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Marco Milone, "Le stagioni della memoria"

22 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni

Marco Milone, "Le stagioni della memoria"

Le stagioni della memoria

Marco Milone

Narcissus, 2014

Sembrano trascorsi secoli da “Dove va il mondo” e “Anime nude” a “Le stagioni della memoria”, terza silloge di poesie di Marco Milone, non perché ci sia un cambio di rotta stilistico o contenutistico, ma per come, non conoscendo l’età dell’autore, si potrebbe qui pensare ad un artista anziano. Milone, invece, è un trentenne senza speranze, senza illusioni leopardiane: “giammai vedrò sorgere il sole”, “di speranze irrealizzabili m’illudo, “e non ci rimane altro” .

Difficile smettere di illudersi, attendere, sperare, anche quando la vita passa davanti e non siamo in grado di saltarci dentro, anche quando essa sembra appartenere agli altri, scorrere di là da un vetro, anche quando soggiaciamo alla regola di un “si passivante” che ci rende non autentici; è difficile perché, nonostante l’atteggiamento stanco e demotivato, giovani lo si è davvero e la speranza non vuol morire: “So che non arriverai eppure son qui e aspetto”, “illusione di un futuro, di qualcosa che non giunge.”

Se tutto il meglio pare ormai alle spalle, pure la memoria non è dolce, non è consolatoria, ha stanze oscure, ancora da svelare, e noi vorremmo essere come bruti per non avvertire il peso dell’esistenza. Il futuro non c’è, è come se fosse già stato esperito, lasciato indietro: “rievoco il futuro”, e rievocarlo vuol dire farne memoria e non aspettativa, trasformarlo in qualcosa che non ci sarà mai perché c’è già stato, perché sarà uguale al presente, e così le “luminose strade” del possibile saranno cancellate dagli “oscuri labirinti” di una memoria congelata.

Ricorrono le parole “sommerso”, nel senso di avviluppato, appesantito, e “oscuro”, inteso come inconoscibile ma anche doloroso, ansiogeno. I riferimenti leopardiani sono tanti, fra stelle, ginestre, dolore senza uscita, caduta delle illusioni. I temi sono i soliti in Milone: solitudine, morte, incomunicabilità ma anche, soprattutto, memoria.

Si spargono i semi

della polvere

Nei tempi che furono

Rivedo la vita, rievoco

Il futuro. Una branda,

un giaciglio da cui percorrere

ancora ancora

le strade del passato

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#lapostadisibilla

21 Settembre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #Mari Nerocumi, #lapostadisibilla

#lapostadisibilla

Grazie all’arrivo in redazione di diverse lettere e richieste di lettori con problemi d’amore nasce questa nuova rubrica dedicata a chi osa mettere a nudo i propri sentimenti…

Stai parlando della Posta del cuore mi direte… ma da Sibilla cumana dei giorni nostri decido di slegare la matassa dei sentimenti che si affollano nei nostri animi e di non ricucire solo cuore affranti, da Sibilla Cumana dei giorni nostri, incapace di pronunciare oracoli tipo Ibis redibis non peribis in bello (le famose tavolette sibilline il cui ordine decretava il futuro) preferisco avere l’ultima parola sulla vastità di emozioni che ci assale ogni giorno e che nonostante l’intuizione ci avvisi della loro presenza non riusciamo a riconoscere.

In fondo il mondo che ci circonda è come le quattro tavolette sibilline su cui vita e amore si intersecano e per trionfare devono passare attraverso la risoluzione di strani enigmi.

Affidate quindi i vostri cuori alla voce di una Sibilla che, né vecchia né decrepita, né giovane né inesperta, ma intrisa di esperienze legate a feelings’ affair, attraverso questa rubrica cercherà di infondere coraggio in chi ha paura di parlare dell’amore senza cedere alle mode, di ricordare che incontrarsi è divino e non perdersi è umano e che per non perdersi basta imparare a mettere nel giusto ordine le tavolette della vita.

Se siete persone desiderose di ricomporre il puzzle dei vostri sentimenti e della vostra storia d’amore potete scrivere a sibillarispondea@gmail.com

Per chi non fosse a conoscenza del mito, secondo la leggenda, Apollo aveva promesso alla Sibilla cumana, una donna in grado di predire il futuro secondo la tradizione attraverso un foro praticato in una grotta, di esaudire qualunque suo desiderio in cambio del suo amore, ella gli chiese di poter vivere altrettanti anni quanti erano i granelli di sabbia che poteva tenere nella sua mano. Trascurò, tuttavia, di domandare al dio anche l'eterna giovinezza, che Apollo le offrì in cambio della sua verginità. In seguito al suo rifiuto la Sibilla Cumana iniziò ad invecchiare e a rinsecchire fino ad assomigliare ad una cicala e a essere appesa in una gabbia del tempio di Apollo, a Cuma e di cui sopravviverà solo la voce. Alla Sibilla viene attribuito un modo di parlare... detto sibillino attraverso cui è possibile dare una duplice interpretazione ai fatti.... così da non aver mai torto....

La prima lettera, o meglio il primo enigma della tavola dei sentimenti, ce la invia un anonimo che si chiede se sia possibile che una donna si possa innamorare del proprio capo. Purtroppo il nostro amico non specifica se il capo è lui o se sua moglie l’ha cornificato col suo capufficio. Nel primo caso, se si tratta di lui, oserei dire che il nostro amico è un tantino ingenuotto a non sapere il fascino che può esercitare il proprio superiore su una donna. A tal proposito mi è venuto in mente un film che ho visto qualche tempo fa “Secretary” di Steven Shainberg che racconta le varie fantasie sessuali che ruoli quali capo e segretaria possono suscitare sia nell’uomo che nella donna soprattutto per il divertimento erotico che può venirne fuori. E a questo proposito data la tua ingenuità ti consiglio di vederlo senza nemmeno scomodare le tavole per un responso. La commedia finisce anche con un happy end ma in the real life non è sempre così.

