Grant Allen, "Questi barbari inglesi"
Questi barbari inglesi
di Grant Allen
Traduzione di Nicola Leporini
Marchetti Editore, 2014
pp. 138
10,00
“Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.
Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.
Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da The Woman Who Did – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.
Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo spoiling, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo La macchina del tempo, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain, del 1889.
Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come quelli di una qualsiasi società primitiva, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.
Allen mette a fuoco le incongruenze di una società che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti svincolati e puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.
Sia in The Woman Who Did che in Questi barbari inglesi non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.
Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”
Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.
George MacDonald, "La saga di Lilith"
La saga di Lilith
George MacDonald
Auralia edizioni
Abbiamo già parlato di Sulle ali del Vento del Nord, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi Oltre lo specchio, Lilith e La casa del rammarico, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.
Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de Le Cronache di Narnia – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come La Mummia), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)
Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.
Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di Sulle ali del Vento del Nord) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.
A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato L’immaginazione fantastica, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.
Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.
“Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)
Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.
“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)
L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.
Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.
La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.
I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.
Caro aspirante scrittore
Caro aspirante scrittore...
... ciò che fai - cioè scrivere - è un tuo bisogno insopprimibile; ti viene naturale, perché leggi ferocemente da quando hai imparato a sillabare.
Ormai hai affinato lo stile e appreso tutte le tecniche. Forse sei persino bravo. Ma devi sapere una cosa: come te ce ne sono milioni, tutti al tuo livello, tutti che considerano la scrittura una ragione di vita, tutti meritevoli. Attorno a voi si è formato un esercito di sciacalli travestiti da promotori culturali. Da tempo il business non è più sul libro che si vende, ma su quello che ancora non c'è. E vai con i valutatori, gli editor, gli organizzatori di premi, i creatori di siti per scrittori, gli stampatori, i rilegatori, gli insegnanti di scrittura creativa, gli agenti.
Proporrai il tuo romanzo alle case editrici importanti. Lo rifiuteranno a priori, salvo che tu non sia già famoso per altri motivi, che non rappresenti un fenomeno paranormale, o che conosca qualcuno molto in alto. Ti rivolgerai agli editori a pagamento. Ti spenneranno per non stampare neanche una copia del libro, o per stamparne un centinaio che finiranno al macero.
Opterai per editori tanto onesti da non chiederti un versamento. La tua opera non verrà distribuita e le librerie si rifiuteranno di acquistarla. Dovrai comprarti le copie, il che equivarrà a sborsare un contributo, e dovrai sbatterti in qua e in là per venderle, come fossero pentole o asciugamani. Magari non sei il tipo per farlo, magari ti sembrerà di svilire il tuo lavoro e te lo vedrai morire fra le mani.
Ti orienterai sul self publishing, comodo per chi è timido e spiantato. Il tuo libro avrà un prezzo elevato a causa delle spese di spedizione. Non lo comprerà nemmeno tua zia. La gente spende volentieri 20 euro per una maglietta che mette sì e no due volte, ma non per un romanzo costato anni di sudore. Nel frattempo, però, il tuo libro sarà considerato edito, persino senza codice ISBN, e gli editori importanti, che hanno solo da guadagnare boicottando l'autopubblicazione, si rifiuteranno di esaminarlo. (Se, però, miracolosamente, dovesse diventare famoso, non si farebbero certo scrupoli a cooptarlo). Sempre per lo stesso motivo, non potrai più partecipare a premi letterari per inediti. E forse neppure per editi. Insomma il tuo testo non sarà più né inedito, né edito, né carne, né pesce.
Ah, e ricordati che, se per caso hai più di quaranta anni, la maggior parte dei premi importanti ti è preclusa. Magari non li avresti vinti lo stesso, ma che almeno ti lasciassero tentare.
Ripiegherai sugli amici, rilegando amorosamente manoscritti da donare a Natale. Dopo mesi di silenzio, ti arrischierai a chiederne notizia. Diranno che hanno avuto troppo da fare per leggere la tua roba. Dopo, né tu né loro farete mai più cenno alla cosa.
Questo, caro aspirante scrittore, è il futuro del tuo romanzo, resterà un'immagine di copertina che invecchierà con te, che verrà a noia a tutti e pure a te che l'hai scritto.
Tu, se ti va, scrivilo lo stesso. Tanto, in casa, la carta igienica fa sempre comodo. Poi fatti recensire molto, soprattutto da chi ne sa meno di te, tappati il naso se nella critica trovi errori di ortografia e svarioni culturali. Iscriviti a tutti i gruppi Facebook dove si parla anche solo lontanamente di libri. Ricordati di frequentarli ogni giorno, salutando sempre col doveroso rispetto l'amministratore/amministratrice, inserendo cuori, fiori, peluche, tazzine di caffè fumante al mattino e camomille serali, elargendo baci a profusione, informandoti sulla salute di cani e gatti di tutti i partecipanti. Se danno un party per l'ennesimo iscritto, sii il primo, alle cinque del mattino, a brindare con lo spumante virtuale e a far esplodere petardi on line. Stralcia dal tuo libro frasi a effetto, che le tue amiche possano scrivere sul loro diario segreto e condividere nelle loro bacheche.
