Il Bandolo- Manifesto culturale. Adriana Pedicini
MANIFESTO CULTURALE "IL BANDOLO" AL POLMONE PULSANTE
Il 28 maggio scorso, ore 19 e pochi spiccioli, presso il Polmone Pulsante (salita del Grillo 21, Roma), Franco Campegiani, Marco Mastrilli e Claudio Fiorentini, hanno dato vita al Manifesto "IL BANDOLO".
L'intenzione, con questa operazione, è di contrastare la "dispersione" che oggi caratterizza il sistema della promozione artistica.
La cronaca
Si è svolta una serata esplosiva al Polmone Pulsante; critici ed eruditi hanno dato vita a un dibattito folgorante e difficile. Dibattito di un un livello culturale veramente elevato. Si possono dichiarare veramente contenti gli audaci iniziatori di un manifesto artistico di tale portata; e soprattutto Claudio Fiorentini, Marco Mastrilli e Franco Campegiani per essere stati la fiamma che ha acceso la miccia; importante ora dare seguito ad un'opera di così alto profilo novativo che avrà senz'altro voce nella cultura artistica a venire, nella storia letteraria del secolo. I commenti più importanti sono venuti da Angelo Sagnelli, Michele Bianchi, Ettore Giaccaglia e da altri personaggi del panorama culturale attuale. Se da una parte Sagnelli si è soffermato sul fatto che a questo Manifesto manca qualcosa di fattivo, rimanendo quindi una dichiarazione di intenti, dall'altra parte Giaccaglia ha sposato interamente il contenuto, anche perché lui è a capo di una fondazione (Mecenate Italia) che lavora proprio nella direzione descritta. La discussione si è protratta per quasi tre ore. Ma gli argomenti erano di tale interesse che si sarebbe potuta prolungare ben oltre. Questa la confessione schietta di Claudio Fiorentini: "Insomma, credo di essere entrato nella gabbia dei leoni, senza aver studiato da domatore... la prossima volta reagirò con forza, usando il candore, che mi caratterizza". E quella di Franco Campegiani: "Il folto pubblico di addetti ai lavori (artisti, letterati e critici), molti dei quali membri della sezione romana del Circolo Culturale I.P.LA.C (Insieme per la Cultura), diffuso su scala nazionale, che in qualche modo ha costituito l'alveo in cui l'iniziativa è nata, ha incentrato la conversazione intorno al nucleo ideale che il manifesto intende portare avanti: quello dell'arte come "vocazione", idea destinata a creare una ferita profonda nell'odierno tessuto culturale dominato dall'idea diametralmente opposta dell'arte come puro e semplice professionismo. Non per denigrare il professionismo (ci mancherebbe altro!), ma per dire con forza che esso è ininfluente ai fini della creatività".
QUESTO IL DOCUMENTO CON I FIRMATARI
MANIFESTO CULTURALE
IL BANDOLO
L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.
Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto vocazione.
Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione. Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.
Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.
Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra. Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della comunicazione e dei suoi orizzonti.
Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di comunicazione.
E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di narcisismo, e troppo spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le rende invisibili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e non un servizio di diffusione dell'opera artistica.
È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli operatori debbono proporre valori: il valore della scoperta, il valore della diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di Narciso.
Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità, da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo. Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.
Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.
È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali, mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un senso, della vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.
Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.
Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni, potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi - individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti creativi hanno in questo una grande responsabilità.
Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo trattarle.
Art springs from an interior dialog to become thinking in motion that generates
change. We participate in these dynamics by becoming mindful weavers of a
web that will know how to restore dignity and freedom to a culture mired down
in narcissism, cliques and self celebration.
Our values are creative awakening, authenticity, involvement and
aggregation, with the desire to break down the barriers and the patterns
imprisoning culture and art circuits, fouled by social climbing and a mistaken
concept of cultural professionalism. Art is first and foremost vocation.
Our intent is to support and promote initiatives that will give new vigor and
momentum to the creative work, allowing the ideas that spring from every
cultural gesture to develop in a truth that is removed from any mystification.
We want to cultivate a thinking that will make authentic universal values
bloom in the fascinating but regretfully arid contemporary world.
Where art comes together, there’s a message of peace.
Today we witness the sad show of the scattering of cultural and artistic
events, due to the artist’s narcissism and the deplorable mindset of tending
one’s own garden and not enriching oneself by team work. What
contemporary culture lacks is sense of Community, of living together, of
participation, despite the abnormal extension of communication and its
horizons.
It all explicates on a superficial level, and this dispersion restricts knowledge.
Instead of spreading the thinking brewing among us, it’s the thinking
contained in commercial products that is divulged. The new art, which exists
but is neutralized by this grim system, which creates ever more scattering and
does not support the work in its being communication tool, is rarely divulged.
It’s easy to neutralize art: you can do it with a mirror for larks! The means to
propagate art are hardly more than receptacles for egotism, and much too
often the circulation is reserved for those who pay more, rather than to those
who deserve it. It is easy to satisfy the ego, the desire to come out on top, to
make one’s voice be heard. That is why quality artworks is often swimming in a sea of mediocrity that makes them invisible. By paying, can be obtained a
service suited to satisfy the author, not a service that will propagate artwork.
It is hard to promote artistic products: to do it, you need guts. Operators must
offer values: the value of discovery, the value of circulation, the value of the
care for the product, the value of the encounter and the value of coming
together. Whether it is a publisher, a bookseller, a cultural gathering, an art
gallery, a theater, a literary award … whatever us artists turn to must offer
value, it must not merely be a Narcissus mirror.
The artist’s worst enemy is the ego, and it would be gullible to think that
substituting I with Us suffices to reach universality, the latter not to be
understood in a purely globalizing and extensive sense. It is possible to
overcome individualism by recognizing and embracing the deepest level of
subjectivity. One thing is the Ego, another is the Self.
The contemporary world is devastated by an improper and arid grouping
concept that compels to live superficially. Uniformity is the symptom of
absence of depth. That erroneous propaganda which deviously pushes to
misinterpret the inner dig, the search for oneself, the self analysis, labeling it
as intimism, as exclusion of the other, as withdrawing of the ego in itself.
It is essential for the individual to start thinking no more as a monad, but as a
community. Art is communion, is exchange, is dialog that takes place deep
down. It is there, where universal values can be found, whilst we tend to
mistake universal with general consent. Art does not speak to all, turning
them into a mass, but to the heart of each one. It is not a political or
advertising message, but a revelation of the sense, or one of the senses, of
life. It truly addresses the other, with the awareness that the other is first of all
a consciencial dimension of the self.
If dispersion is the result of a boorish system ruling the world of art, then at
least we need to try to find aggregation, to find cohesion, to try and gather
into one or more basins, the creative individuals who want to exit the usual
contemporary art and culture circulation model. All of this in the attempt of
guiding an ever larger public towards a higher quality cultural product.
