Buena Suerte

Racconto interno al “romanzo” BARTOLOMEO METTIMAL (o le farlocche e barocche e ampollose avventure di un matto toscano nel capoluogo fiorentino, tra realtà e sogno, tra ricordo e cronaca, tra sesso e amore).
Le palme stavano svolazzando per l’aria tropicale al vento aliseo, e il rumore delle macchine dell’autostrada interferiva con le comunicazioni di servizio della capitaneria di porto, la quale stava informando i possessori delle barche del porto Buena Suerte di una possibile perturbazione sul fare della sera. Il porto era costellato di navi di ogni forma, da quella dei pescatori locali, fino ai borghesi meno facoltosi, fino a quelli dei grandi magnati dell’industria e dell’imprenditoria. All’orizzonte, vicino all’entrata del porto, si intravide una piccola nave, della lunghezza di venti metri, che si stava avvicinando al pontile adibito per le navi di dimensioni più abbondanti. Appena venne avvistata, uno stuolo di marinai velocemente si avvicinò alla zona e aspettò l’arrivo. La nave rallentò la sua corsa verso la terraferma e si fermò vicino ai marinai.
"Comandante, oh, Comandante Che Guevara…”, cantavano alcuni marinai stanchi, mentre stavano facendo attraccare una piccola nave privata alle darsene e ai pontili della zona adibita agli yacht. Intanto dalla cabina apparvero diversi ragazzi, di età differente e dal vestiario diverso: c’era chi era vestito in maniera elegante e alla moda, e chi trasandato e addirittura con tracce di sporco, e chi fortunatamente vestito normalmente. Si diressero verso il pontile, facendo attenzione a non interferire col lavoro di attracco dei marinai; passarono per il ponticello, e alcuni di loro, per via delle onde, si tennero stretti alla balaustra, per evitare di cadere in acqua e di rovinarsi il vestito, anche se era sporco e logoro.
Le onde del mare erano alquanto agitate quella mattina, e probabilmente era segno di quella perturbazione che a breve avrebbe colpito la costa e il porto, ma non erano comunque così mosse da impedire la navigazione alla barca di Amerigo. Costui era il rampollo di un politicante di Montalto, e si trovava, con alcuni suoi amici, in vacanza nei Caraibi. Aveva viaggiato per tutto il suo paese d’origine e solcato ogni mare, ogni promontorio, ogni costa ed insenatura e grotta, e per quell’estate aveva deciso di cambiare rotta e di dirigersi in un’altra località. Era partito da Miami due giorni prima, dopo essere stato alloggiato in un resort a quattro stelle, con tutta la sua brigata di amici, per la maggiore suoi precedenti compagni di studi e di svaghi alternativi, e aver passato le serate a divertirsi nei locali più cari e in della città. Precedentemente era stato a New Orleans e a Orlando, sempre finendo per passare le serate in qualche locale alla moda a ubriacarsi in maniera talmente violenta da arrivare a dimenticarsi il giorno dopo di aver passato la notte con qualche ragazza, gratis o a pagamento.
“Questa è una tipica canzone divenuta nel tempo molto famosa tra gli abitanti di Cuba”, disse uno degli amici di Amerigo, dopo essere riuscito a passare indenne il pontile.
“Ma di quale stai parlando?” chiese Amerigo, un poco disinteressato alla sua questione.
“Ma sì, quella che stanno cantando i marinai in questo momento. Senti!” e lui cominciò a sentire la canzone, che continuavano a cantare nonostante il caldo in aumento proporzionale alla loro fatica. Non fece alcuna smorfia, né corrugò la fronte davanti a loro, ma continuò a camminare assieme agli altri.
“Non ti pare particolare il fatto che continuino a cantare nonostante il caldo?”;
“E con ciò? Cosa ti sorprende?” domandò sarcastico Amerigo;
“Che sia particolare la loro voglia di cantare. Tutto qui…”, rispose a tono basso l’amico;
“Buon per loro che han voglia di cantare. Io non trovo per niente la voglia…”, ma Amerigo preferì interrompersi lì, e pensare ad altro. Stavano passeggiando per la banchina quando uno dei ragazzi improvvisò una richiesta. “Dove siamo diretti? E, in quel momento, Amerigo, come rinsavito da quel passo: “Siamo diretti in un ristornate qua in centro, dove pasteggeremo e berremo come negli altri posti dove eravamo!”, e s’impuntò euforicamente nell’ultima parte della frase. Al suo accenno anche gli altri esultarono, e con maggior vigore lo seguirono verso il ristorante, ovvero una piccola trattoria ittica dedita anche alla produzione artigianale di rum e whisky, come generalmente facevano in tutta Havana. Fecero un pasto molto abbondante, a base di fritture di mare, gamberi allo spiedo e aragoste alla griglia, il tutto servite con un abbondante dose di alcol locale, tale da far saltare il cervello a quasi tutti i commensali. Solo Amerigo era rimasto a bocca asciutta: stranamente si era limitato all’antipasto a base di frutti di mare al vapore, ma non aveva toccato nemmeno l’ombra di tutto quel banchetto luculliano, e tanto meno l’alcol; nessuno si era accorto che era la prima volta che Amerigo non toccava l’alcol da quando avevano iniziato la vacanza. Ma un amico, in un barlume di lucidità, gli chiese:
“Oh, Amerigo, o cos’è sta roba che tu non hai toccato un goccio di vino?”
“Ma che ne so, non ne ho punta voglia…”
“E nemmeno un po’ di rum? O che t’è successo?”
“Boh, sarà stato il viaggio, non so…”
“Ma quale viaggio!?! Che nelle prime zone eri arrivato a berti un litro di tequila puro tutto d’un fiato e ad andare a fare sesso con quella in fondo al locale! Ma cosa stai dicendo?”
“Boh, guarda, anch’io ne so davvero poco…”;
All’uscita del ristorante, verso il tardo pomeriggio, dopo aver importunato nel mentre alcune cameriere per via della loro abbondante scollatura e dell’assenza dei loro compagni, si accorsero che non erano abbastanza ubriachi per coronare il loro approdo ad Havana, e così decisero di dirigersi verso il litorale del porto per provare altri liquori e alcolici che potessero rinfrescarli dal caldo e dalla sbornia imminente.
Nel frattempo Amerigo li guidava, sobrio sia nel tragitto sia nell’itinerario degli alcolici: prima andarono in una taverna, e li vide gustarsi a fondo una grande varietà di liquori ad alta gradazione; poi passarono in un bar, dove provarono ber tre specialità di rum, e uno di loro, da quanto era cotto da tutto l’alcol che aveva trangugiato, arrivò a rigurgitare tutto il pasto ben prima di poterlo fare dentro il water; ripresosi e riunitosi al gruppo, tentarono l’ultimo locale, sul mare, e all’ora di cena presero quasi tutti il cocktail preferito dello scrittore Ernest Hemingway, il Papa Doble, e in men che non si dica si sentivano tutti pronti per un safari al femminile. Amerigo, come al solito, rimase sobrio per tutta la serata, e la passò a guardare in silenzio i suoi amici divertirsi con le ragazze del luogo, nel tentativo sia di ballare con loro sia di abbordarle a discapito dei loro fidanzati. Accadde però che uno dei fidanzati, un marinaio del ponte, li riconobbe e chiese spiegazioni per questo gesto avventato: uno dei ragazzi, ormai fuori di senno, sputò in faccia al nerboruto marinaio e fece partire un’infame rissa tre contro uno, che portò alla cacciata del gruppo dal locale e al ferimento di tutti e tre, poco consci dell’erculea forza del marinaio.
