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Armando Gill

2 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Armando Gill

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace.

Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti, fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni, e il primo, da bravo attore e cantante, a presentare i suoi brani al pubblico, ottenendo un immediato e imperituro successo.
Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo, e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua Invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.

La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo. Da allora questo divenne il suo slogan, ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo.
Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che, in anni più vicini a noi, ha portato al successo Achille Togliani, accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini.

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insiem
e riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel s
uo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ..
. come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone, Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti, poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'inventò quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. Solo un ombrello, senza nessuna scritta. Che sia una pubblicità? Per una nuova marca di ombrelli? Nessuno lo sa.
Passa una settimana, ed ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva. Dopo qualche giorno, viene aggiunto, sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill. Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, di manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva,
versi di Armando,
musica di Gill,
cantati
da sé medesimo.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè
in frac e papillon bianco, il monocolo che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.
Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto. Grazie anche a una musica che, come nessun'altra, è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari, con sestine quartine, e anche con rime baciate e alternate. E, sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera creata dalle parole e dalla musica, ci riportano indietro nel tempo, alle ballatette medievali.
E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.

Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...

Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama a suonare, specchi, tappeti, lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa. Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo. Quando torna il giorno appresso, per ricevere il compenso, il giovane crede di trovare ad aspettarlo la signora, che, erroneamente, ha pensato ricambiare il suo sentimento. Viene pagato e si sente dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è
mmaretata"

Deve tornare a casa, dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'n
nammurato!

Armando, studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi, ma anche di avere una facilità d'improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo, al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui, proprio all'Eden, andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill, e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano. A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica: «Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté, che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».
Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica, che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.
E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone E quatte 'e maggio, in cui, con una musica tra dolce e triste, narra di avere, prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella, con una piccola (un morso di) loggetta, e, infine, una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose, la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto.

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú!"

La seconda per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, e vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto.

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú..."

E la terza, la sua ragazza, che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione e che, a un certo punto, ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca ma
nco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bon
asera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque, perché tutti e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.
Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale, nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori, e in particolare gli appassionati di cose napoletane, a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio. Io qui mi limito a dire le cose essenziali.

Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo, era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio. Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.
Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.

Armando aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me: anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza, anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché, quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)
Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lu, e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill, in quanto figlia di suo fratello Gustavo.
Per esempio, della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì. Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli. Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e, improvvisando parole in versi, li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo, e applaudirono gli stessi coniugi.
Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo, di volta in volta, ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati, accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore. Nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato, non si faceva mai pregare, presentava un suo pezzo comico musicale e poi il consueto botta e risposta con i presenti, ai quali le cantava e le suonava, sempre improvvisando, come se la sentiva.

Ebbe un contratto col Salone Margherita, e cominciò a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo, scrisse le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affidò a musicisti di professione. Solo più tardi prese a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affidò i suoi motivi all'amico di sempre, Alfredo Mazzucchi, che provvide da quel momento a trascriverli per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vennero affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.

Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.Fioccano i necrologi, Gill è entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi, che non ha mai lasciato, e, dopo qualche tempo, eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista, dal titolo che è tutto un programma: Gill l'affondato.
Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.
Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.
Qui i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni), in un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata, si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, Che te possino!!!"
Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta, era l'anno 1924, e che poi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: E allora?
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2, che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e, scendendo per Santa Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia, giunto a Mergellina, ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti. Colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti). Vorrei vedere Frisio... non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope
, sagliette na signora!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumu
daje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p'
'e ccosce d''a signora!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E
s'ammuccaje 'a signora!

E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e, con questo, salgono per Posillipo, sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa... e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, i
o sulo, cu 'a signora!

E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accomp
agna...e allora..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, s
cennette cu 'a signora...

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora, che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla, quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene con il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s
'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu
'o cunto d''a signora!...

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor.
..signora!..."

E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, car
issima signora!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspe
ttava ancora...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje c
agná!

Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto, il papillon e il monocolo. E, con il suo fare aggraziato e accattivante, racconta questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiede con un gesto della mano, e aspetta che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:... e allora? Facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.

Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi è entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non è neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne va così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra, voluta dal fascismo, che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e, con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo, si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri. Era l'anno 1944. L'ultimo dell'anno, a notte fonda. Era quasi il 1945.

marcello de santis

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Auguri alla rovescia

1 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi, #unasettimanamagica, #animali

Auguri alla rovescia

A tutti i lettori, la REDAZIONE AUGURA BUON ANNO!!!!!!

Poi... io... avrei da fare degli auguri solo miei. Sì, Voglio fare gli auguri alla rovescia. Voglio augurare un pessimo anno a quelli che abbandonano i cani perché sono vecchi, malati, perché puzzano, pisciano e sfigurerebbero in salotto con gli amici.

In particolare a quelli che, quando il cane anziano è scappato dal canile per tornare dalla sua famiglia, poi ce lo hanno riportato.
E a quelli che hanno lasciato una povera bestia in un punto dove adesso, lei, anche se piove a dirotto, vuol rimanere ad aspettarli fino a morire.
E a quel cacciatore che ha sparato in bocca a un bastardo, strappandogli mezzo muso e lasciando che la colpa se la prendessero dei ragazzini.
E a quello che ha ridotto il suo cucciolo uno scheletro che respira.
Tutte storie che, quando vedi le foto in rete, puoi solo oscurarle per non sentirti male. E ti chiedi di cosa sono capaci queste persone, cosa hanno dentro e cosa farebbero anche ai loro simili, se potessero.
Ecco, con parecchia simpatia per quel signore che ha impallinato uno che stava picchiando la sua bestia, auguro a tutta questa gente un anno di sofferenze, di stenti, di malattia, d’indigenza e, soprattutto, di fiducia tradita. Perché di questo si parla.
Gli animali non sono perfetti, hanno i loro caratteri e danno problemi. Gli animali possono mordere, graffiare, uccidere (come noi) per legge di natura e per istinto di conservazione della specie. Gli animali non sono angeli, puzzano, vomitano, spelano e pisciano sul divano. Ma sono eterni bambini, esseri innocenti persino mentre sbagliano, esseri che ci amano, amano tutto quello che siamo senza giudicarci mai e hanno fiducia in noi fino alla morte.
Noi non siamo bestie, non abbiamo le dure leggi del branco, possiamo scegliere di non tradire, di accompagnare nell’estremo viaggio un amico che ci ha amato tutta la vita, guardandolo negli occhi sino all’ultimo istante, possiamo scegliere di dargli una coperta, una zuppa e una carezza anche quando è brutto, spelacchiato e fetido.
Ecco, davvero, auguro un pessimo anno a tutte queste persone cattive. Non ci sono altre parole per definirle: cattive, disumane, insensibili. Anche se vestono bene, anche se vanno in chiesa, anche se fanno l’elemosina, anche se viziano i figli. Sono malvagie, non provano pietà e compassione e non credo possano provarla nemmeno per gli altri esseri umani.
E a quelli che mi dicono che devo amare anche le persone non auguro un anno brutto, no, ma solo la capacità di comprendere che dove c’è compassione, c’è anche quell’umanità che loro invocano e che, spesso, nel loro caso, non va oltre la condivisione di un post su un social, mentre per me ha sempre significato prendermi cura, quotidianamente e con sacrificio, di un altro essere con zampe e coda.
Quelle persone dal cuore nero, quando si svegliano, devono fare i conti con la loro coscienza, se ne hanno una. Io, invece, incontro gli occhi del mio cane e riesco ancora ad alzarmi.

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Il mio Capodanno

31 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il mio Capodanno

Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.

Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.

A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.

Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.

Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.

Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...

Franca Poli

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Andersen a Livorno

30 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Andersen a Livorno

Hans Christian Andersen (1805 – 1875) è famoso in tutto il mondo per le sue fiabe, fra cui La principessa sul pisello, La sirenetta, I vestiti nuovi dell’imperatore, Il Brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, Il soldatino di stagno, La regina delle nevi.

Non tutti sanno che fu anche un instancabile viaggiatore e durante i suoi numerosi spostamenti scrisse molti diari di viaggio.

Nella Biblioteca reale di Copenhagen è possibile consultare le pagine che riguardano il suo passaggio nella città di Livorno.

