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Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

11 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

Scusate

… se “usa e consuma

Roberto Cortelli

Libro autoprodotto, 2015

pp 135

14,50

Questo saggio non ha titolo, si fa riconoscere attraverso un codice isbn. È parte conclusiva di una trilogia, che comprende anche Il mio continuo divenire e Omniverso, e che l’autore stesso definisce “una trilogia di pensieri, considerazioni, opinioni, confronti, speranze, opportunità”.

Il mio commento, scritto da persona che egli definirebbe “il solito mentecatto”, non vuole e non può entrare nel merito dell’esattezza delle teorie divulgate, può solo cercare di riassumerle. La parte con la quale anch’io concordo, perché rispecchia la mia stessa filosofia, è che non conta il singolo, e nemmeno la specie, quanto, piuttosto, LA VITA in sé, che si rinnova e non finisce mai. Cortelli ci aggiunge una forza aggregante, cioè L’AMORE, capace di unire e produrre cooperazione.

In un’utopica società futura verrebbero a cadere gli egoismi e il senso distorto del sé, in favore della collaborazione fra cellule per la salute dell’organismo intero, definito “sistema di Complessitudine.” Non esisterebbero più nazioni, confini, proprietà e le risorse sarebbero a disposizione di tutti, senza più guerre, inquinamenti, malattie. Affinché questo possa avvenire, però, ognuno deve fare la sua parte in prima persona, è solo attraverso la consapevolezza, e il comportamento retto del singolo, che può innescarsi il cambiamento planetario di cui dovranno farsi carico soprattutto le generazioni future. E il primo passo è l’astensione volontaria individuale dall’acquisto di prodotti commercializzati da chi non ha a cuore la salute dell’ambiente ma solo il proprio profitto economico.

Fate quella scelta individuale che moltiplicata per l’INSIEME di tutti gli individui del pianeta spazza via il sistema del profitto, delle multinazionali, delle lobby, di ricchi e poveri, di padroni ed operai, di regnanti e sudditi. Il pianeta intero è di chi lo abita ed è qui, adesso, da sempre e per sempre per NOI. TUTTI! Il pianeta non ha confini geografici e politici se non sugli atlanti creati dall’uomo.” (pag 65)

Sono le multinazionali del profitto a manipolare le informazioni, ad operare una sorta di ipnosi collettiva per mantenerci in sudditanza. Occorre ritrovare il BUON SENSO.

BUON SENSO che ogni essere umano possiede in Natura al momento del proprio concepimento. Quel BUON SENSO libero da condizionamenti culturali, religiosi e politici attaccati sempre e comunque a qualsiasi cosa impermalente, quel BUON SENSO che permette alle cellule, TUTTE, di cooperare nella VITA” (pag 66)

Questa la base complessiva del libro, su cui s’innestano informazioni di ogni genere, mescolate in modo poco organico: dal complottismo più tradizionale (sono le case farmaceutiche a provocare le epidemie, gli americani non sono mai stati sulla luna, i vaccini fanno male etc) a un’infinità di dati che Cortelli ha analizzato, letto e assimilato da autodidatta, e poi trasferito senza svilupparli e collegarli, così che, proprio lui che odia i social network, finisce per scrivere un trattato simile ad una sere di post facebookiani, con tanto di citazioni fra le più diffuse in rete. Gli si riconoscono senz’altro un profondo interesse per la materia e molta erudizione in merito, ma il risultato non è omogeneo. Insomma, Cortelli mescola tutto quello che ha letto e studiato, in dieci ridondanti capitoli che somigliano più ad appunti e riflessioni messi l’uno accanto all’altro, che non a un insieme strutturato: una via di mezzo fra il manuale di auto aiuto all’americana, La profezia di Celestino, il saggio di denuncia sul tipo de La casta, e una filosofia personale. L’autore, infatti, dichiaratamente, non si riconosce in nessun sistema di pensiero, né filosofico né religioso, e non vuole esservi ricondotto. I frammenti forse più gradevoli sono le poesie scritte per il figlio. È stata la paternità, infatti, a convincere l’autore del bisogno di fare qualcosa per il futuro del mondo e per le nuove generazioni.

