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Little Tony

15 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Little Tony

Io ricordo Little Tony in maniera un po' diversa da come siamo abituati a vederlo e sentirlo, cioè pieno di vestiti hard con lustrini e frange, alla Elvis.
Era molti anni fa, al Castello Orsini di Palombara Sabina a pochi chilometri da Tivoli, cittadina celebre per la sagra delle cerase, Antonio teneva una lezione sul rock and roll e i modi di presentare questo genere di musica da parte dei cantanti delle varie parti del mondo: e in particolare là dov'era nato il rock, in America, con i pianoforti e i sassofoni, presto sostituiti dalla chitarre elettriche; a noi giunse la canzone più celebre di rock, quella che abbiamo considerato come il primo rock end roll, quel Rock Around the Clock portata al successo da un altro cantante con un ricciolo sfacciato sulla fronte, Bill Haley che cantava con il suo gruppo "I Comets".
Ricordate I primi versi della canzone? Celeberrimi, li imparammo subito anche noi studenti del 56 che l'inglese non lo conoscevamo, o almeno sapevamo solo quello scolastico appreso sui banchi del liceo

One, Two, Three O'clock, Four O'clock rock,
Five, Six, Seven O'clock, Eight O'clock rock.
Nine, Ten, Eleven O'clock,
Twelve O'clock rock,
We're gonna rock around the clock
tonight.

Poi vennero Little Richard e Elvis Presley, e qui in Italia, dove aveva trovato i terreno fertile Little Tony, l'amico Bobby Solo.
Palombara Sabina, dunque, e Little Tony; ma io non sapevo di che si trattava; ero libero quel sabato mattina, e avevo letto da qualche parte che a Palombara "ci sarebbe stato Little Tony" per alcune classi del ginnasio-liceo della cittadina laziale
Andai a vedere, convinto che avrebbe fatto uno dei suoi spettacoli canori per i ragazzi delle scuole di Palombara. Mi sedetti davanti, c'era una fila di posti liberi, forse all'inizio riservati alle autorità, ma ricordo non c'erano i famosi biglietti "riservato", o forse no; non so bene, ma insomma, presi posto soddisfatto; ce l'avevo là a due metri che armeggiava con la sua attrezzatura necessaria alla mattina.

Fece tutto, tranne cantare. Manovrando - con l'aiuto di un assistente, forse un componente del suo gruppo o un amico - dei compact disk su un riproduttore di musica, sistemato in un angolo su un tavolinetto senza pretese, tenne una lezione indimenticabile sulla nascita lo sviluppo e l'attualità della musica rock nel mondo.
Fece ascoltare il modo di interpretarla, quella musica che aveva rivoltato il mondo musicale di quegli anni, da diversi cantanti stranieri, spiegandone i motivi, le sfumature che a un orecchio non abituato sarebbero sfuggite, le inflessioni (non linguistiche, ché quelle erano normali) ma del "porgere le parole" adeguandole alla musica e agli arrangiamenti.
Non lo dimenticherò mai. Alla fine mi avvicinai e mi congratulai.

Con la sua gentilezza (inaspettata? forse sì), e anche se dalle sue espressioni sempre pacate nelle interviste e nelle sue interpretazioni mi ero fatto una visione simile di lui, mi onorò della sua stretta di mano e di qualche ulteriore spiegazione ad alcune mie domande, dopo quelle fatte da alcuni studenti (poche invero); parlammo insomma per un po', si trattenne volentieri, e mentre parlava ed esponeva, mi guardava negli occhi, con quei suoi occhi magnetici, e, lasciatemelo dire, belli davvero. Poi lo salutai mentre insieme al collaboratore riponeva le sue cose.

Ecco, questo per me era Little Tony, un Little Tony sconosciuto alla gente della canzone, inedito per i fans che lo applaudivano ogni sera ai bordi dei palcoscenici nei teatri o nelle piazze, questa era l'anima vera di un grande cantante. Una persona gentile e colta.
Si chiamava Antonio, Antonio Ciacci e ha molto a che fare con la mia città; infatti era nato proprio qui, a Tivoli, nel febbraio del 1941, anche se la famiglia (famiglia di musicisti, il papà suonava la fisarmonica e si dilettava anche a cantare, e uno zio era chitarrista) era di origini Sanmarinesi, e così anche lui mantenne la cittadinanza di quel piccolo paese per sempre.
Aveva cominciato a suonare e cantare coi suoi fratelli allietando il pubblico delle piazze, dei ristoranti dei castelli romani, delle feste paesane, dei piccoli teatri e delle sale da ballo; la gente si accorse di lui e accorreva ovunque si annunciavano le sue partecipazioni.
E se ne accorsero anche quelli che contavano; per caso lo vide - era l'anno 1958 - un impresario straniero, lo portò in Inghilterra, e lì Antonio si dovette adeguare: nacquero Little Tony and his Brothers'.

Canta così inventando una lingua inglese tutta sua, ma poi, visti l'accoglienza e il plauso della gente, comincia a cantare Johnny be Good; e Lucille, che quel cantante pazzo americano Little Richard aveva portato al successo, quel Little Richard che gli aveva dato il nome, Little, come lui, e Tony, ché non poteva a 'sto punto chiamarsi ancora Antonio. E i fratelli, divennero i brothers, inglesi anche loro. Viene chiamato l'Elvis Presley italiano.
Nel 1961 torna in Italia e approda subito a Sanremo dove porta al successo con Celentano la canzone Ventiquattromila baci.
Ma non è questo il luogo di fare la storia delle sue canzoni, né della sua vita, mi preme solo ricordare il grande successo di Cuore matto, che canta a Sanremo nel 1967.
Il suo successo è enorme; dischi che si vendono a milioni di copie: e i vari festival cui prende contribuiscono ad espandere la sua immensa fama.
Lui aveva due anni meno di me; eravamo quasi coetanei.
Lo ricordo ancora quando negli anni 60 noi studenti del "Liceo classico Amedeo di Savoia" organizzammo il tradizionale ballo carnascialesco; a Carnevale allora si usava, c'era il ballo del liceo, il ballo di ragioneria, il ballo dei commercianti, e così via. Lo facemmo in quella che allora era l'Arena Italia, un grande cinema all'aperto, di proprietà del padre del mio amico Pierluigi - poi chiuso tanti anni dopo, e ancora oggi là, fatiscente e inutilizzato - prima con teloni, che in estate, verso sera, si aprivano per far godere gli ultimi spettacoli all'aperto: film e avanspettacolo, lire 25. Bene, quell'anno, era appena tornato dall'Inghilterra, lo invitammo a esibirsi per noi; e lo presentammo noi studenti. Il mio amico Alberto si improvvisò - e fu veramente bravo - presentatore della serata
Ho fatto di proposito i nomi dei miei amici Alberto e Pierluigi, perché, di lì a una ventina d'anni, dopo molto mio errare per il frusinate e il napoletano per lavoro, sede dopo sede e promozione dopo promozione, quando tornai a Tivoli demmo vita al Gruppo Appuntamento con la Poesia che raggiunse la formazione definitiva con l'innesto della bravissima e dolcissima Grazia e del tecnico del suono Gianni.
Dunque, quando parlammo, gli ricordai quel pomeriggio a Palombarala cosa, e sorrise, come a dire ma come posso ricordare, ne ho fatte tante...
Little Tony ci deliziò col suo rock cantato in inglese, un inglese che s'era inventato lui, insieme ai suoi fratelli Alberto ed Enrico, che facevano parte della sua band, Enrico chitarrista, che scrisse anche qualche canzone per lui, e Alberto, bassista.
Ha raccontato infatti più di una volta in interviste mandate dalle tivu, che quello slang - tradotto: frasi fatte da parole o espressioni che non fanno parte del lessico anglosassone né tantomeno di linguaggio dialettale o storpiamento voluto di una lingua parlata - era frutto della sua fantasia:

"Dovevo cantare davanti alle telecamere inglesi e non conoscevo una parola di inglese, e allora un poco ricordando Elvis, un po' inventando suoni simili, mi buttai, e andò. E il pubblico ci accolse con ovazioni ripetute e sincere."
Ma poi tornò in Italia e per poco continuò a cantare in quell'inglese senza senso.

