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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

5 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.

Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.

Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.

Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.

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