Mi piace concludere citando un brano che condivido e che mi ha colpito.

voglio ricordare che per qualsiasi attività riconosciuta da questo tipo di società, autodefinitasi civile, sono necessari degli studi (…), degli esami, delle prove di abilità… … mentre per essere genitori, quindi tutelanti per quelle nuove vita, è sufficiente la capacità biologica riproduttiva. Questa società, questo sistema, dà più importanza al guidare un ciclomotore, un’automobile… … piuttosto che al procreare e educare una nuova vita!” (pag 86)

Per quanto riguarda lo stile, infine, il testo necessiterebbe di un sostanzioso editing, poiché presenta molti errori, un lessico a volte fantasioso ed un utilizzo troppo esclusivo della punteggiatura.

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Vecchie glorie

10 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #sport

Vecchie glorie

È domenica e, come ogni domenica, la televisione monopolizzata da mio marito trasmette soltanto partite di calcio che io non disdegno, ma al terzo incontro consecutivo mi arrendo e trovo un libro che parla di vecchie glorie, quindi, restando in tema, mi appassiono alla storia di un campione di altri tempi.

Giuseppe Meazza, a cui oggi è intestato lo stadio di Milano, era un calciatore della nazionale e, con il ruolo di attaccante, vinse due coppe del mondo nel 1934 e nel 1938. Giocò sia nel Milan che nell'Inter e ancora oggi è il quarto marcatore di sempre della serie A con 216 reti al suo attivo.

Un grande calciatore, estroso, con uno stile inconfondibile che lo rese famoso. Il goal alla Meazza era frutto di un'abilità che beffava l'avversario: con uno scatto fulmineo superava i terzini, correva verso la porta costringendo il portiere a uscire e poi lo castigava appena si muoveva e infilava il pallone in un angolo sfiorando il palo.

Giuseppe Meazza era nato a Milano il 23 agosto 1910, soprannominato “Peppin” da amici e parenti, era un ragazzo che veniva dal popolo, orfano di padre caduto al fronte durante la Prima guerra mondiale quando lui aveva solo sette anni, viveva con la madre, fruttivendola al mercato di Milano. Fin da piccolo la sua grande passione era correre dietro a una palla, appena poteva sgattaiolava fuori casa inseguendo un pallone di stracci a piedi nudi perché la mamma, per impedirgli di uscire, gli nascondeva le scarpe. Fu scoperto per caso, proprio mentre giocava coi coetanei negli spiazzi erbosi di porta Vittoria, dallo zio di un compagno che faceva l'osservatore per l'Inter e gli organizzò un provino. Esordì in serie A che non aveva ancora 19 anni, un autentico campione, e a 20 era già un nazionale.

Con la maglia dell'Italia giocò 53 partite, segnando 33 goal. Era nato per giocare a calcio, un talento naturale puro, di quelli che nascono una volta ogni cento anni, un autentico fuoriclasse, che fu ammirato in tutto il mondo, mago del palleggio e della finta. Segnava sempre, di testa, con calcio piazzato, in corsa tirava bolidi imparabili, resta negli annali del calcio la sua rete fatta su rigore mentre durante la rincorsa si reggeva con le mani i pantaloncini cui si era sfilato l'elastico. Vittorio Pozzo, commissario tecnico della nazionale, dopo la partita con l'Austria dove aveva assistito a una straordinaria prestazione del giovane campione disse: “Averlo in squadra significa partire da uno a zero!”

Meazza era anche un ragazzo affascinante, i capelli sempre lucidi di brillantina, fuori dallo stadio era un dongiovanni, continuamente in cerca di avventure, grande ballerino di tango, si presentava con un fiore all'occhiello ed era capace di danzare tutta la notte, passare qualche ora con una ragazza e poi presentarsi allo stadio e segnare due goal. Non aveva propriamente quello che si dice un fisico da atleta, anche perché conduceva una vita sregolata, si perdeva volentieri in serate di divertimento, locali notturni, bordelli di lusso e coltivava vizi: alcool e sigarette, belle macchine e belle donne cambiate con incredibile frequenza, ma aveva anche un grande cuore e coi soldi guadagnati effettuava volentieri donazioni alle opere assistenziali. L'Italia, durante il mondiale del 1938, nei quarti di finale si trovò di fronte la Francia, la gara si disputava a Parigi e i padroni di casa decisero di giocare con la maglia azzurra, così all'Italia non restava che scegliere tra il bianco o il rosso, colore provocatoriamente proposto dai francesi, ma gli azzurri giocarono con la maglia nera e col fascio littorio sul petto.

