KOBILEK di Ardengo Soffici
Ardengo Soffici (1879 – 1964), scrittore, poeta e pittore, fu uno dei protagonisti del vivace ambiente culturale italiano d’inizio secolo. Soggiornò a Parigi dove conobbe tra gli altri Picasso e Apollinaire (anch’egli scrittore e poi soldato nella Grande Guerra); fu uno dei fondatori della rivista Lacerba e convinto interventista. Nel dopoguerra si legò al Fascismo. Sul primo conflitto mondiale ci ha lasciato due diari: Kobilek e La Ritirata del Friuli.
Kobilek racconta la presa del Monte omonimo, nell’ambito di quell’ampia offensiva che nel 1917 permise all’Italia di occupare l’altopiano della Bainsizza. Come tenente partecipò da vicino a quelle operazioni. Si tratta di un diario pieno di verve guerresca, a tratti di ispirazione classica per i rimandi a una grandezza antica e per la ricerca di profili “plutarchiani”; in particolare il maggiore Casati, amico con cui l’autore prima della guerra aveva condiviso molte giornate fiorentine e parigine, risente di questa idealizzazione per la calma e la misura che caratterizzano il suo fermo contegno anche nelle circostanze più delicate. La prosa è potente, legata come stile ad alcune avanguardie artistiche del primo Novecento (Soffici ebbe un tormentato legame col Futurismo); in generale c’è un impatto descrittivo adatto a presentare un campo di battaglia fatto da rocce, sterpaglie bruciate dal sole, fossati, boschi annichiliti dalle artiglierie dove l’afa e la sete tormentavano i fanti. Non mancano le descrizioni liriche: “E oggi ho visto un rosignolo che saltellava ingenuamente sul reticolato, di filo in filo”.
Qualche aspetto può apparire inquietante, come quando si reclama una sorta di diritto dei combattenti a mettere in riga quella parte del Paese (il “putridume”) che non asseconda abbastanza lo sforzo bellico: “Chi ride, scherza, sopporta tanti disagi (…) in faccia alla morte imminente, ha il diritto di essere padrone della vita futura italiana, e se dovesse essere defraudato del suo diritto avrà ragione di divenir terribile”.
Le sofferenze della guerra sono presenti nel testo, ma l’entusiasmo per la lotta e per gli obiettivi da conseguire prevalgono sulla paura e sui disagi. Il diario ci presenta da vicino le manovre dei reparti e tutti i problemi di una complessa offensiva di cui ogni reparto era solo una piccola parte; accade così che gli uomini guidati da Soffici e da Casati (di cui poi lo scrittore diventa aiutante maggiore) sono costretti a fermarsi a lungo perché tre mitragliatrici nemiche bloccano il passaggio, mancano ripari sufficienti per difendersi dai colpi, si rischia di perdere il collegamento con gli altri reparti e ciò determina incertezza e alcuni momenti di panico tra i soldati. Soffici si trova varie volte senza informazioni esatte; nascono equivoci e si crea angoscia. Eppure gli ufficiali e i subalterni rispondono bene alla tensione e alla fine, grazie anche all’artiglieria, le truppe prendono il Kobilek. Soffici, fino a poco prima incerto sulla sorte della sua compagnia, raggiunge pur ferito i compagni sulle alture finalmente occupate e qui c’è il momento più emozionante del diario, in cui i soldati vittoriosi sono su “una specie di anfiteatro favoloso”, appollaiati alla meglio, simili a “uno stormo di avvoltoi che si riposassero da qualche fantastico volo”.
Lo scrittore, colpito seriamente a un occhio, viene portato nelle retrovie. In ospedale riceverà la visita del generale Capello (già incontrato prima e di cui lascia un vivace ritratto) e della Duchessa D’Aosta. Le memorie dell’artista terminano con le parole inviate dall’amico Casati, anch’egli ferito ma felice per il successo dell’avanzata. Si tratta di un diario che racconta una vittoria, con enfasi e qualche momento di retorica, ma non senza umanità e partecipazione come quando in un bosco, accanto al corpo di un austriaco, Soffici trova un libro di Schopenhauer. L’ironia che fa riferimento alla fine del “lettore pessimista” diventa subito rispetto per la vittima: “Ma no, non era il momento di ridere. La morte in battaglia, è così vicina a tutti, che ci si sente portati a rispettarla anche nel nemico”. Poco prima, a proposito di un altro nemico caduto aveva scritto: “ (…) finché dura la battaglia, tutti siamo morti nell’animo”.
Maria Grazia Di Biagio, "Nella disarmonia dell'inatteso"
Maria Grazia Di Biagio
Nella disarmonia dell’inatteso
Bel Ami Edizioni – Pag. 80 – Euro 10
Maria Grazia Di Biagio è una vera poetessa, una che non si limita a scrivere versi senza leggere, per essere originale e non avere padrini letterari. Sembra impossibile ma ne ho conosciuti tanti di (presunti) poeti che non leggono poesia ma si credono vati e fanno i sostenuti se non li leggi. I versi di Maria Grazia Di Biagio raccontano un amore che non fa rima con cuore ma è ricco di metafore straordinarie e di versi suadenti.
