Antonio Tentori, "Voglia di guardare"
Antonio Tentori
Voglia di guardare
L’eros nel cinema di Joe D’Amato
I Ratti di Bloodbuster – Euro 12 – Pag. 160
I Ratti di Bloodbuster sono un’idea geniale. Piccole e agili guide per conoscere il mondo del cinema di genere, scritti senza tanta prosopopea da critici con la puzza sotto il naso, popolari, godibili, interessanti. Per il momento sono usciti: Nudi e crudeli – I mondo movies italiani (Antonio Bruschini e Antonio Tentori), Tutte dentro! - Il cinema della segregazione femminile (Stefano Di Marino e Corrado Artale), Macchie solari – Il cinema di Armando Crispino (Claudio Bartolini), Kiss kiss… Bang bang – Il cinema di Duccio Tessari (Fabio Melelli), Maurizio Merli – Il poliziotto ribelle (Fulvio Fulvi).
"Voglia di guardare – L’eros nel cinema di Joe D’Amato" rappresenta una riedizione, ampliata e aggiornata, di un vecchio lavoro di Tentori uscito per Castelvecchi nel 1999 (Joe D’Amato - L’immagine del piacere). Il libro di Tentori è informativo e divulgativo, senza pretese scientifiche, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, accessibile a tutti, proprio come l’avrebbe voluto Joe D’Amato. Un solo errore, che auspico venga corretto nella seconda edizione, riguarda il film Papaya dei caraibi, desunto (credo) dalla lettura di Stracult dell’ineffabile Marco Giusti. Tentori afferma che Melissa Chimenti - interprete del film - è lo pseudonimo di Annj Goren (Anna Maria Napolitano), ma non è vero: Melissa Chimneti esiste, non è attrice di grande fama, ma ha interpretato una manciata di pellicole. Il testo di Tentori mi dà la possibilità di raccontare in breve la figura di Aristide Massaccesi, un regista definito dai critici superficiali il re del porno, ma che in realtà amava erotismo e orrore, oltre a essere un grande artigiano del nostro cinema di genere.
Aristide Massaccesi nasce a Roma il 15 dicembre 1936 e può essere considerato il regista più prolifico del cinema italiano. Massaccesi viene da una famiglia di persone che lavoravano nel cinema, adesso figlio e nipote ne continuano la tradizione come operatori tecnici. Massaccesi è l’essenza stessa dell’artigianato cinematografico: di quasi tutti i suoi film è anche sceneggiatore, direttore della fotografia, spesso anche produttore, in coppia con la moglie Donatella Donati. Nel cinema ha fatto di tutto, cominciando da operatore, passando a direzione di fotografia, regia e produzione. Non esiste genere che non abbia esperimentato: western, cappa e spada, peplum, decamerotici, kung-fu, guerra, erotico, sexy, hard, mondo movies, fantasy... forse mancano soltanto i musicarelli. In tutti questi film D’Amato porta il suo mestiere, con pochi soldi dà ritmo e spettacolarità a pellicole che si basano su modeste sceneggiature e cast di attori non sempre all’altezza. Tra la sua ricca dotazione di pseudonimi è noto al grande pubblico come Joe D’Amato con il quale firma gran parte dei film di una lunga carriera. D’Amato non è solo il porno italiano di Rocco Siffredi e le avventure erotiche di Tarzan o di Marco Polo, che nel genere hanno una loro dignità. Pure in certe pellicole Massaccesi non dimentica mai sceneggiatura, soggetto e gusto scenografico. Quando gira un film, sia esso porno, horror o hardcore, il rispetto dello spettatore è la prima cosa. Resta uno degli ultimi autori di pellicole hard girati su pellicola (35 mm.) e con struttura narrativa dignitosa.
Il pubblico dell’horror ricorda Massaccesi per tre film importanti: Buio omega, Antropophagus e Rosso sangue e per essere stato l’interprete italiano del filone splatter. I tre film sopra citati sono tra gli horror più significativi degli anni Settanta - Ottanta, lavori che resteranno nel tempo come le opere di Fulci, Bava, Margheriti, Deodato, Lenzi, Soavi e Argento. D’Amato realizza piccoli gioielli con poche lire, nella buona tradizione del cinema italiano di genere, rispettando il gusto per il gotico e spingendolo all’eccesso sino a farlo confluire nello splatter.
La carriera di Massaccesi comincia con la scuola di cinema a Roma, subito dopo si impiega come direttore della fotografia, che resta la sua principale occupazione a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Massaccesi mette da parte una grande esperienza prima come aiuto fotografo (con Jean Renoir ne La carrozza d’oro), poi come direttore della fotografia (la sua vera passione) al servizio di registi come Mario Soldati (È l’amore che mi rovina, 1951) e Mario Mattoli (L’inafferrabile, 1951), come operatore per registi come Carlo Lizzani (L’oro di Roma, 1961), Mario Bava (Ercole al centro della terra, 1961) e Umberto Lenzi (Paranoia, 1970). La gavetta di Massaccesi è lunga e tocca tutti i generi possibili: dal poliziesco alla commedia passando per lo storico. Solo nel 1972 decide di mettersi dietro la macchina da presa per film di genere western, storico e commedie erotiche. Pellicole come: Un bounty killer a Trinità, Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti, Fra’ Tazio da Velletri e La rivolta delle gladiatrici. Ma è solo con La morte ha sorriso all'assassino (1973) che comincia a fare sul serio. Non fu un successo, nonostante la presenza di attori come Klaus Kinsky e Giacomo Rossi Stuart. Per questo motivo D’Amato migra verso altri generi come l’erotico soft, anche perché incontra la bella indonesiana Laura Gemser, interprete ideale per una serie di pellicole che dovevano sfruttare il successo internazionale del libro Emmanuelle della Arsan e delle pellicole interpretate dalla intrigante Silvia Kristel. Sono cinque gli episodi che D’Amato dirige con Laura Gemser in questa serie rinominata Emanuelle con una sola emme per evitare la denuncia per plagio. A nostro giudizio Massaccesi ha dato il meglio di sé nel genere erotico e in quello horror, toccando vette irraggiungibili quando riusciva a contaminare entrambi i generi. Ci sono pellicole interessanti che contaminano il porno soft con l’horror sia nella serie Emanuelle (Emanuelle e gli ultimi cannibali e Emanuelle in America), sia fuori (alcuni fine anni Settanta: Sesso nero, Hard sensation, Porno Holocaust e Le notti erotiche dei morti viventi).
Sesso nero è una pellicola cult: è il primo film porno girato in Italia e proiettato nei neonati circuiti a luci rosse. Siamo nel 1980 e D’Amato aveva già girato alcune scene hard in Emanuelle in America (1976), ma erano semplici inserti che nella versione regolare della pellicola vennero tagliati. Emanuelle in America uscì in versione uncut solo a metà anni Ottanta.
