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Un mondo diverso

19 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                                    

 

                                                   

 

La telefonata mi giunse proprio nel mezzo della più importante riunione di lavoro che avessi mai avuto. Erano presenti nella sala congressi sei rappresentanti d'altrettante nazioni, ascoltai le poche e crude parole che mia madre disse al telefono: "Tuo padre sta morendo vieni subito."

Subito dopo il silenzio e il segnale  d'occupato aveva già riagganciato! Sono rimasto lì in piedi sotto gli occhi stupiti dei miei ospiti che avevano visto sul viso l’accavallarsi d'ombre e il pallore che per poco non mi fece svenire. Mio padre, l’unica persona al mondo capace di capirmi, che mi aveva seguito fino al posto di prestigio che occupavo, stava per lasciarmi. Mia madre, come sempre, era stata laconica e fredda, le emozioni per lei non si dovevano esternare, in nessun modo, in nessun'occasione, era disdicevole diceva lei, sempre impettita e sicura di sé. Chiusi il telefono e, con un sospiro che riuscì a tenere dentro anche le lacrime, mi rivolsi alla platea che attendeva le mie decisioni.

 

"Signori! Vogliate scusare l’interruzione, una cattiva notizia non si accoglie mai con indifferenza, ma non per questo dobbiamo interrompere la nostra discussione, se non erro eravamo al momento di  tirare le somme. I fatti sono stati esposti, ora la parola passa a voi."

 

Rassicurati dalle mie parole, i presenti si rimisero a parlottare fittamente fra loro, mentre io cercai mentalmente di isolarmi per pensare a mio padre. Dovevo assolutamente uscire da lì e correre verso casa. Mi guardavo intorno e, a stento,  le riconoscevo, persone tanto importanti da decidere delle sorti di milioni d'individui con le loro manovre economiche. Io ero il collante, quello che avrebbe dovuto tenere unita quella banda di sciacalli affamati di potere. Per fortuna, nel giro di dieci minuti eravamo già alle strette di mano e ai saluti. Usciti tutti, ero già pronto con le chiavi della macchina in mano per partire.

Arrivai a casa a tempo di record, mia madre mi accolse con una faccia da funerale che non esprimeva nessun sentimento. Si limitò ad un cenno del capo e io la lasciai nella sala insieme alle signore che erano venute a far visita di circostanza. La casa era in penombra, luci soffuse e un gran silenzio opprimente mi accolsero. Uno strano odore mi colpì con violenza, un profumo dolciastro, sgradevole, mi  ricordava il giorno che morì il nonno, l’odore  dei fiori sparsi per la casa, tutte quelle corone avevano impregnato l’aria di un miscuglio di profumi da rendere la stessa irrespirabile. Adesso lo sentivo ancora, ma mio padre non era ancora morto, almeno speravo che non lo fosse, dovevo vederlo, volevo farmi sentire da lui, stringere la sua mano, tenergli compagnia mentre se ne andava. Non poteva andarsene da solo, con la moglie in salotto e lui solo, nell'attesa degli angeli per portarlo via. Entrai in punta di piedi in camera e lo vidi, il viso cereo, respirava lentamente, ad occhi chiusi, rialzato sui cuscini, le mani abbandonate sul letto.

Mi avvicinai e mi sedetti su una sedia accanto a lui, gli presi una mano, era gelida. Mi chiesi perché l’uomo è costretto a sottoporsi a questa tortura di una morte lenta e dolorosa. Uno strazio inutile sia per chi deve andarsene, sia per chi assiste al disfacimento e al distacco dell’anima dal corpo.     

Al contatto della mia mano aprì gli occhi e abbozzò un timido sorriso verso di me.

 

"Ciao, figliolo, mi fa piacere vederti, spero di non averti disturbato nel tuo lavoro. Il tuo mondo non concede tregue."

 

"Cosa dici, papà, stai tranquillo, sono qua, vicino a te, non me ne vado."

 

"Lo so figlio mio, lo so!  Ti conosco bene e sono sicuro del tuo affetto… Tu, piuttosto… Non devi dubitare del mio, anche se negli ultimi tempi non sono stato molto presente al tuo fianco… Non ho mai smesso di seguirti e di volerti bene.

Ascoltami figlio, non ho molto tempo, ancora… Ascolta la voce di chi sta per partire per il viaggio senza ritorno, lasciando il suo respiro fra le tue mani, gli occhi mi si velano dal dolore … le ombre della notte… si avvicinano.

Spero…. di avere il tempo per spiegare…. la delusione che spesso ho visto nei tuoi occhi, lo so… non sempre sono stato all’altezza del compito di genitore. E’…. un impegno gravoso… e spesso mi sono arreso… davanti ai mulini a vento del potere. Non ho saputo reagire… con decisione e fermezza… alle ipocrisie della vita. Ti prego… ora che il tempo… sta per finire, perdonami! Adesso e non domani, tieni la testa eretta e guardami negli occhi, non vale la pena piangere per ciò che è… per ciò che deve essere."

 

Qui si fermò per lo sforzo e sentii il rantolo del suo petto farsi più forte, poi riprese a parlare, mentre io non avevo la forza di aprire bocca.

