Studentello di Via San Nicolao!
O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!
Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!
E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura
che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
per questo sogno che si fa sgomento!
"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli
"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli
1998, 320 p.
Curatore Masutti Nella
Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)
Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.
Mentre aspetto di doventà nonno
Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano
che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione
un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.
Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.
Luciano Tarabella
04/03/14
AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"
AA.VV.
Cronache dal Neocarbonifero
Edizioni Bietti, 2013
pp 471
22,00
Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.
Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”
L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming. In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.
L’idea, ci dice de Turris, era “mettere insieme una serie di storie come fossero i capitoli di un romanzo, che narrassero la progressiva trasformazione della penisola a causa dell’effetto serra (allora non si parlava ancora ossessivamente del famigerato “riscaldamento globale antropico”) con temperature man mano più alte, l’innalzamento del livello del mare sempre più accentuato, un clima quasi subtropicale, una flora e una fauna a esso adeguate, un mutamento graduale non soltanto della natura ma anche della società e dell’uomo. Insomma un ambiente un po’ come quello che gli scienziati dicono vi fosse nel periodo Carbonifero.” (pag 10)
Ogni racconto è ambientato in una diversa realtà locale. “L’idea originaria”, spiega ancora de Turris, “era chiedere ai vari autori di scrivere una trama ambientata nel luogo che conoscevano meglio, la propria città o regione.”
Di questa localizzazione è un esempio alto - per stile, linguaggio e compiutezza narrativa - il racconto “Caccia subacquea”, ambientato in una Venezia sommersa, dove solo pochi privilegiati debosciati vivono fuori dall’acqua, mentre tutti gli altri, i poveri sotomarin, alloggiano in case ormai completamente inondate, costretti a vendere i propri primogeniti come servi o come serbatoio di organi.
I racconti rappresentano possibili mutamenti ed evoluzioni non solo climatiche ma anche politiche. Hanno un orientamento preciso – del quale de Turris non ha mai fatto mistero - e ci mostrano una società nella quale flussi migratori incontrollati hanno portato a guerre, invasioni e a un imbarbarimento che ricorda quello di molti film di fantascienza, in particolare Waterworld di Kevin Reynolds.
I temi sono l’effetto serra - cui non tutti gli autori credono se non nella misura in cui possono trarne spunto per un racconto di fantascienza - gli esiti dell’immigrazione, la manipolazione genetica, l’allontanamento dalla fede cristiana tradizionale in favore di nuovi riti neo pagani e del culto della Grande Madre - con conseguente sacerdozio femminile e rivalutazione della figura mariana - la carenza di acqua potabile, il contrasto fra sostenitori dell’energia atomica (Atomisti) e sfruttatori di biomasse (Trivellatori)
Com’è naturale, il limite dell’etica col tempo si sposta in avanti, fino a far considerare normale lo ius primi filii e lo sfruttamento dei cadaveri per la produzione di energia, specialmente in un universo post catastrofico dove si sono perse regole, conoscenze e confini di civiltà.
Alcuni racconti sono più avvincenti, altri hanno un sapore di “sarebbe stato meglio se”, intendendo con questo che un ulteriore sviluppo in romanzo ne avrebbe fatto qualcosa di più completo e coinvolgente, anche se, come ribadisce il curatore, l’importante di questa antologia è la sorta di fil rouge che la percorre riconducendola alla medesima visione centrale.
La morte di Huber Matos
Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.
Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 "Antonio Guiteras", entrò all'Avana a fianco di Fidel e di CamiloCienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilò, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà.
Foto: foto di Huber Matos e una caricatura di Garrincha.
Gordiano Lupi
I Fotoromanzi Lancio
In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.
Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come i “Promessi Sposi” di Manzoni, “I miserabili” di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.
Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato “Sogno”, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.
Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindicimilioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.
La categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.
Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall’eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.
Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 99.
Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).
Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.
Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.
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In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro
http://www.criticaletteraria.org/2014/02/fotoromanzi-lancio-storia.html
L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea
L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea
Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009
Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio
II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.
Lies and fantasies
Lies and fantasies
It began with an itch on the spire of the nose. It was like a pinprick that spread in tingling waves. The meat was red, the skin stretched and then curled in crispy and woody knots.
Thirty-two and a half year had passed since Pinocchio was a wooden puppet no more, but every time he lied, his nose - the naughty thing jutting out of his head - still changed. It was always an unpleasant and embarrassing event. The last time the crime happened on the local Florence-Prato and Pinocchio had made the journey in the toilets waiting for it to pass. That day, he remembered, he had exaggerated the abilities of his dog.
