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I fratelli Grimm

4 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende il nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in “Fiabe” (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e “Saghe germaniche” (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…”

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con “Lo cunto de li cunti” 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) and Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) were brothers, very close to the point that, when one of the two started a family, he took the other to live with him. The numerous disappointments then led them to shut themselves in their fantasy world, a bit like what happened to Tolkien in the last part of life. Born in Hanau, near Frankfurt, they were linguists and philologists, founding fathers of German studies, authors of a very important dictionary which was completed posthumously only in the sixties. Jakob is also famous in glottology for the famous law that takes his name: the first consonantal rotation (Erste Lautverschiebung).

In the world, however, they are known above all for having collected and reworked the tales of the German popular tradition in "Fairy Tales" (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) and "Germanic Sagas" (Deutsche Sagen, 1816-1818). However, French and other fairy tales were also published.

Their work is part of the nineteenth-century movement of rediscovery and revaluation of popular folklore. In a period in which the growing literacy led to the disappearance of the oral tradition, influenced by the romanticism of Clemens Brentano and von Arnim, the Grimm carried out their research with the specific intent to recover, not so much fairy tales for children, as tales that contained the spirit of an entire people, favouring the birth of a Germanic identity.

 

"Perhaps the time had come to reunite these fairy tales, given that those who must preserve them are less and less ..."

 

Elias Lönrot did the same action in Finland in 1835 with the Kalevala.

The fairy tales they re-proposed were in the original version not intended for a child audience. What has come down to us is a sweetened adaptation, stripped of the bloodiest details, dating back to the English translations of 1857. The two stepsisters of Cinderella, for example, cut their heel and big toe in the original version in an attempt to enter the famous shoe. It seems, however, that some censorship has also been conducted by the Grimms regarding sexually explicit content.

The drafts over the years were multiple, the Grimm changed the stories to meet the tastes of the new German bourgeoisie and because they continually came across different versions. They endeavoured, however, to make the stories as they had listened to them, in a simple, mimetic style of popular language, without embellishments and even a little lacklustre. The two transpositions of Cinderella are very different: the baroque, aristocratic one, by Perrault and the bleak, bloody one, by the Grimm. In fact, we must specify that the work of the Grimm had been preceded in the seventeenth century by that of our local Gianbattista Basile (with "Lo cunto de li cunti" 1643 - 46) and by that by the French Perrault.

The stories have a dark, dark setting, made up of orcs, witches who eat children, parents who abandon them in the woods, mothers (and not stepmothers!) who demand the hearts of their daughters, wolves who devour. It is a world of houses in the forest, talking animals, spinning wheels, spindles that let you fall asleep, straw that turns into gold, magic mirrors, poisoned apples. The protagonists are representatives of the people or aristocracy, the intent is edifying, with the happy ending that always rewards righteous and honest behaviour.

 

If Vladimir Propp has analyzed their recurring structure, if it is not impossible to link them to the theories of archetypes and the collective unconscious of Jung, the Freudian interpretation that Bruno Bettelheim has given is now famous. What is certain is that fairy tales - all, not only those of the Grimm - perform a consoling task for children.

Through storytelling, children overcome fears, objectifying them, gaining confidence in a happy ending, solving oedipal conflicts, fraternal rivalries, latent guilt feelings, first unconscious sexual disturbances, fear of abandonment, rites of passage to adulthood and to psycho-physic maturity. They also learn to distinguish what is good from what is bad, to take sides with the positive hero, to trust external help, not to become demoralized in the face of difficulties and feelings of inadequacy, to accept the existence of evil , considering it surmountable. In the tales of the Grimm those who are not worthy, those who do not behave as they should, face a bad end, and the apparent lack of pity in punishment is only justice in the eyes of the little ones.

The child derives much more consolation and benefit from listening to a fairy tale than from logical reasoning. Through fantastic images and narration, he subliminally and instinctively reworks the precepts, assimilating them effortlessly.

Even in current fairy tales, those of the hardback booklets on sale in the shelves of the roadside restaurants, the most recurring word is FEAR. Exorcising childhood terror, and overcoming children's performance anxiety, seems to be the main goal of the fairy tale world.

To conclude, remember that an operation similar to that of the Grimm brothers was carried out by our Italo Calvino in 1956 with the fairy tales of the Italian popular tradition.

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In giro per Bologna: le torri

3 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna: le torri

Bologna è nota in tutto il mondo per le sue torri. Se ne contano ancora oggi ventisei sparse per il centro storico, erano parecchie di più, ma molte sono andate distrutte nel corso dei secoli. Non è ben chiaro il motivo per cui ci sia stata una così ampia costruzione di torri, se ne ritrova l’origine quando le famiglie per dispute di prestigio avevano dato luogo a questa “gara” di insolite costruzioni, ma anche per motivi di difesa, essendo delle vere e proprie fortificazioni. Non si conosce il numero esatto delle torri presenti nelle varie epoche ma si stima che fossero tra le ottanta e le cento. L’ultima a essere eretta nel1257, fu torre Galluzzi, anno in cui a Bologna veniva abolita la schiavitù, con seicento anni di anticipo sul resto del mondo. Torre Galluzzi si trova all’interno di un complesso di edifici, vicino piazza Maggiore e non è ben visibile dall’esterno, mai bolognesi sanno bene dov’è e conoscono la macabra storia che la contraddistingue. Anche Bologna ha avuto la sua tragedia shakespeariana: l’amore proibito di Virginia e Alberto. La loro storia non è una leggenda, ma pura realtà, nel 1200 circa, i conti Galluzzi erano una famiglia tra le più potenti in città, di fazione guelfa e fedelissimi al Papa. I Carbonesi, invece, erano una famiglia altrettanto potente, ma della fazione opposta, ghibellini e fedeli all’imperatore. La figlia dei conti Galluzzi, Virginia, era una bellissima ragazza e si innamorò di Alberto Carbonesi .Il loro amore, ovviamente contrastato, trovò in alcuni amici confidenti i complici per riuscire a incontrarsi di nascosto e in seguito a sposarsi in gran segreto. Non bastò il matrimonio a tacitare l’ira del padre di Virginia che, saputolo, uccise Alberto a sangue freddo e dopo di lui tutti i suoi familiari. La fine della triste storia presenta due versioni, una in cui i fratelli di Virginia, dopo aver assassinato anche lei, inscenano un suicidio, e un’altra in cui è lei che, saputo della morte di Alberto, impazzisce di dolore si impicca al balcone di palazzo Carbonesi.

