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L'abbazia

7 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

La potente vettura sfrecciava, rombando, attraverso la campagna assolata. Una zona pianeggiante interamente coltivata a girasoli, ma gli occupanti della macchina non davano importanza al panorama. Lui al volante era occupato alla guida e, alla velocità con cui procedeva, non poteva distrarsi, lei invece se ne stava distesa sdraiata al suo fianco. I due erano in viaggio di nozze e, anche se stanca, Simona era felice vicino al suo sposo. Federico si voltò a guardarla, mentre affrontava una curva, i loro sguardi s’incontrarono, si sorrisero; la luna di miele continuava.

 

"Ho sete"

"E allora?"

"Come, allora, ho sete e fa un caldo tremendo, non possiamo fermarci da qualche parte?"

"Hai visto nello zaino? Ci dovrebbe essere un thermos."

"Ho visto ed è vuoto, che faccio?"

"Come fai? Aspetti, come faccio io, siamo in aperta campagna, nessun posto dove fermarci."

"Non sai cosa pagherei per una sorgente, un fiume, un lago, qualsiasi cosa purché sia liquida."

"A proposito di liquidi, Fedino, oltre a bere dovrei anche…"

"Cosa? Non capisco."

"Insomma mi scappa, è da stamani che non ci vado, dobbiamo fermarci per forza."

"Possiamo fermarci anche subito, le piante sono alte per nasconderti e poi non passa nessuno."

"No, non sono proprio capace così all’aperto, resisterò ancora un po’, però alla prima fattoria ci fermiamo, chiederemo da bere e anche il favore di usare il bagno."

"Stavo pensando a noi due. Tu sei felice?"

"Certo amore, molto felice ma stanco, è da stamattina che guido."

"E io? Ho fame, ho sete, mi scappa e sono distrutta, ma sono felice lo stesso."

 

Simona aveva preso la cartina e stava guardando se ci fosse qualcosa nelle vicinanze da poter sfruttare per le loro esigenze.

 

"Senti, ho visto che fra non molto c’è una deviazione sulla sinistra, c'è un’abbazia, possiamo chiedere asilo, so che i monaci accolgono volentieri i forestieri."

"Ti prego, i preti no, non li sopporto, magari qualche chilometro in più e troveremo un autogrill, meglio direi!"

"Non credo di poter resistere così a lungo, i monaci sono vicini, manca poco e poi non sono preti, non fanno politica come gli altri, dai, siamo arrivati ecco la deviazione."

 

Il cartello era davanti a loro e Federico dovette rallentare per riuscire a fare la stretta curva. 

Dopo un tornante, la strada saliva tortuosa circondata da un fitta vegetazione che nascondeva la visuale. Dopo una serie infinita di curve, finalmente apparve la sagoma maestosa del convento.

L’eco dei colpi sul batacchio risuonò cupo nel silenzio irreale che circondava la costruzione. Lo spioncino si aprì e una voce sottile chiese: "Pace e bene fratelli, cosa vi spinge alla nostra dimora?"

"Buongiorno," rispose Simona "abbiamo visto l’indicazione sulla via maestra e abbiamo pensato che valeva la pena salire quassù, è davvero un posto incantevole, volevamo passeggiare e visitare anche il vostro convento, ma come sempre accade la vita ha le sue necessità, è colpa mia, ho dei bisogni fisiologici che non posso più rimandare."

"Oh! Capisco," fece la voce dietro lo spioncino "noi non potremmo accogliere donne all’interno, ma credo che nel vostro caso faremo uno strappo alla regola, vedo che entrambi avete bisogno di aiuto, adesso vi apro."

La voce, aperto il portone, risultò appartenere ad un frate grassottello con i capelli bianchi, che li accolse e li condusse verso delle celle destinate ai pellegrini, l’unica raccomandazione fu di non parlare, vigeva la regola del silenzio.

La piccola stanza che li accolse era spoglia, ma aveva tutto il necessario per poter assolvere ai loro bisogni. Poco dopo il frate che li aveva accolti bussò alla porta, per condurli dal padre superiore. Lo trovarono dietro una scrivania. Il suo aspetto colpì i due sposini: sulla cinquantina, il viso pieno di verruche e cicatrici, le mani pelose e forti, si alzò dalla sedia per ricevere i due ragazzi, accennò un sorriso che non fece altro che peggiorare il suo aspetto sinistro.

 

"Benvenuti fratelli, ringrazio il cielo che mi permette di fare una buona azione, siamo lieti di poter alleviare le vostre pene, ho già dato ordini per il pranzo, una coppia di freschi sposi non ci era mai capitata, segno del cielo."

"Veramente non direi, padre," intervenne Federico "si tratta solo di una semplice necessità fisica, la vostra abbazia era l’unica soluzione possibile, in questa zona deserta."

"Capisco, ma, nonostante la sua evidente incredulità, non succede nulla che Lui non veda. Ora, se permettete, vi accompagnerò al refettorio per il pranzo, poi potete ritirarvi nella vostra cameretta per un meritato riposo."

