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IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

27 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.

Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.

Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.

Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.

Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?

Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni

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