 

"Prima di andare via, però, vorrei raccontarti, delle frustrazioni. della fame sofferta in silenzio... della rassegnazione… dei miei sforzi per spingerti avanti… con le poche forze disponibili.  Perdonami, figlio mio… ecco che  viene il buio, lo sento fra noi... avverto la presenza ostile, con le sue mani di gelo… strappa ad uno ad uno i fili della vita, ma non posso andarmene adesso… devo ancora parlarti del mio mondo… dove grandi e diverse erano le piccole cose. Vorrei parlarti di sogni perduti... di amici sinceri... del profumo del pane caldo e  anche … di lievi carezze d’amore… ma, ma ormai… non c’è più tempo. Solo un ultimo consiglio… se posso! Cerca di usare nel migliore dei modi… quel meraviglioso dono… che ogni uomo possiede, la libertà dell’intelletto, che va oltre la vita, oltre la morte, oltre il ricordo... delle semplici parole.

Addio, figlio mio. Chiudimi gli occhi su questo mondo così… così… diverso!"

   

Sorrise, mentre il respiro si fermava e giacque inerte fissando il cielo che s'intuiva dietro la finestra, lo stesso cielo dove lo avrebbero portato gli angeli inviati proprio per lui.

 

 

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Lucca Art fair

18 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #arte, #pittura


 

Lucca Art Fair, la fiera d'arte moderna e contemporanea giunta quest'anno alla sua terza edizione, torna al Polo Fiere di Lucca dal 18 al 20 maggio, confermandosi come autorevole punto di riferimento per il mercato dell'arte nazionale e, in particolare, del Centro Italia.

Saranno quarantotto in tutto gli attori del contemporaneo chiamati a rendere Lucca Art Fair uno stimolante e indispensabile strumento di aggiornamento e dibattito per collezionisti, addetti ai lavori e appassionati del settore.
Paolo Batoni, direttore della fiera, ha confermato la visione curatoriale delle passate edizioni, dando tuttavia nuovo impulso all'evento con momenti inediti di potenziamento della ricerca e della sperimentazione culturale.
«Oggi le fiere – spiega Batoni – sono un momento indispensabile di incontri, trattative, aggiornamento, un luogo di scambio economico e culturale, dove c'è fermento, voglia di fare e dove si restituiscono esperienze. Una piazza dove i tanti attori coinvolti danno vita a qualcosa che trova sviluppo nel tempo. Su queste basi ho voluto interpretare anche questa nuova edizione di Lucca Art Fair».
Sono cinque, in tutto, le sezioni che animeranno Lucca Art Fair 2018.
Una Main Section accoglierà trentadue gallerie storicizzate (di cui due straniere) che proporranno una visione sull'arte moderna e contemporanea.
La zona T.A.Z. - acronimo di Temporary Art Zone - racchiuderà cinque gallerie italiane a indirizzo più sperimentale.
La sezione Letture Critiche, quest'anno a cura di Francesca Baboni, metterà per la prima volta in dialogo gli artisti di quattro diverse gallerie: Matteo Lucca e Lucia Nanni (Magazzeno art gallery), Fausto Gilberti e Nico Mingozzi (galleria D406 Fedeli alla linea), Andrea Mariconti e Alfio Giurato (Federico Rui arte contemporanea) e Aleksandar Dimitrijevic e Goran Dragas (galleria Prototip). «Il progetto di letture critiche per questa edizione di Lucca Art Fair – racconta Baboni - è coerente e caratterizzato da un fil rouge che unisce assieme gli artisti. Caratteristica sostanziale difatti della loro poetica, alcuni emergenti altri già pienamente affermati, è sicuramente il saper raccontare le luci e le ombre che stanno dietro alla prosaica quotidianità, esplorando i territori oscuri della mente e di una memoria passata».
Come di consueto una sezione sarà dedicata all'Editoria mentre tra le novità compare il progetto Art Tracker a cura dal professionista under 35 Gabriele Tosi, che vedrà coinvolti con lavori site specific i quattro artisti vincitori dell'omonimo premio assegnato nell'ottava e precedente edizione del Premio Combat: Martina Brugnara, Chiara Campanile, Marco Groppi e Simone Monsi.
La configurazione della fiera per questa edizione si amplierà inoltre con il nuovo format Vissi D'Arte in programma il 19 e 20 maggio che, attraverso una serie di dialoghi con artisti, curatori, manager e collezionisti, delineerà una visione multipla e incrociata sul sistema dell'arte, costruita sulla base di diverse esperienze e visioni.
Tra le proposte collaterali sabato e domenica si svolgeranno le visite guidate gratuite (prenotazione obbligatoria scrivendo a info@luccaartfair.it) tra gli stand degli espositori, volte ad avvicinare il grande pubblico al collezionismo d'arte.
Per tutto l'arco dei tre giorni di fiera, infine, si svolgerà una performance che vedrà confrontarsi sulla pratica del disegno quindici artisti transgenerazionali legati all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Il progetto è curato da Andrea Lucchesi.
Per il programma dettagliato consultare il sito www.luccaartfair.it


Dove
Lucca, Polo Fiere, via della Chiesa XXXII, trav I, 237

Quando
Preview su invito venerdì 18 maggio, alle ore 13

Venerdì 18 maggio, dalle ore 15 alle ore 20
Sabato 19 maggio, dalle ore 11 alle ore 20
Domenica 20 maggio, dalle ore 11 alle ore 20
 

