Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.
Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.
Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.
Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.
Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.
Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.
Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.
The coastal area between Pisa and Livorno had already been discovered by Hollywood in the 1920s, so much so that in the 20th some scenes of Ben Hur were shot at Molo Novo.
In 1933 the Autonomous institution Tirrenia built the Tirrenia Film factories based on Antonio Valente's design. The following year Giovacchino Forzano takes over the structure, which stands in a reptile and mosquito swamp, where there is only a fort of the Guardia di Finanza called Mezzaspiaggia. He rearranged it with 500 thousand lire, the result of the sharing of the Agnelli family and Persichetti, later founder of a dubbing house, transformed it into the Pisorno factories, so-called because they are equidistant between Pisa and Livorno.
Forzano is an author of theater, librettist of Gianni Schicchi, theatrical and cinematographic director and he stages many of his own works but he is above all a friend and collaborator of Mussolini, who already strongly wanted Tirrenia as a pearl of fascist architecture and seaside delights. The factories must also serve to produce propaganda and attract consensus.
It is no coincidence that one of the first films shot was, significantly, "Black shirt".
The sea, the long beach of fine sand, the rivers, the pine forests and the hills make the area attractive to Americans as the ideal location for many films, and the factories occupy 500,000 square meters. In its period of splendor, Pisorno becomes the first capital of cinema, even before Cinecittà, actors of the caliber of Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman recite it. Klaus Kinski, Philippe Noiret, the complete de Filippo family, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi and, of course, Doris Duranti, directed by renowned directors such as de Sica, Blasetti, Ferreri. Tirrenia also shines with reflected light, thanks to the stars who sunbathe in swimsuit the coast.
The Taviani and Monicelli brothers take their first steps in the Tirrenia studios. Sciuscià (from 46) directed by de Sica, is played by many non-leading actors taken on the Labronic streets. A school of technicians, sound engineers, make-up artists was formed here, then absorbed by Cinecittà.
During the Second World War, the studios were requisitioned by the Americans who turned them into warehouses, up to 48. In 61 they were bought by Carlo Ponti but the costs were high and the venture was already concluded in 69; Ponti leaves, Rai refuses the purchase, the studios close their doors and die slowly.
Il ponce al rumme
Gastone Biondi. Storia e segreti del ponce al rumme
Ermanno Volterrani
Debatte editore, 2012
Lo scrittore Ermanno Volterrani - noto in ambiente livornese soprattutto per la sua rivalutazione del vernacolo in raccolte di poesie come La mia amica triglia, ma autore anche di testi in italiano, fra cui spicca il commosso racconto delle vicende vissute dal padre durante la guerra in Albania - presenta la biografia romanzata di Gastone Biondi.
Hanno collaborato alla stesura del testo la figlia di Gastone, Caterina, e Otello Chelli, figura di spicco della cultura e tradizione livornese, che ha scritto la prefazione del libro.
Gastone Biondi era il proprietario della famosa fabbrica di liquori Vittori che produceva, e ancora produce – anche se adesso è stata rilevata dall’Arkaffè – il rum fantasia, lo speciale ingrediente per la preparazione del ponce al rum, anzi, al “rumme”, non confondiamo per carità!
Le origini della bevanda sono incerte, la leggenda vuole che nel seicento alcune balle di caffè, provenienti da una nave saracena deviata dai cavalieri di Santo Stefano, si confondessero con barili di rum. La mistura, invece di rovinare entrambi gli elementi, li esaltò. In realtà pare che l’ammiraglio Edward Vernon, della marina inglese, per evitare l’ubriachezza dei suoi uomini, ordinasse loro di annacquare il rum ed essi, per obbedire, lo bevessero col tè, creando la base per il grog. I livornesi sostituirono il tè col più reperibile ed economico caffè, mantenendo la tradizione “della vela”, la fettina di limone a cavallo del bicchiere, spesso utilizzata per igienizzarne il bordo ma poi, ahimè, lasciata cadere nella mistura, con l’idea che “quel che non ammazza ingrassa.”
Il ponce bollente va bevuto nel gottino, il bicchiere di vetro, tenendolo fra due dita per il fondo spesso, altrimenti ci si ustiona. Insomma, come ci spiega Ermanno, va preso per i fondelli.
Il nome deriva dall’inglese punch che, a sua volta, risale all’hindi pancha, cioè cinque, come cinque sono gli ingredienti della bevanda.
Il ponce, inglese come il rum e arabo come il caffè, era la bevanda prediletta prima della guerra, metafora stessa della livornesità, incrocio d’identità in questa città meticcia, fusione d’ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro. Non c’era giorno che i livornesi non bevessero almeno una volta il ponce che è sempre stato parte della loro tradizione.
Nelle cronache del settecento e dell’ottocento (ci spiega Otello Chelli) c’era una vera e propria corsa a creare il ponce migliore e i produttori vi mettevano dentro di tutto, dal caramello ai grani di pepe. I bar erano luoghi di aggregazione per il popolo, dove si discuteva e si familiarizzava ed anche salotti intellettuali. Vi passavano il tempo Francesco Domenico Guerrazzi e Angelica Palli, Fattori, Natali, Modigliani, soprattutto nel celeberrimo caffè Bardi.
Il ponce è citato nell’Artusi come degno accompagnamento del cacciucco, si dice che abbia fatto venire i lucciconi addirittura al rude Buffalo Bill, e il Carducci così ne scrive:
"Di nero ponce bevemmo e con saper profondo, non lasciammo giammai tazza o bicchiero senza vedere il fondo."
Livorno era la città dei cento teatri, ma anche dei cento e ventitrè bar, sono stati i labronici a costruire le prime macchine per il caffè, che, a quei tempi, erano torri di rame lucente. “Nella sola Venezia”, ci dice Otello, “ai miei tempi si trovavano diciassette fiaschetterie e la bevanda d’elezione, dopo il vino Sammontana, era, ovviamente, il ponce, capace di stimolare quello spirito livornese, quel motto salace, quella battuta fulminea che oggi si sta perdendo e stemperando.”
In piazza Vittorio Emanuele c’era un bar, detto “Il Diacciaio” perché si trovava di fronte a un albergo freddissimo, che vendeva il ponce peciato, cioè annerito da un pizzico di pece. In piazza Cavallotti nessuno rinunciava alla mattutina “persiana” – acqua fredda, menta e anice - per smaltire le sbornie della sera precedente, poi, già alle dieci, per accompagnare un pezzo di schiacciata col prosciutto o la mortadella, niente di meglio che il primo ponce, per passare subito a quello digestivo del dopopranzo e agli immancabili ponci notturni .
Negli anni cinquanta, però, il ponce era decaduto ed è stato proprio Gastone Biondi a riportarlo ai fasti di un tempo.
È con la voce rotta dall’emozione che la figlia Caterina racconta come il libro sia nato per caso. Dieci anni dopo la morte del padre, ha riaperto due scatole, trovandovi dentro un mondo di ricordi che l’hanno riportata a quando, bambina, giocava nella fabbrica del babbo, assorbendo odori, assimilando voci, giocando con le vecchie fatture insieme alle amichette, finché quel gioco si è trasformato in passione e mestiere anche per lei che ha lavorato per tanto tempo gomito a gomito col padre.
Gastone Biondi è rimasto orfano a nove anni, ha studiato e lavorato fino a iscriversi all’università e trovare posto in banca. Ma l’incontro con la moglie, i cui parenti possedevano la fabbrica dei liquori, è stato fatale, perché fu amore in entrambi i casi, fino a fargli lasciare l’appetibile lavoro di bancario per occuparsi a tempo pieno della fabbrica, nata nel 1929 e che lui ha rilevato negli anni cinquanta, trasformandola in ditta Vittori di Biondi.
A Livorno, in quegli tempi, la concorrenza era tanta, c’erano venti distillerie e cominciavano a imporsi i liquori di marca, ma Gastone ha puntato sulla qualità, sugli ingredienti migliori per la produzione del suo rum fantasia. “Veniva”, racconta la figlia, “dal vecchio Gigi Civili con i campioncini del liquore per farlo testare.” Ne ha voluto ridefinire l’identità livornese anche tramite le etichette.