La danese Vibeke Worm ha rintracciato per noi le pagine dedicate al soggiorno di Andersen nella città labronica e le ha tradotte dal danese ottocentesco in inglese. Noi abbiamo provveduto a ritradurle in italiano per voi. Lo stile è veloce, guizzante, incisivo.

1833 dal diario

6 ottobre. Abbiamo affittato un vetturino e guidato allegramente le sei miglia verso Livorno. Abbiamo incontrato parecchi cacciatori e ci siamo imbattuti in una bella foresta di querce e in filari di aranci.

Gli Appennini avevano un paio di picchi elevati, per il resto la zona era piatta, e a Livorno è stato tutto un po’ noioso. Una città sporca, con un bel porto dall’acqua verde. Abbiamo visto le coste della Corsica e dell’Elba, è capitato un vapore da Genova, abbiamo parlato con due svedesi e avuto un asino per Cicerone, che ci ha preso 4 franchi e non ci ha mostrato nulla. Ci ha detto cose come: “Ci dovrebbe essere un mercante turco, ma il suo negozio è chiuso, c’è una chiesa con un bel dipinto ma il dipinto manca.”

Il duomo non è niente di speciale, un soffitto carino, ma è tutto sudicio. La chiesa greca era chiusa. Il cimitero inglese fuori la città era tutto tombe di marmo di Carrara, abbiamo trovato anche un paio di sepolture Svedesi.

Per strada abbiamo visto molti greci. La sinagoga, che doveva essere una delle più belle e ricche d’Europa, mi ha fatto una brutta impressione. La gente saliva una scala, nella chiesa, che sembra la Borsa, tutti avevano il cappello e spettegolavano sulla bocca degli altri. Sudici bimbi ebrei stavano ritti sulle sedie e un Rabbi, su una sorta di pulpito, rideva e scherzava con degli anziani. Per avanzare, Tappernaklet si fece largo a gomitate come se dessero i biglietti per il teatro, nessuno pensava alla devozione. Sopra di noi, nella galleria, sedevano le donne nascoste da una grande griglia, qui dovevano essere trattate come in Spagna ed erano molto timide.

Al porto c’è una statua di marmo di Ferdinando I° con 4 schiavi di bronzo incatenati alla statua, uno, un negro, aveva uno sguardo molto malinconico, era orribile da vedere e sarebbe un onore aiutarlo!

La nostra finestra guardava il mare, il sole era piacevole, giù dietro il faro, era come una nave sull’orizzonte. Le colline erano grigio blu, e delle strane nuvole strappate erano appese in cielo come lance d’oro in cielo. Livorno è brutta, piatta e sporca, ma il cielo, il mare e le belle colline sono una cornice che rende degna la pittura, potrebbe anche essere piacevole stare qui un po’ di tempo.

La gente: specialmente le donne camminano per le strade in tale quantità che sembrano una processione, ho visto dei turchi con teste caratteristiche e bei ragazzi greci. Una spagnola, con neri occhi di fuoco e un velo sottile, mi è passata vicina, com’era bella!

Sul pavimento abbiamo tappeti brillanti, divani orientali, ma ci vogliono dai 5 ai 9 franchi per pranzare, siamo andati in trattoria e abbiamo mangiato con due franchi.

Non si sa se è più bello il cielo limpido e azzurro, il mare blu, o le montagne cerulee. È uno stesso colore in diverse espressioni, è come l’amore pronunciato in tre lingue differenti. (Oggi il nostro vetturino ha cantato una aria d’opera mentre ci guidava fuori strada.)

Lunedì 7 ottobre.

Questa mattina mi sono vegliato al rumore di catene, erano incatenati a due a due, uno rosso e uno giallo. […]

Siamo usciti sul porto. Il molo è coperto da blocchi di pietra color terra. A pranzo eravamo a Pisa. Sono andato alla torre e alla chiesa. Le strade erano un mortorio, mi sono ficcato in vicoli così stretti e silenziosi che mi era presa l’ansia, finalmente mi sono ritrovato in uno spazio verde, c’era una statua colossale di marmo del granduca Leopoldo I° con in mano uno scettro dorato.[…]

Martedì 8 ottobre.

Da Pisa a Firenze. Davvero un’ottima strada, guidavano come matti, siamo arrivati a Firenze in otto ore. Nell’Arno c’era poca acqua...

