IN GIRO PER BOLOGNA: IL PALAZZO, LA PROFEZIA E IL PAPA
La maggior parte delle case antiche di Bologna aveva il portico con le colonne in legno. Col tempo le colonne vennero rivestite con mattoni o sostituite integralmente da strutture in cotto. In un gran numero di documenti della fine del XVII secolo e degli inizi del XVIII risulta come, in occasione di richieste di ristrutturazioni, i proprietari di edifici venissero invitati a sostituire le colonne in legno con elementi in pietra (arenaria o, appunto, cotto). Era in passato prassi consolidata quella di interporre tra la base della colonna in legno e la superficie del suolo un blocco di selenite, pietra che, per la bassissima porosità, proteggeva così il legno dalla risalita capillare dell’acqua piovana. Aggirandosi tra le vecchie case della città troviamo un palazzo, situato in via del Monte n. 8, che venne costruito tra gli inizi e la metà del XVI secolo su disegno di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, per volere della ricca famiglia Boncompagni. Un palazzo che ha all’interno affreschi di pregio, colonne e capitelli in arenaria attribuiti ad Andrea Marchesi da Formigine, e che aveva nel portale l’elemento più importante e prezioso. Alcune foto di Alinari (primi anni del ‘900) mostrano le colonne, i capitelli e le decorazioni della casa ancora in un buono stato di conservazione. Nel 1960 il portale era ancora integro, mentre oggi, a causa degli inquinanti atmosferici, è molto deteriorato. C’è un’antica profezia, una delle tante che hanno scandito la vita dei cittadini bolognesi, che riguarda questo palazzo. Pare che un veggente avesse previsto, in tempi non sospetti, che quella casa sarebbe divenuta la dimora di un Papa. La profezia si avverò e questa costruzione, oggi nota come palazzo Benelli, infatti deve la sua importanza maggiormente al fatto che fu residenza di un Papa bolognese. Dentro quelle mura, nel 1502, ebbe i natali Ugo Boncompagni, figlio di un commerciante benestante. Ugo crebbe tra discreti agi, si laureò in legge, esercitò l’attività di docente, condusse una vita abbastanza spregiudicata ed ebbe anche un figlio senza contrarre matrimonio, che chiamò Giacomo. All’età di 36 anni, improvvisamente, si convertì. C’è chi è disposto a giurare che fu una scelta cinica, perché proprio allora il Senato cittadino gli aveva rifiutato un aumento di onorario come docente. Comunque, vocazione o no, Ugo intraprese la carriera ecclesiastica e divenne prete all’età di 40 anni e dopo trent’anni era addirittura salito al soglio pontificio col nome di Gregorio XIII. E la profezia sulla sua casa natale si era avverata. Ancora oggi questo Papa è ricordato come uno dei più importanti della storia moderna. Fu un energico promotore della Controriforma, in opposizione alla Riforma Protestante e fece istituire il calendario gregoriano, ancora universalmente in uso, che sostituì quello giuliano. Fu proprio in seguito alla sua nomina che venne affisso sull’architrave del portale di palazzo Boncompagni lo stemma papale a tutto tondo con l’arme della casata. Papa Gregorio, all’avanguardia su molte cose, fu mecenate degli esponenti più “illuminati” della comunità scientifica della sua epoca e aiutò il filosofo matematico Girolamo Cardano ad ottenere una cattedra all’Università di Bologna. Sotto il suo pontificato ci fu grande impulso allo sviluppo della scienza e delle arti, che favorì apertamente, sostenendo le idee e il lavoro di molti uomini di cultura. Contemporaneamente, come tutti i Papi era interessato al consolidamento del potere temporale della Chiesa e si fece promotore anche del movimento che, dopo il massacro di San Bartolomeo, nel 1572, dilagò per tutta la Francia portando all’uccisone per mano dei cattolici, di oltre trentamila persone, indiscriminatamente fra uomini e donne, di fede calvinista. Un vero olocausto, definito dagli storici, con buona pace di molti che hanno solo memorie recenti ,“il peggiore dei massacri religiosi del secolo” ( H.G. Koenigsberger- G.L. Mosse – C.Q. Bowler ). Una volta divenuto Papa Gregorio XIII, fece anche un’altra cosa per cui viene ancor ricordato, legittimò il figlio Giacomo e lo nominò comandante delle Guardie pontificie a Bologna. Si racconta che il cardinale Borromeo, che lo aveva caldamente sostenuto durante il Conclave, non fu d’accordo con lui in questa “circostanza” così lontana dai parametri religiosi e gli rinfacciò che se lo avesse saputo non avrebbe caldeggiato la sua nomina. Per niente intimidito, pare che Gregorio rispondesse: “Non ve ne fate cruccio, lo Spirito Santo lo sapeva benissimo eppure ha permesso la mia elezione!”
Scrivere, senza malinconia.
Confesso che quando ho visto questo corso della De Agostini occhieggiare dalla mia edicola preferita in mezzo ad altre duemila proposte di lettura lì per lì ero piuttosto scettico. Di "manuali di scrittura" ne ho letti parecchi, e molti mi hanno lasciato tiepidino. In generale li ho trovati troppo banali, con dritte del tipo "più scrivi più impari a scrivere" (sic!) oppure troppo tecnici, tipo quello che consigliava di scrivere dieci paginate di schede per ogni personaggio prima ancora di metter mano alla narrazione. Roba da sentirsi rincotti già leggendola.
