Lontano Lontano... vicino vicino
“...E lontano lontano nel mondo una sera sarai con un altro e ad un tratto chissà come e perché ti troverai a parlargli di me...”
Il 27 gennaio 1967 moriva a Sanremo Luigi Tenco, ancora oggi ci si interroga: si suicidò o fu assassinato? Ne sono state dette tante, se ne sono lette tante, ma quale sia la verità assoluta non ci è dato sapere e non ha fatto chiarezza nemmeno la riapertura dell'inchiesta sulla sua morte, avvenuta nel 2006, al contrario, forse, ha rafforzato i dubbi che circondano la tragedia di quella notte.
Luigi Tenco, bello, tenebroso, dallo sguardo cupo, penetrante e dalla vita tormentata, insieme ad alcuni cantautori come Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e altri, fece parte della cosiddetta scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Ha vissuto in Liguria, a Genova, ma era nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, ebbe un'infanzia non troppo felice, rimasto orfano di padre ancora prima di nascere, Giuseppe Tenco infatti era morto per uno strano incidente nella stalla, colpito, pare, dal calcio di una mucca, e Luigi era cresciuto sentendo dire che lui era il frutto della relazione della madre con un giovane torinese, nella cui casa aveva servito fino a che non era rimasta incinta... Scrive Renzo Parodi:
"Luigi è un bambino sveglio e precoce. Ad appena tre anni sa già leggere e scrivere. Ha imparato da solo, chissà come, nelle campagne silenziose di Ricaldone... L'atmosfera rarefatta della campagna concilia la riflessione e Luigi è naturalmente un bambino riflessivo, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell'infanzia... È un bambino ma è già un piccolo adulto quello che, con la madre e il fratello, lascia la campagna piemontese morbida e silenziosa."
Aveva solo dieci anni quando la famiglia si trasferì Genova, dove la mamma avviò un'attività commerciale, amava la musica e iniziò a suonare già durante gli anni di scuola: prima frequentò il Liceo Classico (suo compagno di banco era Bruno Lauzi) per poi passare al Liceo Scientifico. Pur essendo un ragazzo intelligente, trascurava le lezioni per dedicarsi alla musica e conseguì la maturità il 29 luglio 1956, quale privatista, unico su 257 a superare la prova. In quegli anni aveva dato vita a vari gruppi musicali, con un repertorio di musica jazz e ispirato ai primi esempi di rock & roll, in cui Tenco suonava il clarinetto e in seguito il sassofono. Nel suo primo complesso, che risale al 1953, tra i componenti c'era Bruno Lauzi a suonare il banjo.
Per assecondare il desiderio della madre di vederlo laureato, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria e, dopo aver superato il primo esame, si imbatté nel il professor Togliatti (fratello del segretario PCI) e per ben due volte non riuscì a superare lo scoglio dell'esame che doveva sostenere con lui. Dopo questa deludente esperienza, lasciò passare qualche tempo e decise di cambiare corso di Laurea, passando a Scienze Politiche, dove superò tre esami ma, assorbito completamente dal mondo della musica, abbandonò definitivamente gli studi e iniziarono i primi successi, le esibizioni e le incisioni dei primi dischi.
Il 25 gennaio 1962 uscì il 45 giri Come le altre - La mia geisha. Durante l'estate, Tenco collaborò alla colonna sonora del film La cuccagna, per la regia di Luciano Salce, e interpretò La ballata dell'eroe, dell'amico Fabrizio De Andrè, canzone ancora sconosciuta. In novembre uscì il suo primo 33 giri, di cui faceva parte anche Mi sono innamorato di te. Nel 1966 incise Un giorno dopo l'altro, che diventò la sigla della fortunata serie televisiva Il commissario Maigret, interpretata da Gino Cervi. E di lì a poco arrivarono anche i suoi più grandi successi, dei veri capolavori come Lontano lontano, Uno di questi giorni ti sposerò, Ognuno è libero.
Era un cantautore romantico, sentimentale, ma sapeva portare nelle sue canzoni argomenti impegnati: le due "anime" caratteristiche di Tenco, amore, e passione per le battaglie contro la guerra e per i diritti degli uomini. In agosto dello stesso anno conobbe a Roma, presso la casa discografica RCA, la cantante italo-francese Dalida e tra loro iniziò, oltre a una relazione sentimentale, anche un legame professionale, voluto forse dalla stessa RCA, così nacque l'idea della partecipazione di Tenco e Dalida al Festival di Sanremo, che a quei tempi vedeva la stessa canzone presentata da due cantanti diversi.
Fegatelli, nella biografia di Tenco, riporta una sua dichiarazione che egli definisce come una sorta di testamento:
"Io ho sempre imboccato la strada sbagliata. Sbagliai quando mi illusi di diventare ingegnere e a casa mia non c'era una lira, sbagliai quando mi misi a scrivere canzoni e quando mi illusi di fare un mestiere. Ho sbagliato pure adesso a venire a Sanremo, anche se mi ci hanno voluto loro, perché io non ho fatto una mossa per venirci, e magari non ci fossi venuto mai".