Otello Chelli ci racconta di aver conosciuto il Vittori quando, con la famiglia, dopo la deportazione, era “ospite” di una colonia adattata a campo profughi. Qui il giovane Otello trafficava con gli americani che chiedevano gin e lui lo comprava nella distilleria Vittori, riuscendo così a mantenere tutta la famiglia. Ha poi avuto molti contatti anche con Gastone Biondi.
Per concludere, riportiamo una poesia di Ermanno, l’autore del libro, che contiene la ricetta della gloriosa mistura labronica.
‘R ponce alla livornese, un lo sai fa’?
Un ti preoccupa’, t’insegno io!
Prendi ‘n bicchiere,
un po’ più grosso di velli da caffé,
basta ‘he c’abbi ‘r fondo bello doppio:
per un bruciassi ‘ diti,
‘r ponce, è risaputo,
va bevuto prendendolo dar fondo,
insomma…
va preso per ir culo.
Per benino scardi ‘r bicchiere ‘or vapore,
un cucchiaino di zucchero… abbondante,
‘na scorza di limone fa da vela
e rumme, Fantasia, nun ti sbaglia’,
‘r Bacardi e ‘r Pampero un vanno bene!
Ci vole la bevanda der Vittori,
l’intruglio ‘he ‘r ragionier Gastone ‘r Biondi
ha ‘nventato un fottio di tempo fa.
Dunque, torniamo a bomba:
di novo scardi ‘r rumme finché bolle
e ner finale,
riempi ‘r bicchierino di ‘affé,
di vello forte a bestia!
Se poi pensi ‘he t’aggradi,
l’ingredienti poi adatta’ ar gusto personale,
mischiando sassolino o cognacche Tre Stelle
e ‘r resurtato ‘ambia po’o o nulla:
a garganella l’aromati’o ponce
ir gargarozzo ti solleti’erà.
UOMINI IN GUERRA di Andreas Latzko
Uomini in guerra è un insieme di episodi con protagonisti diversi, tutti posti davanti all'orrore del primo conflitto mondiale. L'autore, nato in una famiglia ebrea a Budapest nel 1876, pubblicò in forma anonima il libro già durante la guerra, nel 1917, mentre era convalescente in Svizzera dopo aver combattuto sull'Isonzo con la divisa asburgica. I suoi scritti, apprezzati da Karl Kraus, saranno banditi dalla Germania nazista; costretto a emigrare, morirà povero a New York nel 1943.
È impressionante soprattutto l’episodio ambientato in prima linea, sul fronte italiano; in esso si sviluppa un duro contrasto tra il maturo capitano Marschner e l’aitante sottotenente Weixler. Quest'ultimo crede nella guerra e nel suo ruolo di comando; redarguisce gli uomini più che spronarli, li considera dei vili da disciplinare col pugno di ferro, spara ai nemici feriti perché a casa ci sono già abbastanza affamati senza aggiungere a essi i prigionieri. Chiama i soldati “materiale umano”, propone punizioni per chi mostra paura sotto il fuoco nemico, si muove in trincea con calma e autorità, “leggero come l’organizzatore di un ballo”, di contro all’apprensione angosciosa del suo superiore. Il capitano invece pensa alla sua famiglia e vede nei soldati dei figli da custodire.
La dialettica tra i due cresce mentre ci si avvicina all'epilogo drammatico; è un contrasto raccontato attraverso la viva interiorità di Marschner che soffre, si nasconde per non vedere i soldati morire e per non dover dare ordini, mostrando un'attitudine imbelle e non adatta al comando. La rabbia repressa del sottotenente, la sua smania di combattere, i suoi toni glaciali sconcertano, ma Marschner riconosce che il giovane fa funzionare bene la compagnia perché mette in soggezione gli uomini. La sua rigida efficienza è necessaria.
Il capitano, all'opposto, non è ancora stato impoverito come persona dagli orrori della guerra e questo lo indebolisce, togliendogli capacità di decisione e forza; brilla per umanità e sensibilità che risaltano di fronte alla freddezza del sottotenente. Restano comunque degli aspetti che rendono il dualismo non banale.
L'interrogativo che in effetti emerge è quello riguardante il fatto che forse non tutti possono fare la guerra ed essere utili in prima linea. Il padre di famiglia sembra fuori posto; Weixler, pur spietato, è nel suo elemento, combatte e lo fa bene. Pur reo di molti eccessi, è più necessario del superiore, perché ha sposato la brutalità della guerra e si muove di conseguenza. Il barbaro conflitto in corso richiede bestie più che uomini. La ferocia domina. In un mondo di violenza senza pietà, gli uomini devono stare a casa e lasciare posto alle belve.
Sapore di cozze
Ricetta di
Marcello de Santis
Ingredienti:
. cozze
. un peperone
. un gambo di sedano
. mollica di pane bianco (non pagnotta)
. latte
. pan grattato
. origano
. parmigiano
. olio sale q.b.
. pepe o peperoncino ( a chi piace)
per il sugo:
. aglio (no spicchio)
. olio q.b.
. sale q.b.
. passata di pomodoro
. acqua di cottura delle cozze
. vino rosso
Preparazione
Lavare accuratamente le cozze e porle in casseruola con un filo d'olio, metterle sul fuoco per il tempo necessario affinché si aprano. Quindi lavorare a mano, togliendo il frutto carnoso, e facendo attenzione a mantenere le valve legate l'una all'altra.
Intanto avrete messo dentro un recipiente il latte, e in esso la mollica di pane bianco ad ammollarsi.
In un tegame versare un filo olio; in esso porre lo spicchio d'aglio schiacciato o meno, e, dopo poco, versare la passata di pomodoro; aggiungere sale e pepe (o a chi piace del peperoncino), un poco di acqua di cottura delle cozze e mezzo bicchiere di vino. Lasciare bollire.
Tagliare a dadini mezzo peperone e mezzo gambo di sedano e grattugiare il parmigiano.
In una piccola insalatiera mettere dunque le cozze, il pane bagnato e strizzato, il parmigiano, il peperone e il sedano a dadini e spruzzare con un po' di origano e di pangrattato.
Mescolare aiutandosi con un filo d'olio fino ad ottenere un composto denso.
Quindi versare il tutto in un frullatore e metterlo in azione per una trentina di secondi.
Rimettere il frullato nell'insalatiera e cominciare a riempire con esso i gusci delle cozze, una valva per volta, e richiuderla con l'altra. E così con tutte.
Quando il sugo si è ritirato ed è quindi consistente, versarlo in una larga padella; adagiare dentro di esso le cozze così chiuse e farle cuocere, coperte, per appena cinque minuti.
Servire calde.
Gianluigi Zuddas
Gianluigi Zuddas è nato a Carpi nel 1943 ma si è trasferito molto presto a Livorno, dove il padre era sottufficiale di marina. Ha lavorato come meccanico e tecnico di radiologia prima di iniziare a scrivere fantasy e fantascienza.
Ha scritto numerosi racconti e alcuni romanzi, fra i quali i più famosi sono Amazon (1979), I pirati del tempo (1980), Balthis l’avventuriera (1983), Le amazzoni del sud (1983), Stella di Gondwana (1983), Le Armi della Lupa, (1989). Dopo l’89 ha però diradato l’attività di scrittura per dedicarsi alla traduzione.
Ha vinto il premio Italia con il suo primo romanzo Amazon e il Premio Tolkien, istituito dalla casa editrice Solfanelli, nel 1980, ha pubblicato poi con l’Editrice Nord e la Fanucci.