Quindi, capirete che in questo caso ci ho pensato su un momentino. Poi mi sono detto: un euro e novantanove posso anche buttarlo via. Ed è stata una dimostrazione di come i preconcetti possano essere pericolosi. Non mi sono davvero pentito di aver dato un'occhiata. Gli autori sono riusciti a stimolarmi. Mi hanno preso per mano partendo dai fondamentali. Mi hanno spiegato non solo cosa fare, ma anche perché. Non è che mi hanno sbattuto sotto il naso la struttura di un romanzo. ma mi hanno mostrato come nasce. Insomma, cento pagine che stanno volando via e lasciano il segno. Mi sento assolutamente di consigliarlo.
Fra l'altro, ho scoperto che uno degli autori di quest'opera è Franco Gaudiano, che a sua volta pubblicò anni fa un discreto manuale di scrittura.
Stalin e il genocidio dei lituani
Siamo abituati a sentir parlare dell’Olocausto degli Ebrei, degli oppositori politici, degli indesiderati, operato dalla dittatura di Hitler.
Letteratura e storia hanno documentato che circa sei milioni di persone furono uccise dai nazisti tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, dopo torture, privazioni e sofferenze di ogni tipo.
Le pubblicazioni sull’argomento sono copiose, e a giusta ragione.
Ma tutto questo ha messo in ombra, anzi ha nascosto, ciò che in quello stesso periodo storico succedeva ad Oriente, nell’Unione Sovietica di Stalin: “il mondo non ha la minima idea di quello che ci stanno facendo i sovietici”, scrive Ruta Sepetys.
La Sepetys nel suo romanzo verità ci svela la tragica realtà di un genocidio a danno dei popoli baltici, ossia della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia.
Il romanzo è intitolato “Avevano spento anche la luna” ( Mondadori, 2012). La storia narrata è reale e si basa su testimonianze e confessioni di alcuni sopravvissuti, ed è per di più sostenuta da ricerche storiche faticose compiute dalla Sepetys, desiderosa di riscattare la dignità del suo popolo.
L’autrice, infatti, è una lituana, figlia di rifugiati in Michigan.
Ella afferma che Stalin, durante il suo regno del terrore, abbia fatto uccidere più di 20 milioni di persone.
Le tre Nazioni baltiche persero, quindi, più di un terzo della loro popolazione in conseguenza delle deportazioni operate dai sovietici.
Il piano di Stalin, preparato nel 1940, era, appunto, quello di annettere all’Unione Sovietica i tre Stati baltici, eliminando gli oppositori.
I nomi dei personaggi del romanzo sono inventati, tranne quello del dottor Samodurov che nell’Artico salvò molte vite.
La protagonista principale è Lina, sopravvissuta al viaggio della deportazione – ma in realtà della morte - in Siberia, compiuto quando lei aveva 16 anni (c’erano anche il fratello, la madre e il padre, questi due ultimi morti).
Il 14 giugno 1941 iniziò la deportazione dei Lituani in Siberia. I soldati dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, entravano prepotentemente nelle case, impugnando fucili a baionetta, e concedevano solo venti minuti agli abitanti per prepararsi, altrimenti li avrebbero uccisi all’istante.
Poi, “davai!”, avanti in fretta e furia li caricavano sui camion, che li trasportavano alla stazione ferroviaria. Qui venivano spinti bruscamente dentro vagoni usati per il trasporto di mucche e maiali.
Queste persone erano, infatti, definite “porci borghesi antisovietici”, per cui dovevano essere imprigionate o deportate in stato di schiavitù in Siberia, e sterminate in un modo qualsiasi.
Nelle liste delle persone antisovietiche finirono medici, avvocati, insegnanti, membri dell’esercito, professori universitari, scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e bibliotecari.
Il viaggio verso la Siberia fu lungo (dovettero attraversare tutta la Russia da ovest ad est per 440 giorni, fino a Trofimovsk, al Polo Nord), penoso, tormentato dalla fame, dalla sete, dal freddo e dai pidocchi.
I deportati erano ammassati nei vagoni gli uni accanto agli altri, in maniera tale che dovevano stare in piedi quasi sempre e dormire a turno, stesi sul pavimento di legno. Per gabinetto dovevano usare un buco nel pavimento del vagone e, ovviamente, i bisogni corporali bisogna farli davanti a tutti.
Molti morivano durante il viaggio in treno, per mancanza di cibo, di acqua e di cure. I loro corpi venivano abbandonati ai lati dei binari, e diventavano cibo per gli animali.
Finalmente, arrivarono in un Kolchoz, una grande azienda agricola collettivizzata, dove si coltivavano patate e barbabietole.
Furono distribuiti in baracche di tre metri per quattro, del tutto insufficienti per il numero dei presenti. Le baracche erano prive di qualsiasi arredamento.
Dovevano lavorare dodici ore al giorno per scavare, con attrezzi rudimentali e con le mani, patate e barbabietole che non potevano mangiare. I soldati “si divertivano a picchiarci e a prenderci a calci nei campi”.
Il loro cibo era costituito da 300 grammi di pane secco al giorno, quando lavoravano; quando c’erano le tempeste di neve e non lavoravano, non ricevevano nemmeno quello.
Mangiavano qualche patata o barbabietola, solo quando riuscivano a rubarla, con grave rischio per la loro vita, perché, se scoperti, venivano puniti selvaggiamente.
Racconta Lina: “Una mattina sorpresero un vecchio a mangiare una barbabietola. Una guardia gli strappò gli incisivi con le pinze”.
Erano costretti a frugare tra i rifiuti e la spazzatura delle guardie: “Insetti e vermi non scoraggiavano nessuno. Un paio di colpetti con le dita e ce li ficcavamo in bocca… eravamo diventati animali dei bassifondi, che si nutrivano di schifezze e marciume… cercavamo intorno come galline in un cortile… bucce di patate marce, abbassai la testa e le mangiai”.