E siamo così arrivati a quella fatidica sera in cui Tenco, a cena con gli amici Piero Vivarelli, Sergio Modugno e Gianni Ravera, mangiò con scarso appetito e bevve vino a stomaco vuoto per farsi coraggio prima dell'esibizione. Ciononostante, Mike Buongiorno fu quasi costretto a trascinarlo sul palco e, capendo immediatamente il suo stato d'animo, lo incoraggiò con una battuta: “Dai che sei bravo, ti conosco bene. Fai vedere chi sei”.
Le luci abbaglianti lo colsero in preda all'ansia e alla paura di non essere compreso dal grande pubblico, sbagliò l'attacco della canzone, l'interpretazione indubbiamente incerta non fu delle migliori e la sua canzone venne eliminata dalla giuria, che non aveva capito o non aveva voluto capire il grido di protesta sociale in essa contenuto. Ciao amore ciao, una canzone sofferta che, invece, nelle intenzioni di Tenco, avrebbe dovuto penetrare come una lama in chi la ascoltava. E quella notte successe l'irreparabile, rifugiatosi nella sua stanza d'albergo, si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia.
Molte le testimonianze che parlavano di una grande delusione per l'eliminazione, ma molte anche quelle che raccontavano di un Tenco nervoso, che si sentiva minacciato e che per questo aveva comprato una pistola, molte sarebbero le nuove prove che allontanano l'ipotesi del suicidio, ma non saremo noi a fare luce su questa tristissima vicenda, noi vogliamo solo ricordare la sua prematura scomparsa, la sua voce graffiante, le parole toccanti delle sue canzoni che fanno battere il cuore, che donano profonde emozioni come solo i grandi professionisti sanno trasmettere.
Ciao Luigi, lo salutiamo con le parole che il suo caro amico Fabrizio De Andrè scrisse in una canzone a lui dedicata:
“Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte...”
Davide Rubini, "Il fischio finale"
Davide Rubini
Il fischio finale
Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15
Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.
Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.
Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.
Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
Il paese in origine si chiamava Mala Cocclaria e doveva avere una certa importanza intorno al 1039, quando fu sottratto all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno dai feroci conti Borrello. Poi, nel 1045 fu restituito ai monaci e nessuna notizia si ha fino al 12 marzo 1166, quando un certo Jonathas de Mala Cuclaria è presente a Belmonte del Sannio per la sottoscrizione di una donazione fatta con il consenso di Oderisius filius Borrelli.
La prima notizia concreta sulla esistenza di una chiesa e della relativa parrocchia (che una volta si chiamava plebs) si ricava da una pergamena che papa Lucio III inviava nel 1182 a Rainaldo, vescovo di Isernia, dove, per la prima volta, appare il nome attuale del paese: in Monte Nigro plebem S. Mariae. Si tratta certamente dell’attuale S. Maria di Loreto, trasformata ripetutamente nel tempo. Ci si arriva facilmente se si entra al paese dalla parte di sopra, come probabilmente si faceva una volta seguendo la strada che passa davanti alla cappella rurale della Madonna Incoronata. Superato un arco, che era una delle porte del nucleo più antico, si ha l’impressione di essere il protagonista di una scenografica apparizione per ipotetici spettatori che aspettano in basso in un accogliente sagrato tutto in pietra. Una serie di articolati piani inclinati, parapetti e gradonate che recano segni decorativi del XVIII secolo, con sedili in pietra e volute barocche, fanno da contorno alla facciata della chiesa di S. Maria di Loreto. Oltre un bel portale del 1782, ha un poderoso campanile che sembra fatto apposta per controllare l’ingresso al suggestivo loggiato che volge a mezzogiorno sovrastando tutto il paese. Di una incomprensibile epigrafe, ormai completamente abrasa, si legge solo la data 1570 ,che potrebbe far riferimento a qualche trasformazione apportata alla chiesa in quel periodo. Assolutamente chiaro, invece, un piccolo stemma italo-sabaudo con la sottostante epigrafe. Ricorda che dopo l’unità d’Italia il campanile fu ricostruito sui ruderi di uno più antico:
Questa torre / redimita di sacri bronzi / più solida ed elegante / su le rovine di vecchia e rozza mole / il Municipio edificava / quando / su i rottami di troni infranti / innalzava imperiture / la sua libertà, unità ed indipendenza / la gran Patria italiana / MDCCCLXIII.
I troni infranti sono evidentemente quelli borbonici, ma proprio durante tale dominazione in questa chiesa furono realizzate le opere più belle. L’interno ha perso, alla fine del XIX secolo, l’originario soffitto. Forse la chiesa era in cattivo stato già dal 1805 per effetto di quel terremoto che non risparmiò questa parte del territorio molisano. Gli altari sono molto belli e conservano pregevoli lavori di intarsio marmoreo che attestano uno sforzo economico della comunità locale per avvalersi di buoni marmorari di Napoli e, forse, di Pescocostanzo. Il parroco della chiesa ha avuto la cura di sistemare a lato di ognuno di essi sintetiche notizie storico-artistiche che aiutano anche il più sprovveduto dei visitatori a capire qualcosa di più sulle singole iconografie. Notevolissimo l’altare maggiore del 1754, tra i più belli della provincia, non solo per le ricche decorazioni del paliotto, le plastiche volute capo-altare e le testine di angelo che sovrastano il tabernacolo con la porta dorata realizzata nel laboratorio del napoletano Scipione, ma anche per la notevole balaustra che conserva intatto il piano inclinato del davanzale ricco di intarsi floreali dai colori fantastici.