A Tivoli tornava spesso, senza molto clamore, quasi alla chetichella; infatti era un collezionista di macchine d'epoca e non; nel suo parco macchine ce ne sono molte: Ferrari (una di queste era introvabile sul mercato: la Ferrari 330 GT 2+2 del 1964, motore V12, 4 litri di cilindrata) e Lamborghini i suoi gioielli; ma anche Alfa Romeo e delle vere opere d'arte, rarità assolute; ne aveva parecchie; meraviglia delle meraviglia una cadillac color rosa, una Fleetwood, simile a quella posseduta dal suo idolo giovanile, Elvis Presley.
Partecipò per diversi anni alla manifestazioni di queste vetture che si tenevano nella mia città.
Ho ricordato più sopra il grande successo di Cuore matto, che presenta alla sua ennesima apparizione al Festival di Sanremo nel 1967.
Antonio aveva veramente un cuore matto come la sua canzone per eccellenza, quella che ha venduto milioni di copie insieme all'altra, Una spada nel cuore.
Gli dette enormi preoccupazioni quella volta che venne colpito da un infarto; si trovava in Canada al Contessa Hall di Ottawa; cantava con la sua solita grinta gentile per i figli e i nipoti degli italiani emigrati colà. Era il 2006. Qui da noi si seppe della cosa solo qualche tempo dopo, lo confessò lui stesso in una intervista, in cui raccontava la rocambolesca storia della sua fortunata avventura nella canzone internazionale.
Ma non era ancora finita, partecipò ancora al Festival di Sanremo di due anni dopo, con una canzone che non avrà fortuna.
Le ultime volte che andò in televisione, in effetti non apparve molto in forma, sì, lo tesso ciuffo di una volta, un costume da scena leggermente più sobrio, e molte rughe sul viso; ma il sorriso era sempre quello, quello di Little Tony anni 60.


marcello de santis

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Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

14 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #televisione

Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

Biagio Proietti – Maurizio Giannotti

Il segno del telecomando

dallo sceneggiato alla fiction

Rai Eri – Euro 18 – Pag. 235

Biagio Proietti (1940) è uno dei più richiesti e prolifici sceneggiatori di gialli televisivi, scritti insieme alla moglie Diana Crispo, alcuni rimasti nella storia del piccolo schermo: Coralba, Un certo Harry Brent, Come un uragano, Lungo il fiume e sull’acqua, Dov’è Anna?, Ho incontrato un’ombra, L’ultimo aereo per Venezia… Non solo, è anche regista di film televisivi (Storia senza parole), pellicole cinematografiche (Chewingum, Puro cashmire), sceneggiati e documentari. Nessuno meglio di lui poteva affrontare una storia dello sceneggiato - un tempo chiamato originale televisivo - di cui è parte integrante, genere che precede le moderne fiction, che lo scrittore dimostra di non amare. Per questo è opportuno l’aiuto di Maurizio Giannotti, autore televisivo immerso nella realtà contemporanea (La vita in diretta, Uno Mattina, Forum, Non è la Rai…) che si occupa di integrare i ricordi di Proietti curando la parte contemporanea. Va da sé che anche per chi scrive quel che importa è il passato, soprattutto ricordare i tempi in cui la Rai non aveva abdicato al compito educativo di insegnare la lingua italiana (Non è mai troppo tardi del mitico maestro Manzi), le letteratura e la storia. Erano i tempi in cui potevi vedere Delitto e castigo in prima serata, Il dottor Jekyll e Mister Hyde con Albertazzi, Piccole donne, Cime tempestose, Il romanzo di un giovane povero, La cittadella di Cronin interpretato da un grande Alberto Lupo. Erano i tempi in cui a Proietti consegnavano un copione di venti minuti scritto per la televisione inglese e gli dicevano: “Scrivici un originale televisivo!”. Così è nato Un certo Harry Brent con Lupo protagonista in un ruolo che nell’originale britannico non esisteva (Harry Brent non compare mai), inventato per l’occasione dal prolifico sceneggiatore nostrano. Erano i tempi in cui Proietti incontrava Walter Chiari al Festival del Cinema di Venezia, un Walter Chiari triste, solitario, che rimpiangeva i tempi della grande popolarità e non riusciva a spiegarsi il successo dei comici lanciati da Antonio Ricci a Drive In. Erano tempi che non torneranno ma che è giusto storicizzare facendo parlare i protagonisti come hanno fatto Giannotti e Proietti in questo libro prezioso, utile guida per non dimenticare. Il segno del comando di Daniele D’Anza - con Pagliai e Pitagora - è il titolo cult mascherato nella denominazione di un volume nato per celebrare una cinematografia votata ai generi popolari. Artigiani come Anton Giulio Majano, Giorgio Capitani, Edoardo Anton, lo stesso Proietti hanno inventato trame che tenevano incollati al video milioni di telespettatori prima dell’avvento della televisione spazzatura, delle insignificanti tv commerciali, degli squallidi reality show. Prima che tutto diventasse mercato e prima che il mercato fagocitasse l’intelligenza. Ricordare, in certi casi, è un preciso dovere morale.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Sciuldezza bella

13 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Sciuldezza bella



La canzone "sciuldezza bella", dal motivo accattivante e, permettetemi il termine, moderno, risale - come era solito dire il grande Mario Riva, attore comico romano conduttore della trasmissione televisiva Il Musichiere degli anni belli della nostra giovinezza... "nientepopodimeno ché" all'anno 1905. Ha più di cent'anni dunque.
Il testo è opera del grande poeta Edoardo Nicolardi, napoletano verace; ricordiamo di lui la canzone più celebre, quella "Voce 'e notte" che egli scrisse per colei che sarebbe poi diventata sua moglie, Anna Rossi (Ernesto De Curtis ne scrisse la musica).
Edoardo Nicolardi, Napoli 1878-1954, fu dapprima giornalista, cominciò a scrivere all'età di diciassette anni al Giorno, poi produsse poesie, molte delle quali divennero celebri canzoni classiche napoletane.
Abbiamo detto poco fa della canzone Voce 'e notte, che scrisse per la futura moglie Anna Rossi.
C'è una storia legata a questo amore. Edoardo chiese la mano di Anna al padre, che era un commerciante, ma il signor Gennaro la diede in sposa ad un altro, a un suo cliente, della bella età di settantasette anni, mentre la ragazza era nel fiore degli anni, ne aveva appena 17, la stessa età di Edoardo. Ma il destino volle che l'anziano marito campasse ancora solo due anni.
E così i due giovani innamorati poterono sposarsi e creare una numerosissima prole.
Sulle parole spassose di "sciuldezza bella", scrisse una musica allegra il musicista Alberto Montagna ,allora già celebre pianista, seppur giovanissimo, nonché primo accompagnatore dell'affascinante Elvira Donnarumma; s'incontrarono alla Birreria dell'Incoronata nei pressi di Via Medina, a Capodimonte, punto e snodo importante della città; infatti collegava la parte alta di Napoli con la frequentatissima zona del porto. Fu qua che Alberto conobbe Elvira e si innamorò di lei perdutamente. Ed era qua che Alberto Montagna si esibiva come pianista.
La canzone narra di una ragazza, che doveva essere bella e affascinante, se riusciva ad ingannare tutti quelli che si innamoravano di lei. Questi ragazzi innamorati, dunque, si riuniscono sotto il suo balcone e la invitano ad affacciarsi, ché ci sono tutti, tutt''e quarantaquatto 'nnamurate; affacciati dunque, la invocano, e conta 'e cape, conta le teste, conta quanti siamo.