Non dire mai quello che pensi davvero, clicca su mi piace fino ad avere il crampo da mouse, anche se ti viene da vomitare, lecca con dovizia e intensità i culi giusti, pubblicizza libri altrui che ti fanno schifo. Se qualche scrittrice di provincia racconta di "scapoli impertinenti", o di "afferrati delitti" tu afferma che sono licenze poetiche di un nuovo stile tardoromantico-analfabeta che si sta sviluppando, e all'ennesimo maschio infoiato che descrive orgasmi d'improbabili casalinghe in fregola, parla di aspetti dionisiaci e di gnosticismo, senza dimenticare, mi raccomando, un riferimento al matriarcato di Bachofen.
Mostrati sempre entusiasta di tutto ciò che dicono i blogger letterari di un certo peso, specialmente quelli che leggono Tolstoj tutte le sere prima di dormire, e, se affermano che Dante Alighieri era un emergente da stroncare sul nascere e che Leopardi scriveva roba spassosa, tu trova qualcosa a sostegno delle loro opinioni.
Fai passare il link del tuo libro dalle 400 alle 500 volte al giorno, con intervalli di 6 minuti esatti fra un passaggio e l'altro.
Tagga tutti, ma proprio tutti, anche l'amico salumiere, anche l'autostoppista conosciuto ad Agosto in Sardegna, anche il contatto di Los Angeles che a quest'ora dorme ma non si sa mai, magari soffre d'insonnia.
Se muore un oscuro poeta minore dell'Uzbekistan, condividi versi delle sue impenetrabili poesie, definendolo una "perdita incolmabile" per la cultura mondiale, mostrandoti personalmente affranto. Parla di lui come se fosse di famiglia, rimpiangi i bei vecchi tempi quando tu e lui vi prendevate un caffè sotto la porta di Brandeburgo parlando insieme di Majakovskij.
Fotografa il tuo libro in tutte le posizioni, graziosamente contornato di piante, languidamente adagiato fra cuscini, devotamente sotto la foto di padre Pio o, meglio ancora, del Papa. Se hai uno scaffale ben fornito di libri e magari pure la fortuna che il tuo cognome inizia con la M, immortalalo fra Manzoni e Moravia. È consigliabile anche infilarlo di nascosto nella vetrina della libreria più importante della tua città, scattargli una foto col cellulare accanto al best seller milionario del momento, poi ritirarlo prima che la commessa se ne avveda.
Se ti è possibile, muori. Fa sempre un certo effetto e attira simpatie e consensi.
Ti diranno: "Continua scrivere, sarebbe un peccato, hai lì il tuo sfogo, la tua arte, la tua creatività."
Sì, certo, ma per cosa, per chi? La risposta più banale è per te stesso. Ma non si scrive per se stessi, forse nemmeno il diario. Si scrive per incanalare le emozioni, arginarle e organizzarle in un tutto organico che diventa creatura, nuova vita, mondo secondario. Si scrive per rileggere dire: "Porca troia, che bello 'sto pezzo ma l'ho buttato giù in trance?", si scrive per dare origine a una storia e a dei personaggi che prima non c'erano e ora ci sono e ci saranno per sempre, personaggi che hanno spessore morale e densità fisica. Si scrive soprattutto riscrivendo, con fatica certosina, limando fino a raggiungere il rigo finale, quello cristallino, musicale e dato una volta per tutte, quello che, quando lo rileggi anche a distanza di anni, ti fa ancora vibrare.
Però, viene da chiedere, a che ti serve oggigiorno scrivere un romanzo? Chi lo leggerà, a parte tua madre, tua sorella, e i tuoi cari, gentili, compassionevoli amici di Facebook, per altro sempre meno perché con i nuovi diari, le impostazioni di privacy, le liste, ormai più contatti hai meno visibile sei?
Di là dalla pubblicazione, dalle vendite, dai premi letterari, dalle recensioni, dai litblog, dalle riviste cartacee e on line, dalle Pagine Facebook dedicate alla narrativa, dai siti specializzati, dai corsi di scrittura creativa, dagli editor e degli editing a pagamento e non, dai Saloni del Libro, dalle conferenze, dai meeting sui libri e su chi parla dei libri e su come parlare di chi parla dei libri, etc etc, che senso ha un nuovo romanzo in questa massa informe di scrittura, di testi belli, brutti, orrendi, così così?
Chiunque metta su carta un pensiero o una fantasia sessuale ora si sente autorizzato a pubblicare, a diffondere, vista la facilità del mezzo, chiunque pianti un rigo su un foglio bianco, lo corredi di punti esclamativi o di sospensione a indicare emozioni che non è capace di esprimere, si crede così poeta da partecipare al famoso premio del Caciocavallo di Vattelappesca. L'illusione di essere narratore, poeta, giornalista, critico, ti afferra solo perché sei in grado d'inserire un pezzo su Wordpress o su Blogger, così come, eoni fa, t'immaginavi Hemingway solo a possedere una macchina per scrivere.
