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Qualcosa si muove

18 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Qualcosa si muove

Su un blog ho trovato questa frase:

Mi piace tenere le persone a distanza. Perché sono socialfobica”.

Non l’avevo mai messa in questi termini ma penso che sia la più bella definizione di fs che ho sentito: sta tutta lì, la fobia sociale, nel tenere la gente a distanza. Ci rimanevo male quando le amiche, verso le quali provavo affetto, con le quali mi pareva di essere premurosa, e alle quali m’illudevo di risultare simpatica, mi definivano poi “scostante”. Bene, ora lo sanno tutti che sono scostante: guai a chi si avvicina!

Ricordate il tizio dell’Associazione Tal dei Tali? Eravamo rimasti che dovevo chiamarlo. Trovare una scusa per posporre, come ben sapete, aiuta a rilassarsi e per qualche giorno ho spinto il problema nel retrobottega della mia mente incasinata. Alla fine mi costringo a fissare sull’agenda una data per telefonare.
Dimenticavo di dirvi che, oltre che socialfobica, sono anche ossessivo-complusiva, pianifico tutto, m’impongo doveri e faccio ogni cosa secondo schemi da me stabiliti e regole autoimposte. Questo mi aiuta a essere metodica, a concludere, a portare avanti gli impegni fino allo sfinimento, ma limita molto l’inventiva e rende inattuabile e ansiogena l’improvvisazione.
Giunto il giorno per telefonare, capitolo, vengo sconfitta da me stessa, e delego ad un amico l’impegno, il quale, però, dimentica di farlo. Allora prendo il coraggio a quattro mani e chiamo io. Fissiamo un appuntamento per la settimana dopo nella sede dell’associazione. Altro rinvio, altro momentaneo rasserenamento: chi sa, capisce.
Man mano che il fatidico giorno si avvicina, nondimeno, l’ansia anticipatoria monta. Mi sforzo di pensare a tutto quello che, da mesi, consiglio a voi. Mi dico che è il tizio che vuole vedere me, non io lui, che è lui che deve sentirsi a disagio, non io. La paura del panico, tuttavia - la paura della paura - è sempre in agguato. Il giorno dell’incontro mi sveglio agitata, come se andassi a un esame, con un filo d’emicrania che minaccia di deflagrare, e non vedo l’ora di togliermi il dente. Vorrei farmi accompagnare ma decido che devo affrontare la cosa da sola, che sono adulta e vaccinata, che avere sempre uno chaperon è limitante e non mi fa fare certo bella figura.
Il tizio, compassionevole, ha davvero “allestito un confessionale” per me. Mi riceve in una stanzetta, siamo a tu per tu, e questo per me va bene, interagire con una sola persona non è troppo difficile, non sopporterei, al contrario, che ci fosse qualcun altro a osservare mentre parlo con lui. Nella stanza accanto è in corso una riunione di soci e ho il terrore che voglia portarmi di là e presentarmi, ma ha il buon senso di non farlo.
In breve vi dico che sono soddisfatta di come ho gestito la situazione. Alla sua gentile richiesta di farmi partecipare alle conferenze, rispondo con tutta la decisione che mi concede la mia voce malferma: non è una cosa che rientra nelle mie possibilità o capacità. Lui insiste che la timidezza si supera con l’età. Sto per ribattere che la mia non è timidezza ma fobia sociale, poi scelgo di tacere. Non è un amico, non gli devo spiegazioni, si accontenti di sapere che non mi va e basta. Mi dice che ci sono altri che partecipano solo per scritto e hanno delle remore a presentarsi in pubblico. Le mie non le definirei esattamente “remore” ma sorrido e cambio argomento.
Anche se non sono sciolta, riesco per tutta la mezz’ora a parlar in modo abbastanza chiaro e fermo, tengo in mano io il gioco, stabilisco con risolutezza ciò che voglio e non voglio fare: interverrò alle conferenze più interessanti, gli dico, ma solo come spettatrice e, a casa, scriverò qualcosa in proposito. Leggerò i suoi libri e li recensirò. Non mi paga, penso, perciò se gli va, è così, altrimenti è così lo stesso. Al momento di congedarmi – momento tragico di cui parleremo in un’altra puntata - deve leggermi l’imbarazzo in faccia perché è lui a interrompere bruscamente e salutare. Esco abbastanza soddisfatta: questa volta è andata bene. Altre volte l’ansia aveva superato le aspettative, qui, per fortuna, è stata inferiore.
Ma se non avessi parlato con voi, se non avessi a sostegno questa specie di blog confessione, non avrei saputo affrontare la cosa nel modo giusto e sarei caduta nell’angoscia da prestazione, con la paura di non sapermi rifiutare e il senso di colpa per aver perso, al contempo, una occasione stimolante.
Per finire, vi lascio con una massima: non cercate l’approvazione altrui - l’approvazione di vostra madre o di vostro padre, di vostra sorella, del vostro ragazzo, dei professori, dell’amica. Non l’avrete mai. Ognuno di noi critica ed è, a sua volta, criticato. È una legge di natura, è nell’ordine delle cose. Quindi, nei limiti del consentito, fate ciò che sentite giusto per voi. Non piacere per non piacere, meglio che siate disapprovati perché avete fatto qualcosa che vi gratifica.

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IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

17 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

Marcello De Santis, sempre puntuale e preciso nei dettagli e nelle notizie, con il suo saggio, questo mese, ci racconta la storia del varietà e del suo capostipite Ettore Petrolini, considerato il principe dell'avanspettacolo... (Franca Poli)

Partiamo dalla fine.
L'attore, per una grave forma di angina pectoris, è costretto, a malincuore, a lasciare il teatro. E' l'anno 1935, alla fine di giugno; Petrolini muore a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e del suo successo. Stava male da tempo; i medici venivano spesso al suo capezzale e visitarlo. Un giorno, quello che lo aveva appena visitato gli disse che lo trovava senz'altro meglio; e Petrolini, col suo sorriso eternamente canzonatorio, fece forse la sua ultima battuta: meno male, dotto', così moro guarito. E forse ci sarebbe stata bene anche una delle sue frasi celebri, che pronunciava con nonchalance sui palcoscenici di tutto il mondo:
L'uomo e' un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.

Poi però venne il prete, stava proprio male, sarebbe morto di lì a poco. Venne dunque il prete per dargli l'estrema unzione con l'olio santo in mano; Petrolini lo vide entrare ed avvicinarsi al suo letto; fece l'ultima battuta della sua vita:adesso sì che sono fritto!
Uomo di teatro, ma di quel teatro diciamo così di seconda categoria, meglio definito come teatro di varietà, o meglio teatro di avanspettacolo che dal varierà era appunto derivato. Ma perché questo termine: avanspettacolo? Ce lo siamo mai chiesto?
E sì che tutti quelli della mia età sono stati spettatori di queste rappresentazioni allegre e spensierate sui palcoscenici dei teatri anche dei piccoli paesi, in quegli anni dell'immediato dopoguerra, dove si faticava a riemergere e a ricostruire - oltre che sulle macerie delle bombe - anche sulle anime dei padri e delle madri vittime della guerra; spettacoli in cui un capo-compagnia detto capocomico allestiva serate teatrali con balletti di procaci (e non sempre, talvolta vere e proprie "buzzicone" - grassone - come si dice a Roma) ragazze appena appena scollacciate, schetch o scenette messe nelle mani o nella faccia di un qualche comico agli inizi (o alla fine) della carriera, talvolta aiutato dalla famosa "spalla", qualche cantante ancora dilettante alla ricerca di una gloria che per qualcuno sarebbe arrivata (ma per tanti no); e con qualche ragazza acerba pure se ben tornita di cui qualcuna sarebbe poi diventata attrice e (qualcuna) anche grande attrice. Insieme ad essi una decina di orchestrali più o meno all'altezza della situazione, ma che per tirare avanti avrebbero venduto l'anima al diavolo; del resto i capocomici non erano sempre esigentissimi; e debbo dire, neppure gli spettatori lo erano.
E i giovanotti accorrevano in massa, per vedere da vicino, talvolta con le braccia appoggiate sulle tavole della passerella (i più fortunati), le mani allungate a cercare di toccare almeno i piedi delle ballerine poco-vestite. Ma c'erano anche i "signori bene" che deploravano i costumi scollacciati delle attricette di varietà.

Nella mia città, allora ancora paese, che le bombe avevano devastato in maniera atroce, c'erano tre sale cinematografiche.
Il cine centrale, ricavato da un locale che presentava un ambiente molto molto alto, in cui a una platea circolare facevano corona due gallerie; e quante volte da ragazzini ci siamo andati, e tutti di corsa a cercare un posto qualsiasi nella seconda galleria (che era una novità un po' per tutti, anche per i grandi; ma in effetti scomodissima ché si vedeva male, molto male.)
Sapete, c'era allora un sacerdote cui noi - bambini - abbiamo voluto tutti bene, si chiamava don Amato, che ci chiamava a messa la domenica, alle nove e mezza, la messa dei ragazzini, e poi con cinque lire a testa ci portava a questo "cine centrale", così si chiamava (ricordo sempre l'inaugurazione con una fila per quattro lunga tutto il corso, con un film con Tyron Power: Il canale di Suez): don Amato ci portava a vedere Stallio e Ollio, Zorro, oppure Tarzan o Gianni e Pinotto, oppure gli indiani con i cow boy.
Poi c'era il Cinema Giuseppetti, sulla strada che portava a casa mia.
E ultimo, un cinema all'aperto, l'Arena Italia, gestita dal papà di un mio caro compagno di scuola di quando andavamo alle medie e poi al liceo; poi diventato uno dei pochi amici che mi sono rimasti, dopo più di cinquant'anni); l'unico che portava a Tivoli l'avanspettacolo; d'estate, con 25 lire, cinema e varietà.
Due spettacoli al giorno. Mio padre quando poteva ci portava tutta la famiglia, all' Arena Italia, d'estate.
L'abbinamento cinema-varietà derivava direttamente da una abitudine degli anni 20/30 del 1900, quando, con l'affermarsi del cinema nacquero come funghi le sale cinematografiche più o meno grandi (quelle piccole e piccolissime venivano chiamate pidocchietti, ricordate? e qui poi col tempo passavano solo film in terza e quarta visione); gli impresari e i titolari di dette sale pensarono bene di presentare degli spettacoli di teatro, l'avanspettacolo, appunto, tra una proiezione e l'altra, per attirare più spettatori possibile.