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
chi sa si 'e tradimente ll'hê cuntate!
Ma si t'affacce, 'e vvide a tuttuquante:
simmo 'a quarantaquatto 'nnammurate!

'Ammore è doce e 'o spassatiempo è bello...
ll'arape 'sta fenesta o nun ll'arape?...
Chist'è 'o mumento pe' chiammá ll'appello:
affácciate nu poco
e conta 'e ccape...

(bella figliola che hai ingannato tanti/chissà se i tradimenti li hai contati/
ma se t'affacci, li vedi tutti quanti/ siamo 44 innamorati/
l'amore è dole e il passatempo è bello/ l'apri questa finestra o non la apri?/
questo è il momento di fare l'appello/ affacciati un momento e conta le teste)

Stanno tutti là riuniti a fare un concertino, Peppe Tore, Giorgio Papiluccio... stanno là per farle una serenata, con la chitarra il mandolino il putipù, la ciaramella, e c'è Bebé che canta...

Che finezza 'e cuncertino!...
ma è n'orchestra o na fanfarra?
Peppe gratta 'o mandulino,
Tóre pízzeca 'a chitarra...
Giorgio sona 'a ciaramella,
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
...
Sulo chesto saje fá tu!

la serenata a Napoli

io t'aggio amato tanto/ io t'amo e tu lo saje...
J' te voglio bene assaje.../ e tu nun pienze a mme...
..

Bella figliola che tanti ne hai ingannati, eccoli qua sotto, che sfilano tutti per te, il tempo passa, e tu non hai trovato ancora marito... ci hai baciato tutti, ci hai tradito tutti... ma non fa niente ti portiamo ugualmente questa serenata

"tutto s'acconcia cu na serenata..."

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
tenive 'nfrisco tutte sti partite...
Mo 'e vvide ca te sfilano pe' 'nnante...
ma 'o tiempo passa...e tu nun te mmarite!

Nun ce sta core ca nun hê traduto;
nun ce sta vocca ca nun hê vasato,
ma nun fa niente, va'!...chi ha avuto ha avuto!...
tutto s'acconcia cu na serenata...

Picceré', stu cuncertino
porta overo 'e cape suone,
Bebé canta, e Vicenzino
mette 'a terza da 'o puntone...
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluc
cio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto pienze t
u!

Bella figliola, che stai rinchiusa in casa, dicci con chi stai, lo vogliamo sapere, per metterlo sull'avviso, ché tu un giorno lo lascerai... sei una traditrice, e digli al tuo uomo di adesso che impari a suonare uno strumento, che l'anno prossimo sarà qui con noi...

"Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto saje fá tu!..
..."

Bella figliola ca staje 'nchiusa 'a dinto,
vulessemo sapé cu chi staje 'nchiusa...
fall'affacciá...ll'avimm''a fá cunvinto
ca tu nu juorne 'o 'nchiante cu na scusa...

Tu si' na scellerata e 'o tradimento,
cresce cu 'e vase ca ve date ô scuro...
Dille ca se 'mparasse nu strumento:
ll'ha
da suná cu nuje ll'anno venturo...

Picceré', pe' tutt''o vico,
vanno 'e nnote 'e 'sta canzone...
si vedisse 'on Federico
ll'urganetto comm''o sona!
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bel
la!
Sulo chesto saje fá tu!

*****

Nell'aprile del 1974 Gabriella Ferri pubblica il suo ottavo disco (per la RCA italiana) dal titolo Remedios; l'anno prima era uscito il suo album dal titolo Sempre; comprendente tra le altre, le canzoni Il valzer della toppa (parole di Pasolini e musica di Umiliani) Sempre, appunto, Io cerco la Titina di Guido Di Napoli ,portata al successo tantissimi anni prima dal grande Natalino Otto; e le due celebri canzoni napoletane 'A casciaforte, testo di Alfonso Mangione e musica di Nicola Valente, e Lacreme napulitane, di Bovio e Buongiovanni.
Per la prima volta Gabriella Ferri si cimenta in canzoni della tradizione latinoamericana, e tra di esse citiamo la celebre La paloma che risale all'anno 1860, e Gracias a la vida, scritta dalla cantante cilena Violeta Parra poco prima di suicidarsi, era l'anno 1967, stava per cominciare l'era Pinochet; e inoltre Cielito lindo e La malaguena.
Nell'altro lato dell'album invece la cantante romana torna, o meglio prosegue, alla via del recupero, nel suo modo tutto particolare di cantare e di interpretare, della migliore tradizione classica romanesca. Tra le altre canzoni, ricordiamo Nina si voi dormite, del 1901, Fiori trasteverini una stupenda canzone di Romolo Balzani, e altre; e tra le altre: Semo centoventitre.
Gabriella Ferri, Roma 1942- Corchiano 2004 attrice e cantante di famiglia romana. Giovanissima insieme all'amica Luisa De Santis, figlia del regista cinematografico Giuseppe, forma un duo con il nome appunto di Luisa e Gabriella, interprete di canzoni romanesche. Ma Luisa è restia a mostrarsi sul palcoscenico, e la lascia. Gabriella intraprende la carriera di cantante solista. Col tempo dalle canzoni romanesche passa anche a quelle napoletane, che interpreta con una originalissima personalità.
Teatro, televisione, Bagaglino e Folk Studio e poi Il Piper a Roma.
Celebre è una trasmissione televisiva in cui lei, già con un fisico molto irrobustito, e il reuccio Claudio Villa, se ne dicono di tutti i colori a colpi di stornelli, duello che finisce senza vincitori né vinti, ma con la consacrazione, se ce ne fosse stato bisogno, di due grandissimi artisti della canzone dialettale.
Nel novembre 71 pubblica l'album di canzoni napoletane E se fumarono a Zazza, con tra le altre 'o sole mio, reginella, maria marì, marechiare...
Si ritira dalle scene nell'anno 1997 a causa dei una grave depressione che da anni la tormenta.
E che la porterà alla morte qualche anno dopo, nell'aprile del 2004.
Gabriela Ferri si cimenta anche come autrice del testo, dopo aver letto e ascoltato la canzone napoletana di cui abbiamo appena parlato, e cioè Sciuldezza bella.
La storia che Gabriella scrive è grosso modo la stessa cui aveva dato vita il poeta Edoardo Nicolardi tanti anni prima. Cambia molto poco in effetti; ad esempio il poeta napoletano presenta un gruppo di amanti traditi dalla bella al balcone in numero di quarantaquattro, Gabriella porta il numero a centoventitre. La scena è la stessa, la ragazza dai cento amanti al balcone e il raduno degli innamorati delusi di sotto; pronti a rinfacciarle i tradimenti, ma tutti riuniti per farle sentire la serenata. E come quello elencava dei nomi dei presenti, anche qui la cantante romana fa dei nomi, Peppino, Ninetto, Pippo l'avvocato, Giggetto... tanti sono i traditi, pensate, la bella regazza che cià cento amanti, e che sta lassù alla loggetta, non si è fatto mancare nessuno...

