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Ranieri de Calzabigi

7 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Ranieri de Calzabigi

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa.

Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi, dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie.

Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato.

A Parigi scrisse la Lulliade, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese.

La Lulliade allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re.

Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. Orfeo ed Euridice, Alceste e Paride ed Elena.

Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia.

Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.

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Il caffè Bardi

6 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il caffè Bardi

Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, dove Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.

Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.

Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.

Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.

Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.

Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d' Annunzio quando si fermavano a Livorno.

Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.

Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.

Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.

E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.

E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma non avrebbe mantenuto le promesse.

Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.

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QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA TIGRE.

5 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA  TIGRE.

Dalla raccolta: INFANZIA FELIX – 1939-1945

GIUGNO 1943.

La sorella minore di mia madre si chiamava Maria, ma tutti la chiamavano Marì. Era una donna molto dolce ed anche piuttosto timida, che, purtroppo per lei, era stata data in sposa ad un certo Piero Bontardelli, ma a quel tempo le cose andavano così e raramente le donne si ribellavano ai padri e, una volta sposate, neppure ai mariti. Il Bontardelli era un farmacista, quindi era un benestante ed era stato scelto per questo, ma era un tipaccio che, spesso e volentieri, con la moglie alzava la voce e anche le mani. Così, dopo i primi infelici anni di matrimonio e senza aver avuto figli, lei questo marito, dopo averlo a lungo sopportato, aveva cominciato a detestarlo. Spesso piangendo si sfogava con mia madre, la sorella maggiore, ma di lasciarlo non ne aveva il coraggio.

Io e mia sorella adoravamo questa zia, mentre invece eravamo abbastanza impauriti da quel marito che ci sembrava una specie di Orco: alcune volte di pomeriggio eravamo andati a trovarla a casa sua a Torino, ed avevamo assistito al rientro del marito. Dopo una giornata di lavoro in farmacia era sempre rabbioso, o almeno così appariva a noi. Più che parlare ci sembrava solo che urlasse e, quando lui arrivava, aspettavamo, quasi tremanti, che nostra madre venisse a prenderci per riportarci a casa, lontano da quell’uomo orribile. Poi la nostra famiglia si era spostata a Milano e la zia Marì era rimasta a Torino, prigioniera di quel marito Orco.

A quel tempo c’era la guerra: il ventiquattro di ottobre del 1942 era un sabato e, a metà pomeriggio, prima che suonasse l’allarme, nel cielo erano comparsi gli aerei inglesi che avevano iniziato a sganciare le loro bombe sulla città. Noi stavamo per raggiungere mio padre in centro città, insieme ci saremmo recati in una pasticceria ed io avrei mangiato un paio di paste, poi, forse, saremmo andati anche al cinema.

In quegli anni si lavorava dal lunedì fino a metà del pomeriggio del sabato, mio padre avrebbe smesso il lavoro alle quattro e sarebbe arrivato dalla periferia opposta della città, dove aveva la sua prima piccola fabbrica, che tutti chiamavamo l’officina.

Mia madre stava chiudendo la porta di casa mentre si udivano i primi boati delle bombe e l’allarme finalmente suonava, così aveva sospinto me e mia sorella nel rifugio, che altro non era che la cantina di casa.

Eravamo rimasti stretti a lei senza parlare per quasi due ore, mentre le bombe cadevano, ora un po’ più vicino, ora un po’ più lontano, con rumori paurosi, sibili ed esplosioni. Dopo il cessato allarme, con mia madre ci eravamo spinti fino sul portone di casa. In fondo alla via una casa bruciava e io ne ero rimasto atterrito. Mi ero rifugiato nel corridoio della nostra abitazione, dove non c’erano finestre, per non vedere i bagliori degli incendi. Era stato un avviso piuttosto perentorio che la guerra ci era arrivata in casa ed era ormai persa.

Mio padre dopo due giorni di tormentosi ragionamenti su dove la guerra sarebbe passata, dove avrebbe fatto più danni e dove meno, scelse di trasferirsi, officina e casa, in uno sconosciuto paese di nome Iseo, abbastanza vicino a Milano, ma forse un po’ defilato rispetto alle direttrici che avrebbe potuto prendere la guerra. Il paese era piccolo e chiuso, di forestieri se ne vedevano pochi e, quando arrivammo la sera del ventisette ottobre, noi eravamo i primi sfollati che si fossero mai visti nel paese.

Ma c’era un bel lago, io in breve in quel paese mi ci ero ambientato e la guerra era tornata ad essere qualcosa di lontano che quasi non mi riguardava.

