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Il trascrittore

27 Febbraio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Henri amava trascrivere. Scendeva in strada con tutto il necessario e si metteva a trascrivere su grandi fogli tutto quello che leggeva sui muri della sua città. Da un anno portava avanti questo interesse e ricopiava tutti i manifesti, senza preferenze per i contenuti. Trascriveva con grande cura e precisione, con crescente abilità, riportando fedelmente quello che vedeva; non trascurava le particolarità grafiche e gli eventuali disegni rappresentati sui vari manifesti. Sui suoi fogli trovavano posto gli avvisi delle autorità locali, di norma esposti su carta bianca e con caratteri minuti che richiedevano non poco tempo per essere riportati, gli annunci dagli aspetti vivaci di eventi commerciali come l’apertura di nuovi negozi, o altre informazioni come l’inizio della stagione lirica o la possibilità di iscriversi a dei corsi di lingue. Alcune locandine lo affascinavano particolarmente, ma il suo atteggiamento era fondamentalmente laico, nel senso che trascriveva con la stessa attenzione qualsiasi cosa. Nel caso si trovasse in una via povera di manifesti, si sarebbe accontentato di scritte fatte direttamente sui muri. Questo però capitava in rarissime giornate di magra. Henri per portare avanti il suo interesse si alzava presto, in modo da trovare le strade abbastanza vuote e da poter lavorare senza ricevere troppo disturbo. Dato che doveva muoversi a piedi, preferiva avere i marciapiedi liberi; inoltre di prima mattina c’erano i manifesti appena incollati, intonsi e ben leggibili. Gradualmente aveva iniziato a lavorare in modo sistematico, scegliendo una via piuttosto importante e percorrendola prima in un senso e poi nell’altro. Gli sarebbe piaciuto prima o poi riuscire a coprire tutta la città. Già aveva accatastato decine di raccoglitori pieni di fogli e ogni sera ne aggiungeva un altro al termine di una giornata di trascrizioni. Gli sembrava in quel modo di sentire nelle sue vene tutta l’anima della città, fatta di episodi quotidiani, commercio, cultura, comunicazioni di ogni tipo. In quella fase non pensava che forse stava scrivendo sull’acqua; anche se la sua penna instancabile avesse messo nero su bianco ogni scritta cittadina, ogni giorno ci sarebbero stati nuovi avvisi esposti nelle vie già percorse.

Ogni volta partiva con nuovo vigore. Un domani, pensava, potrò dire che la mia città è tutta nella mia casa, nei miei fogli. Non si sentiva un “catturatore” dell’effimero, ma qualcuno che voleva fissare nero su bianco quello che vedeva quotidianamente e che riteneva desse il tono della città. Aveva scelto di occuparsi della lunghissima Via dell’Alleanza e cominciò la sua attività con la consueta serietà. Si diede da fare per due giorni consecutivi, senza nemmeno tornare a casa; poi il terzo giorno rientrò prestissimo, depositò un raccoglitore zeppo e partì con un altro nuovo, accontentandosi di un breve riposo. Non aveva orari e, infatti, quando giunse quasi nel punto in cui si era in precedenza fermato, c’era poca luce. Potevano essere le sei del mattino. Con una piccola pila iniziò a darsi da fare. Riempì di slancio parecchi fogli. Era preso unicamente dal suo lavoro di riscrittura e quindi non sapeva che da sei mesi la città era stata divisa in due parti e ogni parte era retta da un governo diverso. A metà Via dell’Alleanza si trovava una piccola transenna con alcuni uomini di guardia; era il nuovo confine. Si stavano facendo lavori per mettere una struttura divisoria definitiva, ma intanto ci si accontentava di un debole sbarramento. Quando vi giunse, concentrato sul suo lavoro, andò avanti anche perché Via dell’Alleanza proseguiva oltre il confine e questo solo contava per lui. Non s’interessava di politica e anche ciò che leggeva sui manifesti raramente lo faceva riflettere. Era catturato dalla diversità degli avvisi, dai colori, dai caratteri delle parole; si poteva dire che praticasse l’art pour l’art, senza entrare nel merito di quanto leggeva. Trascriveva rapidamente prima di passare a un altro manifesto completamente diverso. Fermarsi a riflettere davanti a qualcosa, gli sarebbe costato troppo tempo. In quel momento l’unica sentinella presente dormiva: d’altronde in sei mesi non c’erano stati problemi di alcun tipo. Henri si fermò addirittura un buon minuto per riportare sui suoi fogli una serie di moniti posti vicino al corpo di guardia. Erano ormai le sette e lui si sentiva in forma. Quando si fece giorno, poté notare che in quella zona i manifesti erano in generale diversi. Colori in generale più spenti e probabilmente anche carta più scadente. Qui trovò molte segnalazioni delle pubbliche autorità, molti avvisi di tipo amministrativo e altri di genere propagandistico. Alcuni terminavano in modo solenne con motti come: “Unità e progresso!” oppure “Lavoro e Giustizia subito!”.