 

Contatti
 
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Una storia molto romantica

17 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

                                             

 

Hotel Excelsior di Roma. Un evento speciale di grande risonanza. Sono presenti nel grande salone delle feste tutte le più alte autorità in campo politico, dello spettacolo, dell’aristocrazia e dell’alta borghesia cittadina. Una serata di beneficenza per una raccolta fondi da destinare ad una delle tante organizzazioni umanitarie sparse per il pianeta. Nella sala spiccano le donne fasciate in abiti impossibili, donne mature, vere matrone cariche di cellulite e cerone con al seguito le loro figlie che non sono da meno. Ce ne sono di ogni tipo, da quelle ossute e compunte, capelli tirati indietro e pelle pallida. Sedute sui divani con aria di sufficienza, come se per loro stare lì fosse una gentile concessione. Altre, grasse oltre il limite, che già stando ferme a chiacchierare animatamente sudano, con conseguenze nefaste per i loro vestiti. Al centro della sala poche coppie di anziani ballano, seguendo la musica di un complesso messo sul lato opposto al buffet. La serata non decolla, c’è un‘aria di stanchezza fra gli invitati, gente abituata a fare di queste serate il loro passatempo preferito. A certi livelli farsi vedere e presenziare ad avvenimenti del genere è obbligatorio. A un certo punto della serata arriva lui. Appena mette piede nella sala si nota un certo risveglio da parte delle matrone che cominciano a darsi di gomito. Indirizzano i loro sguardi verso il nuovo entrato. Un giovane dall’aspetto fascinoso, lo smoking che indossa gli sta a perfezione, mette in evidenza spalle larghe, muscolose. Su un giro vita piatto e sodo. Il viso leggermente abbronzato, la mascella squadrata volitiva, i capelli neri corvino lucidi e appena mossi. Procede con un passo lento e misurato, i suoi occhi scuri con riverberi d’acciaio scrutano l’ambiente come una pantera che cerca la sua preda. Le madri, ancor prima delle figlie, lo divorano con gli occhi e non sono poche quelle a cui sfugge un sospiro. Lui passa lentamente guardando e facendosi guardare. Ha in mano un flute di champagne. Finalmente arriva dall’altra parte della sala dove incrocia lo sguardo di un esemplare femminile che attira il suo interesse. In quel grigiore assoluto lei splende di colore e vitalità. Una ragazza alta, formosa, inguainata in un lungo abito verde smeraldo che le sta come un guanto. Non è vistoso, ma attira per ciò che copre. Una leggera scollatura evidenzia un solco fra due splendide rotondità color avorio. Ha un viso da bambola, due gote pronunciate e due meravigliosi occhi verdi. I capelli sono tirati su mettendo in evidenza un collo eburneo con degli incavi che inducono a pensieri lascivi.

I due si guardano, sono attratti uno dall’altra. Lui fa la prima mossa, si avvicina e le parla.

 

 "Buonasera signora, vuole essere così cortese da concedermi il prossimo ballo?

 

Lei lo guarda per un attimo poi con un sorriso risponde: "Signorina, prego,  sì, credo di poter accettare il suo invito, se intanto vuole essere così gentile da prendere ancora dello champagne."

 

"Lo consideri già fatto, signorina, mi perdoni,è che mi pare strano che una bella donna come lei non abbia trovato ancora un uomo degno di accompagnarla."

 

"È gentile a dirlo signore, ma è così."

 

Lui si allontana per prendere due flute, mentre lei resta pensierosa, un dubbio le attraversa la mente. Lui ritorna e lei si fa trovare pronta per un ballo. Bevono, poi si buttano in pista. Il valzer non è  proprio un ballo adatto, ma si adeguano e portano a termine i loro volteggi. Lui la invita fuori al terrazzo per bere in pace.

In precedenza aveva fatto preparare, dietro lauta mancia, un tavolino in un angolo del terrazzo, dal quale si ammirava  lo splendido panorama di Roma.

 

"Venga, mi sono preso il permesso di far preparare un tavolino apposta per noi per restare più tranquilli."

 

"Grazie, vedo che non perde tempo lei, mi sa che è un gran rubacuori. Comunque, preferisco restare qui all’aperto, almeno si respira, là dentro era diventato impossibile con tutte quelle cariatidi. Senti che ponentino!"

 

I due si siedono e lei come prima cosa si toglie le scarpe, lui ride, comprende le difficoltà femminili. Restano in silenzio per un po’, lei ha la mano sul tavolino, lui si abbassa a sfiorarla con la sua e lei non si ritrae. Le mani restano unite, poi lei dà un’occhiata al piccolo orologio che indossa e sbotta.

"Senti, che ne dici se la finiamo co sta pagliacciata, per me è durata pure troppo, se dovemo andà, andiamo e togliamoci sto pensiero."

 

"Cosa dice? Non la riconosco più, signorina… a proposito ancora non mi ha detto come si chiama, non posso chiamarla sempre signorina, avrà un nome."

 

"Certo, io me chiamo Anna Tiburzi, pe ‘ll’amici  Annarella, in arte Magda. E tu, come te chiami, bel moro?"

 

"Vuol dire, forse, che lei è una… come dire, una escort?"