Insomma, più che ti addentri in questo mondo, più la materia gonfia, si dilata, si disperde, diventa amorfa e autoreferenziale. Chi ti sta parlando ne è un esempio a tutti gli effetti ma, almeno, ne è un esempio consapevole e dubbioso.
Come emergere, dunque, come distinguerti addirittura dagli omonimi, dai cloni che proliferano? Come assicurare alle tue innocenti creature il diritto di vivere, di prendere forma negli occhi e nella mente di un lettore?
E ciò che tu, autore, hai scritto, che valore ha? È bello, è mediocre, è mainstream, è letteratura, è poesia, è una boiata, è spazzatura? Perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo romanzo piuttosto che quello di un altro, piuttosto che quello di milioni di altri? Ed ha ancora un senso scrivere in questo magma senza più filtro, sapendo di essere una goccia nel mare, di lanciare un messaggio in bottiglia?
Ecco io, non ho una risposta. E tu?
Il cimitero dei Lupi
Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale e industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme I Sepolcri, insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.
È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.
Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.
A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).
La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.
Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.
C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.
Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.
Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole, fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'eroico invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull'altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale che era poi mio nonno, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.
Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.
Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.
Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.
Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.
Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.
L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.
A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto, almeno così accadeva negli anni ottanta, quando hanno cremato mio padre.
Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.
Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".
Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal, turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.
Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.
Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita
"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".
Il nuovo cimitero ebraico
Il cimitero ebraico di Via Mei a Livorno, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto all'altro in via Ippolito Nievo (che conserva solo salme dell'ottocento e giace in stato di decadenza) poiché è stato aperto nel 1900. È di grande valore storico, vi sono state ricoverate le lapidi e i cenotafi (non i resti) dei primissimi cimiteri della comunità ebraica, addirittura risalenti al seicento, ormai demoliti.
Con le leggi Livornine del 1593 la comunità ebraica divenne sempre più numerosa in città e richiese terreni di sepoltura più ampi. La legge giudaica vuole che il corpo sia interrato, non chiuso in colombari o loculi dove si ha una decomposizione innaturale, e mai spostato dal luogo d'inumazione originaria. Ciò comporta l'ampliarsi a dismisura dei camposanti. Il primo cimitero si trovava nei pressi della spiaggia della Bassata, il secondo vicino alla Fortezza Vecchia, il terzo in via Ippolito Nievo e l'ultimo, quello di cui vi parliamo, in Via Mei.
Costruito su disegno dell'architetto Alberto Adriano Padova, ha all'ingresso, accanto al cancello in ferro battuto, una fonte in marmo e pietra serena con un'immagine che ricorda un pozzo. Essa porta la data 1901, anno successivo all'apertura del sepolcreto. L'acqua serviva per lavarsi all'uscita poiché attraversare un cimitero era considerato impuro.
In un angolo scopriamo blocchi di marmo accatastati alla rinfusa. Sono stati rinvenuti durante la demolizione di alcune case popolari in una zona periferica della città. Pare siano appartenuti a un camposanto smantellato dopo le leggi razziali.
Il cimitero si presenta ampio, ben curato, gradevole, ricco di vegetazione dal valore simbolico come ulivo e bosso. Le tombe non hanno fotografia poiché il culto delle immagini è considerato idolatria e non si usano fiori come offerte bensì sassi. Alcune lapidi hanno degli incavi appositi dove inserire le pietre. Le tombe sono di diversa natura, dalle più semplici, alle cappelle di famiglia con motivi neogotici, colonne a tortiglione o marmo bicolore.
Come abbiamo detto, qui sono conservate le lapidi più antiche, a forma di prisma triangolare, simili a quelle contemporanee dell'antico cimitero degli inglesi. Le decorazioni più arcaiche sono di natura pagana e laica: falene, faci, uccelli, serpenti che si mordono la coda, simboli massonici. I sacerdoti hanno scolpite sulle proprie lapidi mani benedicenti con le dita aperte. Durante la vita, i sacerdoti ebraici non possono entrare nel cimitero, considerato, come abbiamo detto, luogo impuro.
Le tombe più moderne mostrano una progressiva riscoperta della religione e dell'ortodossia, con un abbondare di stelle di Davide e di menorah, i candelabri a sette braccia che in origine proteggevano, nel tempio di Salomone, il sancta sanctorum dove era conservata l'Arca dell'Alleanza.
Gli ebrei livornesi sono principalmente di origine sefardita, anticamente parlavano un dialetto ebraico portoghese, il bagitto, che ha influenzato nettamente il vernacolo nostrano con parole in uso ancora oggi come sciagattare e bobo.