Infatti caro amico se appartieni alla schiera dei cornuti cornificati dalla moglie col capo, non ti stai divertendo, anzi ti stai chiedendo come sia potuto succedere a te, proprio a te e ti chiedi se una donna possa innamorarsi del proprio capo perché vuoi ingoiare a tutti i costi questo rospone che tua moglie ti ha rifilato per cena.

In questo caso le tavole le scomodo ma la risposta non è così allegra…

Che tu scelga di perdonare o di buttarti alle spalle la storia con tua moglie, ti aspetta una lunga salita e solo se riuscirai ad arrivare in cima potrai ficcare la tua bandierina sul terreno…

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Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

20 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

Questi barbari inglesi

Grant Allen

Traduzione di Nicola Leporini

Marchetti editore, 2014

pp. 138

10,00

Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere della letteratura in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.

Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da “The Woman Who Did” – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.

Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo “spoiling”, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo “La macchina del tempo”, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche “Un americano alla corte di re Artù” di Mark Twain, del 1889.

Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come farebbe con quelli di una qualsiasi società primitiva. In realtà, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’ onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.

Allen mette a fuoco le incongruenze di una classe socieale che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.

Sia in “The Woman Who Did” che in “Questi barbari inglesi” non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.

Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”

Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.

Articolo su La Nazione

Articolo su La Nazione

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Palestina ti sogno

19 Settembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia, #il mondo intorno a noi

Palestina ti sogno

Sono nato poeta, ho il verso sulle mie labbra, la rima nelle mie mani, la strofa nei miei occhi…

E da poeta, l’italo-senegalese Cheikh Tidiane Gaye eleva un canto lirico alla terra di Palestina. E’ un canto d’amore e di dolore; un inno alla Pace, un’accorata invocazione alla rinascita. “il mio paese”, la “mia terra”, dice il Poeta, perché sua è ogni terra martoriata, “soffocata, ingoiata, scacciata dal monte di Dio” ; suo è l’urlo di chi soffre. E lui, cittadino del mondo, attende che il mondo sorrida ancora e che rispunti la “luna della concordia”. (Ida Verrei)

Palestina ti sogno

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

La mia terra piange

le lacrime di sangue che straripano

le sabbie di pace

ti voglio terra dalle sabbie d’oro

Che Pace sia con te,

che il Sole illumini

i tuoi sentieri

il mio paese deve rinascere

seppellire le macerie

terra avvelenata

terra ingioiata

terra soffocata

terra scacciata

dal Monte di Dio,

la mia Ramallah ti chiamo,

piangono i bambini

muoiono le donne

Betlemme non sorride,

sorrisi spenti

il fiato in prigione

la speranza sepolta

Gaza non si sveglia più

Gerusalemme mortificata

il mondo non sorride più

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Cosa ti manca?

Hai accolto la nascita dei profeti

hai curato le piaghe

hai dato il sorriso al mondo

hai acceso gli sguardi

e oggi il cuore non pulsa

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Vorrei alzare la chioma di pace

e gridare giustizia

voglio piantare il profumo

di pace

voglio che i tuoi polmoni siano forti

per sollevare l’aria di libertà

sei la terra di sabbia

e non di sangue

i nostri occhi

come le nostre orecchie

non devono più testimoniare

la tua sofferenza

Il tuo nome è l’albero

ombreggiante di pace

robusto e forte

forte e robusto

chi può cancellare l’ombra?

Sei l’ombra che nessuno

può seppellire

il tuo nome è poesia

ti voglio cantante di rime

la tua vita è lirica

ti voglio tessitrice di prose

pastore dell’orto di pace

regista delle coreografie di pace

che la tua bandiera sventoli

per svegliare la luna della concordia

e la tua ala volteggi

per designare la strada dell’unità

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Il tuo nome è storia

i tuoi morti martiri

ma i veri martiri lottano per la libertà

ti voglio curatrice delle piaghe

Il tuo nome è libertà

libera sei

come liberi sono i tuoi figli

alza la mano per condurre il corteo

apri le catene della disperazione

canta il canto della liberazione

Palestina la mia la nostra

voglio alzare i tuoi minareti

sentire la tua voce scandire

vocali di libertà

consonanti di pace

voglio che le tue acque siano pacificatrici.

CHEIKH TIDIANE GAYE

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Andrea Camerini e la Grezzo Film

18 Settembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Andrea Camerini e la Grezzo Film

Mi occupo di cinema italiano da quasi vent’anni ma non conoscevo il valore di Andrea Camerini come regista né le sue produzioni targate Grezzo Film, nonostante la stampa (locale e specializzata) spesso le avesse decantate. Conoscevo - da lettore del Vernacoliere - Andrea Camerini autore di vignette satiriche e delle avventure molto sopra le righe di un personaggio come Il Troio. Il nome è tutto un programma. Niente sapevo delle sue vicissitudini televisive (Zelig, Striscia la notizia…) perché frequento poco il piccolo schermo che uso come monitor per vecchi film, ma anche per cercare vecchio cinema italiano su satellitare e digitale terrestre. Devo ringraziare la Festa dell’Unità di Piombino se ho colmato una lacuna della mia cultura cinematografica e ho potuto apprezzare sequenze di Aglien, Draculo, Lezzzioni di Piano, Shining, parodie di Uomini contro donne, pubblicità in versione sarcastica con interprete una volgarissima bimba pisana e via di questo passo. Pare che alcuni di questi brevi film siano sbarcati negli Stati Uniti d’America, i bene informati parlano di Aglien, parodia di Alien che si ricorda per la celebre battuta: “Qualunque cosa sia, è uscito dalle palle!”. Gli interpreti sono seguaci del metodo Stanislavsky, sono calati alla grande nella parte, soprattutto Elisabetta Canalis come bella sciroccata che partecipa a Uomini contro donne ricopre il ruolo della sua vita. Militello non è da meno, mentre ci sorprende Carlo Monni che ha recitato con Benigni e Rossellini, qui impegnato a infilare tasti bianchi e neri nel culo di una pianista che gli disturba il sonno (da qui il titolo Lezioni di piano).