Dall’ex podestà del paese mio padre aveva affittato una villetta in riva al lago: era in pratica la casa delle vacanze estive di sua figlia, perché lui, invece, abitava nel centro del paese. La casa era stata costruita in due corpi ad angolo. La parte padronale, dove adesso abitavamo noi, dava direttamente sul lago ed aveva un bel giardino, dei moli e una darsena. Il corpo laterale era stato fatto in modo più spartano, perché era abitato dal suo mezzadro, che coltivava circa l’ettaro di terra che si estendeva tra il lago e la strada di accesso alla casa. Un portico univa i due corpi della casa e su questo si affacciava la nostra cucina. Arrivando dal centro del paese, la strada passava dietro alla casa ed un cancello delimitava la proprietà ad un centinaio di passi di distanza. Un lungo viale, lievemente in discesa, portava al cortile dove si affacciavano la porta di casa del mezzadro e la porta della nostra cucina. Quindi tutti noi entravamo in casa dal retro della casa e cioè dalla porta della cucina. Specie nel primo inverno, poi, la cucina era anche la stanza più calda, fino a quando mio padre cominciò a produrre le stufe a segatura, che, una dopo l’altra, furono installate in tutte le stanze. Intanto, fino dai primi giorni in cui avevamo iniziato ad abitare questa villetta, era comparsa a casa nostra una giovane donna di nome Rosi, che sarebbe diventata la nostra nuova cameriera e poi, a poco a poco, una di casa. Rimase con noi fino alla sua morte, molti anni dopo.

Era lei che mi portava a scuola e mi veniva a riprendere al termine delle lezioni, io con la mia piccola bicicletta, lei con la sua. Insomma, per me un’infanzia felice, l’eco della guerra era una cosa lontana, di cui si occupava forse solo mio padre che sentiva le notizie della EIAR e, di nascosto, la sera tardi, ascoltava anche radio Londra, sempre preceduta da sinistri suoni di tamburo.

Intanto, nello stesso inverno, anche Torino era stata la meta di feroci bombardamenti e, nella primavera del 1943, pure i miei nonni materni lasciarono quella città e si rifugiarono con noi ad Iseo. Erano arrivati in tre, mio nonno che non lavorava più, mia nonna Caterina e il loro ultimo figlio, mio zio Serafino, che era di salute cagionevole, aveva quasi vent’anni e faceva il pittore.

Mia zia Marì si ritrovò ad essere sola a Torino, nelle grinfie del marito Orco. Non resistette a lungo ed un giorno scappò di casa, venendo anche lei a rifugiarsi ad Iseo.

A me sembrava una sistemazione bellissima: mio padre aveva affittato un’altra porzione della villa dove abitavamo, destinandola ai miei nonni, io da mio zio imparavo a dipingere, adesso era arrivata anche la nostra zia prediletta.

Tutto era apparentemente perfetto, ma una brutta mattina, sul finire di giugno, inatteso comparve anche l’Orco.

I maschi di casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti fuori casa, nell’officina di mio padre ,dalla parte opposta del paese. Io, che avevo appena terminato la seconda elementare, ero invece con le donne, mia madre, mia nonna, la zia Marì, mia sorella e la giovane cameriera Rosi, nella grande cucina della casa la cui porta, come ho spiegato, dava sul lungo viale di ingresso alla casa.

L’Orco avanzava tracotante lungo il viale in lieve discesa, ma era a piedi, ed il percorso di un centinaio di metri: l’allarme venne dato da mia nonna, anche se con pochi attimi di anticipo.

Mia madre prese immediatamente la direzione delle operazioni.

<<Rosi>> disse di furia alla cameriera <<prendi la bici e corri a chiamare mio marito. Digli di venire subito ché è arrivato mio cognato!>>. Poi si rivolse in modo perentorio alla sorella: <<Tu sali di sopra, vai in camera mia, chiuditi dentro e non uscire fino a quando non te lo dirò io!>>

La sorella sparì lungo le scale pochi attimi prima che l’Orco spalancasse la porta ed entrasse senza essere invitato. Mia nonna temeva anche lei quell’uomo e si era ritirata dietro al lungo tavolo della cucina.

Io, che avevo captato così tanti segnali di pericolo in un così breve volgere di tempo, ero restato immobile in un angolo. Riuscivo a mala pena ad afferrare il dialogo teso che si svolgeva con il rituale tipico che precede una rissa furibonda.

Mia madre si era messa davanti al tavolo di fronte alla porta che l’Orco aveva spalancato, decisa a sbarrargli il passo. Nel frattempo Rosa era sgattaiolata dalla porta posteriore, che in realtà era la porta principale e pedalava a più non posso per correre ad avvisare mio padre.

<<Piero, come mai sei qui?>> aveva detto mia madre fingendo sorpresa.

<<Lo sai bene …>> aveva risposto l’Orco.

<<No che non lo so, devi forse parlare con Italo ?>>

Italo era mio padre e il richiamo del suo nome poteva far pensare all’avversario che forse l’uomo potesse essere in casa, ma non sortì alcun effetto.