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Gino Pitaro, "Benzine"

29 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gino Pitaro, "Benzine"

Benzine

Gino Pitaro

Ensemble, 2015

pp 146

12,00

Benzine, di Gino Pitaro, sembra diviso in due. Non in due parti, due sezioni o due capitoli, proprio due microclimi. Uno è personale, narrato con atteggiamento più da blogger che da letterato, l’altro si configura come romanzo d’azione.

Il protagonista, Luigi, è la rivisitazione in chiave attuale del vecchio travet, ossia l’ormai onnipresente dottorando precario, che lavora al call center e si divide fra impegno politico, vissuto con ritrosia, e tempo trascorso con gli amici. È un pendolare, si sposta in una periferia multietnica postpasoliniana, descritta con lucidità e senza sconti, un ambiente degradato che l’autore si limita a riprodurre. È una Roma da non giudicare, da non amare, da non giustificare ma neanche rifiutare, semplicemente da accettare così com’è perché non si può fare altrimenti.

Nonostante la banalità della sua esistenza, Luigi è coinvolto in una vicenda più grande di lui, basata sulla sparizione di Natalia, una bella ragazza dell’est. Le due parti stridono volutamente.

Senza scomodare Il padrone di Parise, la vita al call center è descritta con minuzia documentaristica e con ironia fredda.

Eh no, caro prof, avrei voluto dirgli, in futuro si dovrà parlare di una filologia sul call center, dei romanzi sul call center, sul precariato, sull’università, fare esegesi su quell’altro libro, su quell’altro ebook, sul file ePub. Il precariato secondo tizio, il precariato secondo caio, il call center al sud, il call center al nord.” (pag 107)

L’alienazione e la reificazione non lasciano scampo ai personaggi, i quali, però, si riscattano mostrando inaspettati risvolti pulp e avventurosi. Questo salto nel buio, questo substrato rischioso, ci fa intuire che, sotto le vite più trite e monotone, può celarsi qualcosa di marcio ma anche di buono, comunque d’imprevedibile. Cosa dire, infatti, degli omicidi che ogni giorno i media ci propinano, compiuti da gente che più qualunque di così non potrebbe essere, insegnanti, studenti, zii, cugini, padri, madri, figli?

È stata una porta che si è aperta in modo brutale e in qualche modo mi ha rivelato i pericoli che si possono annidare in situazioni ritenute normali. Cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? Di una gran parte di persone che frequentiamo ma di cui in fondo non possediamo nulla.” (pag 137)

Che piaccia o annoi, è un fatto che, dopo i Cannibali degli anni novanta, ora abbiamo la nuova generazione dei romanzi sul precariato, la letteratura post industriale 2.0.

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Sergio Vanni, un artista postmoderno

28 Dicembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #arte

Sergio Vanni, un artista postmoderno

Mi è capitato tra le mani Musée de poche, un catalogo artistico edito da Arte Tivù, curato da Simona Scopelliti, che ripercorre l’opera di Sergio Vanni, livornese di nascita (Rosignano, 1944) e milanese d’adozione. Per avere un’idea delle produzioni dell’artista consiglio una visita al sito www.sergiovanni.it, che spiega bene l’idea del museo tascabile, della collezione di opere in piccolo formato, scelta dal sapore zavattiniano per far assaporare la produzione artistica.