But why did it happen here, in this cold evening of December, while he strutted into the new coat, mirroring himself in a display of Christmas decorations? He had not lied to anyone, he was alone with his thoughts. What exactly had he thought? He tried to remember.
So… he had observed a new computer model, beribboned like a gift package, then the little robot beside. Ah, now he remembered. He had compared it to a puppet. Here are the puppets of the third millennium, he had thought. Luckily now I am a man of flesh and blood.
He went back to look at the window. He saw a handsome and elegant man in his forties. He had changed a lot since his raids with Candlewick put havoc in the country and despair in father. The ancient structure of ash, on closer inspection, was kept in the joints, a bit hard for his age, and in the waves of the sculpted hair. But really what betrayed him was the nose. Undisciplined and pointed, ready to turn into wood at inopportune moments. Like now, with this icy sleet that cut the face.
He looked around. No one had noticed anything, thank goodness. It was late, the shops were closing. The last passers-by went home with the collar turned up against the wind. He pulled his hat over his eyes, and then entered a second vision cinema. In the dark, he waited for it to end.
Covering his nose with his hand, he asked for a ticket. The cashier raised her eyes; they were fixed and distracted together. She looked sad, her mouth full of crumbs. She was one with the counter behind which she hid her dinner. Pinocchio looked away, more and more uncomfortable, and even more tucked in his coat. The cold froze the bones.
He entered the dark room and sat in the last row. They gave a war film of the fifties. Next to him were two pensioners shivering and a middle-aged couple, who kissed in an illegal way.
He stretched his legs, tried to relax. The nose showed no signs of returning to normal, nay, in the chill of the room, it was the only still warm part of his body.
It was the curse of the fairy, he thought, the old turquoise whore that had been his mother. If she really loved him as he said, he would not have been troubled with the blackmail of goodness. Every good deed, a piece of wood less. He helped an old lady to cross in traffic? A finger less. He gave money to a beggar in the churchyard? instead of a wooden ear, he found soggy cartilage. To gain a whole body he had struggled the entire childhood, all the way up to the terrible, wonderful, day in which even his penis distilled a white pearl completely human. But the moment he altered reality of even a small difference, he had to run to hide the bulky fruit of his guilt.
Yet, at the window of the computer, Mr. Pinocchio had not told any of his usual lies. He had not inflated the power of the car, the acrobatics of his penis, the tits of his secretary. He had flattered no one, had not done artful compliments to ingratiate himself with his superiors. He could not understand where he could have been wrong.
However, he began to feel strangely good. The projection room was like a cozy womb. He was immersed in the lake of flashes that rained down from the screen and the heat was spreading from the nose to the rest of the body. He clutched the piece of wood between his fingers. It was like having in his hands a cup of hot coffee, a lit stove. He closed his eyes.
He saw a carpenter's shop, distant in time, with a soft floor covering of sawdust. An old man was carving a log. He hummed, cheerful.
"I'll make you eyes and you’ll see. I'll make you a mouth and you will speak. I'll give you a heart and you shall love. "
It was a desire, a gift of love, a magic formula.
Four long lashes had beaten amazed, one leg had jumped down and had approached, eager to rejoin the rest of the body.
"I'll call you Pinocchio."
The wooden puppet had smiled, round eyes had lit up with mischief. He was a funny puppet, terrible, very lively. Geppetto, his father, had loved him just because of his pranks.
The first years of his life were carefree, then came the awareness of diversity, the need for another look. The innumerable lies.
He told Mangiafoco that he was the son of a sultan. He sold the spelling-book to go to see the theater. Magic theater, full of masks, liar, fantastic, innocent. Candlewick was telling that they were not donkeys, but noble race horses, while they, worried, groped the hairy ears in the bleak amusement park of Toyland .
In that life he had brought paper dresses and flowery hats of bread crumbs, he had burned his feet, and he had made his father carve a brand new pair, he had learned to eat the skins and pan scum, he had conversed with Jiminy Cricket . And he was always with Candlewick.
Candlewick . Nose, eyes pitch dark, Candlewick actor, liar, only friend.