È un anno di parole che non scrivo
e non c’è incuria o disamore, credi,
se ho lavato la matassa dei pensieri
e l’ho stesa al silenzio ad asciugare.
Renato Fiorito - autore di un’ispirata postfazione - ha avuto la mia stessa sensazione di struggente tenerezza nel leggere i versi sopra riportati, forse perché anche lui aveva bisogno di rispecchiare in altrui parole il proprio dolore. Questa è la forza della vera poesia, ma anche della vera letteratura, di una scrittura profonda che non sia volta a realizzare il mero intrattenimento.
Non è cambiato molto da quel giorno
cado ancora come allora
mi sbuccio le ginocchia
ma non piango più, purtroppo
e questo è male, perché il pianto cura,
è pioggia che consola, il pianto.
Ho letto questi versi a mia figlia, certo lei che ha sette anni non ha pensato al male di vivere di montaliana memoria, né al vizio assurdo di Pavese, ma alle sue ginocchia sbucciate e al pianto, facendomi notare che le lacrime sono una pioggia metaforica che cade dai suoi occhi quando è triste, addolorata o soffre. Grandezza della vera poesia che si fa apprezzare da una bambina, come quella del mio amico cubano Felix Luis Viera che parla della figlia lasciata a Cuba per un doloroso esilio quando aveva quindici anni, racconta la sofferenza tangibile d’un padre in fuga.
Cerco in ogni libro una rivelazione
oppure un’intuizione condivisa,
una piccola cosa impertinente,
una violetta sbucata dalla neve
che mi faccia sentire meno assurda.
Cerco la bellezza delle cose
nella disarmonia dell’inatteso,
nelle parole, il senso primo del significato.
Altri versi che raccontano l’importanza di un libro, di una storia, di una pagina scritta, dove cerchiamo soprattutto noi stessi, il senso profondo delle cose, per recuperare stupefatti una metaforica violetta sbucata dalla neve.
Ho mentito.
Non è vero che non sto scrivendo
sono solo versi bianchi
ma ho finito i fogli colorati.
Stupenda la chiusura della raccolta. Il poeta non può fare a meno di scrivere, se ti dice che non sta scrivendo sta mentendo, il poeta è un fingitore, come scrive Pessoa, ma nel caso della Di Biagio è un sincero dispensatore d’amore, che quando finisce i fogli colorati scrive solo versi bianchi.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Sasso assassino
Era stato un sasso, solo un maledetto sasso. Non particolarmente grande, affusolato, biancastro; se non avesse avuto un paio di irregolarità, lo si sarebbe quasi scambiato per un uovo. Era l’ideale, come forma, per venire lanciato con una fionda. Ancora però non si sapeva come si fossero svolti i fatti. Ora il sasso si trovava in un contenitore trasparente, posto sulla scrivania del gerarca Steiner che si tastava di tanto in tanto la testa, zeppa di pensieri e di dolori; una benda gli cingeva la fronte, da cui aveva smesso di fuoriuscire il sangue che aveva lasciato qualche traccia rossastra anche su quella pietra. A diverse ore dai fatti, il gerarca e ufficiale non cessava di ruminare intorno a quell’episodio che aveva rovinato la sua investitura a governatore della città, evento per il quale molto si era impegnato. Aveva organizzato una parata per il corso principale, delimitato da due grandi archi romani; le macerie erano state occultate alla meglio e i simpatizzanti delle truppe di occupazione erano stati mobilitati in gran numero, mentre la piazza dove il corteo sarebbe giunto per la solenne cerimonia avrebbe offerto uno scenario ideale. Là, accanto al grande anfiteatro romano, il gerarca si sarebbe richiamato alla grandezza degli antichi imperatori; a poche decine di metri c’era ancora un tratto delle mura fatte costruire dall’imperatore Gallieno. Poi era accaduto ciò che ancora angustiava tremendamente il povero Steiner. Proprio quando si era alzato in piedi sulla macchina scoperta, come aveva visto fare in tanti cinegiornali, offrendo lo statuario corpo con marziale posa alla folla, un sasso lo aveva centrato alla tempia sinistra. Un colpo netto, non fortissimo, ma sufficiente a farlo cadere sul sedile. Era stato soccorso ed era giunto un medico, mentre i soldati avevano reagito scioccamente sparando a caso tutto intorno. Proprio lui aveva interrotto la sparatoria urlando: “E’ solo un sasso! Basta!”.