Le torri più famose comunque restano le due che sono l’emblema della città: Garisenda e Asinelli. I nomi deriverebbero dalle famiglie che le hanno erette intorno al 1100, ma in realtà anche sull’origine delle famose “due torri” ci sono molti dubbi. Leggenda vuole che la torre Asinelli, quella più alta, debba invece il suo nome a un giovane che andava con un carro trainato da alcuni somarelli a caricare ghiaia nel fiume Reno. Il ragazzo si innamorò perdutamente di una fanciulla che vedeva durante il tragitto, figlia di un nobile che ovviamente rifiutò la sua mano a un nullatenente, liquidandolo con la frase ”Avrai mia figlia soltanto se costruirai la torre più alta della città”. Fu così che il ragazzo innamorato e fortunato, dopo aver trovato, scavando ghiaia del fiume, un sacchetto di monete d’oro, fece erigere la torre che ancora oggi svetta nel cuore di Bologna e finalmente poté sposare la sua amata. La torre è situata all’incrocio di due delle strade principali della città, è alta novantasette metri, il suo aspetto caratteristico è leggermente pendente, ma ci si può ancora salire fino in cima, percorrendo 498 gradini e, una volta sopra, si gode il panorama più bello della città. Si vedono i tetti delle case che rendono famosa Bologna proprio per il loro colore rosso acceso, si vedono i portici che salgono fino a San Luca e, in un giorno sereno di sole lo sguardo si stende per tutta la pianura fino all’ Adriatico. Proprio a fianco alla torre degli Asinelli, sorge la Garisenda, più pendente e spezzata. Guardandola, se viene avvolta da una nuvola dalla parte pendente, la torre per uno strano fenomeno ottico sembra inchinarsi. Tale particolare viene ricordato anche da Dante nella Divina Commedia nel XXXI canto dell’Inferno: “Qual pare a riguardar la Garisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, che ella incontro penda…” La torre Garisenda è rimasta ben salda al terreno fino ad oggi nonostante la forte pendenza, non può essere visitata come la vicina Asinelli, ma certamente insieme alla “sorella” è uno degli edifici che rendono unica Bologna.

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Before dawn

2 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

You’re looking out of the window, tears wet your throat and mix with the sweat on your chest, you writhe with stomach pain, you shudder. Nothing is as it was believed, she even hated you and you had not noticed. It was real hatred, otherwise she would not have said those horrible things, she would not have called you a failure. Wait, what did he say exactly? Ah, yes, “You’re a borne failure, you're a loser by nature, Thomas, and he is worth a thousand times more than you in bed."
You implored her while she was detaching from the wall the picture of her aunt - the disgusting crust you've always had to keep to please her – please, do not take away Chicco, you shouted, while she dressed him in a hurry and his lower lip trembled.
"The child is frightened, Anna, for the love of god."
But she could not see her son anymore. Then you were the first to fell silent, to pull her heavy suitcase up. "Ok, love, now mother takes you for a few days to granny, so you can play with the dog. How is the dog? How, Chicco, tell me! Make boo to Dad, like a puppy.”
But she turned as if to hide the child with her body, as if to protect it from you, from you, that love him like you've never loved anything in this shit of your life. You swore that your child would never have suffered, that you would always be at his side, he would have a father and a mother, yes, he, at least.
"You have no aspirations, you have no ideals", she told you. Yes you have it, shit, you have one. Chicco is your aspiration, your ideal. She doesn’t know what love you're capable of , you've never had a family of your own, you only imagined your parents, night after night, in an institute, sobbing, while the big ones leapt towards you or you were trying to escape the knocks, waiting the age of eighteen to go out, to learn a trade, to find a girl, to have a family.
Anna and Chicco no longer need you, they have abandoned you like those motherfuckers, yes, just like your parents, you are left alone in this ugly city, with your ugly work shop, and there is no return, there is no future, every gesture is useless.
You leave the window, you go to the bathroom. There is still Chicco’s jumpsuit across the edge of the tub. You grab it, you rub it on your face, it is soft, you feel the pee smell. You hold it on your nose with your left hand while, with your right one, you take a razor blade. You cut your left wrist, and then you cut also the right one.
You look at the blood that comes out and jump on the bed, thinking how long does it take. Your wrists hurt, but only a little.
And you are afraid.
Oh, yes, until recently, when you went up there to cut your veins, you just wanted to put an end to your pain, but now you are scared. It's a strong feeling that makes you think not so much of her and Chicco anymore.
You close your eyes, thrust your head into the pillow, but then you open your eyes again, yes, you let them open wide. The sky is clearing on the buildings, where the hills begin. You hear the noise of the newspapers van.

In June. A group of trees and a wall with too many windows, the creak of a swing. You are lying belly up in the meadow, smoking a prohibited cigarette. They have cut the grass and you know that it will stinge on the uniform, you' ll take a scolding from father Matthew, but you do not care, because the grass is cool and you like its tickle.
You look at the sky, at the white trail left by the aircrafts, a bumblebee buzzes on your head. You think the heat has a noise, and it is the sound of the bumbleb
ee.