Orgogliosamente vinsero la partita, disputando uno dei migliori incontri del campionato e liquidando i galletti francesi con un sonoro tre a uno. Passarono in finale battendo il Brasile e si trovarono di fronte l'Ungheria. I magiari dovevano riscattare il pessimo risultato di qualche anno prima, ma il “Balilla”, come lo aveva soprannominato il suo pubblico, era ancora lì, in campo, pronto, con la fascia di capitano al braccio e non lo avrebbe consentito. Fu una partita bellissima ma senza storia: l'Italia alzò la coppa del mondo per la seconda volta consecutiva. Dopo queste due esaltanti vittorie, abbiamo atteso fino al 1982 prima di vincere un'altra volta

Dopo la guerra, Meazza fece l'allenatore, ma non con lo stesso successo professionale, la classe non si può insegnare, il talento non si trasmette dalla panchina e l'unico vero risultato che ebbe quando era il mister dell'Inter fu quello di far firmare il contratto a un giovane ragazzo, anch'egli orfano di padre, che divenne il suo erede nel cuore degli interisti, si chiamava Sandro Mazzola.

Giuseppe Meazza morì per un male incurabile il 21 agosto del 1979, mancavano due giorni e avrebbe compiuto 69 anni. Lasciò orfani milioni di italiani che lo avevano amato, seguito, imitato, perché come disse Bill Shankly, grande campione scozzese, “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più.”

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Scuola di cucina: razza con le noci

9 Febbraio 2016 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #ricette

Scuola di cucina: razza con le noci

In questa tiepida giornata di febbraio, clima a cui non siamo abituati in questo mese pur vivendo ad Arbatax in Sardegna, si festeggia il Carnevale.

In vari paesi usciranno i carri, le mascherine, i cortei; Giorgio ed io, a casa nostra, organizziamo una festa fra amici. Pregustando il momento in cui potrò sedermi al mio tavolo quadrato, insieme alle altre coppie, per mangiare i vari piatti gustosi preparati dal mio sposo - un poeta in cucina - e parlare e ridere con le persone con le quali sono in armonia … e assaporando il momento in cui, dopo che tutto e’ finito, noi coppie già mature potremo far esplodere la nostra energia e vivacità ballando, dicevo, in attesa che tutto ciò avvenga, mi accingo a preparare la mia ricetta personale sempre molto gradita: “La Razza alle Noci”.

Pertanto, dopo aver bollito le razze ed aver eliminato la pellicina che le ricopre, vedo quanto pesano e, in base ai 700 grammi di polpa che adagio in una pirofila, preparo da parte una salsina.

In un recipiente metto 200 ml di olio di semi, sale e due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, poi, visto che ho alcune foglie di basilico, le aggiungo insieme a 7 noci sbucciate.

Dopo aver frullato tutto, ricopro il pesce con la salsina ottenuta e ci sbriciolo sopra, prima di metterla in frigo, ancora 5 noci .

Stasera sono certa che gradiranno tutto, compresa la mia razza, e sarà incantevole veder contente delle persone, perché, anche una cosa semplice come un’allegra cena fra amici, può aiutare a riscoprire il bello della nostra vita .

Margherita Musella

musellamargherita@tiscali.it

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Piccole considerazioni qualunquiste

8 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Piccole considerazioni qualunquiste

Molti anni fa, osservando il fenomeno dilagante dei figli unici iperviziati e onnipotenti, abituati a non sopportare la minima frustrazione, e per i quali dovere e sacrificio erano concetti sconosciuti, mi chiesi che cosa sarebbe accaduto alla nostra società. Oggi assisto a: marito che uccide moglie e prole perché si è invaghito della collega, madre che strangola il primogenito perché le rende la vita difficile, uomo geloso che appicca il fuoco alla compagna incinta, madre che affoga il piccolo nella vasca per fare la show girl, figli che ammazzano i genitori perché ostacolano le loro frequentazioni etc.

Siamo andati oltre le mie peggiori previsioni.