 

"Sì, bello, dillo pure, tanto nun m’offendo, so na mignotta e allora? Che te credevi? Ma dico io, tu pe farti na scopata stai tanto a fa er damerino! Quanto ti è costato sto tavolo qua fori, li potevi sparagnà me li devi a me, era mejo!"

Viè qua moro, fatte dà n’occhiata un po’ meglio, me sa che pure tu, sei un gran paraculo."

 

"Cosa dice, Magda?!"

 

"E falla finita, no! Mi sembravi na faccia conosciuta, quando ti ho visto mi sembravi una faccia conosciuta, ora che te vedo meglio mi sa che sei, Giggi er divo, ti sei tagliato i baffetti, perciò mi sono confusa. Tu guarda proprio te dovevo incontrà, la serata la posso dì sprecata, tutto sto lavoro per niente, che te possino!"

 

"A bella, credi che per me non nu è lo stesso? Un sacco de soldi spesi a voto. Se vede che attiriamo, ma lo dovemo fa con l’antri, no fra de noi. Ora però, mi sa che è mejo c’alziamo i tacchi, prima che questi ci vengono a chiedere la donazione obbligatoria pe la loro causa, che poi manco l’ho capita qual è."

 

"Hai ragione,  damose! La serata la potemo finì da sora Titta co na bella matriciana, però famo a mezzo, eh?"

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RECENSIONE/LETTERA APERTA PER MURO DI CASSE DI VANNI SANTONI

16 Maggio 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #recensioni

 

 

 

 

 

Muro di Casse

Vanni Santoni

Laterza 2015

 

Signor Santoni, mi devo ricredere.

Lei già mi affascinò con Personaggi precari, un libro davvero notevole, con quella ricostruzione di humanitas - un mondo che non ha molto da dire di sé, non essendo in se stesso più di quanto non lo sia con gli oggetti/emozioni in relazione – tra la poesia frammentista e il narrato da prosa. Posso dirlo con molta franchezza: beccarlo alla Citè di Firenze, fu, per un me medesimo di quasi un lustro fa, non la fortuna del secolo, ma di certo una bella sorpresa.

Purtroppo mi pareva solo per i Personaggi quella sensazione. Da lì il convincimento s’è un po' altalenato, tra confusione/disgusto/disprezzo/incomprensione/allontanamento: gli interessi in comune non mi tornavano (a metà mi dissi: la direzione, dov'è? E i personaggi parevano pure storti...).

Poi quella roba della narrativa collettiva, che l’ho rifiutata per principio personale (la mia ideologia è che l'opera sia del Solo, non di più teste pensanti; che siamo, Omero and Company?). E il fantasy, vabbé, altra questione personale. Non sono un lettore da romanzo fantasy, nah... per quanto ci sia un rinnovo del genere con richiami alla tradizione, per me è difficile credere ad un'altra realtà poco tangibile con la nostra realtà...

Ma insomma, lasciamo stare il passato. Signor Santoni, mi sono ricreduto. Lei è dannatamente bravo, per Dio!

E mi sono ricreduto con Muro di Casse (ed. Laterza Solaris, 2015, pag. 135)

… e dico Casse, perché tempo fa il cui presente sedicente Recensore l'ha trascritto Classe, semmai pensando ad un'opera sociologica, il che non è necessariamente sbagliato...

Ma orsù di che parla o codesta opera?

Già dire "Parla" non è corretto: preferisco dire "trascrive" (trascrive, mostra attraverso più voci, più mentalità...).

Trascrive il concetto di festa, o meglio di cos’era anni fa un tipo di intrattenimento, come i teknival o i freeparty o le gao o le psytrance, feste e non-feste, che nascevano in ogni città europea tra gli anni Novanta e Duemila, tra disprezzi mediatici e fulminanti e rocambolesche costruzioni in sordina, per poi concludersi dopo giorni di maratona divertissement da Generazione X. La rave culture è il cuore della storia, documentata e fatta vivere dai tre principali personaggi: il mancato romanziere Iacopo il Gori, quasi un giovane Peter Pan da educazione flaubertiana tra racconto e vita, se non proprio stomaco; Cleo, la mancata laureanda in quella che poi lei considera come una terrificante occasione sprecata di politicizzazione della sensazione psicotropa e della baldoria anarchica; Viridiana, la più picaresca e céliniana e drammaticissima dei tre personaggi, la più mancata per via della sua estrema vitalità e del suo amore per l’aspetto costruttivo delle droghe “mentali”.

È un tripudio generale, un caos davvero gustoso, tra droghe di ogni nazionalità (marocco, hashish, oppio, fumo, md francese, Viridiana ne elenca a bizzeffe…), tra evoluzioni di progettazioni e di localizzazioni tra viaggi e non viaggi alla Cerca… e questo solo per parlare delle "cose"! Nell'ambito dell'umanità abbiamo uomini della società negletta quasi miserabili; amanti ora disperse ora ritrovate per momenti di infantile ritorno al passato, veri nostalgici di tutto, specie dell'infanzia; e poi picari del ventunesimo secolo, eterni Peter Pan in attesa del Grande Ballo sotto quei muri di Casse sonore...