Asshole. You're dying and you’re thinking of you as a boy, of classmates - but were they not all pedophiles? – you’re thinking about the workshop colleagues, especially Mariotto who always brings you the mortadella and the wine that his father makes in the country. You also think of your parents: before they gave you in, they have offered you your life.
You are cold, your forehead is covered with ice sweat. There is a glass on the bedside table, you see the water, you want it on your cardboard tongue.
Are you thirsty, huh? You had to think of it before, you know that when it bleeds to death it is so.
Thirst ... Thirst ...
Holy Christ ...
You think of the water that drips down the gutters and washes the machines. You raise your arm, you try at least. It remains there, caked to the sheet, like a stone, already half dead.
You know, asshole, you know that now you can’t pick up the phone anymore?

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Emozioni

1 Febbraio 2014 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Emozioni

http://delirietilici.blogspot.it/

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Kindergarten

31 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Now you know what I do, I put on my coat and cap, sit on the bench in the locker room, and wait for mom. Please, please, Lord, make so that that Mom comes to pick me up! At least to eat. The dough is soft, the egg sucks. Yesterday I threw up, they made me get up, they took me to the center of the room, left me standing there alone while they went to get something to clean me, because I had the apron all dirty of vomit. I called Mom, I was wet, I was ashamed because they were all staring at me, pointing their fingers at me, laughing with those toothless faces.
Why mom does not come for me? So I go home and eat purè, which mother makes good, and then watch TV.
This morning they gave me a paper and a pencil. “Draw, Gina,” they said. I pointed the pencil on the paper, I drew an arc with one hand. The one who gave me the paper asked: “What is it, Gina?” “It’s a bridge, all right?” I said. So, if nothing else, they stop forcing me to draw. I cannot draw, I do not like to draw. I wish they would let me read all the books they have in that room over there. But perhaps I cannot read.
Yesterday they made us sit in a circle. “Gina, tell us something about you,” they said. I did not come with anything to say, I seemed to have a shoe box for a head. I was sweating.
“Fear not, Gina, here you have lots of new friends.”
Mom told me that two people become friends when they have known each other for a long time and they love. I do not know how long I have been here. I’m here, but these are not my friends and I do not love anyone. No, really, these are not my friends, they stink and piss on themselves. If I get close, they give me a push. One told me: “Go away, bitch.” Mom does not want me to say certain words, she does not want me to listen to them either.
Mom, please, come.
***”

“We smoke a cigarette, Joan?”
“Yes, Angela, but in a haste, because soon the director will be here.”
Joan and Angela rely on the external glass and smoke quickly, inhaling large gulps. The air is refreshing, the sun goes down and hides behind the hills. A third nurse passes close to them pushing an empty wheelchair. “Hurry up, the viper is coming.”
“How did you see them today?” Asked Joan.
“Well … as usual, some peaceful, others not.”
“It ’s absurd how bad they can be at their age. They hate Gina, poor thing, they push her aside. ”
“Gina says little, does not open, it is not collaborative … “
“Yeah, today I tried to make her draw, but nothing.”
A bell rings, the two nurses quickly extinguish their cigarettes under the soles of their shoes. “Come on, let’s work.”
Back in the big common room. “Do you empty the pans?” says Angela, in a loud voice to be heard by the director who, at that moment, is coming down the stairs from upper floors.
”Yes, and you go get the diapers, medium and large size, please.”
The director has stopped at the foot of the stairs. “Joan, Angela,” she says with a snake smile, “our guests need you. You are not here to have fun. This is not a kindergarten, girls, remember, is a nursing home."

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Gianni Canova e Duccio Tessari

30 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Gianni Canova e Duccio Tessari

Gianni Canova ne l’Enciclopedia del Cinema Garzanti scrive: “Duccio Tessari nella sua lunga carriera scrive e realizza film di genere diverso. Dopo aver lavorato solo come sceneggiatore, esordisce nel 1961 con un kolossal mitologico scritto insieme a Ennio De Concini, Arrivano i Titani, gustosa rivisitazione del peplum. La sua passione per il cinema di genere lo porta a misurarsi con il western, la commedia, il poliziesco, il melodramma, il thriller, il gangster, il musical, il film d’avventura e di guerra. Si muove a proprio agio quando racconta, non senza ironia, scazzottature e duelli del pistolero Ringo (Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo, 1965) o descrive le indagini di Duca Lamberti nella detective story La morte risale a ieri sera,1970), dal romanzo di Giorgio Scerbanenco, ambientata in una Milano malinconica e brumosa. Il suo film più riuscito e intrigante è certo il noir Tony Arzenta (1973), in cui una sapiente narrazione, sostenuta da una regia intelligente e creativa, accompagna il protagonista Alain Delon in una disperata ricerca di vendetta”.

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Franca Poli presenta Marcello de Santis

29 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Franca Poli presenta Marcello de Santis

PARTONO 'E BASTIMENTI

Parte prima
di
marcello de santis

partono 'e bastimenti
per terre assai luntane,
cantano a buordo
so
' napulitane.

Siamo ai primi anni del 1900, e l'emigrazione degli italiani per le americhe era in pieno svolgimento; si andava a cercare fortuna. Erano giorni in cui la città di Napoli pulsava fin nel profondo delle vene, il porto pullulava di bagagli, pacchi e pacchetti, valigie e valigioni tenuti insieme da corde incrociate, sacchi e quant'altro, e donne con bambini in braccio, e uomini e anziani; con addosso i consunti vestiti di tutti i giorni; si preparano a lasciare il loro paese per un'ignota avventura.

Il fenomeno dell'emigrazione, fino allora sconosciuto ai più, adesso anno 1919 è in pieno svolgimento; i bastimenti partono uno alla volta, più di uno ogni giorno; e allontanandosi dal porto le persone a bordo - gli occhi umidi per le lacrime - salutano con un fazzoletto in mano quei parenti meno fortunati (o più fortunati, magari), che restano a terra; gli uni e gli altri si sentono straziare il cuore per le ultime struggenti immagini; chi resta, quelle dei suoi cari che se ne vanno, gli emigranti, più tardi, "quelle delle ultime cose" che riescono a vedere prima che scompaiano del tutto a un orizzonte che si lasciano alle spalle.