Massaccesi si ricorda per aver scritto, diretto, fotografato e prodotto Buio omega (1979), ottimo remake in versione splatter di un vecchio film di Mino Guerrini (Il terzo occhio). La musica dei Goblin (freschi di Profondo Rosso con Argento) contribuì al successo, ma ricordiamo pure l’interpretazione di attori inquietanti e ben calati nella parte. In questo film Massaccesi si lascia andare e affonda lo sguardo nella carne viva, mostrando intestini smembrati e unghie strappate. “Erano soltanto interiora di maiale”, disse D’Amato. Però gli effettacci erano ben realizzati. La fotografia sporca abusava di colori come il giallo e il verde scuro per rendere bene il senso di disgusto e di nausea che raggiunge l’apice nella scena del pasto dopo un massacro.
Massaccesi ha dato vita insieme a Luigi Montefiori (in arte George Eastman), - attore, sceneggiatore ed ex giocatore di basket dalla stazza gigantesca (più di un metro e novanta) -, a un prolifico sodalizio. Il primo lavoro importante dei due autori è Antropopahgus (1980), un film indimenticabile, vera icona del cinema di D’Amato. La pellicola è splatter puro ma con una trama avvincente e una scenografia curata: questa è la vera novità per il genere. Da ricordare: la scena del feto strappato e divorato (un coniglio spellato annegato nel sangue), gole recise, intestini maciullati, cadaveri decomposti e altre prelibatezze. Inutile dire che nel 1980 fece grande scalpore, dato che il pubblico non era avvezzo a vedere certe cose. In Inghilterra passarono alcune scene in televisione spacciandolo per uno snuff movie. Al solito anche in Antropophagus l’atmosfera è malsana e macabra, arricchita da effetti spettacolari. Pochi mesi dopo Luigi Montefiori sceneggia un altro film dove lui stesso interpreta la parte di una specie di mostro immortale che pare la fotocopia splatter di Michael Myers di Halloween. Il film è Rosso sangue (1982) ed è il meno riuscito dei tre horror di D’Amato, pure se è spaventoso al punto giusto per come mostra atrocità e sangue con freddezza. La storia racconta di un serial killer prodotto da un esperimento genetico che si aggira per le strade di un paese e uccide innocenti. Da ricordare la scena del forno e l’accecamento del mostro che come un novello Polifemo rantola e si dimena cercando di far fuori chi l’ha ucciso.
Massaccesi e Montefiori avevano già girato molte pellicole hard nella Repubblica Dominicana, inventando in Italia il genere e dando vita alla più assurda serie di film pornografici che la storia del nostro cinema ricordi. Tra l’altro le pellicole vennero realizzate con uno stesso gruppo di attori che cambiava parte da un film all’altro. Venivano anche utilizzate scene di un film per inserirle in una pellicola successiva. Gli hard dominicani vennero girati tutti nello stesso anno e il materiale fu montato successivamente in studio.
Nel campo dell’erotico D’Amato va ricordato per alcune pellicole raffinate girate nel corso degli anni Ottanta sulla scia del successo di film d’autore come La chiave. Pellicole come L’alcova, La lussuria e Il piacere sono considerate dai critici tra le migliori prodotte in Italia nel campo del cinema erotico.
Joe D’Amato termina la carriera girando quasi esclusivamente hardcore, genere al tempo molto redditizio. In questo campo il sodalizio con Luca Damiano ha prodotto alcuni lavori di pregio che vengono ancora ricercati dagli amanti del genere.
Ricordiamo Aristide Massaccesi ottimo produttore di horror italiano. Insieme a Luigi Montefiori e altri amici apre la casa di produzione Filmirage che lancia registi come Michele Soavi e Claudio Fragasso. Citiamo tra i film prodotti: Deliria (1987) di Michele Soavi, Killing Birds (1987) di Claudio Lattanzi (in realtà pare lo abbia diretto D’Amato o che abbia aiutato molto il giovane regista), La casa 3 (1988) di Umberto Lenzi, La Casa 4 (1989) di Fabrizio Laurenti, DNA – Formula letale (1990) di Luigi Montefiori e La Casa 5 (1990) di Claudio Fragasso, la miniserie Troll (cap. 2 e 3 nel 1990) e persino il bergmaniano Le porte del silenzio (1991) di Lucio Fulci.
Massaccesi rientra alla regia horror con un buon prodotto come Frankenstein 2000 - Ritorno dalla morte (1992) film poco distribuito e di scarso successo, scritto e sceneggiato da Antonio Tentori. Il suo ultimo film importante è il thriller erotico La jena (1997). Massaccesi era un uomo gentile e riservato, sempre pronto alla battuta: pare quasi impossibile che abbia realizzato film pornografici espliciti e tanti horror sanguinolenti. Con il passare del tempo si è costruito una grande fama in tutto il mondo ma non ha mai rinunciato a fare artigianato cinematografico, realizzando anche quindici film per stagione. Ha sempre lavorato nel cinema low cost, imitando i grandi successi: usciva Caligola, lui si precipitava a girare Caligola la storia mai raccontata, aveva successo La chiave lui proponeva L’alcova e Voglia di guardare, era buono l’esito commerciale di Fuga da New York lui girava Bronx lotta finale, e così via. Le sue regie dovrebbero aver superato le duecento, ma non è possibile essere precisi. Di sicuro la sua fama è paragonabile a quella che aveva Ed Wood a Hollywood: uno che fa i film in fretta e furia, ma mettendoci sempre un tocco di folle genialità.
Massaccesi è morto improvvisamente a Roma il 23 gennaio 1999 all’età di 63 anni, tra l’indifferenza quasi totale della stampa di settore e dei quotidiani nazionali.
Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"
Già il titolo lascia ben sperare, ma la lettura del libro è anche più stimolante. Raramente ci si imbatte in libri di così grande qualità e viene da chiedersi perché la nostra letteratura in Italia e nel mondo non è rappresentata da opere come questa.
Scritto benissimo, senza esitazioni, dalla prima pagina entra nel mondo onirico per dare al lettore qualcosa di più della speranza, qualcosa che non può essere misurato con metri o pesi.
Personaggi strambi, semplici e ironici, che si rivelano complessi e ricchi di sfaccettature e che nel loro essere irreali chiedono al lettore di identificarsi con loro.