Sul pilastro del presbiterio vi è un quadro seicentesco con Maria, S. Giovanni ed una pia donna davanti alla Croce dalla quale il Cristo è stato già deposto. Vi sono rappresentati tutti i simboli della passione: i dadi, la borsa con le 30 monete, la scala, la lancia che servì a forare il costato di Cristo, la canna con la spugna di aceto, i chiodi, la colonna della flagellazione, la tenaglia, la lanterna della cattura, la corona di spine ed il gallo del tradimento di S. Pietro. Una volta questo quadro era sistemato nell’altare di fondo della navata di sinistra che, realizzato nel 1620 in marmi intarsiati che ricordano i paliotti napoletani di Pescocostanzo, ora ospita un bel crocifisso del XVIII secolo. Gli altri altari di questa navata sono della fine del XVII secolo. Il più originale per il disegno è il primo da sinistra ed ha due belle colonne di pietra intarsiate. Ben lavorati sono i capitelli che reggono un timpano spezzato all’interno del quale si apre la solita Janua Coeli. Particolare è il quadro, più o meno coevo, in cui S. Domenico (con il giglio ed il libro della Regola del suo Ordine) è rappresentato in una icona che viene mantenuta dalla Madonna Regina, S. Caterina d’Alessandria e S. Maria Maddalena. Più avanti è l’altare della Madonna di Loreto (con i santi Giuseppe, Bernardino da Siena, Carlo e Camillo) che è rappresentata per mano di un artista locale vissuto ugualmente a cavallo del XVII-XVIII secolo. Poi c'è l’altare con la Madonna delle Grazie che dona il latte dal suo seno, con i santi Giuseppe, Giovanni Battista e Donato. L’altra navata accoglie l’altare del 1758 dedicato all’Addolorata con ai lati S. Giovanni Evangelista che regge il calice con il vino avvelenato che si trasforma in serpentello ed un raro S. Francesco Caracciolo. Appresso vi è l’altare seicentesco di S. Nicola ed in fondo i busti del domenicano S. Vincenzo Ferreri, rappresentato come al solito con le ali, e di S. Rocco che mostra le sue ferite. Scendendo per via Marracino, superato un bel palazzo dal portale barocco difeso da una saettera sottostante la finestra laterale, si arriva alla curiosa piccola casa dello scalpellino-muratore. E’, ovviamente, tutta in pietra. Ricca di decorazioni e scritte di ogni genere. Una rappresentazione caricaturale a rilievo dovrebbe essere una sorta di autoritratto che Vincenzo Mannarelli si fece nel 1735, come dice la sottostante scritta: AD MDCCXXXV M. VINCENZO MANNARELLI MURATORE SCARPELLINO. Cinque volte, qua e là, è ripetuta l’immagine dell’aquila bicipide. Singolare il portale decorato con motivi floreali ed una strana figurazione di un paggio in abiti settecenteschi da una parte ed una dama che sembra tenere in mano una conocchia dall’altra.
La parte alta di Montenero Valcocchiara sembra saper resistere alle violenze urbanistiche che caratterizzano molti paesi circostanti. Anzi, girando per i vari borghi come quello pittoresco del Colle (dove forse era l’antico castello) dai portali, loggette e balconi settecenteschi, si ha l’impressione che una gran quantità di persone, anche straniere, abbiano deciso di fare di Montenero una specie di rifugio tranquillo conservando ed esaltando le sue caratteristiche ambientali.
Andando via da Montenero non si può fare a meno di vedere il Pantano della Zittola, ormai famoso per le centinaia di cavalli che vi sono allevati allo stato brado e per gli allegri raduni equestri che spesso si tengono nel periodo estivo.
LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO di Franco Valente Montenero Valcocchiara
Le foto sono di Flaviano Testa
Matteo Bianchi, "La metà del letto"
Matteo Bianchi
La metà del letto
Barbera, 2015
www.barberaeditore.it
L’unica citazione nella nuova raccolta di poesie di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera, 2015), insonorizzando gli svariati echi indiretti, precipita sul foglio da Romeo and Juliet, il capolavoro postmoderno dei Dire Straits. Nell’unicum romantico composto dalla rock band britannica, il giovane Marc Knopfler, nei panni di un Romeo fatalista ma per niente tragico, scriveva alla sua lei perduta: «There’s a place for us, you know the movie song. / When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet? – C’è un posto per noi, conosci la colonna sonora. / Quando realizzerai che era solo il momento a essere sbagliato, Giulietta?» Il fallimento dell’incontro tra i due innamorati, tra due ragazzi qualunque che, a detta di Knopfler, avrebbero meritato di essere graziati dal corso del tempo, dipese dal momento sbagliato e non dalle loro (naturali) intenzioni, dallo stesso trasporto che pesa ancora sul lirismo di Bianchi, coniugato al presente.