Penso che sia in atto un vero e proprio ribaltamento del concetto di etica. La forma, ormai, prevale sulla sostanza, in un appiattimento che cancella i veri valori, che poi sarebbero l’esistenza in vita, l’integrità fisica, la libertà, la salute.

L’offesa da bar, la pacca sul sedere, la presa in giro, fanno gridare allo scandalo, all’omofobia, al razzismo, al maschilismo e trascinano le persone in tribunale. Il terrorismo, invece, trova delle giustificazioni ideologiche, l’omicidio ottiene sempre delle attenuanti, degli sconti di pena, dei riti abbreviati, così da esser punito come un reato minore: vedi i tredici anni a Corona confrontati con i sedici alla Franzoni, vedi queste pene incerte, dubbiose, esorbitanti se uno è innocente e risibili se è colpevole, queste pene propinate perché non si sa decidere se l’imputato ha commesso il reato oppure no, perché nessuno confessa più, perché non esiste una coscienza che possa rimordere, perché i metodi d’indagine non son quelli di una volta e si basano su prove infinitesimali che un bravo avvocato riesce a mettere in discussione. Alla fine, i morti si sono ammazzati da soli e gli assassini scrivono libri. Chi sta in carcere pensa solo a uscire e rifarsi una vita, non a espiare e, se parla di “profondo percorso interiore”, lo fa dietro compenso di un tabloid.

Sono convinta che chi ha sbagliato possa cambiare - i grandi santi sono stati di frequente grandi peccatori - ma deve capire il male compiuto, sentire un rimorso lancinante, avere una coscienza che urla straziata, espiare dedicandosi agli altri, cercando la redenzione magari con la fede, con l’abnegazione totale di sé, con qualunque mezzo, insomma, ma non partecipando alle ospitate vestito da fighetto.

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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

7 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #saggi

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

di Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp. 172

€ 19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari propone in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

“Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversione di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli aveva un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Caravaggio ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

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Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

6 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

Questi barbari inglesi

di Grant Allen

Traduzione di Nicola Leporini

Marchetti Editore, 2014

pp. 138

10,00

“Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.

Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da The Woman Who Did – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.

Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo spoiling, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo La macchina del tempo, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain, del 1889.

Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come quelli di una qualsiasi società primitiva, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.

Allen mette a fuoco le incongruenze di una società che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti svincolati e puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.

Sia in The Woman Who Did che in Questi barbari inglesi non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.

Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”

Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.

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George MacDonald, "La saga di Lilith"

5 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George MacDonald, "La saga di Lilith"

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di Sulle ali del Vento del Nord, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi Oltre lo specchio, Lilith e La casa del rammarico, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de Le Cronache di Narnia – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come La Mummia), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di Sulle ali del Vento del Nord) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato L’immaginazione fantastica, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

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Caro aspirante scrittore

4 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici

Caro aspirante scrittore

Caro aspirante scrittore...

... ciò che fai - cioè scrivere - è un tuo bisogno insopprimibile; ti viene naturale, perché leggi ferocemente da quando hai imparato a sillabare.

Ormai hai affinato lo stile e appreso tutte le tecniche. Forse sei persino bravo. Ma devi sapere una cosa: come te ce ne sono milioni, tutti al tuo livello, tutti che considerano la scrittura una ragione di vita, tutti meritevoli. Attorno a voi si è formato un esercito di sciacalli travestiti da promotori culturali. Da tempo il business non è più sul libro che si vende, ma su quello che ancora non c'è. E vai con i valutatori, gli editor, gli organizzatori di premi, i creatori di siti per scrittori, gli stampatori, i rilegatori, gli insegnanti di scrittura creativa, gli agenti.

Proporrai il tuo romanzo alle case editrici importanti. Lo rifiuteranno a priori, salvo che tu non sia già famoso per altri motivi, che non rappresenti un fenomeno paranormale, o che conosca qualcuno molto in alto. Ti rivolgerai agli editori a pagamento. Ti spenneranno per non stampare neanche una copia del libro, o per stamparne un centinaio che finiranno al macero.

Opterai per editori tanto onesti da non chiederti un versamento. La tua opera non verrà distribuita e le librerie si rifiuteranno di acquistarla. Dovrai comprarti le copie, il che equivarrà a sborsare un contributo, e dovrai sbatterti in qua e in là per venderle, come fossero pentole o asciugamani. Magari non sei il tipo per farlo, magari ti sembrerà di svilire il tuo lavoro e te lo vedrai morire fra le mani.