Sergio Vanni lavora sin dalla metà degli anni Ottanta, realizzando all’interno di teche in plexiglass (30 per 30) composizioni a tema, ispirate a capolavori dell’arte moderna e contemporanea. Vanni non copia, non riproduce pedissequamente, ma interpreta in senso comico - umoristico i capolavori artistici. Siamo dalle parti della satira della storia dell’arte, operazione mai compiuta, con un artista divertito e divertente che cita i grandi e li dissacra, ma al tempo stesso li fa conoscere e li rispetta. Ridendo castigat mores, ha detto qualcuno. Ridendo e scherzando quante verità si possono dire, ha ripetuto un altro grande del passato. Per Vanni è tutta colpa di Aristotele, più che altro del suo libro sulla commedia andato perduto, quindi della mancanza di un supporto culturale che renda artistico il lavoro comico. Noi che ci occupiamo di cinema comico italiano - da Steno a Franco & Ciccio, passando per Totò e Nando Cicero - ne sappiamo qualcosa dei pregiudizi critici. Tutto quel che non è impegnato e che non profuma di drammatico non merita attenzione, secondo certa critica con la puzza sotto il naso. Bergson e Pirandello non sono bastati, ma non è servita a niente neppure la grandezza e la modernità di Plauto. Niente da fare: il comico - per certi soloni - è un prodotto di serie B. Vanni prova a sfatare certe credenze, lui non vuole provocare né profanare, solo fare satira artistica alla Duchamp, che dipinse i baffi alla Gioconda, cercare di far sorridere con l’arte, emozionandoci, imparando a conoscerla e ad apprezzarla. Vanni gioca con le opere d’arte, dipinge la Madonna del Perugina con il sottofondo di carte argentate dei Baci Perugina, il David e Golia con le cartine delle caramelle Golia, il Mickeyklangelo con le orecchie da Topolino, Il grido di Munch come se fosse il muggito di una mucca, Il taglio di Fontana ricucito con ago e filo, la merda d’autore di Manzoni come Merde de vache Manzonin, per arrivare ad alcune composizioni ispirate a Andy Warhol. Fantastico il Non ci capisco una segal che mette alla berlina la Pop Art di George Segal. E che dire di Arte povera che raffigura un misero centesimo nel bel mezzo della cornice? Dulcis in fundo con Mogli e beuis dei paesi tuois, perfida ironia su Joseph Beuys, lo sciamano naturista.

Sergio Vanni è un artista completo, il suo punto di forza sono le parodie d’opere d’arte miniaturizzate e dissacrate, pubblicate da Pulcino Elefante ed esposte in mostre itineranti nelle catene Feltrinelli. Interessante il libro - catalogo L’arte è un pacco (2003), ristampato nel 2011, vera e propria summa della produzione artistica. Vanni completa la sua attività intellettuale con la scrittura, pubblica tre gialli, indagini del commissario livornese Eros Canti, ambientate a Castiglioncello e inserite nel mondo dell’arte che conosce molto bene: Classica moderna criminale (2008), Un delitto educato (2010) e L’uomo con la mano alzata (2011). Eclissi Editrice, Milano. Da leggere.

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UN PO' DELLA MIA VITA

27 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #unasettimanamagica, #racconto, #adriana pedicini

UN PO' DELLA MIA VITA

Adriana Pedicini presenta un brano di Paolo Aurelio Monteleone, speaker di radio Adelaide (Australia)

UN PO' DELLA MIA VITA

Quando eravamo tredici figli in casa, quando povertà e miseria erano le sole cose che abbondavano, io c'ero.
Quando si mangiava tutti in una sola pentola o padella, facendo a turno con le poche posate che avevamo, quando si dormiva in tre o quattro in un letto e ci si scaldava incrociando le gambe l'un con l'altro, io c'ero.
A sei anni, alla morte di mamma, io c'ero.
Al suo funerale no, io non c'ero, troppo piccolo, mi dicevano allora, per seguire una bara, come se le lacrime di un bambino che perde la madre valgono meno di quelle dei grandi.
E quando l'ENAOLI (ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani) ci prese e ci portò via di casa per metterci in orfanotrofio che sapeva più di prigione che di collegio, io c'ero.
Ed in quei lunghi otto anni di Alcatraz, dove il nervo e la bacchetta la facevano da padroni ad ogni piccola mancanza, quando oltre che a badare a me stesso, dovevo far da padre, da madre e da fratello maggiore a lui che era due anni più giovane di me, io c'ero.
Che bella fanciullezza!! Non la augurerei neanche a un cane. Nulla di inventato, tutto vero, reale, vissuto sulla propria pelle e portato sulle spalle.
La gioventù non è stata prodiga di doni, mi ha dato un'altra mamma (santa donna e due nuovi fratelli, come se non fossimo già abbastanza), un padre padrone, terra da zappare e botte da mattanza.
Che bello vero?
Però io c'ero.
I miei vent'anni, non furono da meno ;
Alla morte e funerale di mio padre io c'ero.
A 21 fidanzato
a 22 già sposato
a 23 un figlio mi era già nato
e io c'ero.
Gli anni più belli, quando quelli come me facevano piglia piglia, io sulle spalle, avevo una famiglia.
A tutti ho dato il meglio che potevo, ai figli ho dato il meglio di me stesso, a volte ho lavorato come schiavo, a volte son passato anche per fesso.
E io c'ero.
Venimmo poi in Australia, per dar loro un bel futuro, non mi è poi andata male, ma ho lavorato duro.
Alle rinunce e privazioni, io c'ero, al funerale di mia figlia, io c'ero, anche a quello di mia sorella, io c'ero.
Al matrimonio del primo figlio, io c'ero, alla nascita dei nipotini, io c'ero, magari stanco morto, però c'ero.
Alla partenza della figlia, io c'ero, nello spazio di un anno, il piccolo si è rotto il braccio e una gamba ben tre volte, e io c'ero eccome !!!!
Visite, ospedali, specialisti, tanti dottori in vita mia non li ho mai visti, cosa non faresti per i figli,
anche a costo di svuotare il portafogli.
Ora non son più giovane, non me ne faccio un vanto, lo so che ho avuto poco, anche se ho dato tanto.
Non voglio fare il pirla, non voglio passar per fesso, ma prima di finirla, io ci sarò ancora, ma prima per me stesso.
Anch'io ho diritto a vivere, a togliermi le voglie, e prima di pensare agli altri, ci siamo Io e mia moglie.