By coming together, sharing, uniting and exchanging opinions, we will be able
to give art its proper dimension and bridge the huge gaps of this system. The
Power is how we want it, because money is at the service of the mind,
whereas the contrary is not true. Is then up to us – individually, to each one of
us – to try to change direction, and creative souls, in this scenario, have a
huge responsibility.The arts are thinking training grounds, creativity laboratories, and we must
treat them as such.
Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Roberto Mestrone
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Valentina Vinogradova
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto CanforaAngelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunato
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Puntuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)
Si tratta davvero di un godibilissimo racconto, letto nell’edizione Bompiani; ci permette di riflettere sulla società di oggi e sul mondo della comunicazione. Siamo nel secondo dopoguerra. La ferocia della dittatura nazista e l’orrore del recente conflitto sono alle spalle. Ora c’è una realtà di crescita economica e i cittadini hanno diritti e tutele. Il dottor Murke lavora negli studi della radio. Ha ricevuto l’incarico dal direttore di revisionare il testo di due conferenze incise su nastro dallo scrittore Bur-Malottke, un intellettuale più tronfio che profondo. Perché questa revisione? Semplicemente il conferenziere, risolto un lungo travaglio interiore, ritiene di non poter più usare la parola “Dio” che andrà sostituita dall’espressione “Quell’essere superiore che veneriamo”. Si tratterà di fargli registrare varie volte quella frase, sostituendola all’altra troppo impegnativa parola. Un lavoro piuttosto lungo, dato che ci si muove nella lingua tedesca che ha vari casi a seconda del complemento. Il direttore è in soggezione davanti a Bur-Malottke che addirittura esprime la volontà di rivedere tutti i suoi testi registrati, anche quelli più vecchi. La richiesta sembra frutto di un capriccio intellettuale, ma a quest’uomo presuntuoso non si può opporre un rifiuto. Non c’è più Hitler, ma esistono ancora personaggi pieni di sé cui non si riesce a dire di no. Sono quelli che potremmo chiamare i tiranni del quotidiano; sanno come muoversi, trovano le porte aperte, non hanno bisogno di prendere appuntamento. Con loro ci si scusa se hanno dovuto attendere qualche attimo; bisogna essere quasi onorati di sciupare il proprio tempo con le loro bizze. Il dottor Murke è persona intelligente e arguta, tanto che il direttore lo guarda con diffidenza pur apprezzandolo, dato che a lui affida quell’incarico abbastanza delicato. Murke fa la sua parte, non rinunciando a prendersi gioco del pomposo intellettuale. Il mondo della radio è pieno di programmi e di parole che spesso si configurano al protagonista come una realtà fatua e vuota. La società ora è libera, libera anche di essere stupida o forse non abbastanza libera per riuscire a ridimensionare la vanità di un uomo. Bur-Malottke è infatti un uomo come tutti, ma altezzoso; la convinta centralità dei suoi piccoli pensieri lo rende ridicolo. Gli manca la distanza da sé per concepire in modo più umile il proprio ruolo.
Pensiamo a Joseph Roth e a come ci presenta il Kaiser Francesco Giuseppe in un passo tratto da La marcia di Radetzky. Il vecchio monarca sta passando in rassegna un reparto di militari. Tutta la maestà e il carisma del sovrano che governa da oltre mezzo secolo scompaiono davanti a una gocciolina che capricciosamente penzola dal suo naso imperiale, attirando l’attenzione dei soldati e naturalmente del lettore. Francesco Giuseppe appare semplicemente come un uomo, oltretutto anziano e goffo. Come sopportare i Bur-Malottke e le loro stucchevoli chiacchiere? Murke ha trovato un modo. Dal nastro di ogni programma vengono tagliati dei pezzi che non contengono nulla se non inutili pause. Il protagonista recupera queste parti; non pago di ciò, chiede alla sua ragazza di restare muta mentre lui registra. In questo modo recupera ancora un po’ di silenzio, facendo un nastro sempre più lungo. Poi lo ascolta e questo per lui è estremamente riposante. Il nulla e lo scarto diventano necessari per ristorarsi. La sua reazione al disagio del vivere con gli altri è ben diversa rispetto a quella dello scrivano Bartleby di Herman Melville. Lo scrivano rispondeva con un inatteso “Preferirei di no” a una normale richiesta del suo principale, rifiutando in blocco il mondo del fare, del produrre, del correre, dell’essere competitivi. Una scelta radicale e destinata a portare all’isolamento e alla solitudine. Invece, la via di Murke è più sottile e permette di convivere. La realtà del lavoro e della comunicazione produce vaniloqui a iosa, ma anche piccole e preziose quantità di silenzio. Ci sono il veleno e l’antidoto nello stesso mondo.
Il chiasso e il silenzio si confrontano, si alternano, hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano reciprocamente. Si tratta di una dialettica che può portare a una non facile sintesi. Trovare un equilibrio tra questi due poli significa trovare quiete e serenità.
Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D
Meñique, la favola di un minuscolo giovane contadino che aspira all'amore di una principessa, ha debuttato il 20 luglio nei cinema cubani della capitale, in occasione della Giornata dei Bambini. Il lungometraggio a cartoni animati di produzione cubano - spagnola riveste grande interesse perché segna una tappa importante nello sviluppo della cinematografia cubana. Meñique è il primo cartone animato girato con tecnica 3D prodotto da ICAIC sull'Isola. Autore Ernesto Padrón, regista e sceneggiatore, che definisce la pellicola "una versione sui generis di Pulgarcito". Padrón disegna anche i personaggi e conferisce l'animazione a una storia che rappresenta bene l'animo ispano - cubano, soffusa di sentori che ricordano la saga di Don Chisciotte e Sancho Panza, ma anche di paesaggi che riproducono la suggestiva Valle de Viñales e permeata di ritmi musicali popolari come il guaguancó.
L'idea di realizzare Meñique comincia farsi largo nel 2008, ma non è facile portare a termine un lavoro complesso che necessita di 200 persone tra disegnatori, programmatori e artisti che si prendono l'incarico di ricreare le immagini animate in tre dimensioni. Una conquista tecnologica e un grande successo per il cinema cubano, anche se 34 operatori tecnici sono spagnoli.
Producono l'opera: Instituto Cubano de Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC), Universidad de Ciencias Informáticas, Ficción Producciones Films (Spagna), Ibermedia e la Fundación Villa del Cine (Venezuela).
Budget alto per il cinema cubano: tre milioni di euro. Padrón considera i costi "molto economici" se paragonati ai budget internazionali di cui godono simili pellicole.