I testi dedicati alla riflessione sulla poesia sono quelli più convincenti, tanto che in loro favore si è pronunciato anche Valerio Magrelli: «Ho apprezzato in particolare Vi porterei tutte con me, con la bella definizione di “opposta resistenza / al mio cambiamento”. Non da meno sono i versi di Sul filo della colpa, o Corpus Domini», entrambe attuali e focalizzate su fatti di cronaca che si sono insabbiati, tanto sotto la nostra società quanto sotto la pelle di chi ne raccoglie il lascito scrivendone, così i versi in quarta di copertina, per un instancabile Giulio Cesare. La lirica Sul filo della colpa fa i conti con i detriti lasciati dal passato, dalle relazioni interpersonali consumate e finite, facendo il verso al “fil di lama” di Montale e sostituendo a una “felicità raggiunta” una serenità raggiungibile solo insieme agli altri: «Mi turba da sempre chiudere / le divisioni / con un quoziente in decimali, / le cifre in avanzo / dopo la virgola». Corpus Domini, invece, racconta, tramite stati d’animo altrui, uno scandalo che colpì un convento ferrarese negli anni ’70, quando a seguito del rifacimento delle tubature nel cortile interno, furono rinvenuti resti di aborti clandestini. E il silenzio si misura nella distanza tra i colori caldi della terra battuta in superficie e quelli gelidi del sottosuolo, un silenzio buio e alienante: «Intimi come non mai / i miei demoni ed io», distico in cui il dubbio divino è concesso solo alla voce. Infine Giulio Cesare è il ritratto in prima persona di un uomo che è costretto a tollerare il cinismo e un certo “faccendarismo” del do ut des politico, mentre preferirebbe un rapporto umano spontaneo, almeno con il figliastro Bruto, che lo osserva camminare pallido avanti e indietro, senza darsi pace. Non a caso, già nella sua raccolta d’esordio, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, 2011), Bianchi cantava: «Non c’è sollievo / a questa nostra fine, / Silvia, // entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini», riconoscente al Leopardi in aria nichilista, come sostenne Mario Specchio nella fiduciosa postfazione.
Il tentativo di queste pagine, sebbene implicitamente ego-riferito, è quello di immedesimarsi in toto, per poi farsi da parte e trasportare di fronte al lettore i vissuti più disparati. Per non «arrendersi al lieto fine», aggiungerebbe, ma per accettare gli accidenti, gli umori del caso: «quando il nostro inizio è coinciso / con la mia fine».
Concludiamo fornendo un assaggio delle liriche, per capire meglio il senso di una recensione e per consentire al comune lettore di farsi un’idea del lavoro. Molte poesie non hanno titolo, tutte sono caratterizzate da brevità e intensità, grande ricerca del linguaggio e cura per la parola, come dovrebbe essere sempre quando ci troviamo di fronte alla vera poesia.
I
La sigaretta si consuma
tra le dita: ridotto
a un niente
sono io dalla passione.
Per prima ti ringrazio
del seguito, della ferita:
noi siamo nel dolore
liberi davvero.
Un mozzicone si abbandona
di spalle, si fida della neve
nella salvezza che congela.
II
Ieri ho letto poesia
sino a tarda notte,
mentre tu facevi la vita
e fremente ad essa ti univi.
Lo scarto tra noi e l’esistenza,
mio tradimento che contempla
e non s’incarna:
senso di colpa di chi riesce,
di chi vince la mano col piacere.
Corrotti di natura,
il timore è dannarsi insieme
in paradiso.
III
In capo al nostro corrimano
ti ho chiesto scusa:
l’amore risolto invecchia,
quello insoluto eterna.
IV
Cosa ho fatto di sbagliato
per meritare questo?
Io non sono dispensato,
sono rimasto per le tue parole,
per spargerle nel grande fiume,
il Po che ci ha divisi.
Ceneri alla foce comune.
Le troppe rose sono il paradosso,
un frutto dal sapore sconosciuto,
il tuo nome adesso
di seconda fioritura, in maggio,
primavera della tua sepoltura.
La vita ti ha chiamato
per ciò che sei stato.
Per chi mi aveva dato
un amore terreno
avevo un pianto disarmato
in cambio, che l’avrebbe seguito.
V
Sono nati i narcisi ovunque:
sugli argini del fiume consumati,
nelle cune verdi dei rifiuti,
intorno ai binari dismessi.
Non hanno aspettative
e se li cogli, non si tengono:
un vaso non vale il rimpiazzo.
Sono liberi,
ma non lo sanno.
Poesia è un soffio sui narcisi:
il mio legno diviene anima
e il mio sasso ragione.
Noi siamo
solo se accettiamo di non essere.