Quante foto di tavole imbandite per il Natale, tutte belle e preparate con gusto, da fare invidia, quanti bei piatti pronti per essere divorati!!!!!!.
Complimenti !!!!!! Sono felice che comunque nonostante la cosiddetta "crisi", noi Italiani riusciamo sempre a rendere speciale questa che per noi cristiani è la festa più grande da celebrare ogni anno.
Io per questo Natale ho voluto fare qualcosa di diverso, che non avevo mai fatto prima, sono andato indietro nel tempo, ho scavato nella mia memoria, ho cercato tra la polvere della mia mente il primo Natale della mia vita, di cui potessi ricordare. E ce l'ho fatta !!!
Si, ricordo bene, avrò avuto 4 forse 5 anni, ne sono sicuro perché mia mamma era ancora viva, così come lo era mio padre, i miei nonni, alcuni zii e zie e dei fratelli e sorelle che purtroppo non ci sono più.
Eravamo gente povera, non avevamo molto, anzi avevamo molto poco.
Il nostro pranzo di Natale era fatto di cicorie amare, raccolte sulla Farastola, cucinate in padella con un po’ di fagioli secchi, messi a bagno la sera prima, un piatto di olive in salamoia e come regalo, una manciata di fichi secchi da custodire gelosamente nelle tasche e da consumare lentamente, come se fosse un tesoro prezioso. Altro che i grandi pranzi di oggi !!!!
Non c'era molto è vero, ma avevamo Noi e ci volevamo bene e quel volersi bene valeva molto e quel fico secco per noi era quanto si potesse desiderare.
Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo sulla tavola ed anche di più, facciamo a gara per comprare i regali (spesso inutili), brindiamo con i vini più costosi, ostentiamo un lusso che non ci appartiene, sì, abbiamo quasi tutto ma non abbiamo più Noi.
L'amore e il rispetto che c'era tra la gente povera di una volta non esiste quasi più, quando lacrime e miseria erano le sole cose in abbondanza, io ricordo che ci si voleva bene veramente e con sincerità.
Ricordo molto altro a pensarci bene ma per le nuove generazioni è impossibile da credere e forse inutile da raccontare.
Io non voglio fare il moralista, voglio solo dire che sono fiero ed orgoglioso di fare parte di quella generazione che non ha dimenticato e che non dimenticherà mai le cicorie amare e i fichi secchi.
Per quest'anno, il mio pranzo di Natale e il cenone di Capodanno sono andati a quelli meno fortunati di me, io mi accontenterò di qualche fico secco ma con pace e amore vero in casa mia.

Paolo Aurelio Monteleone

piatto povero della tradizione contadina

piatto povero della tradizione contadina

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Giorgio Caproni

26 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #luoghi da conoscere

Giorgio Caproni

Livorno, quando lei passava,

d’aria e di barche odorava

Giorgio Caproni (1912 – 1990) è nato a Livorno e ivi ha ambientato le sue poesie più belle, quelle dedicate alla madre, Anna Picchi, Annina, denominate Versi Livornesi, nella raccolta Il seme del piangere del 1959.

