Biagio Proietti e Duccio Tessari
Abbiamo parlato con Biagio Proietti che ha collaborato con Duccio Tessari per la sceneggiatura de La morte risale a ieri sera. Questa la sua dichiarazione inedita e in esclusiva.
“Nel 1969 Duccio Tessari mi chiamò per sceneggiare con lui e per la sua regia il romanzo di Giorgio Scerbanenco I milanesi ammazzano sabato. Io accettai con molto entusiasmo, sia perché stimavo Tessari come regista, sia perché già amavo Scerbanenco, anche se conoscevo i romanzi con protagonista Duca Lamberti ma non tutti i suoi racconti gialli, che sono stati pubblicati in varie antologie dopo la sua morte, avvenuta proprio nel 1969. L’anno precedente avevo venduto alla RAI un mio romanzo inedito (tale è rimasto) e lo avevo sceneggiato con Daniele d’Anza per la sua regia. Il titolo era Coralba, un giallo in cinque puntate, andato in onda a colori prima in Germania, poi in Francia, in Italia andò in onda in bianco e nero il 2 gennaio 1970. Ricordo ancora che mentre era in onda io continuavo ad andare a casa di Tessari per finire la sceneggiatura del film. Sceneggiatura scritta solo da Duccio e da me, anche se a firmarla c’è il nome di un tedesco che in realtà era il coproduttore e la firmò per motivi di coproduzione. Il lavoro fu fatto molto in armonia sia per il carattere di entrambi che non amiamo mai urlare ma convincere il partner, sia perché il nostro intento era di tradurre quanto più fedelmente possibile il mondo di Scerbanenco. Qualche tradimento lo abbiamo fatto, soprattutto sul personaggio di Livia, trasformata in una giornalista di successo, ispirandoci alla Oriana Fallaci di allora. La spiegazione è che il personaggio di Livia nasce in un altro romanzo e si completa negli altri tre, con il rischio che, visto solo per quello che faceva in questo romanzo, potesse sembrare molto limitato e opaco. La trasformazione in giornalista che faceva reportage internazionali sulle stragi nel mondo ci permetteva di dare al dolore di Lamberti, alla sua lotta contro la violenza, una valenza non solo privata. Serviva a dare una giustificazione alla rabbia di Duca contro le ingiustizie del mondo, contro la ferocia del mondo che lo circondava. Io ricordo che per i dialoghi usammo molto quelli originali a riprova della grande capacità di Scerbanenco di usare un linguaggio molto parlato, spesso cadenzato sui ritmi del dialetto. Recentemente mi è capitato di partecipare a un convegno universitario sull’uso del dialetto nei suoi libri e tutti si stupirono quando dissi che Scerbanenco era un grande scrittore, non poteva fare a meno di far parlare i suoi personaggi come nella vita, altrimenti non sarebbero mai diventati così grandi. Se vogliamo, Duca Lamberti è forse il personaggio più bello della letteratura gialla italiana e non a caso qualche anno fa la Garzanti lo fece rivivere nell’antologia Il ritorno del Duca, chiedendo ad autori italiani contemporanei di farlo diventare protagonista di un proprio racconto. Ero fra gli invitati, scrissi un racconto intitolatoLa morte risale a ieri sera, come il film, non per mancanza di fantasia, ma perché ho immaginato che il commissario Duca Lamberti fosse invitato ad assistere alle riprese di un film girato sul caso che ha appena risolto, quello raccontato nel romanzo. Così Duca si trova davanti il suo doppio, l’attore che lo interpreta, Frank Wolff. La fantasia s’incontra con la realtà e i risultati possono essere devastanti: alla fine del romanzo, Scerbanenco scrisse che Duca Lamberti veniva riabilitato come medico dopo essere stato radiato per eutanasia. Io faccio finire il mio racconto con Duca, di turno notturno in ospedale, che è chiamato per un pronto intervento e si trova davanti al suo doppio, l’attore, morto per essersi suicidato. Vi sorprende se vi dico che l’idea mi è venuta perché il mio amico Frank Wolff si tolse la vita veramente. Allora dov’è la realtà? Dov’è la finzione? Voglio aggiungere due cose: a riprova della fama attuale di Giorgio Scerbanenco, per l’uscita del film in dvd si è preferito dare il titolo del romanzo I milanesi ammazzano il sabato, ma confermo che il titolo del film è sempre stato e sempre sarà La morte risale a ieri sera. A mio avviso, Scerbanenco non ha avuto una grande fortuna negli adattamenti cinematografici e televisivi, credo che questo film sia il più bello, con Milano calibro 9, che Fernando di Leo ha tratto dal racconto omonimo. Naturalmente non lo dico perché ho partecipato alla sceneggiatura, ma perché ritengo che sia quello più vicino al mondo di Scerbanenco e soprattutto al suo stile. La regia, la fotografia, il taglio delle scene restituiscono il mondo triste e violento, umano e disperato dello scrittore. Dopo di questo, lavorai con Duccio Tessari per altri due progetti ma non andarono in porto, io credo che un giorno sarebbe necessario scrivere una storia dei tanti progetti che non sono andati a buon fine, spesso per ragioni misteriose o incomprensibili. Uno di questi ad esempio fu il trattamento che scrissi ispirato all’inedito Le sei assassine, di Scerbanenco, che la stessa società di produzione mi affidò per fare un film, visto il successo anche economico del primo. Tutto scomparve nelle nebbie della Lombardia. A rimanere, la mia passione per quest’autore che tutti finalmente ora considerano quello che indiscutibilmente è: un maestro”.