<<Chiama tua sorella!>> il tono dell’Orco si era fatto più alto e deciso.

<<Mia sorella sarà a casa tua a Torino.>>

I toni adesso erano sordi, ma ognuno si tratteneva, aspettando una mossa di rottura da parte dell’altro per poi agire di rimessa.

<<E’ scappata ed è venuta qui, lo so! Anche tua madre lo sa!>>

L’Orco indicava mia nonna che, dalla parte opposta della tavola, taceva spaventata.

<<I miei sono qui da qualche mese, non c’entrano niente con tua moglie! Quindi vattene: torna a casa tua!>>

Le parole di mia madre adesso erano salite di tono: era un tentativo di chiudere la partita cercando di fermarsi alle sole parole.

Ma l’Orco non aveva intenzione di mollare, anzi quell’invito ultimativo l’aveva fatto arrabbiare ancora di più.

<<Chiamala quella puttana! Lo so che è qui!>>

<<Come osi? Qui non c’è! Vattene!>>

Mia madre tentava adesso la strada delle parole dette con sdegno.

<<Bugiarda! Sei una bugiarda puttana! Come tua sorella …>>

Io quella parola non l’avevo mai sentita e quindi non la potevo comprendere, ma per mia madre sentirsi dare della puttana era stato il punto di rottura. Era scattata in avanti, aveva afferrato l’Orco per il bavero della giacca e l’aveva spinto fuori dalla porta.

Lui non si aspettava l’attacco fisico, non ancora, ed era stato costretto ad arretrare di alcuni passi ritrovandosi fuori dalla porta. Mia madre era balzata anche lei fuori.

Sotto al portico, a sinistra della porta, si trovava una catasta di legna per il camino e lei aveva afferrato con la mano sinistra un ciocco di legno, con la sinistra perché con la destra lo doveva fronteggiare. Si trattava di una questione di secondi, perché lui stava per tornare alla carica e lei avrebbe sicuramente avuto la peggio. Mandando un grido, mia madre aveva tirato indietro il braccio sinistro e gli aveva scagliato contro il ciocco di legno.

La distanza era estremamente ravvicinata e l’Orco non aveva potuto fare altro che girarsi per non offrire il volto come bersaglio. Il ciocco l’aveva colpito duramente nel centro della schiena e lui aveva dovuto fare ancora due passi indietro per ricuperare l’equilibrio.

Però adesso si era voltato ed era furibondo, pronto a picchiare.

Contigua alla nostra cucina vi era la casa del mezzadro. Un portico unico collegava le due abitazioni e lì, dalla parte opposta alla catasta di legna per il nostro camino, la moglie del mezzadro aveva lasciato un forcone per il fieno appoggiato al muro.

Mia madre aveva visto quel forcone e l’aveva impugnato: la mano destra indietro lungo l’asta, la mano sinistra in avanti, le tre forche d’acciaio all’altezza del ventre dell’avversario che stava avanzando verso di lei.

Erano stati attimi disperati, mentre i due si guardavano negli occhi, ma gli occhi neri di mia madre esprimevano una ferma determinazione: era pronta ad ucciderlo.

L’Orco si era immobilizzato, ma poi aveva capito ed aveva desistito. Si era girato e, senza parlare, aveva cominciato a risalire il viale. Anche mia madre adesso taceva, mentre probabilmente una scarica di adrenalina le stava sconvolgendo la schiena. Ma stringeva ancora con forza il forcone, se l’Orco fosse venuto in avanti l’avrebbe sicuramente infilzato.

In silenzio tutti noi eravamo usciti dalla porta della cucina e guardavamo l’uomo che si stava allontanando. Forse non tutti avevano compreso la tragedia che era stata sfiorata, io per primo. Solo molto tempo dopo sono riuscito a ricostruire quanto era accaduto realmente quella mattina di fine giugno del 1943.

Poi, anche se ormai inutili, erano arrivati i nostri: prima mio zio che era solo un ragazzino magro, mingherlino e cagionevole di salute, che pedalava come un disperato una bicicletta da donna. Aveva svoltato nel viale, intercettando l’Orco che lo stava risalendo e, senza scendere dalla bicicletta, gli si era gettato al collo cercando di tempestarlo di pugni del tutto inoffensivi. L’Orco si era divincolato senza difficoltà e l’aveva allontanato, ma ormai batteva in ritirata e non si era rivalso su di lui. Dietro mio zio stava arrivando mio padre, pedalando la sua bella bicicletta, una Dei superleggera. Con il cognato si erano detti qualcosa, ma poi l’altro aveva proseguito.

L’Orco Piero Bontardelli aveva lasciato il campo ed era tornato sconfitto verso la stazione. Io non l’avrei mai più rivisto. Peccato che dopo un po’ lasciò Iseo anche la zia Marì, ma ciò che fanno gli adulti per i bambini resta spesso un mistero.