 

Il pasto fu consumato in un silenzio irreale. Si udiva solo il tintinnio delle posate nei piatti. Subito dopo furono accompagnati nel chiostro per riposare al fresco degli alberi. Al tramonto i frati cominciarono a ritirarsi e anche i due sposi furono costretti a tornare nella cella. Erano stanchi anche loro e non tardarono a addormentarsi. La notte era tranquilla e silenziosa. Simona ebbe un guizzo nel sonno e si ritrovò sveglia seduta nel letto, Federico dormiva, lei invece sentiva addosso una strana sensazione di disagio, perché si era svegliata? Si accorse di avere freddo, l’aria nella cella era molto fresca, decise di prendere un golf, ma, mentre apriva la valigia, udì degli strani rumori. A quell’ora della notte era più che strano sentire un rumore del genere, leggero, ovattato, uno strano fruscio. Stava per svegliare il marito, ma ci ripensò, non voleva passare per una donnicciola timorosa, forse era solo frutto della sua fantasia. Si avvicinò alla porta, ma non sentì nulla, stava per tornare indietro, quando sentì  di nuovo quel fruscio. Spense la luce e socchiuse appena la porta, tutto era buio, ma in fondo al corridoio vide arrivare un fascio di luci che si muoveva in modo quasi sincrono, venivano verso di lei. Impaurita chiuse il più possibile la porta e lei li vide sfilare uno dietro l’altro ognuno munito di una torcia. Decisa a saperne di più, nonostante la paura, prese un saio trovato nel cassettone e, dopo averlo indossato, si mise a seguirli. Arrivò al refettorio e lo trovò pieno di uomini, alcuni con il saio, altri in borghese. Erano tutti in piedi davanti al tavolo dove avevano mangiato e, da alcuni contenitori posti al centro, prelevavano della polvere bianca per confezionare piccole bustine, grandi come quelle di zucchero. Simona afferrò al volo la situazione e per poco non si tradì con un grido soffocato. Capì che, in quella situazione, la sua vita valeva ben poco se la trovavano a spiarli. Tornò sui suoi passi, con il cuore che batteva all’impazzata. Scosse il marito e, una volta svegliato, gli raccontò cosa aveva visto.

 

"Dobbiamo andar via subito, se si accorgono, ci uccidono e, in questo posto deserto, non ci troveranno mai."

"Calmati, adesso, sai che non è possibile, siamo chiusi dentro, come possiamo fare, dobbiamo comportarci con naturalezza, domani mattina ce ne andiamo e al diavolo i loro traffici."

 

L’alba li colse già pronti e vestiti, con i nervi tesi e, quando il frate venne a chiamarli, sobbalzarono. Il priore li attendeva in giardino.

 

"Buongiorno, cari figlioli, spero che abbiate riposato bene, vi vedo già pronti a partire, non volete fare nemmeno colazione? Qualcosa vi turba,  forse non siete stati accolti bene? Ditemi cosa posso fare per voi."

"Non si preoccupi, padre, è stato tutto al di sopra delle nostre aspettative, ma  deve capire, siamo in viaggio di nozze e vorremmo raggiungere la nostra meta il più presto possibile. Non ci resta che ringraziarvi."

"Non dovete farlo fratelli, è nostro dovere aiutare chi ha bisogno, sono io che ringrazio voi e per farlo vi dono questa scatola, contiene un campionario delle nostre specialità di erbe medicinali, forse non ne avrete bisogno, ma così vi ricorderete di noi. Andate in pace e buon viaggio, il Signore vi protegga."

 

I due si guardarono e Federico capì che la moglie era dubbiosa, ancora non si fidava dei frati nonostante la gentilezza che il priore stava dimostrando. Non potevano fare altro che accettare il regalo e mettersi in macchina. Appena partiti, Simona sfogò tutto la sua frustrazione.

 

"Maledetti ipocriti e delinquenti, seee...  erba medica dice lui, te la do io l’erba, che faccia di bronzo. Andiamo via subito alla prima caserma dei carabinieri li denuncio!"

"Dai, amore! Stai calma, adesso, siamo fuori pericolo e questo è il necessario, e poi non è detto che hai ragione tu, anche se non mi piacciono, sembra che in fin dei conti si siano comportati in modo impeccabile, forse ti sei fatta suggestionare, ora calmati respira a fondo e godiamoci il viaggio."

 

Simona, ancora scura in volto, si mise seduta e, dopo essersi calmata, spinta dalla curiosità, aprì la scatola avuta in regalo, forse aveva ragione Federico. Poteva essersi impressionata. Nella scatola trovò una quantità di bustine, uguali a quelle che aveva visto confezionare, ogni confezione recava le indicazioni per un uso corretto del medicinale. Man mano che proseguiva nella lettura si stava rendendo conto che non c’era nessun indizio che indicasse qualcosa di diverso da quello che quei frati erano.