I nomi sulle lapidi ricordano molte delle più illustri famiglie del commercio livornese, dai Corcos, agli Attias, ai Chayes, famosi per la lavorazione del corallo. Troviamo alcuni eroi delle guerre d'indipendenza, un librettista della Cavalleria Rusticana, la poetessa Angelica Palli, ed è sepolta qui la famiglia dell'ebreo livornese più famoso al mondo, Amedeo Modigliani, ricordato solo con una lapide poiché le sue spoglie si trovano nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi.
Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Oggi conosciamo il Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, un’associazione culturale di promozione cinematografica (senza scopo di lucro) nata 4 anni fa, il 22 Febbraio del 2012, affiliata alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC). Una piccola ma attiva realtà maremmana che conta un buon numero di soci e tante iniziative di alto livello culturale che l'hanno portata all'attenzione dei media nazionali, rendendola un centro di aggregazione del territorio. Abbiamo avvicinato Matteo Racugno, uno degli ideatori di questo sogno cinefilo, per sentire dalla sua viva voce prospettive e bilanci.
Come nasce il Piccolo Cineclub?
Tutto parte da un’idea di sei amici. di età, studi e lavori diversi, uniti dalla passione per il cinema. Da tanti anni coltivavamo un sogno: creare una piccola sala capace di riportare sul grande schermo i capolavori del cinema ma anche di rendere visibili grandi film contemporanei lasciati ai margini, per contorte logiche industriali, alcuni lungometraggi vincitori di prestigiosi Festival cinematografici, molte opere di giovani autori italiani dimenticate dai distributori.
Un progetto ambizioso e non di facile realizzazione...
E invece è diventato realtà. Poche settimane fa abbiamo ospitato Francesco Ghiaccio, che ha presentato in anteprima provinciale la sua opera prima Un posto sicuro, un film importante, che parla di amianto e del dramma di Casale Monferrato. Un film invisibile per la sciagurata distribuzione che ha avuto. Abbiamo presentato anche Non essere cattivo di Caligari, che nonostante la presentazione agli Oscar non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato.
Sono state molti gli ostacoli da superare?
Sembrava tutto troppo complicato. Un giungla di norme burocratiche assurde pareva rendere impossibile la realizzazione del progetto. È stato l’entusiasmo dei soci - che si sono moltiplicati nel giro di poche settimane - a darci la spinta per continuare a credere nella nostra idea. Pare impossibile, ma in poco tempo siamo diventati 1500 soci e stiamo per tagliare il traguardo delle 10.000 presenze totali.
Come si diventa soci del Cineclub? Godete di contributi e sovvenzioni?
Basta una tessera annuale dal modico costo di 5 euro - un prezzo simbolico – che consente di partecipare alle attività del Piccolo Cineclub Tirreno da Gennaio a Dicembre. Ogni anno rendiamo pubblico il bilancio e lo sottoponiamo alla votazione dell’assemblea. Non abbiamo contributi o sovvenzioni. Per scelta. Vogliamo avere piena libertà nella programmazione e nella gestione del Cineclub.
Proiettate soltanto film o programmate incontri con registi, attori e addetti ai lavori?
Quando è possibile cerchiamo di far entrare i soci in contatto con registi e attori, invitandoli alle proiezioni per parlare dei loro film. Abbiamo avuto ospiti i registi Salvatore Mereu, Andrea Segre, Daniele Segre, Costanza Quatriglio, Francesco Ghiaccio, Manetti Bros, Stefano Liberti, Alessandro Rak, Roan Johnson, Antonio Augugliaro, Sabina Guzzanti, il collettivo John Snellinberg, l'attore Dario Cantarelli, i critici cinematografici Giulio Sangiorgio e Alessandro Baratti, gli sceneggiatori Daniele Ranieri, Ottavia Madeddu e Antonella Gaeta.
Come si svolge la proiezione?
Il giorno del cinema è il venerdì, ore 21 e 30. Come ogni cineclub che si rispetti le proiezioni sono accompagnate da una breve presentazione per introdurre lo spettatore alla visione e da materiali critici di approfondimento offerti gratuitamente agli spettatori. Vogliamo che il Piccolo Cineclub Tirreno sia non solo una piccola sala dove vedere dei bei film, ma anche uno spazio di aggregazione, un luogo di scambio, di confronto e di ritrovo.
Che genere di film proiettate al Cineclub? E con quale scopo?
I lungometraggi che presentiamo al Cineclub sono, in genere, film che molto difficilmente potrebbero essere visti nelle normali sale della zona. Siamo un’associazione e, come in ogni associazione, si prova il piacere di condividere un interesse comune. Quindi vedere un film al Cineclub significa socializzazione, condivisione e garanzia di qualità.
Come scegliete i film? Che tipo di pubblico segue le proiezioni?
Ci teniamo molto aggiornati attraverso i quotidiani e le riviste specializzate, cartacee e on line. Stiliamo una prima lista di massima che perfezioniamo in un secondo tempo, escludendo i film presentati nel cinema della nostra città o in altre sale delle città più vicine (Grosseto e Piombino), cercando di diversificare quanto più possibile la programmazione, per soddisfare gusti ed esigenze diversi. Il nostro pubblico è unito dalla passione per il cinema. I gusti non necessariamente sono comuni.