Fuori dal locale, uno degli amici di Amerigo riebbe un momento di lucidità e gli chiese:
“O te? Ancora non hai bevuto nulla? Sei rimasto sobrio per tutta la serata?”
“Così sembra…”, gli rispose mestamente Amerigo, mentre continuava a fissare i suoi amici che tentavano di riprendersi dalle botte inflitte dal marinaio;
“O che fine ha fatto l’Amerigo delle altre sere, quello che, in un momento del genere, prima di far scoppiare una rissa, preventivamente, avrebbe preso una bottiglia vuota di rum e l’avrebbe spaccata in testa ad un energumeno del genere?”
“Ma che ne so… non ne so davvero niente…” e cominciò a spegnere la sua voce;
“O che fine ha fatto il nostro capitano? Quello che ci guida sui mari d’alcol?” ma a questa domanda non rispose e si eclissò, dirigendosi con tutti gli altri verso il porto. Non avevano ben chiaro cosa volesse fare in mare aperto Amerigo, ma l’idea di andare in mare a sera tarda non era sgradita, e lo seguirono senza scrupoli. Senza chiamare la capitaneria di porto fecero partire la nave e si diressero in mare aperto. Nel frattempo il mare aveva cominciato ad ingrossare sempre di più, e il vento ad aumentare intensità.
La città era ormai distante miglia da dove si trovavano loro e ormai avevano di fronte solo l’immensità del mare. Amerigo, dalla sua postazione di comando, spense il motore, mentre i suoi amici si erano affrettati per svaligiare, nell’impeto simposiale, la dispensa da ogni cosa che contenesse alcol. Amerigo si avvicinò ai suoi amici, sempre sbronzi; aveva gli occhi vitrei: “Voi come vi sentite?”, e a quella domanda nessuno seppe rispondere in maniera corretta, senza biascicare qualche sillaba di troppo, “No, davvero, mi piacerebbe sapere come voi vi sentite. Perché io ci sto pensando da stamattina, da quando siamo attraccati. Lui, sì, lui, m’aveva fatto sentire le canzoni dei marinai, che parlano del Comandante Che Guevara…Comandante… lui era diventato Comandante, e lo è stato fino alla morte. Comandante, non solo dell’esercito, ma anche della sua vita. E tutti che con le sue parole diventavano felici perché era Comandante. E io? Sono Comandante? Sono il vostro Capitano?”, e i ragazzi, cominciarono ad annuire, con poca serietà, “No, voi dite sì, ma non è così. Non sono capitano. Non lo sono nemmeno di questa nave, Cristo! Sono sempre stato un marinaio. Un maledetto marinaio. E io che mi sono creduto un capitano, quando non sono nemmeno un marinaio. Non sono niente. Niente!”, e in preda alle lacrime uscì dalla cabina e camminò nella prua della nave, e si appoggiò alla balaustra. Si sporse leggermente, guardando l’orizzonte rannuvolato, quando all’improvviso un’onda sbatté contro la nave e lo fece scivolare dalla balaustra, facendolo finire in acqua. Nessuno si era accorto che era la prima volta che Amerigo era finito in acqua, e nessuno si era accorto se era risalito o meno.
Angeli

Ragazzi, ormai siete con noi da abbastanza tempo per conoscere quali sono le nostre finalità. Stando insieme abbiamo imparato il valore della solidarietà, del prodigarsi verso i più deboli. Aiutare gli altri rende l’animo più leggero e vedere spuntare il sorriso sul volto dei diseredati, di quelli che soffrono o hanno bisogno di aiuto, ripaga di tutte gli sforzi che andiamo a compiere. Voi siete ancora piccoli, ma con noi ci sono anche ragazzi più grandi che hanno fatto tesoro degli insegnamenti su come ci si deve comportare. Il nostro intento è cercare di infondere in voi tutti il seme della solidarietà. La storia che andrò a raccontarvi parla proprio di questo, di uno dei nostri ragazzi che ha lasciato il gruppo perché ormai grande e troppo impegnato con la famiglia. Loro hanno bisogno di lui e lui è felice di stare con i suoi e aiutarli, ma nello stesso tempo si prodiga anche verso gli altri. Questa è la sua storia e spero vi sia d’esempio morale e pratico. Quello che si fa non deve essere sbandierato come un trofeo, l’amore verso il prossimo non deve essere motivo di gloria per chi lo offre, ma deve essere donato in silenzio.
Marco era un ragazzo di montagna, taciturno, scontroso e abituato ai grandi silenzi delle alte vette. La sua vita quotidiana era improntata alla massima semplicità, la coltivazione di un appezzamento di terra, proprietà della famiglia, che richiedeva solo tanta fatica e scarsi ricavati e le interminabili giornate sugli alpeggi al seguito della mandria. Era un giovanotto alto un metro e novanta e pesava più di un quintale. Era un vero gigante, robusto e allenato alla fatica. Come tutte le persone della sua stazza, aveva un carattere gioviale e bonario, sempre disponibile con tutti. Il suo sorriso e una innata bontà lo rendevano ben accetto da tutti. Non c’era abitante in tutta la valle che non conosceva la sua mole e la consueta generosità verso il prossimo.
Ringraziava il Signore che gli aveva dato quella corporatura da gigante, diceva che, così, poteva essere più facilmente d'aiuto ai più deboli. Non contento di quanto già faceva, decise di creare una sorta di associazione laica. Da buon friulano non desiderava aggregarsi a nessuna bandiera, a nessuna parrocchia. Non amava le chiacchiere, la pubblicità fine a se stessa. Se c’era bisogno, lui era presente, senza dare nell’occhio, lavorava lontano dai riflettori.
Dopo vari tentativi, alla fine, riuscì a mettere insieme una squadra, formata da lui, due suoi cugini e una coppia di fidanzati, giovani che facevano parte di un altro gruppo di volontari, ma che ne erano usciti perché non soddisfatti del comportamento dei colleghi nei momenti di crisi.
I cugini, valenti meccanici, riuscirono, dopo mesi di lavoro, a modificare un vecchio pulmino scolastico che il comune aveva mandato in rottamazione. Gli rifecero il motore. Chiusero tutti i finestrini lasciandone solo uno per lato, per arieggiare in caso di necessità. Due persone davanti, il guidatore e uno al fianco, altri tre subito dietro. Tutto il resto dello spazio fu utilizzato per una sorta di magazzino, con tutto il materiale che poteva servire. Una specie d'unità di crisi che si attivava laddove ce ne fosse bisogno. Nel recente autunno appena trascorso, Genova era stata la località più flagellata dal cattivo tempo e il gruppo di Marco fu uno dei primi ad intervenire. Scelsero di proposito luoghi lontano dal centro, dove c’era più bisogno, ma nessuno ci andava perché scomodo arrivarci e poi erano poco visibili dai media. Il logo che avevano scelto da mettere sul furgone, completamente bianco erano due mani che si stringevano come in un saluto e sotto la scritta “Angeli". Dormivano sempre all’interno del furgone, non erano d’impiccio a nessuno. Arrivavano, lavoravano e ripartivano, in silenzio, a loro bastavano gli sguardi di gratitudine della gente che riuscivano a trarre d’impaccio. Marco era infaticabile, quando gli amici prendevano una pausa, lui continuava da solo, si giustificava dicendo che quel lavoro per lui non era niente di faticoso, era abituato a ben altro lassù sui suoi monti.