Marco Milone, "Anime nude"
Anime nude
Marco Milone
Narcissus, 2014
“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.
Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.
Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.
Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate”
Palme insanguinate
Intinsero di dolore
Le mie scapole
Lo splendore
dell’uomo che fu
scomparve
assalito
dalle arcane forze
or ora liberate
Un inquieto zefiro
Ci stipò
In angusti anfratti
Che soffocavano i nostri tremiti
E come si fece buio,
tal era rarefatta l’aria
che i nostri respiri si annullarono.
Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"
Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de “Il dono dell’innocente” di Milli Dandolo è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato pienamente dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de “Il giornalino” insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.
Milly Dandolo (1985 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.
Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, preda del loro dolore, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.
La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.
“La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”
Lo stile de “Il dono dell’innocente” non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia una piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.
La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, un bambino dolce e vitale che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.
“Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.”
Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. L’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.
Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza assoluta e spietata.
“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.
Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.
Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.
“Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.”
Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.
Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l'edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell'originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de " I...
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Goldoni
A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.
ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA
Camera in casa di Filippo.
Giacinta e Brigida, poi il Servitore.
BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.
GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?
BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.
GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.
BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?
GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell'agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L'ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra. Per esempio, s'apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de' cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell'onestà, della buona fama; oppure se questi non s'incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d'abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s'apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.
BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch'io leggere un poco su questo libro.
GIACINTA: Hai tu pure de' pensieri che ti molestano?
BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.
GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch'io t'insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.
BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch'io sono innamoratissima di Paolino, ch'ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.
GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d'affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell'amore, tu apra quella della speranza.
BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.
SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.
GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.
SERVITORE (parte.)
BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.
GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell'occasione.
BRIGIDA: Si ricordi della lezione.
GIACINTA: L'ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l'ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.
BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.
Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l'autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.
Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.
Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano "infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri". A questo punto " la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.". Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.
A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.
Riflessione personale sul film "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino
Atmosfera decadente organizzata in quadri giustapposti con protagonisti di una società essenzialmente borghese, vari ma accomunati da un identico modo di intendere l’intera esistenza come occasione per interpretare sul palcoscenico della vita parti consapevolmente o inconsapevolmente fittizie di un illusorio mondo teatrale dove pare siano banditi i problemi e le esigenze massime o minime che ogni giorno ci impone di affrontare se non di risolvere, e dove perfino la morte si ammanta del velo dell’ipocrisia. Occasione, dunque, e non opportunità continua di dare un senso al breve passaggio in questo mondo che non si chiude, si badi bene, con la morte, ma con la nascita inizia una specie di conto alla rovescia.
(Seneca Epist. ad Lucilium I,1: In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterìt; quidquid aetatis retro est mors tenet).
(Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata).
Dunque il senso di precarietà e di frantumazione del quotidiano, per non dire il nonsense, che avvertiamo non è altro che la cortina superficiale che copre un mondo vuoto, senza passione, senza ideali, senza il senso dolce della soddisfazione che segue a un sacrificio. Manca anche la sguaiata spensieratezza dei personaggi petroniani o l’impalpabile poesia felliniana. La scena è animata da piccoli uomini, da uomini senza qualità in una collocazione comunque ambientale di grande impatto scenico. Ciò vale sia per le opere d’arte che fanno da sfondo alle situazioni, sia per gli arredi di un certo tono degli ambienti interni, sia ancora per alcuni sfondi paesaggistici.