Il Cineclub segue una linea programmatica? Fate soltanto cinema colto e - per usare una parola che alcuni usano in senso negativo - intellettuale?
Esistono dei buoni film e dei brutti film, come esistono dei buoni libri e dei brutti libri, della buona musica e della brutta musica. Noi cerchiamo di suggerire buoni film. Tutto qui. Lo facciamo senza pretendere di dare certezze. Crediamo che i nostri soci, essendo così tanti, lo abbiano capito. E non hanno proprio niente dell'accezione negativa del termine intellettuale.
Noi vi consigliamo di fare un salto al Piccolo Cineclub Tirreno, soprattutto se vivete in Maremma, così come vi consigliamo di frequentare il piccolo cinema del dopolavoro ferroviario a Grosseto. Sono questi luoghi che ancora ci consentono di respirare aria di vero cinema, perché non danno spazio soltanto ai fenomeni del momento, alle mode passeggere e ai film di cassetta. Non solo, si tengono lontani anche da tanta odiosa spocchia intellettualistica che profuma di snobismo fine a se stesso, esibito soltanto per colmare un triste vuoto culturale.
In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
Questo piccolo paese del Molise, con poco più 1.000 abitanti, si trova in provincia di Campobasso.
Il borgo antico sorge su una collina rocciosa e domina l'ampia valle del Tammaro, proprio dal belvedere del paese si può ammirare un suggestivo paesaggio che spazia sino ai Monti del Matese.
Sul monte svetta il campanile della chiesa di San Rocco, dove è possibile ammirare la statua di San Filippo Benizi, esponente dell'ordine dei Servi di Maria, datata nel 1774 ed eseguita da Silverio Giovannitti.
La chiesa parrocchiale invece è dedicata a San Nicola di Bari, protettore del paese, è un edificio a croce latina, di origine medievale, costruito dopo il terremoto del 1805, e vi si può ammirare la statua del santo eseguita dallo scultore napoletano Giacomo Colombo.
Circolano varie leggende sull'origine del nome del paese ma tutte facenti in qualche modo riferimento a San Giuliano che uccise per errore i propri genitori durante una caccia a un cervo. Per scontare il terribile e involontario delitto, Giuliano, seguito dalla fedele moglie, lasciò il castello e fondò, lungo la riva di un fiume, un ospedale per pellegrini, fino a che, nella veste di pellegrino, giunse un angelo che gli disse: “Oh Giuliano, il Signore mi mandò a te e mandami a dire che egli ha accettato la tua penitenza e ambedue fra poco tempo dormirete in pace”. Il santo è San Giuliano lo Spedaliere. (Tratto da: La parate dei fucilieri ed il culto di San Nicola a San Giuliano del Sannio di Carmela di Soccio, Edizioni Enne)
A San Giuliano, il 9 maggio, ricorre la festa patronale dedicata a San Nicola, ma è conosciuta in tutto il Molise come la festa dei Fucilieri. In quel giorno il paese richiama molti visitatori, attirati soprattutto dalla singolarità della parata di origine militare. I fucilieri, da oltre un secolo, formano il picchetto d'onore della statua di San Nicola durante la festa e, dopo la rituale Messa, quando il Santo viene accompagnato in processione per le vie del paese, lo scortano sparando a ritmo di musica con la banda.
Un paese ricco di natura, di splendidi colori in ogni stagione, di antiche tradizioni dove si possono gustare piatti tipici e fruire della proverbiale ospitalità dei paesani.
"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini
Benito Mussolini fu bersagliere nella Grande Guerra; le sue memorie abbracciano un arco di tempo che va dal settembre 1915 fino ai primi mesi del 1917; seriamente ferito nel febbraio dello stesso anno, al termine di una lunga convalescenza verrà messo in licenza e poi congedato.
Devo ammettere che dopo aver letto e commentato molti diari e memoriali di guerra, sia italiani sia stranieri, intendevo passare ad altre letture, ma il riapparire sulla scena editoriale del diario di Mussolini (editore Il Mulino, con prefazione di Mario Isnenghi), mi ha ridato interesse per questi temi. Nell’edizione che ho letto ci sono i brani che l’autore scrisse e fece pubblicare già durante il conflitto dal suo giornale, Il Popolo d’Italia; sono stati aggiunti però i due testi finali che furono pubblicati in un volume nel 1923. Si tratta di Gennaio-febbraio 1917 e del testo conclusivo Ferito!.
Non può non rimanere impresso (soprattutto nelle parti iniziali) lo stile semplice, diretto, giornalistico; attraverso brevi raffiche di parole si evidenzia l'emozione di un momento e si mostra una serie di belle istantanee di vita di trincea, non senza accenti lirici. Il diarista è un militare dotto e curioso che si muove alla ricerca di importanti tracce di italianità nelle terre appena conquistate. Come soldato semplice opera tra gli umili fanti, essendogli preclusa per ragioni politiche la possibilità di fare il corso per ufficiali. Soldato tra i soldati, è pur sempre un giornalista e un politico in ascesa; innumerevoli sono i commilitoni (anche tra gli ufficiali) che lo cercano e che vogliono stringergli la mano. Riceve persino una lettera da un soldato impegnato sul fronte belga.