Si pensi che fu una festa grande, quando Lina e un’amica trovarono nella neve un enorme gufo morto e lo arrostirono su una stufa improvvisata: “Il sapore della carne cotta era divino, … facemmo finta di essere a un banchetto reale!”.
Bevevano acqua piovana o derivante dallo scongelamento della neve.
Per riscaldarsi o, meglio, per attenuare appena la morsa del gelo artico erano costretti a rubare pezzi di legno o a nascondere sotto i vestiti le sterpaglie raccolte nei campi.
Era vietato fare disegni (ma Lina ne faceva spesso e li nascondeva) o scrivere lettere.
Un lituano prigioniero, scoperto dagli agenti dell’NKVD, fu inchiodato alla parete dell’ufficio del Kolchoz con un palo che gli aveva trafitto il petto: “Le braccia e le gambe penzolavano inerti come quelle di una marionetta. Aveva la camicia inzuppata di sangue, che gocciolava formando una pozza sotto di lui. Le poiane banchettavano sulla carne delle sue ferite da proiettili. Una gli beccava l’orbita oculare vuota”.
La morte era causata anche dalla dissenteria e dallo scorbuto per malnutrizione. A queste patologie si aggiungeva il tifo petecchiale che si manifestava con febbre alta, eruzioni cutanee e delirio e che si diffondeva rapidamente tra i prigionieri, perché non si potevano lavare, né cambiare la misera e sporca biancheria.
I cadaveri, come al solito, venivano abbandonati sulla neve.
Lina scrive di un suo compagno di sventura: “… vidi il corpo nudo, a occhi sbarrati, ammucchiato in una catasta di cadaveri. La mano semicongelata non c’era più. Le volpi artiche gli avevano squarciato l’addome, esponendo i suoi visceri e macchiando di sangue la neve”.
Eppure, ogni tanto Lina trova il modo di allontanarsi da questa funerea atmosfera, trovando la forza di parlare di pittura e in particolare del suo artista preferito, Munch, e dei suoi dipinti: l ‘”Angoscia”, la “Disperazione”, le “Ceneri”, “L’urlo”.
Lina esprime la sua personale valutazione: “Le sue opere erano deformate, distorte, come se fossero state dipinte in uno stato nevrotico. Ne ero affascinata, anche se qualcuno l’aveva definita arte degenerata”.
E continua riportando il commento, con cui concorda, di un critico d’arte: “Munch è principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede. Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento”.
In sintesi, i dipinti di Munch esprimevano alla perfezione e con genialità i sentimenti delle persone, sopraffatte dalla inumanità e ferinità di Hitler e Stalin e dei loro seguaci aguzzini!
Altro motivo di consolazione lo trova nella lettura di Dickens: “Il circolo Pickwick” e “Dombey e figlio”. Lettura fatta sempre di nascosto.
Brilla e illumina per un attimo il cielo nero e tempestoso il raggio di sole dell’amore per Andrius: “Gli appoggiai le muffole sulle guance, attirai verso di me il suo viso e lo baciai… Sentii un vuoto allo stomaco. Mi ritrassi…”.
Lina voleva vivere: “Volevo rivedere la Lituania… Volevo annusare il mughetto nella brezza sotto la mia finestra. Volevo dipingere nei prati. Volevo ritrovare Andrius… Volevo sopravvivere… Era l’unica cosa di cui non avevo mai dubitato”. Lina e Andrius si sposeranno.
L’autrice conclude la ricostruzione di questa drammatica vicenda con queste semplici e nobili parole: “… l’amore è l’esercito più potente. Che sia amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano”.
I tre paesi baltici hanno conquistato l’indipendenza nel 1991.
Scrittura lineare e chiara. Lettura piacevole e scorrevole.
Persona (1966) di Ingmar Bergman
Persona (1966)
di Ingmar Bergman
Titolo Originale: Persona. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: Bibi Lindström. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh, Tina Johannsson. Musica: Lars Johan Werle, brani da Concerto per violino in E maggiore di Johann Sebastian Bach. Suono: P.O. Pettersson. Effetti Speciali: Evald Andersson. Produzione: Lars-Owe Carlberg per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana. INDIEF. Riprese: 19 luglio - 15 settembre (Isola di Fårö, Studi di Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 18 ottobre 1966. Durata. 84’. Bianco e Nero. Origine: Svezia, 1966.
Interpreti: Bibi Andersson (Alma), Liv Ullmann (Elisabeth Vogler), Margaretha Krook (la dottoressa), Gunnar Björnstrand (il signor Vogler), Jörgen Lindström (il bambino, figlio di Elisabeth).
Persona è un film complesso e originale dotato di una trama scarna e molta introspezione psicologica, interpretato da due attrici ben calate nei rispettivi ruoli che riescono a scavare a fondo nella personalità femminile, dando vita a un confronto che diventa compenetrazione di due anime. Bergman considera Persona - insieme a Sussurri e grida (1973) - uno dei suoi film più avanzati. Si tratta del primo dei quattro film che Bergman ha scritto nell’isolamento dell’Isola di Fårö, insieme a Vergogna, L’ora del lupo e Passione, dopo aver attraversato un lungo periodo di depressione. Bergman riflette sulla condizione dell’artista, quindi anche su se stesso, ricorrendo alle due figure femminili. Persona è il titolo originale svedese, con riferimento al termine latino dramatis persona: personaggio, interprete. La maschera viene indossata -pirandellianamente - da ogni persona vivente, il dualismo che Bergman affronta è quello che viviamo ogni giorno: essere o apparire. Il mutismo in cui si chiude l’attrice, che alla fine pronuncerà soltanto una parola (nulla) è una metafora dell’incomunicabilità umana, anche se Bergman sottolinea la necessità dell’altro per arrivare alla scoperta di noi stessi.