Gordiano Lupi
Due fratelli del mare e del cielo
Mario Visintini: Parenzo 26 aprile 1913 – Monte Bizén 11 febbraio 1941
Licio Visintini: Parenzo 12 febbraio 1915 – porto di Gibilterra 8 dicembre 1942
Due fratelli cresciuti fra la gente d'Istria, in una terra impervia, sferzata dal vento, che i potenti si sono a lungo contesa. Erano nati a Parenzo, città che dagli scogli sembra sorridere a Venezia e all'Italia, fin da piccoli hanno respirato il patriottismo del popolo che aveva nelle vene lo stesso sangue del concittadino Giuseppe Picciola, di Fabio Filzi e Nazario Sauro istriani anche loro, sentirono i racconti delle imprese compiute dagli italiani durante la prima guerra mondiale e questi echi, questi ricordi, quello stesso ambiente, contribuirono a formarne il carattere deciso, ad accrescere in loro l'amor di Patria che li vide disposti all'estremo sacrifico.
“Due stelle d'oro illuminano la bandiera dell'italianissima Parenzo....” scriveva nel 1953 Enrico Pagnacco su La Porta Orientale.
Parenzo, che ha visto nascere questi due eroi morti per la Patria, ora non è più italiana. Antico insediamento romano, ricca di vestigia storiche, città in cui ogni pietra trasuda la sua italianità, purtroppo oramai è dimenticata da tutti così come è dimenticato il sacrificio della maggioranza dei suoi abitanti e di tanti italiani, costretti ad abbandonare Istria e Dalmazia dopo aver subito persecuzioni e lutti.
Licio Visintini, era entrato come allievo presso l'Accademia Navale di Livorno nel 1933 e nel 1937 era stato promosso Guardiamarina. Dopo un periodo trascorso su unità di superficie con cui partecipò ad alcune missioni durante la guerra di Spagna, fu imbarcato prima sul sommergibile Narvalo e poi sull'Atropo e partecipò alle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alla prima missione dei sommergibili italiani in Atlantico, al termine della quale chiese ed ottenne di essere trasferito presso la X Flottiglia MAS di La Spezia dove, superato un periodo di duro addestramento, divenne Operatore dei Mezzi d'Assalto. Promosso Tenente di Vascello nel 1941, fu Comandante della famosa squadra di operatori denominata "dell'Orsa Maggiore", che portò a termine con successo un'operazione contro la base navale inglese di Gibilterra. In un secondo tentativo, effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1942, mentre si avvicinavano alle corazzate nemiche, a causa della deflagrazione di cariche esplosive lanciate in mare dalle imbarcazioni di vigilanza, trovò la morte accanto al suo fedele compagno, Sottocapo Palombaro Giovanni Magro. Nel corso della sua carriera fu decorato con due medaglie d'argento nel 1941 e con la medaglia d'oro alla memoria nel 1942, con la seguente motivazione:
«Ufficiale il cui indomito coraggio era pari alla ferrea tenacia, dopo lungo difficile e pericoloso addestramento violava, una prima volta quale operatore di mezzi d’assalto subacquei, una delle più potenti e difese basi navali nemiche, costringendo l’avversario a nuove e severissime misure protettive. Inflessibilmente deciso ad ottenere risultati più cospicui, si sottometteva a nuova ed intensa preparazione, in una vita clandestina e di clausura, fino al momento in cui con sovrumano disprezzo del pericolo ed animato da sublime amor di Patria, ritentava l’impresa, nonostante il nemico avesse predisposto tutto quanto la tecnica poteva escogitare per opporsi all’ardimento dei nostri uomini. Penetrato una seconda volta nella base avversaria vi incontrava eroica morte, legando il suo nome alle tradizioni di gloria della Marina italiana. — Gibilterra, 8 dicembre 1942»
Mario Visintini, respinto alla visita medica sostenuta per entrare all'Accademia Aeronautica, ma determinato a diventare aviatore, si iscrisse a un corso per piloti civili, ottenendo il brevetto che gli permise di entrare a far parte della Regia Aeronautica come allievo ufficiale pilota di complemento e ottenere così il suo brevetto militare nel dicembre 1936.
E' stato il primo degli Assi dell'Aeronautica, con il maggior numero di abbattimenti in Africa Orientale, tra tutte le forze belligeranti, fu l'Asso dei biplani da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Seconda guerra mondiale, durante la quale ottenne 16 vittorie aeree, sotto le insegne della Regia Aeronautica, che si sommano alle innumerevoli vittorie ottenute durante la guerra civile in Spagna, con l'Aviazione Legionaria. A questa cifra si devono aggiungere gli aerei distrutti al suolo durante i mitragliamenti degli aeroporti di Gedaref, Gaz Regeb e Agordat, che, secondo fonti britanniche, costarono alla RAF e alla SAAF "decine di aerei distrutti " (per l'esattezza 32 aerei incendiati da solo ed in cooperazione).