E il resto dell’umanità, dove è rintanata? Nei bassifondi tetri, nelle borgate violente, nelle periferie urbane sommerse dal disagio, nella solitudine rischiosa delle campagne. Lì non arriva la macchina da presa perché quella gente non ha alcun peso nella società. Lì c’è povertà, che dà fastidio anche a raccontarla.
Invece la vita descritta nel film è ben peggiore, è miserevole, e non è neppure dolce, è molto, molto grigia, come lo status del protagonista principale, il monotonamente elegante e quasi ieratico Tony Servillo, una sorta di dandy, che osserva ora con occhio compassionevole, ora con nostalgia dei tempi andati, ora con disgusto, la vita scorrergli davanti, non la sua, quella degli altri. Come gli altri ha sperimentato anch’egli il vortice della mondanità, del lusso e delle lussuose passioni non si sa bene se per debellarle o per compiacersene.
Poi il nulla…..è annegato anch’egli nel bla bla bla, inetto anch’egli come tutti gli altri. La chiusa, peraltro banalmente parenetica, avrebbe dovuto essere non l’amara conclusione in una fase avanzata della vita, ma la svolta della giovinezza, il raggiungimento della consapevolezza, la quale arriva invece troppo tardiva e per di più con la convinzione dissacrante che tanto tutto è una finzione.
(…quam serum est tunc uiuere incipere, cum desinendum est? quae tam stulta mortalitatis obliuio in quinquagesimum et sexagesimum annum differre sana consilia et inde uelle uitam inchoare, quo pauci perduxerunt? Seneca, De brevitate vitae,III)
(Quanto tardi è allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che sciocca mancanza della natura umana differire i buoni propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi voler iniziare la vita lì dove pochi sono arrivati!)
Sconfitta dichiarata dell’uomo dei nostri tempi che assiste impotente al suo declino, mai artefice del suo destino e mai complice delle circostanze in chiave costruttiva, edificante. Eppure non mancano dei sussulti di coscienza critica, vorrei dire di un fugace profondo umanesimo ravvisabile sia nelle parole della giovane e bella donna impersonata dalla Ferilli che sostiene, a dispetto di un’affermazione che esaltasse il tripudio d’amore momentaneo, che l’importante è volersi bene, sia, sottoforma di istintiva ribellione verso una vita programmata ai fini dell’apparenza e del facile successo della piccola artista in erba. Meno “nobile” la giustificazione del personaggio interpretato da Verdone che abbandona Roma per essere stato tradito dalla città. La rinuncia è sempre una sconfitta personale, magari perdere contro i tentacoli di una metropoli non dà il successo, ma garantisce la gioia di averci provato, quando le linee guida siano la tenacia della volontà e la forza dell’onestà. O il coraggio di andare controcorrente. Sorvoliamo su altre situazioni e personaggi latori di altri problemi, di altri limiti esistenziali.
Dunque, un film che fa riflettere, giacché anche dai cattivi esempi s’impara. Non vogliamo dire che il film sia un cattivo esempio, anzi ha il merito della denuncia. Con fantasia poco vigorosa, con un ritmo troppo lento, ma pur sempre denuncia. E, come dicevo, l’esortazione finale a cogliere la bellezza nelle piccole o grandi cose che costellano le nostre vite prima che sia troppo tardi giustifica il mezzo. Ma sarà poi possibile? O è tutto un’illusione per sopravvivere? A questo punto il problema diventa universale: l’impossibilità di riscatto, di una scelta esistenziale autentica.
E l’effetto sonnolento, quello descritto più sopra, motivo di tante critiche, non so se sia voluto oppure no dal regista. Può darsi di sì, e allora lode a chi è stato bravissimo a dipingere l’esanime color grigio dell’esistenza con qualche sprazzo di luce che non sempre si è mostrato vitale, essenziale ma solamente effimero, offuscando la vera tonalità chiaroscurale della vita.