Rimasero a Genova una settimana, spalando fango, svuotando locali dall’acqua fetida, l'odore della morte aveva impregnato la vita di molte persone. Ripartirono con ancora nelle orecchie il grazie di quanti avevano aiutato. Furono anche i primi ad accorrere dopo il terremoto in Abruzzo, là rimasero molto tempo e lavorare fino all’esaurimento. Ci furono diverse calamità che richiesero la loro presenza e in tutte queste occasioni molti furono quelli che videro il furgone bianco degli Angeli. Il loro nome cominciò a circolare e se ne parlava anche in televisione. Quattro ragazzi autonomi che senza dare nell’occhio si rimboccavano le maniche e si davano da fare.
Ritornarono ancora una volta a Genova per l’ennesimo allagamento. Erano intenti al lavoro, quando arrivò un furgoncino con le antenne, dal quale scesero due persone, una ragazza e un uomo fornito di telecamera
- Buongiorno ragazzi, finalmente vi ho trovati! Siete irraggiungibili, non state mai fermi! Abbiamo ricevuto molte segnalazioni su di voi, sul vostro lodevole impegno, potete fermarvi un attimo, vorrei farvi delle domande
Marco fu il primo a rispondere, mettendosi davanti alla telecamera, ma di spalle e continuando a spalare.
- Avete sbagliato strada e anche persone, qui stiamo lavorando, se vi levate davanti forse faremo prima, senza voi che intralciate
- Scusa, - rispose indispettita la ragazza - io devo fare il mio lavoro, la gente vuole sapere chi sono questi angeli che stanno facendo un ottimo servizio per la popolazione.
- Senti, rispose Marco, prima mi devi illustrare per bene quale sarebbe questo tuo lavoro, poi, se vuoi fare un servizio alla comunità, posa quel microfono e mettiti a spalare, tu e il tuo amico, più siamo, più presto faremo, ora cerca di andar via che ci fai perdere tempo. Andate nel centro là ci sono tanti altri gruppi di volontari, vai da loro.
- Lo sai che sei uno scorbutico scostumato, io devo intervistarvi, è il mio lavoro, non puoi impedirmi di farlo.
- Di grazia, quale sarebbe questo lavoro, quello di importunare la gente che lavora sul serio? Il tuo cosiddetto lavoro non serve a nessuno. Non è utile! Dire in televisione un nome, non cambia niente, come mi chiamo io, a chi importa? Quello che stiamo facendo si vede, che tipo di domanda cretina vuoi fare? Tu, piuttosto, se ti riesce, cerca di cambiarlo questo lavoro, fai qualcosa di utile per te e per gli altri, non perdere tempo in cose futili. Chi ha perso la casa, il suo lavoro, le tracce della sua vita, non ha né interesse, né voglia di stare lì a guardare una come te che parla di cose che non capisce, se proprio non lo trovi un altro impiego, vieni a trovarmi su in montagna, qualcosa da fare per i tipi come te c’è sempre. Ora scusa, ma devo proprio andare avanti. Tu non vuoi che io impedisca il tuo lavoro, però vuoi ostacolare il mio.
Così dicendo, avanzò di qualche passo davanti all’interdetta ragazza. Nello spalare Marco si girò per buttare il fango di lato, ma buona parte del contenuto della pala finì addosso al cameraman e alla donna con il microfono in mano. Li lasciò lì ad imprecare e avanzò ancora verso l’uscio di un’abitazione, dal quale una donna anziana, che aveva assistito alla scena, stava applaudendo ai giovani e a quel gigante dal sorriso buono.
A fine di giornata, quando si ritirarono nel furgone per la solita frugale cena, pane, caciotta e soppressata, annaffiata da un fiasco di vino, si divertirono a riparlare della scena di quei due imbrattati di fango dalla testa ai piedi.
- Sei stato grande, Marco, dissero gli amici – ci voleva proprio. Quei due damerini pensavano di fare i galletti sulle fatiche degli altri, vengono, fanno quattro domande cretine, fanno vedere qualche immagine ed è tutto lì, il loro cosiddetto lavoro.
Noi facciamo quello che riteniamo giusto, perché vogliamo farlo, non certo perché vogliamo andare in televisione. Ognuno si comporta secondo la propria coscienza, quella gente lì è schiava della pubblicità, dell’ignoranza, dei finti valori, sono figli di una carità pelosa, che deve essere vista, spiattellata in piazza, dibattuta da altri parassiti che, pagati più dei loro meriti, se ne stanno seduti comodamente nelle poltrone e parlano, sparlano e sentenziano a sproposito, su argomenti di cui, non sanno niente. Qualcuno lo sa, ma si guarda bene dal mettersi in gioco
Noi, fortunatamente, siamo diversi, aiutiamo il prossimo, siamo “ Angeli”.
Sì rispose ridendo Marco: angeli senza ali!
Elena Torre insignita dall’Accademia Res Aulica di un prestigioso riconoscimento

Sabato sera nell’elegante cornice dell’hotel Calzavecchio di Casalecchio di Reno la scrittrice viareggina Elena Torre, insieme a Lorenzo Beccati, scrittore e autore televisivo, e a Carmelo Nicolosi De Luca, per oltre vent’anni giornalista del Corriere della Sera, è stata premiata in occasione della rassegna Scrittori con gusto per il romanzo Il mistero delle antiche rotte.
L’Accademia Res Aulica per il diciannovesimo anno riconferma “la piena necessità e volontà che il libro non cesserà mai di essere uno strumento insostituibile della nostra vita”.
La presidente Franca Fiocchi ha speso molte parole sul romanzo, sottolineando come Elena Torre abbia “una scrittura che fila diritta e leggera senza paura di cadere nel precipizio delle ripetitività, perché sa esattamente come usare la parola per raccontare ciò che vuole raccontare […] l’autrice coglie i lettori nelle loro fragilità più grandi, nei loro sogni più avventati, e li traghetta sino all’ultima pagina”. E ancora “Elena Torre crea, da grande narratrice, un’atmosfera particolare, un’ondata di calore che stravolge i ritmi della vita, tormento ed estasi, sensazioni e visioni”.