Visintini era un ottimo pilota, con grandi doti di abilità e precisione, meticoloso e calcolatore tanto da essere soprannominato il "cacciatore scientifico". Non era un pedante sgobbone, era estremamente preciso nel portare a termine le sue operazioni. Ottenne vittorie su vittorie, soddisfazioni su soddisfazioni, ma la notorietà ottenuta non lo esaltò, era un combattente coscienzioso e sempre pronto a partite per primo, egli aveva il senso di responsabilità e l'esperienza di un vecchio soldato e il più bel premio che potesse ricevere fu il comando di una squadriglia. L'11 febbraio del 1941, si stava combattendo in Africa Orientale, quando due dei suoi giovani piloti furono costretti ad atterrare in un campo di fortuna fortemente esposto all'offesa nemica, Visintini si alzò immediatamente in volo per andare in loro soccorso e riportarli alla base e fu nello svolgimento di questa azione che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, si andò a schiantare contro il monte Bizén. Dove non erano riusciti i caccia nemici, solo il destino poté abbattere il “Falco” del capitano Visintini.
Aveva già ottenuto sul campo una medaglia di bronzo e una d'argento ma la motivazione che accompagna la Medaglia d'oro concessa alla memoria , è il compendio di una vita offerta alla Patria e ai commilitoni
“Superbo figlio d'Italia, eroico, instancabile, indomito, su tutti i cieli dell'impero stroncava la tracotanza dell'azione aerea nemica in 50 combattimenti vittoriosi durante i quali abbatteva 16 avversari e partecipava alla distruzione di 32 aerei, nell'attacco contro munitissime basi nemiche. In cielo ed in terra era lo sgomento dell'avversario, il simbolo della vittoria dell'Italia eroica protesa alla conquista del suo posto nel mondo.”
UN RACCONTO di BORIS PAHOR
Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.
Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.
Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.
Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.
Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.
La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.
Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.
In giro per l'Italia: Oratino
Caratteristico centro vicino al capoluogo, è posto in posizione dominante su buona parte della vallata del fiume Biferno; quando si giunge a Oratino si percepisce immediatamente di essere in un paese che richiama suggestioni particolari. É una sensazione istintiva, stimolata dal primo impatto con l'abitato, con il centro storico, che quasi si nasconde al primo sguardo, e la piazza principale, molto ampia, luminosa, popolata di persone, che non sembrano infastidite dalle auto che circolano attraverso le strade che circondano la piazza.
Il centro storico, vero gioiello del paese, ha riacquistato l'originale fascino di borgo medievale, grazie ad un apprezzabile restauro.
Nel 1100 il nome del paese era Laretinum, ma poi si trasformò prima in Retino, poi, in Laratino e, infine, divenne Oratino. Di probabile origine longobarda, il feudo registrò l'avvicendarsi di diversi feudatari sino all'eversione della feudalità.
Nella vallata che degrada verso il Biferno, a qualche chilometro da Oratino, su uno sperone roccioso si erge la Rocca di Oratino, una struttura muraria quadrata, restaurata di recente. Sembra che detto baluardo facesse parte di un piccolo agglomerato urbano distrutto dal terremoto del 1456.
Nel centro abitato si può ammirare la Chiesa di Santa Maria Assunta, di origini medievali, ma rimaneggiata nel corso dei secoli. All'interno troviamo un affresco nella volta della navata centrale che raffigura l'Assunzione della Vergine, dipinto da Ciriaco Brunetti nel 1791. In alcune parti compositive l'affresco si ricollega ad un dipinto di identico soggetto di Francesco Solimena. Interessante è un ostensorio d'argento del 1838, pregevole lavoro di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Al centro dell'opera è l'Assunta ai piedi della quale sono le allegorie della Fede e della Speranza, poste ai lati della base dell ostensorio.
Etichettata come extra moenia nelle carte d'archivio, perché posta fuori dal centro abitato è la Chiesa di Santa Maria di Loreto, dove troviamo la statua lignea della Madonna del Rosario. L'opera, che presenta una notevole qualità dell'intaglio e un piacevole senso del colore, fu realizzata dallo scultore Carmine Latessa, discepolo di Giacomo Colombo, uno dei maggiori scultori del settecento napoletano. Nella stessa Chiesa troviamo la statua di Sant'Antonio Abate datata 1727, opera dello scultore Nicola Giovannitti. Le volte della Chiesa furono affrescate dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti di Oratino, ma attualmente gli affreschi sono caduti o seriamente compromessi a causa di un errato intervento di restauro risalente agli anni sessanta.
Passeggiando per il centro storico non è difficile scorgere la bellezza dei portali realizzati con cura dagli scalpellini locali; il più interessante è il portale del Palazzo ducale.
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Le foto sono di Flaviano Testa
Premio nazionale di poesia "Cipressino d'oro"
Il Kiwanis Club Follonica e l’artista Gian Paolo Bonesini indicono la IV Edizione del Premio Nazionale di Poesia ‘Cipressino d’Oro’ indirizzato a tutti coloro che intendano cimentarsi in un componimento poetico sul tema ‘Bambini in cammino‘.
Il Premio è istituito allo scopo di promuovere e incoraggiare la diffusione degli ideali kiwaniani diretti al servizio dei bambini del mondo per ‘rendere un servizio altruistico e costruire una comunità migliore’, con delle più ottimistiche aspettative di crescita e di sviluppo per i bambini ed i giovani. In particolare si vuol sensibilizzare quanto piu' possibile lettori e scrittori su: bambini che fuggono dal proprio Paese per la guerra, la fame, le persecuzioni. Accompagnati dai genitori o affidati a parenti e conoscenti, arrivano in Paesi che non li vogliono e li respingono. E sul fondo del mare per molti finisce il viaggio, insieme con la vita.