Tra i miei preferiti c’è il primo, in cui lo stesso Iacopo gioca all’inizio con la meta-narrazione: l'Io si alterna, ora Scrittore, ora Iacopo, monitora il romanzo che vuole far nascere, mischia ricordo e finzione e costruzione, nega le linee dialogiche. Si aggiunga l’uso del Tu per intendere l’Autore (ma il gioco dell'autofiction è abbastanza vecchio ormai).

Per certi versi torna, come una poetica, il topos di quei personaggi, inutile dirlo, precari. Ma precaria è anche l’Europa degli anni Novanta, tra fine del muro e nuove realtà politiche e sociali (tutto nasce e muore nello stesso paragrafo); solo i patimenti sempre resistenti: avanti nella storia, e vedendo tutti i personaggi, c'è da chiedersi se tutta questa corsa alla vita non odori di morte...

Certo, non mancano delle stonature; per lo più sono di natura estetica, ecco.

Per esempio, il tono più volte si attesta alla tristezza, alla polverosità, e quelle che spero non siano delle presunte cadute di stile (parlare di alba col termine "vomito" conferma la decadenza, così come alcune descrizioni un po' birichine, come le vecchie che "sbirciano").

Lei ha utilizzato uno stile tra il flusso di coscienza modernista e il parlato à la Beat, con un repertorio linguistico notevolmente più esteso e più analitico e un'eccellente capacità di espressività e di resa delle storie attorno (escursioni di poesie, tracciati di Google Maps, note enciclopediche o giornalistiche).

Ma la linea del tono non si alterna più del dovuto, rimane troppo stabile. E qualche sbalzo ne avrebbe tratto giovamento, ecco…

In più c’è quella negazione iniziale della ricerca di purezza come potenziale obiettivo del romanzo che non mi torna. Sì, è stata smentita fin dalla prefazione, ma è come se, negando questa ricerca di purezza, non si rischi di discriminare ogni tentativo di dignità all’ambiente.

Una specie di rappresentatività un po’ troppo descrittiva, in cui il lasciar parlare le cose diventa un azzardo ad ogni tentativo di rivalutazione (mi duole ammetterlo, ma a volte questi personaggi mi fanno pensare a quelli infantili raccontati dallo scrittore D.F. Wallace nel racconto La ragazza dai capelli strani). Il movimento sta scomparendo; anzi, è già scomparso, come suppone Viridiana e anche Cleopatra. Lecitamente, seguendo la linea tabucchiana del racconto come testimonianza, l’Autore cerca di ricostruirla.

E sì la nostalgia, come dice la Raimo in Rolling Stone, è un’operazione che stanno compiendo in molti, anche subdolamente, ma che questo libro evita di fare. Il problema è se, in realtà, indulgendo troppo in questi dati, in queste scene e in questi personaggi, tutto questo non sia stato in effetti contaminato da quella nostalgia, la stessa che ha minato le vite di quei figli dei rave.

Ma ora diamoci una calmata. L'entusiasmo e la reattività a delle incongruenze è il modo migliore per far intendere quanto davvero un'opera si distanzia dalle altre presenti nella contemporaneità. Una recensione è sia felicitazioni/maledizioni del recensore, sia, soprattutto, approccio critico. O almeno tentare di essere critici e non lusinghieri pseudo ruffiani.

Certo, questa recensione non è nata per stroncare un'opera che in primis funziona per bene, in secundis è profonda e ricca e potente, in terzis unisce racconto a ricerca (e chi lo fa oggi?). No, assolutamente, l'esposizione di critiche salate è solo la riprova che quest'opera chiama l'occhio affamato, e che fa reazione per bene. Poi oh, il cui presente recensore sa essere spregevole anche con i bravi ragazzi come lei.

 

Niccolò Mencucci

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Asfalto

15 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #il mondo intorno a noi

 

                        

                                                         

 