Ritrovato il sorriso, stava per chiuder la scatola, quando vide un sacchetto che non aveva indicazioni, incuriosita, lo aprì e assaggiò con la punta della lingua, aveva un buon sapore, di limone, ne prese ancora e ne offrì anche al marito. Dopo pochi minuti fu presa da una strana euforia e anche Federico si comportò in modo strano. La macchina cominciò a sbandare, il giovane accelerava e frenava di botto, Simona urlava ridendo ad ogni frenata. Ad un tratto apparve in direzione opposta un grosso tir, Federico gli puntò contro correndo per poi sterzare all’ultimo minuto, ma nel compiere l’operazione sbandò andando a sbattere contro un albero. I due sposi morirono sul colpo. Lui incastrato nel volante lei sbalzata fuori e schiantata sull’asfalto. Dopo  pochi minuti  una macchina si fermò per prestare i primi soccorsi. Dalla vettura scesero alcuni uomini, uno di loro aveva il volto pieno di verruche e cicatrici. Due di loro si occuparono di ricomporre i corpi, un altro si preoccupò di recuperare il cofanetto con le erbe medicinali facendolo scomparire fra le pieghe del saio che indossava.

 

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Lorenzo Barbieri, "La buona vita"

6 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

La buona vita

Lorenzo Barbieri

ilmiolibro.it, 2014

 

“Da loro avevo imparato l’amore per la terra, il vero significato della parola lavoro. Una lezione di vita che nessun libro di scuola avrebbe potuto insegnarmi. Il senso dell’amicizia, della solidarietà, vissuto in quel piccolo mondo circoscritto in compagnia di gente semplice, genuina” (pag 129)

È questo, in breve, il succo de La buona vita, romanzo autopubblicato da Lorenzo Barbieri. Parla di un paio di stagioni estive, di vacanze agresti – ma anche nella città di Lucca - vissute da un ragazzino napoletano, che si ritrova nell’ambiente provinciale della campagna toscana, in particolare lucchese.

Gente rude, spiccia e bonaria, quella con cui viene a contatto, che insegna al bimbo, soprattutto con l’esempio, come si può vivere una “buona vita”, cioè una vita piena sebbene semplice, fatta di lavoro, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, ma pure di slanci, solidarietà, fatica condivisa insieme alle ricompense, ruvida allegria. Sudore, impegno e sforzo abbondano ma anche balli nell’uva per la vendemmia, risate, vino buono e cibo saporito. La semplicità, il contatto con la terra, il senso del dovere sono le basi su cui il protagonista costruirà il suo futuro.

“Un movimento corale di gruppo, la vera forza delle corti lucchesi”. (pag 127)

La società contadina è un agglomerato umano che si muove all’unisono, il lavoro di uno diventa il lavoro di tutti, come in un alveare, e i risultati sono condivisi di volta in volta.

La cosa più interessante di questo testo è proprio l’atmosfera campestre, la ricostruzione perfettamente riuscita di un’epoca scomparsa, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Peccato che il romanzo risenta di un editing mancato e di un uso troppo casuale della punteggiatura.

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Festival Internazionale Europa in versi

5 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #poesia

 

 

 

 

Siamo lieti di presentarvi il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione, sotto la direzione della Casa della Poesia di Como.

 

Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti.

 

Segnaliamo in particolare l'International Poetry Slam e Reading di poesia

che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00.

A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.

 

Da ricordare anche Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como

con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.

 

Scaricate il programma dettagliato che trovate qui sotto per conoscere tutti gli incontri previsti, con orari e luoghi.

 

Partecipate numerosi!

 

PROGRAMMA DETTAGLIATO

 

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Un angelo

4 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Mary Ann aveva quindici anni. Una ragazza semplice, obbediente e studiosa. Nel quartiere dove abitava da sempre era conosciuta da tutti, e tutti avevano simpatia per lei. Era sempre sorridente e aveva gesti gentili verso le persone che la circondavano. A differenza delle sue coetanee, che andavano in giro spavalde e provocatrici, ostentando vestiti indecenti, lei non indossava mai abiti vistosi o provocanti, mai una minigonna o dei pantaloni troppo attillati che potessero mettere in mostra le sue curve. Era una bella ragazza, già donna per la sua giovane età, formosa, occhi neri, capelli scuri, un viso delicato che s’illuminava di luce ogni volta che sorrideva. Frequentava la chiesa ed era corista del piccolo coro che accompagnava la messa domenicale. Aveva una voce celestiale, cristallina e, a sentirla cantare, sembrava di ascoltare la voce di un angelo. Il parroco, in breve tempo, da semplice corista la promosse solista del gruppo e, man mano, dalle sole funzioni religiose riuscì ad organizzare delle vere e proprie serate musicali. La gente accorreva per ascoltarla. Erano estasiati da quella voce così pura e meravigliosa. La fama si stava allargando; veniva gente anche da altri quartieri della città. Ogni domenica la messa delle undici era piena di gente, molti non trovavano posto all’interno e aspettavano fuori. Dopo la messa, s’intratteneva nel giardino e nel sagrato della chiesa, proprio per ascoltare il canto della ragazza. Lei non si tirava indietro, era sempre presente. Con il coro cantava le lodi al Signore con un'intensità che riusciva a commuovere i presenti, era un vero angelo.