Mentre nel suo studio si stava riprendendo dalla ferita, sentì profondamente la vergogna per essere stato abbattuto in quel modo. Non si sapeva che cosa fosse accaduto precisamente. Forse un altro automezzo in movimento aveva fatto schizzare quel sasso, oppure il lancio faceva parte del gioco avventato di qualche gruppo di ragazzini. Davanti a migliaia di persone, l’ufficiale era stato messo fuori combattimento da una pietruzza. Questo solo contava per lui, ora che seguitava a osservare il sasso. Chissà cosa avrebbero detto a Berlino! Un gerarca steso da quel coso a forma di uovo! Il nemico più grande per un ufficiale serio e quadrato era il ridicolo. Che cosa si poteva fare contro il ridicolo? Tirare raffiche come avevano fatto i suoi uomini? Impossibile liberarsene. Ogni tanto entrava nella stanza qualche subordinato che lo ragguagliava sulle indagini avviate; si scomodavano parole come attentato, arresti, rappresaglie. Una reazione energica e sproporzionata avrebbe solo peggiorato le cose, dando forza ai fatti accaduti. Steiner lo sapeva, ma ascoltava poco. Premette invece perché venissero dei geologi da Berlino; voleva far esaminare l’arma del delitto da loro. Bisognava capire scientificamente quanto era accaduto; mentre passeggiava nella stanza con le braccia dietro la schiena, cominciò a dettare alcune disposizioni al suo segretario, senza distogliere gli occhi dal recipiente e dal suo contenuto. Si doveva provvedere a fotografarlo, mandare le foto da qualche specialista, possibilmente far venire qualche esperto a esaminarlo direttamente. Steiner voleva capire come fosse accaduto che quel sasso si fosse frapposto fra lui e la sua apoteosi. Era arrabbiato e mortificato; non avevano preparato una bomba contro di lui, nemmeno gli avevano sparato. Si era usata un’arma rudimentale, semplice, da monelli di strada. Si ricordò di quel re che era andato su tutte le furie, dopo che uno squilibrato gli aveva sparato con un fucile di piccolo calibro, buono per tirare ai passerotti. La sua ira, si raccontò, non era legata all’attentato in sé; infatti, ogni autentica autorità dotata di fierezza e consapevolezza del proprio ruolo di argine contro il disordine, auspica quasi di subire almeno un tentativo di omicidio. Erano le modalità usate a essere francamente inaccettabili. Il re si era sentito umiliato davanti a un’arma così modesta e infatti rifiutò ogni clemenza all’attentatore.
Steiner, invece, nemmeno sapeva da chi fosse stato lanciato il sasso e se qualcuno effettivamente lo avesse tirato. Continuò a dettare le sue richieste al segretario che non osava commentare. Voleva che si scoprisse da dove veniva, quale fosse la sua storia, da quale mare o fiume fosse stato sballottato e levigato nel corso dei millenni, come fosse arrivato su quella strada, quando e soprattutto perché. Essere vittima del puro caso era doloroso, perciò voleva raccogliere ogni elemento possibile per capire se ci fosse una logica. Farsi classificare come ufficiale sfortunato avrebbe aggiunto compatimento al ridicolo che già sentiva graffiargli direttamente la carne.
Il segretario, con qualche imbarazzo, si permise di chiedergli se l’indomani desiderava farsi visitare nuovamente, ma non ricevette risposta. Il gerarca sollevò il recipiente per osservare meglio, poi ordinò di mandare a Berlino la richiesta di avere subito un geologo ben qualificato.
“Chissà che pietra sarà” disse con un sospiro. Poi ripensò a quando era in servizio vicino al Mar Baltico. Anche là gli era capitato un episodio particolare. Due soldati della sua unità erano stai trovati morti sulla riva di un fiume. Non si erano capite le cause della loro fine. Nessun segno di arma da fuoco o da taglio era stato trovato sui corpi, quindi non erano i partigiani i colpevoli. Un autentico enigma. Poco prima di venire trasferito, Steiner aveva avuto un interessante colloquio con un vecchio pescatore che gli aveva offerto questa spiegazione: “Vede signore, i suoi uomini sono stati trovati vicino a un fiume molto pescoso. Sembra che ogni tanto, tirassero qualche piccola bomba nel fiume e poi raccogliessero i pesci ammazzati che arrivavano a riva. Non è decoroso pescare così dalle nostre parti. Direi antisportivo. Qui i pesci sono patriottici e questo non stupisce nessuno, ma soprattutto sono amanti della lealtà. Si metta nei panni, o nelle pinne, di un pesce attento alle forme, tutto d’un pezzo, orgoglioso, retto da un’etica da cavaliere medievale. Se lei fosse un pesce simile, tollererebbe di essere cacciato con sistemi rudi e sleali? Ci vuole rispetto, un pesce non è una gallina. Perciò ritengo che i nostri amici dei fiumi si siano vendicati. Sono stati loro”.