In trincea può osservare il grande arcipelago di culture, dialetti, sensibilità che la guerra amalgama nella forzata convivenza, tanto da fargli esclamare che ormai il regionalismo era finito.
La freschezza di tante pagine in cui riporta i neologismi della vita di trincea, le battute vivaci dei compagni e le proprie sensazioni, si perde in alcuni punti dove emerge la retorica; ad esempio quando ci racconta di aver bevuto "con devozione" l’acqua dell'Isonzo, definito “fiume sacro” o in altri momenti in cui rileva con ridondanza il coraggio indefesso di molti soldati o lo stoicismo ferreo dei feriti anche gravi. Non è un diario ricco di grandi imprese; sul Carso la lotta contro l’austriaco si accompagna a quella contro le intemperie, contro i pidocchi, contro la noia di certe giornate. Mussolini ottiene i galloni di caporale per la premura con cui ha comandato una squadra in Carnia, impegnato soprattutto a rafforzare ricoveri in mezzo alla neve. Non sono quindi gli eroismi a essere messi sotto i riflettori, ma la quotidiana sofferenza e la forte tempra degli uomini. Ecco un passo che offre un’idea dello stile e del contenuto dell’opera:
“Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. È la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici fino alle ossa”.
La guerra è una lotta senza sbocchi; ricognizioni, congelamenti, allarmi notturni, lavori di riattamento dopo i tiri nemici, ma anche tedio, scoramento e monotonia, esemplificati dal memorialista con la consueta efficacia:
“È giunta la posta. Molte cartoline illustrate. Domani è Pasqua. Senza le cartoline illustrate nessuno si sarebbe ricordato della solennità”.
Eccolo invece in un momento ben diverso:
"Stamane all'alba ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento e probabilmente anche il fumatore”.
Fante tra i fanti, calato tra il popolo, Mussolini si sente comunque un capo e riflette sul linguaggio più opportuno per motivare la truppa in cui nel 1916 la parola pace comincia a circolare con insistenza dopo tanti macelli; ma, afferma, nessuno dei combattenti accetterebbe una pace senza vittoria e quindi senza le sudate conquiste. Dal suo osservatorio il futuro Duce ha modo di ragionare sul morale dei soldati, notando che in ogni reparto ci sono i coraggiosi che credono nelle ragioni della guerra, poi quelli che fanno il proprio dovere (pur senza strafare) e infine altri che è difficile decifrare; potrebbero essere affidabili oppure no. Da chi dipende la forza di un reparto? Dalla capacità dei comandanti. Sulla necessità di guide adeguate, Mussolini ragiona ulteriormente su un piano più ampio, mentre in trincea legge avidamente un testo di Mazzini che individua nell’assenza di capi un male storico per l’Italia: “Mancano i capi, i pochi a dirigere i molti …”. Parole che fotografano anche il presente, commenta significativamente il diarista.
Una delle chiavi del testo, nel suo complesso, è questa dialettica tra la necessità di essere nella massa e il sentirsi comunque superiore ad essa e in grado di guidarla. C’è un punto in cui l’individualità dell’autore emerge nettamente, distinguendosi dagli altri e da una promiscuità non sempre gradita? Direi che nel brano finale il diarista approda a una sottolineata e significativa solitudine. Vediamo da vicino. Mussolini, gravemente ferito nel corso di un'esercitazione come tante, viene ricoverato in ospedale. Piovono granate nemiche; non sono colpi isolati, ma un bombardamento che sembra sistematico. Eppure c’è la bandiera della Croce Rossa ben visibile; il nemico l’ha sempre rispettata, nota con angoscia uno degli infermieri. Il pericolo cresce. Alcuni uomini vengono colpiti. Allora si impartisce l’ordine di evacuare i degenti, vista l’insistenza del micidiale cannoneggiamento. Mussolini per il dottore non è trasportabile; rimane allora l’unico ricoverato nell’ospedale, ferito in circostanze banali e antieroiche, eppure in qualche modo diverso dagli altri. Così finisce il diario, lasciando l’autore in primo piano, ancora in pericolo ma lucido, in una solitudine emblematica che può essere variamente interpretata.
Un eroe con la tonaca
Tra i molti Italiani che caddero con valore e che sono stati dimenticati, spicca la figura del Sacerdote Domenicano Reginaldo Giuliani.
Nato a Torino il 28 agosto 1887, scelse fin dalla prima giovinezza di servire Cristo e vestì l'abito dei domenicani. La sua vocazione non gli impedì di servire con onore anche la Patria al fianco dei suoi coetanei. Durante la Prima Guerra Mondiale fu Cappellano Militare con gli Arditi della III Armata, dove sostituiva spesso gli ufficiali quando il reparto si trovava in mancanza di uomini. Attraversò il Piave raggiungendo, di isolotto in isolotto, l’altra sponda e ritornò per fare altrettanto con un altro reparto.