Considera fantascienza e fantasy campi nei quali, oltre alle emozioni, si può liberare la fantasia. È affascinato dal passato dell’umanità, da quelli che definisce “i buchi” della storia, dove può essere accaduto di tutto ed ambienta le sue storie in un lontanissimo passato o in un distante futuro. I suoi personaggi principali sono di solito donne, in particolare Amazzoni, guerriere, intraprendenti, vagamente omosessuali, nate dalle letture femministe degli anni settanta, ma anche ragazze allegre, che amano viaggiare, spostarsi e hanno una propensione a cacciarsi nei guai. Esempi sono Thalli, de Le Armi della lupa, e la dodicenne Balthis dell’omonimo romanzo.
Nei suoi libri tutto tende ad avere una spiegazione razionale, la magia è sostituita dalla scienza, i personaggi si muovono in una sorta di nuovo Medio Evo, dove nei musei o nelle cantine giacciono reperti di un’antica tecnologia raffinatissima ma ormai dimenticata e considerata stregoneria. Si può quindi parlare quasi più di science fantasy che di heroic fantasy. Nella sua narrazione ritroviamo numerosi topoi della space opera classica, dal computer onnisciente che ricorda Hal 9000, ai mezzi spaziali chilometrici stile Guerre Stellari, alle armature che sembrano Ufo Robot.
La costruzione dei suoi romanzi si basa su episodi staccati e conclusi, un capitolo per ogni episodio, lo stile è venato d’ironia e di umorismo, in questo l’anima livornese si avverte, laddove, generalmente - almeno nel fantasy prima maniera – l’umorismo è evitato perché può far scadere la tensione narrativa. Ed è labronico anche quello spirito “anarcoide” che tende a rifiutare ogni forma di potere sempre considerato malvagio e oppressivo.
Come ci spiega Gianfranco de Turris ne l’introduzione a Le Armi della Lupa, “la straripante fantasia di Zuddas sembrerebbe appositamente tagliata per l’opera lunga”: troppa è la facilità della sua immaginazione, troppo completo il modo in cui s’immerge nel mondo secondario della sua sub-creazione, troppo vivi i suoi protagonisti.”.
La terminologia qui usata da de Turris è tolkieniana, anche se Zuddas non ama l’autore di Oxford. Eppure, sempre a detta di de Turris, “Zuddas è forse il più tolkieniano dei nostri autori di heroic fantasy: perché è quello che […] ha saputo dare più realtà al suo mondo immaginario, più spessore ai suoi protagonisti […] ed ha saputo più sprofondarsi, annullarsi in esso.”
Riferimenti
Intervista di Pino Cottogni a Gianluigi Zuddas sul sito www.fantasymagazine.it
Gianfranco de Turris , “Zuddas: Le Armi della Lupa”, Dimensione Cosmica, Anno V, n° 15
La vestale Cossinia
Pubblicai sul mio foglio, qualche tempo fa, alcune immagini del castello di Tivoli, la Rocca Pia. Tra i tanti amici che videro le foto e la breve storia di essa, qualcuno mi chiese di far conoscere qualche altra cosa del mio paese. Mi ripromisi di parlare della vestale Cossinia, sconosciuta ai più, e forse anche a molti dei miei concittadini. Ecco, ve ne parlo adesso.
Partiamo dalla tomba. C'è un cimelio sulle rive del fiume Aniene, e precisamente sulla sponda destra, che viene fatto risalire al secolo II-III d.C. E' un semplice basamento su cinque gradini sul quale si erge questo cippo funerario. Dietro c'è un altro piedistallo, se così possiamo chiamarlo, questo è formato da soli tre gradini e pare che sotto di esso siano stati rinvenuti i resti della vestale Cossinia con a fianco una bambolina snodabile, in avorio. Il rinvenimento avvenne nell'anno 1929, durante lavori di potenziamento dell'argine che era sottoposto a continui franamenti della scarpata, impraticabile allora.
Qualche giorno fa ho deciso di andare a far visita al monumento e, per farlo, ho attraversato il Ponte della Pace che scavalca il fiume Aniene nei pressi dell'Ospedale. Passato il fiume, si sale per una stradina ammattonata fra alte canne di fiume sulla sinistra e piante sulla destra; qui a suo tempo l'amministrazione sistemò due o tre panchine in ferro (i sostegni laterali) e toghe di legno (a costituire la panchina) ma queste oggi, grazie al vandalismo di qualcuno, sono ridotte ai minimi termini, vale a dire ci sono solo i sostegni in ferro, ché le toghe sono state divelte e chissà che fine hanno fatto. Non è proprio un belvedere. Senza contare che le erbacce stanno invadendo il breve tratto di strada in salita e tra poco si dovrà tagliare con il machete se si vuole salire al piazzale della Stazione dei treni. Giunti qui sopra si deve camminare nel senso che va verso il centro, circa un centinaio di metri, per poi scendere per un'altra decina di metri e giungere al cippo.
Ho percorso questo breve tratto sotto un sole splendido ma il cuore mi si è ristretto nel constatare che anche qui - sul largo marciapiede che guarda il fiume - le quattro/cinque panchine di travertino sono state devastate, distrutte dallo scempio attuato da bipedi che nottetempo, dopo il lavoro eroico, hanno perfino imbrattato i pezzi rimasti, uno sconcio mostruoso, da me segnalato molto tempo fa a chi di dovere, ma da allora niente si è fatto. Il decoro della città, o meglio, di questo paesucolo (mi dispiace molto definirlo tale, ma purtroppo non è molto di più di questo, un paesucolo, per il menefreghismo e l'ignoranza di tutti) non importa a nessuno, tantomeno alle autorità costituite, amen. Voi - amici che mi leggete - cercate di gustarvi "solo" la storia del monumento, ché le mie lamentele sono rivolte ad altri, lo avrete capito; ma ho il dovere di farle.
Eccomi arrivato: il cancello è aperto ma se non lo fosse sarebbe la stessa cosa, ché di lato si può " trasire" e scendere senza colpo ferire. E allora scendo i cinque o sei larghissimi gradoni; ed ecco apparirmi il monumento funebre.
Le facce del monumento sono ignominiosamente scarabocchiate e deturpate da sedicenti scrittori della domenica con ghirigori illeggibili, a colori nero e rosso, di vernice o pennarello o chissà che cosa. Bravi ragazzi!!!! Tornate presto a finire il vostro lavoro letterario, anche sulla faccia che avete dimenticato di sporcare!!!
Veniamo al monumento: in un tondo fatto di foglie di quercia a rilievo, c'è scritto alla vergine vestale Cossinia e sotto c'è il nome di chi ha fatto la dedica: il parente o il padre: Lucio Cossinio Eletto. La facciata posteriore invece riporta:
"Qui giace e riposa la Vergine,
per mano del popolo trasportata,
poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta.
Luogo concesso per decreto del Senato".
Il tutto in latino, chiaramente.
Ecco la scritta come appare:
V(irgini) V(estali)
Cossiniae
L(ucii)f(iliae),
alla vergine vestale
Cossinia,
figlia di Lucio
sotto c'è il nome del parente (il padre?) come detto: L. Cossinius Electus.
Nella faccia del retro appare questo scritto:
Undecies senis quod Vestae paruit annis,
hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.
L(ocus) d(atus) s(enatus) c(onsulto)
che tradotto, alla lettera, significa:
dopo undici volte gli anni che ha svolto il servizio per la dea Vesta
qui sepolta, la vergine, dal popolo trasportata a mano, riposa.
luogo donato con senatoconsulto (decreto del senato)
Eccola dunque la storia di questa eroica fanciulla che dedicò tutta la vita a tenere acceso il fuoco della dea Vesta nel tempio a lei dedicato a Tivoli; tempio che si può vedere ancora in tutta la sua superba maestà ergersi su uno spuntone di roccia che dà su un immensa voragine di piante e di verde.
Dunque: Cossinia viene destinata - quando ha solo meno di una decina d'anni, forse sei o sette appena - a servire al tempio di Vesta a Tivoli. Come tutte le sue compagne svolge il suo servizio con competenza e dedizione.