Nei versi con i quali ho aperto questo breve saggio, "queste ultime cose" sono le case di Santa Lucia, ultimo segno di una Napoli che si allontana sempre più; e che chissà se avrebbero mai rivisto. E' l'ultima cartulina 'e Napule che si portano negli occhi e che conserveranno a lungo dentro, bagnata da una inconsolabile malinconia.

santa lucia luntana e te
quanta malincuni
a...

L'autore della canzone è E. A. Mario.
Santa Lucia luntana risale all'anno 1919, quando più forte era l'esodo dei napoletani per "terre assai luntane"; esodo già iniziato verso gli ultimi due decenni dell'ottocento; a partire dal 1880 circa e per tutto un secolo se ne andarono dall'Italia circa quindici milioni di persone.
Ma fu nei primi anni del novecento che l'emigrazione raggiunse il punto più alto; ogni anno si contavano dalle duecentomila alle trecentomila unità che lasciavano il paese, in gran parte da Napoli, (ma anche da Genova Messina e Palermo, che erano i soli porti autorizzati a ricevere quelli che volevano imbarcarsi),

... cu dint''o còre 'na malincunia...

Se ne andavano richiamati dal miraggio del sogno americano, un paese nuovo che richiedeva braccia per lavorare; e il grido giungeva fino a noi, che di persone senza lavoro, indigenti i più, nella miseria molti, ne avevamo molti, moltissimi.

se gira o munne sano,
se va' a cerca' fort
una,


E.A.Mario Napoli 1884 - 1961 è il nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta
autore di molte canzoni celebri sia in lingua che in dialetto napoletano.
Sempre attento ai problemi sociali del suo paese,
dal dramma della guerra a quello dall'emigrazione.
Era l' autore sia delle parole che della musica delle sue canzoni.

L'ultima cosa che di vedeva dalle navi che si allontanavano definitivamente portandosi a bordo povertà e speranze, erano - come detto - le case del quartiere di Santa Lucia; e davanti a esse, sul mare, il Castel dell'Ovo.
Oggi a ricordo dei drammatici eventi sociali dell'emigrazione, e della partecipazione in qualche modo ad essi del nostro poeta c'è una targa proprio a Borgo Marinari che recita: Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane...

La statua della Libertà era un richiamo troppo forte, Nuova York era la città della speranza, gli Stati Uniti la terra del futuro. Ed era proprio la Statua la prima cosa che gli emigranti vedevano da lontano; a ben quaranta chilometri dalla città di New York, la statua che dava il benvenuto ad essi con il sonetto che una poetessa americana Emma Lazarus scrisse, e che fu fatto incidere alla base dal colosso americano che si erge sul mare davanti a New York, su un'isoletta che si chiama appunto Isola della Libertà.

Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla port
a dorata.

Questi nuovi lavoratori, che andavano là per far fronte al grande sviluppo industriale di un paese nuovo, erano una risorsa non solo per il paese che li accoglieva, ma anche per il paese che li aveva in qualche modo cacciati via, là producendo e incrementando la ricchezza locale, qua con le rimesse di denaro che facevano alle loro famiglie, che spendendo consentivano all'Italia di importare materie prime per rimettere in funzione la macchina statale del lavoro industriale.

Le parole della canzone strappano ancora commozione e lacrime a chi le sente a distanza di quasi un secolo; specialmente ai figli o a nipoti e pronipoti di chi ebbe sui bastimenti che partivano un parente, un padre, una madre, un nonno e una nonna, o dei bisnonni.

... cantano a buordo
so' napuli
tane...

Cantavano a bordo i nostri emigranti struggendosi di nostalgia per il paese che erano costretti a lasciare; e presto questa canzone sarebbe diventata la canzone per eccellenza degli emigranti napoletani.

Santa Lucia luntana... 'o puorto ca scumpare... a luna 'mmiez''o mare... e quel poco 'e napule che si vede ancora...

Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle
fa vedé...

Sono altamente drammatiche le parole della canzone di E.A.Mario e intrise di una tristezza che rievoca ogni volta, che si sente e che si canta.

L'emigrante quasi sempre non dormiva nel posto a lui riservato, i pagliericci infestati di pidocchi, sporchi e puzzolenti, fumo e puzza del vapore della macchine che arrivavano da tutte le parti, insomma difficile era respirare là; se si voleva sopravvivere si doveva salire in coperta; accucciato a lungo sui talloni; o seduto a terra o su un groviglio di gomene a guardare l'immensità dell'oceano che pareva non volesse mai finire; e le notti insonni a rimirare la luna, quella stessa luna che adesso stava illuminando quell'ultima cartolina che avevano impressa negli occhi, santa lucia luntana... ma se pioveva o faceva tempesta erano costretti a tornare sotto coperta, dove l'aria mancava e quella poca che c'era era piena di cattivi odori.

santa lucia luntana e te
quanta malinconia...
se gira o munne sano,
se va' a cercar fortuna,
ma quanne spunta a luna
luntana e napule
nun
se po' sta.


emigranti a bordo di uno dei bastimenti che facevano i viaggi atlantici,
e che il più delle volte erano vere e proprie carcasse

Ma il viaggio era una rischiosa avventura, e non sempre ci si aveva il tempo di soffrire di nostalgia e di cantare 'e canzone 'e napule, ché i passeggeri soffrivano mal di mare, malattie varie, e talvolta e spesso, anche, abusi da parte dell'equipaggio. Per cui la nostalgia e il canto anche se sommesso passava in secondo piano davanti a queste cose e alla paura insita dentro di loro. A bordo la miseria si faceva sentire più che non a terra prima di partire; la gente, stipata all'inverosimile in terza classe, aveva il terrore negli occhi, non sapendo la sua sorte, e intorno c'era chi vomitava, la puzza e la sporcizia era indescrivibile; così come la probabilità di prendersi qualche malattia. I poveri con tutta la loro miseria addosso erano costretti, come ho già detto, in terza classe, quasi come reclusi; per tutto il tempo della traversata nelle stive adibite a trasporto merci, ed erano malvisti e mal sopportati e dai membri dell'equipaggio e dai signori, cui arrivava il cattivo odore che emanava quel tratto di nave, quasi sempre a poppa; questa terza classe era allocata quasi sempre nelle parti più basse della nave, nei locali dove si stipavano e trasportavano le merci, bastava qualche divisorio con tramezzi di legno e il gioco era fatto. Per il ritorno si smontavano questi tramezzi e si caricavano merci.