Adriana Pedicini
Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola
Vi ricordiamo un importante convegno su una grande scrittrice per l'infanzia a torto dimenticata
Oggi a Explora, il Museo dei Bambini di Roma, Ugo Mursia editore presenta:
Giana Anguissola
con l'occasione riproponiamo un articolo sul suo capolavoro: "Violetta la timida"
Vi segnaliamo anche la pagina Facebook che Anna Maria de Majo, la curatrice ed organizzatrice del convegno, ha dedicato all'autrice
Violetta la timida
di Giana Anguissola
Mursia, 1970
pp. 273
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.
Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.
Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..
L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.
Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.
A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.
Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:
L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:
Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta.)
A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione. (Patrizia Poli)
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Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 - Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al "Corriere dei Piccoli" sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è ...
http://www.criticaletteraria.org/2012/09/invito-alla-lettura-giana-anguissola.html
Guillermo Cabrera Infante, "Mapa dibujado por una espía"
Mapa dibujado por una espía
"Mappa disegnata da una spia", la cartografia intima di un congedo
Raimond L. Souza, biografo di Guillermo Cabrera Infante, autore del fondamentale testo Two island: many worlds, sostiene che il nostro autore avrebbe scritto Mapa dibujado por una espía nel 1973, al termine di una lunga crisi creativa, per uscire da un periodo di depressione. Grazie a quel testo l’autore di Tre tristi tigri sarebbe riuscito a esorcizzare i fantasmi del passato e a riprendere il suo lavoro letterario. Questa spiegazione non mi convince molto. Le vicende narrate risalgono al 1965, raccontano le fasi della sua rottura pubblica con il regime, dopo il caso Padilla, resa esplicita dall’intervista rilasciata al settimanale argentino Primera Plana. Guillermo lascia il Belgio, molla gli incarichi per conto del governo cubano, vive per un certo periodo a Madrid, quindi si stabilisce definitivamente a Londra. Questa Mappa disegnata da una spia - il nostro autore sarebbe la spia - sembra quasi vomitata, scritta di getto per un irrefrenabile impulso, nel 1968, subito dopo le vicende narrate.
Itaca vuelta a visitar, doveva essere il titolo del libro. E se mai qualcuno avesse l’ardire di pubblicare in italiano questa triste cronaca di un sogno infranto, non ci sarebbe titolo migliore di Ritorno a Itaca. Cabrera Infante, novello Ulisse che fa ritorno in patria, anche se non è come l’eroe greco, la sua Penelope l’attende in Belgio, inoltre vede la sua terra troppo cambiata per convincersi a restare. E decide per la fuga. Mapa è un titolo escogitato dopo, anche se il testo è incompiuto, lo stesso autore non era contento dello stile, a volte troppo diretto, in certi casi troppo denso. In realtà questo inedito riscoperto tra le carte di Cabrera Infante da Miriam Gómez non è un testo letterario, non ha niente a che vedere con la miglior narrativa dello scrittore di Gibara. Mancano il tipico umorismo, l’ingegno verbale, i giochi di parole, in definitiva leggiamo una cronaca dei fatti più che un romanzo. A tratti ci chiediamo persino se l’abbia scritto lui, di solito così geniale e originale, mentre per una volta si rivela comprensibile a tutti. Mapa dibujado por una espía è un libro triste e malinconico perché è la storia di una grande disillusione. Lunes è costretta a chiudere e un gruppo di intellettuali problematici per il regime viene allontanato dall’Avana. Guillermo Cabrera infante è nominato addetto culturale presso l’ambasciata cubana in Belgio e proprio in quel periodo scrive Tre tristi tigri, libro grazie al quale vince il premio Biblioteca Breve. Carlos Franqui - che vive all’Avana - chiama Guillermo: “Tua madre sta morendo”, dice. Lui vola a Cuba, ma non fa in tempo a vedere la madre viva. Assiste al funerale e subito dopo progetta di rientrare in Europa portandosi via le due figlie avute dalla prima moglie. Non è possibile. Il Ministero delle Relazioni Estere vuol parlare con lui e sapere perché ha deciso di ripartire per l’Europa. Comincia un vero e proprio incubo kafkiano che trattiene lo scrittore a Cuba per oltre quattro mesi. Guillermo comprende che il suo paese sta scivolando verso una china pericolosa, si sta distruggendo sotto il peso del totalitarismo. Tomás Eloy Martínez intervista Cabrera Infante nel luglio 1968, lui si confida come un precursore della dissidenza, un testimone della disillusione. “Conosco bene i rischi che sto correndo. Ho appena schiacciato il campanello che metterà in funzione la Straordinaria ed Efficace Macchina per Fabbricare Calunnie. Conosco alcuni che in passato hanno subito i suoi effetti: Trotski, Gide, Koestler, Orwell, Silone, Richard Wright, Milosz…”.