Questo discorso aveva impressionato il gerarca a tal punto che con ingenuità ne aveva poi parlato a un collega, senza fargli capire che considerava quella spiegazione solo una curiosa storiella. Il prevedibile risultato era stato che tra i commilitoni le risatine solevano accompagnare la pronuncia del suo nome. Adesso, dopo quel precedente, rischiava di subire un’altra ondata di ridicolo. Dopo la storia dei pesci che ammazzavano i suoi uomini, ecco i sassi che da soli si scagliavano contro di lui. Era tutto un caso? Aspettava dei responsi scientifici per capire meglio. I medici nel frattempo giudicavano la sua ferita lieve, ma lui preferiva passare le giornate nel suo studio a guardare il sasso, senza riprendere le normali attività. Attendeva con impazienza l’arrivo del geologo che aveva richiesto. Dopo una settimana, gli giunsero invece alcune voci sui commenti fatti a Berlino. Sembrava che una vignetta lo rappresentasse qualche istante dopo il ferimento. Accanto a lui avevano disegnato Cristo che gli diceva: “Alzati e cammina”. Il governatore resse ancora per una decina di giorni, poi il disonore e lo scoramento prevalsero. Fu ritrovato con la testa appoggiata sulla scrivania, accanto all’oggetto della sua morbosa attenzione.
L’ufficiale che per primo lo vide in quello stato era venuto ad aggiornarlo sulle indagini; avevano arrestato un giovane di nome David. Chissà che cosa avrebbe pensato Steiner a riguardo. Sentendo quella notizia, forse anche da morto si sarebbe sollevato e poi avrebbe afferrato il recipiente; quindi avrebbe probabilmente preteso di accertare se fosse plausibile che quella pietra avesse già avuto un uso simile nell’antichità. Forse, in effetti, c’era una possibilità su un milione che quel sasso, viaggiando per millenni, tra infinite peripezie, subendo e partecipando ai giochi sconosciuti della natura e della terra, fosse lo stesso usato molto tempo prima da un pastorello per abbattere il più temuto dei nemici del suo popolo.
Questo è il primo racconto della raccolta PIETRE, la cui anteprima è visibile sul sito ilmiolibro.it.
Mario Calabresi, "Spingendo la notte più in là"
Mario Calabresi
Spingendo la notte più in là
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Mondadori – Pag. 130 – Euro 14,50
Mario Calabresi scrive il libro più difficile della sua vita, quello che ha pensato di realizzare per anni - ogni volta in modo diverso - ma che ha sempre evitato di concepire come una replica astiosa a troppe accuse infamanti. Spingendo la notte più in là racconta la storia della sua famiglia, distrutta dal terrorismo, da un atto insensato organizzato nelle segrete stanze dell’estrema sinistra italiana, avallato da articoli di fuoco pubblicati da quotidiani come Lotta Continua. Non solo, narra altre vittime della barbarie terroristica - poliziotti, giornalisti, medici, agenti di scorta, servitori dello Stato caduti a difesa delle istituzioni -, veri figli del popolo (come diceva Pasolini) eliminati da un’elite intellettuale che giocava (con il fuoco) alla rivoluzione. Mario Calabresi è figlio di Luigi, il commissario di polizia assassinato perché qualcuno aveva costruito la leggenda del boia addestrato dalla CIA reo di aver ucciso e gettato dalla finestra l’anarchico Pinelli. Spingendo la notte più in là parla alla coscienza di tutti noi, mi fa vergognare di aver ascoltato e persino canticchiato la cialtronesca canzone di Claudio Lolli che racconta la morte di Pinelli secondo le veline di Sofri e di Lotta Continua. Mi fa ricordare che negli anni Settanta e Ottanta ci avevano convinto che la realtà virtuale del commissario assassino fosse realtà storica. Gente come Giampiero Mughini, Erri De Luca - che parlano e scrivono ancora! -, persino Adriano Sofri - che scrive su Repubblica e io mi rifiuto i leggerlo! - adesso sono venerati come opinionisti e scrittori di rango, mentre con i loro articoli, con assurde opinioni dettero via libera all’omicidio di un servitore dello Stato. Mario Calabresi non si lascia andare ad alcun desiderio di vendetta in un libro che nel finale tocca vette di pura poesia quando l’autore segue la voce del padre e del nonno e decide che tutto sommato la cosa migliora è scommettere tutto sull’amore per la vita. È l’insegnamento della madre, l’idea che ha sempre seguito convinto di non sbagliare, anche quando ha visto uscire dal carcere - persino graziati! - gente come Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. L’obiettivo del libro è quello di contribuire alla pacificazione nazionale, superare un tragico momento storico della nostra vita, quando per morire era sufficiente fare il giornalista o il magistrato, solo perché un tribunale del popolo aveva deciso la tua sorte. Mario Calabresi mi ha fatto ricordare che vedo spesso Renato Curcio alle fiere del libro, ché lui come me è un piccolo editore, manda avanti Sensibili alle foglie, realtà più conosciuta del mio Foglio Letterario, per meriti di lotta politica. Ecco, io non ho avuto nessuna vittima in famiglia da quella stagione del terrore, ma non mi è mai venuta voglia di scambiare qualche parola con Renato Curcio. Io sono un vero figlio del popolo, uno di quelli che diceva Pasolini. Non lui, dispensatore di morte e di aberranti ideologie. Grazie Mario Calabresi per questo libro. Leggerlo fa bene al cuore.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo è un libro di Calabresi Mario pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu. Non Fiction : € 12,32 ...