Ti orienterai sul self publishing, comodo per chi è timido e spiantato. Il tuo libro avrà un prezzo elevato a causa delle spese di spedizione. Non lo comprerà nemmeno tua zia. La gente spende volentieri 20 euro per una maglietta che mette sì e no due volte, ma non per un romanzo costato anni di sudore. Nel frattempo, però, il tuo libro sarà considerato edito, persino senza codice ISBN, e gli editori importanti, che hanno solo da guadagnare boicottando l'autopubblicazione, si rifiuteranno di esaminarlo. (Se, però, miracolosamente, dovesse diventare famoso, non si farebbero certo scrupoli a cooptarlo). Sempre per lo stesso motivo, non potrai più partecipare a premi letterari per inediti. E forse neppure per editi. Insomma il tuo testo non sarà più né inedito, né edito, né carne, né pesce.

Ah, e ricordati che, se per caso hai più di quaranta anni, la maggior parte dei premi importanti ti è preclusa. Magari non li avresti vinti lo stesso, ma che almeno ti lasciassero tentare.

Ripiegherai sugli amici, rilegando amorosamente manoscritti da donare a Natale. Dopo mesi di silenzio, ti arrischierai a chiederne notizia. Diranno che hanno avuto troppo da fare per leggere la tua roba. Dopo, né tu né loro farete mai più cenno alla cosa.

Questo, caro aspirante scrittore, è il futuro del tuo romanzo, resterà un'immagine di copertina che invecchierà con te, che verrà a noia a tutti e pure a te che l'hai scritto.

Tu, se ti va, scrivilo lo stesso. Tanto, in casa, la carta igienica fa sempre comodo. Poi fatti recensire molto, soprattutto da chi ne sa meno di te, tappati il naso se nella critica trovi errori di ortografia e svarioni culturali. Iscriviti a tutti i gruppi Facebook dove si parla anche solo lontanamente di libri. Ricordati di frequentarli ogni giorno, salutando sempre col doveroso rispetto l'amministratore/amministratrice, inserendo cuori, fiori, peluche, tazzine di caffè fumante al mattino e camomille serali, elargendo baci a profusione, informandoti sulla salute di cani e gatti di tutti i partecipanti. Se danno un party per l'ennesimo iscritto, sii il primo, alle cinque del mattino, a brindare con lo spumante virtuale e a far esplodere petardi on line. Stralcia dal tuo libro frasi a effetto, che le tue amiche possano scrivere sul loro diario segreto e condividere nelle loro bacheche.

Non dire mai quello che pensi davvero, clicca su mi piace fino ad avere il crampo da mouse, anche se ti viene da vomitare, lecca con dovizia e intensità i culi giusti, pubblicizza libri altrui che ti fanno schifo. Se qualche scrittrice di provincia racconta di "scapoli impertinenti", o di "afferrati delitti" tu afferma che sono licenze poetiche di un nuovo stile tardoromantico-analfabeta che si sta sviluppando, e all'ennesimo maschio infoiato che descrive orgasmi d'improbabili casalinghe in fregola, parla di aspetti dionisiaci e di gnosticismo, senza dimenticare, mi raccomando, un riferimento al matriarcato di Bachofen.

Mostrati sempre entusiasta di tutto ciò che dicono i blogger letterari di un certo peso, specialmente quelli che leggono Tolstoj tutte le sere prima di dormire, e, se affermano che Dante Alighieri era un emergente da stroncare sul nascere e che Leopardi scriveva roba spassosa, tu trova qualcosa a sostegno delle loro opinioni.

Fai passare il link del tuo libro dalle 400 alle 500 volte al giorno, con intervalli di 6 minuti esatti fra un passaggio e l'altro.

Tagga tutti, ma proprio tutti, anche l'amico salumiere, anche l'autostoppista conosciuto ad Agosto in Sardegna, anche il contatto di Los Angeles che a quest'ora dorme ma non si sa mai, magari soffre d'insonnia.

Se muore un oscuro poeta minore dell'Uzbekistan, condividi versi delle sue impenetrabili poesie, definendolo una "perdita incolmabile" per la cultura mondiale, mostrandoti personalmente affranto. Parla di lui come se fosse di famiglia, rimpiangi i bei vecchi tempi quando tu e lui vi prendevate un caffè sotto la porta di Brandeburgo parlando insieme di Majakovskij.