Le vestali all'epoca si dovevano impegnare a non lasciare il compito sacerdotale se non al compimento dei trent'anni. Ma Cossinia, allo scadere del tempo, non abbandonò, continuò il suo impegno fino alla morte che avvenne alla bella età di 75 anni. E i versi incisi sul travertino del cippo dicono proprio questo: undecies senis anni, servì la dea per ben 66 anni. (Obbedi a Vesta undici volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio).
Restò a curare il fuoco sacro alla dea, che non si spegnesse mai. Quando morì, alla veneranda età di 75 anni, il populus tiburtinus volle tributarle onori grandissimi e indimenticabili. Una moltitudine di gente accompagnò la vergine vestale a riposare in pace sulla sponda del fiume Aniene. Qui fu sepolta e, davanti alla tomba, a perenne ricordo, fu elevato il cippo che vediamo.
Con essa, e accanto a essa, fu posta una bambolina dagli arti snodabili, fatta di avorio, con la quale Cossinia giocava da fanciulla, ma che non lasciò mai, andando contro la tradizione e l'usanza in auge a quei tempi. Infatti, era costume che le giovani potessero giocare con le proprie bamboline soltanto fino al momento di entrare a far parte di un'altra vita, quella coniugale e, al momento di sposarsi, i loro giocattoli, nel caso la bambola, venivano donati alla dea. La giovane sappiamo che non si sposò, dedicando la vita alla Dea Vesta e mantenne con sé la bambolina, il suo giocattolo preferito.
La bambolina di Cossinia è bellissima, longilinea, ha le giunture snodabili così che la bambina possa muoverle a piacimento, metterla seduta o farla camminare tenendola per le mani. Insomma, la pupa poteva assumere diverse posizioni. Aveva anche un corredo, come si usa ancora oggi, ad esempio con le famose Barbie, in un cofanetto c'erano gioielli, una collanina a maglia doppia e diversi braccialetti da indossare sia ai polsi che alle caviglie.
Il sito è stato rinvenuto come detto nel 1929 per porre riparo a smottamenti del terreno troppo vicino al fiume. E' stato risistemato nell'anno 1967 grazie all'intervento dell'Azienda di Cura e Turismo della città, che ha realizzato, per permettere di giungere a visitare il monumento, un'ampia scalinata d'accesso in ammattonato. C'era tutt'intorno anche una specie di giardino, ma oggi questo è ridotto a un insieme di erbacce che crescono per ogni dove, ostacolando perfino il passaggio per avvicinarsi al cippo funebre.
Grande è l'incuria, sia di quei pochi, pochissimi - io aggiungerei nulli, e credo di non sbagliare - visitatori che vanno laggiù, sia, soprattutto, delle autorità cittadine che nulla fanno per preservarlo e adeguatamente conservarlo. Purtroppo il sito è fuori mano rispetto al centro urbano, ma non si fa niente per pubblicizzarlo e far sì che i moltissimi visitatori che arrivano annualmente da tutto il mondo, oltre alle nostre ville, visitino anche questo.
Concludo il mio breve saggio con la speranza che le autorità possano "iniziare a vigilare", trovino la maniera, per la conservazione delle nostre - e sono tante - bellezze e antichità.
Mi vergogno un poco a dichiarare che da qualche tempo da noi imperano la barbarie e il vandalismo più duri, che - se non si interverrà presto e nel modo giusto - ridurranno in polvere anche le opere più grandi; si ricordi lo stato di Villa Gregoriana, un gioiello della natura, prima che la gestione fosse affidata al FAI, Fondo Ambiente Italiano, che tutela ben quarantamila metri quadrati di edifici e opere d'arte in tutta Italia, strappati al degrado nel pieno rispetto dell'arte e della natura.
marcello de santis
In giro per il Molise: Fornelli
Le fotografie di Flaviano Testa ci conducono oggi a Fornelli.
Furnièllë in dialetto molisano, è un paese di circa 2500 abitanti che si trova in provincia di Isernia. È arroccato a 500 metri sul livello del mar, in parte su una collina lambita dal torrente Vandra, e in parte sul monte Cervaro, ove supera i 1000 metri.
Di notevole interesse è il nucleo originario dell'abitato, per gli ampi resti dell'antica cinta muraria che attornia il primo assetto urbano, cui si accede tramite una imponente porta principale, un tempo munita di ponte levatoio e di fossato. All'interno vanno segnalati la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo e il Palazzo Vecchio, con elementi che testimoniano ancora l'antico splendore.
Fiore all'occhiello dell'economia paesana è la produzione di un pregiato olio d'oliva, ottenuto ancora con metodi tradizionali, conosciuto e apprezzato per qualità e genuinità.
Fornelli è famosa anche per un triste episodio, avvenuto dopo il voltafaccia dell'8 settembre 1943. L'Italia si era improvvisamente trovata divisa in due dalla linea di difesa “Winterstellung “, che andava dal Tirreno all'Adriatico, comprendendo Montecassino e le vallate dei fiumi Sangro e Volturno, con il nord, dove erano i tedeschi, e il sud, con gli alleati che salivano incontrando strade interrotte, campi minati, inerpicandosi fra le macerie di paesi interamente distrutti dai loro stessi bombardamenti. La popolazione civile inerme e affamata era presa tra due fuochi e si prospettava un duro inverno. A Fornelli la presenza delle truppe germaniche cominciò a farsi pesante dopo la metà di settembre, quando alcune colonne militari in assetto di marcia, per attestarsi in difesa lungo la linea predisposta, si fermavano a Fornelli e nella frazione di Castello in linea con Colli al Volturno. Spesso succedeva che per approvvigionamenti chiedessero o razziassero viveri ai residenti. Nella frazione i contadini vivevano ore di pena e di sofferenza, data la scarsezza del cibo ed erano esasperati per le frequenti requisizioni. Avvenne che un giovane disertore, nascostosi in zona dopo lo scioglimento del suo reparto, con una bomba a mano uccidesse un soldato tedesco ferendone altri due. Ne conseguì la rabbiosa rappresaglia che costò l’impiccagione a cinque inermi cittadini ed al Podestà del tempo, Giuseppe Laurelli. La famiglia Laurelli era molto rispettata in paese per via delle grandi proprietà di cui disponeva, dando lavoro praticamente a tutti. Nel 1921 era divenuto sindaco Giuseppe Laurelli, nato a Fornelli il 5 ottobre 1889. Come sindaco, durante il Fascismo, si diede molto da fare per migliorare la vita dei suoi cittadini: il suo paese fu il primo a essere dotato di illuminazione elettrica, quando nessun comune dell'alta valle del Volturno aveva ancora ricevuto il servizio. Le luci si accesero la sera del 24 giugno 1924, e le campane suonarono a festa in una popolare esultanza di applausi e grida per omaggiare il sindaco davanti al palazzo Laurelli. Egli lasciò poi la sua carica nel 1926 per dedicarsi alla professione di avvocato, impegnò molto del suo tempo nell'azienda di famiglia e per suoi dipendenti, vinse parecchi concorsi agronomici ottenendo la stella al Merito rurale e la medaglia d'oro dell'Esposizione di Spoleto del 1930 per la realizzazione di un modernissimo oleificio. Riconosciuti i suoi meriti , nel 1936 ottenne la carica di Podestà ed era ancora al suo posto durante i fatti di quel tragico 3 ottobre del 1943. Non si spaventò, non si allontanò dal paese, anzi nel suo ruolo mai dismesso di Pater familias, con ogni probabilità si espose troppo verso i tedeschi per opporsi alla spoliazione della sua popolazione o per difendere le persone che erano state rastrellate in previsione della rappresaglia. Una vicenda dai contorni poco chiari , in cui si fecero protagonisti con ogni probabilità odio di classe e invidia. Un fornellese denunciò il Podestà ai tedeschi come antifascista e, quando gli stessi chiesero chi fossero i colpevoli dell'attentato subito, nessuno volle parlare. A pagarne le conseguenze furono alcuni abitanti della frazione in cui era avvenuto l'omicidio del soldato tedesco e il podestà Laurelli.