Non sono di palato fine, non sono uno - come diceva Fulci - che se non vedo mondine e partigiani dico che il film non vale niente perché non contiene messaggi politico - sociali. Tutt’altro! Sono uno che rivaluta la commedia sexy, il musicarello, il lacrima movie, persino il barzelletta - movie. Amo la comicità, l’ironia, il sarcasmo, vado pazzo per il grottesco e per l’assurdo, ma devo vederci un minimo di originalità, non solo volgarità spicciola, giustificata da una non ben definita livornesità. Se un regista gira una parodia di Shining con il protagonista butta giù la porta del bagno con l’ascia perché - colto da un attacco di diarrea - deve andare a cacare, non posso gridare al capolavoro. Se Dracula viene ucciso da una ragazza che ha fatto indigestione di cozze condite con l’aglio, non posso applaudire un genio. Sono tutte cose già viste e già dette. Alvaro Vitali docet, basta andare a rivedersi tutta la serie dei Pierini, originali o apocrifi che fossero. Ci sono già stati gli Squallor con Arrapaho, abbiamo già visto Uccelli d’Italia, ci siamo beati a sufficienza del terrunciello interpretato da Diego Abatantuono, insomma ne abbiamo viste di tutti i colori. I filmati della Grezzo Film sono paragonabili ai lavori di Checco Zalone, ripetono vecchi cliché ormai conosciuti a memoria. Però piacciono, proprio come i film di Zalone. Forse avranno ragione gli estimatori, che l’altra sera affollavano lo stand della Grezzo Film, disertando dibattiti politici e presentazioni di libri. Forse siamo noi i vecchi e superati critici della situazione che per ridere vanno a rivedere Pierino contro tutti o - meglio ancora - le parodie cinematografiche interpretate da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Ricordate Don Chisciotte e Sancho Panza di Grimaldi? Lo rivediamo mille volte, lo impariamo a mente, prima di riguardare una sola sequenza di Aglien. Il mondo è bello perché è vario. E a volte è meglio far parte d’una minoranza, come dice il vecchio Nanni Moretti.

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Giovanni Guareschi

17 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Giovanni Guareschi

La poesia bisogna sentirla, non capirla.” (Guareschi da “Diario Clandestino” pag.35)

Ho una “passione” segreta per Giovannino Guareschi scaturita inizialmente dai film tratti dalle sue opere, in particolare dalla saga “Peppone e Don Camillo”, poi dalla lettura dei suoi libri e non solo. A poco a poco ho apprezzato l’uomo che faceva satira politica, a cui alcune “denunce” sono costate il carcere e non sotto il regime fascista ma proprio nei primi anni dell’Italia democratica .

Guareschi sapeva colpire a destra e a sinistra con i suoi articoli pungenti nel “Bertoldo” prima, nel “Candido” poi, e con i suoi molteplici racconti. Non temette infatti le grane che gli vennero dal dire apertamente verità scomode: le polemiche con il presidente Einaudi per una vignetta sul “Candido” gli costarono nove mesi di carcere che si andarono ad aggiungere agli altri dodici, comminatigli per la pubblicazione delle lettere autografate da De Gasperi in cui lo stesso avrebbe chiesto agli inglesi un’azione di bombardamento allo scopo di eccitare gli animi alla rivolta contro i nazi-fascisti. Pena scontata con testardaggine e senza volersi abbassare a chiedere la grazia, in 13 mesi e 9 giorni, cioè fino al raggiungimento degli sconti previsti per buona condotta.

Nelle storie che raccontava Guareschi c’è un realismo tangibile, selezionato dalla vita di tutti i giorni dei paesi emiliani del dopoguerra, nei quali sapeva vedere e descrivere le sfumature dei gesti e dei pensieri di un popolo diviso fra comunisti inneggianti la rivoluzione e democristiani attaccati alla tonaca e al campanile. Storie viste, forse, con un po’ troppa giuliva illusione di un mondo sempre buono e disposto alla comprensione. Vicende umane narrate come lo scorrere del grande Fiume che costeggia i paesi della bassa e placido e indifferente porta tutto verso il mare e che, spesso, per l’imprevedibilità della vita, diventava lui stesso protagonista.

Guareschi non fu solo Peppone e Don Camillo: nel 1963 realizzò un cortometraggio dal titolo “La rabbia” curato insieme a Pier Paolo Pasolini, il nobile intento era quello di commentare fatti di cronaca con ottiche diverse da destra e da sinistra, ma il lavoro ebbe scarso successo e poca risonanza. Qualche anno orsono ricomparve, restaurato a un Festival del cinema, magicamente solo nella parte riguardante il regista, i commenti “scomodi” di Guareschi erano stati tagliati. Ancora, dopo tanto tempo, risulta difficile accettare la sua voce “fuori dal coro”. I suoi articoli gli avevano attribuito l’etichetta di fascista, io non so se lo fosse, di certo era un uomo scomodo, capace di assumersi personalmente la responsabilità dei propri gesti e delle proprie parole, capace di andare sempre contro corrente, di analizzare e giudicare qualunque atteggiamento o azione che si rivolgesse contro “la persona” da qualunque parte venisse. Maggiormente se la prese con gli appartenenti al partito comunista, è vero, coniando anche un termine polemico per definirne gli aderenti: i “trinariciuti.” Cioè persone con tre narici, non umani nemmeno nei caratteri somatici, cercando così di ridicolizzare chi segue solo le direttive del partito senza usare il cervello. Criticava questo modo di “non essere” così come era stato ostile nei suo diari al regime tedesco che lo aveva internato dopo il 1943. Non dimentichiamo infatti che Guareschi è stato in un lager nazista per quasi due anni. Arrivato a Czestochowa, sotto gli occhi delle guardie un bambino gli offrì una mela su cui Guareschi vide il segno dei dentini e pensò al figlio lontano. Scrisse in seguito “Lo zaino non mi pesa più, mi sento fortissimo. Lo debbo rivedere, il mio bambino: il primo dovere di un padre è quello di non lasciare orfani i suoi figli. Lo rivedrò. Non muoio neanche se mi ammazzano!”. (da “Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia” pubblicata postuma a cura dei figli nel ’93).