Maleficus

Confesso, sono malato. Ho una malattia che mi porto dietro dall’infanzia, quando, con la mano stretta a quella di mio nonno, percorrevamo i lunghi corridoi della monumentale Biblioteca dove lui lavorava. Amo quell’odore d'antico, del sapere tramandato da generazioni. La mia malattia si chiama Bibliofilia. Costretto dal destino a lasciare quella strada, mi sono rifugiato in questo mondo moderno seguendo le mie conoscenze e il fiuto che mi porta sempre in giro per l’Europa sulle tracce di manoscritti, libri antichi che hanno sopportato la mano pesante del tempo. Oggi mi ritrovo a passeggiare sul Pont Neuf a Parigi, dove espongono i bouquinistes, i più esperti e i migliori venditori di libri antichi, potrei dire d’Europa, anche Praga non è male, ma troppo seria, si respira un’aria come dire d’ancien regime, qui lungo
- Allora amico mio questa volta mi sono superato, ho per le mani davvero qualcosa di molto interessante, un pezzo datato 1627, il testo è di difficile comprensione, un misto di latino e spagnolo, per quelle che sono le mie conoscenze non ci ho capito molto, forse lei ne capirà di più
- Marc, non farla tanto lunga, tira fuori questa rarità e vediamo di che si tratta.
Con molta teatralità il mio amico, tirò fuori, trattandolo come una reliquia, un libricino rosso.
- Ecco! Questo libro vale tanto oro quanto pesa, peccato che è così piccolo, altrimenti avrei fatto davvero tanti soldi.
- Marc, non credi sia il momento di smetterla e farmi vedere di che si tratta?
- Certo dottore, – disse porgendomi come un vassoio quel libretto consunto e dalla copertina rigida rosso sbiadito.
Al primo contatto fisico ebbi come una scossa, un brivido mi percorse la schiena facendomi quasi sobbalzare, possibile? mi chiesi. Non vedo nulla di così elettrizzante, mi sembra più un breviario di preghiere. Cominciai a sfogliarlo e la prima cosa che notai furono molte macchie piccole e dai bordi frastagliati, la carta era ingiallita come prevedibile e la scrittura molto piccola, le parole erano in latino antico frammiste ad alcune in spagnolo. Ora le mie conoscenze del latino non erano tali da poter tradurre tutto, ma l’intestazione era visibile e chiara, l’autore era un certo Guillermo Aloisio Sanchez de Aragona e, se avevo letto bene, doveva essere il priore di un convento, nonché giudice del tribunale della Santa Inquisizione Spagnola, questa sì che fu una notizia molto interessante, un libro del periodo dell’Inquisizione, proprio nel pieno della caccia ai libri che non erano di fede cattolica. Ero preparato su quell’argomento, era il periodo più buio che riguardava sia le persecuzioni sugli uomini e donne sia la caccia ai libri che potevano, secondo le vedute ristrette della chiesa dell’epoca, sviare le menti degli uomini.
Dopo trattative estenuanti, lo comprai. Il giorno seguente ero a casa, cercavo di tradurre il contenuto, ma, vista la difficoltà oggettiva, decisi di rivolgermi a chi il latino doveva saperlo bene. Il parroco della chiesa del quartiere, un amico, al corrente della mia malattia, poteva certamente darmi una mano.
- Salve don Luigi, sono ancora qui a chiedere un favore, prima o poi mi caccerà e avrà ragione, ma lei sa del mio interesse per i libri.
- Non ti preoccupare figliolo, - disse lui con fare bonario – sentiamo cosa hai trovato questa volta, ancora latino immagino.
- Sì, padre, latino e anche spagnolo, un misto incomprensibile, ho capito poco siamo nel periodo 1600 più o meno.
- Interessante, deve essere per forza qualcosa di……
Non finì nemmeno di parlare, perché alla vista del libro, che avevo cacciato dalla tasca, cominciò ad agitarsi. Lo guardai con stupore, ora si era bloccato con una strana espressione sul viso, quasi spaventato, eppure non aveva ancora visto il contenuto di quel piccolo libro. Si avvicinò guardingo e, appena lo ebbe fra le mani, lo aprì a caso, dopo una brevissima lettura scoppiò quasi in un urlo che rimbombò in tutta navata della chiesa chiudendo subito il libretto.
- Maleficus!!!! Vade retro!!
Strinse quel libro fra le mani quasi a volerlo schiacciare. Lo vidi e cercai di salvare il mio prezioso reperto, mi era costato cinquecento euro e non intendevo farmelo distruggere dalla smanie del prete.
- Padre si calmi, quel libretto è prezioso, mi è costato molti soldi…
- Taci disgraziato! Questa cosa immonda è opera del demonio, la perdizione dalla retta via messa su carta, per gli empi e gli uomini senza fede. Questo va distrutto non può proseguire il suo cammino nel mondo.
- Un momento, padre, mettiamo in chiaro una cosa, il libro è mio e lei non distrugge proprio niente, anzi, me lo dia, così evitiamo dispiaceri, seconda cosa vuole almeno dirmi perché tutta questa manfrina, che libro è, di che parla, avrà capito di che si tratta, vuole mettermi al corrente per favore.
Richiamato alla realtà il prete sembrò calmarsi, ma continuava a gemere come in preda ad una sofferenza interiore. Tentò di tenere stretto il volumetto, ma alla mia pressante richiesta non poté opporsi e a malincuore lo consegnò. Dopo essersi calmato prese a parlare.
- Quel libro è davvero opera del demonio, è un'onta per noi preti e un oltraggio per tutta la chiesa cattolica. Sappiamo tutti del periodo della Santa Inquisizione e dei danni che ha procurato a migliaia d'esseri umani e delle inique leggi emanate. Chi ha scritto il libro era uno dei giudici del tribunale, che ha pensato di trascrivere tutte le confessioni estorte alle presunte streghe, tutti gli atti più perversi, le fornicazioni e tutti gli atti sessuali più corrotti, descritti nei minimi particolari e lo usava per usi personali, capisci!!! Per non dare nell’occhio, lo ha scritto e diviso in piccoli libretti da poter usare, di nascosto, nella sua dimora. Il demonio deve essersi impossessato di lui e della sua anima, un uomo di chiesa non può comportarsi in questo modo, devo dire anche, purtroppo, che di questi ce ne sono in giro ancora parecchi, per nostra vergogna.
- Per cortesia esci subito dalla mia chiesa prima che sia contaminata dal peccato, non portarlo mai più qui, la traduzione mi rifiuto di farla, non puoi chiedermi di leggere quelle oscenità.
- Bene padre, è stato molto esauriente, non si preoccupi, il libro sarà conservato, come tutti gli altri, nella mia biblioteca e là resterà, non è mia intenzione leggerlo, l’argomento non mi interessa più di tanto, mi premeva solo sapere di cosa trattava. Mi scuso per averle procurato tanto disagio.
Mi allontanai sorridendo, stavo mentendo di grosso, sapevo che avrei fatto di tutto per leggere quelle righe peccaminose. Immagino che quel priore, il malefico Guillermo Aloisio, debba essere stato un tipo molto intransigente e perverso nei suoi interrogatori alle streghe.
Intervista a Lorena Giardino

Amici lettori della signora senza filtri, il vostro blog, che non vi lascia mai leggere al buio, oggi per voi incontrerà la brava autrice piemontese Lorena Giardino, insieme a lei parleremo della sua ultima opera, appena pubblicata da Grafiche Stile. L'ultima volta che l'avevo sentita la trovai molto affaticata, la realizzazione del suo ultimo romanzo le aveva dato un bel knockout al cuore, l'autrice, troppo profonda e sensibile nei sentimenti, aveva esaurito la benzina energetica e, ad opera ultimata, soddisfatta e strafelice, era groggy come un pugile suonato, pertanto adesso, per farla rilassare, la porterò con me in sella alla mia Moto Guzzi California rossa Pollock a fare un bel giro, destinazione lago Takatika nel bel mezzo della prateria Indiana.