Una triste storia di guerra, fame, disperazione e sopravvivenza che ogni anno viene ricordata a Fornelli e per la quale il Podestà ricevette dal Presidente della Repubblica nel 1971 una medaglia di bronzo alla memoria.
Tornare a vivere?
Talvolta la divulgazione di libri che trattano della reincarnazione ha portato ad atti sconsiderati da parte di alcune persone che, influenzate dalla possibilità di "tornare a vivere" in una nuova vita, hanno voluto provare.
E' il caso di quel tale
RICHARD SWINK
Un ragazzo di appena 19 anni che faceva il rivenditore di giornali; era l'anno 1956, il fatto avvenne in Oklahoma. Richard, avendo letto - appunto - una pubblicazione sulla reincarnazione, si sparò un colpo di pistola e ci rimise la pelle. Il giovane lasciò una lettera nella quale spiegava il suo gesto: voleva provare di persona se, quanto asserito in quelle teorie, rispondesse a verità.
Il libro, che l'aveva spinto a quell'insana decisione, è di un ipnotizzatore di nome Morey Bernstein, nel quale, da scrittore dilettante qual era, aveva descritto, tra l'altro, di un suo esperimento con un soggetto che, messo sotto ipnosi, era stato riportato in un tempo precedente a quello della sua attuale vita, facendo regredire la sua mente negli anni.
Chiaramente, il Bernstein non era uno studioso della materia né uno scienziato ma un artista - possiamo dire - da palcoscenico. Pure si era convinto - nonostante con le sue domande poste al soggetto in stato di sonnambulismo tentasse ad ogni modo di condurre lo stesso a dichiarazioni che potevano apparire come relative a fatti avvenuti in una esistenza precedente - si era convinto, dicevamo, che la reincarnazione esiste davvero, con assoluta sicurezza (ciò che non viene mai affermato dagli studiosi che con coscienza studiano il fenomeno).
Ma allora non si volle dare la colpa al Bernstein, perché, anche se il ragazzo avesse letto un altro trattato qualsiasi sul fenomeno, di tanti che ne erano in circolazione, avrebbe potuto commettere ugualmente il gesto fatale, tanto instabile probabilmente era la sua mente.
Per la cronaca, il soggetto sotto ipnosi regressiva nel libro era una donna di casa, americana, di nome Ruth Simmons; in realtà il suo vero nome era Virginia Tighe, e quello fittizio fu usato dal signor Bernstein quando scrisse il libro che riportava i suoi esperimenti.
VIRGINIA TIGHE
Si era nell'anno 1952 quando l'ipnotizzatore dilettante volle tentare un esperimento con una giovane donna di 29 anni, Virginia Tighe, appunto. L'ha fatta regredire fino alla sua infanzia, poi ha continuato, riportandola ancora più indietro nel tempo fino a farla scivolare in una esistenza precedente. La ragazza ha cominciato a parlare con la voce di una bambina, con un accento irlandese, e ha fatto dichiarazioni strabilianti. Le dichiarazioni sono state raccolte in più sedute ipnotiche. Narrava che: "era stata Bridey Murphy, e faceva la ragioniera, era nativa dell'Irlanda, ed era figlia di gente che coltivava la terra; la sua vita si era svolta nel secolo precedente". Dette anche una data precisa: era nata in un paesino vicino a Cork, in Irlanda, appunto nell'anno 1798; e indicò il giorno: 20 dicembre. La Tighe non era mai stata in Irlanda e non conosceva affatto quella nazione. Pure narrò nei dettagli come era vissuta, quali erano le sue mansioni all'interno della famiglia e dette notizie relative alla sua casa, ai suoi cari, alla campagna dove aveva vissuto.
Si fecero ricerche accurate, successivamente, e i fatti raccontati corrispondevano, anche se non completamente, a quelli reali.
Per tornare al Ian Stevenson, c'è da dire che molti sono stati nel mondo i suoi detrattori, moltissimi hanno messo in dubbio i suoi metodi e conseguentemente i suoi risultati; ma di più quelli che hanno dichiarato il suo lavoro svolto con coscienza e metodo il più scientifico che si potesse applicare al fenomeno.
Ricordiamo alcuni elementi basilari della sua ricerca:
a) il fenomeno si manifesta in bambini che fanno queste dichiarazioni quando sono in età dai due ai quattro anni.
b) essi smettono poco alla volta di raccontare e dimenticano alla età intorno ai sette anni.
c) nelle dichiarazioni nella maggior parte dei casi il bambino narra di essere morto per morte violenta o almeno non naturale.
d) ricordano perfettamente e raccontano il momento della morte con particolari che il più delle volte ai controlli risultano esatti.
Ricordiamo inoltre che il professore ha sempre parlato di possibilità di reincarnazione e questo perché non si può dimostrare che alla morte di un soggetto la sua anima torni ad occupare un nuovo corpo. Mancano la prove fisiche.
Vogliamo riportare anche una credenza o convinzione di alcuni studiosi orientali, ma ci limitiamo per ora solo a farvi conoscere questa nozione: esseri umani che muoiono e debbono ancora perfezionarsi, ritornano sotto nuove spoglie, ma non sempre dentro corpi di persone umane. A seconda del comportamento più o meno buono, o più o meno cattivo, tenuto nella vita che vanno a lasciare o hanno lasciato, possono prendere la forma di animali, e talvolta in specie meno evolute o addirittura in specie inferiori. E' la cosiddetta metempiscosi.
Abbiamo detto che l'unica prova obiettiva della reincarnazione avviene solo grazie alle dichiarazioni di soggetti sottoposti a ipnosi regressiva. Oppure alle dichiarazioni spontanee di soggetti che, senza alcun impulso esterno, cominciano a raccontare di esistenze precedenti.
Molti detrattori affermano che queste dichiarazioni possono spiegarsi solo con la possessione o con l'influenza spiritica. Ma tutt'e due le teorie concordano su un solo unico fatto: ambedue riportano ad una ipotesi molto veritiera sulla esistenza di una nuova vita dopo la morte.
Una psichiatra, che ha fatto della regressione ipnotica lo scopo delle sue ricerche, e di conseguenza si è trovata a studiare anche le forme della morte, le conseguenze della stessa e le possibilità di un ritorno in altra vita, è una dottoressa di origine svizzera, ma americana, morta alcuni anni or sono.
Si tratta di Elisabeth Kubler-Ross
Elisabeth Kubler-Ross 1926-2004
Nata a Zurigo, si è trasferita in USA nel 1958 col marito; qui ha svolto la sua attività presso l'Università della Virginia, dopo aver esercitato la sua professione di psichiatra in moltissimi ospedali. Ha al suo attivo una ventina di pubblicazioni scientifiche, la gran parte delle quali proprio sulla morte.
In un libro ha fatto interviste a persone in punto di morte (Interviste con i moribondi, New York, 2001: intervistò circa 200 malati in stato terminale) oltre che ricerche approfondite sulla morte e l'Aldilà (2002) e tanti studi eseguiti su bambini, proprio per verificare ipotesi di ritorno alla nuova vita. Purtroppo ha dovuto troncare le sue ricerche perché nel 1995 ha subito in ictus cerebrale che l'ha costretta su una sedia a rotelle.
Alla fine dei suoi lunghi studi e delle sue innumerevoli accurate ricerche, intervistata sull'argomento, ha concluso così:
"Oggi, sono certa che esista una vita dopo la morte.
E che la nostra morte fisica,
è solamente l'abbandono di questo corpo materiale
che per noi è solo un involucro temporaneo.
L'anima però, ne sono più che convinta,
continua a vivere su un piano diverso."