Venne il periodo di Natale e, nella chiesa, fervevano i preparativi per la cerimonia della vigilia. Quella sera, a mezzanotte, alla nascita di Gesù, era previsto uno spettacolo, una rappresentazione della Natività dove lei, vestita da angelo, doveva benedire la folla e, a seguire, doveva cantare un repertorio di canzoni natalizie. Era stata creata una scenografia molto intrigante dove si vedeva un paesaggio campestre e sullo sfondo una capanna. Tutto un lato della chiesa era stato adibito a questa rappresentazione canora. Tutta la comunità era in fermento, specie il parroco che già prevedeva un pienone. La parrocchia, in genere poco affollata, adesso era sempre piena. Le fortune della piccola chiesa del quartiere erano in rialzo. Lo spettacolo di Natale doveva consentire al pastore di raccogliere soldi a sufficienza per comprare un organo nuovo e, se era possibile, fare qualche restauro all’edificio. L’assidua presenza di persone d'altri quartieri, obbligava il parroco a rendere l’ambiente confortevole, così da aumentare l’interesse e il piacere del pubblico. Quella ragazza era stata la sua fortuna, in tanti anni di sacerdozio non aveva mai incontrato una voce così incantevole in una ragazzina e, inoltre,  era anche una perla di virtù. Devota e timorata di Dio, conduceva una vita irreprensibile, non creava mai problemi, né ai genitori, né a scuola, e tanto meno in chiesa o agli amici. Tutto procedeva come previsto, tutti i giorni, durante questo periodo natalizio, le ragazze del coro e Mary Ann facevano le prove delle canzoni da presentare. I canti si udivano anche all’eterno, nella strada, e tutti a quel suono si fermavano ad ascoltare la voce celestiale di Mary. Un richiamo al quale nessuno sapeva resistere.

Era il ventitré di dicembre e la mattina, come il solito, la ragazza si recò in chiesa per le ultime prove, ormai si era affiatata con  tutte le sue amiche, conoscevano i brani a memoria e formavano un gruppo molto compatto e preparato. Entrò in chiesa e, dopo diverse ore, quando fu tempo di andare a pranzo, lei non era uscita insieme alle altre amiche. Passò ancora del tempo e il prete, preoccupato, si mise a cercarla. Le ragazze del coro erano tutte andate via, la chiesa era deserta, gli addetti alle scene erano a pranzo, di lei nessuna traccia. Il parroco, sempre più in ansia e preoccupato, telefonò a casa della giovane per assicurarsi che fosse tornata a casa, ma ebbe risposta negativa dalla madre, nessuno l’aveva vista. Agitato il parroco convocò altre persone per mettersi alla ricerca della ragazza. Fu un urlo prolungato che mise fine alle ricerche. La trovarono in uno sgabuzzino che era usato come spogliatoio delle ragazze, quando dovevano cambiarsi d’abito. Fu il sagrestano che andò a sbirciare là dentro e la vide per terra. Era distesa a faccia in giù con la schiena scoperta, l’abito da angelo che indossava era calato fino alla cintola, aveva tutta la schiena nuda e, al posto delle scapole, aveva due orrende ferite. Come se qualcuno avesse tentato di tagliare la carne intorno alle spalle, due tagli profondi e slabbrati che avevano provocato un’emorragia inarrestabile. Il suo sangue era sparso per terra e l’abito bianco, sul quel rosso scuro, risaltava sinistramente. La polizia, dopo aver rimosso il cadavere, si mise subito ad indagare per scovare il colpevole. Sapeva bene che, se l’avessero trovato prima gli altri, nessuna forza al mondo lo avrebbe salvato dal linciaggio. Durante le indagini, in un cestino degli attrezzi usati per costruire la scena dello spettacolo, furono rinvenute un paio di forbici, quelle grandi da sarta, nonostante i tentativi di ripulirle, le macchie di sangue confermavano che era stata quella l’arma del delitto. Da lì a scoprire l’autore dell’efferato crimine il passo fu breve, infatti, poco dopo si videro due poliziotti che trascinavano una donna scarmigliata e urlante che continuava a scalciare e a urlare. Era  una sarta, una santa donna, dicevano in giro, devota e legata alla chiesa, oltre al suo mestiere di sarta aiutava spesso il parroco, quando questi aveva bisogno di una costumista per le sue recite.

  • “Voi non capite, ho dovuto farlo, non era possibile, lei non è un angelo, era impossibile, non poteva essere un angelo. Non potevo permettere che una come quella rappresentasse un angelo del cielo e dare la benedizione a tutti noi. Lei è solo una sporca negra, era come una macchia d’inchiostro su quell’abito candido da angelo che io stessa avevo confezionato, come osava fare la parte di un angelo di Dio, gli angeli non sono negri,  ho dovuto tagliarle le ali per non farla volare più, è una negra, capite, una negra!" 

Le sue parole ossessive si ripercuotevano per la strada rimbalzando da palazzo a palazzo. La sua furia sembrava non placarsi, continuava a strillare in preda ad un raptus emotivo. Chissà cosa era scattato nella mente di quella donna, forse l’assurda convinzione di essere lei un angelo vendicatore e sostituirsi al Signore che stava permettendo ad una ragazza di colore di interpretare un angelo.