E non morì, soprattutto non morì il suo animo ribelle, conservò vivo lo spirito d’osservazione e l’occhio critico dimostrandolo ampiamente nel dopoguerra. Andrea Baroni che, alternandosi al colonnello Bernacca, ci ha raccontato per tanti anni le previsioni del tempo, lo ricorda come compagno di internamento. Racconta che ricevevano acqua calda al mattino. Poi una sbobba di rape (la domenica fiocchi d’avena) 5 patate lesse e un pezzo di pane. Il cibo era scarso, ma in due anni, con precisione tedesca, non è mai saltata una razione. In quanto ufficiali che si erano rifiutati di collaborare, Hitler li definiva traditori e internati militari, non prigionieri, così la Croce Rossa non poteva intervenire sui termini della prigionia, ma di contro non erano costretti a lavori forzati, avevano molto tempo libero e, per non oziare, il grande Guareschi pensò di tenere occupati i prigionieri. Racconta Baroni: “A Sandbostel: Giovanni Guareschi baracca 29, Andrea Baroni baracca 28. Era bravissimo, faceva teatro con i prigionieri. Un giorno lo fermo: “Potrei recitare anche io?”. Mi guarda: “Con questa voce dove vuoi andare? Non ci sono gli altoparlanti a teatro!”

Nonostante il grande successo di pubblico, gli intellettuali radical chic e la critica lo snobbarono, sottolineando il suo linguaggio semplice, le sue storie troppo “naif”. Solo una rivisitazione “postuma” lo ha ampiamente rivalutato. Guareschi non era un semplice umorista, ma un uomo che aveva saputo affrontare disagi, tradimenti, (non ultima l’infondata attribuzione al servizio della CIA) e riusciva a portare nei suoi racconti le vicende umane che lo avevano segnato profondamente. La rivista “LIFE” lo definì "il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa". Basti ricordare per esempio il manifesto elettorale che diceva “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” (Manifesto elettorale 1948, da Mondo Candido 1946-1948, a cura di C. e A. Guareschi) Indro Montanelli che ne fu amico personale ebbe a dire : "C'è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell'Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo".

Guareschi era nato a Fontanelle di Roccabianca il 1º maggio 1908, giornalista, scrittore, umorista, disegnatore, vignettista ha pubblicato 20 milioni di copie in 80 lingue con oltre 100 milioni di lettori in tutto il mondo, eppure fu circondato da tanta solitudine culturale e istituzionale al momento della sua morte, avvenuta a Cervia dove si trovava con la figlia e il nipote nell’estate del 1968. Pochissime le personalità che si recarono al paese per le esequie. Enzo Ferrari fu uno dei pochi illustri ai funerali, a fargli apprezzare l’opera di Guareschi era stato proprio il figlio Dino,scomparso già da una decina d’ anni, ma per il quale portò a vita il segno del lutto sul viso.

Anche Giovannino Guareschi oramai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.”

Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma terminò con queste amare parole il suo articolo il giorno dopo i funerali. Spero serviranno queste poche righe a far conoscere, soprattutto ai più giovani che avranno la pazienza di leggere, un bravo scrittore che seppe trasfondere tanta umanità nei suoi libri, un uomo caparbio che pagò sempre in prima persona le sue scelte, affrontando grandi battaglie e senza mai ricavarne un soldo bucato, in un tempo in cui in Italia ci si occupava di politica per passione e non per denaro e ci si animava al punto da avere il coraggio di difendere e propagandare le proprie idee.

L’Unità ebbe a scrivere il giorno successivo alla sua morte che era morto uno scrittore che non era mai nato. Io rispondo oggi con un motto che fu di Guareschi nel Candido “Contrordine Compagni “

Giovanni Guareschi
Giovanni Guareschi
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Smodatamente Aspro&Dolce

16 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Smodatamente Aspro&Dolce

"...in questa locanda si suona Blues... le sue note ti portano a galleggiare sulle nuvole...dove, dall'alto, si riesce a dare una dimensione anche alla Tristezza. Bevete alla mia salute. Tanto. Smodatamente..."

Bevete alla mia salute!

…estinguete quest’ultimo sorso…

Bevete alla mia salute!

di Uomo solo

solitario

quasi perduto…

X stasera

X domani

X l’Ieri

e i giorni che saranno!

Bevete a me!

Alle mie mani sporche

di vene

e fildiferro

Ai miei zoccoli

da muflone

Ai miei occhi di Lupo

che ti bucano

Al mio cuore solo e gonfio di farfalle

spaccato sull’orlo dell’abisso

Bevi x te!

Ragazza…

sarò l’ultimo sogno della notte

che fa sudare e sognare

Bevi x te!

Signora…

sarò la roccia di rughe e pieghe

che vuoi arrampicare

Bevi x te!

Compagna…

sarò il cane Libero pronto a buttarsi nel fuoco

ma che ti sfugge come un lupo

Bevete alla mia salute…

e addio

non “ciao”…

non “arrivederci”…

Bevete alla mia salute…

salite…

e quando sarete in cima

alzate lo sguardo e trovatemi a volare!