In prima classe c'era la gente bene, i ricchi, i signori, mentre la seconda era riservata a quelli che potevano definirsi agiata borghesia. Gli emigranti erano stipati e ammassati un spazi insufficienti a contenerli tutti, in barba alla legge che stabiliva tanti passeggeri per un tot di spazio. I pasti venivano consumati là, sdraiati per terra, a gruppi, uno per ogni gruppo era addetto al ritiro del rancio e a portarlo agli altri. Il viaggio si trasformava dunque in tre quattro settimane di inferno, nel vero senso della parola; neppure fratelli e sorelle potevano stare insieme; infatti i passeggeri venivano divisi: i maschi da una parte e le femmine da un'altra; in un'altra sezione, diciamo così, potevano stare insieme quelli sposati; i locali senza circolazi-one di aria sufficiente a una vita decente, e di conseguenza le malattie virali, specialmente per i bambini: il morbillo in testa, e la malaria; senza contare - per i grandi - polmoniti e gastroenteriti o simili. E si verificavano anche nascite nelle condizioni più abiette; e decessi; in questo caso si avvolgevano in un telo i cadaveri e si gettavano in mare; lo strazio era grande ma ancora più grande se a morire era un bambino.
Quanto doloroso doveva essere questo distacco dalla città natale, quanto triste l'addio a Napoli

http://www.youtube.com/watch?v=VD0PRS5UKZg

fine prima parte

marcello de santis

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Ar mi’ ami’o ‘Rognolino!

28 Gennaio 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Ar mi’ ami’o ‘Rognolino!

‘Rognolino ami’o mi’o!

‘Rognolino un ci sie’ più?!

Smoccolassi du’ o tre dei

se ci fusse ‘he un ci siei!

La fofata arricciolata

mezza rossa e mezza grigia,

i tu’ occhi trasparenti

‘ome bozzi di marea,

ve’ du’ denti gialli e tòrti!

Vella pelle da arbinese,

propio d’uno nat’a Arbinia,

che ppò prende’ ‘r sole ‘n mese,

ma è più bianca della Luna,

…che te tieni ‘n sur la spalla,

sia di giorno che di buio.

Ché ti mormora a ‘n orecchio

ché ti fa abbada’ lontano…

…più lontano der tramonto sur un’isola ner cielo…

…più lontano della nève ner deserto ‘n mezz’ar mare…

…più lontano de’ paesi fatti d’arberi di melo…

…e di più di tutto vello che ‘n ti posso più ridare…

Bottino!

Troiaio!

Puttaniere solitario!

Vant’è vvero ‘he c’è gesù…

‘Rognolino un ci sie’ più…

Colla scienza ‘lambiccavi,

da pueta senza velso.

Metodista senza metodo,

ma con metodologia!

Tanti scritti via ner vento

di parole pe’ ccapitti.

Tanti visi stupefatti

ner vede’ che,

sorridendo,

per ir culo ci pilliasti

spesso e anco volentieri!

Bada vanta ce n’è a ggiro,

ora, gente deficiente…

vanti ne tirasti fòri,

‘ome ragnoli dar bu’o!

Vanti ne battesti ar muro

colla logi’a stringente!

Vanti arronzamèrde a tempo

spappolasti ‘or sorriso

de’ tu’ labbri un po’ stirati

dalle rughe di gallina…

…che ora cerco nello specchio,

ma, ‘n ci ‘redo,

ulle vedo!

Folse un’ ci so’ ma’ state…

folse è tutta ‘n’ illusione

vesta vita a scarpina’

solo pe’ arriva’ lassù…

…cor sudore che si diaccia

mi rigiro pe’ cercatti…

…‘Rognolino un ci sie’ più!

‘Rognolino sie’ affogato all’anello

a Calafuria…

’Rognolino s’e’ sposato

colla bimba mòra e secca…

’Rognolino sie’ ‘ascato giù ner fosso

ar Pontenòvo…

’Rognolino sdrucciolato sur diacciato

alla Tambura…

’Rognolino sderenato dar marito

fatto becco…

‘Rognolino ‘spatriato ner paese

de’ folletti…

‘Rognolino mi dispiace

un se’ondo

un giorno

‘n anno…

solo ‘n attimo!

…‘na vita…

‘Rognolino nun ci siei

era bello sta’ ccon te

ti ri’orderò com’eri

ma da oggi tocca a me.

M.L.

(1) a Livorno è chiamato crognòlo uno degli stadi giovanili della triglia. Crognolino è un diminutivo a volte riferito ai bambini: i "crognolini" sono stati in passato gli "allievi", ovvero la squadra giovanile, di una nota squadra di basket della città.