La partecipazione è gratuita. Il vincitore ed i primi venti classificati saranno individuati da un’apposita Commissione. Il primo premio è rappresentato da una scultura dell’artista Gian Paolo Bonesini. Sono previsti riconoscimenti per i primi venti classificati. Dalla stessa commissione saranno individuati anche ulteriori dieci o piu' classificati ai quali andranno premi minori. Infine verranno consegnati Attestati di Partecipazione a tutti i Compositori che saranno presenti alla premiazione e non rientrano fra i primi trenta classificati.
Nel Regolamento è possibile ottenere tutte le informazioni utili. Si potranno chiedere informazioni anche all’indirizzo e-mail: follonica @ kiwanis.it o al numero: 347 6754324 (Segretario Kiwanis Club Follonica e Responsabile del Premio Nazionale di Poesia) Loriano Lotti.
Il bersagliere dimenticato
Mi piace raccontare storie poco conosciute, ricordare eroi che hanno dato la vita per l'Italia e che sono stati dimenticati, ed eccomi di nuovo qui a parlare oggi di Zamboni Aurelio, nato il 30 dicembre del 1919 a Cologna, frazione di Berra, un piccolo comune del Ferrarese che sorge sull'argine destro del Po.
Apparteneva a una numerosa famiglia di origine contadina e, come tanti giovani del suo tempo, aiutava il padre Giuseppe a sbarcare il lunario facendo il carriolante durante i lavori di bonifica del territorio. Giovane animato di alti ideali, appena ventenne, nel febbraio del 1940 lasciò la sua casa per arruolarsi nel 9° reggimento bersaglieri, il cui motto era “Invicte, acriter, celerrime” e lui da quel giorno si sentì proprio invincibile. Agli ordini del maggiore Luigi Togni col XXVIII battaglione combatté dapprima sulle Alpi francesi, prendendo parte alle azioni che il 24 giugno portarono alla conquista del forte francese di Traversette. Promosso caporale, verso la fine di agosto del 1941, si trovò in Africa Settentrionale dove venne inquadrato nella divisione motorizzata Trieste.
Gli eventi bellici in Africa Settentrionale, in particolare in Cirenaica, prima che vi giungesse la divisione "Trieste", si erano svolti con alterne fortune per l'Italia. Dopo la debole offensiva condotta da Graziani, i comandi avversari presero l'iniziativa lanciando l'operazione "Compass", dotati di moderni mezzi corazzati, avanzarono per milletrecento chilometri in due mesi, annientando la X armata italiana, facendo prigionieri circa 115.000 soldati dei 150.000 totali. Conquistarono Tobruk, buona parte della Cirenaica fino a Giarabub, costretta alla resa dopo quattro mesi di duro assedio. A organizzare una controffensiva venne in aiuto degli Italiani il Comando Supremo delle Forze Armate tedesche al comando del tenente generale Edwin Rommel che, con operazioni veloci e di sorpresa, riconquistò i territori perduti.
Molto brevemente questo ero lo scenario che trovarono i bersaglieri della Trieste al loro arrivo in Libia e furono subito impiegati con compiti difensivi a pochi km da Tobruk. La nuova violenta controffensiva nemica portò alla finale ritirata delle forze dell'Asse con i Bersaglieri che resistettero con coraggio per coprire il ripiegamento del grosso delle forze, contando innumerevoli morti, feriti e dispersi.
Sulle eroiche gesta del caporale Aurelio Zamboni nel 9° Bersaglieri, che cadde eroicamente il 15 dicembre 1941, riporto qui di seguito la testimonianza del tenente Alberto Tortora, che compilò la proposta di Medaglia d'Oro al Valor Militare e così descrisse gli eventi nel suo racconto Piuma insanguinata:
«Pomeriggio afoso di dicembre, molesto più che mai, per i vortici di sabbia che il vento solleva. La linea è tutta una perfetta amalgama di cuori, acciaio e fuoco, barriera insormontabile e compatta contro cui il più forte numero, la corazza e la tenace insistenza di quei mercenari assetati di sangue si dovranno infrangere inesorabilmente. Da ore una "Breda", rovente come il cuore di chi la impugna, continua, più delle altre, a vomitare fuoco, a sgranare briciole di morte. Il caporale Zamboni, figlio generoso della forte terra di Ferrara, tenacemente avvinto alla sua arma, incurante delle pallottole che radono il ciglio della postazione battuta dal nemico, è instancabile nel farla cantare e quella melodia di morte dà molto fastidio alle feroci orde nemiche che tentano invano di spegnerla vomitando su di essa torrenti di fuoco... Tanta è la foga con cui lo Zamboni "picchia", che nessuno può pensare che egli sia ferito: un rivo rubino irrora la sua fronte limpida ed ogni tanto egli abbassa la testa per asciugare col braccio la ferita senza staccare il pugno dalla testata. Se ne accorge il porta munizioni, che gli manda l'infermiere per medicarlo, ma un violento spintone che lo