Dal 22 si trasferisce a Genova, e poi a Roma. Fa il commesso, l’impiegato e il maestro elementare. Le sue prime prove sono rifiutate dagli editori, gli viene detto di “aver pazienza”, gli si fa capire che la poesia non è cosa per lui. Ma insiste, oltre alle poesie scrive critica letteraria, recensioni e traduce dal francese Il Tempo ritrovato di Proust, I fiori del male di Baudelaire, Bel-ami di Maupassant e, ancora, Celine e Apollinaire.

Anche quando la fortuna letteraria gli arriderà e vincerà numerosi premi importanti, si terrà sempre appartato e lontano dai salotti, chiuso nel suo dolore esistenziale frutto di numerosi traumi, come la morte per setticemia della prima fidanzata e le sciagure della guerra.

Scrive anche saggi e opere narrative ma la sua produzione più alta si concentra nella poesia. Le sue raccolte più famose sono Cronistoria (43), Le stanze della funicolare, (52), Il passaggio di Enea, (56), Il seme del piangere (59)

Ci sono tre tempi nella poesia di Caproni, il primo è macchiaiolo, carducciano, contiene una traccia dei primitivi toscani e di certi modi cavalcantiani e stilnovistici, privi, però, d’idealizzazione spirituale. Ne è un esempio la poesia che segue:

LA GENTE SE L’ADDITAVA

Non c’era in tutta Livorno

un’altra di lei più brava

in bianco, o in orlo a giorno.

La gente se l’additava

vedendola, e se si voltava

anche lei a salutare,

il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,

quieto nel suo tumultuare

come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta

e un poco fiera (un poco

magra), ma dolce e viva

nei suoi slanci; e priva

com’era di vanagloria

ma non di puntiglio, andava

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco

e lo sei piangendo: e con fuoco.

C’è poi una fiammata lirica e neoclassica in Cronistoria e ne Il passaggio di Enea ed infine una progressiva scarnificazione e perdita di lirismo, come se, col passare degli anni, la parola fosse ormai un peso.

Il rumore della parola, ad un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio

La ricerca è tesa alla semplificazione, il verso s’impasta di aulico e prosastico insieme, oscilla fra cantato e parlato (e in questo richiama la linea ligure, in particolare Sbarbaro.) Si rifà comunque a un filone preermetico, alla musicalità descrittiva di Saba e alla metrica di Pascoli. Consapevolmente antinovecentesco, Caproni rifiuta i giochi puramente sintattici e concettuali. Vuole una poesia fatta di bicchieri, di stringhe, di cose della vita quotidiana, il suo è un impressionismo che evita l’idillio e il compiacimento elegiaco, anche la sintassi si riduce all’essenziale mentre sono gli oggetti a prendere corpo.

L’architettura e il controllo della metrica entrano in contrasto con l’urgenza vitalistica, espressa spesso dagli esclamativi iniziali, il periodo non si esaurisce nel verso ma deborda nell’enjambement, il versificare si fa spezzato, rispecchiando l’anima del poeta che tenta di afferrare una realtà sfuggente. Caproni ricorda in questo Virginia Woolf, il suo senso di crescente insoddisfazione, la sfiducia nella possibilità che la parola riesca a rappresentare davvero le cose.

Nessuno è mai riuscito a dire

Cos’è, nella sua essenza, una rosa.”

Detesta la logorrea, i versi lunghi. “L’ideale”, afferma, “sarebbe arrivare a scrivere una parola sola, o meglio, andare oltre la parola”. La parola ha per lui valenza negativa, perché limita, è simulazione della realtà. La parola è oggetto essa stessa e, ammesso che la realtà esista, non si può conoscere un oggetto con un altro oggetto.

Caproni usa la rima, l’allitterazione, l’assonanza, l’anafora (ripetizione di parole o espressioni), la prosopopea (quando si fanno parlare animali, oggetti, defunti) e la punteggiatura con valore ritmico. La sua resta un’operazione letteraria e l’assoluta identità fra vita e poesia rimane un’aspirazione, anche se egli tende più narrare che a poetare, rifuggendo dalla sublimazione lirica.