...e c’è puro er sagrestano
semo in centoventit
re ...

Bella ragazza che c’hai cento amanti
affaccete ‘ n tantino a la loggetta
se semo aridunati tutti quanti
pe’ fattela senti’ ‘sta canzonetta


Paraponzipò paraponzipò

La serenata a Roma si faceva di notte, all'epoca le vie erano ancora buie, mancando l'illuminazione e i lampioni erano ancora molto rari; se c'era la luna era meglio, la luna e una voce accompagnata dal colascione, e anche qui, come a Napoli, dal mandolino

C’è Peppino , c’è Ninetto
c’è sta Pippo l’avvocato
c’è Giggetto , c’è er "Tarmato"
vie’ a vede’ che bisca c’è

Scenni giù bell’angioletto
te li conti co’ la mano
e c’è puro er sagrestano
sem
o in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Gli amanti napoletani le rinfacciano i baci dati, gli abbracci a profusione, i tradimenti, questi romani le ricordano che non si può proprio nascondere, ché sanno molte cose di lei, ad esempio

che c’hai li nastri lilla a le mutanne
(ha i nastri colore lilla alle mutande)

e le giarrettiere so’ color de rosa
(e il colore rosa d
elle giarrettiere)...

bella regazza che ciài cento amanti... affaccete ‘ n tantino a la loggetta, qui sotto ce stamo tutti: ce so' puro Donato, Pietruccio, perfino Fausto lo zoppo, scendi vieni a contarci t'accorgerai quanti siamo,

e le ricordano ancora una volta ch, se potesse parlate la stanza dove ella dava convegno... be', che dire, anche la carta alle pareti sarebbe arrossita per la vergogna

De te sapemo tutti quarche cosa
e le giarrettiere so’ color de rosa
e ar busto porti ‘n cappio accussi granne

Paraponzipò paraponzipò

C’è Donato e lo "Stallino"
c’è Pietruccio , c’è er "Pelato"
ce sta Fusto lo "sciancato"
stanno tutti a aspetta’ te

Scenni giù bell’angioletto
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Parlasse la stanzetta ma no ‘n antra
che n’ avrà vista quarche
duna grossa
la carta che era tutta quanta bianca
pe’ la vergogna è diventata rossa

Paraponzipò paraponzipò

Poi le fanno sentire il concertino che stanno per fare (come accadeva nella scena napoletana) c'è anche qui una chitarra, c'è la fisarmonica, l'organetto
...
ce contenti a uno a uno
semo in centovent
itre

Vie’ a senti’ ‘sto concertino
chi te sona l’organetto
Pippo er flauto e Ninetto la chitara s
tà a sonà

...e qui a Roma, contrariamente a quanto avviene nella scena napoletana, tutti e centoventitre le chiedono un ultimo favore,

Scenni giu sur portoncino
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centove
ntitre

Qui sotto potete ascoltare la due canzoni, Sciuldezza bella nella classica versione di Nino Fiore, e Semo centoventitre cantata da Gabriella Ferri.
Grazie di avermi seguito.



marcello de santis

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

12 Agosto 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

poesie di Adriana Pedicini

prefazione di Nazario Pardini

Recensione di Renzo Montagnoli (luglio 2015)

L’amaro destino dell’uomo

L’uomo non nasce mai solo, ma con il concorso della madre; muore sempre, invece, solo, solo anche se attorniato dagli affetti più cari, perché la dipartita non può essere che un evento del tutto personale. Se nei primi anni di vita non ha la consapevolezza del suo destino e ha fretta di crescere, di procedere nel tempo, con il trascorrere degli anni ogni tanto gli appare il ricordo di quella spada di Damocle che pende sul suo capo dal momento in cui è stato generato e quando l’età, con i primi acciacchi, manifesta tutto il suo declino, è più facile che sopravvenga il timore della morte, che i tanti segni, soprattutto fisici, danno in avvicinamento. E allora tanto più avvertiamo la miseria di un’esistenza in cui più sono i misteri delle conoscenze, durante la quale non c’è mai spazio per una concreta prospettiva futura. È in quel momento, nella presa di coscienza del nostro effimero tempo, che vorremmo una risposta a tante domande, ma soprattutto a quella: perché la vita ha un termine e come sarà il dopo? Ovvio che non sempre avremo delle risposte, soprattutto per questo quesito fondamentale, ma è anche vero che è l’occasione per interrogarci, per trasporre magari in versi la nostra intima inquietudine, proprio come ha fatto Adriana Pedercini con questa silloge intitolata Il fiume di Eraclito, uscita di recente, ma, ahimè, non in cartaceo, ma come e-book. Dico ahimé poiché credo che il profumo della carta, lo scorrere dei fogli siano un elemento insostituibile e che costituiscano non tanto un corollario, ma la giusta base di partenza per leggere e gustare un’opera. Comunque, trattandosi di una silloge, composta da un certo numero di poesie, la lettura risulta meno disagevole visto che é indubbiamente meno faticosa di quella di un romanzo in formato elettronico.

Già il titolo mi ha incuriosito e allora ho pescato nella memoria, cercando di focalizzare l’opera di questo filosofo presocratico, per sua natura piuttosto criptico e mi è venuta in mente la correlazione fra il suo pensiero e il fiume. In buona sostanza, e questo lo sappiamo tramite Platone, Eraclito avrebbe detto:”che tutto si muove e nulla sta fermo" e poi confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, avrebbe aggiunto che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume" Che cosa significa? L’uomo non può fare la stessa esperienza due volte, poiché ogni entità, nella sua fittizia dimensione reale, è soggetta alla legge inderogabile del continuo mutamento. E pertanto non c’è alternativa alla morte e non è possibile che un essere vivente, venuto a mancare, abbia l’opportunità di morire ancora, perché ciò presupporrebbe una rinascita che per esperienza millenaria non si è mai verificata.

Credo, pertanto, che il titolo sia abbastanza esaustivo dello spirito che ha animato le poesie della silloge, ma se la vita in queste condizioni può essere un’astratta e anche a volte reale sofferenza, proprio perché essa è una sola e irripetibile si deve viverla, cogliere le infinite occasioni e opportunità che può dare, al fine, in ciò parafando questa volta i versi di una mia poesia, di poter dire al termine che ogni minuto è stato degno di essere vissuto. Ma ciò non significa gioia di esistere, bensì di accettare consapevolmente il dolore di esistere, che può essere anche uno sprone per addentrarsi nel terreno nebuloso, ma gratificante della metafisica, cercando oltre il sipario dell’ignoto. Sì, la morte si sconta vivendo, ma è anche vero che è un prezzo che tutti sono disposti a pagare.