In seguito alle interviste con le persone in punto di morte, su cosa pensassero ci fosse dopo, se credevano in un aldilà, se avessero avuto sensazioni particolari sulla possibilità di una nuova vita, ecc, poté mettere a punto cinque fasi sulla morte, che riportiamo brevemente.
a) il paziente non vuole (prima) ammettere la sua malattia; (poi) non vuole ammettere, pure se è stato convinto di essere malato, la gravità della stessa; quindi allontana dalle sue convinzioni che dovrà morire.
b) il paziente prova una certa invidia per quelli che gli sono intorno, e sono sani. Per questa sua e loro situazione egli si arrabbia molto. E allora sente fino in fondo la sua sofferenza. Subentra il terrore di essere dimenticato dopo morto mentre la vita dei sani continua tra feste e cose allegre.
c) spera che i medici siano in grado di allontanare il dolore e con esso la fine imminente; o quanto meno vuole assumere con convinzione (e spera anche nel contributo di chi gli sta intorno costantemente, parenti, infermieri, medici) che i medici ritardino il più possibile la sua dipartita.
d) alla fine però la rabbia e la disperazione, ma non ancora la rassegnazione, la fanno da padrone. E subentra una depressione che si fa sempre più pesante.
e) e ai rifiuti sopra descritti subentra definitivamente la stanchezza e una sorte di accettazione del male e della fine imminente. Agogna il sonno, che lo estranei da tutto e da tutti, non vuole né vedere né sentire i parenti che lo circondano, e parlano e aspettano, senza sperare. Più facile è questo momento per le persone anziane, perché alla fine pensano che almeno ci saranno i figli a continuare per lui; più difficile e talvolta inaccettabile invece per i giovani.
Mi scrive un'amica di Facebook:
Ciao Marcello, quello che sto per dirti forse non è proprio inerente alla reincarnazione, ma è di certo un fatto strano.Ti prego: vorrei restare anonima.
Avevo avuto e avevo tuttora problemi pesanti con un familiare, un parente che abitava la mia casa, ossia la casa che io avevo ereditato dai miei genitori.
Una notte, durante il sonno, sento muovere il mio letto, e qualcuno che mi tocca i piedi per svegliarmi. Aprendo gli occhi ho visto la figura sfuocata di un uomo che mi diceva: vai a casa! Io mi sono seduta sulla sponda del letto ma ho avuto la sensazione che continuassi a dormire; eppure la vedevo, quella figura, non riuscivo ad individuare chi fosse; poi ho capito che era mio padre. E ho anche capito che desiderava che io mandassi via da casa quel nostro parente.
Mi sono svegliata, ero spaventata, ma ripensando all'accaduto mi sono detta: devo andarci, lui me lo ha chiesto; devo farlo per lui, per i miei genitori, che per averla, quella casa, hanno fatto enormi sacrifici. La persona che la abitava era un violento, e io avevo paura, molta, ma ho trovato il modo di fargli visita, e di invitarlo a lasciare l'abitazione e andarsene. Ciò che fece.
Dopo qualche giorno, parlandone con alcuni conoscenti, uno di loro mi disse: brava, sei stata fortunata, se non fossi intervenuta, fra qualche mese avresti perso la casa, perché chi la abitava, stava brigando per portartela via.
Devo dire grazie a papà.
Grazie
Grazie a te cara amica, ecco, lo pubblico senza fare il tuo nome. Lo faccio perché potrebbe interessare.
Si parla spesso infatti di entità disincarnate che appaiono o si fanno sentire da parenti viventi, per comunicare, col silenzio, cioè con la sola presenza o con parole a volte a malapena percepite, qualcosa per il nostro bene. C'è che ci crede fermamente e chi invece è scettico su tali manifestazioni; ed è la sorte della nostra materia. Ma va riconosciuto che è qualche cosa che appassiona e lascia pensare.
Zerocalcare, "L'elenco telefonico degli accolli"
L'elenco telefonico degli accolli
Zerocalcare
Bao Publishing - Euro 16,00
Zerocalcare è forse il nome più interessante della letteratura italiana contemporanea. Non sto bestemmiando. Certo, si esprime con il fumetto - per la precisione con la graphic novel - ma i suoi testi sono efficaci e colti, pieni zeppi di citazioni, critici della realtà che viviamo. Non fa mai politica bassa nella sua critica culturale, ma punta in alto, alla critica del costume, stigmatizzando il demone della reperibilità e della incomunicabilità.
Il personaggio principale di Zerocalcare è se stesso, un fumettista che vive alla giornata e rifugge gli impegni, gli accolli, che odia la mondanità e preferisce vivere appartato. Ma in quel se stesso ci siamo tutti noi, c'è la società contemporanea imbarbarita, ci sono le idee impoverite, l'indolenza, l'assenza di motivi validi per cui lottare, il terrore di invecchiare. Zerocalcare manda avanti un blog interessante e - di tanto in tanto - raccoglie le storie in volume, ma scrive pure romanzi a fumetti, dove i personaggi sono uomini e donne della sua vita, la madre, la fidanzata, la sorella, un amico immaginario (Armadillo), che ricorda la tigre di Calvin e Hobbes.
Le vicissitudini sono quelle tipiche di un trentenne di oggi, ma la cosa straordinaria è che risultano condivisibili e interessanti anche per un cinquantacinquenne come me. Zerocalcare non è un fenomeno transitorio, una moda, una creatura del sistema. No davvero. Zerocalcare è un vero scrittore che disegna e lavora quando ha qualcosa da dire. Un po' come facevano Pasolini, Calvino e Moravia, negli anni Settanta. Non scrive libri per cavalcare facili successi a base di commissari panzoni e indagini legate a fatti di cronaca, non ricicla il solito libro da vent'anni a questa parte, cambiando titolo.
I fumetti di Zerocalcare raccontano come siamo diventati. E lo fanno con spietato realismo. Non è un bello spettacolo, certo, ma fa bene condividere quel che ogni giorno pensiamo con un autore geniale e disincantato che raccoglie l'eredità stilistica di Andrea Pazienza, metabolizzandola in un discorso personale. Potete cominciare da questo ultimo volume per conoscere l'opera omnia di Zerocalcare, ma vi consiglio di recuperare tutto, perché lui è il solo scrittore imprescindibile di questi anni bui, di questa notte infinita delle patrie lettere.
Amalia Guglielminetti
AMALIA GUGLIELMINETTI
(1885-1941)
Ricordo con simpatia e conservo ancora il biglietto di Arturo Graf che mi scrisse - alla pubblicazione del mio libro di poesie Le Vergini folli - « la sua ispirazione è viva, schietta, delicata quanto più si possa dire…. Quelle sue figure di fanciulle e donne son cose di tutta gentilezza… »
Caro prof: Arturo Graf, che già si era entusiasmato per la mia opera quando gli avevo mandato in visione il manoscritto, definendo i miei versi "belli e nuovi"!
Fu la raccolta che mi diede importanza, ero ancora giovanissima, quindi l'insperato successo mi fece ancora più piacere; ma qualche anno prima, alla morte di mio padre, avevo già pubblicato un libro di poesie, che gli dedicai: Voci di Giovinezza, versi come dice il titolo che portavano dentro tutta la mia ancora fanciullezza, avevo solo 18 anni.
Perché ho cominciato a parlare di me partendo da queste due raccolte?
Beh, perché oltre ad avermi consacrato poetessa, furono i versi - almeno quelli di Le Vergini folli, il mio "libro galeotto" che mi avvicinò a Guido Gozzano.
Un critico famoso, ricordo, mi definì "un insieme di Gaspara Stampa e Saffo", quale onore! E onestamente non so dire se vide giusto. E pressappoco allo stesso modo mi definì poi Guido. Che ebbe a dire cose belle anche lui, di Le Vergini folli; per esempio mi scrisse, - dandomi del Lei - … ella… egregia Guglielminetti… conduce il lettore attraverso i gironi di quell'inferno luminoso che si chiama verginità…
Io gli avevo fatto dono del libro appena stampato in risposta ad una sua lettera con la quale mi aveva inviato la sua opera di poesia La via del Rifugio.
Così il male durò. Più tentatore d’allora, a tratti, il tuo volto mi abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore, desiderio di te me lo attanaglia.
