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IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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