Traduzione

"Crognolino amico mio, crognolino non ci sei più, potrei bestemmiare contro due o tre divinità se fosse che non ci sei! I capelli arruffati e ricci mezzi rossi e mezzi grigi. I tuoi occhi trasparenti come pozzanghere di marea. Quei due denti gialli e storti! Quella pelle da albanese, proprio di uno nato a Albinia, che può prendere il sole un mese ma è più bianca della luna.Che tu tieni sulla spalla, sia di giorno che di notte. Ché ti mormora ad un orecchio, ché ti fa guardare lontano. Più lontano del tramonto su un isola nel cielo, più lontano della neve nel deserto in mezzo al mare, più lontano dei paesi fatti di alberi di melo, e ancor più di tutto quello che non ti posso più ridare. Brutto mascalzone! Puttaniere solitario! Quant'è vero che c'è Gesù: Crognolino non ci sei più! Ragionavi con la scienza come un poeta senza verso. Metodista senza metodo, ma con metodologia! Tanti scritti buttati nel vento di parole, per capirti. Tanti visi stupefatti dal fatto che, sorridendo, spesso e volentieri ci prendessi in giro! Guarda ora quanta ce ne è in giro di gente deficiente. Quanti ne smascherasti tirandoli fuori come ragni da un buco! Quanti mettesti al muro con la tua logica stringente! Quanti fanfaroni riducesti in poltiglia col sorriso delle tue labbra un po' stirate dalle rughe di gallina...che ora cerco nello specchio, ma, non ci credo...non le vedo! Forse non ci sono mai state, forse questa vita a scarpinare solo per arrivare in alto è tutta un'illusione...col sudore che si fredda, mi giro per cercarti...Crognolino non ci sei più! Crognolino sei affogato all'anello a Calafuria (2)

(2) l' "anello" è un vero e proprio anello di ferro a 10 metri di profondità davanti a Calafuria, dove i sub fissano le boe quando vanno in immersione.

Crognolino s'è sposato con la ragazza mora e magra...Crognolino sei caduto nel fosso al Ponte nuovo (3)

(3) ultimo ponte a mare del Fosso reale a Livorno.

Crognolino scivolato sul ghiaccio sulla Tambura (4)

(4) la "Tambura" è il secondo monte in altezza delle Alpi Apuane e si vede dal lungomare e dal porto di Livorno come l'ultimo monte della catena che conserva un po' di neve fino alla tarda primavera.

Ar mi’ ami’o ‘Rognolino!
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L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

27 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

Nel cinema italiano degli anni Quaranta incontriamo storie che fanno grande scalpore come quella relativa all'amore che lega Doris Duranti al gerarca fascista Alessandro Pavolini. Un amore vero, che nasce nel 1942 sotto il fuoco dei bombardamenti e va avanti sino alla fine del fascismo e alla morte del gerarca. Doris Duranti, "l'orchidea nera" del cinema fascista, sta girando Carmela di Flavio Calzavara quando si innamora di Alessandro Pavolini, un fedelissimo di Mussolini. Lei non si interessa di politica, ma è affascinata dal potere di quell'uomo deciso e determinato che è ministro della cultura del fascismo.

Doris Duranti nasce a Livorno nel 1917 in una famiglia benestante composta da un padre anarchico e antifascista e una madre bigotta che insiste per farla studiare dalle suore. Doris ha un fratello più grande di vent'anni che alla morte del padre si occupa della sua educazione e la fa iscrivere a Magistero. Lei è una bella ragazza bruna e sensuale, per i tempi una vera rivoluzionaria, visto che ama il cinema e il teatro, cose per donne perdute e non per ragazze di buona famiglia. Doris odia il mondo borghese e le sue convenzioni ed è per questo che scappa di casa, come lei stessa afferma in un'intervista "per non essere costretta a sposare il solito ufficiale di marina" (1). Doris sogna una vita da modella e da attrice e, quando Josephine Baker si esibisce in teatro a Livorno, ruba i soldi alla madre per assistere al suo spettacolo. Prende un sacco di botte ma esce da teatro convinta che quella del palcoscenico sarà la sua vita, pure se il genere musicale della Baker non la affascina più di tanto. La strada della Duranti è il cinema che incontra per caso grazie all'agente Besozzi che la invita a mandare alcune foto a Cinecittà. Doris non passa inosservata e viene chiamata a Roma per un provino, occasione che non può certo lasciarsi sfuggire. Doris scappa di casa, dopo aver rubato i soldi alla vecchia zia aprendo un cassetto con un ferro da calza e aver detto alla madre che deve andare in chiesa a fare la comunione.

Doris si dirige alla stazione ferroviaria e sale sul primo treno per Roma dove un cugino le dà una mano per trovare una sistemazione. Il giorno dopo si presenta da Besozzi a Cinecittà e comincia la sua avventura di attrice. Doris si specializza in ruoli di donna fatale come la Lola di Cavalleria rusticana di Palermi (1939) ma raggiunge la notorietà con Sentinelle in bronzo di Marcellini (1937). I suoi primi film sono Amazzoni bianche con Ezio D'Errico e Aldebaran con Blasetti che provocano la reazione scandalizzata di casa Duranti. La famiglia si vergogna di avere una figlia attrice e il fratello le manda un telegramma dove le impone di cambiare nome. "Mio padre me l'ha dato e io me lo tengo", risponde decisa e per niente intimorita la bella attrice (2).

Doris Duranti non è la sola attrice ad avere rapporti con i gerarchi fascisti. Basti pensare a Claretta Petacci, la donna di Mussolini, pure se lei - a differenza della sorella Miryam - non fa seriamente cinema ma si limita a poche apparizioni. Le tre attrici simbolo del'epoca sono la Duranti, la Ferida e la Calamai, perché Alida Valli verrà solo in un periodo successivo, e le prime due hanno rapporti tormentati con personaggi legati al fascismo. Doris non ha molti amici nel mondo del cinema, guadagna due milioni a film ma spende molto perché fa una vita da aristocratica a contatto con il bel mondo di Roma. Doris è un'aristocratica che non ama il popolo e i borghesi, per lei l'apparenza è tutto ed è bene tenere le distanza con gli inferiori e con la servitù. "Meglio bere acqua in un bicchiere dorato che champagne in un boccale di stagno", sostiene (3). Doris pensa solo al cinema, non ha un'idea politica ben definita, ma accetta il fascismo come avrebbe accettato qualsiasi altro regime e conosce tra i fascisti persone che frequenta volentieri. Pavolini è un intellettuale, un uomo che lei definisce "intelligente, dolce e disinteressato" (4) che conosce a Livorno durante la lavorazione de Il re si diverte. Doris in quel film gira la famosa scena della danza dei sette veli, per i tempi molto spinta, forse proprio una delle cose che fa innamorare Pavolini. Alessandro e Doris cominciano a frequentare il salotto di casa Ciano, che lei definisce "un uomo raffinato quando dimentica di essere stato un pescivendolo livornese" (5), poi rientrano a Roma e consolidano il loro rapporto. I due innamorati si incontrano tutte le sere a casa di Doris, sul Lungotevere Flaminio, e passano ogni notte insieme. Mussolini è preoccupato di questo amore proibito del gerarca responsabile della cultura e vorrebbe troncare la loro relazione.