Era incuriosito dall’abbondanza di punti esclamativi e dai caratteri enormi. Si sentì contento di quello che stava vedendo in quanto finalmente vedeva qualcosa di nuovo. Non tardò a esaurire quasi tutti i suoi fogli e quindi iniziò a guardarsi intorno per vedere se trovava una cartoleria. I passanti erano radi e si muovevano camminando veloci. Nessuno sembrava fare caso a lui. Cercò con un gesto di richiamare l’attenzione di un signore che teneva la testa bassa e che nemmeno accennò a fermarsi. Controllò ancora il numero dei fogli rimasti e costatò che rischiava di restarne sprovvisto e quindi di perdere la giornata, proprio ora che aveva trovato nuovi stimoli. Decise di trascrivere un ultimo manifesto e poi di restare fermo finché qualcuno non gli fosse passato accanto. Il marciapiede era stretto, anche per via di alcuni grandi alberi e quindi il prossimo pedone per forza avrebbe dovuto passargli vicino e quindi l’avrebbe fermato. Così accadde poco dopo con una signora che gli arrivava appena alle spalle; Henri si era appoggiato a un albero e la donna, vedendolo all’ultimo momento, si ritrasse bruscamente. Henri non capì quella diffidenza e la inseguì per qualche metro. Poi, sconsolato, tornò ai suoi manifesti. Gli restavano quattro fogli vuoti e non vedeva nella zona dei negozi. Dovette riprendere a camminare. Poco dopo venne affiancato da due poliziotti a cavallo, forse richiamati dal piccolo trambusto che aveva creato qualche minuto prima. Henri sorrise e disse che cercava una cartoleria; i due uomini si guardarono e poi tornarono a squadrare lui. Allora il trascrittore, per spiegarsi meglio, aprì il suo raccoglitore e mostrò come fosse a corto di fogli bianchi. Uno dei due con un cenno se lo fece consegnare e per un lunghissimo minuto lo sfogliò senza mai alzare la testa. Henri cercò di rompere il ghiaccio: “Devo comprare quello che mi serve in una cartoleria. Non sono certo un malintenzionato!”. Il militare ebbe un sussulto e disse: “Ecco, se lo riprenda. Comunque decidiamo noi se le sue sono buone o cattive intenzioni. Lei cerca una cartoleria? Prenda la prossima via a destra. Il mio collega la precederà. Appena entrato nel negozio, consegni il suo lavoro alla prima persona che si troverà davanti. Faccia come le ho detto”.

Henri restò perplesso, ma poi quasi spinto dal muso del cavallo si incamminò. Non gli erano piaciute le maniere arroganti di quel poliziotto, anche se alla fine gli aveva restituito il suo raccoglitore e gli aveva comunicato l’informazione richiesta. Entrò nella via laterale che era una strada chiusa e vide che l’altro militare a cavallo lo attendeva una cinquantina di metri più avanti. Un lungo palazzo mezzo scrostato stava da un lato, mentre dall’altra parte un muro basso nascondeva un boschetto o un piccolo parco. La polvere sollevata dal cavallo stentava a sparire, dato che la strada era notevolmente stretta. Sentì che alle sue spalle stava arrivando anche l’altro cavaliere. Un gatto si rannicchiò dentro a un vecchio scatolone, poi seguì per un po’ Henri che farfugliò a bassa voce: “Siamo circondati: e non sono io ad avere sette vite”. Comunque si sentiva abbastanza tranquillo, tanto da fermarsi a ricopiare un manifesto e poi da accennare un saluto al poliziotto che lo attendeva. Entrò nell’edificio e subito un uomo gli tolse dalle mani il raccoglitore e gli chiese un documento. Scoppiò a ridere: “Serve un documento per comprare in questa cartoleria?”. Vennero altri due uomini che lo fecero entrare in una stanza, dove rimase per quasi mezz’ora da solo. Poi entrò un giovane dall’aspetto molto curato che si avvicinò a un piccolo tavolino dove pose il necessario per scrivere. Henri gli chiese spiegazioni, ma quello gli fece cenno di tacere e poi di alzarsi quando subito dopo arrivò un tipo grasso e sudaticcio. Questi teneva in mano il raccoglitore e si sedette davanti a lui. L’uomo si accese una sigaretta e poi biascicò all’improvviso: “Queste cose che leggo le avete scritte voi?”.

“Certo”.

“Con quale scopo?”.

“Con lo scopo di farlo e basta. Lei fuma, io invece trascrivo, tutto qui. Mi piace farlo”.

“Siete autorizzato?”.

“Autorizzato? Da chi? Non capisco. Serve un’autorizzazione?”-

“Lo avete mostrato a due nostri cittadini, vero?”.

“Sì, a quei due poliziotti, per far capire che cercavo una cartoleria, ma vede, ho dovuto, mi sembravano abbastanza tonti”.

“Questa si chiama propaganda. Siete un agente straniero?”.

“Non capisco”.

“Venite dall’Ovest?”.

“Ovest rispetto a dove? Abito in città”.