Non vidi mai recitare Ettore Petrolini, ché il grande comico romano, quando io vidi la luce nel 1939, ci aveva lasciato già da tre anni. Vidi però altri grandi attori di palcoscenico cosiddetto leggero; e con me bambino, sette otto anni, i miei genitori e una platea sempre piena, quando la gente non stava anche in piedi, e sì che l'Arena Italia aveva una capienza eccezionale con la platea di circa tre/quattrocento posti; e una gradinate a semicerchio amplissima, molto più capiente della platea, che saliva fin lassù... La domenica poi c'era costantemente il tutto esaurito nei due spettacoli, uno pomeridiano (per pomeridiano si intendeva il primo, che cominciava per questione di luce (essendo all'aperto), alle sei e mezza o giù di lì); e l'altro serale.
Vidi senz'altro i fratelli De Vico; e Derio Pino e Grazia Cori; Vici de Rol; Nino Lembo; forse Trottolino (al secolo Vico D'Ambrosio)...
ei cantanti non ricordo molto, assistetti anni dopo a esibizioni di Claudio Villa, Giorgio Consolini e Luciano Tajoli e altri; mi sembra venissero con le ultime compagnie di avanspettacolo. Più tardi negli anni questo genere di spettacolo vide protagonisti personaggi che divennero poi grandi grandissimi attori, parliamo di Macario, Nino Taranto, Renato Rascel il piccoletto, Walter Chiari, Aldo Fabrizi e Totò, e tanti altri.Ma vennero dopo; prima di loro, il principe dell'avanspettacolo era Ettore Petrolini, considerato da molti il caposcuola della generazione dei comici.

Vennero poi: la rivista, più articolata e più curata anche nei particolari, più elegante, per dire così; e quindi la commedia musicale; da lì al teatro di prosa, e ancora al cinema il passo fu breve; e tutte queste ultime forme di spettacolo debbono qualcosa a quella primitiva forma, e a chi per primo lo ha preso e condotto per mano: Ettore Petrolini.

Nacque a Roma da una famiglia popolare, suo padre faceva il fabbro; suo nonnoSalvatore il falegname, con la bottega in Via Giulia, un quartiere al centro di quella Roma che ospitava solo popolino, non certo nobili e ricchi. Proprio nella bottega del nonno Ettore cominciò a improvvisare le sue scenette comiche.
Ettore se ne andava in giro come tutti i ragazzi ed era attirato dai teatrini del tempo, che erano allestiti con tavole sistemate alla bell'e meglio su assi di sostegno dentro dei baracconi semoventi; e qui fu subito preso dalla voglia di fare teatro, di calcare quelle tavole sconnesse e pure tanto desiderate; palchi improvvisati con rappresentazioni improvvisate, farse e scenette a braccio, senza una trama precisa; lasciata all'estro di chi si esibiva. Salì sul palco e si provò. Andò bene, anche perché la sua mimica facciale era speciale. Aveva trovato la sua strada; da allora prese anche a scrivere le cose che doveva recitare, fu così che divenne oltre che attore anche autore dei testi, scrittore e sceneggiatore delle sue cose.

Mussolini gli volle dare un tangibile riconoscimento per la sua arte popolare e gli fece conferire una medaglia. Lui se la spillò al petto e facendo il verso alla celebre frase del dittatore (me ne frego!) esclamò: e io me ne fregio!
Non era un ragazzo quieto e tranquillo, tutt'altro, il suo carattere ribelle costrinse la madre a ritirarlo dalla scuola; la strada lo portò a farsi due anni di riformatorio, aveva 13 anni, e quando uscì, a 15, prese il coraggio (che non gli mancava di certo) a quattro mani e se ne andò di casa, deciso a farsi una vita sul palcoscenico.
Ormai giovane com'era stava entrando nel giro e cominciava a conoscere. Fu così che si presentò a un agente teatrale, Giulio Fabi, ... che mi giudicò uno scemo e mi disse: - Portami quattro scudi... e ti mando subito nella compagnia di Angelo Tabanelli (detto il Panzone) che agisce a Campagnano (presso Roma). Mamma me ne vado a fare teatro, mi servono quattro scudi. La madre gli dette i soldi e un bacio in fronte. Partì, raggiunse in diligenza il paese nell'alto Lazio e raggiunse la compagnia. Fece il suo debutto con un incidente, mise un piede su una tavola traballante e cadde e si lussò un piede. Ma la gente rise a crepapelle e chiese il bis. Mi accorsi che ero veramente votato all'arte comica...

(dal suo libro Modestia a parte, uscito nel 1932).

Si era esibito già sui modesti palcoscenici dei teatrini di Trastevere tutti locali di terz'ordine; faceva il macchiettista, e strappava applausi; quindi acquisì una certa esperienza; era l'anno 1900. La gioia più grande in queste sue prime esibizioni l'ebbe al Gambrinus (usava un nome d'arte Ettore Loris); era questo una birreria di Roma che accoglieva le compagnie di poco più che guitti. Si esibì al fianco della stella della compagnia, la chanteuse Diana Paoli, ebbe un grande successo, oscurando persino l'attrice. Il direttore del locale, il signor Stern, lo insignì di una medaglia. Ricorda Petrolini:
... una medaglietta con su scritto:«La direzione della birreria Gambrinus a Petrolini». Sì, Petrolini. Perché al Gambrinus volli debuttare con il mio vero nome. Gongolavo dalla gioia. E in casa, presso la mia famiglia, facevo compassione a tutti!

La sua vita è stata piena fin dall'inizio della carriera; raccontarla tutta richiederebbe spazio e tempo; non è questo il nostro scopo, il saggio deve essere breve e dunque ci atterremo al nostro scopo, pur evidenziando le cose essenziali e importanti. Gli inizi furono avventurosi anzichenò, racconta infatti nel suo libro Un po' per celia, un po' per non morire che vide la luce nel 1936 (nello stesso anno sarebbe morto): ... in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente), ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno "sminfarolo" al pianoforte. Simpatico questo attributo del pianista: sminfarolo, che nel dialetto romanesco di allora stava a indicare uno strimpellatore di un qualsivoglia strumento, che suona ad orecchio.
Grande Petrolini! Che nel 1907, a 23 anni va in America Latina, dove raggiunge la fama che lo seguirà al ritorno a Roma. Lavora ancora con la compagna Ines Colapietro che aveva conosciuto quattro anni prima a Roma e che diventerà anche sua compagna di vita.

La sua fama vola e il suo nome comincia a essere noto, inventa diversi personaggi che colloca in sketch che prendono in giro anche gente che non poteva essere toccata dalla sua satira pungente. Nasce il personaggio di Gastone dove ridicolizza un viveur che si spandeva in Italia grazie alla verve e alla estetica troppo carica del vate Gabriele D'Annunzio; nascono i salamini, nasce Nerone (nel 1918) satira pesante che sotto le spoglie degli antichi romani, in effetti aveva come bersaglio, nemmeno troppo velato, il fascismo di Mussolini.
Intanto anche il cinema si era accorto di questo personaggio la cui mimica inconfondibile lo aveva levato ai punti più alti del teatro. Girò così diversi film, negli anni venti, muti per l'occasione, dove mise in mostra tutto il suo modo di parlare senza parlare grazie alla grande arte della mimica facciale e corporale; e grazie anche alle mille espressioni che era capace di tirare fuori e plasmare colla sua faccia.
Ma la sua vita era il teatro: Ritornò al cinema dieci anni dopo, con altri due film, stavolta col sonoro, uno dei due era quel Nerone che aveva portato fino ad allora sulle scene.

Intanto la sua attività non era solo recitativa, ma scriveva anche le opere che rappresentava (Chicchignola, per il teatro e il cinema) e tutta una serie di macchiette che va da Nerone, come detto, a Gastone, da Fortunello a Giggi er Bullo. E poi cominciava a cantare quella bislacca canzone, dopo essersi presentato alla sua maniera come un signore chic, un po' decadente e un po' demodé (la commedia fu presentata a Bologna per la prima volta nell'anno 1928).
Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "varieté" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins", conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.

Gastone, son del cinema il padrone,
Gastone / Gastone.
Gastone, ho le donne a profusione / e ne faccio collezione,
Gastone / Gastone.

Sono sempre ricercato / per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato / perché porto bene il fracch
e.
Con la riga al pantalone…
Gastone, / Gastone.

E andava avanti così per due atti con battute e frasi celebri.