Le liriche, raccolte, permeate dello stile intimistico di cui ci ha abituato la Pedicini, pur nelle variegate espressioni, riflettono questa sofferenza interiore, che pur tuttavia, stemperata dalla ricerca di conoscenza, si tramutano in note di carezzevole malinconia. Ed è proprio questa capacità di smussare, di filtrare solitudini e ancestrali angosce, che consentono di comprendere e godere i versi che in pacato ritmo, quasi un adagio, scorrono, come il fiume di Eraclito, davanti ai nostri occhi.

Da leggere, mi sembra ovvio.

Il libro è disponibile sia nella versione ebook che in cartaceo.

http://www.amazon.it/Il-fiume-Eracl…/…/ref=sr_1_1_twi_2_pap…

Prezzo di copertina del cartaceo 10 euro
richiedendolo a

adriana.pedicini@virgilio.it

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
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O sole mio

11 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

O sole mio



Che bella cosa na jurnata 'e sole
n'aria serena dopo la tempesta!
Pe ll'aria fresca pare già na festa...
Che bella cosa na j
urnata 'e sole.

Eccoli i primi versi della canzone napoletana più celebre al mondo, tradotta in mille lingue, cantata da tutti i cantanti di musica leggera, e da tutti i tenori; eseguita dalle orchestre piccole e grandi, da complessi e gruppi vocali, e perfino da cori polifonici del mondo intero.
Il padre del maestro Edoardo di Capua, il signor Giacobbe, in quell'anno del signore 1898 si trovava in Crimea (Ucraina) e precisamente a Odessa, per una tournée con altri colleghi musicisti; lui suonava il violino, e portava Napoli in giro per il mondo con una compagnia di posteggiatori molto rinomata. Lo accompagnava appunto il figlio Edoardo, anche lui posteggiatore e facente parte della compagnia: Eduardo che - aveva allora 39 anni - scrisse colà la musica, a rivestire quelle stupende parole di 'o sole mio, che l'amico Giovanni Capurro aveva scritto e gli aveva sottoposte. Era il mese di aprile, e chissà, forse a Odessa quel giorno c'era il sole, magari tiepido, o forse era una giornata buia e nuvolosa e per l'aria c'era ancora il freddo residuo di un inverno che da quelle parti è sempre rigido.
Fatto sta che Edoardo, pensando alla sua bella Napoli, con il sole che nel golfo è sempre di casa, prese a vergare con una matita sulle cinque righe di uno spartito bianco, una nota dietro l'altra, mentre tentava sui tasti bianchi e neri di un pianoforte ch'era in stanza (suo padre dormiva nella camera accanto) quella che diventerà la melodia per eccellenza di Napoli e della napoletanità.
Prima di partire, Giovanni tirò fuori dalla tasca un foglio un po' spiegazzato e lo porse all'amico Eduardo.

Edua' vide nu poco tu che ci puoi fare. Pe' me so' belle parole, e 'o ssaccio ca te piaceranno. Statte buono!

E dopo un abbraccio frettoloso, si allontanò; volgendosi una, due volte indietro a salutare l'amico, ancora, con il braccio alzato.

Che bella cosa na jurnata 'e sole / n'aria serena dopo la tempesta! / Pe ll'aria fresca pare già na festa.../ Che bella cosa na jurnata 'e sole…

Eduardo lesse in fretta solo i primi versi, che gli frullarono per la testa per tutto il viaggio.
Quella mattina, prima dimettersi al pianoforte, vogliamo immaginare - e forse fu proprio così - che si affacciasse alla finestra, gettasse uno sguardo al Mar Nero, calmo e tranquillo laggiù, e al sole che lo scaldava (o alle nuvole che oscuravano tutto). Poi tornò ai tasti; e pigiava e scriveva, pigiava e cancellava, pigiava e riscriveva.
Al termine della tournée, il complesso dei posteggiatori torna a Napoli, e qui comincia la vera storia della canzone: che guarda caso, era nata all'estero.

Lùcene é llastre d'a fenesta toia;
'na lavannara canta e se ne vanta
e pé tramente torce, spanna e canta
Lùcene 'e llastre d'a fenest
a toia.

Ci sono storie che contrastano con quanto ho appena scritto circa la nascita della canzone. Una di queste vuole che la casa editrice Bideri, cui il musicista collaborava da qualche tempo, affidasse i versi di Capurro solo in un secondo momento al musicista, quando questi già questi aveva composto la stessa. Anzi, l'editore sarebbe stato contrario ad accettare quei versi dal poeta (non parlavano d'amore, e non avrebbero avuto presa sulla gente, diceva; Napule esigeva sulamente parole d'ammore.)
Ma insomma, la soluzione del dilemma non ha importanza, il fatto che conta che nacque la canzone.

I POSTEGGIATORI

Bisogna fare una digressione, e parlare dei posteggiatori e di quello che rappresentavano in particolare in quell'ultimo scorcio dell'ottocento, in cui la musica e la canzone napoletana erano sentite come una cosa "necessaria" alla vita quotidiana da tutta la città e da tutti i cittadini, specialmente tra i popolani.
I posteggiatori, personaggi nati contemporaneamente alla canzone dialettale della città, si può dire che siano inscindibili dalla vita di questa terra benedetta da Dio con il suo mare e il suo cielo sempre azzurri, e rischiarati e riscaldati da un sole sempre presente. Essi sono da secoli sulle strade, nei vicoli, sulle piazze, con ogni mezzo che faccia musica, dal calascione del milleseicento (derivante da uno strumento più grosso e più ingombrate che si chiamava "colascione") alla chitarra di oggi, dal liuto del 400 al mandolino odierno, tutt'e due gli strumenti suonati col plettro; dalle mandole medievali a quelle rinascimentali e quindi a quelle moderne, dai tamburi ai tamburelli, dalla caccavella o putipù al triccheballacche.
E con la voce la più artigianale possibile, facevano conoscere i versi delle canzoni che nascevano nottetempo, lassù, nei salotti dove si tenevano le famosissime periodiche (di cui parlerò in un apposito saggio): riunioni ove ogni artista si esibiva nella propria specialità, spesso con nuove composizioni che già da questa prima esecuzione, rimbalzavano per la via sottostante, dove gruppi di persone erano in attesa di partecipare - se pure da lontano e come semplici "uditori"- a quelle novità.
Le canzoni, eseguite dal tenore di turno nella sala dei signori, scendevano una tira l'altra, attraverso la finestra aperta; e dalla notte stessa e quindi dal giorno dopo ci pensavano appunto gli improvvisati posteggiatori a farle conoscere da tutti. Del resto, è risaputo che la canzone napoletana è nata e si è sviluppata per le strade di Napoli, volando tra un mare sempre azzurro e il Vesuvio silenzioso a vegliare sulla città, grazie proprio all'opera indefessa di questi cantanti improvvisati.
Ai tempi nostri "'a pusteggia" (da posto) è un mestiere che si fa per vocazione, perché è una qualità "insita" nel napoletano vero; ancora oggi più che mai è richiestissima: non c'è matrimonio, comunione, compleanno, o qualsiasi banchettata fuori (trattoria, ristorante) o dentro casa, che non veda presenti due o tre posteggiatori, un mandolino, una chitarra, un tamburello, un violino, riuniti insieme ad allietare la serata. Si fanno chiamare "professuri" e non posteggiatori. Ci tengono a questa usurpatissima qualifica, ne va del loro prestigio di suonatori e cantanti. E non c'è serenata che non esiga la loro presenza.
Come ho già detto, la posteggia risale a tempi remotissimi. Senza andare molto indietro, va detto che già nel seicento si eseguivano villanelle e strambotti, col passare degli anni cambiavano le canzoni, ma rimanevano sempre gli esecutori che, alla stregua degli antichi menestrelli, si esercitavano nel loro mestiere di musicanti. Vecchissime, risalgono a quegli anni, le conosciutissime ed ancora eseguite Michelamma' e Lo Guarracino.
Quasi nessuno di essi raggiunse la celebrità, pure se qualcuno ebbe momenti di gloria, grazie anche ai soprannomi che adottarono, o che vennero loro attribuiti dalla gente comune, per loro caratteristiche.
Ne ricordiamo alcuni: nel cinquecento ci fu un certo "Compare Junno", che era cieco, ma molto bravo davvero. Nel seicento, Sbruffapappa, perché grazie alla sua voce rimediava giornalmente da mangiare. Nell'ottocento "'O busciardo", il secolo seguente "O zingariello, e poi "Eugenio cu 'e llente (con gli occhiali)