When Candlewick was released from jail, all in the country had turned their backs. Pinocchio first, because now rosy knees protruded from his trousers and all advised him to stay away from bad company. Think of studying, they told him, think of your father, think of yourself now that you're a real boy, that you no longer have the head of sawdust. So he moved to Florence and Candlewick had died of a drug overdose in the toilet of a bar.
That's where the point was.
The biggest lies he had said to himself. The lie was his desire to be seen as equal to others. Because equal is true, equal is beautiful. But he was not like the others. No, he was not a human being , he was a wooden puppet. He was not an engineer, he was an actor. He had to be on stage, along with the other puppets like him.
He loved the theater, he loved Candlewick and even the Cat and the Fox. He also loved the fairy, but only when she showed herself in the form of a shiny snail or a blue goat.
A blue light fell on him from the screen, which surrounded his hands with a halo. His fingers twitched and tingled. Pinocchio looked at them for a long time, amazed. Then he smiled.
They had returned of wood.
He came out of the cinema with creaking pace of his youth. He sang. "I'll give you a heart and you shall love."
He passed the cashier. They looked each other: a big happy wooden puppet, bundled up in a coat by Versace, and a middle-aged woman with an alluring blue shimmer in her hair.
Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI
Felice Fossati (1893 – 1964), nato da famiglia italiana a Romans, in Francia, studiò a Nancy e poi a Milano dopo il rientro nel nostro Paese con i genitori. Volontario in Libia, poi mandato sull’ Isonzo allo scoppio della Grande Guerra, nel 1919 torna finalmente a Milano, dopo un anno di prigionia in Austria.
Il diario (edito da Nordpress), piuttosto breve, inizia ripercorrendo l’addestramento del giovane militare. Dapprima viene mandato a Perugia, poi a Napoli; ha modo di apprezzare la maestosità delle città d’arte, ma anche di rimanere colpito dalle aree di degrado. Il testo contiene un riferimento al terribile terremoto di Messina di alcuni anni prima, in cui ci furono ben ottantamila morti. La scrittura è semplice, ordinata, precisa; impegnato in Libia contro i ribelli, si porta nello zaino Thérèse Raquin di Zola che si accinge a leggere per la quinta volta. I ritmi della vita militare nella colonia sono piuttosto lenti; le giornate sono animate dal Ghibli e dalle marce verso le postazioni interne da difendere dagli attacchi nemici. Ma gli scontri con la guerriglia sono poca cosa rispetto al fronte dell’Isonzo in cui Fossati viene mandato nel 1916. A Grado i soldati consumano del “buon pesce fritto”; ma nello stesso giorno, a San Canziano, vedono i segni della guerra, in particolare la chiesa scoperchiata in cui si sono rifugiati i pochi abitanti impauriti. Assalti alla baionetta, il fuoco delle mitragliatrici, bombardieri che dal cielo non danno tregua ai fanti sono il pane quotidiano. Sia da parte italiana che austriaca, gli attacchi sono condotti con la stessa folle temerarietà; le trincee si prendono e si perdono in pochi giorni. Nella zona di Doberdò, teatro di aspri scontri, furono presenti durante la guerra anche Mussolini e D’Annunzio. Lo scoramento davanti ai morti e ai feriti fa comunque apprezzare al giovane l’attitudine alla lotta del soldato italiano: “ … il soldato italiano nel corpo a corpo … è il migliore combattente, forse, perché più emotivo e facilmente eccitabile”. Emerge, larvata, la polemica verso gli imboscati che si trattengono nelle retrovie, lontano dalle trincee.
Nei pressi di San Giovanni di Duino, durante uno sfortunato assalto, nota: “ … molti nostri feriti giacevano vicino a feriti nemici, assistiti da due infermieri austriaci. Una parentesi di umanità nell’infuriare della guerra”. Ancora l’autore parla di azioni volte a prendere Trieste, ma in realtà la guerra resta statica e si continua a morire per conquistare pochi metri. Poi viene il disastro di Caporetto; Felice e il suo reparto ripiegano precipitosamente a Pozzuolo del Friuli dove offrono una dura resistenza al nemico, dopo che un’automobile con alcuni ufficiali è partita precipitosamente. Qui assiste al suicidio di due commilitoni: “ … il comandante la cavalleria e il nostro maggiore … quasi simultaneamente si puntarono la pistola alla tempia”. Fossati e i superstiti, rimasti senza munizioni, si devono arrendere. In Austria la prigionia si accompagna alla fame e alla noia, finché i prigionieri non ottengono il permesso di lavorare in una fattoria, dove Felice si lega a una donna ungherese. La notizia della fine della guerra arriva improvvisa. Si rientra finalmente in Italia e qui vengono inattese amarezze. I vinti di Caporetto sono oggetto di disprezzo e ciò ferisce chi ha fatto il proprio dovere. A Trieste e Pola alcuni civili insultano gli ex-prigionieri. In particolare i soldati devono subire un’umiliante inchiesta: “Evito di parlarne perché questa sorta di processo è il più vergognoso della nostra vita di combattenti”. In seguito a uno screzio con un ufficiale, Fossati viene trasferito in Sardegna.