Alma (Andersson) è un’infermiera che deve occuparsi di Elisabeth Vogler (Ullmann), un’attrice di teatro che dopo aver sofferto un episodio di afasia durante un’interpretazione dell’Elettra si è chiusa in un mutismo ostinato e non vuole più uscirne. L’attrice rifiuta il suo mondo, la sua realtà, tutto le appare privo di senso, il confronto tra “quel che è per se stessa” e “quel che deve essere per gli altri” le pare insostenibile. L’infermiera, logorroica e appassionata del suo lavoro, prende a cuore il compito, anche se non si ritiene all’altezza, racconta tutta se stessa alla paziente che la sta a sentire, come se fosse un soggetto da studiare, sorridendo, senza pronunciare una sola parola. Una crisi improvvisa interrompe le confidenze quando l’infermiera scopre che l’attrice rivela per lettera le sue esternazioni alla direttrice della clinica. Le due entità finiscono per assorbirsi l’una nell’altra, in un rapporto che sembra amore ma a volte è odio, forse entrambi i sentimenti si fondono in un gioco di scambi e di sensazioni reciproche. Elisabeth assorbe nella sua personalità silenziosa l’io interiore di Alma e al tempo stesso l’infermiera finisce per condizionare la paziente con i suoi racconti. Bergman spiega bene questa situazione ricorrendo al trucco scenografico di raccontare le ultime fasi della storia da due prospettive diverse, inquadrando prima una protagonista poi l’altra, quindi fondendo le due immagini in un montaggio onirico che dà vita a una persona composta da due volti. Vediamo un rapporto coniugale fantastico tra Alma e il marito di Elisabeth, così come sarà l’infermiera a raccontare il difficile momento vissuto dall’attrice con un figlio non voluto che non le fa esprimere la sua personalità. L’immedesimazione fantastica e psicologica delle due personalità è completa.
L’incipit di Persona è complesso, forse datato, figlio d’una cultura psichedelica anni Sessanta, e di difficile spiegazione, ma è stato lo stesso Bergman ad affermare che ha voluto “mostrare la materia della pellicola” per far capire che non vuole limitarsi alla fiction ma intende “andare oltre i limiti della rappresentazione cinematografica”. Bergman risale alle origini del suo rapporto con il cinema attraverso un caleidoscopio di immagini che scorrono sullo schermo, una serie di inquadrature oniriche che non hanno una funzione narrativa ma vogliono soltanto stupire. Bergman racconta per immagini la storia del cinema con sequenza che scandalizzano (un pene eretto), sconvolgono (le stimmate), disturbano (un ragno) e rappresentano il movimento della pellicola. Il bambino che si sveglia in un ospedale dalle pareti bianche (forse un obitorio) potrebbe essere un’allusione al ricovero del regista, mentre gli squilli di sirena che si odono sono gli impegni teatrali che lo attendono e lo sollecitano. Il bambino accarezza un’immagine femminile costituita da due volti: è la materia stessa del film che sta per cominciare, una donna dalla doppia personalità, o meglio, due personalità di donna che si fondono in una. Bergman stesso - e parte della critica - hanno spiegato questa allusione femminile alla figura di “una madre assente, lontana, indecifrabile e irraggiungibile”. La madre bergmaniana.
Persona è uno dei film più teatrali di Bergman, fotografato in un nitido e spettrale bianco e nero - una scelta indovinata, visto il tema - da Sven Nykvist, sia negli interni ospedalieri e casalinghi (Studi di Råsunda, Stoccolma) che sull’Isola di Fårö (tra fiordi e spaccati marini), recitato da manuale da due attrici straordinarie. Liv Ullmann non dice una parola per tutto il film, soltanto un emblematico nulla nell’ultima sequenza, ma interpreta magistralmente un personaggio tormentato ricorrendo a sorrisi, sguardi languidi e gesti teatrali. Bibi Andersson è una logorroica infermiera, una persona comune che si immedesima nella vita della paziente e mette a nudo la sua anima raccontando i suoi amori e la sua esistenza. Molti i monologhi di stampo teatrale, anzi, direi che il film è scritto come un lungo monologo affidato alla recitazione verbale di Bibi Andersson e agli sguardi intensi di Liv Ullmannn. I movimenti di macchina sono minimi, lenti e compassati, molta camera fissa, tanti primissimi piani e piani sequenza, spesso vediamo l’attore che si rivolge alla macchina presa in una sorta di confessione. Il regista ritorna spesso sulle immagini oniriche iniziali interrompendo il film con filmati violenti della guerra in Vietnam e della Seconda Guerra Mondiale che sconvolgono lo spettatore, immedesimato nel dolore e nell’angoscia dell’attrice di fronte a simili spettacoli. La scelta del mutismo praticata dall’attrice è un sorta di riparo dalle intemperie della vita, l’apatia eletta a codice di esistenza, forse un elemento autobiografico che vuole indicare le crisi espressive e i momenti di depressione di cui Bergman ha sofferto. Le due donne si conoscono sempre di più fino a fondere le loro anime nelle rispettive esistenze, tra scenate di odio e sfoghi di rabbia, attenuate da momenti di tenerezza. Il testo è molto letterario (“Odori di sonno e di pianto”) e descrive bene l’esistenza di due donne chiuse nella solitudine in una casa di mare, il loro conflitto esistenziale vissuto in una dimensione onirica.