 

   

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Sulla libertà

3 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #il mondo intorno a noi, #lorenzo barbieri

 

 

 

 

Libertà, che bella parola! Evoca utopistiche realtà destinate a restare tali. Siamo sicuri che la libertà, quella che i popoli e gli idealisti cercano e invocano, sia un sogno veramente realizzabile? Esiste davvero nel mondo reale questa parola o è solo un desiderio, un punto di riferimento per coloro che vogliono ad ogni costo sognare? Anche se fosse possibile realizzare questa utopia, in concreto, cosa dovrebbe portare ad un popolo? Una libertà di costumi, un’anarchia senza leggi, senza religione, senza persuasori occulti. Perché questa parola è così agognata, cercata a tal punto che in molti si sono immolati per ottenerla e, anche, per poterla assicurare ad altri. La domanda è: esiste davvero?  È giusto festeggiare occasioni in cui si pensa di aver ottenuto questo privilegio o è solo una pubblicità ingannevole? Viene offerta in tutte le sue possibilità, ma di fatto non c’è, resta solo una illusione. Ci sarebbe da chiedere a queste persone cosa intendono per libertà. Forse, poter dire o scrivere quello che vogliono, libertà di espressione! Sembra che esista, ma solo in teoria! Oppure vivere senza obblighi, in uno Stato che tenga conto di tutte le possibili necessità di ogni singolo cittadino. Se non è utopia questa, allora cosa?! In presenza di dittatura si cerca di liberarsi dal giogo, per sottrarre il potere ad una sola persona, per affidarlo a più soggetti, con la libera scelta, ma nel cambio non sempre si guadagna, cambiano gli interpreti, ma non la recita. Qualcuno scambia la libertà con la visione di spiagge deserte, vette inviolate, dove spaziare con lo sguardo e sentirti  libero dagli orpelli della cosiddetta civiltà. Ecco, questa è la chiave di volta: sentirsi libero! Non esserlo veramente. Chi può affermare di essere veramente libero? Io non trovo esseri liberi nel vero senso della parola. Quelli che noi definiamo selvaggi, e conducono una vita libera senza  essere schiavi del progresso, potremmo definirli esseri liberi? Non credo che lo siano più di noi, anche loro, come tutti, sono legati a qualcosa che li imbriglia, limitandone la libertà. Pensate, c’è gente che ci crede, così tanto, che si preoccupa di esportare la sua presunta libertà in posti dove non è conosciuta, né tanto meno cercata. Vogliono imporre un concetto che in realtà non esiste. Già il fatto di volerla imporre, la dice lunga sulla effettiva sincerità degli spacciatori di libertà. Un essere umano deve la sua nascita al volere di due altre persone, quindi non è libero di scegliere. La sua vita è seguita passo dopo passo, da religione, scuola, Stato con le sue leggi, i suoi divieti, e, anche quando muore, non è libero di farlo come vuole. Dov’è questa libertà che tutti agognano? Forse la si confonde con quell’altra parola, anch’essa mitica, impalpabile e seducente da indurre molti a farne uno scudo dove nascondere il marcio che esala dal suo interno. La democrazia! Al pari della libertà è ricercata da molti, offerta da altri e imposta da altri ancora.  Non sono che due parole, ma servono per tenere soggiogati i popoli con l’illusione che un giorno possano da virtuali diventare concrete. La libertà è racchiusa nelle ali delle farfalle, dei gabbiani, dell’aquila solitaria che plana nel cielo lasciandosi portare dal vento. Sono lì, davanti ai nostri occhi, si possono vedere, evocano paragoni, scenari in cui vorremmo trovarci, ma non si riesce a toccarle. Restano soltanto un miraggio in un deserto nel quale crediamo di vivere una vita libera e democratica.   

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Voglia di prendere un treno

2 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

                         

 

 

 

 

Piove. Sento il picchiettio della pioggia sul tetto. Sono tre giorni che non smette di piovere, un martellamento continuo, quel rotolare d’acqua sulle tegole, non mi dà pace, mi ossessiona, impedisce ogni forma di pensiero, non riesco a dormire. La mia camera è in una mansarda e da lì intuisco l’odissea della goccia che cade sulle tegole roventi di sole, sfrigola al contatto e poi, subito dopo, si riunisce ad altre per formare rivoli che si precipitano lungo le onde dei coppi, vanno sciabordando verso il vuoto, verso la madre terra. Piove ed io sono prigioniera della mia pigrizia, indolente, con assoluta mancanza di volontà. Dovrei alzarmi da questo letto dove ormai dormo da sola da troppo tempo. Non mi dà fastidio il rombo del tuono improvviso che fa tremare i vetri, o la luce abbagliante del fulmine che inonda la finestra di bagliori, quello che odio è il rumore dell’acqua. Quel suo percuotere incessante e monotono sul tetto, sulla mia testa. Mi sembra che voglia entrare da un momento all’altro, nella stanza, nel mio letto, portarmi via con quelle sue dita liquide, trascinandomi in un vortice di oblio. Odio quelle nubi oscure che impediscono di scorgere il cielo. perché in questo dannato paese piove così tanto? Perché devo starmene in questo spazio così ristretto, riparata solo da una sottile schiera di mattoni? Vorrei trovarmi, invece, dentro un buco al centro della terra, dove l’acqua non può arrivare e nemmeno il suo rumoreggiare. Vorrei solo restare in silenzio e al caldo, come sono stata fino a quando c’erano le sue braccia a proteggermi. Sono sola, sono a letto e non ho voglia di alzarmi. Piove, perché dovrei affrontare la nemica scrosciante, per andare a scuola? Se non ci vado è lo stesso, cosa posso imparare in un giorno, che già non sappia? Oggi c’è lezione d’inglese, stiamo studiando i verbi, se perdo una  lezione o due, non succede niente, alla fine non ne saprò più di adesso. Per imparare bene dovrei andare sul posto. Sì, vorrei andare proprio dove si parla inglese, circondata da gente che non mi conosce. Non sanno chi sono e, se mi vogliono, devono accettarmi così come mi vedono. Ho voglia di prendere un treno, partire, andare non so dove, solo seguendo la rotta del sole, per non ascoltare più questo borbottio di acque. Il ricordo è ancora vivo. Non posso dimenticare lo sciabordio del mare sotto la chiglia della barca che scivolava, con la vela gonfia, il mare azzurro apriva le sue braccia al nostro passaggio. Io e lui eravamo felici e ridevamo, sì ridevamo e ci baciavamo. Ci stavamo proprio baciando, quando la barca andò a sbattere contro degli scogli affioranti. Si era distratto per baciarmi e non li aveva visti. Le acque si chiusero su di lui, nascondendolo alla mia vista ed io rimasi sola, sommersa, circondata da lievi e infide onde trasparenti, aggrappata ad una tavola.