“Almeno ammettete di essere uno scrittore?”.

“No! Un trascrittore!”.

L’uomo era spazientito per via delle risposte ricevute, ma sembrava troppo grasso e affaticato per protrarre l’interrogatorio. Nei successivi venti minuti non successe quasi nulla. L’interlocutore di Henri borbottava tre sé mentre sfogliava il raccoglitore: sembrava interessato ai fogli all’inizio della raccolta. Là si vedeva un mondo che l’uomo non conosceva molto; grandi negozi, convegni letterari, pubblicità di agenzie di viaggi, fiere, esposizioni. Quando il giovane dal suo tavolino fece cadere la sua penna, l’altro trasalì e fece un cenno. Henri venne fatto uscire e portato in una cella. Il primo giorno fu a dir poco tedioso. Poteva solo guardare dalla finestra i grandi stormi di uccelli che animavano il cielo. Provò a chiedere qualche foglio e una penna alle guardie. Il primo giorno il diniego fu netto. Il secondo giorno invece la sua richiesta fu accolta e proprio questo poteva essere preoccupante. Voleva riprendere la sua attività anche in quelle difficili circostanze. Sulle pareti della cella non mancavano le scritte, anche se ci voleva pazienza per decifrarle. Ve n’erano di diversi tipi: espressioni di disperazione, piccoli aneddoti, insulti contro le guardie e invettive contro il governo, semplici nomi di persona e date. Alcune erano più memorabili di altre, anche se piuttosto semplici: “Se ci fosse giustizia vera, io non starei in questa galera” oppure “Ho passato qui tante primavere, fatte sempre di giornate nere”. Passò un giorno e mezzo a trascrivere; furono ore di felicità. Appena ebbe finito, riguardò alcune scritte per essere certo di averle riportate bene. Quando la guardia venne a portargli da mangiare, pensò di regalargli il lavoro fatto. La risposta fu: “Questa cosa vi potrebbe nuocere. Non lo sapete?”.

“Cambierebbe qualcosa per me a questo punto?” chiese il prigioniero. Il secondino abbassò la testa e accettò il dono. Rimasto solo, si chiese cosa gli sarebbe potuto capitare se invece di essere un semplice trascrittore, fosse stato addirittura un valente scrittore. Che cosa gli avrebbero fatto in quel caso?

Nel terzo giorno vennero a prenderlo e lo fecero scendere lungo una scala. Uscirono in un cortiletto chiuso dove una decina di soldati attendeva. Da una finestra al secondo piano un uomo ancora mezzo svestito guardava con aria pigra. Henri fu condotto vicino a un muro, mentre i soldati andavano disponendosi. Il cortile era stretto e lungo: all’inizio lo fecero avvicinare al muro più lungo e quindi i soldati si trovarono troppo vicini a lui. Il sergente che li comandava se ne accorse e non senza fatica fece ruotare di quarantacinque gradi i suoi uomini. Il condannato finì sul lato più corto del cortile. A un soldato cadde il fucile. Il trascrittore osservava il muro dove aveva adocchiato delle scritte. Poi si concentrò a osservare il cielo. Quando il sergente si avvicinò con la benda, gli sussurrò indicando con la testa in alto: “Vedete quelle rondini? Le sto osservando da due giorni e sono certo che vengano dall’Ovest. Vi consiglio di avvisare subito i colleghi dell’aviazione”.

La frase sorprese l’ufficiale che indietreggiò e si scordò di legarlo. Il plotone di esecuzione era troppo numeroso per lo spazio a disposizione. Due soldati furono allontanati e si misero a discutere con l’uomo della finestra che si era acceso una sigaretta; diceva di non averne altre. Non gli credevano. Altri tre soldati furono spostati davanti e fatti inginocchiare dal sergente. Protestarono perché avrebbero voluto tirare stando in piedi.

L’uomo alla finestra fece cadere qualcosa e urlò a uno dei soldati di raccogliere e rilanciargli l’oggetto finito a terra. Un uomo che era già posizionato tra i tiratori si spostò. Si capì che pretendeva una sigaretta in cambio della restituzione di ciò che era caduto. Si presero a male parole. Intanto, durante queste operazioni, Henri rimase tranquillo: si godette fino all’ultimo il suo tempo, potendo trascrivere su un taccuino alcune scritte trovate lì accanto. A suo modo, morì come quegli attori o interpreti che sognano di spegnersi mentre recitano sul palcoscenico. Fu in un certo senso una morte da artista.

Il suo raccoglitore fu lasciato nel deposito delle prove del tribunale, come prevedevano le disposizioni di legge. Spesso però, un ometto grassoccio veniva a prenderlo, ufficialmente per ragioni di servizio. Soleva tenerlo aperto in un cassetto e spiarlo con cautela quando non c’era nessuno nel suo ufficio. Ben presto dovette riportarlo perché alcune voci non positive si stavano diffondendo sul suo conto. In generale, era raro che passasse molto tempo prima che quel raccoglitore venisse richiesto di nuovo da qualche magistrato o poliziotto.

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