"Farei qualsiasi cosa per non rinunciare a lei", risponde Pavolini. E il duce non insiste, pure perché anche lui ha il suo bravo scheletro femminile nell'armadio. Mussolini resta affascinato dalla bellezza di Doris Duranti dopo aver visto la famosa scena dei sette veli e comprende il gerarca. Fatto sta che questo amore tra Doris Duranti e Alessandro Pavolini aiuta a far passare in censura certi film un po' troppo spinti interpretati dalla bella attrice. La Duranti però non sta con Pavolini per interesse, secondo quello che l'attrice sostiene in periodi non sospetti, lui non fa regali perché non è ricco, il solo dono ricorrente sono le orchidee bianche per Natale. Doris è affascinata dalla cultura di Pavolini, che ritiene uomo raffinato e interessante, resta al suo fianco fino in fondo, pure quando sarebbe più comodo mollare tutto e scappare. L'amore tra Doris e Alessandro giunge a un bivio importante alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943. La sera stessa il compagno telefona: "È tutto finito. Ti chiamerò quando posso. Addio", sono le parole preoccupate. Pavolini è in fuga, la Duranti resta sola in balia di chi non le perdona l'amore per un fascista e la polizia perquisisce la sua casa romana. Per giorni i due innamorati non si vedono, poi una signora telefona a Doris per chiedere denaro utile a far espatriare Pavolini in Germania.

L'attrice, per salvare il suo uomo, cede un braccialetto composto da trentadue sterline d'oro e lo fa consegnare a un incaricato che attende presso l'Hotel Ambasciatori. Pavolini parte per la Germania e si mette in salvo solo grazie a lei che un bel giorno sente la sua voce alla radio affermare: "Torneremo presto". A Doris non interessa la sorte del fascismo, tiene solo al suo uomo che ama come il primo giorno. Una mattina in casa sua squilla il telefono e all'altro capo del filo c'è proprio lui, l'amore della sua vita che è tornato a Roma. Pavolini è arrivato nella capitale dopo l'8 settembre grazie all'aiuto dei tedeschi e, come segretario del partito, riprende possesso di Roma a nome della Repubblica Sociale. Pavolini diventa l'uomo più odiato da antifascisti e partigiani, il simbolo del regime che non vuol cadere e che si appoggia sull'invasore tedesco.

Il gerarca va al nord dove il fronte della guerra è più caldo e Doris lo segue prima a Lucca, poi a Firenze infine a Milano dove passa con lui i suoi ultimi giorni. Per la Duranti questo periodo di un anno e mezzo trascorso al nord con Pavolini rappresenta un momento di grandi problemi. Il cognome Duranti è ebreo, pure se l'unico antenato di quella razza risale a molte generazioni prima, ma le SS la arrestano e la fanno spogliare. I tedeschi scambiano tre nei sulla spalla per i segni inequivocabili della sua appartenenza alla religione ebraica. Doris nega e chiede di chiamare Pavolini, ma finisce lo stesso in cella a Santa Verdiana insieme a venti ebrei che piangono come disperati. Per fortuna il suo uomo interviene, risolve l'equivoco e la fa liberare. Successivamente le SS la scortano a Venezia, dove si tenta di far rinascere il cinema fascista, per interpretare una pellicola che non verrà mai ultimata. Doris si sposta da Venezia a Milano, sotto i bombardamenti inclementi, vive uno dei periodi più neri della storia italiana. Pavolini viene ferito a Maderno e lei vuole starle accanto anche durante la fuga in Valtellina. Doris si ritrova a Como con un fucile in braccio che non sa usare e vicino a lei ci sono anche la Ferida e Osvaldo Valenti, due persone che hanno poco a che vedere con il fascismo. Valenti è un drogato, un mitomane avventuriero che fa innamorare la Ferida e si getta in una sconsiderata avventura finale che coinvolge la bella attrice. La droga in quel periodo circola molto a Cinecittà, la Ferida è un'ingenua ragazza di campagna che si fa irretire da Valenti e si perde nei giri di cocaina che consuma in grande quantità. La Duranti invece è un'aristocratica e non cede mai alle lusinghe della droga. Doris si trova a Como quando viene a sapere di essere nella lista nera dei comunisti e che i partigiani la stanno cercando per eliminarla. La bella attrice allora prende contatto con un uomo di cinema svizzero che le organizza la fuga quattro giorni prima della cattura di Mussolini e della sua fucilazione. Pavolini e Mussolini vengono catturati dai partigiani mentre tentano anche loro di fuggire verso la Svizzera, quindi sono fucilati e appesi per i piedi a piazzale Loreto. Doris Duranti vede il suo amante pochi giorni prima che accada l'irreparabile e ottiene un passaporto falso con il nome di Dora Pratesi. Il merito è dello svizzero che per diecimila dollari la fa espatriare e ricoverare in una clinica del suo paese. Sono diciotto ore di marcia per passare il confine insieme a uno zio che subisce pure un attacco di cuore, ma alla fine ce la fanno e alle tre del mattino si trovano a Lugano. La bella orchidea nera viene ricoverata nella clinica Moncucco dove un infermiere la riconosce come la famosa attrice amante del gerarca. La polizia svizzera arresta sia lei che lo zio e per la bella Doris è ancora una volta galera, mentre dall'Italia giungono le notizie delle terribili fucilazioni. La polizia svizzera si prepara a far espatriare l'attrice e allora lei si taglia le vene, non sappiamo se per la disperazione quando apprende della morte di Alessandro oppure per un freddo calcolo. Doris viene internata in manicomio e ha la fortuna che il capitano della polizia svizzera, Luciano Pagani, si innamora di lei.