... E' una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà
... Quante invenzioni ho fatto io!
Discendo da una schiatta di inventori, di creatori, di deformatori…

... Mio padre, per esempio, ha inventato la macchina per tagliare il burro
...Mia madre? Anche lei una grande inventrice: anzitutto ha inventato me.
Poi aveva il senso dell'economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone… per risparmiare il gas…
... A me, m'ha rovinato la guerra, se non c'era la guerra a quest'ora stavo a Londra.
Dovevo andare a Londra a musicare l'orario delle ferrovie.
Perché io sono molto ricercato… ricercato n
el parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla questura…

... Che ve ne pare? Che bel talento.
Ma io non ci tengo né ci tes
i mai.

Petrolini è un artista a tutto tondo, ed è molto amato dal suo pubblico; è tanto popolare che persino il regime fascista in qualche modo teme di rimproverargli qualcosa, per le sue parodie e sui suoi sberleffi nemmeno troppo velati sul regime. E' il periodo d'oro di Marinetti e dei Futuristi.

L'attore sbeffeggia anche loro, e fa il verso ai loro versi maltusiani, (versi che si rifacevano alle teorie di Thomas Malthus, economista inglese, teorico del coitus interruptus per la limitazione delle nascite; avevano dunque la caratteristica di troncare l'ultima parola dell'ultimo verso).
Per tornare un attimo alla presa in giro del regime fascista, ricordiamo questo:

Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti,
i più bischeri e birbanti
vann
o pure al minister.

In uno di questi, l'attore definisce se stesso così: ricordate?

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti
offendi se ne freg.

Quando sul palcoscenico recitava le sua filastrocche senza senso, piene zeppe di rime, assonanze e quant'altro, la gente andava in visibilio, e scrosciavano applausi a scena aperta. Ecco un'altra definizione del suo personaggio:

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle do
nnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto "per inesistenza del reato".
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor,
i lacci delle scarpe, l'osso buco e la carta moschicida.
Sono omerico, isterico, ge
nerico, chimerico.

Grande Petrolini.
Era solito ricordare le sue uscite sul palcoscenico, davanti a un pubblico che
magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch'er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore...
A cinquantadue anni se ne andava.

Voglio chiudere questo breve saggio con un suo esilarante poemetto dal titolo La canzone delle cose morte, poco conosciuto, almeno per chi non è addentro alle sue cose, che ci mostra un Petrolini anche poeta di vaglia. E' una chicca, un poco lunga, ma scorre da sé e tutta d'un fiato; fantastica!

"Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo: "Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini." Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura."

Bello è d'intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.

E qualcosa s'en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.

Tanto gentile e tant'onesta pare
la donna mia, mentr'ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.

Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l'anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.

Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.

Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E' commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.

E' rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.

A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?

E quest'amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.

Presso la culla
in dolce atto d'amore.
A l'ombra dei cipressi
e dentro l'urne.

Se mi scappa, chi mai l'afferrerà?
Amor che null'amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia

floscia, s'inguscia, nella grascia, ambascia,
all'uscio dell'angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.

Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra

dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l'onda.

Ancora sul letto di morte ebbe a dire, atteggiando la sua faccia a uno che per l'occasione è molto dispiaciuto (e gli riusciva benissimo):
Che vergogna morire a cinquant'anni!"

marcello de santis

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Singolarmente multipla

16 Agosto 2014 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

Singolarmente multipla

Ho sempre trovato riduttivo identificarsi con il proprio disturbo. Appiattisce, rende bidimensionale, ci trasforma in cartonati di noi stessi, immediatamente comprensibili proprio perché dietro l’immagine non c’è nulla. Ma spesso finiamo comunque con il cadere nella trappola dell’identificazione facile e, guardandoci allo specchio, vediamo davvero quel sorriso di cartone che ci fissa, tanto falso da far quasi ridere. Ma la volete sapere una verità? Voi non siete quel cartonato. Big surprise, direte voi. Il punto è che lo specchio non mente, lo sapeva anche la povera Grimilde. Certo, ma lo specchio non può riflettere ciò che non vede davanti a sé, e voi siete proprio lì, aggrappati al retro di quel cartonato. Belli nascosti, rannicchiati in un angolo come piccoli pulcini, ma ci siete. E poi, In fondo, chi può dire di essere unico? Siamo multipli per natura, siamo forgiati così dalla nostra storia, dalla cultura, dalla società, dallo stesso scorrere del tempo. Oggi siamo qualcosa di diverso da ciò che eravamo ieri, e domani saremo altro ancora, in un continuo processo additivo di crescita. Quindi posso dire, in tutta onestà di essere la mia ansia sociale? Posso affermare che non ci sia altro oltre questo? Sono davvero SOLO la mia ansia sociale? E’ con un moto di stizza che mi esce un bel “No” alla braveheart, un No guerriero, con il kilt, i colori di guerra e le treccine.

Sono un mondo di cose io. Sono la sognatrice persa nei suoi pensieri, la scrittrice in erba che passa il suo tempo in treno a scribacchiare sul suo quaderno, la lettrice che divora i libri in metropolitana, sono la tizia che sogna di finire in un libro di Tolkien. Sono quella che balla come un fenicottero ferito mentre cucina (sentendosi tra l’altro una gran figa), e quella che conserva miliardi di foglie secche nei libri senza sapere davvero cosa farsene.

Questo dimostra che non sono solo la mia ansia sociale, ma d’altronde, sono ANCHE questo. E’ una parte di me, come la mia sbadataggine e la mia risata alla pippo. Solo, è più ingombrante. Tipo elefante in un monolocale.

Ma d’altronde, neanche l’ansia sociale è soltanto una manciata di segni su un foglio bianco. E’ un universo con luoghi e regole proprie. Consideratela come una terra inesplorata e un po’ primitiva, popolata da emozioni purissime, come pantere indiane che vagano alla ricerca dei popoli che la abitano.

Oppure, se vogliamo vederla in modo più nerd, è una realtà alla dottor Who, con quei buffi personaggi che popolano i vari mondi che i due viaggiatori visitano.

Comunque la vogliate vedere, sia che siate esploratori con fucile e completo color senape, sia che siate dei signori del tempo con il papillon, per poter capire ciò che accade dovete sospendere il giudizio e cominciare ad ascoltare. Perché io, terricola di questo mondo misterioso e primitivo, sono pronta a mettermi davanti ad un fuoco e spiegarvi (nei limiti delle mie capacità e di quelle della lingua italiana) cosa si sente ad essere un’ansiosa sociale. Impresa ardua, ammettiamolo, e per tutta una serie di ragioni: primo, la vergogna che si prova nel raccontare una fobia che ha, oggettivamente, del ridicolo. Non crediate che non siamo consapevoli di essere fuori come balconi! Insomma, avere paura di entrare in un negozio semivuoto, di chiedere un’indicazione o anche solo di passare in mezzo ad un capannello di persone non è esattamente una cosa che consideriamo naturale. Forse ci sentiremmo più in pace con noi stesse se avessimo un disturbo un po’ più alla moda. Ma per le ansiose sociali non c’è onore. Nessuna medaglia d’oro al disagio. Siamo solo strambe. E quindi tendiamo a tenere la bocca sigillata. E confrontarci con altri come noi? Non se ne parla nemmeno! Non c’è neanche da prendere in considerazione un’ipotesi così ridicola! Il nostro problema esclude gruppi di auto mutuo aiuto, confronti sorseggiando un caffè o outing davanti a persone che supponiamo abbiano il nostro stesso problema. In una parola: FIFA. (o Fifaf, come direbbero i vichinghi di Asterix e Obelix) Quindi, l’unica via che ci rimane è il salvifico internet, vero miracolo moderno per le sociofobiche come me! Ma anche qui, ragazzi, la cocente delusione: non esistono blog che parlino dell’ESPERIENZA dell’ansia sociale. Volete una definizione diagnostica? Ecco che fioccano i siti specializzati, psicologi di tutti gli orientamenti che ne parlano in ogni modo possibile, snocciolando i sintomi che ci affliggono come se sgranassero un rosario e consigliando le più disparate terapie per “risolvere il problema”. Ma come si sente un’ansiosa sociale? Cosa prova? Come agisce? Cosa teme? Come si alza ogni giorno e come va a dormire la sera? Non lo sa nessuno. O meglio, lo sappiamo solo noi. E quindi, se sono una ragazzina con la sintomatologia classica dell’ansia sociale, ma non so cosa ho, come lo cerco nel motore di ricerca? E soprattutto, se non voglio essere etichettata solo come una disagiata e volessi un po’ di calda comprensione umana, dove cercare? Se volessi consigli su come affrontare la quotidianità, o se semplicemente volessi sentirmi meno sola, a chi rivolgermi? Ed è qui che subentro io, aggiungendomi allo splendido lavoro che sta facendo il blog di Signora dei Filtri. Bisogna parlare il più possibile di ansia sociale, proprio perché se ne parla troppo poco. A volte un’etichetta, per quanto rassicurante, non risolve il problema, non ci fa sentire meno soli. Ma sapere che esiste qualcuno che, come te, vive gli stessi grattacapi, che si fa venire gli occhi a palla a furia di piangere per l’ennesima occasione sprecata, è liberatorio. E quindi parliamone, analizziamo tutti gli aspetti di questo poliedrico puzzle, confrontiamoci, guardiamolo dalle diverse angolazioni, compresi gli incredibili (quanto impensabili) lati positivi. Sì, vi assicuro che esistono. Bisogna impegnarsi un po’, scavare in profondità, ma ci sono. Ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, imbracciate le vostre vanghe, mettete le scarpe comode, indossate il vostro papillon, e preparatevi a questa avventura. Buon viaggio, argonauti!