Guillermo Cabrera Infante sapeva che Cuba gli sarebbe rimasta nel cuore per tutta la vita, anche se non l’avrebbe più rivista. Per questo ha scritto Mappa disegnata da una spia, anche se in vita non l’ha mai pubblicato. Per comporre la cartografia intima di un congedo.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Guillermo Cabrera Infante
Mapa dibujado por una espía
Galaxia gutemberg – Circulo de Lectores
Pag. 396 - Barcellona
TRADIZIONE CULTURALE LINGUA E DIALETTO di Adriana Pedicini
In Europa il latino ha mantenuto fino ai primi dell’Ottocento il suo assoluto predominio come lingua internazionale in campo scientifico e ancora oggi esso è la lingua viva ufficiale della Chiesa cattolica, con cui sono scritte encicliche, bolle, documenti. Le nomenclature scientifiche, soprattutto quelle della medicina, della zoologia e della botanica sono costituite in gran parte da termini latini.
Molte espressioni latine si utilizzano tuttora integralmente in vari contesti: a priori si scarta un’idea, motu proprio si conferisce un’onorificenza, si ritorna allo statu quo, si parla di un individuo sui generis e così via.
Noi parliamo un latino moderno quale si è venuto evolvendo nel corso dei secoli (lo stesso si può dire del francese in Francia, dello spagnolo, del catalano e del portoghese nella penisola iberica, del romeno in Romania: denominate tutte lingue neolatine).
Parole come oro, agosto, vino non sono altro che i vocaboli latini aurum, Augustus, vinum; molte altre parole italiane (voci dotte) sono state prese dal latino dopo essere rimaste abbandonate per molti secoli o dopo essere vissute solo in ambienti colti (aureo, augusto, velivolo).
La sostituzione di lingua di cultura e civiltà, depositaria ed ereditiera di un sapere secolare conquistato lentamente dal pensiero europeo, con le lingue dell’egemonia meramente politico-commerciale, quale è oggi l’inglese, “il gergo inglese –come diceva Schopenhauer- questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei” indica una sovversione profonda di ciò che sono i valori umani, e mostra come il desiderio di potersi intendere nel modo più scarno possibile nei rapporti pragmatici e d’affari abbia completamente surclassato e schiacciato l’esigenza di esprimere con le più sottili sfumature la forza spirituale del proprio pensiero.
Inoltre bisogna ammettere che nella tradizione culturale, più specificatamente letteraria, dei secoli passati e forse fino agli anni ’50, il modello della comunicazione scritta afferente al testo letterario era pressoché ritenuta egemone, era un esempio da non poter sottacere. Anche perché la comunicazione umana trovava in quel contesto il più autorevole sistema e l’ambito più prestigioso di formazione culturale. Siamo molto lontani dai contesti dell’auralità.
Per un lunghissimo periodo, dunque, la comunicazione letteraria ha prevalso su tutte le altre forme di comunicazione e di formazione, ma coloro che fruivano della letteratura, nonché dei valori e codici letterari, era un’esigua minoranza.
Con l’andar del tempo infatti si è costatato che questa supremazia della letteratura non aveva più nessuna radice nella tradizione familiare. Mancava lo spessore storico della memoria che era presente nelle classi colte dal Cinquecento alla metà del Novecento. Sicché la lingua ufficiale, latino o neolatino che fosse, cedeva pian piano il passo alle lingue moderne, e ancor di più alle parlate locali.
Oggi la situazione è ancora più complessa.
Infatti alla letteratura come strumento di comunicazione colta tende ad affiancarsi una serie di altri strumenti di comunicazione, la cui forza espansiva è sicuramente molto alta. Nella maggior parte si tratta di linguaggi fortemente semplificati, come sono tutti i linguaggi in cui alla parola scritta si sostituiscono altri strumenti di comunicazione, ad esempio l’immagine.
Tuttavia, poiché la lingua è di per sé un organismo vivente e dunque dinamico, anche se prescindiamo dal linguaggio letterario, e ci soffermiamo sul quello quotidiano, noteremo che il passare del tempo e le varie necessità del vivere quotidiano hanno influito sull’utilizzo di ogni lingua preesistente per quanto riguarda la durata, la evoluzione e quindi l’esito.