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“Vieni c'è una strada nel bosco...”

4 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

“Vieni c'è una strada nel bosco...”

“Vieni c'è una strada nel bosco... il suo nome conosco...” così recitava il ritornello di una vecchia canzone e, non so per quale oscura ragione, quando mi reco nel luogo di cui sto per parlare, inconsapevolmente canticchio queste vecchie strofe. Forse perché Claudio Villa era uno dei cantanti preferiti di mia madre e perché la strada nel bosco di cui voglio parlarvi conduce proprio nei luoghi in cui lei nacque e crebbe e a cui io sono sentimentalmente legata.

Si tratta di una zona incantevole fra Montecalderaro e Ca' del Vento, una frazione del comune di Monterenzio, adagiata fra le dolci colline del preappennino bolognese, una borgata di case in via della Collina che sono appartenute alla famiglia da quando se ne abbia memoria. Su quei crinali è cresciuto il mio bisnonno, poi mio nonno e i suoi figli e ora a gestire l'azienda, sotto lo sguardo vigile ed esperto della zia Lidia, è l'ultimo dei nipoti, mio cugino Montebugnoli Giuseppe, con la moglie Mainetti Nicoletta e i loro due figli Sara e Massimo che continueranno la tradizione.

La storia della casa e della famiglia, dunque, risale a molto tempo fa e buona parte si è persa con le persone che la conoscevano, e tramandavano di generazione in generazione i ricordi, gli aneddoti, le tradizioni. La memoria storica scomparsa più recentemente era mia madre e oramai (ahimé) credo di essere una tra le più “vecchie “ rimaste e cerco di trasmettere quello che dai nonni e dagli zii avevo appreso.

Sono storie di sacrifici, di tanto sudore speso fin da bambini, quando il nonno svegliava i figli prima dell'alba e, ancor prima di andare a scuola, dovevano aiutarlo a trainare i buoi davanti all'aratro, racconti di battaglie politiche fra rossi e neri agli albori del Fascismo, di guerra, quando il fronte nel 1944 restò fermo proprio lì a casa per sei lunghi mesi: gli sfollati, i tedeschi, i partigiani, tutti a cercare di arraffare qualcosa a chi già di così poco doveva contentarsi. Ma sono anche storie di grandi amicizie, di serate passate a far “veglia “ nella stalla dove le mucche riscaldavano l'ambiente.

Tornando ad oggi, l'azienda agricola non è solo terra da lavorare, anzi, quella è la nota dolente, trattandosi di un terreno argilloso, per la maggior parte franoso e ricco di “calanchi”, un fenomeno tipico del territorio per cui si creano ampi e profondi solchi lungo i campi, che rendono difficile, quando non impossibile, la coltivazione. Nell'azienda si è sempre accompagnato all'agricoltura l'allevamento del bestiame che un tempo assicurava carne e latte e oggi costituisce la maggiore rendita e, recentemente, la produzione casearia. Infatti Nicoletta, che tutti su quei monti amano e stimano anche se non è nata là, anzi era cittadina lei, non aveva mai cresciuto animali né tanto meno lavorato la terra, oggi ha avviato un'importante produzione di formaggi. “La” Nicoletta , come diciamo noi, oltre a essere una splendida persona, ha un animo sensibile da artista e ha saput, insieme al marito, far crescere e prosperare l'azienda che oggi è una delle migliori produttrici di latte biologico per la Granarolo. La stalla non è più quella di una volta, con le poche mucche legate nelle poste, oggi è una delle tecnologicamente più moderne, dove gli animali possono uscire ed entrare in libertà. Viene arbitrata da un computer che, attraverso il programma impostato, dosa, ad esempio, la quantità del cibo da somministrare a ciascuna bestia e anche la mungitura, dove è il computer stesso che individua quando la mucca ha finito il latte e stacca automaticamente le tettarelle.

Nicoletta ha seguito numerosi corsi di aggiornamento, ha imparato a fare molte cose nella gestione aziendale e continua ad apportare novità come per l'inseminazione artificiale che esegue ormai da anni, sola senza l'ausilio del veterinario. Ama nel tempo libero, (come e dove lo troverà il tempo libero?) dipingere e lo fa su tela ma anche sui muri donando al luogo una peculiarità tutta speciale. Ogni volta che rivedo la casa del nonno non senza forti emozioni, trovo qualche novità: attraverso i suoi disegni, le vecchia mura riprendono vita e raccontano scene e momenti della tradizione contadina.

L'azienda coltiva prodotti di agricoltura biologica, le mucche danno latte biologico e il caseificio, oramai funzionante e decollato, produce formaggi freschi e stagionati, yogurt, e ogni tipo di latticini, con vendita diretta sul posto e in alcuni mercati emiliani.

