tagliente. <<Signor conte ieri sera lei ha vinto o perso?>> <<A volte si vince a volte si perde.>> rispose con noncuranza il conte. Luca che voltava sempre le spalle allo scrittoio, estrasse di tasca il sottile portacarte che aveva ricuperato nella stalla. <<Nella stalla ho trovato questo...>> Il conte adesso taceva, ma era diventato pallido. Le dita di Luca estrassero con delicatezza un foglio dal portacarte. <<Questa sembra una cambiale, un pagherò in favore del barone Federici.>> Si chinò in avanti come per guardare meglio: <<La cifra scritta a me pare enorme: centotrenta lire! Ma non mi è chiara la firma del debitore...>> Il conte Provaglio aveva fatto un balzo in avanti cercando di afferrare la pistola deposta sullo scrittoio. Anche Leone però si mosse velocemente. Le sue forti braccia scattarono in avanti, i suoi grossi polsi guizzarono fuori dalle maniche della giubba e le sue mani si strinsero su quelle del conte che cercavano di impugnare la pistola, liberandola dal panno che l’avvolgeva. <<Basta così signor conte, la firma sul pagherò è chiaramente la vostra.>> La voce di Luca ora si era fatta severa. <<Ma poi, con il vostro gesto, voi ci avete chiaramente indicato anche il proprietario dell’arma del delitto!>>
Era di nuovo mattina ed il pallido sole di fine febbraio creava lievi lame dorate sulle acque della torbiera. Luca e Leone erano pronti per lasciare definitivamente il palazzo del conte Provaglio e far ritorno a Torino. Luca sembrava di umore tetro. Dopo la scena movimentata della mattina precedente, Leone aveva messo le manette al conte, che poi, in una carrozza chiusa, era stato immediatamente trasferito a Brescia e consegnato al magistrato di giustizia che ne aveva convalidato l’arresto. Luca aveva steso un primo rapporto e finalmente a tarda sera erano tornati al palazzo del conte per ricuperare le loro cavalcature. Rientrato a Torino, Luca avrebbe dovuto fare un lungo e dettagliato rapporto anche al burbero colonnello Pavese. Forse anche per questo aveva l’aria vagamente triste. <<Avete avuto un bel coraggio, signor tenente a volgere le spalle al tavolo.>> gli disse Leone, trovando finalmente il momento opportuno per parlare più liberamente. <<Se il conte fosse riuscito ad afferrare la pistola, vi avrebbe sicuramente sparato!>> Luca ritrovò il sorriso. <<Sapevo che lo tenevi d’occhio>> rispose <<e so che tu sei molto più veloce di me!>> Leone, visto che il tenente sembrava ritornato di luna buona, riprese a parlare senza remore. <<Però se avessimo portato i nostri cavalli, legati dietro alla carrozza, avremmo potuto ripartire per Torino già ieri sera. Ora ci aspetta un viaggio più lungo, inoltre ci saremmo risparmiati la cena di ieri sera. Il cugino del conte era funereo ed anche la signorina Isabella sembrava molto triste...>> Però mentre diceva queste ultime parole ebbe l’improvvisa sensazione di aver capito qualcosa d’altro. Di colpo restò in silenzio, senza più guardare Luca. Poi però quando alzò gli occhi vide che lui sorrideva. Prese il coraggio a due mani e disse tutto d’un fiato: <<Però non credo che la signorina Isabella avrà molto spazio nel vostro rapporto. Intendo il rapporto che dovrete fare al signor colonnello.>> Il colonnello Ottorino Pavese era il potente e severo capo dei servizi riservati dell’Arma: un uomo temuto da tutti quelli che l’avevano conosciuto. Aveva occhi azzurri, in un volto quasi angelico, dalla pelle liscia ed apparentemente ancora giovane, ma quando comandava i suoi occhi mandavano lampi di ghiaccio. Leone era convinto che anche il tenente Luca Faliero si trovasse a disagio in sua presenza. Luca ora gli sorrise più apertamente. <<Effettivamente il signor colonnello mi aveva incaricato di dare la caccia ad una spia ed io invece ho solo smascherato un nobile ormai senza più denaro, forse un baro, che alla fine della sua carriera, purtroppo, è diventato anche un assassino. Temo proprio che non sarà molto contento di me!>> Nel fare questa ammissione Luca sembrava decisamente sincero. <<Però dopo l’inverno torna sempre la primavera...>> Leone guardò il tenente con aria interrogativa. <<A maggio avrò diritto ad un breve periodo di licenza.>> precisò Luca <<Credo che per quel periodo la signorina Isabella avrà già lasciato questo tetro palazzo e si sarà già trasferita in centro al paese, dove mi ha detto d’avere altri cugini. Forse tornerò su questo lago.>> Detto questo Luca montò in sella e prese ad allontanarsi dal palazzo, senza più interessarsi a Leone che, sentendo di essere stato un po’ troppo invadente, era alquanto arrossito. Anche Leone montò in sella e lo seguì senza più parlare. Dopo poco però, non seppe resistere e si girò sulla sella per guardare indietro. Durò solo per un attimo, ma Leone ebbe la fugace visione di una ragazza bruna che, seminascosta da una tenda, li stava osservando da una finestra del palazzo.