Si conobbero nel 1906, in un incontro alla Società di Cultura; in quel periodo il poeta non riusciva più a scrivere, perché era tutto preso a selezionare, scegliere, correggere, integrare i suoi scritti per farne una raccolta, e fu preso dalla conoscenza casuale di questa giovane donna dall'aspetto tutto particolare. Tra i due poeti iniziò una lunghissima relazione epistolare che durò alcuni anni (dal 1907, appunto, alla fine del 1910), dapprima lettere in cui si disquisiva sui canoni delle loro poesie, ma ben presto le lettere si trasformarono in lettere d'amore,
Il nostro amore che sarebbe fiorito
con tutti i fiori della primavera torinese!
(così dolce per l’esule che ritorna!)
scriveva la poetessa.
Gozzano si rivolge alla Guglielminetti con un Egregia Signorina, per complimentarsi con lei della bontà delle sue poesie, mentre lei lo appella con un ben più austero Cortese Avvocato, chiedendogli, se fosse possibile, un (primo) incontro, in quella paciosa Torino di inizio secolo (ripetiamo, siamo nel 1907) ancora invischiata nel tepore di una morente primavera.
Il poeta si confida con lei, le confessa la sua malattia e le illustra i suoi timori per essa; e le dice della temporanea lontananza da Torino, sta sulla Riviera Ligure, "sto… in esilio… in solitudine" lontananza obbligata dai medici, per curarsi.
Una lettera tira l'altra, tra schermaglie a volte simpatiche, altre volte dolorose, lei che lo circuisce con richieste assillanti di un incontro, lui che la respinge girando e rigirando sempre intorno alla stessa causa, la malattia. Eppure le fa molti complimenti, per i begli occhi, per la bella bocca, per i bei capelli, per il fascino che ella emana; e tra il serio ed il faceto le dichiara la sua paura di conoscerla, proprio per questo fascino che emanano i suoi occhi da maliarda che potrebbero farlo capitolare.
Passa la primavera, che del resto era già per finire, passa l'estate, tra preoccupazioni da una parte e speranze dall'altra. Il poeta torna a casa, ad Aglié, ma poi la malattia lo porterà ancora fuori, tra andate e ritorni, che potevano apparire alla scrittrice più delle fughe da lei (alternate a ritorni obbligati a casa) che partenze per curarsi. E le lettere si susseguono per anni, dal 1907 appunto, fino al 1910, quando Gozzano decise di porre fine a quella relazione inquieta e turbolenta. Tra i due montagne di lettere; centoventiquattro, per l'esattezza; quelle del poeta sono un terzo del totale; lettere che ambedue conservarono, tra riflessioni e riletture.
"… In uno di questi bei pomeriggi di primo autunno
mi piacerebbe di venirvi a trovare»..."
"… indicarmi… un' ora e un paese qualunque di convegno…"
gli scrive la scrittrice; ma Gozzano tergiversa, non sa decidersi, la paura l'attanaglia; e quando si sbilancia con un quasi sì, lo fa escludendo di incontrala da solo a sola, e soltanto a condizione che sia in casa sua (di lui), e alla presenza di sua madre.
E' mai avvenuto questo incontro a casa del poeta? Non lo sappiamo, sappiamo che ce ne sarà uno a casa della donna, qualche tempo dopo, e in una lettera successiva sappiamo che il poeta ammirò molto … le vostre ciglia… le vostre labbra…
Ci sarà qualche altro appuntamento, dove il poeta non si presenterà, lasciando la scrittrice delusa e - scrive lei: « umiliata, avvilita, annientata »
La donna, che si definiva "scontrosa come un'ortica" e che nella Torino/Belle Epoque del periodo dava scandalo continuamente alla borghesia benpensante che le ruotava attorno, per la trasgressività che la distingueva, per le opere e per i versi delle sue prime pubblicazioni; e più tardi per le storie di eroine sensuali e disinibite, protagoniste dei suoi romanzi: tra ammirazione di molti ma critiche dei più.
Quell'amore impossibile per la mancata volontà di uno dei due, resterà sempre, fino alla fine, un amore platonico che non si trasformò mai in un amore materiale. Perché Amalia era una donna che dimostrava tutta la sua irrequietezza, tutto il suo ardore di ragazza nel pieno della sua femminilità che stava prorompendo impetuosamente, quasi un contrappasso alla educazione ricevuta nell'istituto religioso per ragazze, denominato Fedeli Compagne di Gesù…
Scrisse una poesia che pare proprio ispirata alla figura del "suo" poeta.
Bevvi a piccoli sorsi la menzogna /
come un filtro che induce fantasie /
fascinatrici al cuore di chi sogna. /
In ogni cosa io scoprii malie /
nuove; talvolta perseguii la traccia /
di un dolce incanto per malcerte vie. /
Non riguardai l'ingannatore in faccia /
per non tremar di oscura diffidenza /
nell'amoroso cerchio di sue braccia. /
Quegli blandiva: Niuna sapienza /
che insegni vale un bel gioco che finga. /
E mi versava in cuore una sua essenza /
fatta d'ombra, d'amore e di lusinga. )
(da Le seduzioni)
Erano anni difficili per la donna nella letteratura, i benpensanti della Torino bene di quei primi anni del novecento male accolsero i tentativi in versi di una donna, c'erano pregiudizi molto profondi, e si accentuarono e si accanirono contro di me dopo la pubblicazione della terza raccolta di poesie dal titolo, che dice già tutto, "Le seduzioni", che fecero di me, sulla bocca di tutti, una donna perversa. Sì, è vero, parlavano di me come di una poetessa sensuale, ma io la prendevo sul ridere, non me ne preoccupavo molto anche perché mi inorgogliva che si parlasse di me.Quella società, specialmente quella non letteraria, non poteva accettare che una donna si esprimesse in poesia trattando quegli argomenti scabrosi…
Del resto Amalia si presentava immediatamente come una femmina anticonformista, se teniamo presente la tradizione del tempo a Torino: capelli lunghi, che ella amava acconciare secondo la moda di Parigi, e i vestiti all'ultimo grido della capitale transalpina. A ciò si aggiunga il suo carattere chiuso, e il fatto che non le piaceva frequentare gente, anzi amava essenzialmente la solitudine. Con un carattere "passionale, focoso" in contrapposizione a quello del poeta "cinico e retrivo".
La storia, prima difficile, presto diventa impossibile.
Anche perché Guido era timoroso di questa relazione causata dalla sua malferma salute, malato, di quella forma di tubercolosi manifestatasi fin da bambino, e che lo avrebbe portato alla tomba.
Per contrasto al poeta di Aglié, in Amalia c'era solo voglia di provocare, di cercare e di cogliere in ogni occasione ogni frutto proibito, un carattere nato per scandalizzare con le sue poesie, i suoi drammi, i suoi romanzi, i suoi modi di fare e di presentarsi. Pensate, quando nel 1923 pubblicherà il romanzo Quando avevo un amante, Amalia subì uno dei tanti processi per oltraggio al pudore.
La Guglielminetti ha rincorso il poeta tempestosamente per tutta la durata della loro relazione a distanza, ma nulla poté il vigore di questo suo desiderio dinnanzi all'assenza cercata costantemente da Gozzano, ossessionato dalla paura di una donna decisa a tutto. Amalia non si sposò. Avrebbe volentieri sposato soloGozzano; ma quegli cercava la fuga dalla donna (e dalle donne), qualcuno dirà poi per aridità e impotenza sentimentale. E si fece derivare questa sua paura dalla maledetta malattia ai polmoni che l'afflisse da sempre.
Guido non voleva il suo amore, voleva la sua amicizia. Non voleva il contatto fisico, voleva l'immaginazione. Non voleva un rapporto reale (che lei rincorreva strenuamente, con ogni mezzo), desiderava solo un rapporto ideale. Glielo scrisse anche, in una lunga lettera del novembre del 1907: leggiamone qualche passo:
Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo.