Con imprese coraggiose e “disperate”meritò sul campo due Medaglie di Bronzo e una d'Argento. Ecco la motivazione per questa ultima:
«Giunto al Reparto immediatamente dopo aver partecipato ad un’azione su di un altro tratto del fronte prendeva parte con inesauribile lena a un nuovo combattimento incuorando e incitando le truppe nei più gravi momenti. Nelle soste della lotta anziché concedersi riposo, pietosamente si dava alla ricerca dei feriti e prestava loro amorevolmente assistenza e conforto. In una critica circostanza essendo un ragguardevole tratto del fronte rimasto, a causa delle forti perdite, privo di ufficiali, volontariamente ne assumeva il comando disimpegnando le relative mansioni con vigorosa energia e mirabile arditezza»(Romanziol, 30 ottobre 1918).
In seguito scrisse un libro ricordando la sua esperienza in guerra intitolato Gli Arditi, edito a Milano dai Fratelli Treves Editori, con il sottotitolo Breve storia dei reparti d'assalto della terza armata.
Al termine della Grande Guerra fu con D'Annunzio nell'impresa Fiumana insieme agli squadristi Cattolici delle Fiamme Bianche e ancora partecipò alla Marcia su Roma nel 1922. Ettore Muti, “mangiapreti” per antonomasia, aveva un enorme rispetto per Padre Giuliani e teneva nel portafoglio il santino della Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori, che Giuliani gli aveva regalato quando erano insieme a Fiume. Ciononostante, si divertiva a prenderlo di mira con i suoi famosi scherzi e pare che una volta, durante una celebrazione, gli mise una immagine di Giuseppe Mazzini nel messale per godersi la sua reazione.
Padre Giuliani partecipò volontario alla Guerra d'Etiopia, quale cappellano delle Camicie Nere. Proprio combattendo in quella terra, dove sognava di evangelizzare gli abissini, morì il 21 gennaio 1936 nella battaglia di Passo Uarieu, mentre soccorreva un compagno, il fraterno amico Luigi Valcarenghi.
Ricevette, per il suo comportamento, la medaglia d'oro al valor militare «Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle camicie nere gridando: "Dobbiamo vincere, il Duce vuole così ". Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un martire.»(Mai Beles, 21 gennaio 1936)
Ora riposa nel cimitero di guerra italiano presso Passo Uarieu.
L'antico cimitero degli inglesi
Con le leggi Livornine, promulgate dal Granduca Ferdinando I°, a partire dal 1590, per favorire l’economia e il ripopolamento di una zona malsana e malarica, si permise alle comunità ebraiche prima, e a tutte le altre poi, di stabilirsi a Livorno. Lo scopo principale era attirare le ricche comunità sefardite.
La Santa Inquisizione di Pisa, tuttavia, non era lontana, e chi professava un’altra fede, anche se protetto da leggi speciali, doveva farlo con cautela e senza ostentazione. Erano proibiti i luoghi di culto non cattolici e anche i cimiteri. Prima della costruzione del cimitero inglese, chi moriva straniero nella nostra terra finiva seppellito fuori le mura, insieme agli animali.
Gli studi compiuti dall’Associazione Livorno delle Nazioni hanno portato a nuove scoperte e a ribaltare molte teorie sul cimitero inglese di via Verdi. La data scritta sul cartello è sbagliata di almeno cento anni. Si è scoperto a Londra il testamento di un mercante inglese redatto nel 1643. Egli lascia 150 sterline per l’acquisto di un terreno di sepoltura per la nazione inglese a Livorno. Risale a tre anni dopo, 1646, la prima e più antica sepoltura, nell’angolo in alto a sinistra del cimitero, appartenente, guarda caso, a Daniel Oxenbridge, un amico di chi ha redatto il testamento.
Quello di Via Verdi è il più antico cimitero inglese d’Italia, il più antico cimitero di Livorno e, addirittura, il più antico cimitero inglese del mediterraneo. Ha accolto 450 tombe dal 1646 al 1840 su mezzo ettaro di terreno. La sua importanza storica è notevolissima. Nel 1735, in una mappa, è già definito cimitero vecchio. L’autorizzazione ufficiale alle sepolture arrivò soltanto nel 1737, da allora, tutti coloro di religione non cattolica che si trovavano a morire nelle vicinanze venivano sotterrati qui, anche se non abitavano a Livorno. Era l’unico luogo in Italia in cui potevano essere interrati i protestanti di tutta l’Europa, ugonotti, valdesi, svedesi, svizzeri etc.
L’ingresso principale è a U, prima della guerra c’erano un muretto basso e una cancellata ora distrutti. Nel periodo della sua costruzione il cimitero era vicino a postazioni militari e per questo motivo non poteva avere muri né monumenti troppo alti.