Persona è stato distribuito in Svezia il 18 ottobre 1966, senza alcun taglio, nonostante la materia trattata. In Italia venne vietato dalla Commissione di Primo Grado ai minori di anni diciotto (visto censura 9/12/966), proibizione ridotta dalla Commissione di Secondo Grado ai minori di anni quattordici (visto censura 17/1/1967), grazie ad alcuni tagli. Il monologo dell’infermiera che racconta il rapporto d’amore sulla spiaggia nella versione italiana non contiene nessuna espressione giudicata sconveniente, scompare ogni riferimento a sperma, seni, scroto, masturbazione, sedere, orgasmo, pube, fellatio, amplesso. La forza del linguaggio e della confessione erotica viene eliminata, così come tutta la materia a rischio è tagliata dall’edizione che circola in Italia, persino il pene eretto nelle sequenze oniriche iniziali. Resta il divieto ai minori di anni quattordici motivato dal tono angoscioso del film, controindicato per individui ancora in formazione. Persona uscì anche in Francia, sei mesi dopo rispetto al nostro paese, il 5 luglio 1967, distribuito in una versione edulcorata ma in maniera meno pesante rispetto a quella italiana. Negli Stati Uniti il dialogo dell’infermiera subì solo alcuni tagli.
Breve rassegna critica. Morandini (quattro stelle): “Due personaggi nella rarefatta cornice di una camera di ospedale e di una spiaggia deserta. Rapporto vampiresco tra un’attrice malata, murata in un mutismo ossessivo, e la sua infermiera che, paziente, aspetta. Stilisticamente è l’opera più sperimentale di Bergman i cui temi tipici (angoscia davanti alla violenza, egoismo, paura della morte e della procreazione) sono calati in un pessimismo radicale”. Mereghetti (tre stelle): “Qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e filmati scioccanti a inizio e metà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman (coadiuvato dal mirabile bianco e nero di Sven Nykvist) è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccezionali”.
Gunnar Björnstrand, storico attore di Bergman che nel film interpreta il ruolo del marito di Elisabeth in una breve sequenza onirica, ha detto in un’intervista rilasciata alla Rai: “Conobbi Bergman in teatro quando entrambi eravamo molto poveri, recitavo Ibsen sotto la sua guida e lui non aveva soldi per pagarmi. Tra di noi non correva buon sangue. Poi lui si mise a fare film seri e io recitavo in commedie popolari, commerciali. Donne in attesa è il primo film che abbiamo fatto insieme, poi mi ha chiamato spesso e io ho sempre lavorato volentieri con lui. Il rapporto tra di noi è migliorato molto. Bergman è un grande regista, un vero psicologo dotato di intuito e immaginazione che sa creare un buon rapporto con gli attori e riesce a tirare fuori da loro il meglio che possono dare. Sulla scena c’è un clima di grande emozione che funge da stimolo per un attore, che a mio parere non deve essere il pappagallo del regista, ma aggiungere il suo contributo al film. Bergman pretende molto dagli attori, ma dopo aver lavorato con lui un attore non è più lo stesso, è migliorato. Definirei Bergman come una giornata d’aprile in Svezia: la mattina splende il sole e la sera arriva la grandine. Ma forse sono troppo duro. No, Bergman è una tersa giornata d’estate. Lui è un uomo eccezionale, nutre affetto per chi ha lavorato con lui e stringe un rapporto che va oltre il film. Liv Ullmann, storica attrice di Bergman, ha affermato: “Bergman è un uomo straordinario, gentile, intelligente, sensibile. Potrebbe fare qualunque altra cosa e la farebbe bene, ma ha scelto di fare il regista per far capire il senso della vita con il cinema”. Non è poco.
Brasile: paese dalle tante bellezze
Natura, chiese e magia sono il mix affascinante di una nazione conosciuta soprattutto per l’allegria della sua gente.
Forse non esiste al mondo un altro paese ricco di contrasti e vario come il Brasile.
Un paese immenso, esteso per 8 milioni e mezzo di Kmq., 27 volte l’Italia, modernissimo per certi aspetti, come si può notare vedendo i grattacieli di San Paolo o la capitale Brasilia, gioiello di urbanistica ed architettura, “nata” il 21 aprile 1960 sul Planalto a 1100 metri d’altezza, laddove c’era una distesa di terra rossa punteggiata di radi alberi, oppure ricco di sapore coloniale, con chiese e palazzi in stile barocco lusitano, come si può vedere in città come Salvador de Bahia, Recife, Olinda e Ouro Preto.
O ancora, luoghi dove la commistione tra una natura selvaggia e i monumenti della civiltà trapiantata dall’Europa sorprende il visitatore, come a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia.
Vetrina e quintessenza di questo mondo composito è Rio de Janeiro, porta del Brasile, per chi giunge in aereo e dall’altro può ammirarne l’ampia e sinuosa baia sovrastata dal Pao de Azucar, il Pan di Zucchero; approdo naturale, come fu anche per i navigatori portoghesi che qui giunsero cinque secoli fa.
Rio è famosa per il carnevale. Ma il suo spirito festoso aleggia tutto l’anno in luoghi celeberrimi come Copacabana, dove grandi alberghi e lussuose residenze si affacciano su una spiaggia perennemente affollata di bellezze femminili dalla pelle con differenti gradazioni di colore o di ragazzi che giocano al pallone sperando di emulare il “mitico Pelè.
Altra stupenda spiaggia è Ipanema. Ci si può fermare sorseggiando, in uno dei tanti bar, una “caipirinha”, tipica bevanda brasiliana a base di limonino e distillato alcolico di canna da zucchero, o gustando una “feijoada”, una fagiolata tutta speciale.
Si può salire al Corcovado per rendere omaggio alla gigantesca statua del Cristo Redentore e godere dall’alto la magnifica vista della città oppure sul Pan di Zucchero, all’ora del tramonto, per ammirare il suggestivo spettacolo della baia tutta illuminata dalle luci degli yacht e delle barche ormeggiate.
Merita una visita il Giardino Botanico, che ospita innumerevoli piante esotiche.