Meñique è un racconto per ragazzi che ho tradotto in italiano, molto noto a Cuba, una libera interpretazione di Pulgarcito (Mignolino) del francese Edouard Laboulaye, pubblicata da José Martí (1853-1895) nel primo numero de L'età d'oro, il libro più letto e amato dai bambini cubani.
Il film narra le avventure del piccolo Meñique che, per tirare fuori la sua famiglia dalla povertà, si reca in città insieme ai due fratelli, dove conosce il re che ha promesso di concedere il titolo di marchese e di dare sua figlia in sposa a chi riuscirà a liberarlo dalla terribile maledizione della strega Barusa. Meñique è la personificazione della furbizia, mentre la morale della fiaba è che "la sapienza conta molto di più della forza". Alla fine l'amore trionfa, come in ogni fiaba.
Il giovane attore cubano Liéter Ledesma presta la sua voce al protagonista, Yoraisy Gómez alla principessa, mentre altri attori molto noti a Cuba come Carlos Ruiz de la Tejera, Corina Mestre, Aramís Delgado, Enrique Molinae Osvaldo Doimeadiós danno vita agli altri personaggi.
Ruiz de la Tejera, che interpreta il figlio della strega malvagia, afferma che "la voce degli attori è stata registrata come se fosse un'opera di teatro, per sottolineare la provenienza cubana".
Il film dura 80 minuti, la colonna sonora è molto importante, contiene quattro canzoni originali del cantautore Silvio Rodríguez, ma anche la musica di fondo composta dal cubano Edesio Alejandro e dallo spagnolo Manuel Riveiro miscela con arte ritmi cubani ed europei.
Centinaia di bambini cubani accompagnati dai familiari hanno preso d'assalto il cinema Charles Chaplin dell'Avana per assistere al debutto di una pellicola importante che ha divertito grandi e piccini.
La pellicola vuole trasmettere un messaggio di amore, amicizia, solidarietà e perseveranza, in un momento storico così povero di valori e sentimenti. Proprio per questo si rivolge anche a un pubblico adulto.
Gordiano Lupi
Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
La verità di Caravaggio
Giuseppe Fornari
Nomos edizioni, 2014
pp 172
19,90
Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.
Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.
I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.
“Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)
Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).
Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.
Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.
Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).
Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.
“In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)
/http%3A%2F%2F2.bp.blogspot.com%2F-0fkhMgD9KdI%2FU8fk3ME9Y3I%2FAAAAAAAAAX8%2F88JyA2HPdx8%2Fs1600%2F00000023_cover.jpg)
Docente non di storia dell'Arte, bensì di storia della filosofia all'Università di Bergamo, Giuseppe Fornari propone in questo saggio un'interpretazione personale dell'opera di Michelangelo Meris...
http://www.criticaletteraria.org/2014/08/criticarte-giuseppe-fornari-la-verita.html
La blogtrotter intervista Vargas Llosa
La blogtrotter è sempre più originale. Generacion Y, il blog che le ha dato la fama, è il regno del luogo comune. Al confronto leggere Scurati è come bearsi delle terzine dantesche nella Divina Commedia. Gli ultimi post di luglio si riassumono in poche battute. La sola novità importante è il ritorno dei Russi, commentata con timore dalla blogtrotter per il rischio di una nuova dipendenza economica e di diventare la piattaforma caraibica di una nuova guerra fredda. Intanto i Russi azzerano il debito estero di Cuba e promettono investimenti nel porto di Mariel e non solo. Con buona pace della blogtrotter, noi che speriamo in un futuro migliore per Cuba - almeno da un punto di vista economico - non possiamo che vedere con entusiasmo tali accordi economici. Certo, la blogtrotter viaggia, gira il mondo, riscuote prebende, intervista Vargas Llosa - nella casa di Madrid -, si fa fotografare accanto al Premio Nobel per la Letteratura, lei che potrebbe ambire forse al Premio Strega, se partecipasse di nuovo Scurati e se riuscisse a scrivere un romanzo, ché fino a oggi ha vinto tanti premi, ma che cosa ha scritto? Brani di un blog sopravvalutato. Stop. Intervista Vargas Llosa a Madrid, prende un aereo, volo intercontinentale, nove ore Avana - Madrid. Chi paga? Non sono affari nostri, chiaro. Ma non parlateci di blogger perseguitata e di giornale censurato, ché non è vero. Insomma, tra un lamento e l'altro, Yoani s'è accorta persino che i mondiali sono finiti e che anche a Cuba tutto torna come prima, i problemi non sono cambiati. Brava blogtrotter. Meglio che tu vada un po' a giro, così ti rinfreschi le idee e magari fai scrivere gli articoli a tuo marito che forse riesce a narrare la realtà senza tutte queste badilate di luoghi comuni. Nel frattempo spiegaci come hai fatto ad andare a Madrid per intervistare Vargas Llosa, chi ti ha invitato, come hai pagato il viaggio Cuba - Europa, chi ti ha combinato l'incontro con il Premio Nobel per la Letteratura. Non ti crediamo più Yoani. Sei come il mito della Rivoluzione Cubana. Decaduta e spenta. Inutile e retorica.
Gordiano Lupi
Qualcosa si muove
Su un blog ho trovato questa frase:
“Mi piace tenere le persone a distanza. Perché sono socialfobica”.
Non l’avevo mai messa in questi termini ma penso che sia la più bella definizione di fs che ho sentito: sta tutta lì, la fobia sociale, nel tenere la gente a distanza. Ci rimanevo male quando le amiche, verso le quali provavo affetto, con le quali mi pareva di essere premurosa, e alle quali m’illudevo di risultare simpatica, mi definivano poi “scostante”. Bene, ora lo sanno tutti che sono scostante: guai a chi si avvicina!
Ricordate il tizio dell’Associazione Tal dei Tali? Eravamo rimasti che dovevo chiamarlo. Trovare una scusa per posporre, come ben sapete, aiuta a rilassarsi e per qualche giorno ho spinto il problema nel retrobottega della mia mente incasinata. Alla fine mi costringo a fissare sull’agenda una data per telefonare.
Dimenticavo di dirvi che, oltre che socialfobica, sono anche ossessivo-complusiva, pianifico tutto, m’impongo doveri e faccio ogni cosa secondo schemi da me stabiliti e regole autoimposte. Questo mi aiuta a essere metodica, a concludere, a portare avanti gli impegni fino allo sfinimento, ma limita molto l’inventiva e rende inattuabile e ansiogena l’improvvisazione.
Giunto il giorno per telefonare, capitolo, vengo sconfitta da me stessa, e delego ad un amico l’impegno, il quale, però, dimentica di farlo. Allora prendo il coraggio a quattro mani e chiamo io. Fissiamo un appuntamento per la settimana dopo nella sede dell’associazione. Altro rinvio, altro momentaneo rasserenamento: chi sa, capisce.