http://www.ibs.it/code/9788804568421/calabresi-mario/spingendo-notte-piu.html
Lillo Favia, "Come meta il viaggio"
Come meta il viaggio
Lillo Favia
Ebook 2014
Tutto si può dire di “Come meta il viaggio”, di Lillo Favia, tranne che non sia originale. Non per il contenuto - ché pur sempre trattasi di storia maschile di sesso, droga e rock and roll – ma piuttosto per lo stile. Di solito testi di questo genere, sulla scia dei vari Kerouack, Bukowski, Carver etc, che imperversano nella narrativa odierna prodotta dai maschi dai vent’anni in su, sono scritti in un linguaggio “postmoderno” infarcito di volgarità, ormai standardizzato fino a diventare anonimo. Il romanzo di Lillo Favia, invece, gioca con le parole e porta avanti un’approfondita ricerca, non per niente egli si definisce “meccanico della lingua”. La narrazione si avvale di una prosa che sfocia nella poesia, alternandosi spesso a essa. Favia non lascia nulla al caso e l’analisi stilistica diventa esistenziale.
“Per un artista, l’opera è una missione, un percorso impervio in cui rintracciare un’ipotesi di libertà. In cui provare a risolvere i propri dilemmi, le proprie paure, il proprio non saper vivere.”
Il narratore racconta la storia dell’amico Max, prematuramente scomparso. Insieme i due hanno attraversato tutti gli stadi di un vivere giovanile estremo, dal viaggio on the road, alle canne rollate, su su fino al primo buco, alla dipendenza da eroina descritta con la stesso sguardo ravvicinato di Gregory David Roberts in “Shantaram”, alla disintossicazione nella comunità di recupero Albatros, diretta dal tremendo Don Rosario, personaggio ambiguo e non del tutto positivo. Alla fine, però, i cammini dei due giovani divergono: Max perirà poiché la perdita che dovrà subire sarà talmente dolorosa e inaccettabile da poter essere sublimata solo con la morte. Prima di morire, però, egli sceglierà la strada, diventerà un senzatetto, nell’accezione più nobile del termine. La strada, più che la droga o il viaggio, incarnerà l’indagine spirituale, l’affinamento, la libertà da ogni sovrastruttura, il percorso dentro se stessi.
“È solo grazie al suo intuito se ho potuto intraprendere questo esaltante percorso letterario, questa impagabile auto-analisi”
Sorge il dubbio che Max sia l'alter ego del protagonista, e il “Max pensiero” ciò che il protagonista pensa o vorrebbe pensare. Max è quello che il protagonista diventerebbe se andasse a fondo nell’autodistruzione, nella trasgressione, nell’annullamento dei legami civili: amicizia, amore, famiglia, dogma. E il rapporto che li lega è indefinibile, quasi una sorta di amore platonico che supera e sublima ogni vincolo con l’altro sesso.
Ambientato negli anni 80 e 90, fra la Puglia, l’Olanda e vari altri luoghi, il romanzo mostra una vera e propria ossessione per le date, quasi a voler fissare i momenti, a voler imbrigliare e catalogare una vita che appare senza direzione, dando senso alla morte. E la morte, si scoprirà, è un diritto, un atto di estrema affermazione di sé:
“Sono pronto ad affermare che Max aveva tutto il diritto di decidere il proprio futuro, di arrogare volontà di vita o di morte sul proprio tempo. Mi vergogno come un assassino per aver messo in discussione il suo libero arbitrio. Ora che ho viaggiato fra i suoi tormenti, tra le sue scritture, tra i suoi ricordi; ora che assaporo in pieno il proverbiale respiro della parola “vita”: riesco a percepire la sua condizione di neo giovane Werther.”
Scrittore e musicista barese, Lillo Favia sembra optare per la commistione di generi e stili in modo sperimentale. Ed anche questa pare essere una caratteristica degli artisti di ultima generazione, cioè la multimedialità e la mescolanza della scrittura con altre forme d’arte, dalla musica, al canto, alla danza. C’è una miscela fra un “basso” – la vita randagia, le crisi d’astinenza, il sesso a pagamento –e un “alto” costituito dai frequenti abbandoni lirici della prosa.
“Partimmo a notte fonda, all’ombra di un cielo nero. L’aria era farcita di quei tipici sapori del litorale pugliese, le alghe fresche allineate dal grecale, l’ulivo, il pino marittimo, le effusioni di terra d’argilla rossa e rosmarino si rincorrevano e mischiavano lungo la lingua d’asfalto.”
Certo è che non sempre la mistura di tecniche e forme espressive (fra appunti, dialoghi, brani di diario, versi lasciati in giro da Max come indizi) riesce ad apparire funzionale, capita di chiedersi se non si sia voluto accogliere tutto (troppo) senza saper tralasciare o, come minimo, amalgamare, e nasce il sospetto di possibili incursioni nel diario privato dell’autore.
