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LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

16 Agosto 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

"Nell'orrore della guerra l'orrore della natura; la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise ... uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'inferno".

L'inizio della novella, ambientata nel Primo Conflitto Mondiale, rivela in modo magistrale la sensazione di violento disagio dei soldati nelle inospitali zone di guerra. Il dramma della vicenda è accresciuto dalla sostanziale unità di tempo, luogo, azione.

I fatti si svolgono in una postazione italiana mal difesa, ma ritenuta cruciale dai Comandi. Bisogna che una vedetta stazioni regolarmente in un punto poco protetto da dove si possono osservare gli eventuali movimenti degli austriaci. Tutto è tranquillo finché un implacabile tiratore inizia a sparare, uccidendo la sentinella. Secondo gli ordini ricevuti, il tenente Alfani deve far uscire un altro uomo. Il cecchino colpisce ancora efficacemente. Un altro deve allora prendere il posto del caduto. Passano davanti all’ufficiale soldati provenienti da mezza Italia; ciascuno è inquadrato nella sua specificità regionale attraverso la parlata. De Roberto, nato a Napoli e vissuto principalmente in Sicilia, si fece aiutare per il lato linguistico da amici di altre regioni.

Alfani vede cadere altri dei suoi; ma l'ordine è chiaro e viene ribadito dai superiori. La postazione deve essere presidiata a tutti i costi, nonostante sembri tragicamente inutile. La sofferenza e lo strazio raggiungono il loro apice quando un soldato, prima di andare allo scoperto, chiede di parlare col cappellano che però non c’è. Qui c'è un punto molto intenso; il tenente si sente tenuto a fare non solo da superiore, ma anche da confessore e confidente nel momento in cui la morte del subordinato è vicina. Nelle piccole unità, in effetti, il rapporto tra truppa e graduati era molto forte.

Alfani capisce la paura dei suoi uomini; non si tratta di combattere e rischiare come hanno sempre fatto, guadagnandosi encomi e medaglie. La minaccia non è imprecisata; non viene da una pallottola che può colpire o no. Qui si tratta di subire una fine certa, una morte che sta acquattata e pronta subdolamente a ghermire. Questo il soldato non può accettarlo e il coraggio non basta: lo sforzo anche fisico di affrontare il pericolo fatale richiede una capacità sovrumana. De Roberto è davvero profondo nel cogliere gli aspetti psicologici della guerra e delle relazioni gerarchiche. In un contesto militare l'obbedienza è dovuta. Senza di essa il sistema “salta”. Ma si deve obbedire anche a un ordine stupido o insensato? Spesso i superiori non hanno lo sguardo sulla realtà più prossima all’azione e non tollerano obiezioni dal basso da chi vede i limiti di certe direttive. All'ordine deve seguire l'obbedienza senza discutere, se non altro per tutelare l'aspetto formale dell'obbedienza e non creare un pericoloso precedente di rifiuto. E così nella novella la catena delle morti inevitabili prosegue perché pure il cecchino fa il suo dovere. All'autore de I Vicerè, che non prese parte al conflitto, va il merito di aver colto, da scrittore, alcuni nodi importanti della tragedia della Grande Guerra che fu in varie occasioni una tragedia legata al dovere di obbedire.

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