Man mano che il fatidico giorno si avvicina, nondimeno, l’ansia anticipatoria monta. Mi sforzo di pensare a tutto quello che, da mesi, consiglio a voi. Mi dico che è il tizio che vuole vedere me, non io lui, che è lui che deve sentirsi a disagio, non io. La paura del panico, tuttavia - la paura della paura - è sempre in agguato. Il giorno dell’incontro mi sveglio agitata, come se andassi a un esame, con un filo d’emicrania che minaccia di deflagrare, e non vedo l’ora di togliermi il dente. Vorrei farmi accompagnare ma decido che devo affrontare la cosa da sola, che sono adulta e vaccinata, che avere sempre uno chaperon è limitante e non mi fa fare certo bella figura.
Il tizio, compassionevole, ha davvero “allestito un confessionale” per me. Mi riceve in una stanzetta, siamo a tu per tu, e questo per me va bene, interagire con una sola persona non è troppo difficile, non sopporterei, al contrario, che ci fosse qualcun altro a osservare mentre parlo con lui. Nella stanza accanto è in corso una riunione di soci e ho il terrore che voglia portarmi di là e presentarmi, ma ha il buon senso di non farlo.
In breve vi dico che sono soddisfatta di come ho gestito la situazione. Alla sua gentile richiesta di farmi partecipare alle conferenze, rispondo con tutta la decisione che mi concede la mia voce malferma: non è una cosa che rientra nelle mie possibilità o capacità. Lui insiste che la timidezza si supera con l’età. Sto per ribattere che la mia non è timidezza ma fobia sociale, poi scelgo di tacere. Non è un amico, non gli devo spiegazioni, si accontenti di sapere che non mi va e basta. Mi dice che ci sono altri che partecipano solo per scritto e hanno delle remore a presentarsi in pubblico. Le mie non le definirei esattamente “remore” ma sorrido e cambio argomento.
Anche se non sono sciolta, riesco per tutta la mezz’ora a parlar in modo abbastanza chiaro e fermo, tengo in mano io il gioco, stabilisco con risolutezza ciò che voglio e non voglio fare: interverrò alle conferenze più interessanti, gli dico, ma solo come spettatrice e, a casa, scriverò qualcosa in proposito. Leggerò i suoi libri e li recensirò. Non mi paga, penso, perciò se gli va, è così, altrimenti è così lo stesso. Al momento di congedarmi – momento tragico di cui parleremo in un’altra puntata - deve leggermi l’imbarazzo in faccia perché è lui a interrompere bruscamente e salutare. Esco abbastanza soddisfatta: questa volta è andata bene. Altre volte l’ansia aveva superato le aspettative, qui, per fortuna, è stata inferiore.
Ma se non avessi parlato con voi, se non avessi a sostegno questa specie di blog confessione, non avrei saputo affrontare la cosa nel modo giusto e sarei caduta nell’angoscia da prestazione, con la paura di non sapermi rifiutare e il senso di colpa per aver perso, al contempo, una occasione stimolante.
Per finire, vi lascio con una massima: non cercate l’approvazione altrui - l’approvazione di vostra madre o di vostro padre, di vostra sorella, del vostro ragazzo, dei professori, dell’amica. Non l’avrete mai. Ognuno di noi critica ed è, a sua volta, criticato. È una legge di natura, è nell’ordine delle cose. Quindi, nei limiti del consentito, fate ciò che sentite giusto per voi. Non piacere per non piacere, meglio che siate disapprovati perché avete fatto qualcosa che vi gratifica.
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come me, è affetto da fobia sociale e quindi, pur scrivendo ... La resa dei conti Rieccomi qui, dopo tutto questo tempo, per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti
http://signoradeifiltri.altervista.org/scrittura-e-fobia-sociale.html
IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis
Marcello De Santis, sempre puntuale e preciso nei dettagli e nelle notizie, con il suo saggio, questo mese, ci racconta la storia del varietà e del suo capostipite Ettore Petrolini, considerato il principe dell'avanspettacolo... (Franca Poli)
Partiamo dalla fine.
L'attore, per una grave forma di angina pectoris, è costretto, a malincuore, a lasciare il teatro. E' l'anno 1935, alla fine di giugno; Petrolini muore a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e del suo successo. Stava male da tempo; i medici venivano spesso al suo capezzale e visitarlo. Un giorno, quello che lo aveva appena visitato gli disse che lo trovava senz'altro meglio; e Petrolini, col suo sorriso eternamente canzonatorio, fece forse la sua ultima battuta: meno male, dotto', così moro guarito. E forse ci sarebbe stata bene anche una delle sue frasi celebri, che pronunciava con nonchalance sui palcoscenici di tutto il mondo:
L'uomo e' un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.
Poi però venne il prete, stava proprio male, sarebbe morto di lì a poco. Venne dunque il prete per dargli l'estrema unzione con l'olio santo in mano; Petrolini lo vide entrare ed avvicinarsi al suo letto; fece l'ultima battuta della sua vita:adesso sì che sono fritto!
Uomo di teatro, ma di quel teatro diciamo così di seconda categoria, meglio definito come teatro di varietà, o meglio teatro di avanspettacolo che dal varierà era appunto derivato. Ma perché questo termine: avanspettacolo? Ce lo siamo mai chiesto?
E sì che tutti quelli della mia età sono stati spettatori di queste rappresentazioni allegre e spensierate sui palcoscenici dei teatri anche dei piccoli paesi, in quegli anni dell'immediato dopoguerra, dove si faticava a riemergere e a ricostruire - oltre che sulle macerie delle bombe - anche sulle anime dei padri e delle madri vittime della guerra; spettacoli in cui un capo-compagnia detto capocomico allestiva serate teatrali con balletti di procaci (e non sempre, talvolta vere e proprie "buzzicone" - grassone - come si dice a Roma) ragazze appena appena scollacciate, schetch o scenette messe nelle mani o nella faccia di un qualche comico agli inizi (o alla fine) della carriera, talvolta aiutato dalla famosa "spalla", qualche cantante ancora dilettante alla ricerca di una gloria che per qualcuno sarebbe arrivata (ma per tanti no); e con qualche ragazza acerba pure se ben tornita di cui qualcuna sarebbe poi diventata attrice e (qualcuna) anche grande attrice. Insieme ad essi una decina di orchestrali più o meno all'altezza della situazione, ma che per tirare avanti avrebbero venduto l'anima al diavolo; del resto i capocomici non erano sempre esigentissimi; e debbo dire, neppure gli spettatori lo erano.
E i giovanotti accorrevano in massa, per vedere da vicino, talvolta con le braccia appoggiate sulle tavole della passerella (i più fortunati), le mani allungate a cercare di toccare almeno i piedi delle ballerine poco-vestite. Ma c'erano anche i "signori bene" che deploravano i costumi scollacciati delle attricette di varietà.