Nel complesso un lavoro scorrevole, nonostante la sperimentazione, che non annoia ma, piuttosto, mostra un notevole sforzo di elaborazione linguistica, non comune di questi tempi e senz’altro positivo.
IL COLPO CONTRO IL PORTONE
Il protagonista di questo racconto di Kafka passeggia con la sorella. Fa caldo. Passano davanti al portone di un cortile. Sono in una zona a loro non nota. La giovane bussa al portone (o forse accenna a farlo). Un gesto banale, semplice, scherzoso. Eppure quasi subito c’è la percezione che le conseguenze saranno durissime. La gente del posto li guarda con aria di disperazione, come se la coppia fossero già condannata. Il ragazzo sorride e ostenta tranquillità; il fatto, apparentemente insignificante, si può facilmente spiegare. Solo delle persone ignoranti come quelle del luogo possono agitarsi tanto senza motivo. Ma un gruppo di cavalieri armati di lance poco dopo si mette al loro inseguimento. C’è anche un giudice tra loro. La ragazza riesce a dileguarsi. Il giovane viene raggiunto e condotto nella casa di un contadino. L’ambiente è davvero inquietante: “Grandi pietre per il pavimento, scure, parete grigia, nuda, non so dove un anello di ferro murato, e nel mezzo qualcosa tra il pagliericcio e la tavola operatoria”. L’arrestato credeva come cittadino di poter chiarire ogni cosa e addirittura di uscirne con tutti gli onori (anche il protagonista del Processo ha pensieri simili e ugualmente fallaci). Ma dopo essere entrato in questa prigione, dispera di salvarsi. Scopre di non avere diritti o tutele, ma solo colpe.
Colpisce la sproporzione tra il “misfatto” e la punizione; oltretutto il gesto potrebbe non essere mai stato compiuto. Sembra venga punito il presunto significato dell’atto; anche l’accennare a bussare a una casa importante è uno sberleffo o una piccola manifestazione di ribellione che un potere assoluto e paranoico non può tollerare. Il gesto è avvenuto in pubblico e questa è un’aggravante. La dura reazione seguente confermerà lo status quo; nulla deve cambiare, solo la sottomissione viene permessa come la gente del posto ha capito, a differenza dei due giovani che sono forestieri. L’ignoranza della legge non è una scusante sufficiente. Il portone è intoccabile in quanto allegoria di un contesto (con le sue gerarchie) che è esso stesso intoccabile. Impressiona anche l’istantaneità dell’intervento “giudiziario”; tra i cavalieri che arrestano il ragazzo c’è anche un giudice che quindi non sembra una figura terza. Non può esserci scampo per il “colpevole”.
Basta così poco per essere sanzionati? A volte è sufficiente uno sguardo duro.
Nel 1917, all’indomani del disastro di Caporetto, nel padovano avvenne un gravissimo episodio. Si voleva imporre all’esercito la massima disciplina in un momento drammatico in cui il nemico aveva occupato parte del suolo nazionale. Il generale Graziani, nominato da poco Ispettore Generale del Movimento di Sgombero, nel pomeriggio del 3 novembre, fece fucilare contro il muro di una casa un artigliere; il militare venne arrestato mentre sfilava con il suo plotone, reo per Graziani di averlo guardato con atteggiamento di sfida e di avere il sigaro in bocca. Il generale aveva pieni poteri, di cui fece varie volte ampio uso.
Forse il giovane non mostrò soggezione davanti al superiore, forse il suo sguardo non fu abbastanza deferente; anche in questo caso, come per il colpo al portone, non è chiaro cosa sia accaduto e abbia portato a una simile reazione. Bastò comunque un nulla perché Alessandro Ruffini, di anni ventitré, finisse fucilato, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di Noventa Padovana.
Un giorno di ordinaria follia
Suona il telefono e sul display compare numero privato. Non è un parente stretto, ergo il cuore accelera.
“Salve, sono dell’associazione culturale tal dei tali, la contatto in merito a quegli articoli che lei ha scritto.”
“Ah… ehm… guardi, non è che io sia proprio un’esperta dell’argomento, cioè… ho letto qualcosa… mi sono informata…”
(Oddio, per chi mi ha preso questo? Oddio, forse mi crede più di quel che sono, in fondo ho solo fatto qualche ricerca, ho letto Wikipedia, oddio non sono assolutamente all’altezza… stai a vedere che ho scritto un mucchio di cazzate e questo vuole sconfessarmi.)
“Vorremmo incontrarla di persona.”
(Ma che bisogno c’è? Ma non vi basta quello che scrivo? Cos’è questa necessità che hanno sempre i babbani di vedersi, d’incontrarsi, di bere un caffè insieme?)
“Ehm… ma per quale motivo, scusi?”
“Noi facciamo delle conferenze.”
(Conferenze???!!! Io?!!!!!) “Sa… io avrei un problema a parlare in pubblico…”
“Che vuole che sia! Ma non si preoccupi, siamo tra amici!”
(Ma io nemmeno tra amici.) “Mi dispiace, sono molto timida.”