“L'amore per la terra dà sempre buoni frutti” recita una famosa pubblicità, debbo dire, e non perchè sono di parte, che sulle orme dei nostri trisavoli i miei cugini e i figli non hanno intenzione di fermarsi, continueranno con i loro progetti futuri per consentirci di conoscere apprezzare ancora i prodotti genuini di una volta e consegnare agli eredi qualcosa che non si perderà mai : la nostra terra.

“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
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J. Wittlin, "Il sale della terra"

3 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

J. Wittlin, &quot;Il sale della terra&quot;

Józef Wittlin (Dymitrów, 1896 – New York, 1976), di famiglia ebraica, nativo della Galizia asburgica, fu soldato nella Grande Guerra, anche se non vide il fronte a causa delle pessime condizioni di salute. Divenne un grande traduttore dell'Odissea e un poeta; Il sale della terra è la sua unica opera in prosa che in origine doveva essere il primo atto di una trilogia, ma la bozza del seguito andò perduta nel corso del precipitoso viaggio dalla Polonia agli Usa che l'autore compì nel 1940 per sfuggire alle grinfie del nazismo.

Siamo in un angolo delle province orientali dell'impero Austro-Ungarico. Il protagonista, Piotr, appartenente alla piccola etnia hutzuli, sta per essere travolto dalla Grande Guerra come milioni di altri. Lavora in una stazione come uomo di fatica, possiede una casa malconcia in comproprietà con una sorella prostituta, ha un cane e un'amante con cui sta principalmente per abitudine. Il suo è un mondo semplice che ruota intorno alla ferrovia; è docile e remissivo verso le autorità. La guerra sconvolge gradualmente tutto; i treni civili cedono il passo a quelli militari, un sottufficiale prende il posto del capostazione, infine arriva la cartolina di precetto anche per Piotr. L'Imperatore può aver bisogno anche di lui, quarantenne e analfabeta? Evidentemente sì. All'imperatore probabilmente non interessa che lui non distingua la destra dalla sinistra e che trovi spiegazioni “magiche” e irrazionali davanti a ciò che non capisce. Ad esempio, accanto alla stazione riesce a orientarsi, invece poco lontano dal posto di lavoro già si confonde:

"Fuori, invece, spesso il diavolo rovescia la terra, e quello che un momento prima era a sinistra, all'improvviso si sposta a destra".

Anche la cartolina precetto per lui ha un'essenza diabolica; non potrebbe spiegarsi diversamente il potere di quelle lettere nere su un uomo. Un altro uomo, Francesco Giuseppe, con quel foglio esprime il suo diritto di appropriarsi di un suddito. Piotr deve partire e in caserma giura obbedienza al sovrano e ai suoi rappresentanti; non gli sfugge la portata di quel giuramento così diverso da altri fatti in vita sua e legati a impegni banali e di corto respiro. Questo vincolo non ha scadenza definita (non si sa quanto finirà il conflitto) e gli impone anche di essere pronto a morire. Sarebbe bello avere due vite, pensa, una per il sovrano e una da riprendersi una volta tornati dal fronte. Burocrazia ed esercito avviano disciplinatamente al fronte i morituri, privandoli della libertà di prima e trasformandoli in una "cosa" dello stato, sempre pronta all'obbedienza. Nella preparazione militare, per i futuri soldati si apre una fase diversa; con la divisa indossano un'altra identità, stretta tra regolamenti e punizioni.

La guerra, famelica di risorse, rastrella metodicamente ogni provincia; anche uno strampalato analfabeta che non ha mai fatto un viaggio vero lontano da casa, può servire al pari di ogni tipo di materiale:

"Partiti. Sono partiti gli uomini, sono partiti i cavalli, gli asini, i muli, le bestie da macello. E' partito il ferro, l'ottone, il legno e l'acciaio".

Un libro notevole, un piccolo poema, a lungo colpevolmente dimenticato anche nella Polonia comunista, frutto della sapienza ebraica, in cui la tragedia si avvicina con passo lento ma continuo, aggraziata sempre dall'ironia.

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Armando Gill

2 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Armando Gill

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace.

Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti, fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni, e il primo, da bravo attore e cantante, a presentare i suoi brani al pubblico, ottenendo un immediato e imperituro successo.
Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo, e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua Invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.

La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo. Da allora questo divenne il suo slogan, ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo.
Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che, in anni più vicini a noi, ha portato al successo Achille Togliani, accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini.

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insiem
e riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel s
uo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ..
. come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone, Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti, poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'inventò quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. Solo un ombrello, senza nessuna scritta. Che sia una pubblicità? Per una nuova marca di ombrelli? Nessuno lo sa.
Passa una settimana, ed ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva. Dopo qualche giorno, viene aggiunto, sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill. Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, di manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva,
versi di Armando,
musica di Gill,
cantati
da sé medesimo.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè
in frac e papillon bianco, il monocolo che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.
Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto. Grazie anche a una musica che, come nessun'altra, è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari, con sestine quartine, e anche con rime baciate e alternate. E, sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera creata dalle parole e dalla musica, ci riportano indietro nel tempo, alle ballatette medievali.
E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.

Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...

Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama a suonare, specchi, tappeti, lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa. Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo. Quando torna il giorno appresso, per ricevere il compenso, il giovane crede di trovare ad aspettarlo la signora, che, erroneamente, ha pensato ricambiare il suo sentimento. Viene pagato e si sente dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è
mmaretata"

Deve tornare a casa, dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'n
nammurato!

Armando, studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi, ma anche di avere una facilità d'improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo, al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui, proprio all'Eden, andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill, e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano. A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica: «Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté, che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».
Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica, che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.
E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone E quatte 'e maggio, in cui, con una musica tra dolce e triste, narra di avere, prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella, con una piccola (un morso di) loggetta, e, infine, una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose, la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto.

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú!"

La seconda per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, e vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto.

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú..."

E la terza, la sua ragazza, che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione e che, a un certo punto, ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca ma
nco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bon
asera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque, perché tutti e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.
Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale, nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori, e in particolare gli appassionati di cose napoletane, a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio. Io qui mi limito a dire le cose essenziali.

Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo, era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio. Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.
Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.

Armando aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me: anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza, anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché, quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)
Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lu, e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill, in quanto figlia di suo fratello Gustavo.
Per esempio, della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì. Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli. Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e, improvvisando parole in versi, li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo, e applaudirono gli stessi coniugi.
Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo, di volta in volta, ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati, accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore. Nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato, non si faceva mai pregare, presentava un suo pezzo comico musicale e poi il consueto botta e risposta con i presenti, ai quali le cantava e le suonava, sempre improvvisando, come se la sentiva.

Ebbe un contratto col Salone Margherita, e cominciò a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo, scrisse le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affidò a musicisti di professione. Solo più tardi prese a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affidò i suoi motivi all'amico di sempre, Alfredo Mazzucchi, che provvide da quel momento a trascriverli per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vennero affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.

Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.Fioccano i necrologi, Gill è entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi, che non ha mai lasciato, e, dopo qualche tempo, eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista, dal titolo che è tutto un programma: Gill l'affondato.
Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.
Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.
Qui i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni), in un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata, si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, Che te possino!!!"
Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta, era l'anno 1924, e che poi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: E allora?
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2, che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e, scendendo per Santa Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia, giunto a Mergellina, ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti. Colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti). Vorrei vedere Frisio... non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope
, sagliette na signora!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumu
daje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p'
'e ccosce d''a signora!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E
s'ammuccaje 'a signora!

E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e, con questo, salgono per Posillipo, sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa... e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, i
o sulo, cu 'a signora!

E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accomp
agna...e allora..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, s
cennette cu 'a signora...

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora, che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla, quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene con il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s
'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu
'o cunto d''a signora!...

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor.
..signora!..."

E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, car
issima signora!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspe
ttava ancora...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje c
agná!

Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto, il papillon e il monocolo. E, con il suo fare aggraziato e accattivante, racconta questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiede con un gesto della mano, e aspetta che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:... e allora? Facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.

Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi è entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non è neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne va così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra, voluta dal fascismo, che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e, con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo, si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri. Era l'anno 1944. L'ultimo dell'anno, a notte fonda. Era quasi il 1945.

marcello de santis

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Auguri alla rovescia

1 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi, #unasettimanamagica, #animali

Auguri alla rovescia

A tutti i lettori, la REDAZIONE AUGURA BUON ANNO!!!!!!

Poi... io... avrei da fare degli auguri solo miei. Sì, Voglio fare gli auguri alla rovescia. Voglio augurare un pessimo anno a quelli che abbandonano i cani perché sono vecchi, malati, perché puzzano, pisciano e sfigurerebbero in salotto con gli amici.