… un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi… … sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, …
… si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena…
… allora io, che avrei le vostre mani nelle mie mani, crederei di sognare, e inconscio, irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso…
… istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio, alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca (il morso è il mio vizio preferito).
Ecco, Guido ci pensava, eccome se ci pensava al rapporto fisico con l'amante ideale, ma la paura (o qualche altra cosa?) lo tratteneva, e si limitava a fantasticare a sognare.
Non voleva soffrire per questo, lei aveva capito questo timore, tanto che gli scrisse: « Non mi sfuggite, Guido, non abbiate paura di me, io non voglio farvi del male »
Scriveva Amalia, ne Le Vergini folli (1907), in un sonetto che poteva ben attagliarsi a se stessa, estroversa, libera e libertina, in un periodo culturale in cui si presentava talvolta ornata di piume di struzzo, con cappellini alla francese e una veletta che le copriva gli occhi di maliarda:
Tu t'abbandoni, o pallida indolente,
nella ricca mollezza de' cuscini,
e in sonnolenta voluttà reclini
le ciglia gravi tediosamente,
quasi un'ebrezza tenue la tua mente
oziosa per strane ombre trascini,
o vélino i tuoi occhi felini
soporiferi aromi d'oriente.
O sei come una bella agile tigre,
che s'allunghi a giacer sotto una palma,
con tue movenze regalmente pigre.
Ma non t'insidia il serpe tentatore,
e tu per scuoter la tua uggiosa calma
ti lasceresti pur suggere il cuore.
Anche nei versi più belli si sente un certo dannunzianesimo, dal quale la scrittrice non seppe mai staccarsi, alla continua ricerca dell'estetismo estremo: e nel portamento, e nelle vesti, e nel suo atteggiarsi, tutto al contrario del crepuscolarismo di cui erano intrise le opere del Gozzano. Nelle sue poesie, poi, sembra quasi specchiarsi l'impossibilità di una unione materiale coll'amato, quell'unione sempre agognata ma mai raggiunta.
Ella lo sente lontano, sfuggente, quasi un nemico.
"… che avete, Guido, contro di me? Vi sento fasciato di freddezza e di ostilità."
Era passato già un anno e il loro rapporto non aveva fatto nessun passo avanti, le solite rincorse di lei, le solite ritirate di lui. In un ennesimo tentativo di appuntamento (galante) la Guglielminetti scrive:
"… voi attendetemi nella piazza del monumento a Vittorio Em. sotto i portici presso l’ufficio postale. Vi raggiungerò verso le cinque. Prenderemo, se credete, una vettura e andremo fuori. Bisogna ch’io vi guardi negli occhi e nel cuore un momento...".
Ma si tratterà ancora un incontro mancato.
… perché mi fate piangere Guido...
… vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tanto lontano.
Gozzano sentiva il bisogno di amare, ma non nella vita reale bensì nella vita di sogno, amare come si immaginava nella fantasia, disegnandosi "in mente" una figura di lei simile a quella signorina cocotte che lo stregò, lui ancora bambino, mentre giocava nel giardino
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia
… un ideale di donna sognata, da quel momento fatato, per sempre; una donna che non dimenticherà mai, e che avrà davanti anche durante la relazione sentimentale con la Amalia Guglielminetti.
Dirà pochi versi appresso nella suddetta poesia, infatti
Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre
Questo amore per Gozzano non fu mai amore, fu piuttosto, come ebbe a definirlo una volta: "fraternità spirituale".
Mi feci le ossa, non lo dimenticherò mai, dentro la redazione della rivista "La donna", ne fui l'anima, ma la gente non apprezzava i miei scritti, già da allora sentivo intorno a me un'atmosfera negativa, per le mie idee nuove, per il mio modo di poetare.
… conobbi Guido, e imparai ad apprezzarlo prima, ad amarlo poi, ma lui…
… ci definivano crepuscolari, ma eravamo poeti nuovi, innamoratissimi della poesia…
… cominciavo ad essere conosciuta anch'io, rare volte però ho frequentato i salotti, preferivo stare sola, ero molto riservata, e ciò non piaceva ai letterati di Torino.
… ci scrivemmo lettere…
« Vi bacerei le mani, le vene dei polsi, vi morderei la nuca. È il morso il mio vizio preferito »
« Guido, ditemi una parola di tenerezza, mentitela pure se non la sentite, cercatela se non l'avete »
Finì anche la relazione sentimentale con il poeta. Ciò che la scrittrice aveva previsto già molto prima, in un sonetto famoso:
Folle è lasciarci, tutti accesi ancora
di desiderio, ancor pronti a godere
di tutto ciò che l'un dell'altro ignora.
La volontà che tiene prigioniere
le nostre giovinezze le flagella,
per farle in solitudine tacere.
Ma più le volge incitatrice a quella
gioia non mai gioita, che la morte
pur ci farebbe nel suo riso bella.
Più dolce sorte è la comune sorte :
darsi con umiltà l'un l'altro, ciechi.
Abbandonarsi al vortice più forte
e dirsi dopo un breve addio, senz'echi.
Morì dunque un amore mai nato. Era dicembre, un dicembre dei più tristi per Amalia; terminava un amore "solo finto" per Guido, molto sofferto e mai raggiunto, per la scrittrice. Il poeta scappa di nuovo in Riviera, e lascia sola l'amata inconsolabile, disfatta.
« Addio, Amalia, senza molta tristezza. Di lungi vi scriverò ancora quando avrò qualche bella notizia della nostra poesia. E voi anche. Ma non parleremo della nostra passione e del nostro passato. La passione è un ingombro al nostro cammino di gloria... ».
Ma lei gli risponde ancora testardamente: « Io non voglio che tu mi sfugga, Guido…poi si arrende: …Guido… mi respingi… mi allontani… pure implorando … qualche segno di bontà in cambio di tutta la mia tenerezza ».
E la parola fine, da parte di lui: … questa è la grande verità. Io non t' ho amata mai...
… io non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l' avidità del desiderio… dichiarando implicitamente, forse, la propria incapacità di amare fisicamente.
Pier Paolo Pasolini, in un saggio di circa quarant'anni dopo, dice di Gozzano: l’essere è un colloquio con se stesso, in cui dibattere il problema della propria impotenza, rendendolo infinitamente complicato per poter avere, insieme, infinite ragioni per giustificarsi…
Intorno al 1914 Amalia si lega sentimentalmente con lo scrittore Pitigrilli. In breve divenne suo amante, ciò che contribuì ad aumentare le voci negative che la circondavano.
Lo stesso Pitigrilli, nella biografia della scrittrice/poetessa (Amalia Guglieminetti, Milano, 1919, D.Segre) ebbe a scrivere:
"i malati di impotentia coeundi dei giornali clericali, i moralisti d'ambo i sessi, i gesuiti con o senza cotta, si scaraventarono contro questa poetessa che non chiudeva le imposte prima d'accendere la veilleuse del suo boudoir".
Il romanzo della Guglielminetti La rivincita del maschio, pubblicato nell'anno 1923 fu ritenuto osceno e contrario alla moralità e favorì ancora di più l'opinione negativa sulla scrittrice.
I due amanti non ebbero vita facile, tutt'altro, ma come tutte le cose anche questo rapporto presto virò verso la fine: tra accuse e controaccuse, denunce e controdenunce, arresti e processi e assoluzioni e condanne dei due scrittori,
Fu un rapporto molto turbolento e tormentato, che la scosse profondamente e alterò i suoi nervi. Finì ricoverata per alcun tempo; fino a che poté tornare alla realtà quotidiana, ma profondamente cambiata: dentro e fuori. Non era più la donna de Le Vergini folli, né quella dei libri di fiabe per bambini che aveva scritto anni prima. Certo, continuò a scrivere: racconti brevi, testi teatrali (che ebbero anche un discreto successo) ma niente era come prima.
Quella Amalia Guglielminetti che visse a lungo nella eterna rincorsa del solo uomo che amò, non c'era più.
Morì a Parigi nel 1941.
marcello de santis
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