Insieme organizzano una vera e propria messinscena con una finta estradizione in Italia, ma alla fine la Duranti viene di nuovo accolta in territorio svizzero. Pochi giorni dopo l'attrice si unisce in matrimonio con il capitano Pagani, solo per diventare cittadina svizzera e non avere più fastidi dal nuovo governo italiano. I due si sposano in gran segreto, a Campione d'Italia, con le pubblicazioni affisse solo per poco tempo e la Duranti si presenta in chiesa dopo essersi nascosta nel bagagliaio di un auto e avvolta nei tappeti come Cleopatra. Doris non ama né quel noioso marito svizzero, né quella terra troppo ordinata e precisa che definisce "tutta formaggi e orologi", si diverte a contraddire il marito preciso e conformista persino sull'ora che segna il suo orologio (6). Il matrimonio d'interesse dura solo un anno, pure se lei serba eterna riconoscenza a quell'uomo. Luciano Pagani non vorrebbe concedere il divorzio ma alla fine si piega al volere della bella attrice che gli dice: "Tu nel 1945 mi hai salvato la vita, ma io ho pagato la mia testa con un'altra cosa. Uno come te non avrebbe mai potuto sperare di portare a letto Doris Duranti". L'orchidea nera fugge in America, ha una breve relazione con Mario Ferretti, poi la troviamo in Argentina, Venezuela, Cuba e infine Santo Domingo, dove si lascia andare ai malinconici ricordi di una vita da star. Nel dopoguerra torna sporadicamente sul grande schermo ma non ottiene il successo di un tempo, sostiene di vivere bene ai tropici, pure se di tanto in tanto torna a Roma dove c'è sempre qualcuno che si ricorda di lei. Doris Duranti in una delle sue ultime interviste rilasciate alla stampa italiana sostiene che Roma è troppo cambiata e che lei non ce la farebbe più a vivere in una città così diversa da come l'ha lasciata. Le sue idee politiche sono sempre confuse, giustifica il sanguinario dittatore dominicano Trujillo e sostiene che "la democrazia non esiste perché chi comanda fa fuori i suoi nemici, basta guardare Fidel Castro cosa ha fatto a Cuba". Nel 1995 l'ex orchidea nera si spegne per sempre a Santo Domingo (7).

Note

(1) Intervista di Enzo Magrì a Doris Duranti - "Doris Duranti - il primo seno nudo del cinema italiano" da "L'Europeo" del 22 novembre 1973

(2) Ibidem - intervista citata

(3) Ibidem - intervista citata

(4) Ibidem - intervista citata

(5) Ibidem - intervista citata

(6) Ibidem - intervista citata

(7) Ibidem - intervista citata

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Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

26 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

Abbiamo avvicinato lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi per avere un’opinione su Duccio Tessari, il parere di un uomo che ha lavorato spesso con il regista genovese.

“L’ultima volta che ho lavorato con Tessari fu sul finire del 1985 per la serie TV Caccia al ladro d’autore, per l’episodio Il ratto di Proserpina. C’era una scena dove un elicottero rubava il famoso gruppo marmoreo dalla galleria Borghese e lo portava attraverso il cielo di Roma. La copia era fatta bene, in gesso, leggera, ma il passaggio sollevò denunce ai carabinieri e allarme. Molti credettero che fosse il vero gruppo del Bernini a volar via da Roma. Ridemmo molto e fu l’ultima volta che risi con Duccio. L’avevo incontrato per la prima volta verso la metà degli anni Sessanta, scapolo e bohemien. Era un uomo scanzonato e affascinante. Come mi strinse la mano mi confessò che, anni addietro, per bisogni alimentari, aveva venduto un copione intitolato Semiramide dopo aver strappato la prima pagina su cui c’era scritto il mio nome. Io non ricordavo neppure di averlo scritto quel copione, probabilmente un reperto degli anni in cui scrivevo scrivevo scrivevo nella speranza, di solito vana, di vendere qualcosa per vivere. Mi disse che gli avevano dato cinque milioni, di lire ovviamente. Mi congratulai con lui. Duccio aveva un senso ironico della vita e un’intelligenza acuta. Amava vestirsi da dandy e ordinava dozzine di vestiti da grandi sarti che poi non poteva pagare. Una volta ebbi la fortuna di assistere a una scena davvero divertente. Un sarto creditore si era fatto petulante ed esigeva di essere pagato. Duccio lo guardò come un nobile può guardare un misero plebeo e gli rispose: Vede, signore - calcando ironico sulla parola - io ogni anno a Natale metto i nomi dei miei creditori in un cappello e ne estraggo uno a sorte che pago. Lei quest’anno non sarà nel cappello. Nel 1974, su istigazione di Luciano Martino, scrissi per lui, e solo con lui, (spesso spuntano strani nomi di collaboratori mai visti!) un film dal titolo L’uomo senza memoria (nel mondo anglosassone distribuito col titolo Puzzle). Ora quell’uomo sono io perché non ricordo quasi nulla di quella storia. Mi vengono in mente alcune scene, come quella dei fiammiferi lanciati contro una Senta Berger inzuppata di benzina, sempre lei con una sega elettrica che affetta qualcuno e uno splendido Luc Merenda nel pieno delle sue attrattive fisiche. Ho incontrato pochi giorni fa Luc Merenda a Stracult la trasmissione di Marco Giusti e l’ho trovato ancora in splendida forma: anche lui ha un buon ricordo di Duccio Tessari, uno dei tanti nostri registi troppo intelligente per prendersi davvero sul serio e impegnarsi in grandi film. Chiunque abbia avuto la fortuna di lavorare con Duccio ne ha un vivo divertente ricordo. Forse tranne i suoi sarti”.

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