In particolare a quelli che, quando il cane anziano è scappato dal canile per tornare dalla sua famiglia, poi ce lo hanno riportato.
E a quelli che hanno lasciato una povera bestia in un punto dove adesso, lei, anche se piove a dirotto, vuol rimanere ad aspettarli fino a morire.
E a quel cacciatore che ha sparato in bocca a un bastardo, strappandogli mezzo muso e lasciando che la colpa se la prendessero dei ragazzini.
E a quello che ha ridotto il suo cucciolo uno scheletro che respira.
Tutte storie che, quando vedi le foto in rete, puoi solo oscurarle per non sentirti male. E ti chiedi di cosa sono capaci queste persone, cosa hanno dentro e cosa farebbero anche ai loro simili, se potessero.
Ecco, con parecchia simpatia per quel signore che ha impallinato uno che stava picchiando la sua bestia, auguro a tutta questa gente un anno di sofferenze, di stenti, di malattia, d’indigenza e, soprattutto, di fiducia tradita. Perché di questo si parla.
Gli animali non sono perfetti, hanno i loro caratteri e danno problemi. Gli animali possono mordere, graffiare, uccidere (come noi) per legge di natura e per istinto di conservazione della specie. Gli animali non sono angeli, puzzano, vomitano, spelano e pisciano sul divano. Ma sono eterni bambini, esseri innocenti persino mentre sbagliano, esseri che ci amano, amano tutto quello che siamo senza giudicarci mai e hanno fiducia in noi fino alla morte.
Noi non siamo bestie, non abbiamo le dure leggi del branco, possiamo scegliere di non tradire, di accompagnare nell’estremo viaggio un amico che ci ha amato tutta la vita, guardandolo negli occhi sino all’ultimo istante, possiamo scegliere di dargli una coperta, una zuppa e una carezza anche quando è brutto, spelacchiato e fetido.
Ecco, davvero, auguro un pessimo anno a tutte queste persone cattive. Non ci sono altre parole per definirle: cattive, disumane, insensibili. Anche se vestono bene, anche se vanno in chiesa, anche se fanno l’elemosina, anche se viziano i figli. Sono malvagie, non provano pietà e compassione e non credo possano provarla nemmeno per gli altri esseri umani.
E a quelli che mi dicono che devo amare anche le persone non auguro un anno brutto, no, ma solo la capacità di comprendere che dove c’è compassione, c’è anche quell’umanità che loro invocano e che, spesso, nel loro caso, non va oltre la condivisione di un post su un social, mentre per me ha sempre significato prendermi cura, quotidianamente e con sacrificio, di un altro essere con zampe e coda.
Quelle persone dal cuore nero, quando si svegliano, devono fare i conti con la loro coscienza, se ne hanno una. Io, invece, incontro gli occhi del mio cane e riesco ancora ad alzarmi.

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Il mio Capodanno

31 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il mio Capodanno

Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.

Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.

A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.

Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.

Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.

Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...

Franca Poli

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Andersen a Livorno

30 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Andersen a Livorno

Hans Christian Andersen (1805 – 1875) è famoso in tutto il mondo per le sue fiabe, fra cui La principessa sul pisello, La sirenetta, I vestiti nuovi dell’imperatore, Il Brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, Il soldatino di stagno, La regina delle nevi.

Non tutti sanno che fu anche un instancabile viaggiatore e durante i suoi numerosi spostamenti scrisse molti diari di viaggio.

Nella Biblioteca reale di Copenhagen è possibile consultare le pagine che riguardano il suo passaggio nella città di Livorno.

La danese Vibeke Worm ha rintracciato per noi le pagine dedicate al soggiorno di Andersen nella città labronica e le ha tradotte dal danese ottocentesco in inglese. Noi abbiamo provveduto a ritradurle in italiano per voi. Lo stile è veloce, guizzante, incisivo.

1833 dal diario

6 ottobre. Abbiamo affittato un vetturino e guidato allegramente le sei miglia verso Livorno. Abbiamo incontrato parecchi cacciatori e ci siamo imbattuti in una bella foresta di querce e in filari di aranci.

Gli Appennini avevano un paio di picchi elevati, per il resto la zona era piatta, e a Livorno è stato tutto un po’ noioso. Una città sporca, con un bel porto dall’acqua verde. Abbiamo visto le coste della Corsica e dell’Elba, è capitato un vapore da Genova, abbiamo parlato con due svedesi e avuto un asino per Cicerone, che ci ha preso 4 franchi e non ci ha mostrato nulla. Ci ha detto cose come: “Ci dovrebbe essere un mercante turco, ma il suo negozio è chiuso, c’è una chiesa con un bel dipinto ma il dipinto manca.”

Il duomo non è niente di speciale, un soffitto carino, ma è tutto sudicio. La chiesa greca era chiusa. Il cimitero inglese fuori la città era tutto tombe di marmo di Carrara, abbiamo trovato anche un paio di sepolture Svedesi.

Per strada abbiamo visto molti greci. La sinagoga, che doveva essere una delle più belle e ricche d’Europa, mi ha fatto una brutta impressione. La gente saliva una scala, nella chiesa, che sembra la Borsa, tutti avevano il cappello e spettegolavano sulla bocca degli altri. Sudici bimbi ebrei stavano ritti sulle sedie e un Rabbi, su una sorta di pulpito, rideva e scherzava con degli anziani. Per avanzare, Tappernaklet si fece largo a gomitate come se dessero i biglietti per il teatro, nessuno pensava alla devozione. Sopra di noi, nella galleria, sedevano le donne nascoste da una grande griglia, qui dovevano essere trattate come in Spagna ed erano molto timide.