Risata: “Eheh, le allestirò un confessionale, va bene?”
(Ha ragione Claire: i babbani non capiscono, non capiranno mai. E ridono. E mi tocca fingere di divertirmi anch'io.) “Ah… ah…”
“Le do il mio numero.”
(‘Cazzo me lo dai a fare? Non ti chiamerò mai!)
“Ci conto, eh, mi chiama?”
“Uuugh…"
“Allora quando ci vediamo?”
(Ma non ti voglio vedere, non ti voglio parlare, non voglio vedere nessuno, sto male anche solo a risponderti al telefono, odio il telefono, datemi una pala che mi scavo un buco e mi ci seppellisco.)
"Ok, va bene, la chiamerò".
***
Con mio marito andiamo a mangiare un panino fuori. All'improvviso, entra un gruppo di colleghi suoi che hanno scelto proprio oggi per festeggiare lì non so cosa. Me li ritrovo tutti schierati che ci fissano immobili e sornioni, sembra il tribunale dell’Inquisizione, l'imbarazzo esplode, non so più dove guardare, mi entra un giramento di coglioni a bestia, dico: "Vado a prendere un po' d'aria" e schizzo fuori a razzo senza salutare nessuno, mangio il panino all'addiaccio, su un tavolino bagnato di pioggia. Mio marito è costretto a lasciare gli amici, a raggiungermi con aria impietosita e compassionevole. All’aperto fa meno venti, la salsa verde si congela, le melanzane mi si fermano sullo stomaco, la mia autostima si sgretola mentre rimugino su cosa staranno pensando di là gli amici di lui.
***
E per concludere, alcuni consigli.
Ricorda che anche gli altri hanno paura, però non ne fanno un dramma.
Muoviti lentamente, fai tutto con più calma del normale. Tanto apparirai comunque schizzato.
Non restare impalato mentre ti fissano, tieni a portata di mano un giornale da sfogliare (alla diritta!) o un cellulare da cui fingere di inviare sms.
Se devi telefonare a qualcuno, preparati su un foglio le domande da fargli.
Se arrossisci e sei una donna, puoi sempre dire di avere le caldane. Sforzandoti, magari riesci a dimostrare più di quarant’anni.
Ogni tanto lascia che siano gli altri a provare imbarazzo per primi. Perché sempre e solo tu?
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come me, è affetto da fobia sociale e quindi, pur scrivendo ... La resa dei conti Rieccomi qui, dopo tutto questo tempo, per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti
http://signoradeifiltri.altervista.org/scrittura-e-fobia-sociale.html
IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE
“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.
Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.
Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.
Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.
Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.
Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?
Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni
Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"
Elisabetta Calzolari
Sguardi sull’acqua
Storie di guerra nella Bologna dei canali
Pendragon – Euro 14 – Pag. 190
Elisabetta Calzolari pubblica il suo primo romanzo con la bolognese Pendragon, dopo aver dato alle stampe una raccolta di racconti (Lungo la strada scritta, 2004) con un buon editore come Fernandel. Un romanzo corale ambientato a Bologna, luogo che conosce bene, composto dai ricordi della Resistenza e dalla vita quotidiana dei protagonisti, distrutta e lacerata dalla guerra civile e da un conflitto ancora lontano da finire. L’autrice si confronta con mostri sacri della narrativa italiana che si sono occupati di Resistenza, da Emilio Lussu a Cesare Pavese, passando per Elio Vittorini, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio. E non sfigura per niente. Leggere la sua prosa forbita ed elegante, mai eccessiva, ma sempre misurata e consona alla materia narrata, equivale a veder scorrere sul grande schermo sequenze oniriche di Roma città aperta di Roberto Rossellini. Rivediamo Anna Magnani sconvolta, capelli al vento, rincorrere la camionetta tedesca che porta via il suo uomo per finire falciata dai colpi della mitraglia. verso un triste destino. Neorealismo narrativo che copre gli anni 1943 - 45, corredato da foto d’epoca in un suggestivo bianco e nero, scandito dal leitmotiv dell’acqua, fiumi o canali che bagnano Bologna, e lasciano tracce di vita, disseminano speranze di un futuro migliore. Sì, perché la guerra finirà, come canta la canzone, il sale abbonderà, il pane bianco tornerà in tavola, il popolo potrà ancora sperare. Storie bolognesi d’acqua e canali, racconti di Resistenza e di guerra civile, ricordi comuni alla nostra gente, emozioni per non dimenticare, utili per i ragazzi che non hanno conosciuto e per genitori distratti che non hanno raccontato. Quando la memoria dei nonni non basta, perché ormai affievolita, soccorrono i veri scrittori che cercano di raccontare il nostro passato. Elisabetta Calzolari ci riesce bene, con stile sopraffino, verga con periodare incalzante racconti di partigiani, alleati che avanzano, fascisti che stringono accordi con gli invasori, uomini comuni che soffrono, lottano e sperano. Un romanzo che chiedeva con forza di essere raccontato, una testimonianza per le nuove generazioni. Da leggere a scuola.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Cosentino, "Midnightwalker"
Midnightwalker
Domenico Cosentino
Palladino Editore 2014
pp 156
8,00
“Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie.” (citazione dal sito www.domenicocosentino.it)
Infatti, non lo facciamo. Può coesistere il bello e il brutto in un solo volumetto, ci chiediamo piuttosto? Sì, e ve ne porgiamo un esempio diretto, molto più immediato di qualsiasi spiegazione.
