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MNEMAGOGHI di PRIMO LEVI (Torino 1919 – ivi 1987)

12 Gennaio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Primo Levi, noto per le opere legate alla drammatica esperienza nel lager (Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e Salvati), fu anche un abile narratore. Chimico prestato alla letteratura (oppure semplicemente chimico e scrittore), nei suoi racconti tratta spesso di vicende legate al mondo del lavoro (pensiamo tra gli altri alla raccolta dal titolo Il sistema periodico). Fu un grande lettore di Lucrezio, Rabelais, Darwin.

Vediamo da vicino il racconto Mnemagoghi, nell’edizione Einaudi.

Il dottor Morandi raggiunge il paese di cui è diventato medico condotto. Deve innanzitutto passare dall’anziano Ignazio Montesanto dal quale rileverà la condotta. Sente un lieve disagio; la gente del posto mostra di sapere già chi è lui. Gli si legge in faccia che è un dottore. Un’identità che sembra avere uno spiacevole aspetto totalizzante.

Levi mostra subito belle qualità narrative; “un silenzioso e rapido guizzare di lucertole” accoglie il nuovo arrivato quando raggiunge l’abitazione dell’ormai ex-collega. Viene abilmente costruito il personaggio stravagante del vecchio medico che “si muoveva con la sicurezza silenziosa e massiccia degli orsi” e indossava una “camicia sgualcita e di dubbia pulizia”. La casa di Montesanto è palesemente trascurata e l’uomo non sembra voler parlare di temi concreti. Inizia quello che diventa presto un soliloquio sulla sua vita personale e professionale, mentre il giovane nota varie cose: in particolare, “un lungo filo di ragno pendeva dal soffitto, reso visibile dalla polvere che vi aderiva”. Inoltre, in un armadio c’erano “poche boccette in cui i liquidi avevano corroso il vetro segnando il livello”.

Il padrone di casa denota un palese disinteresse verso l’attualità; racconta i suoi inizi nelle trincee durante la guerra e poi parla del rapido sopravvenire di una certa apatia che lo ha portato al volontario esilio nella condotta sperduta del paese. Morandi non riesce a farlo parlare di questioni pratiche, come il suo alloggio o la situazione dei pazienti dei quali come nuovo dottore doveva farsi carico. Ci ricorda certi personaggi kafkiani, nascosti nell’ombra, evasivi, quasi diafani, eppure in qualche modo necessari perché depositari di qualcosa di importante. A un certo punto il vecchio sembra assopirsi, ma non è del tutto silenzioso; il soliloquio probabilmente continuava nel suo interno, immagina il suo ospite.

Alla fine emerge la specializzazione dell’anziano medico: i ricordi. Qui si coniugano Proust e la chimica. Montesanto parla con passione di “adrenalinici assorbiti per via nasale”. E’ riuscito, con le sue conoscenze, a ricostruire in forma conservabile un certo numero di sensazioni. Ha racchiuso degli odori in boccette numerate e ciascuno di essi lo riporta a un momento del passato; l’odore della scuola e della sua aula, quello indefinito della pace provata dopo aver raggiunto una meta in montagna, quello di una persona conosciuta e forse amata. Si chiamano “mnemagoghi”, ossia suscitatori di ricordi. Mostra i suoi segreti al suo successore che all’inizio sembra incuriosito.

Levi mette insieme amore per la vita e scienza, proponendo in questo ritratto pittoresco e un po’ inquietante, un culto del ricordo mantenuto razionalmente, accuratamente classificato in specifici recipienti, dal contenuto molto personale. Quelle boccette sono la mia persona, dice infatti Montesanto. Il giovane medico a un certo punto avverte il bisogno incontenibile di andare via e abbandonare quella casa. Ha letteralmente bisogno di respirare odori diversi. Parte bruscamente. La sua è quasi una fuga e quindi un rifiuto per il rigido razionalismo del collega.

Forse solo la memoria involontaria proustiana può, con la sua naturalezza, riportare in modo piacevole il ricordo. Sta al caso, ossia alla vita farci riassaporare ciò che è stato; la madeleine di Proust allaccia presente e passato e permette un dialogo tra ieri e oggi, a differenza dell’impostazione “passatista” del vecchio. La scienza di Montesanto è artificio; sacrifica troppo il presente sull’altare del passato in funzione del quale non si può vivere se non rinunciando all’oggi. Il ricordo nato da una circostanza accidentale, invece, costituisce una piccola vittoria sul tempo e sulla morte. Si tratta di un ricordare fecondo perché crea o meglio ricrea un momento del passato, attraverso, ad esempio, il casuale assaggio di un dolce (come capita nella Recherche), senza boccette numerate o “adrenalinici assorbiti per via nasale”.

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