Fotografa il tuo libro in tutte le posizioni, graziosamente contornato di piante, languidamente adagiato fra cuscini, devotamente sotto la foto di padre Pio o, meglio ancora, del Papa. Se hai uno scaffale ben fornito di libri e magari pure la fortuna che il tuo cognome inizia con la M, immortalalo fra Manzoni e Moravia. È consigliabile anche infilarlo di nascosto nella vetrina della libreria più importante della tua città, scattargli una foto col cellulare accanto al best seller milionario del momento, poi ritirarlo prima che la commessa se ne avveda.

Se ti è possibile, muori. Fa sempre un certo effetto e attira simpatie e consensi.

Ti diranno: "Continua scrivere, sarebbe un peccato, hai lì il tuo sfogo, la tua arte, la tua creatività."

Sì, certo, ma per cosa, per chi? La risposta più banale è per te stesso. Ma non si scrive per se stessi, forse nemmeno il diario. Si scrive per incanalare le emozioni, arginarle e organizzarle in un tutto organico che diventa creatura, nuova vita, mondo secondario. Si scrive per rileggere dire: "Porca troia, che bello 'sto pezzo ma l'ho buttato giù in trance?", si scrive per dare origine a una storia e a dei personaggi che prima non c'erano e ora ci sono e ci saranno per sempre, personaggi che hanno spessore morale e densità fisica. Si scrive soprattutto riscrivendo, con fatica certosina, limando fino a raggiungere il rigo finale, quello cristallino, musicale e dato una volta per tutte, quello che, quando lo rileggi anche a distanza di anni, ti fa ancora vibrare.

Però, viene da chiedere, a che ti serve oggigiorno scrivere un romanzo? Chi lo leggerà, a parte tua madre, tua sorella, e i tuoi cari, gentili, compassionevoli amici di Facebook, per altro sempre meno perché con i nuovi diari, le impostazioni di privacy, le liste, ormai più contatti hai meno visibile sei?

Di là dalla pubblicazione, dalle vendite, dai premi letterari, dalle recensioni, dai litblog, dalle riviste cartacee e on line, dalle Pagine Facebook dedicate alla narrativa, dai siti specializzati, dai corsi di scrittura creativa, dagli editor e degli editing a pagamento e non, dai Saloni del Libro, dalle conferenze, dai meeting sui libri e su chi parla dei libri e su come parlare di chi parla dei libri, etc etc, che senso ha un nuovo romanzo in questa massa informe di scrittura, di testi belli, brutti, orrendi, così così?

Chiunque metta su carta un pensiero o una fantasia sessuale ora si sente autorizzato a pubblicare, a diffondere, vista la facilità del mezzo, chiunque pianti un rigo su un foglio bianco, lo corredi di punti esclamativi o di sospensione a indicare emozioni che non è capace di esprimere, si crede così poeta da partecipare al famoso premio del Caciocavallo di Vattelappesca. L'illusione di essere narratore, poeta, giornalista, critico, ti afferra solo perché sei in grado d'inserire un pezzo su Wordpress o su Blogger, così come, eoni fa, t'immaginavi Hemingway solo a possedere una macchina per scrivere.

Insomma, più che ti addentri in questo mondo, più la materia gonfia, si dilata, si disperde, diventa amorfa e autoreferenziale. Chi ti sta parlando ne è un esempio a tutti gli effetti ma, almeno, ne è un esempio consapevole e dubbioso.

Come emergere, dunque, come distinguerti addirittura dagli omonimi, dai cloni che proliferano? Come assicurare alle tue innocenti creature il diritto di vivere, di prendere forma negli occhi e nella mente di un lettore?

E ciò che tu, autore, hai scritto, che valore ha? È bello, è mediocre, è mainstream, è letteratura, è poesia, è una boiata, è spazzatura? Perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo romanzo piuttosto che quello di un altro, piuttosto che quello di milioni di altri? Ed ha ancora un senso scrivere in questo magma senza più filtro, sapendo di essere una goccia nel mare, di lanciare un messaggio in bottiglia?

Ecco io, non ho una risposta. E tu?

