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LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

27 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

Matrjona è una signora ormai anziana che vive da sola in un piccolo villaggio, durante il periodo staliniano. La sua vicenda è narrata da un ex-soldato che trova ospitalità presso di lei e che viene impressionato dalla sua bonomia e dalla sua umiltà. La donna possiede poco; avrebbe diritto a una pensione, ma nessuno la aiuta a procurarsi la documentazione per fare domanda nel lontano ufficio. Nel villaggio è oggetto di commenti negativi e di maldicenze gratuite. Eppure è sempre pronta a prestarsi per gli altri. Chi le chiede una mano ha sempre una risposa positiva; anche l’arrogante moglie del presidente del Kolchoz ricorre a lei. Matrjona non sta mai in ozio. Accorre e aiuta anche chi la critica alle spalle. Nessuno la paga per il suo lavoro; peraltro è lei che non vuole ricevere denaro. Passano gli anni e alla fine riesce a ottenere la pensione. Potrebbe addirittura considerarsi quasi agiata, visti i tempi di magra. Ora sono i parenti a farsi avanti; divisi in due fazioni, s’insinuano nella sua casa e mettono gli occhi sui suoi beni. Matrjona sopporta e continua a essere attiva e generosa. Capita però un grave incidente ferroviario in cui sono coinvolti alcuni dei parenti e la stessa anziana donna, intervenuta come sempre solo per dare una mano. Matrjona muore e ancora c’è chi si permette di dire che si è andata a cercare quella fine. Poteva non fare nulla e restare a casa, dicono alcuni. I parenti, poco rattristati, si dividono i suoi beni.

Di primo acchito, si potrebbe dire che la donna è solo una persona inerme e sciocca, sfruttata e manipolata dagli altri. Il narratore stesso dice che la donna era “pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso”.

Non è la prima volta che la letteratura russa ci presenta figure assolutamente buone; pensiamo a L’idiota di Dostoevskij e al suo protagonista, il Principe Myskin che per l’autore doveva essere un uomo del tutto buono, calato in quella foresta piena di lupi che a volte è la vita. Anche In Delitto e Castigo è una persona umile, la prostituta Sonja, a indicare all’assassino la via del pentimento e della penitenza per salvarsi.

Tornando al racconto, il paese dove vive la protagonista è un piccolo universo in cui grettezza e avidità dominano. Il terribile disastro ferroviario sta a indicare l’inefficienza dei pubblici poteri. Nessuno crede che nel miglioramento della comunità ci sia anche la propria crescita personale. Anche questo è il segno del fallimento dei piani di costruzione di una nuova società armoniosa, nella quale ciascuno avrebbe dovuto trovare nelle occupazioni collettive la realizzazione di sé. La meschinità e l’avarizia di epoca zarista sopravvivono ancora; molti passi ricordano da vicino il nostro Giovanni Verga e le sue novelle in cui è la roba il fulcro di ogni aspirazione e di ogni azione.

In realtà Matrjona rappresenta una figura astorica che va oltre ogni specifica società, visto che applica un codice di principi assurdo e irragionevole in pressoché qualsiasi contesto; infatti mostra generosità verso chi sembra non meritarla, non si fa pagare, lavora più per gli altri che non per sé. Si tratta di un’icona di virtù che pratica il bene in ogni circostanza, con zelo ma senza fatica perché non le costa nulla seguire la sua natura. La protagonista è una riserva di valori etici che in fasi di sbandamento offrono ancora una speranza di salvezza per tutti: “Le eravamo vissuti accanto, ma non avevamo capito che lei era il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”. La società si può risollevare grazie a risorse morali interiori e non tramite una nuova organizzazione calata artificialmente dall’alto sulle comunità.

Il suo sacrificio è quindi fecondo di conseguenze positive; assistiamo quasi a una Passione, visto che sopporta e soffre fino a morire per gli altri e solo dopo la sua morte, come sul Golgota, le persone aprono gli occhi, iniziano a capire e scoprono che l’infinito può essere molto vicino.

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