PER LEI

Per lei voglio rime chiare,

usuali: in -are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte della sue collanine.

Rime che a distanza

(Annina era così schietta)

conservino l’eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.

I temi ricorrenti sono la guerra; il dolore; l’esistenza come viaggio - anche in senso chiuso e circolare, un viaggio che riporta indietro, al punto di partenza, al nulla, al non essere, e che è simbolico del passaggio fra un’epoca e l’altra e fra la vita e la morte - la ricerca dell’identità che sfocerà nell’immedesimazione con personaggi mitologici come Enea e che è intesa come modo per trovare gli altri attraverso se stessi; il rapporto con i genitori; la vita popolare di Genova e Livorno. La sua è un’epopea casalinga, una fuga dalla storia che caratterizza molti poeti dell’epoca come Penna, Luzi, Sereni, spaventati dal passare del tempo, dalla distruzione della civiltà contadina.

Nel 1949 torna nella sua città alla ricerca della tomba dei nonni e la riscopre, ma, ormai, anche Livorno è popolata di fantasmi.

ULTIMA PREGHIERA

Anima mia, fa’ in fretta.

Ti presto la bicicletta,

ma corri. E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno,

vedrai, prima di giorno.

Non ci sarà nessuno

ancora, ma uno

per uno guarda chi esce

da ogni portone, e aspetta

(mentre odora di pesce

e di notte il selciato)

la figurina netta,

nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare

oltre quel primo albeggiare.

Pedala, vola. E bada

(un nulla potrebbe bastare)

di non lasciarti sviare

da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,

col vento una torma

popola di ragazze

aperte come le sue piazze.

Ragazze grandi e vive

ma, attenta!, così sensitive

di reni (ragazze che hanno,

si dice, una dolcezza

tale nel petto, e tale

energia nella stretta)

che, se dovessi arrivare

col bianco vento che fanno,

so bene che andrebbe a finire

che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,

no, il loro apparire.

Faresti così fallire

con dolore il mio piano,

e io un’altra volta Annina,

di tutte la più mattutina,

vedrei anche a te sfuggita,

ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;

altro non ti raccomando.

Ricordati che ti dovrà apparire

prima di giorno, e spia

(giacché, non so più come,

ho scordato il portone)

da un capo all’altro la via,

da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto

nero, e una gonna verde.

Terrà stretto sul petto

il borsellino, e d’erbe

già sapendo e di mare

rinfrescato il mattino,

non ti potrai sbagliare

vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,

allora, e con la mente

all’erta. E, circospetta,

buttata la sigaretta,

accostati a lei soltanto,

anima, quando il mio pianto

sentirai che di piombo

è diventato in fondo

al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mòrmorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso,

pur parlassimo piano,

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi, va’ pure in congedo.

Annina, fine e popolare come i versi del figlio, non c’è più, non ci sono il suo odore di cipria, la catenina, il tumulto del cuore, la camicetta. Ella, ormai, non si può destare.

IL CARRO DI VETRO

Il sole della mattina,

in me, che acuta spina.

Al carro tutto di vetro

perché anch’io andavo dietro?

Portavano via Annina

(nel sole) quella mattina.

Erano quattro i cavalli

(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo

di notte era morta, e d’inverno.

Fuori c’era il temporale.

Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina

allora, anche quella mattina,

perché si mise a suonare

la sveglia militare?

Era la prima mattina

del suo non potersi destare.

Riferimenti

Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore

Walter Cremonti, “I versi livornesi di Giorgio Caproni” dal sito www.latramontanaperugia.it

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Buon Natale!

25 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Marcello
Il presepe di Marcello

BUON NATALE con i nostri presepi

a tutti i lettori di signoradeifiltri.blog

Il presepe di Adriana

Il presepe di Adriana

Il presepe di Franca

Il presepe di Franca

Il presepe di Patrizia P.

Il presepe di Patrizia P.

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Cena di Natale

24 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Adriana Pedicini
Il presepe di Adriana Pedicini

La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini

Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.

Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.

Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.

Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.

Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.

Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.

Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.

Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.

Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.

Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.

Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.

Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.

Non gli mancò la voglia di scherzare.

Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.

Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.

Intanto ebbe inizio la cena.

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