All’interno, in una foresta subtropicale al confine con l’Argentina e Paraguay, raggiungiamo le cascate di Iguazu, immensa massa d’acqua che precipita in uno strapiombo largo tre chilometri, sollevando nuvole di spruzzi. Qui, la natura, si esibisce in una delle rappresentazioni più belle del mondo.
Per molti, invece, il vero cuore del Brasile è costituito dal Nordeste, dove l’incanto della natura, il clima perennemente estivo, la presenza di città ex coloniali dal fascino ineguagliabile, la mescolanza delle razze, bianchi discendenti dei primi conquistatori, neri discendenti dagli schiavi africani, indios autoctoni, hanno creato un sorprendente cocktail di culture e di folclore, al di là degli inevitabili problemi sociali.
Il Brasile vanta ottomila chilometri di coste, dove si ritrova, appena fuori dalle città, un susseguirsi di spiagge, dune e scogliere contro cui si infrangono fragorose onde oceaniche; oppure la furia del mare si stempera dolcemente laddove promontori e scogliere, formando tranquilli bacini, fanno meglio assaporare l’aspetto selvaggio dei luoghi.
Da Ilheus, capitale mondiale del cacao, a Salvador de Bahia e, spostandoci ancora più su , verso Aracaju, Recife, Olinda, Natal, Fortaleza e avanti fino a Belem, abbiamo infinite spiagge, dove si incontrano piccoli villaggi di pescatori e alcuni villaggi turistici, spesso esclusivi, che appena scalfiscono la stupenda solitudine dei luoghi.
Visitiamo le città. Recife, con le belle chiese del centro storico, o la vicinaOlinda, rimasta intatta, sulla collina tra gli alberi, con antichi palazzi, conventi e una dominante cattedrale. O, ancora, la celebrata Bahia, con le spiagge, i forti portoghesi sul mare, il colorito Mercato Modelo, e l’affascinante parte alta, raggiungibile con un ascensore blu in “art decò”, che si raccoglie attorno alla piazza del Pelourinho, quartiere totalmente restaurato. Bahia è la patria del “candomblè”, miscuglio di magia e sincretismo religioso, per cui si venerano gli “orixas”, divinità di origine africana, accanto a santi cattolici, e i riti si stemperano in pratiche di magia, ma anche in feste e balli, come il samba.
Bahia è la più grande città sulla costa nord-orientale del Brasile e prima capitale coloniale. La città è una delle più antiche del paese e ill suo centro storico, chiamato Pelourinho, è noto per la suaarchitettura coloniale e per i monumenti storici. Dal 1985 l’Unesco l’ha dichiaratoPatrimonio dell’Umanità. Oggi è ricco di locali e di ristoranti dove si può mangiare, cantare e ballare all’insegna della più sfrenata e contagiosa allegria.
E ancora, Natal, con il grandioso forte dos Reis Magos e le infinite dune di sabbia dorata dove si possono effettuare escursioni a bordo di piccole jeep. E Fortaleza,con un fronte di moderni grattacieli lungo la spiaggia. Infine Belem, alla foce del Rio delle Amazzoni, porta verso l’immensa foresta amazzonica, dedalo di fitta vegetazione, fiumi e paludi, dove vivono tribù indigene isolate ed una fauna svariata: giaguari, tapiri, armadilli, rettili, aironi, pappagalli e scimmie. Nelle acque, caimani, delfini e tantissimi pesci, tra cui i piranha. La maggiore attrazione è costituita dal Pantanal, ai confini con la Bolivia, zona palustre estesa per 100 mila kmq, dove convivono 600 specie di uccelli.
Liliana Comandè
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Spunti di viaggio. Reportage Brasile, paese dalle tante bellezze | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Natura, chiese e magia sono il mix affascinante di una nazione conosciuta soprattutto per l'allegria della sua gente. Forse non esiste al mondo un altro paese ricco di contrasti
IN GIRO PER BOLOGNA: I Templari
Sono tanti i misteri e le storie che si raccontano sotto gli antichi portici di Bologna e che si perdono tra il reticolo dei suoi vicoli medioevali. E’ la città detta la “dotta” sede della prima università del mondo e in pochi sanno che dopo l’incendio del 53 d.C. fu l’imperatore Nerone a ricostruire una Bologna che era rasa al suolo. E fra i tanti altri c’è un mistero, mai chiarito, che ancora richiama curiosi e storici:si dice che sotto le fondamenta di qualche edificio in città si nasconda il tesoro sotterrato dai Templari, forse sepolto nel rettangolo di strade tra Strada Maggiore, via Torleone e vicolo Malgrado. Gli ori e i preziosi che appartennero ai cavalieri sono stati oggetto della più lunga e infruttuosa ricerca della storia bolognese e tuttora la vicenda è rimasta un enigma. Certo è che i Templari di ricchezze ne avevano messe da parte tantissime al punto da risultare, sul finire del Trecento, uno degli ordini più benestanti della città. La loro storia comincia nella prima metà del Duecento quando Bologna ribolle di fervore religioso. Nell'arco di pochi anni vi si incrociano Sant'Antonio da Padova, San Francesco e San Domenico. Un entusiasmo che si colora di politica con il predominio dei guelfi e che viene da lontano se già il papa Urbano II, alla vigilia della prima crociata, nel 1096, si sente in dovere di frenare l'ardore dei bolognesi ansiosi di imbarcarsi per Gerusalemme. I Templari crescono in questo fermento e ne rappresentano il braccio militare. Bologna e Ravenna sono gli avamposti dell’Occidente cristiano per le spedizioni in terra santa in arme, i cavalieri bolognesi si coprono di gloria e di conquiste nel corso della quinta