GLI AUTORI

EDUARDO DI CAPUA (1865- 1917)

Ebbe l'educazione alla musica in casa, impartitagli dal padre valente violinista e posteggiatore; con lui si esibì in tournée che lo portarono in giro, oltre che in Italia, anche all'estero, in Russia e in Inghilterra. E, come raccontato più sopra, fu proprio durante una di questi giri di spettacoli che il musicista compose le note della melodia più bella della storia della canzone napoletana.
Canzone che partecipò alla festa della Madonna di Piedrigrotta nel settembre del 1898; non vinse, arrivò solo seconda; il successo arrise ad una altra composizione che restò sconosciuta, mentre 'o sole mio spiccò il volo per tutta Napoli, e da lì per tutta l'Italia e poi per tutto il mondo. Ebbe negli anni traduzioni infinite e fu nel repertorio di tutti i più grandi cantanti nazionali e internazionali. Senza contare i tenori che si sono cimentati con essa.

Quanno fa notte e ó sole se ne scenne,
me vene quase 'na malincunia;
sott' a fenesta toia restarria
quanno fa notte e 'o sole se ne
scenne.

Ma Eduardo, nonostante il successo di 'O sole mio, non riuscì a vivere di essa, perché i tantissimi proventi di questa celebre canzone, come diremo appresso parlando di Capurro, andarono all'editore Bideri.
Eduardo Di Capua era costretto a vivere del suo pianoforte; accompagnava i primi film muti, nei cinema di periferia; o esibendosi a pagamento con altri musicisti che lo cercavano per la sua bravura, in matrimoni o cerimonie varie. Pensate: alla sua morte, avvenuta nell'anno 1917, la vedova fu costretta a venderlo, lo strumento tanto caro al maestro; fu lei a farlo trasportare da un rigattiere, per ricavare qualche soldo per tirare avanti.
Un aneddoto: alle Olimpiadi di Anversa, dell'anno 1920, al momento della esecuzione degli inni nazionali, il maestro della banda schierata in campo non trova l'inno di Mameli; improvvisa "o sole mio"; e uno stadio intero - alzandosi in piedi - canta in napoletano la canzone.
Va detto che Eduardo Di Capua divenne il musicista per eccellenza della canzone napoletana, musicò i versi dei più grandi poeti e parolieri coetanei. E dette vita ad alcune tra le più belle canzoni napoletane. Vogliamo ricordarne solo due: con parole di un altro grande sfortunatissimo poeta Vincenzo Russo: j' te vurria vasa', e Maria Mari'.

(notizie acquisite grazie a una storia di D. Rota, che ringraziamo)

GIOVANNI CAPURRO (1859-1920)


Al contrario di Eduardo di Capua, Giovanni Capurro studiò musica in Conservatorio e si diplomò in flauto. Ma arrivò alla canzone solo più tardi, ché nella vita fece diverse attività per tirare avanti, prima di quello che fu il suo mestiere definitivo: il giornalista, e da lì anche il critico teatrale. Ma era molto ricercato dai salotti, nei quali partecipava volentieri suonando il pianoforte.
La storia dice che aveva un carattere allegro, era - come si direbbe oggi - un buontempone, ed abilissimo a fare imitazioni. Ma era anche un buon poeta, tanto che pubblicò alcune raccolte di poesie. Da qui a scrivere versi per alcune canzoni il passo fu breve. Sua anche (ma siamo già nel 1905) la celebre Lili Kangy le cui parole dettero modo al musicista Salvatore Gambardella di rivestirle di una musica fantastica. Chi non ricorda le famosissime parole:


chi me piglia pe' frangesa/ chi me piglia pe' spagnola/ ma so' nata a Conte 'e Mola/ metto 'a coppa a chi vogl'j'… Caro Bebé,/ che guarde a fá?/ io quanno veco a te/ mme sento disturbá! …

Scrisse parole per moltissime canzoni, ma la sola che gli dette una notorietà internazionale fu solo una: 'o sole mio.

Quei fantastici versi:

Ma n'atu sole
cchiù bello, oi né.
'O sole mio
sta 'nfronte a te!
'O sole, 'o sole mio
sta 'nf
ronte a te
sta 'nfronte a te!

fecero e fanno ancora oggi il giro del mondo.

Voglio raccontare brevemente la vita di stenti che portò avanti il poeta.
Capurro rimase vedovo ancora giovane, aveva appena 31 anni, e la moglie gli lasciò tre figli da accudire, ma anche molti debiti. Per fortuna, nel 1904 scrisse una canzone per la nascita del figlio del Re che, rimasto soddisfatto, per l'occasione gli regalò una spilla di valore, che lui, invece di vendere, o di impegnarla come si era soliti di fare in quelle circostanze, volle donare alla Madonna di Piedigrotta, sperando che la Madonna gli facesse avere una vita migliore. Ma abbiamo già detto che i due autori, che fecero la fortuna della canzone 'o sole mio, e con essa la fortuna dell'editore Bideri, non ebbero a fruire dei diritti d'autore, perché della canzone si appropriò lo stesso editore, che li compensò con una somma modestissima: appena 25 lire.
Anche Capurro, come il suo amico, morirà poverissimo, seguendo dopo appena tre anni l'amara sorte del compagno.
Un aneddoto anche per Giovanni Capurro. L'autore di "'o sole mio" stava sul letto di morte, circondato dai suoi cari, gli avevano messo su un tavolinetto, lì accanto, per devozione, un'immagine di San Giuseppe, che a Napoli è considerato il patrono della buona morte. Ma il poeta, guardandolo, ebbe in mente il dolce che si prepara il 19 marzo, in occasione della festa del santo, le zeppole. In quel momento sorrise ed esclamò: che bona morte, sì… me sento meglio…

marcello de santis

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Una piccola rosa

10 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Una piccola rosa

UNA PICCOLA ROSA

di Assunta Castellano

E ti darò le spalle

perché non veda il pianto..

l'offesa del mio viso

mentre elargisci pane

perché non muoia di fame..

sapessi io donarti ciò che vorrebbe il cuore!

Ma ho solo le parole e una piccola rosa...

accettala... ti prego

e volterò il mio viso

dove l'amore Impera... di più non ti so dare

solo lacrime amare!!