Al porto c’è una statua di marmo di Ferdinando I° con 4 schiavi di bronzo incatenati alla statua, uno, un negro, aveva uno sguardo molto malinconico, era orribile da vedere e sarebbe un onore aiutarlo!

La nostra finestra guardava il mare, il sole era piacevole, giù dietro il faro, era come una nave sull’orizzonte. Le colline erano grigio blu, e delle strane nuvole strappate erano appese in cielo come lance d’oro in cielo. Livorno è brutta, piatta e sporca, ma il cielo, il mare e le belle colline sono una cornice che rende degna la pittura, potrebbe anche essere piacevole stare qui un po’ di tempo.

La gente: specialmente le donne camminano per le strade in tale quantità che sembrano una processione, ho visto dei turchi con teste caratteristiche e bei ragazzi greci. Una spagnola, con neri occhi di fuoco e un velo sottile, mi è passata vicina, com’era bella!

Sul pavimento abbiamo tappeti brillanti, divani orientali, ma ci vogliono dai 5 ai 9 franchi per pranzare, siamo andati in trattoria e abbiamo mangiato con due franchi.

Non si sa se è più bello il cielo limpido e azzurro, il mare blu, o le montagne cerulee. È uno stesso colore in diverse espressioni, è come l’amore pronunciato in tre lingue differenti. (Oggi il nostro vetturino ha cantato una aria d’opera mentre ci guidava fuori strada.)

Lunedì 7 ottobre.

Questa mattina mi sono vegliato al rumore di catene, erano incatenati a due a due, uno rosso e uno giallo. […]

Siamo usciti sul porto. Il molo è coperto da blocchi di pietra color terra. A pranzo eravamo a Pisa. Sono andato alla torre e alla chiesa. Le strade erano un mortorio, mi sono ficcato in vicoli così stretti e silenziosi che mi era presa l’ansia, finalmente mi sono ritrovato in uno spazio verde, c’era una statua colossale di marmo del granduca Leopoldo I° con in mano uno scettro dorato.[…]

Martedì 8 ottobre.

Da Pisa a Firenze. Davvero un’ottima strada, guidavano come matti, siamo arrivati a Firenze in otto ore. Nell’Arno c’era poca acqua...

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Gino Pitaro, "Benzine"

29 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gino Pitaro, &quot;Benzine&quot;

Benzine

Gino Pitaro

Ensemble, 2015

pp 146

12,00

Benzine, di Gino Pitaro, sembra diviso in due. Non in due parti, due sezioni o due capitoli, proprio due microclimi. Uno è personale, narrato con atteggiamento più da blogger che da letterato, l’altro si configura come romanzo d’azione.

Il protagonista, Luigi, è la rivisitazione in chiave attuale del vecchio travet, ossia l’ormai onnipresente dottorando precario, che lavora al call center e si divide fra impegno politico, vissuto con ritrosia, e tempo trascorso con gli amici. È un pendolare, si sposta in una periferia multietnica postpasoliniana, descritta con lucidità e senza sconti, un ambiente degradato che l’autore si limita a riprodurre. È una Roma da non giudicare, da non amare, da non giustificare ma neanche rifiutare, semplicemente da accettare così com’è perché non si può fare altrimenti.

Nonostante la banalità della sua esistenza, Luigi è coinvolto in una vicenda più grande di lui, basata sulla sparizione di Natalia, una bella ragazza dell’est. Le due parti stridono volutamente.

Senza scomodare Il padrone di Parise, la vita al call center è descritta con minuzia documentaristica e con ironia fredda.

Eh no, caro prof, avrei voluto dirgli, in futuro si dovrà parlare di una filologia sul call center, dei romanzi sul call center, sul precariato, sull’università, fare esegesi su quell’altro libro, su quell’altro ebook, sul file ePub. Il precariato secondo tizio, il precariato secondo caio, il call center al sud, il call center al nord.” (pag 107)

L’alienazione e la reificazione non lasciano scampo ai personaggi, i quali, però, si riscattano mostrando inaspettati risvolti pulp e avventurosi. Questo salto nel buio, questo substrato rischioso, ci fa intuire che, sotto le vite più trite e monotone, può celarsi qualcosa di marcio ma anche di buono, comunque d’imprevedibile. Cosa dire, infatti, degli omicidi che ogni giorno i media ci propinano, compiuti da gente che più qualunque di così non potrebbe essere, insegnanti, studenti, zii, cugini, padri, madri, figli?

È stata una porta che si è aperta in modo brutale e in qualche modo mi ha rivelato i pericoli che si possono annidare in situazioni ritenute normali. Cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? Di una gran parte di persone che frequentiamo ma di cui in fondo non possediamo nulla.” (pag 137)

Che piaccia o annoi, è un fatto che, dopo i Cannibali degli anni novanta, ora abbiamo la nuova generazione dei romanzi sul precariato, la letteratura post industriale 2.0.

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