Zeno, un disoccupato pigro, compra una nanocasa, rara superstite dell’urbanizzazione selvaggia, che in mezzo allo sfacelo edilizio sopravvive come testimone di un mondo dove ancora è possibile credere nell’incredibile. In questa casa scopre un mistero assurdo, una cantina piena di inutli cianfrusaglie e, su una parete del soggiorno, una targa con su scritto Servabo. Che follie aveva per la testa l’ex-proprietario? Zeno comincia a interessarsi alla storia del suo predecessore a seguito di alcune visite di personaggi surreali che gli portano delle moleskine, tutte uguali, tutte contenenti, scritto a mano, lo stesso frammento di un racconto di Borges. L’avventura comincia, e si svolge tutta intorno agli oggetti trovati in cantina, alle moleskine, e ai personaggi che hanno portato questi quaderni a chi supponevano fosse il proprietario. Ne viene fuori una società segreta che, facendo un mercato di cianfrusaglie inutili, si impegna nel raccontare le storie, inventate, delle cianfrusaglie. La reazione dei visitatori è meravigliosa. Il mercato è fallimentare, non si vende nulla, ma l’obiettivo dei membri della società segreta non è vendere, è raccontare.
Già questa trama strampalata e originalissima è un buon motivo per affrontare la lettura, ma lo sono anche lo stile, la leggerezza del linguaggio, l’ironia e le ulteriori evoluzioni della storia.
Il romanzo è allegro e invita a credere che il sogno sia ancora possibile. L’autore, noncurante della realtà contingente, si concentra sulla realtà più intima, quella che risiede in ciascuno di noi e che ci fa pensare che non tutto è perduto, che ancora esiste un motivo per ridere, per vivere, per sognare, e per seguire le segrete trame dell’immaginazione.
I quaderni che contengono questo frammento di racconto sono dieci, solo tre vengono restituiti, e i personaggi che lo fanno sono un netturbino scrittore che somiglia a Jeff Bridges, un cacciatore di fulmini soprannominato Gabin, e una distinta e anziana signora che racconta fiabe nei parchi ai bambini.
Permettetemi di ricopiare qui un frammento del libro che ne riassume la grandezza. È notte, il protagonista è insieme a Gabin, che si chiama Ansano, su un tetto, presto ci sarà il temporale. Ansano ha fissato la macchina fotografica sul cavaletto e tenta di fotografare fulmini:
“Ne ha catturati molti?”
“Nessuno” regolando l’altezza del cavalletto “migliaia di foto buie”
…..
“Per tatto preferisce non chiedermene il motivo?”
“Mancavo di coraggio” sincero, prendendo il vento in faccia.
“Non si preoccupi, non è il primo e non sarà l’ultimo” cambiando rullino “ Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce dunque perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità”. Pausa, facendosi più scuro in volto: “Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano nella vita?”.
Così sono i dialoghi e così i personaggi che affollano questo romanzo: meravigliosi visionari che vivono per qualcosa di perfettamente inutile. E che ci inducono a sognare.
Il finale, del tutto imprevedibile, riesce anche a commuovere, al punto che si vorrebbe abbracciare il protagonista, si vorrebbe entrare nel libro e prender parte al mercato, ma non ci si rammarica di essere arrivati alla fine, perché libri come questo continuano a vivere nella mente.
Il libro ha meritatamente vinto il primo premio all’Albero Andronico 2014.
Raccomando vivamente la lettura!
Claudio Fiorentini
Perché ho aderito al manifesto del Bandolo
Aderisco al manifesto perché ritengo che in Italia non sia incoraggiata la produzione di grande narrativa, in favore di romanzi esili, facilmente intercambiabili, che si bruciano nell’arco di una stagione e non rimangono nel cuore del lettore, non creano personaggi indimenticabili o archetipi dell’inconscio. Le situazioni sono sempre le stesse, si prediligono trame che hanno a che fare con la storia recente, con qualche episodio di attualità, o quelle vagamente intimiste e minimaliste. Quando prendo in mano un classico, sento la differenza, sento lo spessore, sento il richiamo della poesia, sento le scorciatoie dell’intuito e vorrei provare queste sensazioni anche con i libri di oggi ma non mi riesce più. Inoltre, se voglio leggere della buona narrativa di genere (fantascienza, fantasy etc) devo da sempre ricorrere a libri stranieri, mai tradotti in Italia. Infine, qui da noi non si pubblicano più raccolte di racconti.
Aderisco al manifesto perché da anni assisto a un fenomeno di appiattimento e massificazione dovuto sì, a scelte commerciali sbagliate dell’editoria, ma anche, ultimamente, dalla facilità di accesso data dalla rete, che, se da una parte concede visibilità e voce a chi non ne avrebbe, dall’altra crea un magma di sedicenti scrittori semianalfabeti dal quale è difficile che le rare eccellenze possano emergere. Oggi chi scrive tende subito a pubblicare di tutto e di più, senza autocritica, senza “gavetta interiore e temporale”. Le inezie che ai nostri tempi scrivevamo sul diario privato adesso vengono immediatamente stampate, auto pubblicate, immesse in rete senza nemmeno essere state rilette, e trovano il finto plauso di parenti, amici, contatti virtuali, creando delle stelle di cartapesta facebookiana, ognuna con il suo codazzo di falsi ammiratori. Chi scrive in modo responsabile, critico, chi fa ricerca stilistica e strutturale viene omologato alla massa dei mediocri auto celebrantisi, oppure penalizzato per il marchio d’infamia di aver pubblicato a pagamento o tramite self publishing.
Aderisco al movimento perché vorrei che la rete si trasformasse da mezzo di accesso caotico e auto celebrativo, in filtro reale, in selezione autentica, in specchio di verità e non di lusinga, dove vengano giudicati solo i testi - dal manoscritto inedito al libro pluripremiato a livello internazionale - e non chi li stampa.
Patrizia Poli
Elenco aggiornato dei firmatari
Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller
Un pesce fuor d'acqua
Grigliata a casa di parenti stretti. Non ho mai partecipato ma insistono e mi dispiace dire di no. Mia madre e mio fratello, anche se dicono che io “sono imbarazzante”, vogliono che vada. Mio marito ama questo genere di vita sociale.
Ansia anticipatoria da giorni, paura che tutto non sia in ordine. Passo ore e ore a pulire per non far fare brutta figura alla nostra famiglia, ma sto in ambascia per ogni granello di polvere, ogni ragnatela, ogni filo d’erba troppo cresciuto. Se vivessi in un palazzo, mi vergognerei degli affreschi sbiaditi.
La sera prima prendo un tranquillante, sperando di cavarmela. Arrivo sul luogo del delitto e sto sempre peggio a ogni istante che passa. Poi sento suonare il campanello e capisco che stanno arrivando i primi ospiti (in tutto sono ventuno persone). Mi bagno di sudore, le ginocchia tremano, lo stomaco fa un tonfo come sulle montagne russe. Mia madre dice: “Ma non vuoi nemmeno che ti presenti?”
No, non voglio nulla, non voglio vedere quelle facce di gente “normale”, non voglio parlare con nessuno, non voglio fare complimenti a bambini sconosciuti, non voglio invischiarmi in discorsi di circostanza e convenevoli. Mentre le persone entrano io sfuggo, giro da una stanza all’altra per evitarle, per non dover nemmeno salutare. Se c’è un ospite in soggiorno, io svicolo in cucina, se intravedo qualcuno nel portico, mi ficco in bagno. Cerco qualcosa per tenere le mani occupate, sbuccio l’aglio, salo il pesce a testa bassa.