Duille

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In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

15 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #franca poli

In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

Bologna, come molte altre città, ha la sua lunga tradizione criminale. Storie vecchie e più recenti di uomini o donne che scelsero di vivere fuori dai canoni della legge e, se lo fecero per personale inclinazione, per fame o per soldi, non ci è dato sapere. Vi parlerò di alcuni personaggi poco noti che, però, rientrano nella storia della mia città e comincerò col raccontare brevemente la vicenda di Girolamo Lucchini, il primo “grande “ fuorilegge che Bologna ricordi.

Siamo verso la fine del Settecento, quando, per sfuggire a una condanna inflittagli dalla repubblica della Serenissima, Girolamo Ridolfi, alias Giovanbattista Rossi, alias Girolamo Lucchini, si trasferì a Bologna. Appartenente al ramo cadetto della famiglia Ridolfi, era entrato a 16 anni nei corazzieri della Repubblica di Venezia. Insofferente alla disciplina, aveva lasciato il corpo militare per condurre una vita di espedienti, che lo portarono a diventare un ottimo falsario. Dotato di un buon sangue freddo, insuperabile maestro con la lima, nonché grande conoscitore delle leggi fisiche e della meccanica, divenne anche un abile ladro. A Bologna, esattamente nel 1772, conobbe Berenice Seracci, vedova Nanetti, una donna di mezza età con una figlia che viveva modestamente, riscuotendo l'affitto per un appartamento lasciatole dal marito in Via dell'Abbadia e facendo lezioni a domicilio ai rampolli dell'aristocrazia bolognese. L' incontro fu fatidico a entrambi: per lei significò l'inizio di una vita da amante clandestina e complice nello smercio di refurtiva e monete false, e per lui significherà invece la morte, perché sarà proprio la sua Berenice a tradirlo. L'occasione fu quella del colpo grosso, quello che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. I bolognesi con problemi di liquidità si recavano presso il numero 11 di quella che oggi è Via dell'Indipendenza, al Monte di Pietà per impegnare i loro beni, altri invece nel sicuro caveau facevano custodire averi e ricchezze. Fu così che Lucchni, frequentatore del luogo per lo smercio dei suoi falsi d'autore, pensò e mise a punto un furto da vero maestro, mai tentato prima da nessuno. Dopo mesi di preparazione fra le mura domestiche, aveva forgiato una chiave artigianale molto speciale, munita di tre diverse file di dentature; con una lima e una scala, si mise di fronte a una finestra del Monte di Pietà e segò senza mai fermarsi, le sbarre della finestra per un giorno e mezzo. Lavorò alacremente tra il sabato 24 gennaio 1789 e la domenica 25, finchè riuscì a entrare, a svaligiare la cassaforte e ad avere tra le mani finalmente, lui abile falsario, gioielli e monete vere. Inizialmente venne accusato del furto il direttore del Monte, nonostante il Lucchini, ladro d'onore, avesse lasciato sul posto attrezzi atti allo scasso, proprio allo scopo di evitare addebiti verso gli impiegati. Una volta chiarito ogni malinteso e scagionato l'innocente, il Legato Pontificio bolognese emise un editto di impunità per il colpevole che si fosse consegnato e promise un premio in denaro a chi avesse aiutato le autorità nelle ricerche. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla, le indagini erano a un punto morto, ma una soffiata portò la Polizia del Papa nella casa di Lucchini, dove furono arrestati il conte e Berenice. Li condussero nel duro carcere del Torrone, ma, dopo averli pressati con pesanti interrogatori per un'intera settimana, gli inquirenti non erano ancora riusciti a raccogliere nessuna prova confermante la loro colpevolezza e stavano per rilasciarli, senonché Berenice, mai arrestata prima di allora, ebbe un crollo emotivo e, assicuratasi dell'impunità promessa dall'editto del Legato, tradì il suo uomo. Ne confessò l'ardito piano e svelò il luogo dove era nascosta la refurtiva, sotto il pavimento della loro abitazione, presso il Ponte della Carità. Per Lucchini, che invece resisteva a interrogatori e torture, fu l'inizio della fine, vistosi scoperto dal ritrovamento della refurtiva, confessò il furto, ma si ostinava a negare di essere anche un falsario di monete. Quando gli fecero scegliere tra ammettere tutte le sue colpe e vedere Berenice torturata sotto i suoi occhi, crollò anche lui cosi ammise ogni addebito e, come ogni volgare ladro, fu condannato a morte mediante impiccagione. Un'appassionata difesa tenuta dall'avvocato Magnani, riuscì a far commutare la pena, considerata disonorevole per un nobile, con la decapitazione. Sentenza che venne eseguita il 26 febbraio del 1791 presso la piazza del Mercato, attuale Montagnola, e il buon Lucchini così entrò nella leggenda. Il “colpo grosso” aveva suscitato grande scalpore in città e nell'immaginario collettivo, lasciando una traccia che diventò una leggenda nei racconti popolari bolognesi.

Nella foto: busto bronzeo di Lucchini fatto forgiare dall'avvocato Magnani - immagine reperita dal web

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Come può il cielo...

14 Agosto 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Come può il cielo...

Come può il cielo non apparire bello, la notte, se è trainato da una flotta di stelle?
Come può il mare sbiadire i pensieri o le persone, se porta con sé la vita?
Come può l’uomo farsi la guerra, uccidere, ergersi a dominatore, stabilire cos’è il bene e cos’è il male?
Di fronte alla bellezza di un cielo adornato da masse stellari, da sguardi umani, da carri che corrono su piste invisibili, c’è la certezza dell’esistenza. Sei di fronte a questo enorme spettacolo e non tieni le parole giuste per vestire le tue emozioni. Sei di fronte alla stessa natura che ti ha partorito, ti ha reso centro del tuo mondo, ti ha dato ossigeno. Sei fermo ad aspettare nuovi segni dall’alto e forse speri. Di fronte alla danza delle stelle, pensi di essere immune al male delle persone, al veleno gettato in faccia, ai castighi che hai dovuto subire. Diventi una fortezza, un castello incantato, un palazzo di nuove idee. Poi il cielo prende le tue sembianze e tu per gentilezza o forse per coscienza ti mischi a lui, ma non puoi prendere le redini fin quando non sei consapevole. La tua biga non è alata e rimane immobile in mezzo ad un sentiero di pietre. Passi dal benedire il silenzio al maledire tutto il cielo, passando dalle stelle fino ad arrivare alle più sparute e lontane galassie. Sei nel tuo limbo e ritrovi una pace, ma deve passare del tempo per iniziare tutto da capo. Dentro noi restano eserciti e poi sopravvengono avventurieri.
Vorremmo capire gli altri, ma noi stessi non ci capiamo.

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Simone Cutri, "E nessuno viene a prendermi"

13 Agosto 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Simone Cutri, "E nessuno viene a prendermi"

E nessuno viene a prendermi

Simone Cutri

MUSICAOS ED SMARTLIT 05

Una prima lettura superficiale potrebbe portare il lettore ad inorridire di fronte a quest’abisso infinito nel quale si rotola un uomo, il protagonista, che scende e sale nella violenza delle emozioni umane, quelle “buone” e quelle “cattive”.

Poi nasce il bisogno di capire.

Quanti volti può avere la disperazione? Come è possibile vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto? E, ancora, che cosa vuol dire nichilista?

Domande su domande che incalzano e si avvitano l’una sull’altra.

Il vero protagonista, però, è il Nulla. Sì, con la enne maiuscola.

Io non sono ateo perché chi è ateo è ateo del Dio cristiano: si immagina che a non esistere sia quel Dio buono con la lunga barba bianca; ha l’idea di un’assenza, in fondo ha paura, nasconde una remota speranza. Io non sono ateo: io ho la certezza del Nulla.

Il Nulla che è peggio della morte, perché è la totale assenza di possibilità. Il protagonista non ha nessuna possibilità di uscire vivo da questo Nulla, che viene spalmato nelle strade di una Torino, bella ed altera, spettatrice inconsapevole di una vita che si sfalda in mille scaglie che rimangono incollate ai suoi angoli, a quella topografia da accampamento militare.

E resto qui, con i miei demoni, e non viene nessuno qui a prendermi.”

Con un linguaggio colto, perfino delicato, ottocentesco, solo con qualche tagliente parola forte, quasi a farlo risaltare ancora di più, l’Autore conduce per mano il suo personaggio e, con lui, il lettore fino all’epilogo scontato ma devastante.

E finalmente oggi smetterò di dipendere dal Tempo, tornerò nel Nulla, dormirò per Sempre.”

La cultura può essere un’ancora di salvataggio, oppure, a volte, un moltiplicatore dei dubbi, così come delle certezza, per quanto effimere possano rivelarsi.

Uno sguardo su un abisso che a molti è ignoto e per questo rispettiamo questa fotografia di un mondo sconosciuto, che, però, ci turba e ci porta a chiederci: perché non è successo a me?

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Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

12 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

Trasformare le debolezze in punti di forza è quello che vi esorto a fare, ed è quello che sto facendo con questi post, o meglio, questi pensieri a caso rifilati come fossero verità scientifiche. Avete presente Mina e il compianto Battisti che non si sono fatti più vedere per motivi loro? Bene, più stavano nascosti, più il loro cachet aumentava. Ora, io non sono Mina né Battisti, sono pure un attimino stonata come una campana, però pensavo che, magari, starmene rintanata, comunicare solo attraverso un blog, potrebbe servire a costruirmi un personaggio “misterioso ed intrigante” capace di folgorare qualche editore. Sì… sì, come no. Intanto io ci provo, perché è l’unica cosa che posso fare. Fatelo anche voi, trasformate la vostra timidezza in riserbo, la vostra paura in pudore, il vostro silenzio in grazia, in sensibilità, in intuito. Fuori ci sono tanti rumori e voi, invece, vi raccogliete al centro di voi stessi ad ascoltare la musica del cuore. (Violini in sottofondo.)