Mi scrivono
Uno di voi, un gentile lettore, “babbano ma non troppo” mi ha scritto esprimendo i suoi dubbi circa la futura convivenza con una persona socialfobica di cui è innamorato.
“Le fobie che ha” mi ha spiegato, “le paure, sono piuttosto invalidanti come fosse un mix, un cocktail, ed io ho paura che, pur amandola follemente, ecco, alla lunga, da sposati possano pesare e mi duole ammetterlo pesano un po' già adesso e sarà strano ma un po' me le ha già trasmesse.”
Questa è stata la mia risposta.
“Che dirle? Capisco i suoi dubbi. La sua fidanzata è sicuramente una persona molto intelligente e sensibile, ha doti che, per emergere, devono esprimersi in tempi e modi che non sono quelli ordinari. Può lavorare ma senza pressioni, senza stress, senza qualcuno che la osserva, la giudica, la fa sentire in imbarazzo, la va a trovare sul posto di lavoro. Non potrà mai parlare in pubblico, tenere conferenze, forse nemmeno telefonare. Ma potrà viaggiare con lei, andare al cinema, fare il bagno al mare, sciare, sbrigare commissioni. Consideri però che ogni gesto, anche il più banale, come recarsi dal parrucchiere, dal veterinario, dall'oculista, mangiare una pizza con gli amici, ricevere i parenti, salutare un'amica per strada, sarà sempre faticoso per la sua donna, comporterà un grande spreco di energie, con il bisogno disperato "che passi presto", che finisca e si arrivi a sera. Laddove lei si divertirà, la sua compagna si starà solo facendo violenza per essere normale e starle vicino nei momenti mondani.
Sia rispettoso dell'impegno e della fatica che la sua donna metterà nel vivere e non lo reputi roba da poco. Lei dovrà essere un compagno che non le mette pressioni ma la sostiene.
La più bella frase che il mio uomo mi ha detto una volta è stato: "affronteremo questa cosa insieme". Si trattava, banalmente, di entrare da un fornitore sconosciuto per acquistare prodotti per il mio negozio. Sì, perché, nonostante la fobia sociale, per ventitré anni ho gestito un negozio che ora è chiuso. "Come stare in mezzo ai ragni per un aracnofobico", è la definizione azzeccata di una amica. Se ama la sua donna, l'accompagni e la sostenga, senza umiliarla per quello che non può fare, ma alimentando la sua autostima, incoraggiandola per i piccoli successi, minimizzando la sua impressione di aver fatto figuracce imbarazzanti, di essere goffa o antipatica.”
Se, però, desidera una vita sociale brillante, aggiungo ora, può anche scappare a gambe levate.
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come me, è affetto da fobia sociale e quindi, pur scrivendo ... Mi scrivono Uno di voi, un gentile lettore, "babbano ma non troppo" mi ha scritto esprimendo i suoi dubbi circa la futura convivenza...
http://signoradeifiltri.altervista.org/scrittura-e-fobia-sociale.html
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