Piove, ancora acqua, ancora quella sensazione di soffocamento, disperazione e terrore, sapendo di trovarsi, senza via d'uscita, in una trappola mortale dalla quale non riesco a uscire e che ancora mi porto dietro. Non voglio restare qua, voglio scappare. Prendere uno di quei treni che percorrono la notte rumorosi. Li sento  nel buio delle notti che non dormo. Passano non lontano dal mio tetto, con quel singhiozzante rumore che somiglia al battito di un cuore tumultuoso. Li sento e il mio cuore si adegua al ritmo, lo segue fin che non passa. Spesso vedo la scia luminosa che  s'insinua fra gli alberi, fra le case addormentate. A lui non importa se piove, corre verso la sua meta, almeno lui sa dove andare, ha un punto d’arrivo. Io non so come fare, ho sempre voglia di  prendere quel treno, lui, quello delle tre e quarantacinque, quello che mi sveglia la notte. Non importa dove va, faremo il viaggio insieme, la sua meta sarà anche la mia, purché sia lontana dal mio tetto, lontano dai miei ricordi.

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Primo maggio

1 Maggio 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #vignette e illustrazioni

 

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Umiltà, disinteresse e beatitudine

30 Aprile 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca


 

 

    

 

UMILTA' mi piace anche se mi è difficile metterla in pratica, forse. 
     Mi piace l'accento sulla vocale finale di questo vocabolo. 
     Mi piace perché penso che, se sulla vocale finale di questo vocabolo è stato posto l'accento, significa che l'inventore della lingua italiana debba avere considerato l'UMILTA' molto importante. 
     DISINTERESSE mi pare una conseguenza naturale dell'UMILTA'. 
     Un gesto compiuto con UMILTA' lo è anche con DISINTERESSE. 
     Ci sarebbe INTERESSE a lasciarlo incompiuto, altrimenti. 
     BEATITUDINE: c'è BEATITUDINE in ogni gesto compiuto con UMILTA' e con DISINTERESSE. 
     Il vocabolo italiano BEATITUDINE mi fa pensare a quello straniero BEAT, curiosamente. 
     BEAT significa STANCO, ABBATTUTO, ma anche OTTIMISTA, BEATO. 
     Si prova STANCHEZZA dopo avere compiuto il proprio dovere, con UMILTA' e con DISINTERESSE. 
     Si prova ABBATTIMENTO, dopo, nel constatare che si sarebbe potuto fare di più. 
     Ma si provano anche OTTIMISMO nel pensare, prima, che ciò che si sente il dovere di fare possa servire a qualcuno, a qualcosa e BEATITUDINE nel constatare, poi, che ciò che si è sentito il dovere di fare e che si è fatto sia servito a qualcuno, a qualcosa. 

          Luca Lapi 
     

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Ritrovarsi

29 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

                               

 

 

 

 

 

La grande terrazza dell’ hotel Vesuvio sul lungomare di Napoli era addobbata con migliaia di fiori e un lunghissimo tavolo addossato alla parete interna, adibito a buffet. Divani erano situati tutt’intorno, rivolti verso il mare. Il party era  organizzato dal mio giornale che, come tutti gli anni, intendeva premiare i suoi migliori dipendenti. Io ero tra gli invitati, ma non fra i premiati. Non ero mai stato uno che amava primeggiare. Mi aggiravo per la terrazza con l’immancabile Martini, unica mia debolezza. Il buffet era ricco, ma non gradivo molto. Io ero più ruspante, preferivo pasta, carne e pesce in particolar modo. Con un leggero ritardo il direttore si avvicinò al microfono e salutò i presenti. Le sue parole si persero nell’aria profumata di mare. Il Castel dell’Ovo illuminato spiccava come un faro nel buio. Me ne stavo da solo a bere il mio ennesimo Martini. Odiavo fare da tappezzeria a quei quattro lecchini dei miei colleghi che sprizzavano adrenalina da ogni poro. All’improvviso, guardando verso le persone accalcate vicino al palco, con la coda dell’occhio vidi una donna con la schiena nuda. Ora, le spalle di una donna per quanto belle e interessanti non suscitavano certo un interesse particolare.  Non era più tanto giovane, aveva i suoi anni, ma quello che mi colpì non fu certo la sua schiena o la sua età,  bensì uno strano disegno che aveva sulla scapola sinistra. Un tatuaggio formato da due cerchi uniti, sui quali era posata una colomba. Conoscevo quel disegno e, se non mi sbagliavo, anche la donna che lo esibiva con tanta naturalezza. Dubitavo potessi sbagliarmi, non potevo pensare che un altro avesse avuto la stessa mia idea.  Quel disegno lo avevo scelto io, molti anni prima e, quando lei si era fatta fare il tatuaggio, io c’ero. Lentamente, mi avvicinai, volevo, però, prima assicurarmi che non fosse in compagnia, avrei fatto una magra figura e magari le avrei procurato una situazione  imbarazzante.   