Poi arriva il momento di mangiare, nella confusione della grigliata dove ognuno cucina quello che si è portato da casa, non trovo una collocazione, non so dove sedermi, ho lo stomaco chiuso, la nausea, mi gira la testa, butto giù bicchieri di vino per placare un’ansia che non si placa, che ingigantisce. Non ho rotto il ghiaccio subito e quindi non lo rompo più, non mi sono introdotta nel gruppo, nella conversazione, e quindi non riesco più a farlo quando ormai tutti sono lì che scherzano e mangiano dolci che per me sanno di cartone. Metto su una faccia da sfottò, da antipatica, prendo per il culo tutto e tutti, apertamente, parlotto con mio marito rendendomi odiosa. È quello che so fare meglio, è l’unica cosa che mi viene bene. Non sopporto il vocio, i rumori, le giovani mamme che parlano dei loro bambini, tutto mi si confonde nella mente come un’onda di marea che mi travolge. Fuggire fuggire fuggire.
Sgattaiolo in una camera al piano di sopra e ci rimango tutto il giorno, fino al momento di salutare, raggomitolata sul letto a dormire, a lasciare che le voci si allontanino, non invadano il mio spazio vitale, non mi blocchino il respiro sul diaframma. Che si accorgano della mia assenza o meno, non m’interessa.
Provo un senso di sconfitta e una rabbia violenta, verso tutti quelli che sono giù, e ai quali cose come queste, le grigliate, gli inviti, il ritrovarsi a tavola fra amici, sembrano normali. Li odio tutti, dal primo all’ultimo, perché non capiscono e non capiranno mai, perché per loro è facile. È sempre stato tutto facile: lavorare, frequentare, vivere. E odio mia madre che mi intima: “Vai da uno psichiatra”, quando è lei ad avermi plasmata così, quando era proibito aprire la porta al suono del campanello o portare a casa un’amichetta, e ora, invece, da mio fratello accetta tutto e si fa in quattro per aiutarlo con le sue feste. E odio mio fratello che dice: "Tu non hai una vita sociale”, e grazie al cazzo, e sai che scoperta, ci vuole Freud per capirlo. E lo odio ancor più quando mi dice: “Anche quando c’è soltanto una persona in più, si vede che stai lì e non sai cosa dire.” Ecco, meno male me lo ha detto, così ora mi sentirò più a mio agio.
Beato te, vorrei dirgli, beati tutti quelli che sanno sempre cosa dire. Beati i giusti, quelli che hanno un indirizzo, uno scopo, un ruolo nella società. Beati quelli che camminano e sanno dove andare.
Risbuco fuori solo al momento di accomiatarsi, mi guardano un po’ straniti, come a dire: “E questa dov’è stata tutto il giorno, da dove salta fuori?” Li saluto come niente fosse, come se ci avessi parlato tutto il giorno, invece di starmene rintanata al piano di sopra.
L’unico pensiero che mi tiene a galla in quei momenti siete voi, sapere che esistete, che anche voi, ovunque siate, vi state sentendo esattamente come me: pesci fuor d’acqua.
Certi giorni proprio non me la sento di elargire consigli da guru della fs, non me la sento di riderci su. Capita che tutto imploda dentro, collassi come un buco nero.
Poi passa, poi si respira, si rialza la testa, si riparte controvento.
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come me, è affetto da fobia sociale e quindi, pur scrivendo ... La resa dei conti Rieccomi qui, dopo tutto questo tempo, per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti
http://signoradeifiltri.altervista.org/scrittura-e-fobia-sociale.html
Franco Rizzi
Franco Rizzi, uomo di grande erudizione e cultura, è straordinariamente modesto. Così è anche nel suo modo di scrivere: mai esagerato, mai sovraggettivato, sempre pulito e garbato. Un linguaggio anche ingannevole, perché sembrando semplice richiede molta attenzione. I dialoghi non dominano la narrazione, che racconta i fatti in sequenza cronologica, con interventi esplicativi. Anche le descrizioni sono brevi e non sovrastano la narrazione, semmai ne fanno parte e si leggono come se si desse un rapido sguardo all’ambiente, o all’aspetto fisico della persona di cui si scrive in quel momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo, che è il racconto delle vicende che portano nel primo libro Luca e Leone sulle tracce dell’intrigo che si dispiega lentamente davanti a loro due, piccoli eroi di grande statura morale, e nel secondo libro portano Luca ad incontrare Cecilie con cui condividerà l’orrore di una delle carneficine più spaventose della storia recente di Parigi. Direi quindi che il linguaggio non è lirico, non è accademico, non è presuntuoso: è semplice e asciutto e si apprezza se si legge senza foga né fretta … proprio come un buon vino! E quindi siamo davanti a due romanzi storici, il primo si sviluppa nel meridione italiano ai tempi dei briganti, e il secondo vive la macelleria della guerra civile a Parigi, nella primavera del 1871. I due libri possono essere letti separatamente, ma è meglio leggerli in sequenza, per meglio capire Luca Falerno, il protagonista, che prima è un eroe indiscusso e poi, suo malgrado, diventa una sorta di picaro buono.
Caccia nelle Murgie è una vera e prpria caccia all’uomo. Un poliziesco ambientato in Puglia nel 1870, dove l’elemento storico fa da contorno alle vicende umane che si narrano. Il protagonista, Luca Falerno, è un giovane tenente dei carabinieri appena trasferito in Lucania, e si avvale della collaborazione di Leone de Castris, un uomo che viene dalla terra e che, effettivamente, è forte e coraggioso come un leone. Leggendo scopriamo metodi d’indagine per noi remoti e lontani, malauguratamente lontani, basati prevalentemente sulla parola e sul linguaggio fisico. I nomi dei protagonisti hanno un loro motivo: Falerno fu un vino decantato in primis da Catullo, Falerno è un territorio nel casertano, Falerno è una nave, Falerno è una “confraternita” che ha lo scopo di rivalorizzare il vino. Così Luca Falerno: è esclusivo, raffinato, elegante, per intenditori, conosce i segreti della terra e sa che per meglio capirne i messaggi gli occorre l’aiuto di che da quella terra proviene. Quindi veniamo a Leone. Leone è il re della foresta, basta guardarlo per sentirsi in soggezione, è l’immagine della fierezza e dell’intuito, del coraggio e della maestosità. Così Leone, il braccio destro di Luca, è fiero e intuitivo, è terra fatta persona, è rozzo e semplice, ma dotato di un intuito felino e di una forza fuori dal comune.