Solo

sulla brezza solitaria

Bevete alla mia salute.

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L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

15 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

C’è una storia, tutta bolognese, legata all’assalto di Palazzo d’Accursio del 21 novembre 1920, che molti ignorano ma che io proverò ugualmente a raccontare, anche se è non importante ai fini storici.

Cominciamo dalla location, come si dice, per i bolognesi Palazzo d’Accursio, da secoli centro del potere cittadino, è semplicemente “e Palàz”, già residenza degli Anziani, massima autorità governativa fin dal 1336: la Sala Rossa, una delle più suggestive e storiche del palazzo comunale di Bologna, dove oggi si celebrano i matrimoni con rito civile, conserva questo nome per via del colore delle sue pregiate tappezzerie . Anticamente vi era conservato il “Pallione della peste” (pallione sta per grande palio, cioè grande drappo) Il Pallione rappresentante la Madonna del Rosario col Bambino e i Santi protettori di Bologna (Petronio, Domenico, Francesco d’Assisi, Ignazio, Francesco Saverio, Procolo e Floriano) Si tratta di un’opera realizzata da Guido Reni su un grande drappo di quella seta che rappresentò fino al sec. XVIII una delle principali attività produttive di Bologna. Basti pensare che alla fine del secolo XVI la produzione della seta dava da vivere a circa 24.000 persone su 60.000 abitanti, con una fiorente attività che impiegava notevole mano d'opera, alimentava una forte corrente di esportazione e aveva contribuito a dare lustro alla città in Italia ed in Europa.

Veniamo ai fatti, fu proprio all’interno della Sala Rossa che avvenne l’omicidio del consigliere comunale di opposizione Giulio Giordani, mentre in piazza succedeva una vera e propria strage, con morti e feriti. Il biennio rosso 1919-20 fu caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che stavano conducendo l’Italia sull’orlo di una rivoluzione simile a quella bolscevica del 1917. Erano anni di grande crisi economica cominciata nel corso della prima guerra mondiale e peggiorata dopo la sua fine. Il reddito nazionale procapite aveva avuto una forte contrazione causando un generale impoverimento della popolazione. Il debito pubblico e l’inflazione erano fuori controllo e ne facevano le spese in particolare le classi medie, cui si era ridotto enormemente il potere d’acquisto, dal momento che, come notò per esempio Einaudi, non avevano nessun potere contrattuale forte a differenza di contadini e operai che con scioperi e occupazioni riuscivano invece a tutelare i loro interessi. Il 21 novembre in Piazza Vittorio Emanuele II, l’attuale Piazza Maggiore, si festeggiava la vittoria elettorale dei socialisti e l'elezione a sindaco di Ennio Gnudi. Nei giorni precedenti i fascisti, guidati da Leandro Arpinati e Arconovaldo Bonaccorsi, avevano promesso lo scontro con manifesti provocatori, annunciando per la domenica una “grande prova in nome dell’Italia”, nel caso i socialisti avessero provato ad "issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale". Infatti, quel pomeriggio, un nutrito gruppo di fascisti armati proveniente da via Rizzoli e dall'Archiginnasio fu bloccato dalla Guardia Regia in Piazza Nettuno. Improvvisamente, dal caffè Grande Italia, all'angolo tra piazza Nettuno e via Rizzoli, vennero sparati colpi d'arma da fuoco (non si è mai saputo bene da chi), mentre la folla presente in piazza, in preda al panico, cercò rifugio nel cortile di Palazzo d'Accursio. Avvenne allora che le "guardie rosse", un gruppo di armati comunisti e massimalisti che presidiavano il palazzo, chiusero il portone sparando e gettando dall'alto bombe a mano, così che dopo la raffica di spari e scoppi durata per una decina di minuti, nella piazza oramai vuota, restavano a terra solo ombrelli, bastoni, cappelli, e i cadaveri di dieci persone, che i pompieri ricoprivano con teli e si contavano una sessantina di feriti. Nel frattempo, una delle “guardie rosse”, di cui non si riuscì mai a conoscere l’identità, entrata nell'aula consiliare, sparò dal settore riservato al pubblico contro i consiglieri di minoranza: l'avvocato Giulio Giordani, ex ufficiale dei Bersaglieri, mutilato di guerra, venne ferito a morte e l'avvocato Cesare Colliva, suo collega, ricevette due proiettili in faccia.Il tragico avvenimento ebbe risonanza nazionale. La salma di Giordani, primo grande martire della rivoluzione fascista, fu esposta in un'aula del tribunale e vegliata da picchetti di camicie nere armate. Le esequie, celebrate nei giorni successivi, videro sfilare i fascisti con il gonfalone comunale, tra due silenziose e imponenti ali di folla. Successivamente la piazza davanti al tribunale venne intitolata al consigliere ucciso.