Ne consegue che la consacrazione linguistica degli Accademici deve fare i conti con le necessità impellenti della comunicazione sia scritta che orale, sia popolare che letteraria. Pertanto, mentre da una parte si assiste alla penetrazione nel bagaglio linguistico ufficiale di termini stranieri, dall’altra si deducono diverse persistenze che attraverso il dialetto riconducono proprio alle lingue del passato, e dato la peculiarità del nostro bacino culturale, alla lingua greca e alla lingua latina in primis, per poi essere trasferite nella lingua ufficiale.
Il dialetto col suo lessico peculiare offre lo spunto per spaziare nei campi più diversi, dall’antropologia alle tradizioni popolari, dalla storia alle caratteristiche morfologiche del territorio, fino ad arrivare alla tradizione linguistica.
Spesso gli abitanti di un determinato luogo sono individuati piuttosto che col proprio nome, quasi esclusivamente dai soprannomi in dialetto originati dalle caratteristiche fisiche, dal mestiere che ciascuno svolge o da altre particolari situazioni caratterizzanti. Ovviamente non mancano forti pregiudizi nei confronti del dialetto, considerato ”la lingua” dell’oralità, più povera di mezzi espressivi rispetto a quella ufficiale, meno funzionale, priva di una consolidata tradizione letteraria se non addirittura considerata segno di inferiorità sociale e di diversità culturale.
Invece, al pari della lingua nazionale che è la lingua della cultura ufficiale, dell’amministrazione e della tradizione letteraria, il dialetto ha una struttura linguistica altrettanto complessa e articolata, una propria grammatica e un proprio lessico che spesso è anche più ricco di quello della lingua ufficiale. Soprattutto esso costituisce un bene culturale di primaria importanza a cui bisognerebbe accostarsi come a uno strumento di comunicazione ricco di storia e di cultura.
Il dialetto è lo specchio dell’identità culturale di un popolo che nella tradizione (nel significato etimologico di consegna di cose) ritrova se stesso con l’obbligo di non sperperarla, ma di consegnarla, arricchita delle esperienze di vita, alle generazioni future. Infatti il patrimonio linguistico dialettale ripropone, se non lo stesso contesto storico e istituzionale della lingua d’origine, almeno lo stesso contesto situazionale e psicologico. Ciò vale sia per le formule religiose, sia per le origini del pensiero astratto, per le concezioni spirituali e le radici dei concetti in generale. Dunque il dialetto non è da considerarsi un lingua inferiore, né necessariamente meno colta, ma soltanto una lingua più antica, per meglio dire molto antica.
Se, ad esempio, effettuiamo un’analisi comparata dei termini afferenti agli antichi mestieri, agli strumenti utilizzati nelle antiche opere contadine, agli usi, costumi, tradizioni, giochi, cibi, edifici, canti popolari legati al lavoro, nascite, feste, malattie, morte, riti religiosi, formule apotropaiche, nonché alle parti del corpo umano, alle vesti, calzature, armature e così via e li confrontiamo con i corrispondenti latini e/o greci, noteremo che il passaggio intermedio tra la lingua antica e la lingua moderna è rappresentato proprio dal dialetto.
Naturalmente tali persistenze dialettali sono riscontrabili, con tutte le modifiche consonantiche, nei dialetti che furono e in parte ancora lo sono, gli eredi naturali della cultura e della lingua classiche, come il campano e il siciliano, anche se vi sono state numerose contaminazioni dovuti ad apporti linguistici di diversa provenienza come la spagnola e l’araba.
Proponiamo uno specchietto comparativo tra il greco in traslitterazione, il latino, il dialetto napoletano e l’italiano avvertendo che spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).
GRECO
kome
oftalmòs
us-otos
kefale-kara
kara
------
ris-rinos
stoma-atos
odus-odontos
brachion
palame
dactylos
onyx-nychos
gony-gonatos
pus-podos
kardia-kardias
pleumon- is
persicòn melon
petroselinon
rafanìs
kapros
psylla
apotheke
…….