Durante la caccia all’uomo, Luca incontrerà Luisa con cui vivrà una fulminante storia d’amore. Il padre della donna è il marchese di Sanfelice e verrà rapito dai briganti, gli stessi che stanno cercando i due investigatori.
Nella loro indagine, evidentemente, scopriranno corruttele e intrallazzi d’ogni sorta, ma i metodi investigativi sono quasi tribali e i due devono far tutto da soli, Luca e Leone, don Chisciotte e Sancho Panza, il sogno e la terra, l’intelletto e l’intuito, la capacità di analisi e la praticità, come dire, ho i piedi per calpestare la terra e la testa per stare più vicino che posso al cielo.
Diverso il discorso se parliamo di 1871, la Comune di Parigi, dove la cornice storica non fa da sfondo, ma è la protagonista per molte pagine di densa narrazione, e i capitoli si alternano tra il racconto del dramma parigino e il difficile ruolo di un uomo che non può essere protagonista di una storia non sua, perché la deve solo osservare. Infatti, Luca Falerno, promosso capitano, è un inviato dei Carabinieri che deve riuscire a capire quanto succede a Parigi, e quindi a informare il comando. Insomma: una spia, un reporter e uno scrittore storico. Ora, immaginate i metodi: penna inchiostro e calamaio, lume di candela, spirito d’osservazione, passeggiate, conversazioni e tanta, tanta pazienza. Cose da raccontare tante, territorio da esplorare enorme, momento storico difficile. Quando arriva in città trova il caos più totale: i combattimenti tra comunardi e versaglini si fano via via più cruenti e l’utopia di uguaglianza e giustizia ben presto sarà condannata a morire devastata dalla guerra civile. Luca si limiterebbe a fare l’osservatore e lo scribacchino se non fosse per l’incontro con Cecilie, che lo coinvolge anima e corpo in una guerra non sua. Lei è l’eroina del libro, lei rappresenta il coraggio di una città impersonificando una coraggiosa attivista e crocerossina della Comune, che lotta per i propri ideali libertari con impareggiabile tempra, ancora una volta ci troviamo davanti a una donna forte e determinata, che scava un solco nel cuore del defilato protagonista, riportandolo alla ribalta grazie al grande amore che i due riescono a vivere. Alla fine i giovani amanti si trovano a ripercorrere in lungo e in largo la città, lui cercando di fuggire dai combattimenti con la speranza di salvare la sua donna, lei cercando invece i luoghi di raccolta feriti per salvare la propria dignità di volontaria di un ideale. E mentre i combattimenti stanno decretando la fine di un ideale, i due passano da una porta all’altra di Parigi scoprendo che non c’è via di scampo, e ben presto vedranno la fine del sogno della Comune.
Sopraffatti dalla fatica, in prossimità del cimitero Pére Lachaise, si uniscono all’ultimo sparuto gruppo di federati, ma sarà un’uscita alla ricerca di acqua a interrompere la loro marcia verso una impossibile salvezza e Luca rischierà di essere una delle ignote vittime di questo massacro, quando un colpo di cannone deciderà il destino dei due giovani.
I due libri sono appassionanti e si leggono rapidamente, e credo che rappresentino tra i migliori esempi di narrativa storica italiana. La letteratura non è solo intrattenimento, ma è piacere, pensiero, sentimento, musicalità, immagini, apprendimento … tutto ciò si dispiega nella nostra mente quando leggiamo. Scrivere un libro richiede anni di lavoro, leggerlo richiede giorni… ma il contenuto sono vite intere che hanno una loro dignità. Il libro è un compressore decompressore, e se riesce nel suo intento di farci vivere vite non nostre, facendoci vedere la realtà con occhio diverso, ci ringiovanisce. E in questo, il nostro Franco Rizzi, è riuscito benissimo. Ora, se un libro di qualità viene identificato nella massa informe del panorama letterario italiano contemporaneo, occorre innanzi tutto segnalarlo, poi consigliarlo e eventualmente regalarlo agli amici. Già invece di un mazzo di fiori, regalate un libro… e con questi due titoli si farà belissima figura!
Kalinka
Crociera, corsetto di ballo e canto in lingua straniera cui partecipo tanto per divertirmi e passare il tempo. All'ultimo momento sbuca fuori che dobbiamo esibirci la sera finale davanti a un pubblico di 150 persone. (Aaargghhhh)
Allora... io sono stonatissima, ho una vocetta tipo cartone animato e mi muovo come Gollum, però il mio sogno, fin dai temi dell'Antoniano, è sempre stato cantare in un coro. In un coro, si badi bene, non certo in assolo, dove la voce nemmeno mi uscirebbe. Quindi la seconda opzione, cantare con gli altri, non mi spaventa perché abbiamo tempo per provare, teniamo in mano il foglio con le parole straniere, siamo un gruppetto e, mi dico, se qualcosa non va, posso sempre muovere la bocca e fingere di essere in playback.
L'altra prova, invece, mi angoscia, anche se si tratta di una stupidaggine fatta per ridere fra noi, anche se i movimenti sono facilissimi e i compagni babbani goffi e imbranati quanto me. Io temo molte cose: dimenticare i passi, andare in senso contrario, far ridere i polli. Cerco di convincermi che il fine è divertirsi e divertire e, quindi, più si sbaglia più si raggiunge lo scopo, cerco di convincermi che quelle persone non le conosco, non m'importa di loro e non le rivedrò più, ma serve a poco. Inoltre temo che partecipare a due esibizioni nella stessa mi renda una scemotta che si crede la Cuccarini di turno. Come ben sapete non facciamo mai nulla senza chiederci che cosa penserà di noi la gente.
Man mano che passano i giorni e si avvicina quello dell'esibizione, la mia ansia cresce e vorrei districarmi dal ballo per concentrarmi solo sul canto. Provo timidamente a chiedere all'insegnante se mi posso esimere ma mi dice di no, sorridendo, piena di fiducia e di allegria, e non me la sento più di insistere. Per amor suo farò l'agnello sacrificale. Con me c'è una signora anziana, di quelle ciarliere che cantano, ballano, si godono la vita, rompono i coglioni allegramente a tutti fregandosene delle critiche. Insomma la vecchia che non sarò mai. Scherziamo insieme sulla serata che ci aspetta ed io, per la prima volta, dopo tutti questi post, me ne esco con: "Si figuri che io sono affetta da fobia sociale."
Lei mi guarda incerta: "Che cos'è?"
Ecco, io mi sento, tutto insieme, scema, malata, handicappata, ridicola. Mi faccio coraggio e le spiego, con parole comprensibili per una babbana estroversona, che è una forma di timidezza estrema. Sembra rassicurata.
L'ultimo giorno delle prove sono ormai rassegnata alla gogna, quando lei, proprio lei, senza dirmi niente, si rivolge all'insegnante e le chiede se io posso essere esentata e sostituita perché non me la sento.