***

Qualunque altra paura è un alibi per non affrontare la paura più grande, quella di uscire, prendere in mano la propria vita e guidarla da qualche parte. Già, guidare. Altro nodo dolente. La maggior parte dei socialfobici (pardon, ansiosi sociali) non ha la patente (come la sottoscritta) oppure ce l’ha ma non guida. Guidare vorrebbe dire farsi carico di se stessi, non dipendere dagli altri, non avere uno chaperon che ti accompagna, dare una direzione alla propria esistenza. Tutte cose che ci fanno rabbrividire. Noi preferiamo la palude Stigia, preferiamo la melma che ci avviluppa, preferiamo l’inferno.

***

Sempre parlando di fobie che si sommano, vi racconto la mia. Avendo avuto una madre dispotica e castrante, un padre severo, rigido e ipercritico, ho sviluppato una totale avversione per l’autorità. Non la definirei proprio fobia, piuttosto incapacità di sottomettermi. Quindi detesto i controlli, le ispezioni, la richiesta di mostrare documenti, le perquisizioni, il metal detector, i posti di blocco. Inutile dire che sono stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale e che, all’aeroporto di Istanbul, per poco non mi arrestano. Se mi mettete davanti qualcuno in divisa che, con fare anche gentile ma comunque autoritario, pretende qualcosa da me, mi si mette in moto l’amigdala, mi scatta quello che Goleman chiama “sequestro neuronale”. Non ci vedo più, o meglio, vedo rosso come i tori, perdo il lume dagli occhi. Divento come un gatto al quale il veterinario vuole fare la diciottesima iniezione di seguito. Cotanta signorile personcina si trasforma in uno scaricatore di porto capace solo di gridare parolacce all'attonito rappresentante della legge.

È una questione di cervelletto (non nel senso di cervello piccino, anche se può sembrare), di risposte neuronali che arrivano dal profondo dell’ipotalamo. Hai voglia a farti il training autogeno preventivo, hai voglia a dire manomastafacendosoloilsuodoverevedraichestavoltanonreagiscitanto male. La bestia si scatena ogni volta e sono dolori.

Solo l’esposizione ripetuta (chiamatela pure terapia comportamentale autogestita se vi fa sentire più fighi) mi ha permesso di ricominciare a prendere l’aereo e adesso, se non mi toccano, se non mi mettono addosso le loro manacce, almeno il metal detector lo passo senza troppa angoscia. Ma fino a che non sono dall’altra parte, finché non ho raggiunto il salvifico gate, non mi sento libera e tranquilla. Se c’è qualcuno fra voi cui accade la stessa cosa, beh, mi piacerebbe saperlo. Chissà se ciò ha a che fare con la fs, oppure è solo un cacchio di problema in più?

***

Ho notato per esperienza che molti socialfobici di grande intelligenza e capacità sono, però, dei tremendi inconcludenti. Talenti sprecati, gente che cazzeggia e rimugina invece di risolvere. Gli chiedi di fare qualcosa, ti dicono sì perché non sanno dire no, e passano mesi, poi anni. Perché, domando, potendolo evitare, aumentate così i vostri già immensi sensi di colpa?

Io sono l’opposto, ed anche quello non va bene. Io sono talmente ansiosa che, prima ancora che tu mi chieda una cosa, l’ho già fatta e, magari, l’ho fatta di fretta e male pur di liberarmene, pur di non dire il fatidico NO. Ho una totale congenita incapacità di prendere tempo o rimandare. Pare che questo mio non sia attivismo, non sia affidabilità e serietà, bensì pura, autentica, pigrizia. Odio talmente fare fatica che voglio togliermi il pensiero prima possibile e placare l'ansia. Chi se ne accorge, poi tende ad approfittarsene.

Qui sorge un dubbio: quanta della nostra cronica paura, con l’andare degli anni, diventa solo pigrizia? E quanto di quello che non facciamo, finisce per non piacerci nemmeno più? Invecchiando s’impara a rinunciare, e, rinunciando, ci si abitua alle mancanze, ci si rassegna e si soffre di meno. L’età dà sicurezza, certo. Quel cappello che, fobici o non fobici, da giovani non portereste mai e poi mai, a 53 anni ve lo mettete senza nemmeno guardarvi allo specchio. Ma le debolezze che sono accettabili da ragazzini diventano patetiche in menopausa, quando la fobia esplode sulla scala di un supermercato e tu non sai più dove guardare come una pischella di 13 anni.

***

Imparare a capire cosa ci piace e ammettere con noi stessi di meritare alcuni piaceri è un compito difficilissimo. Ma dovete portarlo a termine, per il vostro bene. A furia di sacrificarci per non fare brutte figure, per non apparire egocentrici (badate bene, non parlo di autentico altruismo, solo di voler essere a tutti i costi giusti) finiamo per non comprendere che cosa veramente ci piacerebbe fare. Ecco, allenatevi a scegliere, almeno dentro di voi. Non in generale ma proprio ora, in questo momento. Volete il pesce o la carne, il mare o la montagna, l’autobus o la bicicletta, gli spaghetti o la pizza, il cinema o la televisione? Anche se non otterrete ciò che volete, anche se non lo chiederete nemmeno e terrete i risultati del test per voi, è importante già saperlo, conoscere i vostri desideri. E anche dire qualche no deciso, seppur educato, diventare assertivi: "No, mi dispiace, questa cosa proprio non mi va di farla. Oppure, oggi no, magari un'altra volta, in altre condizioni, ma oggi proprio no." A costo di suscitare stupore e disapprovazione in chi vi ha sempre sentito dire sì, a chi dà per scontato che diciate sì. Questo non vuol dire trasformarvi in odiosi egoisti, solo pretendere rispetto anche delle vostre esigenze, mettere dei paletti oltre i quali gli altri sanno di non dover passare..

E, comunque, se una cosa non danneggia nessuno, perché non farla? Perché non alzarsi e chiudere la finestra se uno spiffero vi sta congelando la cervicale in sala d'aspetto? Perché non prendere un’altra tartina al buffet? Se ce n’è in abbondanza per tutti, perché rimanere in un angolo con la bava alla bocca? Chi vi giudicherà per questo? E, dovessero pure farlo, che male può derivarne? C’è forse la pena di morte per chi prende la seconda tartina?

***

Qual è il limite fra fs e asocialità? Sento molti dire che, se non avessero la fs a bloccarli, sarebbero degli estroversoni. Ed anch’io, vi parrà strano, dal test del Rorschach - quello delle macchie, per capirci - sono risultata tutt’altro che introversa. È che, abituandoci a star soli, pian pianino la paura degli altri diventa fastidio degli altri. Il telefono che suona non crea solo ansia, rompe proprio i coglioni, specialmente se in tv c’è il tuo programma preferito. Anche qui, come per la pigrizia, credo sia un fatto di età. Col tempo la giovinetta desiderosa di stare in compagnia, confidarsi con le amiche ed essere parte del branco, si trasforma in vecchiaccia solitaria, acida e coriacea.

***

E ora, venuto il momento di congedarmi da voi, vi parlo, appunto, del congedo. Non so se è solo un problema mio, ma al momento di staccarmi dalle persone non so mai come fare e risulto brusca e lapidaria. Vorrei andarmene, sto sulle spine, farei qualunque cosa perché il colloquio avesse termine e, invece, l’altro indugia, non la smette mai con i convenevoli e ricomincia il discorso da capo, come in un loop cretino.

Allora sto cercando d’imparare la mimesi: scimmiotto gli altri, come un commensale truzzo che non sa quale forchetta usare. Al momento del terribile saluto, invece di troncare di netto creando imbarazzo, ripeto i balbettii di rito, ovvero l’odioso “cia... cia…ciao…ciao eh…ciao, un bacio, un bacione, ciao, a presto, cia… cia… ciao… cia…” E che cavolo! Ma un ciao solo non basta?

Vabbè, d’ora in poi farò come gli umani, ciacciaerò anch’io allegramente.

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STORIA DI UN BANDITO di Giacinto Reale

11 Agosto 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

STORIA DI UN BANDITO  di Giacinto Reale

Andrea Schiavon

“Il buon ladro: Gino Amleto Meneghetti l’italiano più ricercato del Brasile”

Add editore, Torino 2014

Un autore non molto noto, un editore sconosciuto ai più, una storia della quale nessuno ha parlato prima: gli ingredienti per attrarre la mia attenzione su uno scaffale di Feltrinelli ci sono tutti.

E, in più, come quasi sempre avviene, un qualcosa di personale: la curiosità per i “marginali” di ogni tipo, soprattutto se accompagnati dalla fama di cattivi (“che poi così cattivi non sono mai….” come cantava la Bertè), e l’amore per un Paese, dove sono stato giusto per un mesetto di lavoro e vacanza insieme, ma che ha lasciato una traccia indelebile in me.

Brasile, sì, avete letto bene, perchè questa è la storia di un fuorilegge italiano della prima metà del secolo scorso che se ne va oltre Oceano per trovare la sua strada, e… basta il titolo per capire come va a finire: “Il buon ladro, Gino Amleto Meneghetti, l’italiano più ricercato del Brasile”.

Una storia che sa di vecchio, anzi di antico, a cominciare dal nome del protagonista, che all’anagrafe di Vicopisano, dove nasce il 1° luglio del 1888, risulta così: “Amleto Giotto Foresto Labindo Menichetti”, anche se per tutti sarà, da subito, semplicemente “Gino”, il figlio del barcaiolo Angiolo e della casalinga Laudonia (e anche qui, come nomi, siamo messi bene).