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Joan Fontaine

9 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Joan Fontaine




Joan Fontaine, Tokyo 22 ottobre 1917 - Carmel by the Sea 15 dicembre 2013. Alfred Hitchcok, non ancora celebre per i suoi racconti thriller, chiamò questa quasi sconosciuta ragazza per interpretare un film che sarebbe diventato un'icona della storia della cinematografia americana: Joan Fontaine.
Aveva ventitre anni e da soli cinque aveva cominciato a girare qualche film, ma nessuno fino ad allora di una qualche importanza.
E Rebecca la prima moglie le dette quella notorietà che forse neppure lei si aspettava così improvvisa; il film era diretto dal regista Alfred Hitchcok che era al debutto nella regia nella sua attività in America. Il suo partner era, e scusate se è poco, il poi grande grandissimo Laurence Olivier. E i risultati non potevano essere diversi da quelli che furono, il film ebbe la nomination all'Oscar, il massimo riconoscimento per tale genere di arte, in America. Non vinse è vero, ché la vittoria andò alla bellissima Ginger Rogers, ma il successo lo conseguì con una magistrale interpretazione due anni appresso, quando fu dichiarata la migliore attrice protagonista per Il sospetto - nuovo film di Hitchcok, che girò a fianco di Cary Grant, e che le valse appunto la famosa statuetta d'oro.
L'attrice, avvenente come nessun'altra, non so se lo sapete, non era americana; nacque infatti in Giappone, anche se è vero che all'età di due anni, i genitori inglesi si trasferirono negli Stati Uniti e la bimba con loro. Nel 1943 fu naturalizzata americana.
Conosciamo anche sua sorella, anche lei attrice di rilievo in America, l'altrettanto famosa Olivia de Havilland, con la quale ha avuto, specialmente negli anni migliori delle loro carriere, una accesa rivalità. Olivia, maggiore di lei di un anno, è sopravvissuta alla morte di Joan, avvenuta nella sua villa di Carmel sul mare in California, alla bell'età di 96 anni.
E' tutta da raccontare la storia del nome d'arte delle due sorelle attrici.
E dunque: Joan si chiamava Joan, e per la sua carriera prese il cognome d'arte della madre - che si chiamava Lilian Augusta Ruse (era anche lei un'attrice e il suo nome d'arte era Lilian Fontaine; e quando Joan si avvicinò al mondo dello schermo le vietò di usare il cognome di famiglia e lei optò per il cognome di lei quando faceva l'attrice), da cui dunque Joan Fontaine.
Olivia, da parte sua, mantenne invece il suo cognome, de Havilland, (il padre infatti era un avvocato di grido dal nome Walter de Havilland). Il matrimonio dei genitori non fu felice tanto che si separarono e Joan, all'eta di 15 anni, tornò a stare col suo padre in Giappone, col qual visse due anni prima di fare ritorno in America.
Non stiamo qui a ricordare tutti i suoi film, che furono circa un centinaio distribuiti in ben sessant'anni di carriera.
Joan e Olivia non andarono mai d'accordo, fin da bambine, si narra, quando si litigavano i vestiti da indossare; e poi quando la più giovane volle seguire le orme della sorella più grande.
Poi avvenne l'irreparabile, per così dire, Joan vinse l'Oscar e lo sottrasse alla sorella anch'essa candidata; e da allora non si parlarono più per più di trent'anni anni; fino agli anni ottanta, quando si incontrarono per l'ultima volta in occasione del funerale della madre.

marcello de santis

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Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

8 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere

Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

Francesco Giubilei
Leo Longanesi
Odoya - Euro 1
8 - Pag. 200

Francesco Giubilei è un giovane editore - scrittore che seguo sin da quando ha cominciato a muovere i primi passi in un ambiente complesso, ammirandolo per la tenacia sin qui dimostrata nel perseguire obiettivi e realizzare risultati. Non è il primo a scrivere una biografia su Longanesi - inimitabile quella di Indro Montanelli - ma è importante che sia un piccolo editore a raccontare un vero e proprio modello editoriale, descrivendo la vita di un uomo basata su scrittura e invenzione di media (pronunciatelo come una parola latina, per favore) giornalistici. Giubilei non è alla prima prova saggistico - narrativa, ma questa volta dimostra maturità stilistica e grande talento per la divulgazione storico - biografica, perché coinvolge il lettore nelle imprese quotidiane di Longanesi e lo fa sentire vicino come un fratello spirituale. Un intellettuale controcorrente e polemico, non abbastanza fascista con Mussolini al potere - anche se inventò il motto: Mussolini ha sempre ragione! -, per diventare nostalgico del regime in piena democrazia. Longanesi era alieno da compromessi, uomo poliedrico e brillante, inventore di aforismi dissacranti (Sono conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare, Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia...), ideatore di riviste (L'Italiano, Omnibus, Il Libraio, Il Borghese...), scopritore di talenti e di libri scomodi (Il deserto dei tartari di Dino Buzzati), autore di poche opere graffianti e sincere (In piedi e seduti, Parliamo dell'elefante, Un morto fra noi...). Il capolavoro di Leo Longanesi resta la gloriosa e omonima Casa Editrice che contende il mercato ai colossi del periodo storico con un'immortale collana di pocket. Longanesi anticipa pensatori come Pasolini e Bianciardi:

"La televisione è basata sulla convinzione che esista moltissima gente che non ha nulla da fare e che è pronta a perdere il tempo a guardare gente che non è buona a fare nulla".

Aveva proprio capito tutto. In tempi culturalmente bui come quelli che stiamo vivendo - tra isole dei famosi, amici e reality sulle montagne - un giovane editore come Francesco Giubilei - pure lui romagnolo! - fa bene a ricordare Longanesi, modello di vero intellettuale. Due parole sul prodotto editoriale, ben confezionato, un oggetto libro corredato di illustrazioni e ben impaginato. Unico difetto: il prezzo troppo alto per un libro popolare. Odoya è un ottimo editore che sa fare il proprio mestiere. Mica è così scontato, credetemi.