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Il cimitero dei Lupi

3 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il cimitero dei Lupi

Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale e industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme I Sepolcri, insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.

È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.

Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.

A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).

La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.

Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.

C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.

Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.

Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole, fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'eroico invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull'altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale che era poi mio nonno, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.

Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.

Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.

Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.

Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.

Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.

L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.

A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto, almeno così accadeva negli anni ottanta, quando hanno cremato mio padre.

Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.

Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".

Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal, turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.

Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.

Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita

"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".

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Il nuovo cimitero ebraico

2 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il nuovo cimitero ebraico

Il cimitero ebraico di Via Mei a Livorno, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto all'altro in via Ippolito Nievo (che conserva solo salme dell'ottocento e giace in stato di decadenza) poiché è stato aperto nel 1900. È di grande valore storico, vi sono state ricoverate le lapidi e i cenotafi (non i resti) dei primissimi cimiteri della comunità ebraica, addirittura risalenti al seicento, ormai demoliti.

Con le leggi Livornine del 1593 la comunità ebraica divenne sempre più numerosa in città e richiese terreni di sepoltura più ampi. La legge giudaica vuole che il corpo sia interrato, non chiuso in colombari o loculi dove si ha una decomposizione innaturale, e mai spostato dal luogo d'inumazione originaria. Ciò comporta l'ampliarsi a dismisura dei camposanti. Il primo cimitero si trovava nei pressi della spiaggia della Bassata, il secondo vicino alla Fortezza Vecchia, il terzo in via Ippolito Nievo e l'ultimo, quello di cui vi parliamo, in Via Mei.

Costruito su disegno dell'architetto Alberto Adriano Padova, ha all'ingresso, accanto al cancello in ferro battuto, una fonte in marmo e pietra serena con un'immagine che ricorda un pozzo. Essa porta la data 1901, anno successivo all'apertura del sepolcreto. L'acqua serviva per lavarsi all'uscita poiché attraversare un cimitero era considerato impuro.

In un angolo scopriamo blocchi di marmo accatastati alla rinfusa. Sono stati rinvenuti durante la demolizione di alcune case popolari in una zona periferica della città. Pare siano appartenuti a un camposanto smantellato dopo le leggi razziali.

Il cimitero si presenta ampio, ben curato, gradevole, ricco di vegetazione dal valore simbolico come ulivo e bosso. Le tombe non hanno fotografia poiché il culto delle immagini è considerato idolatria e non si usano fiori come offerte bensì sassi. Alcune lapidi hanno degli incavi appositi dove inserire le pietre. Le tombe sono di diversa natura, dalle più semplici, alle cappelle di famiglia con motivi neogotici, colonne a tortiglione o marmo bicolore.

Come abbiamo detto, qui sono conservate le lapidi più antiche, a forma di prisma triangolare, simili a quelle contemporanee dell'antico cimitero degli inglesi. Le decorazioni più arcaiche sono di natura pagana e laica: falene, faci, uccelli, serpenti che si mordono la coda, simboli massonici. I sacerdoti hanno scolpite sulle proprie lapidi mani benedicenti con le dita aperte. Durante la vita, i sacerdoti ebraici non possono entrare nel cimitero, considerato, come abbiamo detto, luogo impuro.

Le tombe più moderne mostrano una progressiva riscoperta della religione e dell'ortodossia, con un abbondare di stelle di Davide e di menorah, i candelabri a sette braccia che in origine proteggevano, nel tempio di Salomone, il sancta sanctorum dove era conservata l'Arca dell'Alleanza.

Gli ebrei livornesi sono principalmente di origine sefardita, anticamente parlavano un dialetto ebraico portoghese, il bagitto, che ha influenzato nettamente il vernacolo nostrano con parole in uso ancora oggi come sciagattare e bobo.

I nomi sulle lapidi ricordano molte delle più illustri famiglie del commercio livornese, dai Corcos, agli Attias, ai Chayes, famosi per la lavorazione del corallo. Troviamo alcuni eroi delle guerre d'indipendenza, un librettista della Cavalleria Rusticana, la poetessa Angelica Palli, ed è sepolta qui la famiglia dell'ebreo livornese più famoso al mondo, Amedeo Modigliani, ricordato solo con una lapide poiché le sue spoglie si trovano nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi.

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