crociata. Intorno al 1300 sono tra gli ordini più potenti della città. Correva l’anno1455 e, secondo Achille Malvezzi, signorotto della città, I Templari bolognesi, prima di essere arrestati durante la persecuzione dell’Inquisizione, avvenuta più di cento anni prima, avevano nascosto e abbandonato un tesoro nel sottosuolo di Bologna e, sempre secondo i suoi calcoli, si trovava proprio sotto il campanile della chiesa di Santa Maria del Tempio, vicino la sua dimora. Per questo motivo, con la scusa che la costruzione gli impediva la visuale e con l’intento di scavarvi sotto le fondamenta, diede disposizione affinchè il campanile venisse spostato. Fu incaricato dell’ingrato lavoro Aristotele Fioravanti, un ingegnere già famoso all’epoca, al quale pagò ben centocinquanta monete d’oro. Nonostante nessuno credesse nella riuscita dell’impresa, l’ingegnere provetto portò a termine il lavoro e, con la manodopera di diversi operai, riuscì a sollevare la torre campanaria nella posizione eretta, a posizionarla su alcuni cilindri di ferro precedentemente poggiati su dei binari fatti con fusti di abeti. In questo modo trainando l’insolito carro, il campanile, dritto, “camminò” per più di tredici metri su strada Maggiore e cioè dal sito originario a fianco la chiesa, fino alla zona absidale della stessa. Si racconta che gli operai, quando videro il campanile muoversi, si spaventarono e non volevano più partecipare alle manovre temendo che la torre campanaria, cadendo, li avrebbe travolti. Fioravanti, sicuro di sé, fece salire il figlio sul campanile a provare che non correvano nessun rischio e, all’arrivo, il ragazzo suonò la campana in modo che tutti sapessero che il traguardo era stato raggiunto. Una lapide all’edificio 82 di Strada Maggiore ricorda l’accaduto “nell’anno 1455 Aristotele Fioravanti bolognese, con nuovo ardimento, qui trasportò per ispazio di più di tredici metri la torre di Santa Maria della Magione, alta venticinque metri, che fu demolita nel 1825.” Il tesoro dei Templari non è mai stato trovato nonostante i numerosi tentativi effettuati nel corso dei secoli fra i quali l’abbattimento, appunto, del campanile stesso e della chiesa. E, Infine, il resto della presenza dei Templari è stato cancellato dalle bombe alleate nel '44. Comunque non si è ancora finito di pensarci, recentemente qualcuno ha avanzato la proposta di un progetto di scavo sempre nella zona ove risiedeva il suddetto campanile, ma fortunatamente l’opposizione di un comitato cittadino ha sventato il pericolo dell’ennesimo sventramento del suolo bolognese. Così il "tesoro", a patto che esista davvero, forse rimarrà per sempre sottoterra. L’ingegnere Fioravanti godeva di ottima fama, oramai conosciuto in tutta Europa come “l’uomo che faceva camminare le torri” , i suoi servigi erano richiesti a Firenze come a Venezia e fu chiamato anche alla corte del re di Ungheria, dove fu incaricato di costruire castelli e ponti fra cui il famoso ponte di Buda. Fu nominato cavaliere del regno e venne coniata una moneta con la sua effige. Al suo ritorno a Bologna questo gli costò addirittura l’arresto, perché, pagando con monete dove era impresso il suo volto, fu accusato di essere un falsario. Una volta risolto il problema grazie al’intervento dello stesso re, partì per la Russia dove innalzò opere grandiose al servizio dello zar. Nonostante i ripetuti appelli di tornare in patria non fece mai ritorno e non si sa come e quando sia morto l’ingegnere bolognese scomparso in Russia, antesignano di un destino comune a molti Italiani che in seguito furono ammaliati dal sogno della primavera sovietica e non fecero mai più ritorno.
Abruzzo: polmone verde d'Italia e d'Europa
Una Regione verdissima dove i Parchi sono un baluardo per molte specie di animali e dove la natura custodisce tesori botanici unici.
Un blocco calcareo di circa 2400 metri gravita sulla testa di chi affronta gli 11 km del traforo che collega l’Aquila a Teramo. Percorrendoli si avverte distintamente la sensazione di trovarsi nel ventre della montagna, ammirata la sua imponenza poco prima di essere ingoiati dalla bocca scura del tunnel. Il Corno Grande, austero gigante della dorsale appenninico sopporta i transiti automobilistici ed è tollerante anche nei confronti di chi quotidianamente spinge ancora più in basso, nelle sue viscere dove il silenzio è assoluto, per raggiungere il laboratorio di fisica nucleare del Gran Sasso d’Italia.
Poco distante, al centro del Fùcino, ampia conca intermontana strappata alle acque di quello che fu il terzo lago d’Italia, le parabole di Telespazio fungono da ponte di collegamento con il cosmo e sbirciamo il movimento delle dirimpettaie turbine eoliche che a Collarmele, paese del vento, accumulano energia alternativa.
L’alta tecnologia sfida così l’immagine oleografica di quell’Abruzzo dagli assolati pianori su cui regnano greggi al pascolo e strappa la regione da un contesto bucolico che ha fatto il suo tempo. L’Abruzzo è cresciuto ed ora ha voglia di far valere tutte le sue potenzialità, soprattutto in ambito turistico. Su una superficie di oltre 10 mila km2 si concentrano le massime elevazioni della dorsale appenninica che fanno dell’Abruzzo una delle regioni più montuose dello Stivale, mentre nei 130 km abruzzesi il litorale adriatico alterna tratti di arenile dalla sabbia fine a piccole cale movimentate da scogliere.