Collusion
Mangio il tonno in scatola della
Dicoop
direttamente nella scatoletta
di metallo,
affacciato al balcone
con il vento che mi asciuga il
sudore
osservando il cavalcavia
dove i marocchini vanno a
pisciare di notte
le foglie marciscono e diventano
gialle.
Le finestre dell’asilo comunale
Hanno tutti i vetri rotti
Come gli spazi tra i denti
Di quei vecchi
Che hanno fatto la guerra
E i loro occhi
Sono ancora pieni di stupore.
Gipsy King
Le zingare si lavano la fica
Nei bagni dell’università.
Con il piede poggiato sul
Lavandino
E la gonna lunga a coprire
Le vergogne,
strappano fazzoletti di carta
e se li passano sulla fessa,
velocemente.
Come se stessero facendo
Una sega ai propri uomini.
Alle 8.30 del mattino,
con il sapore del caffè ancora
in bocca
freno un conato di vomito,
giusto in tempo.
Fuori ragazze
Con la “S” pronunciata
Squittiscono,
mentre il sole bacia
le loro tette abbronzate
come provole affumicate.
Ho infranto la mia promessa
Di non venire più
All’ateneo
E ora me ne pento.
Tutto questo
Per una
Maledetta
cacata.
Ok, qual è secondo voi la migliore di queste due poesie che convivono in “Midnightwalker” di Domenico Cosentino? Certamente la prima. Perché? Ma per le mille ragioni subliminali attraverso cui la poesia vera va dritta all’anima tramite scorciatoie intuitive. La seconda, invece, è brutta. Non ci sono altre parole per definirla, brutta e basta.
Ecco, il volume di Cosentino, che egli definisce “raccolta di pessime poesie” è una commistione – tanto di moda oggigiorno – di prosa e poesia, miniracconti senza capo né coda, e versi intervallati da parentesi quadre a segnare gli enjambement, ma anche di pezzi belli e brutti, come se non fosse in grado di distinguere, non volesse rinunciare a nessun appunto preso, a nessuna riflessione sgorgata, oppure, più sottilmente, volesse denudare un’anima fatta di contrasti, di poesia e volgarità, di sublime e repellente.
Le poesie sono discorsive, i racconti vagamente lirici. Alcuni testi in prosa raggiungono una quasi compiutezza da novella, altri sono abbozzi, divagazioni, versi scritti uno di fianco all’altro, semplici enunciazioni, quasi che il protagonista si affacci ad una ipotetica finestra e ci racconti quel che vede e come lo vede, o, meglio, come lo sente, confessando i suoi pensieri segreti, i suoi tormenti, spesso oggettivati in cose concrete o in gesti snervati, senza nemmeno cercare aiuto o soluzione, piuttosto come un dato di fatto, un’esposizione di quadri e stati d’animo precari. Squallide camere d’albergo, cavalcavia, musica in sottofondo, fumo, saracinesche chiuse.
Il tema è la solitudine di un uomo che probabilmente si trova a vivere suo malgrado una vita da immaturo, fra sigarette, onanismo, amori non corrisposti o finiti, lutti e perdite familiari, rimorso, tempo che passa sprecato. Camere d’albergo da pochi euro, domeniche solitarie, il sesso come opposto della comunicazione, gesto non compiuto, voglia di toccare senza poterlo fare che si risolve nell’atto consolatorio di masturbarsi in un lavandino. Gli affetti, i ricordi, i rimpianti, i rimorsi per le parole non dette (e sono i momenti più alti) si condensano in figure di familiari che non ci sono più o che stanno per andarsene, la scoperta della malattia acuisce ancor più una solitudine vissuta come estrema, incolmabile. Chi è vicino non capisce e non capirà mai l’autoemarginazione, il disagio interiore, la tortale estraneità al resto del mondo.
“Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell’ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire. Ora il ragazzo è un adulto solo. La solitudine di chi soffre.” (pag 94)
“Le cose si capiscono sempre dopo. Quando tu devi affrontare le tue disgrazie e le tue battaglie e capisci che sei da solo e che quella solitudine è davvero forza. Ma questo o comprendi dopo. Sul momento pensi solo a lamentarti e compiangerti.” (pag 65)
Cosentino scrive bene, è un dato di fatto. Dovrebbe solo avere il coraggio di fare il salto di
qualità, non accontentarsi di mettere su carta i propri sentimenti, le illuminazioni, ma costruire qualcosa di più. Nel pezzo intitolato “Anche quello era amore” ci è quasi riuscito.
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"Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie." (citazione dal ...
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