Vi elenco qui sotto il profluvio di emozioni:
1. ENORME SMISURATO GIGANTESCO SOLLIEVO.
2. Nervosismo all'idea che lei, senza avvisarmi, si sia permessa di scegliere per me.
3. Rammarico al pensiero della cosa non fatta e della piccola occasione perduta.
4. Senso di colpa per aver rifiutato, per essermi sottratta all'ultimo minuto creando difficoltà agli altri, e per non aver saputo farlo da sola ma dovendo ricorrere ad un aiuto esterno.
4. Una sensazione brutta, sgradevole, riguardo a questo outing. Non è, mi dico, che a furia di parlarne, la mia cara, vecchia fs, se ne sta andando ed io sono qui con voi a ragionare sul niente? Poi mi ricordo dell'altro giorno, quando una conoscente che non vedevo da tempo mi ha chiesto notizie ed io sono andata nel pallone e non sapevo più dove guardare, cosa fare, come sottrarmi. Perché la fs è così, ti azzanna alle spalle quando meno te lo aspetti, con chi non te lo aspetti, nelle situazioni più banali e innocenti. C'è stato un periodo, ricordo, in cui non riuscivo nemmmeno a guardare in faccia mia madre e, per parlarle, mi nascondevo dietro un oggetto.
5. Disagio per averne discusso apertamente con una sconosciuta. Mi sembra di aver sfondato quel guscio di pudore che mi proteggeva - mettendo in piazza un sentimento che forse dovrebbe rimanere dov'è, chiuso, custodito - svilendolo, ostentandolo come una bandiera. Che è poi quello che vi esorto sempre a fare ma, ora che l'ho fatto io, mi sento come se fossi uscita di casa con indosso solo un paio di mutande volgari.
Detto tutto questo, invito chi mi ha detto che appaio "spensierata e non certo tormentata dalla fobia sociale" a soffermarsi sui punti dall'1 al 5.
(Ah... comunque, per chi fosse interessato, l'esibizione è andata, ci siamo divertiti e tutte quelle facce che ci fissavano sorridendo e battendo le mani non mi hanno spaventato. Anzi, quando è finita, mi è pure dispiaciuto.)
AA.VV., "Amori d'Amare"
AA. VV.
Amori d’Amare
Antologia di racconti a cura di Cinzia Demi
2 Volumi – Pag. 440 – Euro 12,90
Minerva Edizioni
Una bella iniziativa legata al mare e all’amore, pensata per aiutare la ricerca contro il cancro, raccoglie un gruppo di scrittori sotto l’egida della Minerva Edizioni che festeggia il traguardo dei 25 anni di attività. Racconti che narrano amori di personaggi famosi, letterati, scrittori, pittori, musicisti, ma anche amori comuni, uniti da uno stile poetico e da un’accurata ricerca linguistica. Gli scrittori che hanno partecipato all’iniziativa: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Maria Gisella Catuogno, Rosalba De Filippis, Cinzia Demi, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzani, Gabriella Mecucci, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana (Volume 1); Giacomo Battara, Stefano Biondi, Roberta De Santis, Liliana Eritrei, Marco Fornasari, Toni Iavarone, Alessandro Mischi, Giuliano Musi, Valeria Roncuzzi, Mauro Roversi Monaco, Marco Rufini, Adriana Sabbatini, Andrea Samaritani, Francesco Vidotto (Volume 2). Un dipinto a tema realizzato da Maurizio Caruso impreziosisce il volume, dotato d’una suggestiva foto d’epoca che ritrae in copertina la spiaggia di Rimini nel 1952. Abbiamo avvicinato la curatrice, Cinzia Demi, per farle alcune domande.
Come nasce l’idea di un’antologia di racconti legati all'amore, al mare e alle vite di personaggi famosi?
L’editore Roberto Mugavero mi propose di lavorare intorno al tema dell’amore al mare per una raccolta che potesse essere presentata in estate, a Cesenatico, nell’ambito degli eventi che di solito organizza in collaborazione con lo stesso comune. L’occasione era la voglia di festeggiare i 25 anni di attività della Casa Editrice Minerva insieme ai tanti autori che avessero avuto voglia di dare il loro contributo. Pensai così ad una raccolta di racconti ambientati al mare dove il sentimento dell’amore fosse amplificato – soprattutto per l’interesse del grande pubblico - dal fatto di appartenere ad un personaggio famoso, conosciuto, magari partendo anche da qualche fatto realmente avvenuto. Molti autori da me contattati hanno aderito all’iniziativa, altri hanno omesso questa terza opzione, limitandosi a scrivere storie d’amore immaginarie. Per questo alla fine, volendo comunque pubblicarli tutti, si è pensato ad una sorta di cofanetto di due volumi ognuno dei quali contenenti le due tipologie di storie. Il valore aggiunto di questo libro sta nel fatto che i proventi delle vendite sono destinati all’Istituto Romagnolo per la lotta contro i tumori.
Lo stile di molti racconti (penso a Battara) rasenta la prosa poetica. Si tratta di una precisa scelta editoriale, oppure è il tema che ha condotto su tali binari narrativi?
L’amore è da sempre un tema che rasenta, nelle sue modalità espressive, il sentimento più raccontabile attraverso una forma poetica. Trovo normale, quindi, che molti autori si siano cimentati nella modalità della prosa poetica, vicina alla poesia, per raccontare la propria storia. C’è da aggiungere che tra gli scrittori ci sono anche diversi poeti (penso a Maffia, Pacilio, Carnevali, De Filippis, Mugnaini, Montanari, Pasquandrea, Giangoia ad esempio) ed è inevitabile che la contaminazione tra i generi avvenga – specie pensando sempre alla tematica -. Trovo altrettanto belli i lavori che sono stati scritti però da mani abituate a trattare saggistica, narrativa, fatti di cronaca, soggetti teatrali… la raccolta è in questo senso davvero eterogenea, varia nelle voci e nelle forme espressive. Insomma può davvero accontentare tutti i palati.
Una tua poesia d’amore funge da elemento introduttivo. Perché?
Inizialmente si era pensato ad una raccolta poetica che parlasse d’amore ma, in concomitanza, stava uscendo una analoga raccolta “L’amore dalla A alla Z” curata dallo splendido autore Vincenzo Guarracino per Puntoacapo e non si voleva creare un doppione. L’idea dei racconti pareva sostituire degnamente l’originaria versione ma io ho voluto dare comunque un segno di questa volontà, aprendo il libro con questa mia breve lirica – riportata anche in quarta di copertina – che rappresenta la sintesi dello spirito, del cuore pulsante di tutto il lavoro.
Come ti sei trovata nelle vesti di curatrice di una raccolta di racconti?