- Dai, Lorena, infila il casco a scodella che partiamo.
Curve, controcurve e saliscendi, arriviamo a destinazione per la nostra chiacchierata con Lorena Giardino in arte Scrittrice Imperfetta.
- Ciao Walter.
- Lorena, senza inquietudine e autoderminazione non avresti mai scritto L'imperfetta Immensità.
- Sì, è la verità, ho dovuto lottare contro tempeste umane di ogni tipo, mi sono totalmente immersa nelle anime dei personaggi, provando per le vicende delle loro storie una grande sofferenza interiore, adesso vorrei avere il piacere di condividere questa immensità imperfetta con i lettori.
- E il lettore non può che esserne contento, il suo maggior desiderio è di tuffarsi e immedesimarsi nel mare di parole dello scrittore vissute e narrate con passione viscerale.
- Il mio romanzo è come aprire una finestra sul mondo. Ad ogni latitudine ci sono situazioni di squilibrio, un’umanità con rapporti interpersonali in continua agitazione, come se la vita imperfetta ci impedisse di essere semplicemente naturali, in pace con il nostro destino. Tutti siamo perennemente alla ricerca di un qualcosa che sfugge, un qualcosa del tipo polo positivo e polo negativo che si respinge, tensione alle stelle fra persone normali eppure...
- Eppure?
- Eppure un giorno, quando arriverà quel giorno, Giulia e Maria, le due sorelle, insieme alla fredda madre, dovunque esse saranno, troveranno la serenità interiore.
- Potrebbero semplicemente comprendersi?
- Michele, l'anziano, il nonno che nessuno vuole ascoltare, si siederà in poltrona infischiandosene di tutti.
- Io gli consiglierei di ascoltare musica di George Gershwin.
- Mattia, 6 anni, verrà finalmente apprezzato dalla maestra che ritroverà il suo equilibrio.
- La maestra potrebbe provare a preparare delle squisite crostate mentre Mattia riderà spontaneamente e gioiosamente come tutti bambini?
- Il mondo è imperfetto perché è la stonatura delle cose che ci dà l'impulso a correggere i nostri errori, è la bellezza che è dentro ognuno di noi a rendere tale l'immensità dell'umanità, tutto accadrà serenamente come la quiete dopo la tempesta. Finalmente potremo vedere che Guernica di Picasso avrà la meglio sugli amanti della guerra.
- Lorena il tuo è un messaggio di ottimismo.
- Sì, ho lavorato a questa mia opera per lanciare un grande messaggio di ottimismo, è proprio così.
Molto bene amici lettori, se potete, leggete anche voi L'imperfetta immensità della nostra amica autrice Lorena Giardino. Ora io e lei proseguiamo il nostro momento relax di fantasia nel tepee del nostro capo Indiano Brown Sugar, sembra che ci abbia preparato da fumare un calumet della pace a base di erbe aromatiche, liquirizia, panna, cioccolato e zabaione. Salutiamo tutti i cari lettori del blog della signora senza filtro e vi aspettiamo al prossimo incontro culturale.
Verso sud

Sono in viaggio da diverse ore e adesso che sono quasi vicino alla meta, mi trovo intrappolato sulla scorrimento veloce che conduce a Matera. E’ più di un’ora che siamo fermi, una fila ininterrotta di macchine sotto il sole, un vero inferno. In lontananza si vede solo una colonna di fumo denso che il vento porta a invadere la sede stradale, oltre la cortina non si riesce a vedere nulla. Sono esausto, il sole del sud, specie in agosto, picchia forte e restare in macchina sta diventando un incubo. Sulla mia destra, un centinaio di metri più avanti, vedo un cartello che indica una deviazione per una località che non dovrebbe trovarsi lontano da Matera, decido di tentare la sorte e uscire, forse percorrendo le vie poderali potrò raggiungere la città prima di sera. La macchina scotta e la benzina è diminuita in maniera notevole, devo tentare a tutti i costi. Finalmente sono su una stradina campestre, polverosa e stretta che s’insinua fra i campi, come un serpente sdraiato al sole. Ai lati ci sono coltivazioni di grano frammentate da rossi papaveri, all’orizzonte profili tremolanti di montagne nel riverbero della luce e del caldo. Proseguo ingoiando polvere e maledicendo il mio capo che mi ha mandato in queste lande deserte per un servizio di costume. Matera e il suo hinterland negli ultimi tempi stanno sempre di più attirando l’attenzione dei media e di un turismo di élite. La terra di Lucania dimenticata da tutti si sta prendendo la sua rivincita.
A un tratto vedo un gruppo di alberi, raggruppati intorno a delle rocce, un asino legato ad un ramo se ne sta tranquillo al fresco. Quella visione di frescura sembra invitarmi, decido di fermarmi e parcheggio sotto un grosso albero fronzuto. Dopo tante ore, seduto in macchina e con quel calore, questa sosta è un toccasana. Con mia gran sorpresa, girando lo sguardo intorno, scopro che dietro un masso, leggermente più in basso, nascosto alla vista, c’è una specie di getto d’acqua, sembra una sorgente, il rigagnolo che si forma s’incanala nell’erba alta formando una specie di piccolo laghetto. Mai visione fu più stupefacente, subito mi rimbocco le maniche della camicia e cerco di scendere al livello dell’acqua. L’impresa si presenta più difficile del previsto, il luogo è scivoloso e le rocce appuntite, il leggero gorgoglio mi sprona a far presto, non resisto al richiamo e dopo alcuni scivoloni raggiungo il piccolo getto che fuoriesce dal terreno, immergo le mani e un brivido percorre il corpo accaldato, l’acqua è fredda, pura, bevo con le mani a coppa e mi bagno la testa, che sollievo! Una sensazione di godimento mai provato. Bagno il fazzoletto e lo metto al collo per godere del fresco, il più a lungo possibile. Dopo queste operazioni, finalmente, scelgo un posto all’ombra e comincio a pensare al da farsi. Guardo l’asino un po’ più su, dove ho parcheggiato la macchina, mi guarda annoiato, con fare svogliato mastica lentamente un ciuffo d’erba. Apparterrà a qualcuno che non deve essere lontano, così decido di tornare alla macchina. Risalgo a malincuore il leggero dislivello e ad aspettarmi trovo una ragazzetta dai capelli neri, un viso grassottello con due occhi lucidi che guardano con interesse la mia macchina.
Appena mi vede si allontana rifugiandosi dietro l’asino che reagisce in malo modo per il disturbo, mentre io cerco di rassicurarla.
- Ciao, non aver paura, non ti nascondere, mi sono fermato per rinfrescarmi un po', come vedi la macchina è aperta, se vuoi puoi anche sederti dentro, vieni pure avanti, non aver timore.