Finalmente, alcuni mesi dopo, ottiene il congedo e l’11 settembre 1919 (la guerra è finita da quasi un anno) torna nella sua Milano, con ben poca nostalgia per la vita militare.
Introduzione di Ida Verrei a "Quand'ero scemo"
“… Succede alle storie di andare a infilarsi nel sistema nervoso di chi le legge scuotendo i terminali. Così, mentre gli occhi scorrono una pagina, scorre in sovraimpressione la vita…” (Erri de Luca)
Ed è la vita che Patrizia Poli rappresenta in questa raccolta di dieci racconti, quella che spesso ci sfiora soltanto o che ci investe in tutta la sua inesorabilità.
Con una scrittura asciutta, essenziale ma anche irrequieta e visionaria, capace sempre di superare i confini del normale e del banale, regala emozioni forti in poche pagine, spesso in poche righe, riuscendo a disegnare figure pregnanti di umanità.
È una folla variegata di personaggi che popola le pagine del libro. Ombre, riflessi di una dimensione amara, eppure reale: uomini tristi o disperati; ragazze nel fiore degli anni già disilluse; mogli insoddisfatte e amareggiate, vittime o feroci carnefici; anziane donne dalla bellezza sfiorita, aggrappate ai ricordi; vecchie bambine con la mente che si aggira tra i fantasmi; disabili alla ricerca di una collocazione in un mondo di “diversi”.
Ognuno di essi rappresenta l’Uomo, nella sua solitudine cosmica, nella perenne aspirazione al riscatto. P.P. spazia da un realismo vagamente romantico, al surreale, metafore delle angosce esistenziali e della dimensione onirica, dove l’assurdo diviene possibile, verosimile.
Come ne “L’inchiesta”, bellissimo affresco di una società contadina, dove viene introdotta, tra lo sconcerto generale, una nuova gabella, la “tassa sulla felicità”. E l’uomo è contento, aspetta con ansia l’inchiesta, “non sta più nella pelle al pensiero che presto, a giorni addirittura, qualcuno, per la prima volta in tutta la sua vita, gli avrebbe chiesto se era felice: Peer, sei felice? Sei felice Peer? Nessuno ti fa una domanda così bella, diretta… “
Oppure ne “La scelta”, storia di una monaca in crisi di vocazione, che si identifica con Licia, la vestale; vede e sente “cose che non avrebbe dovuto vedere né sentire… le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo… La voce della superiora: “ il dubbio non ti è concesso…Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta… Alla rinuncia ci si abitua…”
O ancora, in “Quand’ero scemo”, monologo di un ragazzo Down, che subisce un intervento al cranio, e si ritrova “normale” in un mondo di diversi che non riconosce:
“Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”. Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane…”
Ma in questa varietà di temi e di condizioni umane, l’autrice non indulge mai nel patetico, non lancia messaggi, non rivela intenzioni didascaliche o finalità sociologiche. Piuttosto ci fa riflettere sul concetto di “normalità”, ribaltandolo attraverso un’ottica particolare, una visione distorta, angolare.
Racconta semplicemente le diverse realtà (o fantasie), così come potrebbero narrarle gli stessi protagonisti. E lo fa con una sorta di levità, con distacco ironico, talvolta con umorismo sottile, che strappa anche il sorriso.
Non è semplice riuscire a dare al racconto breve compiutezza e ottenere la suggestione dell’intreccio narrativo. Patrizia Poli raggiunge questi risultati e lascia nella mente del lettore immagini indelebili.
Ida Verrei
"Quand'ero scemo" la parola ai lettori
Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti "Quand'ero scemo " su ilmiolibro.it Lorenza: "Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini ...
http://arlara.blog.kataweb.it/2014/03/12/quandero-scemo-la-parola-ai-lettori/
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