Nella mia città, allora ancora paese, che le bombe avevano devastato in maniera atroce, c'erano tre sale cinematografiche.
Il cine centrale, ricavato da un locale che presentava un ambiente molto molto alto, in cui a una platea circolare facevano corona due gallerie; e quante volte da ragazzini ci siamo andati, e tutti di corsa a cercare un posto qualsiasi nella seconda galleria (che era una novità un po' per tutti, anche per i grandi; ma in effetti scomodissima ché si vedeva male, molto male.)
Sapete, c'era allora un sacerdote cui noi - bambini - abbiamo voluto tutti bene, si chiamava don Amato, che ci chiamava a messa la domenica, alle nove e mezza, la messa dei ragazzini, e poi con cinque lire a testa ci portava a questo "cine centrale", così si chiamava (ricordo sempre l'inaugurazione con una fila per quattro lunga tutto il corso, con un film con Tyron Power: Il canale di Suez): don Amato ci portava a vedere Stallio e Ollio, Zorro, oppure Tarzan o Gianni e Pinotto, oppure gli indiani con i cow boy.
Poi c'era il Cinema Giuseppetti, sulla strada che portava a casa mia.
E ultimo, un cinema all'aperto, l'Arena Italia, gestita dal papà di un mio caro compagno di scuola di quando andavamo alle medie e poi al liceo; poi diventato uno dei pochi amici che mi sono rimasti, dopo più di cinquant'anni); l'unico che portava a Tivoli l'avanspettacolo; d'estate, con 25 lire, cinema e varietà.
Due spettacoli al giorno. Mio padre quando poteva ci portava tutta la famiglia, all' Arena Italia, d'estate.
L'abbinamento cinema-varietà derivava direttamente da una abitudine degli anni 20/30 del 1900, quando, con l'affermarsi del cinema nacquero come funghi le sale cinematografiche più o meno grandi (quelle piccole e piccolissime venivano chiamate pidocchietti, ricordate? e qui poi col tempo passavano solo film in terza e quarta visione); gli impresari e i titolari di dette sale pensarono bene di presentare degli spettacoli di teatro, l'avanspettacolo, appunto, tra una proiezione e l'altra, per attirare più spettatori possibile.
Non vidi mai recitare Ettore Petrolini, ché il grande comico romano, quando io vidi la luce nel 1939, ci aveva lasciato già da tre anni. Vidi però altri grandi attori di palcoscenico cosiddetto leggero; e con me bambino, sette otto anni, i miei genitori e una platea sempre piena, quando la gente non stava anche in piedi, e sì che l'Arena Italia aveva una capienza eccezionale con la platea di circa tre/quattrocento posti; e una gradinate a semicerchio amplissima, molto più capiente della platea, che saliva fin lassù... La domenica poi c'era costantemente il tutto esaurito nei due spettacoli, uno pomeridiano (per pomeridiano si intendeva il primo, che cominciava per questione di luce (essendo all'aperto), alle sei e mezza o giù di lì); e l'altro serale.
Vidi senz'altro i fratelli De Vico; e Derio Pino e Grazia Cori; Vici de Rol; Nino Lembo; forse Trottolino (al secolo Vico D'Ambrosio)...
ei cantanti non ricordo molto, assistetti anni dopo a esibizioni di Claudio Villa, Giorgio Consolini e Luciano Tajoli e altri; mi sembra venissero con le ultime compagnie di avanspettacolo. Più tardi negli anni questo genere di spettacolo vide protagonisti personaggi che divennero poi grandi grandissimi attori, parliamo di Macario, Nino Taranto, Renato Rascel il piccoletto, Walter Chiari, Aldo Fabrizi e Totò, e tanti altri.Ma vennero dopo; prima di loro, il principe dell'avanspettacolo era Ettore Petrolini, considerato da molti il caposcuola della generazione dei comici.
Vennero poi: la rivista, più articolata e più curata anche nei particolari, più elegante, per dire così; e quindi la commedia musicale; da lì al teatro di prosa, e ancora al cinema il passo fu breve; e tutte queste ultime forme di spettacolo debbono qualcosa a quella primitiva forma, e a chi per primo lo ha preso e condotto per mano: Ettore Petrolini.
Nacque a Roma da una famiglia popolare, suo padre faceva il fabbro; suo nonnoSalvatore il falegname, con la bottega in Via Giulia, un quartiere al centro di quella Roma che ospitava solo popolino, non certo nobili e ricchi. Proprio nella bottega del nonno Ettore cominciò a improvvisare le sue scenette comiche.
Ettore se ne andava in giro come tutti i ragazzi ed era attirato dai teatrini del tempo, che erano allestiti con tavole sistemate alla bell'e meglio su assi di sostegno dentro dei baracconi semoventi; e qui fu subito preso dalla voglia di fare teatro, di calcare quelle tavole sconnesse e pure tanto desiderate; palchi improvvisati con rappresentazioni improvvisate, farse e scenette a braccio, senza una trama precisa; lasciata all'estro di chi si esibiva. Salì sul palco e si provò. Andò bene, anche perché la sua mimica facciale era speciale. Aveva trovato la sua strada; da allora prese anche a scrivere le cose che doveva recitare, fu così che divenne oltre che attore anche autore dei testi, scrittore e sceneggiatore delle sue cose.
Mussolini gli volle dare un tangibile riconoscimento per la sua arte popolare e gli fece conferire una medaglia. Lui se la spillò al petto e facendo il verso alla celebre frase del dittatore (me ne frego!) esclamò: e io me ne fregio!
Non era un ragazzo quieto e tranquillo, tutt'altro, il suo carattere ribelle costrinse la madre a ritirarlo dalla scuola; la strada lo portò a farsi due anni di riformatorio, aveva 13 anni, e quando uscì, a 15, prese il coraggio (che non gli mancava di certo) a quattro mani e se ne andò di casa, deciso a farsi una vita sul palcoscenico.
Ormai giovane com'era stava entrando nel giro e cominciava a conoscere. Fu così che si presentò a un agente teatrale, Giulio Fabi, ... che mi giudicò uno scemo e mi disse: - Portami quattro scudi... e ti mando subito nella compagnia di Angelo Tabanelli (detto il Panzone) che agisce a Campagnano (presso Roma). Mamma me ne vado a fare teatro, mi servono quattro scudi. La madre gli dette i soldi e un bacio in fronte. Partì, raggiunse in diligenza il paese nell'alto Lazio e raggiunse la compagnia. Fece il suo debutto con un incidente, mise un piede su una tavola traballante e cadde e si lussò un piede. Ma la gente rise a crepapelle e chiese il bis. Mi accorsi che ero veramente votato all'arte comica...
(dal suo libro Modestia a parte, uscito nel 1932).