Lei mi guarda titubante, ma non osa muoversi, fissa un punto alle mie spalle, mi volto e vedo avanzare verso di me una donna vestita di nero, a prima vista non sembra anziana, nonostante la sua pelle. Ora che è abbastanza vicina e la posso vedere bene, è cotta dal sole, piena di rughe, i suoi occhi sono appesantiti, hanno una stanchezza che traspare da ogni sua occhiata. Viene avanti dondolando il corpo sugli zoccoli di legno che affondano nella terra, il suo corpo è in sovrappeso, rotonda ma energica, ha i capelli raccolti dietro con una specie di ciambella, fa un cenno col capo alla figlia che subito corre a rifugiarsi fra le sue braccia, mi guarda con uno sguardo fra il cattivo e il minaccioso, ma scorgo più paura che altro.
- Buongiorno signora, mi scusi se ho procurato fastidio o paura alla bambina, non era mia intenzione, mi sono fermato solo per rinfrescarmi, ero troppo stanco e sudato, sulla strada principale non si cammina, c’è una fila infinita, vorrei approfittare della sua presenza per chiederle se può indicarmi la strada per Matera, devo essere lì prima di sera.
Il suo sguardo non è cambiato di una virgola, non so se ha capito quello che ho detto, non sembra abbia voglia di rispondermi, si limita a osservarmi e a stringere la bambina, non so che altro dire. Dimentico che la gente del sud è sempre riottosa a esprimersi in presenza di estranei. Scoraggiato, mi dirigo verso la macchina per rimettermi in marcia, prima di partire vorrei solo prendere una bottiglia d’acqua per il resto del viaggio, la sete è tanta e non so quanto tempo impiegherò per raggiungere la città. Sto cercando qualcosa nel bagagliaio della macchina, quando mi sento interpellare.
- Signò, la via pe Matera è questa, va sempre diretto e arrivi, ci vorrà meno di un’ora.
Lo stupore ferma i miei movimenti. La voce ha la caratteristica inflessione dialettale del meridione, ma è ferma e sembra non aver nessun timore, mi giro verso di lei e noto che i suoi occhi sono più aperti, meno diffidenti, brillano per l’emozione, per lei è quasi un evento straordinario, la giovane liberata dalla sue braccia si avvicina timorosa e sfiora la macchina con le mani, sembra affascinata, non deve aver visto molte macchine come la mia nella sua breve vita. Ringrazio sorridendo.
- Grazie per l’informazione signora, correvo il rischio di perdermi fra questi sentieri di campagna, sulla statale è tutto fermo e non so che cosa sia successo.
- È successo – mi risponde lei mostrando un leggero sorriso che le scopre dei denti bianchi e robusti, che ‘Nduccio, mio marito, dopo raccolto il grano ha dato fuoco al campo, per bruciare le stoppie, prima il vento era favorevole poi ha cambiato e ha portato il fumo sulla strada, quelli si sono messi paura e si sono fermati perché non si vedeva niente. Voi se dovete andare a Matera, per questa strada ci mettete la metà del tempo, la strada nuova fa nu giro troppo lungo. Lungo la strada ci sta la casa mia, potete fermarvi, vi offrirò un bicchiere di vino, io devo venire co lu ciuccio, voi andate avanti, ci sta mio padre e mio marito, Nunzia la piccerella vorrebbe fare un giro sulla macchina vostra, può accompagnarvi e dirvi dove fermarvi, se non vi da fastidio.
- Certo che no – rispondo – mi fa piacere e poi un bicchiere di vino non si rifiuta, se risparmio tempo, sarò felice di farmi accompagnare da lei.
Faccio salire la ragazzina. Avrà almeno tredici anni, un’adolescente di campagna attratta da una vettura strana nella sua vita. Il suo imbarazzo è palese, ma la curiosità e la sensazione di gioia nei suoi occhi è tale che dimentica le paure e si siede al mio fianco, con un brivido di piacere. Saluta con la mano la madre e parto, lentamente seguendo il sentiero. Dallo specchietto retrovisore vedo la donna sciogliere l’asino e salire in groppa, si mettono in cammino quasi nello stesso istante in cui io mi allontano dalla zona d’ombra e mi tuffo ancora una volta sotto il sole. Durante il tragitto, la ragazza è silenziosa sfiora con le dita tutto il cruscotto, la pelle dei sedili, non li tocca, si limita sfiorare con la punta delle dita, le sue mani non sono proprio pulite, ma lei capisce, dimostra una sensibilità inaspettata. Ora si è messa rannicchiata, con le gambe sollevate e le ginocchia, quasi all’altezza del mento, le gambe sono robuste, il vestitino a fiori, che a stento contiene l’esuberanza giovanile, si è alzato e si vedono le mutandine di cotone, non c’è malizia in lei, innocente come deve esserlo alla sua età, sono io, uomo di città che riesco a formulare pensieri inopportuni, mi concentro sulla guida senza guardarla. Poco dopo, lei mi fa segno di fermare vicino a un casolare, appena fermata la macchina, dalla casa escono due uomini, un anziano e un giovane, attirati dal rumore del motore. La ragazza esce dalla vettura e corre verso i due. Comincia a parlare velocemente, non capisco molto di quello che dice, ma il senso è che racconta l’accaduto, gesticola e ammicca dalla mia parte più volte fino a, quando l’uomo anziano si avvicina e mi tende la mano.
- Grazie signore di aver portato in giro mia figlia, è molto felice, mi ha raccontato del vostro problema, ma come immagino vi abbia già detto mia moglie, in meno di un’ora sarete a Matera. Ora, se volete onorare la mia casa, con la vostra presenza, vi offriremo uno spuntino. Mia moglie sta arrivando e penserà lei a preparare, io vado a prendere il vino in cantina, mio figlio andrà a prendere delle altre cose, voglio scusarmi per aver procurato disagio a tanti automobilisti, ma le stoppie si devono bruciare. La terra ha i suoi tempi e vanno rispettati. Mi spiace, ma il vento è girato all’improvviso e ha invaso la strada, non ho potuto farci niente.
- Ecco, sta arrivando mia moglie Antonia, vi lascio con lei, scusate se mi allontano.
Se ne va tirandosi su i calzoni tenuti stretti in vita con una cintura sdrucita, porta dei grossi scarponi sporchi di terra, forse di una misura più grande del dovuto. La donna arriva e senza parlare m'indica una sedia sulla quale sedere, poi ci ripensa e ordina alla figlia di accompagnarmi alla pompa dell’acqua per farmi rinfrescare e lavare le mani. Seguo la ragazza nell’aia antistante alla casa, evitando alcune galline e oche che passeggiano libere, aiutato dalla fanciulla mi dedico a qualche pulizia veloce. Torniamo in casa e troviamo il pesante tavolo di legno coperto da una tovaglia pulita apparecchiata per sei persone.
Dalla porta entra con un'anfora di terracotta il marito, che annuncia l’arrivo del vino, e subito dietro il figlio maggiore che porta con sé due cesti di frutta fresca appena colta.