Fin qui la storia, da ora in poi la leggenda. Circa un anno dopo, una donna venne trovata morta nel parco di una villa alla periferia di Bologna. Un delitto misterioso e dai lati oscuri. Adolfo Pasquali stava portando le mucche al pascolo sul colle dell’Osservanza, quando vide il suo cane allontanarsi di corsa come se avesse fiutato una pista. Era il 27 ottobre 1921 e, proprio grazie al cane, il Pasquali trovò, in una grotta artificiale situata nel parco di villa Frank , già tristemente nota per un altro omicidio irrisolto, il cadavere di Maria Buriani. Era in stato di decomposizione, i resti in parte bruciati, e aveva gli arti inferiori staccati dal corpo. Si trattava di una ragazza di poco più di vent’anni, che lavorava come domestica presso una famiglia bolognese che ne aveva denunciato la scomparsa da una decina di giorni. Addosso al cadavere fu rinvenuto un solo orecchino uguale a quello lasciato a casa dei suoi padroni, che fu utile proprio ai fini dell’identificazione. A terra nella grotta c’era un fiasco impagliato che, stranamente, conteneva residui di benzina e non di vino. Questa fu la prova regina, durante il processo, per condannare un certo Galli Angelo per l’omicidio della ragazza, poichè proprio qualche sera prima era stato visto riempire un fiasco di benzina. In molti sapevano degli incontri nella grotta dove poi era stata trovata, e, quindi, ogni sospetto era più che autorizzato. Il movente sarebbe stato quello di porre fine alla tresca che intratteneva con la Buriani, divenuta troppo invadente e petulante e che osava importunare la di lui moglie. Succede però che il Galli fosse un ex rapinatore convertitosi alla causa del sol dell’avvenire e durante il processo cominciò a girare una strana voce in città, cioè che il vero movente fosse coprire l’assassino di Palazzo d’Accursio, di cui la donna, anch’essa attivista, conosceva forse il volto, avendo insieme al Galli partecipato agli scontri dell’anno precedente. Si tratta solo di una leggenda metropolitana o c’è un fondo di attendibilità? Chi può dirlo. La verità giace nel profondo della grotta e si confonde con la storia di quella giovane donna, spregiudicata per alcuni, ingenua per altri, infelice per molti e si trascina in un vortice di misteri, rimanendo un caso controverso proprio per la matrice dell’omicidio che alcuni vorrebbero affondare negli sconvolgimenti politici dell’Italia alle soglie del ventennio fascista.

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Assolo

14 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Assolo

"La Natura è musica e spesso è Rock. Un Rock duro...cattivo, che non da' speranze false e certezze impossibili. E' un Rock onesto... ascoltalo e suona le sue corde il più possibile ragazzo mio..."

Lo zaino è molto pesante, molto pesante anche stavolta; e molto più voluminoso del solito, stranamente squadrato a partire dalla base e culminante con un sottile pezzo di legno liscio, apparentemente troncato all’estremità superiore, troncato con una curvatura elegante, artistica e aggressiva.

Più da vicino si riconoscono sul pezzo di legno sei sottili ombre grigie, corde di metallo via via più fini, da sinistra verso destra, praticamente invisibili da qualche metro di distanza.

Il manico della chitarra svetta fuori dallo zaino, nudo, sovrastando la testa del ragazzo di una decina di centimetri.

La parete si erge davanti al ragazzo e alla chitarra, sopra di essi per circa duecento metri, un triangolo di roccia chiara, annerita qua e là dal recente acquazzone. Spezzoni di corda penzolano da chiodi arrugginiti, residui inutilizzabili di vecchi corsi roccia, di vecchi alpinisti in ritirata; isolate tracce di passaggio in quell’immensità di pietra.

Il ragazzo è immobile alla base della parete, attende; la chitarra è silenziosa, quasi strangolata dai lacci dello zaino; la parete è immobile e silenziosa, neanche una scarica di sassi la solletica, anch’essa sembra attendere qualcosa.

Come se nella vita non avesse fatto altro, il ragazzo si avvicinò alla roccia e cominciò la sua scalata. Lo zaino era, sì, molto pesante, ma dentro non c’erano corde, né chiodi, né martello e moschettoni. Non c’era un berretto o una fascia per il sudore, né una giacca a vento impermeabile. Nello zaino c’erano solo, oltre alla chitarra, un amplificatore da 40 Watt, un cavo flessibile ed una valigetta squadrata, di fabbricazione artigianale, contenente batterie elettrolitiche.

Il ragazzo conosceva bene quella roccia, l’aveva affrontata e vinta già tante volte. Da solo, con gli amici, con suo padre e suo fratello, ed ormai aveva conquistato la sua stima, la parete era sua amica, non meno del manico della chitarra con le sue sei corde. L’unica attrezzatura di cui disponeva erano le sue mani ed i suoi piedi; l’unico consiglio sensato, che ricordava, era di muovere un arto alla volta, mantenendo tre punti d’appoggio fissi. Come a stabilizzare un impossibile piano verticale.

Superò il primo strapiombo, poi il secondo e il terzo; la prima ora, poi la seconda e la terza.

La chitarra sporgeva spavalda dallo zaino, parallela alla parete, come essa svettante e appuntita a trafiggere il cielo. Tra loro, solo, il ragazzo solo, più giovane dei trent’anni che dimostrava, per la barba, i baffi che aveva da tempo, per la spolverata di bianco sulle tempie, per le pieghe intorno agli occhi, spaccature di una parete antica, che aveva già visto tormente di neve e gelo, tramonti accecanti, aurore consolatorie.

Le mani, rotte e sporche, sono ciò che rende simili gli alpinisti e i chitarristi; i polpastrelli sono duri e provocano un rumore strano se tamburellati sul legno, sono insensibili, non provano più né caldo, né freddo, né dolore. Forse per questo riescono a sentire più profondamente, pur nella loro cecità, gli appigli della roccia e la musica che si nasconde dietro corde sottili.

E il cuore; gli alpinisti e i chitarristi hanno anche lo stesso cuore, potente e inclinato di 45°, come quello del camoscio, pronto a pompare sangue all’impazzata, e sensibile di quella sensibilità particolare, che si nasconde e rimane in silenzio.

Ancora un diedro, pochi minuti, prima che il ragazzo giungesse sulla sommità del gigantesco muro su un canalino di erba che portava direttamente alla vetta. Con l’indifferente naturalezza con cui era partito, il ragazzo arrivò in cima: un cumulo di pietre spezzate dalle quali, anche sporgendosi, non riusciva a vedere niente dell’abisso che aveva superato. Alle sue spalle la montagna si presentava come un pendio erboso che, più o meno dolcemente, divallava incontro a boschi scuri di latifoglie.

Il ragazzo prese la chitarra, l’amplificatore, la batteria portatile e, mentre lo zaino vuoto si afflosciava nell’erba, suonò.