Si era esibito già sui modesti palcoscenici dei teatrini di Trastevere tutti locali di terz'ordine; faceva il macchiettista, e strappava applausi; quindi acquisì una certa esperienza; era l'anno 1900. La gioia più grande in queste sue prime esibizioni l'ebbe al Gambrinus (usava un nome d'arte Ettore Loris); era questo una birreria di Roma che accoglieva le compagnie di poco più che guitti. Si esibì al fianco della stella della compagnia, la chanteuse Diana Paoli, ebbe un grande successo, oscurando persino l'attrice. Il direttore del locale, il signor Stern, lo insignì di una medaglia. Ricorda Petrolini:
... una medaglietta con su scritto:«La direzione della birreria Gambrinus a Petrolini». Sì, Petrolini. Perché al Gambrinus volli debuttare con il mio vero nome. Gongolavo dalla gioia. E in casa, presso la mia famiglia, facevo compassione a tutti!
La sua vita è stata piena fin dall'inizio della carriera; raccontarla tutta richiederebbe spazio e tempo; non è questo il nostro scopo, il saggio deve essere breve e dunque ci atterremo al nostro scopo, pur evidenziando le cose essenziali e importanti. Gli inizi furono avventurosi anzichenò, racconta infatti nel suo libro Un po' per celia, un po' per non morire che vide la luce nel 1936 (nello stesso anno sarebbe morto): ... in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente), ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno "sminfarolo" al pianoforte. Simpatico questo attributo del pianista: sminfarolo, che nel dialetto romanesco di allora stava a indicare uno strimpellatore di un qualsivoglia strumento, che suona ad orecchio.
Grande Petrolini! Che nel 1907, a 23 anni va in America Latina, dove raggiunge la fama che lo seguirà al ritorno a Roma. Lavora ancora con la compagna Ines Colapietro che aveva conosciuto quattro anni prima a Roma e che diventerà anche sua compagna di vita.
La sua fama vola e il suo nome comincia a essere noto, inventa diversi personaggi che colloca in sketch che prendono in giro anche gente che non poteva essere toccata dalla sua satira pungente. Nasce il personaggio di Gastone dove ridicolizza un viveur che si spandeva in Italia grazie alla verve e alla estetica troppo carica del vate Gabriele D'Annunzio; nascono i salamini, nasce Nerone (nel 1918) satira pesante che sotto le spoglie degli antichi romani, in effetti aveva come bersaglio, nemmeno troppo velato, il fascismo di Mussolini.
Intanto anche il cinema si era accorto di questo personaggio la cui mimica inconfondibile lo aveva levato ai punti più alti del teatro. Girò così diversi film, negli anni venti, muti per l'occasione, dove mise in mostra tutto il suo modo di parlare senza parlare grazie alla grande arte della mimica facciale e corporale; e grazie anche alle mille espressioni che era capace di tirare fuori e plasmare colla sua faccia.
Ma la sua vita era il teatro: Ritornò al cinema dieci anni dopo, con altri due film, stavolta col sonoro, uno dei due era quel Nerone che aveva portato fino ad allora sulle scene.
Intanto la sua attività non era solo recitativa, ma scriveva anche le opere che rappresentava (Chicchignola, per il teatro e il cinema) e tutta una serie di macchiette che va da Nerone, come detto, a Gastone, da Fortunello a Giggi er Bullo. E poi cominciava a cantare quella bislacca canzone, dopo essersi presentato alla sua maniera come un signore chic, un po' decadente e un po' demodé (la commedia fu presentata a Bologna per la prima volta nell'anno 1928).
Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "varieté" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins", conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.
Gastone, son del cinema il padrone,
Gastone / Gastone.
Gastone, ho le donne a profusione / e ne faccio collezione,
Gastone / Gastone.
Sono sempre ricercato / per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato / perché porto bene il fracche.
Con la riga al pantalone…
Gastone, / Gastone.
E andava avanti così per due atti con battute e frasi celebri.
... E' una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà
... Quante invenzioni ho fatto io!
Discendo da una schiatta di inventori, di creatori, di deformatori…
... Mio padre, per esempio, ha inventato la macchina per tagliare il burro
...Mia madre? Anche lei una grande inventrice: anzitutto ha inventato me.
Poi aveva il senso dell'economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone… per risparmiare il gas…
... A me, m'ha rovinato la guerra, se non c'era la guerra a quest'ora stavo a Londra.
Dovevo andare a Londra a musicare l'orario delle ferrovie.
Perché io sono molto ricercato… ricercato nel parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla questura…
... Che ve ne pare? Che bel talento.
Ma io non ci tengo né ci tesi mai.
Petrolini è un artista a tutto tondo, ed è molto amato dal suo pubblico; è tanto popolare che persino il regime fascista in qualche modo teme di rimproverargli qualcosa, per le sue parodie e sui suoi sberleffi nemmeno troppo velati sul regime. E' il periodo d'oro di Marinetti e dei Futuristi.
L'attore sbeffeggia anche loro, e fa il verso ai loro versi maltusiani, (versi che si rifacevano alle teorie di Thomas Malthus, economista inglese, teorico del coitus interruptus per la limitazione delle nascite; avevano dunque la caratteristica di troncare l'ultima parola dell'ultimo verso).
Per tornare un attimo alla presa in giro del regime fascista, ricordiamo questo:
Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti,
i più bischeri e birbanti
vanno pure al minister.
In uno di questi, l'attore definisce se stesso così: ricordate?
Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti offendi se ne freg.
Quando sul palcoscenico recitava le sua filastrocche senza senso, piene zeppe di rime, assonanze e quant'altro, la gente andava in visibilio, e scrosciavano applausi a scena aperta. Ecco un'altra definizione del suo personaggio:
Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle donnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto "per inesistenza del reato".
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor,
i lacci delle scarpe, l'osso buco e la carta moschicida.
Sono omerico, isterico, generico, chimerico.
Grande Petrolini.
Era solito ricordare le sue uscite sul palcoscenico, davanti a un pubblico che
magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch'er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore...
A cinquantadue anni se ne andava.
Voglio chiudere questo breve saggio con un suo esilarante poemetto dal titolo La canzone delle cose morte, poco conosciuto, almeno per chi non è addentro alle sue cose, che ci mostra un Petrolini anche poeta di vaglia. E' una chicca, un poco lunga, ma scorre da sé e tutta d'un fiato; fantastica!
"Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo: "Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini." Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura."
Bello è d'intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.
E qualcosa s'en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.
Tanto gentile e tant'onesta pare
la donna mia, mentr'ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.
Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l'anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.
Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.
Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E' commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.
E' rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.
A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?
E quest'amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.
Presso la culla
in dolce atto d'amore.
A l'ombra dei cipressi
e dentro l'urne.