Patrizia abitava in una delle periferie più degradate della città. Un casermone di sei piani dove gli inquilini erano tutti degli emarginati dalla società. Un insieme di umanità che sopravviveva alle insidie della vita di tutti i giorni trovando il modo di tirare avanti, anche ai margini della legge. Al secondo piano c’era una famiglia di emigrati dal sud che dovevano trovarsi già al nord, ma per una serie di circostanze sfavorevoli si era  dovuta fermare ed ora erano inchiodati in quella specie di torre di dannati aspettando il giorno di una improbabile partenza. Una vita precaria sperando in un cambiamento che tardava ad arrivare. Il primo piano era stato occupato da due donne anziane; rimaste sole senza l’apporto delle famiglie, si erano unite per dividere la loro solitudine, per quanto la vita fosse difficile in quei posti, nessuno faceva mancare un aiuto alle due sventurate vecchiette. L’ultimo piano invece era dominio assoluto di un gruppo di sbandati di varie nazioni, un marocchino, due senegalesi, un eritreo e quattro rumeni. Pur avendo lingue e usanze differenti, la necessità di avere un tetto sopra la testa aveva costretto tutti a una sorta di armistizio e, nelle loro diversità, il sodalizio razziale funzionava. Patrizia era quella che abitava con i genitori al terzo piano, un piccolo appartamento di due camere con cucina e servizio. Il padre era un tuttofare che sbarcava il lunario andando a cercare lavori che nessuno voleva accollarsi. Un brav’uomo, prigioniero di un destino che lo aveva visto soccombere quando gli era stata diagnosticata una malattia che lo aveva reso inabile per la società per la quale lavorava. La madre, isterica e complessata, si arrangiava con lavori di sartoria. La maggior parte dei suoi clienti erano gli stessi inquilini e quelli dei caseggiati limitrofi, che ricorrevano a lei per rivoltare abiti, aggiustare e salvare il salvabile. Si era assunta il compito di fare le pulizie nell’immobile, impresa ardua perché non c’era lavoro che potesse togliere le tracce della miseria e dello squallore dai muri incrostati. Le case popolari non brillavano certo per pulizia e la manutenzione era una chimera che tutti inseguivano e nessuno riusciva ad afferrare. Patrizia aveva cercato di andare a scuola, ma, arrivata alla licenza media, si era dovuta arrendere, non era stato possibile andare avanti, ora vagava fra il divano, il letto e un telefonino rimediato chissà come. Di sera usciva con quelle sue improbabili minigonne che la madre riusciva a cucirle, le t-shirt le comprava al mercatino dei neri a un euro l’una. Era ormai maggiorenne e poteva andare in locali che le davano l’illusione di vivere una vita normale. Molte volte era stata vista in compagnia dei ragazzi dell’ultimo piano andare in locali di infima classe e, giorno dopo giorno, la sua vita continuava come in una nebbia, in un sogno confuso fra illusione e realtà. Non aveva un presente degno di essere vissuto né poteva sperare in un futuro diverso. Era una ragazzotta in carne, non bellissima ma graziosa, gioviale, esuberante e sempre pronta a buttarla in caciara. Un fisico prorompente a volte volgare, ma che attirava le fantasie maschili come un fiore attira le api. Una sera fu invitata a salire con i ragazzi di colore su all’ultimo piano per stare un po’ insieme. Un bicchierino, una fumatina, uno scherzo e una mano che s’insinua fra le cosce, un rilassamento ed ecco che su di lei ombre nere si alternano, prima una sottile, evanescente, poi una massiccia e dolorosa, poi un’altra, un’altra ancora, ancora una. Il dolore prevale e il risveglio, crudo, bestiale. Un giro con lo sguardo intorno, corpi nudi, vede nero, tutto nero, la vista è ancora incerta, ma nella nebbia della sua mente una fievole luce, quella di una finestra che dà sulla strada, un pensiero veloce, un balzo, il rumore di vetri infranti e il fresco della notte che s’impossessa di lei, leggera, le sembra di volare, ebbrezza di un breve attimo poi una visione, qualcosa che conosce bene, l’asfalto. Quell’asfalto screpolato e sudicio che, da quando è nata, lei ha calpestato davanti casa sua. Lui è lì che aspetta nella sua immobilità fra rifiuti, crepe come ferite e liquidi, come quelli color rosso sangue che, escono dal suo corpo disteso sull’asfalto che, avidamente, ne assorbe la vita.

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Il pianeta Papalla

14 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

 

Prima degli odiosi Barbapapà e dei loro barbatrucchi, c’erano gli abitanti del pianeta Papalla. Li ricordate? Semplici nel disegno, avanti anni luce a quello che propongono adesso gli spot, che sono ormai pura noia a velocità supersonica.

I tondi Papalla pubblicizzavano gli elettrodomestici Philco. In quegli anni avere una lavatrice in casa significava, non solo aver raggiunto un auspicabile benessere economico, ma anche camminare verso la modernità, l’igiene, lo sviluppo.

Eh, sì, questo mio ritorno al passato somiglia a uno sguardo sul futuro che abbiamo perso: un futuro pulito, intelligente, progressivo, nel senso delle “magnifiche sorti e progressive”. Negli anni sessanta il futuro era roseo, civile, invitante. Che cosa rimane di tutte quelle speranze? Rimangono giovani che, commentando in rete lo spot dei Papalla, lo definiscono “orribile”. Perché è orribile il mondo in cui viviamo, dove la speranza è un lusso, dove i bambini non hanno più desideri e sono annoiati, tristi e demotivati, dove le persone vengono fatte a pezzi da gente senza anima e senza stomaco. È orribile lo sguardo di questi millennals che non conoscono la poesia dei ricordi, le  emozioni profonde, i valori e la tensione morale.

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Un nuovo colloquio e Il tempo felice

13 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

UN NUOVO COLLOQUIO

 

Per non essere seppellito

Dalle suadenti parole

Di gracchianti mostri colorati

In questo mare di vacue immagini

E suoni ossessionanti

Io naufrago senza isole

Rievoco i tormentati anni

Dell’utopia sessantottina

Per dare un senso

Al tempo della mia vita

Quando il pensiero era una musica

E le parole un coro.

Per risvegliare nel cuore

Imborghesito dalla monotonia

Un nuovo colloquio

con quanto ancora c’è di buono

di concreto e di vivo

al di là del buio colpevole

dei nostri occhi silenziosi.

 

 

 

IL  TEMPO FELICE

 

I poeti che hanno vissuto il sessantotto

il sessantanove

E tutti gli altri anni

Che si sono succeduti tutti uguali

Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;

i poeti di quella generazione

che hanno sopportato anni di piombo

terrificanti e troppo pesanti

per le loro grandi e fragili idee;

questi uomini dal libero pensiero

nonostante abbiano dovuto indossare

nuovi abiti di perbenismo

sono rimasti ancora insieme

a ricordare, a dialogare, a dissertare

sul bello e sul brutto

di un tempo ormai lontano

dove nascevano sogni e utopie

fra le massime di Mao

e le canzoni di Bob Dylan.