Restai al suo fianco, ma, distanziato da un paio di persone e leggermente più arretrato, potevo vederla di profilo.  Difficilmente lei poteva vedere me. Finalmente il discorso del capo finì e udii più di un sospiro si sollievo. La massa si  precipitò al buffet. Lei invece se la prese comoda. Senza fretta andò a sedersi a un divano decentrato, rivolto dove sapeva esserci Capri.

Io ero rimasto in piedi con il mio Martini ormai caldo. Andai al bar a prenderne un altro e mi feci dare anche un Negroni, sapevo che era il suo preferito. Mi avviai e senza dire nulla mi sedetti al suo fianco. Quando si volse verso di me per rimproverare la mia sfacciataggine non feci altro che offrirle il Negroni. Lei rimase fra l’incredulità e la sorpresa, ci mise un attimo prima di riconoscermi. Poi, sorridendo e senza parlare, accettò il bicchiere e fece un gesto di brindisi verso di me. Alzammo i bicchieri e sorseggiammo.

  • Ciao, mi disse con una voce calda e  leggermente tremante – ti sei ricordato il mio Negroni, grazie! Ti trovo bene!
  • Le gioie della vita, - risposi - sono talmente poche che non si possono dimenticare. Che ci fai in questa bolgia, non sapevo che eri nel ramo anche tu. A me tocca, ma tu!
  • Sono anche io invischiata in questa pantomima, sono la corrispondente per l’estero, ramo politico. Sono stata chiamata a far parte della squadra da pochi mesi. Tu invece che fai?
  • Io mi occupo di cronaca locale. Mi mandano sempre nei posti più infami e desolati che esistono in Italia, paesi sperduti fra le campagne, in montagna, nelle isole, dovunque ci sia qualcosa che loro ritengono interessante per i lettori.
  • Ti ricordi i nostri sogni giovanili, quando studiavamo all’Università, facevamo tanti di quei sogni! Qualcuno si è avverato, altri purtroppo no, che vuoi farci.
  • Io mi ricordo tutto, di quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto. I momenti di gioia, di spensieratezza e anche di sconforto che abbiamo vissuto nel breve tempo della nostra gioventù. Poi le nostre strade si sono divise e da allora è rimasto solo il ricordo, anzi il rimpianto di qualcosa che avrei voluto fare allora e non ho avuto mai il coraggio di fare.

Lei mi guardò con uno sguardo incuriosito, mi fissò a lungo e lesse nei miei occhi una risposta che evidentemente conosceva già, ma che volle sentire dalla mia voce.

  • Perché non lo hai fatto, allora! Ho atteso a lungo quel tuo gesto, anche io volevo farlo, ma dovevi essere tu a fare il primo passo.
  • Eravamo amici, ma tu eri lontana per me, irraggiungibile, eri il sogno che mi accompagnava e non volevo rompere quell’incantesimo.
  • Stupido, dopo tutto quello che abbiamo condiviso e sofferto insieme ti sei fatto prendere da scrupoli assurdi. Cosa credi, che io non abbia rimpianto la tua decisione, sono andata via proprio per quello. Il mio cammino è stato arduo, come donna farsi apprezzare, in questo campo, è molto difficile, dovresti saperlo. Oggi posso dire che sono realizzata, ma non sono felice.
  • Sei single o … hai un compagno?
  • Cosa posso rispondere alla tua domanda, cosa ti aspetti che dica? Speri di riprendere i discorso interrotto? Con quel tatuaggio che ho sulla spalla cosa pensi, la colomba non è mai volata via è lì che aspetta e i due cerchi sono sempre uniti.

Non le lasciai il tempo di continuare, buttai il mio Martini in una delle piante che ornavano il giardino pensile e mi avvicinai a lei. La presi per le spalle e la fissai negli occhi. Le nostre bocche si avvicinarono e, in quel momento, dagli spalti del Castel dell’Ovo s’innalzarono nel cielo i primi fuochi artificiali. La festa era finita, ma la vita stava per ricominciare.

 

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"Tramonto" di EMANUELE GABELLINI

28 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #le recensioni pazze di walter fest

 

 

Bentornati amici del blog che illumina la vita, oggi saremo in compagnia dell'artista Emanuele Gabellini, un giovane grafico, un valido illustratore.