………
titthòs
…….
thallòs
echo
LATINO
coma
oculus
aurica
caput
cerebrum
cervix
nasus
os-oris/bucca
dens
brachium
palma
digitus
ungula
genu
pes,pedis
cor,cordis
pulmo,onis
malus persica
petroselinum
raphanus
caper
pulex
conditorium
catulus
corrigia
……
testa
thallus
teneo
DIALETTO
--------
Uocchio
recchia
crapa
capa
cerviello
naso
vocca
diente
vrazze
parma
dito
onghia
denocchie
pére
core
permone
perzeca
petrusìno
rafaniello
crapa
pòlece
putéca
cacciuttiello
currea
zizza
testa
tallo
tengo
ITALIANO
chioma
occhio
orecchia
testa
capo
cervello
naso
bocca
dente
braccio
palmo
dito
unghia
ginocchi
piede
cuore
polmone
pésca
prezzemolo
ravanello
capra
pulce
bottega
cagnolino
correggia
petto muliebre
testa,vaso
germoglio
tengo, ho
Adriana Pedicini
Simone Bargiotti, "Il giorno più bello della mia vita io non c'ero"
Simone Bargiotti
Il giorno più bello della mia vita io non c’ero
Euro 12 – Pag. 110 – I libri di Emil
www.ilibridiemil.it
Simone Bargiotti pubblica la sua seconda opera dopo Voglio sentire l’urlo del tuo respiro (Zona, 2011) con I libri di Emil, piccola casa editrice bolognese collegata al marchio Odoya che riserba uno spazio ai giovani narratori e a interessanti proposte di saggistica. Il giorno più bello della mia vita io non c’ero è un racconto psicologico più che un romanzo, non tanto per la lunghezza (110 pagine), quanto per il respiro narrativo e per la modesta complessità della struttura. Tutto ruota attorno al protagonista, in una sorta di psicoterapia individuale resa esplicita da una rapida introduzione, una confessione in piena regola. L’autore parla di un ragazzo che ha la sua stessa età, immedesimandosi nel ruolo del protagonista, facendo vivere in prima persona dubbi e angosce esistenziali. Ambientazione bolognese, luoghi che Bargiotti conosce bene, quindi la regola base della scrittura è rispettata: parla solo di cose che conosci. La materia narrata è vecchia come il mondo: amori, primi baci, timidi rapporti sessuali, conflitti adolescenziali, ragazze che si succedono ad altre ragazze. La scoperta dell’amore è il fulcro dell’esistenza, il motivo per cui si vive e si affrontano le prove, ma ci sono anche il difficile rapporto con la madre, la scuola, il lavoro, gli amici. Bargiotti cita Nietsche e racconta il suo passato, come lezione per vivere il presente, prende per mano il lettore e comunica la voglia del protagonista di emanciparsi dalla cultura scolastica. La vera formazione intellettuale non sono le nozioni da mandare a memoria per andare a lavorare in un ufficio in giacca e cravatta, ma le scoperte musicali e letterarie compiute in prima persona. Possono essere i Queen, può essere Nietsche, ma anche un quotidiano, una rivista, l’incontro con una donna o con una grande idea. Bargiotti racconta attacchi di panico, paure immotivate, momenti di pura dissociazione dalla realtà come istanti di vita vissuta. Il libro si legge volentieri, lo stile è nitido, il tono colloquiale, le digressioni ridotte al minimo. Si tratta di un romanzo - confessione con tutti i limiti di tale genere narrativo. Avremmo preferito una storia, congegnata in modo tale da comunicare le stesse idee ma inserite in un contesto narrativo. Bargiotti ha seguito la strada del flusso dei pensieri e del ricordo del passato. Una lettura consigliata soprattutto per gli adolescenti che vivono identiche pulsioni.
Abbiamo avvicinato l’autore per raccogliere le sue considerazioni, interessanti per il possibile lettore: “Ho scritto un romanzo psicologico perché mi è venuto naturale raccontare una psicoterapia. Racconto le mie avventure quando ero pierre nelle migliori disco della riviera romagnola. Non so nemmeno io se sia finzione o realtà. Sai meglio di me che la verità non esiste in letteratura, lo scrittore è un tramite fra se stesso e la pagina, e anche il racconto più vero è comunque falso. Diciamo che è la mia verità, la mia soggettività. La letteratura per me è questo, dovessi definirla in tre parole direi Io secondo me. I miei riferimenti letterari... Ho amato moltissimo Kafka, ho letto tutta la sua opera e anche molta critica su di lui (Citati, Cantoni). Poi (forse all’altro estremo) amo leggere Bukowski e Kerouac. Infine, non ho ancora iniziato nulla, visto che mi chiedi il prossimo lavoro. Ma ho appena finito questo”.
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