Madre e figlia, intanto, portano in tavola vassoi pieni di salumi, pezzi di formaggio, una ciotola di olive condite con olio e peperoncino. La vista del cibo mi ricorda che non mangio dalla mattina presto, il mio solito caffè con cornetto riscaldato, mentre aspetto il padrone di casa che riempie i bicchieri, penso a tutte le false notizie, ai luoghi comuni che molti di noi giornalisti, prevenuti, diamo in pasto alla stampa. Il tanto vituperato sud con le sue contraddizioni, il perenne malessere, il capro espiatorio di tutti i mali che infestano la nostra nazione, ancora una volta, invece, sta dando dimostrazione di grande civiltà. Il fatto è che, ormai, fa comodo a tutti poter accollare ad altri i propri problemi, di gran lunga più importanti e seri. L’ospitalità che ricevo in questo momento da una sconosciuta famiglia lucana dimostra che il cuore non conosce confini, io per loro sono un perfetto estraneo eppure mi accolgono come uno di casa, senza chiedere nulla, non si pongono domande né ostentano diffidenza, si offrono in tutta la loro spontaneità. Deve essere stato il mio gesto nei confronti della ragazza, facendole toccare la macchina e portandola a fare un giro. Non lo so e poco m’importa, quello che conta è che sono in casa di persone gentili. Dalla porta aperta posso vedere a vista d’occhio un panorama di terre, in parte coltivate, in parte brulle, quasi deserte. La desertificazione della Basilicata è uno dei temi che dovrei affrontare nel mio servizio, ma al momento non ci penso, mi godo il contatto con queste persone che con la loro schietta amicizia mi stanno ospitando. Mi stanno offrendo, la loro casa, il loro cibo, tutta la loro umanità. Durante il pasto, complice il vino, crollano le difese, racconto di me e del perché mi trovo da quelle parti, loro accennano alla vita che conducono senza fare drammi, non si lamentano. Sanno bene che lamentarsi non serve a nulla, si limitano a condurre una vita semplice, sono coscienti che altrove si vive meglio di dove stanno loro, ma quella è la loro terra, ci sono nati, cresciuti e sperano di morire fra quelle pietre antiche. Nel chiacchiericcio sereno che si è instaurato, mi danno informazioni utili al mio lavoro. Li osservo e negli sguardi spuntano, fra una risata e l’altra, fra una ruga e un capello bianco, tracce di felicità. Rimangono i calli alle mani e la pelle bruciata dal sole, ma è il prezzo da pagare, la ragazza la immagino, fra pochi anni, già sposata, la sua infanzia e la giovinezza racchiuse in una sola esperienza, quella legata al lavoro, alla sopravvivenza in questa terra del sud che ha splendidi tesori, che conserva gelosamente gli antichi valori che danno un significato alla vita.
Incontro con l'artista G.M. ZAGO e il progetto "Zago and your friends"

Amici lettori di signoradeifiltri.blog oggi abbiamo il piacere di avere nostro ospite un artista che viene dal Nord, da Verona, dalla città di Romeo e Giulietta è qui con noi G. M. Zago!!
Ve lo dico in confidenza, lui non lo sa ma lo porterò in una spa, un centro benessere particolarmente artistico, mi raccomando non glielo spifferate!
Eccolo arrivare ma non è solo, è seguito da un cane.
- Zago hai portato il cane?
- Beh, sì, non si fida di te e non voleva lasciarmi solo.
- Ah!... Come si chiama?
- Homer, aspetta te lo presento... Homer dì qualcosa al Walter.
- Uelà, artista da strapazzo, mi raccomando ti mordo le parti basse se non scrivi bene del mio Zago, eh!
- G.M., ma Homer è un cane che parla?!
- Che vuoi che ti dica, a forza di stare con me, ha cominciato a parlare, pensa che per breve periodo ha pure iniziato a fumare il mio sigaro, ma ci siamo tolti il vizio insieme, per fortuna, è un grande amico, sai.
- Capisco, ma gli hai pure insegnato a dipingere?
- No, preferisce dormire, però mi fa da manager, tratta lui con i galleristi, invece, con i critici, ci parla solo al telefono perché non li sopporta.
- Forse è meglio che entriamo.
Apriamo la porta stile Mondrian, l'ambiente è già caldo e profumato, in sottofondo musica Jazz. Sicuramente troveremo qualcosa da mangiare e da bere.
- Zago ti piace questo posto?
- Sì, non male
- E tu, Homer, che ne dici?
- Bello, ma prima possiamo mangiare qualcosa?
- Più tardi, prima facciamo il bagno in piscina.
- Andate voi che a me l'acqua non piace molto, vado a mangiare qualcosa e poi a fare una partita a flipper.
- Homer, mi raccomando, non mettere troppo ketchup sulle patatine
- Zago, possiamo stare tranquilli con Homer?
- Walter, nessun problema, Homer è un cane che ha un discreto appetito ma non parla con gli sconosciuti.
- Ah, molto bene, allora, dai, tuffiamoci nella piscina con l'acqua color grigio perla.
Per chi non lo sapesse in questa spa l'acqua delle varie piscine è multicolore.
- Zago, devi toglierti tutto.
- Tutto?
- Sì, ma tanto non ci vede nessuno.
- Ma è tutta roba presa in offerta da Beninox!
- Poche storie, Zago, in fondo sono solo parole senza mutande.
- Ah, beh, allora, dai, tuffiamoci.
Siamo in acqua color grigio perla e stiamo per iniziare a parlare di Zago and your friends.
- Zago, come è iniziata questa avventura?
- Era il Marzo del 2010, ero seduto in poltrona a vedere la tv, quando, dal tubo catodico, una di quelle belle signorine "buonasera" mi guarda fisso e mi fa: «Zago, tu devi fare un lavoro a 4 mani con 100 artisti, sarà una mostra per beneficenza, pensaci bene perché non te lo chiederò un’altra volta, mi piacciono le cose che fai ma, se non accetti, grazie e ti saluto».
Tac, la tv si spense da sola e rimasi al buio, ma vidi lo stesso una luce e, così folgorato dall'abbaglio creativo, il giorno dopo parlai con il mio amico Gianluca Cantalupi, responsabile di Emergency UK, presi l'agendina e trovai i 100 artisti per iniziare il lavoro, era un impresa titanica per il numero di opere che ci eravamo prefissati, credetemi serviva anche una bella quantità di materiale da riciclo, le opere dovevano essere impastate di monnezza artistica, ma per fortuna i cassonetti di Verona abbondavano di merce.
- E poi che successe?
- Fu un grande lavoro faticoso ma entusiasmante che, terminato, partì per l'Inghilterra, da Novembre 2011 al 2013. La mostra era unica al mondo nel suo genere, un evento storico, un lavoro eccezionale che venne esposto in più gallerie, riscuotendo un bel successo; le opere, nel formato 100X70, tutte bellissime, vennero vendute e la nostra arte a favore di Emergency contribuì ad aiutare chi è stato meno fortunato di noi, vorrei aggiungere che Zago and your friends è importante anche per altri motivi, non era mai successo che 100 artisti disparati lavorassero a 4 mani con un solo artista, nessuna rivalità, nessun egoismo, nessuna pre-tattica o preconcetto, c'era da dipingere spinti dall'entusiasmo, e dalla convinzione di fare per bene del bene attraverso l'arte, ne venne fuori una serie di opere estremamente emozionanti!
- Poi siamo andati a Roma.