Suonò come se dovesse arrampicarsi su un’altra parete, come se dovesse superare un altro ostacolo; un ostacolo dopo un altro da affrontare, una parete dopo l’altra da scalare, un manico di chitarra da percorrere incessantemente avanti e indietro, dai bassi agli alti, cambiando di continuo tonalità.

Ma si sentiva stanco e mentre le dita scorrevano velocemente verso il fondo del manico, il suono echeggiava nell’immobilità dell’aria stridulo e distorto. E triste. Triste come un lamento o un urlo di una bestia ferita, di un dinosauro che da secoli viveva su quella scaglia di roccia.

Le note si rincorrevano accavallandosi e la montagna tutta stava in silenzio, come ad ascoltare quel lamento così estraneo, ma così familiare, quell’urlo carico di angosce, di cose non dette, di discorsi pensati per mesi e poi mai affrontati, di sogni svaniti puntualmente, quell’urlo carico di ricordi di persone amate solo con un silenzio vigliacco e poi sparite senza aver avuto nemmeno il tempo di salutarle.

La montagna ascoltava il lamento del ragazzo e della chitarra, amaro come l’odore dell’ozono nell’aria prima del temporale, amaro come l’acqua nelle cavità dei tronchi dopo il temporale.

E dal cielo plumbeo, carico di nubi, neanche un raggio di sole.

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Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

13 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli

Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

C’è stato un tempo in cui i briganti tingevano di paura le favole della buonanotte davanti al focolare, ma c’erano persone che non li temevano, povera gente per cui i briganti erano eroi. Famiglie, soffocate da tasse e ingiustizie, in cui una nidiata di bambini soffriva la fame e allora un brigante, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, diventava un beniamino. Il Robin Hood della città di Bologna fu Prospero Baschieri che, per un breve periodo fra il 1809 e il 1810, compì gesta tali da regalargli l’immortalità ed entrare nella leggenda. Nato in una famiglia di contadini nel 1781, era il quinto di otto fratelli e aveva sofferto i sacrifici della miseria fin dall’infanzia, nelle fredde e paludose pianure emiliane di Maddalena di Cazzano fra Bologna e Ferrara, dove era venuto alla luce. Una zona intensamente popolata e coltivata, ma in cui le bocche da sfamare erano sempre troppe. Si racconta che fosse un omone alto più di due metri, forse il desiderio di farlo apparire “grande” lo rese addirittura un gigante nella fantasia popolare. Lo avevano soprannominato “Pruspron”, di carattere mite, se non veniva provocato, amava stare tranquillo e non avrebbe chiesto di meglio che sposarsi, lavorare la terra e mettere su casa a Cadriano, dove si era trasferito a vivere con la sua famiglia, ma furono i tempi tristi in cui cresceva a negargli anche queste minime soddisfazioni.

Nel 1796 le province settentrionali dello Stato Pontificio erano state invase e conquistate da Napoleone Bonaparte, alla testa del rivoluzionario esercito francese, queste regioni erano entrate così, a forza, a far parte della repubblica cisalpina, dando origine un po’ ovunque a moti di resistenza popolare, simili per forma e per motivazioni a quelli per cui è rimasta gloriosamente famosa la Vandea. In Italia tali movimenti passarono alla storia con il nome di “insorgenza” e in dialetto bolognese gli aderenti vennero chiamati “insurzènt”. Il fenomeno, per falsa ideologia, è stato volutamente sottaciuto e dimenticato, ma resta il più grande caso di insurrezione popolare che la nostra storia conosca, sia per estensione, perché toccò tutte le regioni cadute sotto la dominazione francese che per durata, poiché continuò dal 1796 al 1814. Per questo motivo gli insorgenti, di cui si fa scarsa menzione nei libri di storia, vengono ricordati solo come briganti e le loro gesta indicate alla stregua di delinquenza comune.

In quel lontano 1809 Bologna e i suoi dintorni erano affamati dalle truppe napoleoniche che, in nome della pace, tenevano tutta la popolazione soggiogata da atti di forza e violenza, razziando indisturbati i magazzini e depredando opere d’arte da ogni dove. Icone religiose, libri antichi, quadri, reperti archeologici venivano continuamente prelevati e spediti a Parigi. Napoleone, nel conquistare Bologna sconfiggendo le truppe papaline, aveva promesso libertà, ma aveva finito al contrario col soggiogare il popolo, ridurlo alla miseria e aveva sottoposto i nobili a prestiti “volontari” fino a 250.000 lire. Il capoluogo emiliano fu letteralmente saccheggiato. Nel cortile di San Salvatore fu addirittura allestita una fonderia per sciogliere gli oggetti di culto sottratti dalle chiese e ricavarne metallo prezioso. Unica icona che si salvò dalla razzia, fu quella della Madonna nera venerata a San Luca forse solo perché, ben conoscendone la particolare devozione dei bolognesi, Napoleone volle evitare ogni ulteriore sollecitazione a rivolte popolari pericolose. La fame e la disperazione avevano già fatto ribellare il popolo in sanguinose insurrezioni che erano sfociate nell’assalto ai forni del 1801, quando per protesta era stato rimosso da piazza del Mercato anche “l’albero della libertà” eretto dai francesi al loro arrivo.

Contro gli insorgenti regnava il clima del terrore e arrivò anche la ghigliottina simbolo della repressione, un monito preciso: chi non chinava la testa, la perdeva senza pietà. Fu una novità assoluta per Bologna, eretta a piazza del Mercato, aveva preso il posto della mannaia romana che venne poi ripristinata e usata nello Stato Pontificio come mezzo per le esecuzioni capitali fino al 1870. Una piccola parentesi, la prima sentenza che il boia dovette eseguire con la ghigliottina non fu a carico di rivoltosi, ma per un processo ordinario. Il primato toccò infatti a un certo Bellentani, orafo bolognese la cui moglie lo aveva tradito con un ex abate di San Michele in Bosco che, smesso l’abito talare, ne era diventato l’amante. Il poveretto, scoperta la tresc, aveva perso la testa e ucciso l’ex religioso, anzi aveva ucciso l’ex religioso e poi… perso la testa.