La scrittura è l’elemento più significativo della mia vita. Da sempre mi accompagna e da sempre ho desiderato scrivere in ogni forma: poesia, racconto, saggio. Curare i lavori di altri è al tempo stesso un impegno e un valore aggiunto di confronto e quindi di crescita. Questo si equivale sia per le collane di poesia che curo che per questa raccolta di racconti: ogni volta è una scommessa nuova, un traguardo da raggiungere con se stessi e con gli altri, con gli autori che ti danno fiducia e con i pubblico che ti giudica.
Quali criteri hai seguito nella scelta degli autori?
Gli autori sono stati scelti sulla base delle conoscenze personali mie e dell’editore. Ho chiesto a chi pensavo potesse avere interesse a scrivere qualcosa di questo genere e a trovarsi coinvolto in un’antologia con tante voci diverse. Qui, devo dire – e me accorgo adesso – che lo zampino poetico ce l’ho messo io: conoscendo molti più poeti che autori di narrativa, ho chiesto a loro di partecipare più che ad altri. Chi ha raccolto il mio invito si è trovato contento e mi ha ringraziato per il bel lavoro fatto insieme.
Quali sono i personaggi famosi protagonisti delle storie?
I personaggi sono tanti e diversi. Tutti contenuti nel primo volume della raccolta. In pratica una ventina. Si va dallo scrittore al cantante, dallo sportivo all’attore, dal poeta al musicista, dal personaggio noto per fatti di cronaca a quello noto per essere scampato ai campi di concentramento. Non vorrei rivelare i nomi anche perché alcuni sono mimetizzati da uno pseudonimo per motivi di privacy – fatto che rende più intrigante la lettura del libro perché induce a ricercare di identificar il personaggio semi nascosto. Posso affermare in tutta sincerità che ogni autore ha voluto solo rendere un omaggio al proprio protagonista, utilizzato per passione o desiderio di veridicità nei suoi confronti.
Come promuoverete l’antologia?
L’antologia verrà promossa soprattutto attraverso le presentazioni: ne sono già state fatte due, una a Cesenatico e una a Portoferraio. Ogni autore, in pratica, oltre all’editore e alla sottoscritta curatrice, si è impegnato volontariamente a organizzarne una nel proprio luogo di residenza. In pratica – essendo gli autori provenienti da varie città italiane, dal nord al sud - il libro verrà raccontato in buona parte dell’Italia.
Un buon libro di brevi - ma intensi - spaccati di letteratura dedicati all’amore, prosa poetica, momenti di vita, incontri fugaci, storie di personaggi famosi come non li abbiamo mai conosciuti sui banchi di scuola. Un libro da leggere come un romanzo a puntate, dove ogni episodio è una nuova lettera d’amore, un nuovo capitolo d’una storia infinita. Quando comprerete la vostra copia pensate che - oltre ad aver nutrito la mente di buona letteratura - avrete aiutato la ricerca scientifica, perché il ricavato sarà destinato all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Luciana Fabbroni e Daniela Minici, "La partita della vita"
La partita della vita
Luciana Fabbroni
Daniela Minici
Luoghi interiori, 2014
pp 175
14,00
Scritto a quattro mani nella forma del romanzo saggio, “La partita della vita” di Luciana Fabbroni e Daniela Minici, contiene dialoghi che sono pretesti per dissertare sulla libertà femminile. Quattro mani che in parte inventano, in parte sognano ad occhi aperti, in parte forse traggono spunto da ricordi, esperienze, brani di diario o percorsi personali, mescolando narrazione, speculazioni sull’emancipazione, teorie di tipo scientifico mutuate dagli studi, dalle professioni e dagli interessi delle due autrici. La vita è paragonata, come nel titolo, a una partita da giocare ma anche alla struttura dell’atomo di carbonio.
“La vita è nata come conseguenza di questa grande reattività del carbonio. La vera indole dell’umanità è quindi questa. Formare più legami possibili, cedere, prendere, mettere in compartecipazione le proprie risorse, creare una rete di relazioni che soddisfino le necessità della propria natura.” (pag 175)
Le protagoniste sono donne quasi sessantenni, ognuna col suo carico di problemi, che suggeriscono l’abbandono dei legami familiari tradizionali in favore di una rete di rapporti amicali.
“L’amicizia fra donne è forse l’unica vera conquista, sintomo di una parziale autonomia e indipendenza.” (ivi)
Queste donne, tuttavia, appartengono a una categoria precisa, quella delle signore benestanti e bene abituate, per le quali il massimo dell’avventura è trascorrere una giornata su una spiaggia senza il confort di bar e lettino; signore che frequentano solo “i migliori ristoranti” e non hanno problemi a fare shopping per rinnovare in toto il loro guardaroba. Costoro cercano l’emancipazione dal giogo maschile, in nome di un lecito rispetto di se stesse. Tuttavia, ciò di cui parlano, di cui raccontano, di cui scrivono è proprio l’uomo, ed ogni capitolo prospetta un'avventura galante, un incontro. L’uomo, però, non è inteso come compagno di vita, depositario di sentimenti profondi, bensì come divertimento, conferma di seduttività. Le protagoniste, a ogni pagina, s’imbattono in maschi galanti, i quali, invece di perdere la testa per la segretaria trentenne, s’innamorano di loro a prima vista, scatenando provvidenziali gelosie nei compagni di sempre, ritrasformandoli in fidanzati premurosi. Tutto ciò, dobbiamo ammettere, appare abbastanza improbabile, soprattutto in età così matura.
Più che cercare legami duraturi e coinvolgenti, queste donne sembrano inseguire emozioni superficiali, il piacere di rigenerarsi in modo lieve, con un impegno che contempla solo se stesse, colorando abiti e vestiti, svecchiando la propria anima, riscoprendo il piacere della leggerezza e della libertà, potenziando l’autostima ammaccata dal tempo. A tale proposito, i personaggi maschili sono poco caratterizzati, quasi, con poche eccezioni, intercambiabili fra loro. A mitigare lo slancio, però, subentra il freno inibitore dei principi morali, usato quasi come scudo, come protezione dai colpi di testa.
Il romanzo si fa leggere velocemente, è scorrevole e non annoia. Lo stile è piano, semplice, fluido, piacevole, senza stacchi dovuti alla stesura a quattro mani che si può rilevare impercettibilmente forse solo nel contenuto.
"ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini
Ho aderito con convinzione al Il Bandolo Manifesto Culturale per le motivazioni espresse che sono anche le linee teoriche di un percorso culturale multiforme il cui approdo dovrebbe essere l'affermazione dell'arte in genere come nuovo elemento dialettico con il reale, sgombro dalle sovrastrutture e dai tanti vincoli che deturpano e avviliscono la creatività favorendo esclusivamente le leggi del marketing. Ovviamente il discorso è complesso, ma è già una buona partenza di intenti ritenere che l'arte debba essere considerata una forma di servizio, ma non stare al servizio di niente e di nessuno, pena la libertà di espressione. Non siamo alla corte di sovrani, non riceviamo commissioni artistiche particolarmente restrittive, non consideriamo l'arte una forma di élite sociale, al contrario una forma di umanesimo che, pur non potendo prescindere dai dati reali, sappia elevarsi a livelli di sensibilità particolare che affondi lo sguardo ampio e attento sulla vita concreta e sulle dinamiche dello spirito per fare del particolare un frammento di universale riflessione bellezza e godimento. Quello che si è perso è proprio la dimensione dell'umano inteso come fragilità, insicurezza, sofferenza, bisogno l'uno dell'altro, che, se da una parte sono causa di dolore, dall'altra temprano e fortificano anche attraverso gli insuccessi e le cadute. "Com'è bello l'uomo quando è uomo" soleva recitare Menandro! Oggi, invece, in nome dell'efficientismo, delle sicurezze sbandierate, del trionfo del marketing, tutto viene pianificato dal danaro, sicchè la creatività, di per sè attitudine che si esplica e opera nella libertà, ne rimane soffocata. Ma che importa: assieme ai prodotti artificialmente costruiti e propinati, dai cibi alle bevande, al vestiario ecc ecc anche il far poesia o letteratura in genere si è adeguato all'artificiosità. Mettere in piedi costruzioni formali di precario equilibrio, dato che manca la robustezza del pensiero, è diventato più ricorrente che fare le parole crociate. L'editoria, in crisi come tutti gli altri settori della società, cerca di porre rimedio come può: si serve di specchietti delle allodole. Ben venga allora l'opera educativa degli artisti che cercano il contatto col pubblico ma non per sfilate di opere personali (un po' lo sono le presentazioni o le mostre!), ma per avere un confronto, per esporre alla sensibilità altrui il frutto della propria sensibilità, della ricerca, dell'indagine che abbia per materia un comune terreno di domande irrisolte, di riflessioni sul vivere quotidiano che sfugge alla grande Storia, ma costituiscono la storia di ciascuno di noi. Occorre tuttavia rigore, serietà, onestà intellettuale che spingano a scrivere (immagino anche a dipingere o altro) solo per "necessità", per ineluttabilità, quando lo scrivere è una spinta interiore a cui non ci si può sottrarre, azione questa che richiede onestà perché se è vero che "ciascuno è poeta da parte di un altro" (Callimaco), l'originalità non va sacrificata, perché risulta essere creatività fresca, viva, capace di volare alto, di ricrearsi in fieri e produrre lo stesso effetto creativo in chi legge e in chi ascolta. Solo così l'arte produce bellezza e utilità. Bisognerebbe però crederci e essere coerenti nei propositi, negli obiettivi, nelle modalità prescelte per realizzare tutto ciò, altrimenti "Quis custodiet ipsos custodes?". Altrimenti sarebbe come giocare alle signore (uno dei giochi preferiti dalle bambine nella mia fanciullezza). Un augurio affettuoso a tutti.
Adriana Pedicini
TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)
Forte Verle, Pasubio, Monte Cimone, Hermada, Piave. In questi luoghi Fritz Weber, tenente d’artiglieria, ha svolto il suo servizio nella Grande Guerra, accumulando un’esperienza ricca e drammatica, riportata in questo diario che ci permette di conoscere anche il punto di vista di un soldato asburgico. Ogni fase del conflitto è descritta nella sua crudezza. Forte Verle subisce il duro bombardamento italiano all’apertura delle ostilità nel maggio del 1915; strutture che crollano, aria irrespirabile, orecchie che sanguinano sono la realtà di una fortezza assediata. I rinforzi permettono di resistere e di passare al contrattacco. Solo poche settimane prima il confronto sembrava nettamente impari e la situazione dei difensori quasi disperata. La fanteria italiana viene massacrata.
Sul Pasubio il pericolo maggiore è rappresentato dalle valanghe, spesso provocate dai due eserciti; sul Monte Cimone il diarista partecipa alla guerra di mine. Il fronte peggiore e più ingordo di sangue è quello dell’Isonzo; il reparto di Weber deve difendere l’Hermada. Attacchi, contrattacchi, lotte selvagge corpo a corpo, uso dei lanciafiamme mettono a dura prova i soldati dei due schieramenti, accomunati dalle medesime sofferenze. Dopo lo sfondamento di Caporetto, il giovane tenente può aggirarsi nelle postazioni italiane come in una nuova Pompei. Sgomento, osserva centinaia di corpi immobilizzati per sempre dal gas impiegato dai tedeschi. L’offensiva aveva richiesto complessi preparativi, dettagliatamente descritti; le operazioni necessarie si erano svolte in un clima di esplicita fiducia, nella convinzione di riuscire a piegare l’Italia. Ma dopo i primi nettissimi successi, l’avanzata viene, come noto, arrestata sul Piave; ricominciano la guerra di logoramento e la vita di trincea. Lo scoramento tra gli uomini è grande, rileva l’ufficiale. Le privazioni mese dopo mese si fanno enormi; quando nel giugno del 1918 viene organizzata una nuova offensiva, Weber nota come il morale dei soldati resti basso. Stavolta non c’è l’aiuto dei tedeschi, il piano non prevede una direzione d’attacco specifica e i mezzi a disposizione sono carenti. L’obiettivo sembra solo quello di strappare un po’ di risorse all’avversario, non quello di metterlo in ginocchio definitivamente. Viste le premesse, il fallimento che ne segue appare inevitabile. La fiducia nei generali cala ancora; si sono persi uomini e materiali inutilmente, mentre il nemico cresce in organizzazione e forza. Weber compie un viaggio nelle retrovie alla ricerca di cibo per il suo reparto e ha modo di vedere come il collasso del grande impero multietnico sia vicino, dato che i soldati delle varie nazionalità sono sul punto di scontrarsi tra loro. Con il successo italiano di Vittorio Veneto, inizia la drammatica ritirata. Lo sbandamento è generale. L’autorità degli ufficiali spesso non viene riconosciuta dai subordinati. Weber tra mille difficoltà conduce il suo reparto a Vienna, compiendo fino all’ultimo il proprio dovere. Lo sfascio della monarchia danubiana è comunque un nuovo inizio per molti soldati dei popoli che la componevano; invece, per la parte austriaca dell’impero, si manifesta in modo drammatico la perdita di certezze e valori che davano significato alla vita di ogni giorno. Militare di grande tempra, severo ma umanamente molto sensibile, l’autore di questo diario ha sempre rispettato l’avversario, elogiandolo apertamente: “Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili”.
Proprio un soldato italiano, professore a Bologna, prigioniero subito dopo Caporetto, dirà al diarista parole profetiche sull’andamento del conflitto, alludendo all’intervento americano e al suo decisivo peso economico che infatti favorirà ampiamente la vittoria dell’Intesa.
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