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NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger (1895 – 1998)

8 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger  (1895 – 1998)

Questo è il diario di un giovane impegnato nelle Fiandre e sul fronte francese durante la Grande Guerra. Lotta e combatte con lo spirito di un guerriero antico in un conflitto moderno dove la morte arriva da lontano, azionata freddamente attraverso macchine potenti. Il devastante conflitto è infatti il regno della tecnica e delle sue armi distruttive:

“Un giorno vedemmo un pilota proiettato, in una lunga curva, fuori dall’apparecchio e cadere dal cielo come un pezzo staccato dalla sua macchina”.

Si usano grandi artiglierie e i terrificanti gas. Ci sono anche le bombe a scoppio ritardato, ordigni divisi in due parti da un diaframma di metallo. In una parte, spiega il memorialista, c’era l’esplosivo, nell’altra un acido che lentamente corrodeva il diaframma metallico determinando poi l’esplosione:

Uno di questi ordigni diabolici fece saltare il municipio di Bapaume, nell’istante in cui le autorità erano radunate per celebrare la vittoria”.

Un sibilo che lacera l’aria può annunciare la distruzione di una compagnia, ridotta a brandelli qualche secondo dopo dall’esplosione:

Mezz’ora prima comandavo una compagnia sul piede di guerra, ora mi trovavo con qualche compagno disfatto a vagare verso la rete delle trincee”.

Perciò le armi si sono fatte micidiali, si impiegano quantità senza precedenti di uomini e mezzi, forze enormi rendono la morte per molti uguale, indistinta, orrenda. Si combatte in massa e si muore in massa.

C'è ancora spazio per l'eroismo individuale in un simile conflitto in cui un ordigno piomba da distante dilaniando molti uomini e un pilota abbattuto appare solo come un pezzo dell’aereo? Il greco Protagora affermava che l’uomo è misura di tutte le cose. Questa asserzione sembra trovare ancora conferma nelle memorie del soldato che concluderà l’esperienza al fronte col grado di tenente. Infatti, in mille azioni sottolinea l'importanza dello stato d'animo, della tempra, del carattere degli uomini che possono decidere l'esito della lotta anche in situazioni quasi disperate e combattendo in posizioni molto precarie.

Forte è l'ammirazione per il coraggio e il valore. Ecco cosa dice (quasi come epitaffio) del soldato Kloppmann, commilitone coraggiosissimo durante le incursioni notturne nelle trincee nemiche e destinato a cadere:

Kloppmann era uno di quegli uomini che non si possono immaginare prigionieri”.

Un ufficiale inglese appena catturato si guadagna subito la sua stima quando si sente tenuto a spiegare che la resa è stata dovuta al fatto di essere completamente circondati e non a una scelta di viltà. Lo scrittore sembra avere il carattere dell'immortalità; ferito quattordici volte, sempre pronto a tornare in trincea, sfiorato da tanti proiettili, ma sempre salvo. La guerra è esperienza unica che offre sensazioni quasi inspiegabili nel momento drammatico ed esuberante dell’assalto:

“ … io mi sentivo, in compenso, completamente estraneo alla mia persona, come se i piccoli proiettili che mi fischiavano alle orecchie avessero sfiorato un oggetto qualsiasi. Il paesaggio aveva la trasparenza del vetro”.

Altrettanto dense sono le sensazioni dopo una ferita grave:

“Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi in cui possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell’attimo tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.

Il fratello ferito gravemente qualche tempo prima aveva espresso considerazioni simili:

Pensavo alla morte senza che ne fossi turbato. Tutti i legami col mondo mi sembravano tanto semplici da rimanerne stupefatto”.

Si tratta sicuramente di un diario difficilmente accostabile ad altri testi lasciati dai soldati. Il dramma della morte incombente non genera disperazione ma è fonte di conoscenza del proprio sostrato intimo; la vita sembra schiudere i suoi segreti all’individuo nel momento in cui sta venendo meno. Il pericolo desta un’inesauribile volontà di lotta anche davanti ad avversari sempre più agguerriti e ormai nel 1918 ampiamente superiori in mezzi. Non c’è fanatismo, ma eroismo intrepido e senso aristocratico della guerra. Jünger non sempre porta l’elmetto, va all’assalto calzando i guanti, tenendo la pistola nella sinistra e un frustino di bambù nella destra, guadagnandosi una fama di temerarietà e di quasi invulnerabilità. Intrattiene buoni rapporti con i civili belgi come i signori Plancot che per quanto privati di quasi tutto gli mandano dei doni mentre lui è convalescente all’ospedale. I subordinati lo apprezzano e rischiano la vita per trascinarlo via sotto il fuoco nemico quando viene ferito per l’ultima volta sul finire del conflitto. È giusto concludere l’esame di questo complesso libro con alcune sue significative parole che condensano l’etica del diarista:

Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio”.

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