Forse non sarà vero che dimostra da subito un bel caratterino sputando in faccia al prete il sale del battesimo, ma certo è che già a 13 anni Gino fa la conoscenza col carcere, per un classico reato “da fame”: il furto di due galline da mangiare a cena.

Comincia così un tormentato percorso fatto di arresti, fughe dal carcere e provvisorie libertà, in Italia e in Francia, finché il nostro, allettato dalla invitante propaganda del Governo brasiliano che ha bisogno di lavoratori, al punto di pagare loro il biglietto per la traversata in nave, decide di varcare l’Oceano, “in cerca di fortuna e per rifarsi una vita”, come si dice.

Sbarca nel porto di Santos il 25 giugno del 1913, ha 25 anni, è forte, intelligente, e possiede già una buona esperienza di vita, che gli consente di muoversi con una certa disinvoltura in ambienti diversi, dopo il tirocinio fatto tra i Casinò e la varia umanità della Costa Azzurra.

Come tanti di quegli emigrati, Gino ha dei parenti a cui rivolgersi: i primi tempi lo ospitano degli zii, che gestiscono una pensione frequentata soprattutto da toscani, ma dura poco. Presto si trasferisce in albergo e organizza un piccolo traffico d’armi che smercia clandestinamente a chi avverte il bisogno di sentirsi più sicuro con una Colt in tasca.

Naturalmente, va a finire male, con conseguente arresto, evasione e fuga. Non da solo, però, stavolta: con lui c’è Concetta, che lavora nell’albergo dove è andato a stare e deve portar via senza il consenso dei genitori, i quali diffidano di quel tipo senza lavoro, che vive alla giornata.

Con una bella dose di ironia, Gino definirà la sua fuga con quella che poi sarà la donna di tutta la sua vita, fino alla morte, nel 1938, mentre lui è in carcere, “il più bel furto della mia vita”; ne nasceranno due figli, ai quali darà il nome di Spartaco e Luis Lenin, ed è pure inutile spiegare perché.

Quel che segue, da questo punto alla notte del 5 giugno del 1926, è una sequenza di furti quasi giornaliera, arricchiti talora da quel “tocco di artista” che fa di Meneghetti una figura leggendaria in tutto il Brasile, come quando, deluso dallo scarso valore dei gioielli trovati in casa della baronessa De Arary, lascia sullo scrittoio un biglietto indirizzato alla nobildonna consigliandole di trovare un miglior gioielliere per i suoi acquisti.

Sarà proprio questo gusto innato per la sfida e la beffa a perderlo, quando decide, contro i consigli di tutti, di provare un furto a casa di Edoardo Matarazzo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese.

Tutto riesce alla perfezione: 16 chili di oro a diciotto carati, 4 collezioni di brillanti, 400 orologi (per lo più d’oro), 1 chilo di perle, 2 bauli pieni di statuette di avorio, spille, pietre preziose passano di mano nel giro di poche ore, mentre il padrone di casa è fuori, ad un ricevimento improvvidamente pubblicizzato su tutti i giornali.

È un colpo troppo grosso, e troppo nota è la vittima; questa volta la polizia si gioca la reputazione, e non può sbagliare: si scatena una gigantesca caccia all’uomo, finchè la più classica delle “soffiate” porta gli investigatori alla casa di Meneghetti ed alla scoperta del tesoro.

Gino capisce che, se lo arrestano, non ha scampo, e, grazie alla sua prodigiosa e plurirodata agilità, salta da una finestrella e si dà alla fuga, mentre Concetta finisce in carcere per sospetta complicità.

Fuga che dura poco, però: meno di due mesi dopo, circondato da centinaia di agenti mentre corre sui tetti, in un estremo tentativo di mettersi in salvo, è costretto ad arrendersi.

Lo aspetta il supercarcere di Carandiru (che avrà triste fama nel 1992, per la strage che farà seguito ad un tentativo di rivolta) e una cella di massima sicurezza, che mette al sicuro le Autorità dalla beffa di un’ennesima fuga e lo ospiterà per 18 anni, prima di essere ammesso ad un regime di detenzione “normale”.

La giustizia brasiliana è con lui spietata: gli vengono addebitati 5 furti diversi (e sono sicuramente molto meno di quelli effettivamente compiuti), ma senza il legame della continuazione, per cui la pena complessiva è di 43 anni, 2 mesi e 10 giorni: un’eternità per un uomo che ai giudici risulta avere 48 anni (in effetti, sono 38, ma, al momento dell’ingresso in Brasile c’è stato un errore - che durerà fino alla morte - nella trascrizione dei dati anagrafici).

Solo grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica che, in fondo, ha simpatia per questo furfante il quale non ha mai ucciso nessuno e difende il suo diritto a vivere in una società che gli nega l’essenziale, uscirà a metà gennaio del 1947, per trovarsi in un mondo che non è più il suo, e nel quale fatica a ritrovarsi.

Lo aiuta qualche giornalista che costruisce il “personaggio” Meneghetti e solletica la sua vanità: si fa fotografare in mutande per dimostrare che è un settantenne ancora atletico, rilascia interviste con spiccioli della sua filosofia di vita, ma non sfugge al suo “destino”: all’alba del 3 marzo del 1954 viene riarrestato.

Il suo avvocato riesce a far derubricare il reato da “furto” a “tentato furto”, e così l’originaria pena di oltre 9 anni viene abbassata a 4, con la scarcerazione il 15 ottobre del 1959. Sono stati anni duri in carcere: violenze sbirresche e oltraggi della piccola e giovane delinquenza che non lo riconosce e lo costringe a puntigliose rivendicazioni: “Qui in carcere solo l’avvocato e il direttore possono darmi del tu. Ladruncoli di strada come voi devono darmi del lei e chiamarmi signor Meneghetti”.

Sono atteggiamenti come questo, che presto sono noti anche al di fuori del carcere, ad aumentare la sua popolarità tra la gente: alle elezioni del 1958 300.000 scontenti voteranno per lui –che non è nemmeno candidato- in segno di protesta contro la corruzione dilagante.

Ogni uomo, però, ha sulle spalle la sporta del suo destino: viene riarrestato nel 1961, nel 1964, nel 1965, nel 1968 e, per l’ultima volta, nel 1970, mentre si aggira furtivo, di notte, per le strade, con un martello e uno scalpello in borsa.

La condanna questa volta è mite: un paio di settimane di cella ed è di nuovo fuori. Sui documenti brasiliani, per l’ errore di cui ho detto, ha 92 anni, dieci di più degli 82 effettivi…troppi, comunque per tentare di imitare Arsenio Lupin.

Muore di lì a 6 anni, nel 1976. Sul muro della casa presso la quale fu arrestato per l’ultima volta, è oggi possibile leggere una targa:

In questa casa, la notte del 13 giugno 1970 fu catturato, per l’ultima volta, il grande ladro Amleto Gino Meneghetti, a 92 anni di età. Erano le dieci di sera, e aveva con sé una lanterna, uno scalpello, un martello e un piede di porco. Cominciò a forzare la porta, quando intervennero le forze dell’ordine.

Eminente ladro, Meneghetti divenne famoso come il Gatto dei Tetti, L’Uomo Ragno, L’Uomo dalle Molle ai Piedi, o, semplicemente come il Re dei Ladri. Diciamo che rubava solo ai ricchi, senza mai usare la violenza.

Morì qualche anno dopo, povero e sofferente, a 98 anni.”

Una storia avvincente e un bel libro, insomma…c’è poi una pagina di un’attualità sconcertante, ancora in queste settimane nelle quali la tv ci abitua a strazianti sbarchi di migranti mediterranei: è il racconto che il Console Edoardo Compans de Brichenteu, fa, nel 1893, dell’emigrazione italiana in Brasile:

Famiglie decimate … bimbi che piangono i genitori morti di recente, genitori che piangono i loro bimbi perduti per sempre: mariti che lamentano la perdita delle mogli, mogli che lamentano la perdita dei mariti. Abbiamo assistito noi allo sbarco di un pover uomo padre di cinque figli tutti in tenera età, che scendeva faticosamente la scala mobile del piroscafo, spingendo avanti i figli piangenti con in braccio il cadavere della moglie, morta da poche ore; e, deposto il cadavere, risalire piangendo la scala, per ridiscendere subito, recando in braccio un’altra sua creaturina morta!

E pensare che questi infelici credono che, una volta giunti in colonia, saranno finiti i loro patimenti, quando appunto là cominciano le difficoltà maggiori e la lotta per la vita! Solo domandiamo se il Brasile chiama gli emigranti per popolare la terra o il cimitero?

È proprio vero, e per niente cinico: niente di nuovo sotto il sole…..

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Quello che aspetta (a metà strada)

10 Agosto 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Quello che aspetta (a metà strada)

Fa caldo e il sole illumina la lunghissima spiaggia solitaria. A metà, tra la battigia e le dune dell’entroterra, c’è solo il ragazzo, sdraiato su un asciugamano, pancia a terra schiena rivolta verso il cielo; sta lì, appoggiato sui gomiti, con le gambe incrociate e un po’ sollevate dalla sabbia.

Sta lì e aspetta.

Alle sue spalle un oceano piatto e immobile, silenzioso, segna il confine dell’Infinita Tristezza, infinita perché l’enorme mare scavalca anche il lieve orizzonte continuando con un cielo ugualmente immobile, ugualmente pallido, come in un continuo gioco a farsi il verso.