Se mi scappa, chi mai l'afferrerà?
Amor che null'amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia
floscia, s'inguscia, nella grascia, ambascia,
all'uscio dell'angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.
Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra
dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l'onda.
Ancora sul letto di morte ebbe a dire, atteggiando la sua faccia a uno che per l'occasione è molto dispiaciuto (e gli riusciva benissimo):
Che vergogna morire a cinquant'anni!"
marcello de santis
Singolarmente multipla
Ho sempre trovato riduttivo identificarsi con il proprio disturbo. Appiattisce, rende bidimensionale, ci trasforma in cartonati di noi stessi, immediatamente comprensibili proprio perché dietro l’immagine non c’è nulla. Ma spesso finiamo comunque con il cadere nella trappola dell’identificazione facile e, guardandoci allo specchio, vediamo davvero quel sorriso di cartone che ci fissa, tanto falso da far quasi ridere. Ma la volete sapere una verità? Voi non siete quel cartonato. Big surprise, direte voi. Il punto è che lo specchio non mente, lo sapeva anche la povera Grimilde. Certo, ma lo specchio non può riflettere ciò che non vede davanti a sé, e voi siete proprio lì, aggrappati al retro di quel cartonato. Belli nascosti, rannicchiati in un angolo come piccoli pulcini, ma ci siete. E poi, In fondo, chi può dire di essere unico? Siamo multipli per natura, siamo forgiati così dalla nostra storia, dalla cultura, dalla società, dallo stesso scorrere del tempo. Oggi siamo qualcosa di diverso da ciò che eravamo ieri, e domani saremo altro ancora, in un continuo processo additivo di crescita. Quindi posso dire, in tutta onestà di essere la mia ansia sociale? Posso affermare che non ci sia altro oltre questo? Sono davvero SOLO la mia ansia sociale? E’ con un moto di stizza che mi esce un bel “No” alla braveheart, un No guerriero, con il kilt, i colori di guerra e le treccine.
Sono un mondo di cose io. Sono la sognatrice persa nei suoi pensieri, la scrittrice in erba che passa il suo tempo in treno a scribacchiare sul suo quaderno, la lettrice che divora i libri in metropolitana, sono la tizia che sogna di finire in un libro di Tolkien. Sono quella che balla come un fenicottero ferito mentre cucina (sentendosi tra l’altro una gran figa), e quella che conserva miliardi di foglie secche nei libri senza sapere davvero cosa farsene.
Questo dimostra che non sono solo la mia ansia sociale, ma d’altronde, sono ANCHE questo. E’ una parte di me, come la mia sbadataggine e la mia risata alla pippo. Solo, è più ingombrante. Tipo elefante in un monolocale.
Ma d’altronde, neanche l’ansia sociale è soltanto una manciata di segni su un foglio bianco. E’ un universo con luoghi e regole proprie. Consideratela come una terra inesplorata e un po’ primitiva, popolata da emozioni purissime, come pantere indiane che vagano alla ricerca dei popoli che la abitano.
Oppure, se vogliamo vederla in modo più nerd, è una realtà alla dottor Who, con quei buffi personaggi che popolano i vari mondi che i due viaggiatori visitano.
Comunque la vogliate vedere, sia che siate esploratori con fucile e completo color senape, sia che siate dei signori del tempo con il papillon, per poter capire ciò che accade dovete sospendere il giudizio e cominciare ad ascoltare. Perché io, terricola di questo mondo misterioso e primitivo, sono pronta a mettermi davanti ad un fuoco e spiegarvi (nei limiti delle mie capacità e di quelle della lingua italiana) cosa si sente ad essere un’ansiosa sociale. Impresa ardua, ammettiamolo, e per tutta una serie di ragioni: primo, la vergogna che si prova nel raccontare una fobia che ha, oggettivamente, del ridicolo. Non crediate che non siamo consapevoli di essere fuori come balconi! Insomma, avere paura di entrare in un negozio semivuoto, di chiedere un’indicazione o anche solo di passare in mezzo ad un capannello di persone non è esattamente una cosa che consideriamo naturale. Forse ci sentiremmo più in pace con noi stesse se avessimo un disturbo un po’ più alla moda. Ma per le ansiose sociali non c’è onore. Nessuna medaglia d’oro al disagio. Siamo solo strambe. E quindi tendiamo a tenere la bocca sigillata. E confrontarci con altri come noi? Non se ne parla nemmeno! Non c’è neanche da prendere in considerazione un’ipotesi così ridicola! Il nostro problema esclude gruppi di auto mutuo aiuto, confronti sorseggiando un caffè o outing davanti a persone che supponiamo abbiano il nostro stesso problema. In una parola: FIFA. (o Fifaf, come direbbero i vichinghi di Asterix e Obelix) Quindi, l’unica via che ci rimane è il salvifico internet, vero miracolo moderno per le sociofobiche come me! Ma anche qui, ragazzi, la cocente delusione: non esistono blog che parlino dell’ESPERIENZA dell’ansia sociale. Volete una definizione diagnostica? Ecco che fioccano i siti specializzati, psicologi di tutti gli orientamenti che ne parlano in ogni modo possibile, snocciolando i sintomi che ci affliggono come se sgranassero un rosario e consigliando le più disparate terapie per “risolvere il problema”. Ma come si sente un’ansiosa sociale? Cosa prova? Come agisce? Cosa teme? Come si alza ogni giorno e come va a dormire la sera? Non lo sa nessuno. O meglio, lo sappiamo solo noi. E quindi, se sono una ragazzina con la sintomatologia classica dell’ansia sociale, ma non so cosa ho, come lo cerco nel motore di ricerca? E soprattutto, se non voglio essere etichettata solo come una disagiata e volessi un po’ di calda comprensione umana, dove cercare? Se volessi consigli su come affrontare la quotidianità, o se semplicemente volessi sentirmi meno sola, a chi rivolgermi? Ed è qui che subentro io, aggiungendomi allo splendido lavoro che sta facendo il blog di Signora dei Filtri. Bisogna parlare il più possibile di ansia sociale, proprio perché se ne parla troppo poco. A volte un’etichetta, per quanto rassicurante, non risolve il problema, non ci fa sentire meno soli. Ma sapere che esiste qualcuno che, come te, vive gli stessi grattacapi, che si fa venire gli occhi a palla a furia di piangere per l’ennesima occasione sprecata, è liberatorio. E quindi parliamone, analizziamo tutti gli aspetti di questo poliedrico puzzle, confrontiamoci, guardiamolo dalle diverse angolazioni, compresi gli incredibili (quanto impensabili) lati positivi. Sì, vi assicuro che esistono. Bisogna impegnarsi un po’, scavare in profondità, ma ci sono. Ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, imbracciate le vostre vanghe, mettete le scarpe comode, indossate il vostro papillon, e preparatevi a questa avventura. Buon viaggio, argonauti!