Tornando a Prospero Baschieri, nel 1804, aveva rifiutato di aderire alla leva napoleonica e a ventotto anni divenne capo di un manipolo di “insorgenti”. Le imprese che compì dunque in quel periodo non sono da considerare atti di un criminale comune, ma vanno inquadrate in quel contesto di insurrezione popolare di cui sopra, come rivalsa di una Bologna sofferente per le continue ingiustizie patite durante il dominio napoleonico. Per quasi un anno era riuscito a sfuggire all’orrenda punizione della ghigliottina dando filo da torcere ai francesi, il suo nascondiglio erano le valli, allora paludose, che si estendevano intorno a Bologna, ricche di acque e di canneti e quindi impraticabili a chi non le conoscesse come le sue tasche. Dotato di una certa abilità strategica, riusciva sempre a cavarsela anche perché era benvoluto e amato dalla popolazione che lo reputava un rivoluzionario benefattore e lo aiutava a trovare sempre nuovi nascondigli. Si era messo in testa di liberare il popolo dall’oppressore e, a capo di una banda di 25 contadini, il 4 luglio del 1809 invase Budrio e Minerbio occupando l’intero territorio; sapeva bene di non poterne mantenere il controllo, ma sperava in cuor suo di alimentare focolai di ribellione e di trovare un sempre maggior numero di aderenti alla sua rivolta. Col tempo, divennero una banda di oltre duecento uomini e misero a soqquadro tutta la bassa, da Medicina a Sant’Agata Bolognese. Animato solo dall’incoscienza e dal desiderio di libertà provò anche a liberare Bologna, cercando di aprire una breccia a porta Galliera, ma, con poche armi, senza cannoni e senza l’adesione popolare sperata, fallì miseramente e fu costretto alla ritirata dall’artiglieria napoleonica e dalla Guardia nazionale. Non si arrese, però, e, continuando con azioni di guerriglia, in ottobre occupò San Giovanni in Persiceto, dove sconfisse un folto drappello di francesi che, quando si arresero consegnando le armi, lasciò liberi senza far loro del male, perché Baschieri era un uomo d’onore e dotato di grande coraggio. Con sprezzo del pericolo dimostrò che gli emiliani potevano ancora alzare la testa e in molti paesi della bassa indusse i funzionari alla resa: li costringeva a scappare entro le mura di Bologna e divideva sempre i proventi delle sue imprese nei paesi che liberava con la popolazione affamata. Lui e la sua banda, ebbero anche per un certo periodo l’appoggio esterno dell’arciduca Carlo d’Asburgo, che teneva impegnato l’esercito napoleonico su altro fronte, ma, quando i francesi sconfissero quest’ultimo, Baschieri si ritrovò solo. I francesi cominciarono a perlustrare le campagne in cerca degli insorti. Nonostante ciò, battendosi con onore fino all’ultimo respiro, ben sapendo che oramai ogni speranza era perduta, Baschieri condusse un assalto alla caserma di Altedo, che fu data alle fiamme e, ancora una volta, il presidio francese fu costretto alla fuga

Non sarebbe stato tanto facile ridurlo alla resa, ma spesso la viltà e il tradimento vincono sull’onore e la fede: il 12 marzo 1810, Baschieri fu tradito e consegnato ai francesi dalla famiglia Rubini che gli dava in quel momento ospitalità. Venne raggiunto da un folto drappello di francesi mentre si trovava ospite in una delle loro cascine in località “podere Malcampo”. Dopo un conflitto a fuoco che non risparmiò morti da ambo le parti, Prospero, che si era battuto con forza selvaggia, venne ferito mortalmente. Prima di cadere si guardò intorno salutando per un’ultima volta la sua campagna, raccolse un pugno di terra stringendolo fra le dita e chiedendosi forse perché tutti i popolani non avessero amato come lui quei luoghi, tanto da unirsi nella lotta, ma fu il pensiero di un attimo e poi, per non cadere in mano ai francesi, si tuffò nel canale dove morì dissanguato. I suoi nemici ne raccolsero il cadavere e, in segno di disprezzo, per additarlo ad esempio a tutta la popolazione della bassa che aveva plaudito le sue imprese, lo ghigliottinarono anche dopo morto e la sua testa, conficcata in cima a un palo, rimase esposta a lungo come monito in piazza del Mercato a Bologna, dopo essere stata mostrata come un trofeo, in una sorta di macabro corteo che aveva percorso tutte le lande dove aveva combattuto e vinto contro i francesi.

Prospero era il contadino che aveva liberato la bassa e quando un uomo diventa un eroe si erge a simbolo per l’intera popolazione, così le sue gesta divennero leggenda, ma il popolo è vittima di una strana malattia per cui si lascia condizionare nei giudizi e nelle passioni dal successo e dall’insuccesso e si dimentica in fretta gli eroi innalzando i vincitori. Accadde che nel giro di poco tempo una canzone di chiara marca propagandistica, commissionata dal regime, venne applaudita di piazza in piazza proprio dai membri del suo clan, da coloro che lo avevano osannato e al quale il valoroso Prospero era stato a fianco fino al sacrifico ultimo della sua vita.

Traversando per il campo Per voler cogli altri andare Mi mancarono le forze Non potei più camminare E così steso per terra Senza aiuto e alcun conforto Dei nemici fui la preda e restai per sempre morto Indi a budrio con gran pompa Fui portato con gran festa E dal popol nella piazza Beffeggiata fu mia testa…"

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