L’Infinita Tristezza scavalca il ragazzo sdraiato sulla spiaggia addentrandosi verso il mondo, come per avvolgerlo, senza volerlo, nella sua calma paralizzante. Ma il ragazzo guarda dall’altra parte, dove un breve cordone di dune coperte da ciuffi di giunchi precede la foresta rigogliosa dell’Infinita Felicità, distesa a perdita d’occhio di alberi sempreverdi interrotta qua e là da esplosioni colorate, macchie di fiori dei quali, ogni tanto, arriva anche il profumo. Profumi dolci dai nomi esotici che è impossibile ricordare.

Il ragazzo, mento tra le mani e gomiti appoggiati a terra, guarda verso l’Infinita Felicità, con occhi pazienti dal loro fondo, e aspetta.

Ma che cosa?

Aspetta una ragazza riccioluta, una ragazza con lunghi capelli ricci; la aspetta per ragioni sue, forse si sono dati appuntamento lì, oppure l’aspetta perché crede che la vita sia un gioco, la aspetta per avere anche solo un pezzettino dell’Infinita Felicità che si estende davanti a lui: qualche granello di polline sulle spalle di lei, o un fiore tra i suoi capelli, o un filo d’erba in bocca...

Fa caldo, dense gocce di sudore si formano nell’incavo del collo e scorrono lentamente verso il petto quasi in continuazione.

La spiaggia è solitaria, a parte il ragazzo sdraiato...o comunque lo sembra, ma la realtà è diversa!

Da dietro un poggetto sabbioso tre bambine sbucano fuori, evidentemente sono anche loro convinte di essere sole perché, appena notato il ragazzo, si bloccano interdette ed incuriosite. Sono tre bambine bionde, una più grande è probabile che sia la sorella maggiore e richiama seccamente una delle piccole che si accingeva ad avvicinarsi al ragazzo...

...finché la Curiosità prevale sulla Prudenza ed è proprio la bambina più grande a parlare con uno strano accento pieno di consonanti aspre:

Zalve!” le due sorelline, come ombre leggere, le stavano attaccate alle gambe e guardavano il ragazzo con occhietti svelti da donnole.

“Ciao bambine”

Zcusa, no hai mika visto pazare di kua un topolino? L’ha perzo mia zorela Ruth, lei perde zempre tutto!”.

Ruth, la bambina attaccata alla gamba destra, rivolse un breve bianchissimo sorriso al ragazzo, che lo ricambiò, prima di far scomparire il viso contro la coscia della sorella maggiore.

“No, mi spiace, non ho visto nessun topolino. A dirla tutta non ho visto niente! Siete voi le prime a passare da qui!”

E’ molto ke zei arrivato?

“Mha?! Quasi non me lo ricordo! Un po’ di tempo sarà passato...”

Kome mai stai kui tutto da solo?

“Sto aspettando...”

Ke palle! Non ti annoi a non fare niente kosì? Ki azpetti?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

E’ la tua fidanzata?

“No bimba, è solo una ragazza riccioluta!”

Ma è bella almeno?

“Oh sì! Certo che è bella!”

Vabbè...allora buon azpetto...se vedi un topolino magari rikiamaci. Cia’!

“Ciao bimbine! Buona Fortuna!”

Le tre sorelline si allontanarono; Ruth, ancora con la faccia premuta contro la coscia della maggiore, fece risuonare una voce squillante:

Kohopriti la skiena karino! Se ti zkotti...ohi ohi! Zo’ dolori!

“Grazie del consiglio...se lo rammento lo farò certamente!”

Il ragazzo rispose agitando la mano mentre le tre piccole figure diventavano sempre più irriconoscibili per la lontananza e la calura.

Poi tornò ad appoggiarsi sui gomiti, lo sguardo dritto di fronte a sé...

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa.....

Che la spiaggia non fosse proprio solitaria il ragazzo lo capì subito dopo, ascoltando queste strilla, non esattamente umane, per un bel po’...prima che apparisse la loro proprietaria...

..una grassona in due pezzi, tutta rubiconda e accaldata, con un ridicolo cappellino a cuffietta ed una borsa da mare di esime dimensioni. L’ira, o comunque le rumorose attenzioni della donnona, erano rivolte ad un bimbetto secco secco...che forse era...incredibilmente suo figlio!

Questo la precedeva, con corsettine isteriche e repentine frenate, sulla battigia; ogni tanto fermandosi a guardare qualcosa sulla sabbia, animaletti o quant’altro, che, manco a dirlo, finivano puntualmente schiacciati dal simpatico pargolo.

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa....smettila di stiacciare i paguri! Occosa t’hanno fatto? Povere beschie! Smettila Omar! T’ho detto di finilla! Malidetta la tu’ razzaccia ‘nfame! Tò!.

Il ragazzo fu per forza attirato da quella scena comica:

“Buongiorno signora” disse più per gentilezza che non per farsi notare.

Aihò! Chi è?! Ohi-ohia giovane! Mi scusi! Ull’avevo mi’a vista! Manca po’o mi fa venì ‘n coccolone!”

“In tal caso mi scusi lei signora!”

No no...guardi...è per via di ver bimbo...natodancane! Mi fa ammattì!

Omaaar! Omaaaaaaaaaa....! Vieni vi c’è un sinniore sempati’o! Vieni vi delinguente! ‘R tegame di tu ma’ e ‘r becco di tu pa’ poròmo!

Omar, il natodancane, la guardò con aria ebete per qualche secondo...poi tornò, come se nulla fosse, alla sua occupazione principale. Schiacciare i paguri!

Poi ti rovino...vai!

Dé...ma vardi va! Mi deve di’ un po’ poino lei ‘ome si fa?! Mi fa scorda’ di tutto ver bimbo!....

...Ah...’nfatti...meno male ho trovato lei...no perché ci siemo perzi...si doveva anda’ ar bannio...aspetti...’r Bannio Solleone....Mare e Sole?!Bho! Lei che è der posto ‘un saprebbe mi’a...

“No, mi dispiace, ma non sono della zona, sono qui ad aspettare...e basta!”

Boia dé! Di grazia! O cchi aspetta....’R Papa?!

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Vai...borda! La sua signorina?

“No signora...è solo una ragazza riccioluta.”

Ssì ssì...è bellina m’immagino...

“Oh sì! Certo che è bella!”

Ovvia beato lei! Che le devo di’! Arrivederla e saluti alla bimba!

Omaaar! Omaaaaaaaaaaa....!

‘nna ‘ane! Stramalidetto tu sii ‘n eterno...tu stiantasse...ora ti vergo...

La cicciona si allontanò imprecando contro l’innocente che si era già avviato di corsa sulla lunga spiaggia. Sempre più sudata e accaldata anche la corpulenta forma si perse, dopo un po’...

Il Tempo a volte è un elastico, o una gomma da masticare usata, lo allunghi a tuo piacere e quasi non si rompe, spesso si deforma e non torna più come prima (non torna MAI come prima), però non si rompe!

Così...o all’incirca così...o per niente così...pensava il ragazzo sdraiato sulla pancia sopra un asciugamano; su una lunghissima spiaggia a metà strada tra l’Infinita Tristezza e l’Infinita Felicità.

E stava appoggiato sui gomiti; e aspettava.

Da lontano il verso di un invisibile beccapesci rompeva il silenzio, per il resto l’Infinita Felicità era sempre rigogliosa, l’Infinita Tristezza sempre tenue; il ragazzo sempre a metà, con occhi pazienti dal loro fondo.

Ecco qualcun altro! Il ragazzo lo notò quando era ancora lontano: un uomo, un omino calvo con un ampio torace peloso che trascinava dietro di sé un bastone, tipo un manico di scopa, lasciando un solco ondulante nella sabbia...e un cane, l’uomo era affiancato da un cane, uno di quelli piccoli che abbaiano sempre per nulla.

L’omino e il cane si avvicinarono al ragazzo sdraiato con passo spedito, lungo una linea retta che solo loro vedevano. Quando ormai il ragazzo credeva che i due lo superassero senza degnarlo di un cenno, l’omino si bloccò:

Felice di vederLa giovine!

“Buongiorno a lei buon uomo!”

L’omino e il cane si misero davanti a lui (tra lui e l’Infinita Felicità) come se fossero sull’attenti. L’omino teneva il manico di scopa come un’alabarda da guardia svizzera. Cominciò a parlare:

Splendida giornata nèvvero? Sì, veramente ottima! Un bel sole sfavillante per forgiare le membra! Un bel caldo soffocante per ricordarCi che niente nella vita si ottiene senza sudare e combattere! Una bella sabbia rovente per indurirCi la pianta dei piedi...

Il cane guardava l’omino con la testa inclinata da una parte ed un’espressione tra lo stupito, per le frasi futili che il padrone andava ancora ripetendo, e l’interessato...ma con un interesse sicuramente di convenienza...

Il ragazzo ascoltava e non ascoltava quello sproloquio, ogni tanto intercalava con qualche “...eh sì...ha proprio ragione...perbacco!...ma certo!...”, quasi quasi rimpiangeva l’incontro con quel logorroico ed autoritario vecchietto.

Bravi bravi giovini! Coltivate fisico e mente per il mondo di domani!...comunque anche quello di ieri e di ieri l’altro non era male...è l’oggi che fa schifo!

A proposito, Lei, così solitario, cosa ci fa su questa spiaggia?

“Sto aspettando...”

Ahi ahi! Aspettare non è una bella tattica! Bisogna andare sempre all’attacco! Aggredire il nemico!

Comunque, se mi permette, chi aspetta?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Bravo! Bisogna essere sempre galanti con le donne e arrivare co-stan-te-men-te in an-ti-ci-po!

Ma, mi scusi ancora, è la Sua ragazza questa Signorina?