Questi uomini

Non possono dimenticare la fiamma

Che bruciava nei loro cuori

I carri armati di Praga

Il primo uomo sulla Luna

Ma soprattutto non vogliono

Rinunciare alla nostalgia

Del loro tempo felice

Assurto agli onori della storia.

 

 

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Walter Fest, "Fiori"

12 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #walter fest, #pittura

 

 

 

 

Fiori

Walter Fest

Libro animato

 

Se quello che ho fra le mani fosse un libro, scriverei una recensione. Ma quello che ho fra le mani non è un libro, è qualcosa di più e qualcosa di meno, è un pezzo unico. L’autore, Walter Fest, lo definisce “libro animato”, io lo considero un dono prezioso ricevuto da un amico. Di questo libro esiste un solo esemplare, ché Walter ne produce uno alla volta; è scritto, illustrato, dipinto e rilegato a mano, è un insieme di creatività agglomerata nello stesso manufatto. Libro come oggetto, dunque, come opera artistica non solo fatta di parole scritte.

Il contenuto è solo uno dei tanti aspetti, ed è costituito da dieci brevi racconti che hanno come argomento i fiori: di campo, di città, di Natale etc. In realtà sono pretesti per parlare di amore per la vita, di solidarietà, di bisogni, di natura, di bellezza. I personaggi sono gente comune, figure popolari che s’incontrano per strada, su una panchina, al mercato.  La lingua in cui si esprimono è il romanesco, e in questo l’autore dà il meglio di sé, rispetto ai testi in lingua nazionale.

Il libro è “animato” perché, come dice l’autore stesso, c’è dentro l’anima di chi l’ha scritto e perché presuppone un’interazione col lettore, che ha a disposizione spazi lasciati in bianco apposta per lui, dove annotare le proprie riflessioni e impressioni.

Un piacere tattile, visivo, che nasce dai colori della copertina, dai disegni, dai collage, dal fruscio della carta, dall’inchiostro della penna, dai segnalibri allegati. Insomma, più che una raccolta di racconti  sui fiori, una vera e propria esperienza sensoriale a tutto tondo.

 

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L'ultima lettera

11 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                            

 

 

 

Ciao, ragazzo mio

 

Lo so tu e la mamma state attraversando un momento di sbandamento e di difficoltà, in questo periodo di annientamento della ragione. La mia assenza si sta prolungando oltre il previsto e di questo sono dispiaciuto, non sai quanto vorrei tornare presto da voi per affrontare insieme questo destino avverso. Mi chiedo se siete rimasti nella casa in città o siete andati dai nonni in campagna, io vi avrei portato là, almeno da quelle parti c’è una calma relativa ed è più facile sopravvivere. Ti ricordi, figliolo, quando ci andavamo la domenica? La nonna ci preparava sempre la pasta  fresca e le verdure dell’orto riempivano gli occhi e la pancia. Immagino che, a parte qualche ristrettezza, non deve essere cambiato molto a casa loro, in città, immagino, invece, i problemi sono enormi. Dove mi trovo io, non è poi tanto male, siamo in tanti, forse troppi, ammassati nello stesso spazio, l’igiene è scarsa, non possiamo lavarci molto, ma nonostante tutto non soffriamo di malattie, credo che sia proprio lo sporco che ci protegge, abbiamo tutti una patina di sudiciume addosso che ci preserva da tante malattie, se si muore non è per questo motivo. L’abbigliamento è uguale per tutti; un bel pigiama a righe che era stretto quando  lo hanno distribuito, ma che adesso va largo a tutti. Non parliamo di me, io tiro avanti sorretto dalla speranza di rivedervi. Le notizie qui sono scarse e non sappiamo gli sviluppi degli eventi. Ti ho lasciato solo un anno fa, mi ricordo che eri un ragazzino vivace, sveglio e capace di capire al volo gli eventi nefasti che stavano per investirci. Ora dovresti essere cresciuto e non solo in età, ma anche più maturo, nella mente e nel comportamento. La vita ti ha costretto a crescere troppo in fretta, adesso sei tu il responsabile della famiglia in mia assenza, bada a tua madre, so che lei è forte, ma è sempre una donna e, alla lunga, potrebbe cedere, tocca a te sorreggerla e rincuorarla, che non si dia pena per me, io tengo duro, non sono solo, con me ci sono molti amici, ho trovato anche dei paesani, siamo uniti e, come sai, l’unione fa la forza. Ben presto tutto questo finirà, dovrà pur avere una fine.  Allora ci rivedremo, sono sicuro che al mio ritorno non troverò più un bambino ma un uomo, e sarò fiero di te.