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Lorella de Luca

7 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Lorella de Luca

Erano gli anni belli della mia gioventù, quelli della fine anni 50, quando stavo per finire il liceo e di lì a poco avrei mosso i primi passi nella facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma.
La televisione era ancora in bianco e nero, e così i sogni miei e dei giovani come me; e le nostre speranze, fatte di niente, ché non sapevamo ancora che cosa il destino ci avrebbe riservato. Né tanto meno pensavamo alla nostra vita di oggi, ultrasettantenni più o meno realizzati, alcuni con mogli e figli, altri con le loro solitudini invecchiate, allora impensate.
Erano, quelli, gli anni di Lorella De Luca, che imparammo a conoscere, ad ammirare, ad amare, forse ancora prima della sua comparsa nel film "Poveri ma belli" che la lanciò nel mondo tutto italiano della cinematografia, nella trasmissione televisiva di Mario Riva, Il Musichiere, dove svolgeva il semplice ruolo di "valletta", affiancata da un'altra giovanissima bionda, e carina come lei, Alessandra Panaro.
Ricordo che Mario Riva amava chiamarle le "cognatine".
Le due amiche furono inseparabili nel ciclo dei tre film Poveri ma belli, (1956), Belle ma povere, (1957), Poveri milionari (1959) tutti con la regia di Dino Risi.
Lorella aveva allora 18 anni, e Alessandra uno più di lei.
Mario Riva le volle con sé nell'avventura de Il Musichiere per il loro aspetto di brave ragazze, dolci nello sguardo e limpide nel sorriso, a rappresentare la gioventù che bilanciasse la sua età non più verde.
La trasmissione attrasse subito un grosso numero di telespettatori, oltre che per i concorrenti che, a due a due, si sfidavano correndo per arrivare per primi a suonare una campana, alla prime note di una canzone che eseguiva l'orchestra del maestro Gorni Kramer, anche per gli ospiti nazionali ed internazionali che onoravano con la loro presenza lo spettacolo.
Io avevo la loro età, e come la gran parte dei giovani come me, mi ritrovavo sempre davanti all'antiquato - visto con gli occhi della memoria di oggi - apparecchio tivù di allora, un enorme scatolone di legno ferro e plastica, ingombrante come non mai, che poggiava su un "portatelevisore", ingombrante pure lui sì, ma un nuovo compagno delle serate casalinghe, che presto andò a sostituire per molti italiani il fedele apparecchio radio che fino allora ci deliziava, la sera, con programmi che noi amavamo; come ad esempio: "I gialli di Ellery Queen", e con -annualmente - i Festival della Canzone italiana trasmessi da Sanremo.
Il Musichiere ruppe queste nostre abitudini, e Lorella e Alessandra ci rallegravano la serata settimanale con la loro angelica presenza. Poi negli anni Lorella volò alto nel mondo del cinema, grazie anche al matrimonio col regista Duccio Tessari. Girò nella sua carriera una cinquantina di film; pochi di essi se ne ricordano, in effetti, ma il ciclo di Poveri ma belli è rimasto un' icona indelebile nella nostra cinematografia; film che nel tempo vennero poi trasmessi e ritrasmessi non so quante volte sui piccoli schermi della tivù; e sempre con grande e rinnovato successo.
Con le due ragazze, amiche inseparabili anche nelle storie del ciclo, c'erano - tra gli altri - i fusti dell'epoca, Maurizio Arena (1933-1978) e Renato Salvatori (1933-1988), anche loro poveri ma belli! I due ci hanno lasciato molti anni fa.
Nel 1994 Lorella è stata colpita da una grave malattia, che poi ne ha causato la morte. E' andata a raggiungere i due compagni di lavoro.


marcello de santis

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In giro per l'Italia: Riccia

6 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Riccia

Sul finire dell'estate in Molise si assiste a uno degli appuntamenti più amati “la festa dell'uva di Riccia”. Una sagra voluta per celebrare la vendemmia, che attira ogni anno migliaia di visitatori per vedere sfilare i carri fatti con chicchi d'uva, ballare, cantare e stare in allegra compagnia. Flaviano Testa ci conduce, attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica, lungo le vie del paese per goderci lo spettacolo.

E ora un po' di storia e origine della festa preso dal Sito Ufficiale del Comitato Sagra dell'Uva di Riccia
www.sagradelluva-riccia.net

“La "Sagra dell'Uva" di Riccia è passata attraverso più di mezzo secolo, dalle sue prime edizioni, agli inizi degli anni trenta, fino ai nostri giorni, testimone dell'impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra e della sua gente cordiale. Riccia è infatti l'unico paese della nostra regione che ancora conserva intatta la suggestiva tradizione della Festa dell'Uva, organizzata nel passato anche in centri quali Campobasso, Agnone e Casacalenda. La celebrazione della vendemmia, tenuta da ormai diversi decenni nella seconda domenica di settembre, cade in concomitanza con la festività della Madonna del SS. Rosario.
L'origine della sagra cittadina si colloca, come già ricordato, agli inizi del 1930, quando, in conseguenza delle direttive del governo fascista, furono adottate misure affinché si svolgessero Feste dell'Uva in tutti i Comuni d'Italia, allo scopo di esaltare il lavoro dei campi e di valorizzarne il prodotto: "… in ogni città o grossa borgata dovrà formarsi un Comitato, sotto la guida del potestà, del quale facessero parte le autorità civili, militari ed i rappresentanti delle associazioni produttive e di partito", come ci ricorda Antonio Santoriello in "La Sagra dell'Uva a Riccia tra passato e presente".
La festa diventa subito spettacolo tra le strade del paese con giovani e giovanissime che ballano con costumi folcloristici, mostrando cesti pieni di uva e distribuendo dell'ottimo vino rosso autoctono, il cui vitigno, oggi, sembra quasi essere del tutto scomparso: a saibell. Nettare di Bacco così scuro da lasciare sulla bocca e nel bicchiere il rosso intenso e profumato del proprio carattere. Dopo un periodo di relativa immobilità, l'innovazione della festa arriva sul finire degli anni '60, grazie alla presenza del parroco della Chiesa del Rosario, Don Ciccio Viscione: non più una semplice devozione nella parrocchia dei prodotti viticoli, ma una vera e propria sagra con l'allestimento dei carri allegorici a sfilare per le strade cittadine, che diventano così protagonisti e motivo predominante della Sagra di Riccia.
Il Carro dell'Uva, piccola opera d'arte realizzata con chicchi di uva che vengono pazientemente incollati uno ad uno, dopo un'accurata selezione per grandezza e sfumatura di colore per realizzare l'effetto policromo, assume significati diversi. Il Carro diventa il simbolo del duro lavoro nei campi, con la rappresentazione di scene di vita contadina abilmente ricostruite, nella cornice fatta di mezzi e di strumenti della civiltà rurale di un tempo e non più in uso; lo stesso si trasforma in generoso e complice traguardo per tutti coloro che si accalcano nella fiumana di gente pronta e desiderosa di ricevere un assaggio dei tanti prodotti tipici della campagna riccese, dai grappoli di uva alla piacevole carne sulla brace, dai piatti colmi di cavatelli al sugo di salsiccia alla pizza di grano duro, tutti preparati come si faceva una volta, durante il tragitto della sfilata. E, naturalmente, l'intenso e prelibato vino locale. Ed infine il carro si adatta all'originalità del presente, alla trasgressione e all'ironia alternativa dei più giovani che vogliono entrare nella tradizione popolare con le proprie immedesimazioni. Diversi sono infatti i carri ritenuti "fuori tema" che sfilano ogni anno, ma che comunque conquistano per simpatia e genuina teatralità.
Della sfilata fanno parte anche numerosi gruppi folcloristici, sbandieratori, majorettes, e, in alcuni anni, anche pistonieri. Il ballo al seguito del carro non è solo spettacolo ma coinvolge gran parte della gente, proveniente da tutta la regione e anche da quelle limitrofe, specie giovani e ragazze che si lasciano volentieri trasportare dalle antiche tradizioni popolari; i canti poi, quelli che si facevano nei campi e che riecheggiavano nelle contrade cittadine al tempo dei raccolti, sono eseguiti oggi con gli strumenti di allora, la fisarmonica e l'organetto.
La festa della vendemmia è ormai divenuta una tradizione tramandata di generazione in generazione, testimonianza di valori che hanno sfidato il tempo e che hanno confermato, da parte dei riccesi, le qualità umane e di attaccamento alla propria terra. Ogni anno la Sagra dell'Uva di Riccia coglie l'occasione di arricchire il nostro animo della sua storia e cultura, ma anche dei suoi solidi valori.”

In giro per l'Italia: Riccia
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