Ancora un esempio attraverso il quale Emanuele dimostra che con un disegno a mano libera si possa realizzare della buona arte, una buona arte che non ripaga il nostro amico artista poiché sta tentando in tutti i modi di vendere le sue opere senza purtroppo riuscirci, le ha provate tutte, ha tentato la telefono vendita imitando attori famosi, ha cercato di spacciarsi per cugino di quarto grado di Van Gogh, ha fallito anche come nipote acquisito del prozio del portiere di casa Mondrian, ha provato ad abbinare ad una sua opera della cioccolata scaduta ma buona, perfino mettendosi agli angoli delle strade, fingendosi cieco, tenendo in braccio da un lato le sue opere dall'altro un finto cane di peluche, ha rimediato pochi spiccioli e nulla più e così per sbarcare il lunario e dare un senso alla sua arte, adesso Emanuele lavora al mercato di via 17 giugno 2001, ove alla sua bancarella vende frutta già pelata, verdure scatolate in pasticca, prosciutti, salami e formaggi finti, stock assortiti di calzini bucati ottimi per la Primavera/Estate, quindi amici della signora senza filtri, oggi eccomi qua nel tentativo di aiutare a vendere le opere del nostro amico artista Emanuele Gabellini.

Per attirare l'attenzione dei visitatori del mercato ci siamo vestiti, io tutto di giallo, Emanuele tutto di rosso, e ora incrociamo le dita, apriremo un'asta estemporanea dove tenteremo di vendere le sue opere.

-Venghino, signori e signore, venghino da questa parte, oggi abbiamo robba bella e colorata, questa è arte originale di un grande artista, arte giusta per tutti i gusti a tutti i costi, avvicinatevi con fiducia, non vendiamo le solite padelle ma arte bella.

Vi presento l'artista Emanuele Gabellini e la prima opera che andrò a mostrarvi sarà Tramonto realizzata su carta con ecoline e pennino nel formato 18X24. Con quest'opera Emanuele ha scelto la via più difficile, ma sì, rappresentando un tramonto con i suoi colori rosso, giallo, arancio a sfumare nel nero della sera avrebbe fatto la cosa più normale e, ad effetto, avrebbe attirato maggiormente l'attenzione e invece lui no, lui è un vero artista e ha scelto l'idea più originale, un sole con i suoi raggi tiepidi sotto un cielo verde ma di un verde nettamente verde, e in primo piano la collina con le case abbarbicate fra stretti vicoli, sopra la collina tre grandi alberi spogli.

Il tramonto autunnale su un enorme prato: tutto è di colore beige, avana, fra chiaro, scuro; questa è poesia, non è facile ruffianeria fatta ad arte ma sentimento espresso con talento, e il verde luce del cielo ti illumina la mente...

La gente intorno è rimasta estasiata dal racconto ma, nonostante tutto, si allontana dal banco, accipicchia ma sembra che l'arte sia passata di moda, tutti preferiscono oggettistica virtuale e di facciata, tutta finta esteriorità usa e getta, perbacco, siamo demoralizzati ma succede l'imponderabile, tutti vanno via meno che uno, un tizio indistinto che rimane a guardare le opere di Emanuele Gabellini. A un certo punto ci fa dei gesti eloquenti, come a voler vedere più da vicino le opere, è una figura che mi sembra di conoscere ma non ricordo dove abbia già visto questo personaggio, insomma, sta di fatto che mostra interesse per acquistare tutte le opere, noi logicamente gliele porgiamo, il tizio non chiede sconti, non la tira per le lunghe, ci porge un sacchetto, agguanta le opere del Gabellini e va via. Noi logicamente prendiamo al volo il malloppo, non è mica il caso di fare gli schizzinosi.

Vedete? Bisogna essere ottimisti, c'è ancora qualcuno che apprezza le arti, la cultura, quel qualcosa che arricchisce le menti e colora la vita. Chissà chi sarà stato il misterioso mecenate?

- Eta Beta!.. Ecco dove lo avevo visto!... Era Eta Beta!

- Hai ragione, proprio lui, abbiamo venduto le opere ad un fumetto!

- Ho il terribile sospetto di sapere con che cosa ci avrà pagato!

Svuotammo il sacchetto e trovammo un mucchio di palline di naftalina.

- Naftalina?... Palline di naftalina!!!

E vabbé, sempre meglio di un assegno cabriolet e poi, dai, vediamo il lato positivo della storia, magari regalerà le tue opere a Topolino! Emanuele hai altre opere da vendere?

- Sì

- Dai riproviamo domani, magari saremo più fortunati.

Signore e signori della signora senza filtri, il blog per menti aperte, dal mercato di Via 17 Giugno 2001 è tutto, io e Emanuele Gabellini vi salutiamo, vi ringraziamo e vi aspettiamo al prossimo artista... A qualcuno serve della naftalina?

 

Emanuele Gabellini nasce nel 1972 a Roma, dove vive e lavora.

Ha frequentato il prestigioso ma disastrato Istituto d’Arte “Silvio D’Amico” ,conseguendo il diploma di Maestro d’Arte e successivamente di Grafico Pubblicitario.

Ex bassista dei Santarita Sakkascia, artista poliedrico, espone le sue opere di pittura, collage, foto e video in tutta Italia dal 1997. È stato l’ideatore dell’inno musicale del “Partito del Tubo”, del web-magazine Fantasma e de Il Giornale del Giorno Dopo

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