Farsi una tomba nel cimitero inglese era costoso, almeno quanto il rimpatrio della salma, e solo i più abbienti potevano permetterselo. Principalmente si tratta di ricchi mercanti con le loro famiglie. Si è notato un raggruppamento di sepolture per corporazioni.
La tomba più famosa e più visitata è quella dello scrittore scozzese Tobias Smollett, (1721- 1771) autore, fra l’altro, del famoso The Expedition of Humphry Clinker. Smollett abitava a Montenero, morì nel 71, anche se sulla lapide è scritto erroneamente 73. La sua tomba non si differenzia da molte altre simili, ricorda un obelisco, secondo la moda dell’egittologia che imperversò dopo le spedizioni napoleoniche in Africa. Adesso è estremamente spoglia, sono state trafugate le parti in metallo, la sfera di marmo sulla sommità e le altre quattro sfere laterali. I turisti, anche quelli del settecento, spogliavano la tomba per portarsi a casa un pezzo di marmo come ricordo.
È sepolto qui anche l’esploratore William Broughton, la sua tomba è stata ritrovata sopra un’altra. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il cimitero fu devastato dai bombardamenti. Due fotografie rinvenute a Londra lo dimostrano. Alla fine della guerra, le tombe bombardate furono malamente e frettolosamente ricomposte con pezzi dell’una aggregati all’altra ed è difficile ormai stabilire cosa appartiene a chi. Delle 130 tombe scomparse l’Associazione è riuscita fino a oggi a rintracciarne 30.
Sono sepolti in questo cimitero molti appartenenti alla famiglia Lefroy, a partire dal nonno Antonio. I Lefroy sono noti perché ne parla Jane Austen che ha avuto uno sfortunato amore con uno dei discendenti.
Troviamo anche:
il barone Von Stosch, personaggio controverso, spia del governo inglese, amico dell’archeologo Winckelmann, che dette origine alla prima setta massonica del settecento;
Francis Horner, parlamentare inglese amico di Ugo Foscolo;
il padre di Vieusseux e un altro suo parente, Pietro Senn, fondatore della Camera di Commercio e della ferrovia Leopolda;
John Wood, capitano del Peregrine, vascello protagonista della battaglia di Livorno del 1653, fra inglesi e olandesi;
il tredicenne William Thompson, marinaio per il quale qualcuno ha voluto un destino diverso dalla sepoltura in mare;
Louisa Pitt, amante di William Thompson Backford (1760 – 1844) autore del romanzo gotico Vathec;
Mrs Mason, ovvero Margaret King, scrittrice e medico, pupilla di Mary Wollstonecraft, amica della di lei figlia Mary Shelley e del marito di quest’ultima Percy Bysshe Shelley, la quale aprì a Pisa un salotto frequentato dalle migliori menti dell’epoca.
Un discorso a parte riguarda la tomba di William Magee Seton, marito di Elisabeth Seton, santa americana. Il parroco della parrocchia omonima è intervenuto nel 2004 con un escavatore in un terreno che non permette l’ingresso di tali mezzi - al punto che i volontari dell’associazione sono costretti a tagliare i rami pericolanti a mano. L’intervento di esumazione delle spoglie del marito di Elisabeth ha danneggiato gravemente la tomba. Da notare che William Seton era protestante e non cattolico.
Il cimitero non era pianificato perché le persone potessero passarvi del tempo, come nei grandi cimiteri di Pere Lachaise a Parigi o Highgate a Londra.
Vi si notano tombe a prisma triangolare, di forma molto simile a quelle riscontrabili nei cimiteri ebraici in Olanda e nelle comunità sefardite, a conferma di un rapporto privilegiato fra la religione ebraica e quella protestante, entrambe basate sull’esegesi diretta dell’Antico Testamento. Le tombe dei cimiteri inglesi della Tunisia e della Grecia sono invece diverse. Oltre alla forma a prisma triangolare, si trovano anche lastre e monumenti misti a colonna, a obelisco e altri.
I simboli iscritti sulle tombe diventano più complessi e più belli col procedere degli anni, man mano che dal seicento barocco si procede verso lo stile neoclassico della fine del settecento. Si hanno riferimenti alla dance macabre, secondo una moda venuta in auge dopo la peste del trecento, alla fenice, al melograno - collegato al mito di Persefone - all’ouroborus, il serpente che si mangia la coda, alle torce, alle mani intrecciate.
L’Associazione ha operato il censimento e il mappaggio delle tombe, sia quelle in loco, sia quelle riscontrabili solo sui documenti, elaborando un database integrato con gli studi di tutta Europa e imperniato sulla pianta dell’architetto Soggi. I volontari si dedicano alla pulizia, al taglio dell’erba e alla raccolta dei rifiuti. Hanno cercato anche di proteggere il camposanto durante i lavori invasivi per la costruzione del parcheggio nell’area dell’ex cinema Odeon.
Una collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, rappresentata dal professor Giacomo Lorenzini, ha prodotto nuove conoscenze sulla vegetazione presente, sfatando la leggenda della presenza del famoso olmo della Virginia che è, in realtà, un bagolaro.
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