fa ruzzolare a terra è la risposta dello Zamboni. "Va via - dice secco - che adesso ho da fare." E continua a sparare. Nel frattempo, visti inutili i tentativi di sopraffare quell'arma terribile col fuoco delle mitragliatrici, il nemico incomincia a tempestare la piazzola con i mortai e le artiglierie. I primi colpi cadono intorno senza quasi efficacia, mentre la "Breda", rossa, fumante continua imperterrita a cantare seminando morte. D'un tratto un sordo schianto terribile. Una vampata. Qualche lamento. Una granata ha colpito in pieno la postazione e le adiacenze del camminamento che portano ad essa. Un ammasso umano informe con qualche lieve sintomo di vita. Sei figli di Lamarmora giacciono esanimi con le carni orribilmente straziate; altri sette gravemente colpiti emettono lamenti flebili. Non sono trascorsi due minuti forse e sono appena giunti alcuni bersaglieri per dar soccorso ai feriti, che, tra i corpi senza vita, superbamente bello nello spirito, sorge Zamboni intriso di sangue gridando: "Coraggio, ragazzi! I bersaglieri del 9° non hanno mai paura!" Lo si crede miracolosamente illeso, ma la realtà è ben diversa. "Taglia qui - dice con voce calma ed imperiosa all'infermiere mostrandogli il braccio destro penzoloni appena sostenuto da un lembo di carne - mi dà fastidio". E deve incutere coraggio a quel chirurgo improvvisato che, titubante, con un temperino si accinge a recidergli il braccio. "Accendi una sigaretta e dammela" - gli chiede dopo. E poichè l'infermiere si appresta a curargli anche una gravissima ferita ad un ginocchio orribilmente maciullato e dal quale sgorga copioso il sangue, aggiunge: "Pensa a curare gli altri, che son più gravi". Disteso accanto ai corpi dei camerati caduti continua a fumare pronunziando alte parole di fede e di incoraggiamento per coloro che si lamentano per lo strazio delle carni ferite. Intanto sulla linea la battaglia, violenta, continua. Il nemico, superiore in numero e mezzi, preme senza ottenere successi. Il fuoco è ancora nutritissimo ed intorno continuano ad esplodere proiettili di ogni arma e calibro. Un porta feriti, dopo che gli altri sono stati medicati, torna presso Zamboni ed alla meglio gli lega la gamba per arginare il sangue, proprio nel momento in cui dalle postazioni, impetuosa, una ondata travolgente di fluttuanti piume balza all'assalto. Il grido di "Savoia!" riaccende sul suo volto un lampo di indomita energia ed imprecando contro la sorte maligna che lo tiene inchiodato, si erige sul busto seguendo con l'anima i camerati lanciati verso la vittoria. Poi d'un tratto si guarda intorno cercando istintivamente, con il cuore in gola, un'arma, una bomba. Invano. Gli occhi cadono sul suo braccio amputatogli poco prima, che giace sulla terra intrisa di sangue, e con un'energia misteriosa riesce a carpirlo ed a lanciarlo con violenza verso il nemico, gridando: "Non ho bombe, o vigliacchi, ma ecco la mia carne e che vi possa arrecare danno! Viva il 9° Bersaglieri!". In quel lembo di carne è tutto se stesso. Infatti poco dopo, quando ancora si ode più lontano il fragore della battaglia, egli, limpidamente cosciente, sereno, mentre la sua fronte si copre di un'aureola di gloria, purissimo tra i puri, sale nel cielo degli Eroi. La "Breda" infranta, fredda e silenziosa, lo segue verso il suo luminoso destino.»
Il 2 marzo 1949 il Ministro della Difesa conferì alla memoria del caporal maggiore Aurelio Zamboni, del 9° reggimento bersaglieri, la Medaglia d'Oro al Valore Militare e, per le gesta di quei giorni, a tutto il 9° reggimento Bersaglieri venne assegnata la medaglia di bronzo. In centro a Cologna, sorge un monumento di marmo eretto in ricordo del bersagliere che rese onore a tutto il paese e che raffigura Zamboni mentre scaglia il proprio braccio contro il nemico.
Biblioteca poetica Guido Gozzano
La Biblioteca poetica “Guido Gozzano” è stata inaugurata il 21 novembre 2015, presso l’ex Asilo comunale di Terzo (Al).
Nasce con l’obiettivo di catalogare, conservare e favorire il prestito di oltre tremila libri di poeti italiani contemporanei.
I libri sono stati catalogati, si possono prendere in prestito gratuitamente e sono consultabili sul sito del catalogo delle biblioteche piemontesi www.librinlinea.it .
Dopo diverse edizioni del Concorso Guido Gozzano si è deciso di aprire una piccola biblioteca a Terzo, un paese del Monferrato, in Piemonte, in un territorio da poco tempo Patrimonio Mondiale dell’Unesco. La Biblioteca è già aperta ed i volumi disponibili al prestito.
Orario apertura : sabato dalle 14 alle 17
c/o Centro Polifunzionale Mario Mariscotti
15010 Terzo (Al)
bibliotecapoeticaterzo@gmail.com
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