“No signore, è solo una ragazza riccioluta.”

Bhè, speriamo che non tardi tanto, questa ragazzina ricciolina! In quegli anni, quando ero giovine, la puntualità era un do-ve-re! Mica un “opscionals”!

Bene! Ma ora La lascio alla compagnia della...bella...si può dire? Sarà di sicuro bella!

“Oh sì! Certo che è bella!”

Bravi! Braaaviiii!

Il cane guardò il ragazzo ed abbaiò, come volevasi dimostrare, per niente.

ArrivederLa giovine!

E se ne andò. Con il cane.

In un batter d’occhio la spiaggia era di nuovo splendidamente solitaria, solo un leggero solco ondulante si perdeva in lontananza. Confine aleatorio.

E ancora il Tempo si allunga e si deforma e sfugge di mano. E gioca per conto proprio come un bambino attaccato a un aquilone...

All’improvviso un’ombra calò sul ragazzo sdraiato e lo fece trasalire. Era lì, in attesa, contemplando alberi e fiori a perdita d’occhio, aspettandone un pezzettino anche per sé (solo un pezzettino...per piacere...), quando un nero in tuta da ginnastica con un borsone di tela gli si parò davanti:

Buongrn capo! Compra qualcosa! Tuto bèlo non è caro! Te lo dice Abdul!

“Ciao Abdul. Sono certo che sei fornitissimo e onestissimo...ma non mi ci vuole nulla! Praticamente non ho niente, ma questo forse mi basta...”

No capo. Tu no hai capito. Il vecchio Abdul è un mercante speciale...

Tirò giù il borsone davanti a lui e, prima che potesse fermarlo con un cenno, lo aprì facendo uscire un oggetto abbastanza strano...se non si è preparati o abituati...

Una pallina di pelo irsuto dalla quale sporgevano due ridicole gambette rachitiche ed un nasone roseo e rivolto verso il basso.

Abdul si passò la palletta pelosa sul palmo della mano ed essa, non senza qualche difficoltà, gli si arrampicò lungo il braccio andando a sedersi sulla spalla; come un pappagallo parlante...ma zitto!

Abdul è mercante di Sogni capo. Merce rara al giorno d’oggi! Abdul ti fa prezzo bòno! Se no ti va questo...io stiaccio!

E dette uno schiaffo al Sogno, che non aveva avuto neanche il tempo di spostarsi e scoppiò nel nulla con un urlettino stridulo...

Abdul ha milliaia e milliaia di sogni da venderti capo. Con un piccolo sforzo tu stare mellio!

Il mercante di Sogni sussurrò quest’ultima frase sotto voce, come rivolgendosi ad un’amante. O meglio, come ci si rivolge all’amante durante il Sogno...

Ma il ragazzo conosceva benissimo la merce di Abdul; quante volte aveva nutrito, coltivato, fatto crescere e poi schiacciato senza rimpianti Sogni simili a quelli che ora gli venivano mostrati! Era diventato un esperto in quel campo!

Ed ora che i Sogni erani venduti, scambiati, barattati. Ed ora che solo la tristezza era gratis...lui era rimasto praticamente senza niente...né gli uni né l’altra. Abbondava solo di attesa.

Il ragazzo abbassò gli occhi sulla sabbia. Quegli occhi così pazienti dal loro fondo...

Ho capito capo, non dire niente”, parlò ancora Abdul il mercante, “Tu no hai bisogno dei miei Sognetti economici, tu ne hai già uno grande come il mare!

“Non ti sbagliare Abdul...”, cominciò a replicare il ragazzo, ma fu interrotto.

Non mi sbaglio capo, questi occhi vecchi vedono lontano...dove tu sei cieco! Non mi resta che andarmene ed augurarti solo tanta Buona Fortuna.

Detto ciò, così come era arrivato il nero se ne andò, sparì. Ed ancora il ragazzo non aveva sollevato lo sguardo dalla sabbia...

Ma, allora, se si può (si deve) ancora sognare... ci sono dei confini? Dov’è la Felicità? Quando arriva? Dov’è la Tristezza? Quand’è che se ne va? Perché non si può scendere dall’auto in corsa? Perché i nostri pezzi di vetro conficcati nei piedi non fanno più neanche male?

E’ passato un po’ di tempo e il ragazzo è ancora sdraiato sul suo asciugamano, sulla spiaggia solitaria, con il mento tra le mani ed i gomiti appoggiati a terra. Davanti a lui l’Infinita Felicità, dietro a lui l’Infinita Tristezza, lui sta in mezzo (nella comoda Terra di Nessuno). Adesso i suoi occhi sono chiusi sul volto rilassato, sembra che stia pensando con serenità a tutto ciò che è stato e non è stato mai.

Ma eccola! Eccola che sta arrivando, sta fermando la sua bicicletta a ridosso di una duna, non ne è ancora scesa che già ha iniziato a parlare con la sua voce nell’aria cristallina:

Ciao! Allora?! Scusami per il ritardo! Devo aver fatto proprio veramente tardi abbestia!...ma ho avuto da fare un sacco di cose: ho lavorato, ho studiato, sono andata in bici (come vedi), ho preso la laurea, ho lavorato dell’altro, ho dato da mangiare al cane, al gatto, al cardellino; ho raccolto pinoli in pineta, sono andata a mangiare una pizza, poi sono andata a ballare e a giocare a biliardo, mi sono sposata, ho divorziato, mi sono risposata, nel frattempo ho anche fatto un bambino e uno l’ho adottato, poi mi hanno licenziata e mi hanno assunta da un’altra parte, e, sai, ho trovato pure una vagonata di planarie! Mi sono comprata la macchina nuova, ho fatto un incidente, ma non mi sono fatta nulla; ho sotterrato cane e gatto, ho ri-divorziato e mi sono detta “il matrimonio non fa per nessuno...avevo ragione quando ero giovane...”...Ma scusami, sto parlando solo io! Oh te?! Qui tutto solo soletto? Cosa hai fatto di bello?

La ragazza riccioluta, che non era più una ragazza, aveva sempre dei lunghi bei capelli, dei lunghi e candidi riccioli che le ricadevano sulle spalle.

Il ragazzo sdraiato aveva pure lui dei lunghi candidi riccioli che ricadevano sulle spalle, sui gomiti appoggiati a terra, sulle mani con cui reggeva il mento colonizzato da una spinosa e folta barba bianca. I suoi occhi erano chiusi e non potevano vedere la ragazza riccioluta, ma non l’avrebbero comunque potuta guardare, così come da tempo non vedevano più l’Infinita Felicità che, rigogliosa, si estendeva ancora a perdita d’occhio.

Lui non l’aveva sentita arrivare, non l’avrebbe sentita andar via.

La ragazza riccioluta si mise a sedere accanto al ragazzo, sull’asciugamano, ora in silenzio insieme a lui; i loro capelli si mescolarono almeno stavolta, come ondeggianti e sottilissimi fili di seta di una stessa maglia.

La ragazza riccioluta guardava il vecchio ragazzo con un’espressione seria sul viso, accarezzandogli piano i capelli di seta; poi si fissò le mani e le vide pallide, con un intreccio di vene bluastre e di macchioline, ma, attraverso il bordo irregolare e tormentato delle unghie, vide anche le mani sottili e leggere di una ragazza che era stata, che si era dimenticata di essere stata e di essere. Una ragazza con folti capelli, con folti riccioli illuminati dalla luce del sole.

La ragazza riccioluta guardò il ragazzo sdraiato sull’asciugamano.

Il Tempo era passato tutto quanto insieme e lei non se ne era neanche accorta.

M. L.

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Siam tre piccoli consiglin

9 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Siam tre piccoli consiglin

Un consiglio per coloro che devono fare un esame. Ovviamente studiate tanto, siate padroni dell’argomento, del testo. Poi, una volta imparato e ripetuto, fate un’ulteriore esposizione a voce e registratela. Risentitela in continuazione, mentre fate la doccia, mentre vi truccate, mentre cucinate o mettete in ordine la vostra camera, se possibile anche mentre andate in macchina, però state attenti alla guida. Le parole vi entreranno dentro, diventeranno vostre, s’incastreranno nella memoria come un motivetto ossessivo e vi usciranno con facilità, oltre la barriera del panico.

Altro consiglio per tutti. Siate comunque gentili. Chi non saluta non è timido, è maleducato. Dite pure buongiorno con la testa bassa, con gli occhi inchiodati alle punte delle scarpe, con le orecchie in fiamme, ma ditelo. E sforzatevi di sorridere, anche se le labbra si stirano in un ghigno e la fronte si aggrotta.

Per finire, vi esorto di nuovo a mettere su carta i vostri guai, magari in un diario o in un blog anonimo. E fatelo con autoironia, senza commiserarvi ma, anzi, ridendo di voi. Vi renderete subito conto di quante paure, in effetti, non avete. Circoscrivere il problema (come vi ho detto già tante volte) ed esternarlo, vi farà stare meglio, alleggerirà il peso, vi farà sembrare le cose meno gravi di quel che sono. Parlare delle brutte esperienze, ridicolizzarle, le esorcizza, ve ne libererete, non continueranno a tormentarvi per anni.

Proprio come ha fatto Duille, una ragazza con i nostri problemi, tenerissima, dolce e fobica in modo positivo, non nichilista ma pronta a riconoscere il bello della vita. Con orgoglio annunciamo che è entrata a far parte della redazione e ad agosto uscirà il suo primo post. Lei ci aiuterà a vedere il lato positivo di ciò che siamo.

Nel frattempo, godetevi il suo dolcissimo blog:

stelid'erba.blogspot

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