- Eh, già, Zago and your friends non poteva rimanere un'esperienza sulla quale il titolo di coda era "The end". Non mi ricordo come, dove, quando, ma, come per magia, io e altri amici abbiamo deciso di ripetere questa iniziativa, vestita di quella passione che guida un artista, la nuova avventura si è svolta Roma nel Marzo del 2017 in una modalità diversa rispetto a Londra 2011. Per una questione di rapidità temporale, gli artisti presenti 50, con relative 50 opere realizzate a 4 mani con me. Queste opere dopo Roma proseguiranno verso future esposizioni per una continua mostra itinerante alla quale si aggiungeranno, via, via, altri artisti con altre opere, invece altre 50 opere, che furono realizzate individualmente dagli stessi 50 artisti, sono state finalizzate a favore di una associazione di volontari che dedicano corpo e anima alla cura e all'assistenza di cani sfortunati, "Una zampa per Birillo". Ci siamo ritrovati Venerdì 3 Marzo 2017 alla galleria TAG di via di S. Passera, 25 per una serata speciale!
- È stato un grande evento, un grande allestimento, un grande successo di pubblico e, come dicevo, Zago and your friends continua la sua marcia verso le prossime esposizioni, al momento stiamo lavorando per Verona, sarà il nostro terzo atto, appunto nella città Scaligera, ma il nostro sogno nel cassetto rimane Matera 2019, faremo il possibile di farci un salto.
Ma ecco di ritorno Homer.
- Ragazzi, dobbiamo andare via alla svelta!
- E perché?
- Di là ho mangiato tutto il ben di Dio che ho trovato, un tizio se ne è accorto e mi ha detto: «Ma bravo, e adesso chi paga?». Me lo sono guardato e gli ho detto: «Tranquillo, pagheranno Walter e Zago». Il tizio è svenuto ed è caduto come un sacco di patate, io direi che prima che si risvegli è meglio che ce la battiamo!
- Zago, dico che Homer ha ragione, forza filiamo via come il vento!
- Ma siamo nudi!
- Sì, e senza soldi, dai, sgommiamo...
Amici di signoradeifiltri.blog, vi salutiamo; io, Zago ed Homer vi ringraziamo e vi aspettiamo prossimamente a Verona con tutti gli artisti e le grandi opere di Zago and your friends.
Per chi volesse saperne di più e ammirare foto e video delle precedenti mostre, può visitare la pagina Facebook "Zago and your friends" oppure contattare direttamente l'artista G.M. Zago.
Primavera di mare
a Dargys con amore
Una gelida mattina di primavera, tra lecci bagnati e sentori di mimose, cipressi odorosi e palme - mediterranee, ché mica siamo ai tropici -, pini marittimi come tende d'un sipario spalancato sul colle dei Diaccioni, dove cinque torri color mattone squarciano un panorama di vigneti. Assorto nei pensieri, tra case e centri commerciali, mentre bambini corrono a scuola sognando fughe lungo i viali alberati d'un'estate di mare, mentre un volo di gabbiano feconda l'aria del mattino, evitando tamerici salmastre, sfidando la brezza di scirocco che cederà il passo a un caldo sole. Primavera sul lungomare e tra gli sterpi, primavera tra i rovi e nel vallone - dove putride acque stagnanti son riparo di rospi e raganelle -, primavera tra strade in attesa di carezze estive, primavera nei cuori di chi sogna un futuro d'acciaio come il passato. Primavera tra malanni di stagione e piccole follie di fanciulle in fiore. Primavera di mare, tra una barca che prende il largo e il primo sole, timido e tiepido, come il mio cuore che attende una brezza di grecale per lasciarsi andare. Primavera di ricordi, come sempre, primavera di piccole cose, primavera che se non ci fossero i tuoi occhi non sarebbe tale, primavere di sogni e ritorni e vecchi film e sensazioni perdute in un gelato, in un dolce, in un sorriso. Primavera di baci dispersi nel pulviscolo solare, primavera di emozioni antiche, mentre stringo la tua mano e penso di poter volare. Primavera di noi due ancora insieme, come un tempo, nonostante tutto, nonostante la vita, gli anni, il tempo che cambia persone e sentimenti. I tuoi occhi sorridenti son la mia primavera, sapere che non li ho perduti, che non cambiano, quando mi guardi, quando ti guardo, quando ci abbracciamo.
Il vento d'inverno

Specie quando
Il vento d’inverno
Mi trafigge i capelli
Cammino sulla riva del mare.
Odo il richiamo del gabbiano
Il fremito delle vele
Sul taciturno molo.
Qui
Ritrovo chiari mattini
E suoni e aspri odori
Non dimenticati e reti.
Grovigli inestricabili
Che mani antiche
Annodano e riannodano.
Specie quando
La solitudine diventa
Un’ombra sottile e lunga
E fredda nel crepuscolo.
Quando
Gli sfaccendati granchi
E il vento
E l’onda monotona del mare
Osservano il mio passo
Affondare nella sabbia
Senza lasciare tracce
Dalle navate oscure e contorte
Di conchiglie abbandonate
Sale un lamento.
Un suono d’organo struggente
Che mi possiede
Percuote la mia anima
Fino a spezzare il cerchio
Di una tristezza antica
Che mi sovrasta come una tempesta
Piombino: stadio Magona

Per quanto ci sarai noi ci saremo, ricordando tempi perduti e folle in festa. Sono stati i nostri tempi il tuo splendore, siamo cresciuti al suon d’una leggenda, barbaglio trepido che riscalda i cuori, tra un rigore calciato in mezzo ai pali e una rincorsa sulla fascia laterale.
Lo stadio più non sei che apriva cancelli verdeggianti a chi usciva in fretta da siviere, sei solo l’ombra di quando le tue gare cominciavano un quarto d’ora dopo perché arrivassero in tempo gli operai; sei solo la parvenza d’un passato, di altiforni e cadenti cokerie che non abbiamo mai dimenticato.
Tribuna scomparsa, sedili arrugginiti, speranze di corse da bambini, per quella curva resina e ricordi, sole d’un tempo, occhiali verde scuro, un flebile rimpianto di sorriso. E la tua cadente impalcatura, tra gradoni stretti e bassi a tramontana, confonde l’eco di troppe grida andate, sogni che stemperano flebili sconfitte nel balenare piovoso del presente.
Una sirena che adesso più non suona, non riprende il suo incedere possente tra quei palazzi color rosso mattone, siepi di pitosforo e cipressi. Il passato è solo tempo andato, non lo ritrovi nel gusto delle cose, il suo sapore è sempre un poco amaro, son solo sogni, son solo i tuoi rimpianti.
Una palla gonfia quella rete, un urlo immenso dentro mille cuori, accade che d’un tratto lo ricordi quel vento caldo sollevarsi in cielo. Ma tanto lo sai che non ritorna, è un vento andato, è un vento ormai perduto.
Su concessione di Gordiano Lupi
Prima pubblicazione Valdicornia news
PIOMBINO - Per quanto ci sarai noi ci saremo, ricordando tempi perduti e folle in festa. Sono stati i nostri tempi il tuo splendore, siamo cresciuti al suon d'una leggenda, barbaglio trepido che ...
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