Morbide colline tappezzate di ulivi e viti, valli fluviali dai contorni corrugati e balze montane bonarie si animano di centri artistici dalla bellezza schietta, che custodiscono preziosità di un’arte sobria, in cui il romanico-cistercense ha dato il meglio di sé. Ma è sul piano della natura che l’Abruzzo offre un’immagine unica e da repertorio: tre Parchi Nazionali, un parco regionale e 37 riserve naturali (tra cui alcune costiere e lacustri) fanno di questa porzione centro-peninsulare d’Italia il polmone verde d’Europa con oltre il 30% di territorio protetto.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, storico emblema della salvaguardia ambientale, è stato ovunque degno ambasciatore della regione ed ha fornito gli stimoli per la creazione del Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga e del Parco Nazionale della Majella, istituiti nel 1991.
Dei tratti più caratteristiche di queste aree protette si possono citare quelli che determinano una sorta di primato: il Corno Grande del Gran Sasso il tetto dell’Appennino con i suoi 2912 metri, racchiude il ghiacciaio più meridionale d’Europa, costantemente monitorato per analizzare l’andamento climatico della terra. Poco più in basso, sul versante aquilano a 1800 metri di quota l’altopiano di Campo Imperatore (intitolato a Federico II che in Abruzzo lasciò un buon ricordo di sé) si snoda solenne per molti km ed ha fornito scenari di grande effetto per diversi film (Lo chiamavano Trinità, Lady Hawk, Francesco, La piovra 8, King David, Il viaggio della sposa) ed alcune spot pubblicitari.
A sud-est le ultime propaggini del Gran Sasso toccano le sponde del fiume Pescara, immediatamente oltre il quale si estende il Parco della Majella, la Domus Christi di petrarchesca memoria per la frequentazione di santi ed eremiti, primo tra i quali Pietro da Morrone che nelle vesti di Celestino V promulgò la Perdonanza (indulgenza plenaria per i fedeli al passaggio della Porta Santa di Collemaggio – L’Aquila – il 29 agosto di ogni anno). Nel visitare gli eremi da lui ricostruiti, le cui mura assecondano i fianchi di una montagna contaminata di sacralità e dal fascino irresistibile, è facile capire perché Celestino volesse ritornare alla Montagna Madre dopo il “gran rifiuto” proclamato ad appena cinque mesi dall’elezione al soglio pontificio. I selvaggi valloni e gli estesi pianori carsici d’alta quota custodiscono, inoltre, il tesoro botanico della Majella, stimato in oltre 1800 specie tra cui moltissime esclusive di questa montagna, mentre orsi, lupi, camosci, cervi, caprioli, aquile e lontre danno segni confortanti della loro presenza.
L’impegno ambientalista abruzzese ha vinto molte battaglie, eppure sono occorsi decenni per comprendere che tutelare un territorio naturale non significa divieto assoluto, ma protezione e gestione di un patrimonio unico ed irrepetibile. Certo non è facile né meccanico convivere con direttive che sembrano relegare l’uomo all’ultimo posto, eppure il tempo ha dato ragione.
Se non si fosse strenuamente difeso il concetto di conservazione ambientale, oggi il Parco Nazionale d’Abruzzo non potrebbe vantare milioni di turisti che, con il loro continuo movimento, garantiscono un ritorno economico alle popolazione locali e non sarebbe riuscito a dare sufficiente stimolo al Gran Sasso, alla Majella e alle riserve che proteggono gli ecosistemi più disparati.
I parchi d’Abruzzo, custodi di retaggio di biodiversità montana e costiera disseminati di tesori artistici da scoprire, oltre a delineare l’identità più vera di questa regione per troppo tempo insicura della sua immagine, si apprestano ad essere il traino portante di un’economia turistica in cui ambiente, qualità della vita e turismo ecosostenibile, più che semplice orientamento formale, rappresenta un preciso modo di essere.
Naturalmente genuino.
Liliana Comandè
Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""
Luciano Curreri
Quartiere non è un quartiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizioni.it
Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cinzia Demi, "Ero Maddalena"
Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70
Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.
Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).
Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Silenzio
Tante volte perdiamo un sacco d’occasioni per restare in silenzio. C’è una pratica del Silenzio. Anche il Silenzio ha un rumore. Anche il rumore è un silenzio. Oltre il Silenzio, c’è un Dialogo Interiore. Un Dialogo tra mondi interiori, che vanno a realizzare un universo d’emozioni. Tutte le urla, tutti i pianti, svaniscono. Forse, anzi, è probabile, che il rancore continui ad abitare nell’animo. Questa è fisiologia dell’anima. L’anima senza vendesi. Il Silenzio è tramonto delle speranze. Il Silenzio si sviluppa nel Bene. Creare il Silenzio significa volere, avere consapevolezza. La Consapevolezza è un silenzio che urla, ma che sta muto, zoppo come un cavallo da corsa. Il Silenzio c’è, quando si vorrebbe pensare. Riflettere, pensare, non sono condizioni o situazioni raggiungibili se si pratica il Silenzio. Forse mi sbaglio, ma è lì il gioco della Consapevolezza, dello stare al Mondo. Il Silenzio sta nel chiedere Scusa. Una semplice parola, cinque lettere. Sembra semplice, non è così. Praticare il Silenzio è diverso dal Praticare Indifferenza. L’Indifferenza è Maligna. Il Silenzio aiuta a costruire. Anche in un Dialogo di monologhi assenti, di operatori evanescenti, quello che comunica uno sguardo è tutto. Il tutto in quello che potrebbe sembrare un niente. Tutto e Niente non esistono, sono parole. Nel Silenzio quelle parole sono svuotate, svestite. Nell’Indifferenza l’Anima si venderebbe. Nel Silenzio l’Anima non si vende, anzi, conquista un Dialogo.
Manca il Silenzio. Mancano le Urla.
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