Duille
In giro per l'italia: Bologna dei misfatti
Bologna, come molte altre città, ha la sua lunga tradizione criminale. Storie vecchie e più recenti di uomini o donne che scelsero di vivere fuori dai canoni della legge e, se lo fecero per personale inclinazione, per fame o per soldi, non ci è dato sapere. Vi parlerò di alcuni personaggi poco noti che, però, rientrano nella storia della mia città e comincerò col raccontare brevemente la vicenda di Girolamo Lucchini, il primo “grande “ fuorilegge che Bologna ricordi.
Siamo verso la fine del Settecento, quando, per sfuggire a una condanna inflittagli dalla repubblica della Serenissima, Girolamo Ridolfi, alias Giovanbattista Rossi, alias Girolamo Lucchini, si trasferì a Bologna. Appartenente al ramo cadetto della famiglia Ridolfi, era entrato a 16 anni nei corazzieri della Repubblica di Venezia. Insofferente alla disciplina, aveva lasciato il corpo militare per condurre una vita di espedienti, che lo portarono a diventare un ottimo falsario. Dotato di un buon sangue freddo, insuperabile maestro con la lima, nonché grande conoscitore delle leggi fisiche e della meccanica, divenne anche un abile ladro. A Bologna, esattamente nel 1772, conobbe Berenice Seracci, vedova Nanetti, una donna di mezza età con una figlia che viveva modestamente, riscuotendo l'affitto per un appartamento lasciatole dal marito in Via dell'Abbadia e facendo lezioni a domicilio ai rampolli dell'aristocrazia bolognese. L' incontro fu fatidico a entrambi: per lei significò l'inizio di una vita da amante clandestina e complice nello smercio di refurtiva e monete false, e per lui significherà invece la morte, perché sarà proprio la sua Berenice a tradirlo. L'occasione fu quella del colpo grosso, quello che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. I bolognesi con problemi di liquidità si recavano presso il numero 11 di quella che oggi è Via dell'Indipendenza, al Monte di Pietà per impegnare i loro beni, altri invece nel sicuro caveau facevano custodire averi e ricchezze. Fu così che Lucchni, frequentatore del luogo per lo smercio dei suoi falsi d'autore, pensò e mise a punto un furto da vero maestro, mai tentato prima da nessuno. Dopo mesi di preparazione fra le mura domestiche, aveva forgiato una chiave artigianale molto speciale, munita di tre diverse file di dentature; con una lima e una scala, si mise di fronte a una finestra del Monte di Pietà e segò senza mai fermarsi, le sbarre della finestra per un giorno e mezzo. Lavorò alacremente tra il sabato 24 gennaio 1789 e la domenica 25, finchè riuscì a entrare, a svaligiare la cassaforte e ad avere tra le mani finalmente, lui abile falsario, gioielli e monete vere. Inizialmente venne accusato del furto il direttore del Monte, nonostante il Lucchini, ladro d'onore, avesse lasciato sul posto attrezzi atti allo scasso, proprio allo scopo di evitare addebiti verso gli impiegati. Una volta chiarito ogni malinteso e scagionato l'innocente, il Legato Pontificio bolognese emise un editto di impunità per il colpevole che si fosse consegnato e promise un premio in denaro a chi avesse aiutato le autorità nelle ricerche. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla, le indagini erano a un punto morto, ma una soffiata portò la Polizia del Papa nella casa di Lucchini, dove furono arrestati il conte e Berenice. Li condussero nel duro carcere del Torrone, ma, dopo averli pressati con pesanti interrogatori per un'intera settimana, gli inquirenti non erano ancora riusciti a raccogliere nessuna prova confermante la loro colpevolezza e stavano per rilasciarli, senonché Berenice, mai arrestata prima di allora, ebbe un crollo emotivo e, assicuratasi dell'impunità promessa dall'editto del Legato, tradì il suo uomo. Ne confessò l'ardito piano e svelò il luogo dove era nascosta la refurtiva, sotto il pavimento della loro abitazione, presso il Ponte della Carità. Per Lucchini, che invece resisteva a interrogatori e torture, fu l'inizio della fine, vistosi scoperto dal ritrovamento della refurtiva, confessò il furto, ma si ostinava a negare di essere anche un falsario di monete. Quando gli fecero scegliere tra ammettere tutte le sue colpe e vedere Berenice torturata sotto i suoi occhi, crollò anche lui cosi ammise ogni addebito e, come ogni volgare ladro, fu condannato a morte mediante impiccagione. Un'appassionata difesa tenuta dall'avvocato Magnani, riuscì a far commutare la pena, considerata disonorevole per un nobile, con la decapitazione. Sentenza che venne eseguita il 26 febbraio del 1791 presso la piazza del Mercato, attuale Montagnola, e il buon Lucchini così entrò nella leggenda. Il “colpo grosso” aveva suscitato grande scalpore in città e nell'immaginario collettivo, lasciando una traccia che diventò una leggenda nei racconti popolari bolognesi.
Nella foto: busto bronzeo di Lucchini fatto forgiare dall'avvocato Magnani - immagine reperita dal web
Come può il cielo...
Come può il cielo non apparire bello, la notte, se è trainato da una flotta di stelle?
Come può il mare sbiadire i pensieri o le persone, se porta con sé la vita?
Come può l’uomo farsi la guerra, uccidere, ergersi a dominatore, stabilire cos’è il bene e cos’è il male?
Di fronte alla bellezza di un cielo adornato da masse stellari, da sguardi umani, da carri che corrono su piste invisibili, c’è la certezza dell’esistenza. Sei di fronte a questo enorme spettacolo e non tieni le parole giuste per vestire le tue emozioni. Sei di fronte alla stessa natura che ti ha partorito, ti ha reso centro del tuo mondo, ti ha dato ossigeno. Sei fermo ad aspettare nuovi segni dall’alto e forse speri. Di fronte alla danza delle stelle, pensi di essere immune al male delle persone, al veleno gettato in faccia, ai castighi che hai dovuto subire. Diventi una fortezza, un castello incantato, un palazzo di nuove idee. Poi il cielo prende le tue sembianze e tu per gentilezza o forse per coscienza ti mischi a lui, ma non puoi prendere le redini fin quando non sei consapevole. La tua biga non è alata e rimane immobile in mezzo ad un sentiero di pietre. Passi dal benedire il silenzio al maledire tutto il cielo, passando dalle stelle fino ad arrivare alle più sparute e lontane galassie. Sei nel tuo limbo e ritrovi una pace, ma deve passare del tempo per iniziare tutto da capo. Dentro noi restano eserciti e poi sopravvengono avventurieri.
Vorremmo capire gli altri, ma noi stessi non ci capiamo.
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