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"Un corpo" di Camillo Boito

18 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

"Un corpo" di Camillo Boito

Camillo Boito (1836 – 1914), fratello del più noto Arrigo, fu architetto e scrittore italiano.

In questo racconto (presente nella raccolta Racconti Scapigliati, editore BUR) il protagonista è il corpo della bellissima Carlotta, legata a un giovane pittore. I due innamorati si muovono in una Vienna vivace, colorata, ricca di giardini sempre affollati. Una gioia incontenibile li guida nella città; eppure la giovane ha dei momenti di repentino turbamento in cui si rabbuia e rifugge ogni compagnia. Il pittore sa che lei non vuole mai passare accanto a un ospedale e nemmeno parlare con dei medici, ma non ne conosce le ragioni.

L’artista, nel momento più alto del loro rapporto, le fa un ritratto che verrà esposto in una mostra e venduto pochi giorni dopo a un misterioso acquirente. Dovrebbe essere il primo di una lunga serie, capace di sublimare il loro amore e di far affermare pubblicamente l’autore.

Capita però che Carlotta improvvisamene scompaia, confessando in una lettera le ragioni della sua umoralità. Una volta, in un locale pubblico, venne infatti notata dall’anatomista Gulz che disse ad alta voce: “Giuro, amici miei, giuro (…) che il corpo della bella Carlotta riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Da allora lei non si è mai data pace. Il suo fidanzato inizia a cercarla, allarmato da un articolo di giornale che parla di una donna annegata nel Danubio.

Allora comincia una febbrile ricerca nell’ospedale cittadino. Si tratta di una discesa nell’inferno della sofferenza. Malati di tisi, anziani, morti. C’è una grottesca mescolanza di vita e morte nei vari reparti, come un vecchio che sembrava “contento di non essere più vivo” e il corpo di un giovane dalla fronte alta e aperta, che pareva tuttavia “irta di pensieri”. La ragazza non si trova, finché il pittore non nota una scritta inquietante: “Laboratorium vom Karl Gulz”. L’anatomista ha alcune stanze nell’ospedale dove studia e disseziona i cadaveri. In effetti su un tavolo c’è il corpo di Carlotta e poco lontano anche il suo ritratto. Qui, in un’atmosfera di grande tensione, avviene il secondo dialogo tra il pittore e il medico (si erano già incontrati in un caffè). Gulz ama la scienza e vive per essa. Manifesta un misto di materialismo e di progressismo. Non esiste per lui nulla di spirituale: tutto è materiale e ogni segreto degli organismi si può scoprire con lo studio. L’anima non è che un fascio di nervi. Come nasce una foglia, come si forma un sorriso, come si sviluppa un’idea in un genio; nulla è potenzialmente escluso dalla conoscenza. L’analisi del corpo può alla lunga schiudere ogni segreto. In fondo, sostiene lo scienziato, egli non fa che omaggiare la bellezza aprendo i corpi per illuminarne le meraviglie. Le ossa e le viscere spiegano la vita e anche la bellezza. Egli aveva comprato il ritratto di Carlotta perché nella sua avvenenza vedeva un modello da studiare. Ora, come si era augurato, ha il corpo a sua disposizione. La scienza è l’unica cosa reale perché procede razionalmente, con prove e dimostrazioni. Il pittore che all’inizio era molto combattivo, non riesce a replicare. Semplicemente ricompra il suo stesso ritratto e se ne va, quasi convinto di aver amato solo “una manifestazione fuggevole della materia”.

La scienza sembra aver prevalso in nome dei suoi superiori fini che Gulz esalta, assumendo a tratti le pose solenni di un sacerdote. In fondo per lui lo studio dell’anatomia è una religione. Mentre il dialogo si spegne e si compie nel cupo studio l’acquisto del ritratto, ecco che Carlotta come persona esce idealmente dalla scena. Resta il corpo, ma senza meritare le cure che i vivi riservano ai morti. Esso non interessa più al fidanzato che gli preferisce un dipinto. Ora che è senza vita appartiene alla scienza e in un certo senso all’umanità; la dimensione romantica del culto dei morti qui tace, in favore di un criterio di secco pragmatismo.

C’è in questo racconto l’irriducibile contraddizione tra le due anime degli Scapigliati, feconda di opere poetiche; l’interesse verso il positivismo e l’amore per la poesia. La vita sentita romanticamente nel contrasto tra l’artista e la società portò molti esponenti di questa composita corrente a vivere sregolatamente, nonostante la rispettabilità borghese delle loro professioni. L’arte e la bellezza, in altri momenti poetici del movimento, sono ancora sentite come delicati tesori da difendere dal bisturi della scienza, come in una lirica di Arrigo Boito intitolata Lezione di anatomia: “Scienza vattene,/ coi tuoi conforti/ Ridammi i mondi/ del sogno e dell’anima!/ Sia pace ai morti / e ai moribondi.

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