Devi dire alla mamma che qui il cibo non è abbondante, ma è sufficiente per tenerci in forze. C'impegnano in lavori di scavo. Lei sa che a questa attività sono abituato, ho sempre fatto questo nella mia vita da contadino, ho scavato buche per alberi, ho zappato per togliere le pietre che impedivano la coltivazione, ho scavato per creare canali d’irrigazione e ho scavato fosse per seppellire i miei cari, adesso scavare buche nei cortili non mi dà nessun problema. Quello che manca è un po' di libertà in più, ma del resto non si può chiedere troppo, sai che  i militari sono obbligati ad obbedire agli ordini dei superiori ed io sono sempre stato uno ligio al proprio dovere. Noi povera gente siamo nati per obbedire, poco importa chi comanda, per noi non cambia nulla.

Figlio mio, la lontananza è l’unica cosa che mi fa star male, passi la mancanza di libertà, il cibo, il filo spinato, la rete metallica che circonda il campo e tutto il resto, quello che mi addolora maggiormente è sapervi lontani e in balia d'eventi più grossi di voi. Non possiamo ricevere posta, altrimenti avrei voluto sapere di voi, tutti i giorni, avrei ricevuto nuova forza dalle vostre parole, per andare avanti.  Niente e nessuno avrebbe fermato la volontà di sopravvivere a tutto questo. Questi che ci tengono qui, in questo recinto come polli in un pollaio, sanno cosa fa male all’uomo, non la fatica, non le sevizie, non la paura, ma la mancanza di notizie dei propri cari. Questa privazione influisce sullo stato d’animo, così hanno buon gioco sulla volontà, l’uomo è capace di resistere a tutte le angherie possibili, ma non alla lontananza degli affetti familiari. Io cerco di rimanere sereno, affidando alla carta i miei pensieri, anche se penso che questi non arriveranno mai nelle tue mani. Vorrei essere capace di collegarmi con te telepaticamente, per farti sapere di me e per conoscere le vostre pene. 

Nei quartieri, dove siamo alloggiati, le persone vanno e vengono, c’è un continuo alternarsi di uomini, vengono ogni giorno dei nuovi e vanno via dei vecchi, non si riesce a fare amicizia per più di due tre giorni che già vanno via. Per non creare disagio a chi va fuori, prima di farli uscire li portano a lavare, perché la puzza che abbiamo addosso si sente anche da lontano. Li vedo, quando si avviano verso le docce, una costruzione robusta di mattoni, un vero lusso in questa fetta di terra deserta dove, a occhio, l’orizzonte non offre che cielo e una lunga distesa d'erba. Dopo le docce non tornano certo indietro per sporcarsi di nuovo,  penso li facciano uscire dall’altra parte, perché quelli che entrano non si vedono più. Sono davvero fortunati quelli destinati alle docce che rispondono all’appello la mattina. Io non sono stato chiamato ancora, chissà, quando sarà il mio turno, spero presto anche perché la puzza mi si è attaccata addosso e comincia a darmi molto fastidio.

Caro ragazzo, se mai un giorno dovessi leggere questa lettera, ricorda che solo l’amore per te e per la mamma mi ha tenuto in vita, non sono un eroe che non ha paura di nulla, sono soltanto un uomo che si è trovato, suo malgrado, invischiato in qualcosa e che anche adesso, dopo anni, ancora non ha capito nulla. Sono un uomo che è stato strappato all’amore della sua donna e all’affetto del figlio, in nome di un’assurda concezione di potere da esercitare su interi popoli. Sono sicuro che, quando tutto sarà finito, si ritornerà a come stavamo prima, come se niente fosse accaduto. Si ricorderanno i giorni tristi che stiamo vivendo e le vittime di questa follia, e allora dovranno essere gli stessi popoli, a unirsi e promettere reciprocamente di non ricadere nello stesso errore.  

Abbi cura di te figlio mio e non lasciarti prendere da pensieri di vendetta o di rivalsa, lascia andare chi grida e incita a prese di posizione. Come sempre succede, l’acqua del fiume scorrerà eterna, anche quando incontrerà ostacoli sul suo cammino, troverà sempre il modo di passare e continuare la sua corsa verso la libertà del mare infinito. Addio e possa, chi ha il potere di farlo, benedire il tuo cammino e salvaguardare la tua vita. Tuo padre  Francesco che ti ama tanto.

 

Dachau 22 Aprile  1943 

    

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Michela Marchetti, "Le parole vestono l silenzi"

10 Maggio 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le recensioni pazze di walter fest, #le interviste pazze di walter fest


 

 

 

 

Amici lettori della signora senza filtri, bentornati al nostro appuntamento con l'arte, oggi saremo in diretta per voi in una trasferta stellare, nientepopodimenoche... dal pianeta Marte, beh, avete capito bene, non stupitevi, in questo momento mi trovo sul pianeta rosso in attesa che arrivi l'artista Michela Marchetti, in duplice veste di fotografa e autrice del libro Le parole vestono i silenzi. Vi state chiedendo come faccio ad essere qui nella galassia? Sono arrivato con il teletrasporto, che non è lo stesso di Star Trek, ma un semplice telecomando, sul quale basta pigiare il tastino predisposto e sarete teletrasportati ovunque, mi raccomando non fate confusione con i pulsantini perché, per errore, potreste ritrovarvi in qualche talk show nostrano. Potete tranquillizzarvi anche voi, in un prossimo futuro avrete queste opportunità, intendo dire che anche voi potrete catapultarvi nel pieno di un talk show, urlare arrabbiandovi, sfogando la vostra natura animalesca verso ospiti e conduttori. Io vi consiglio di lasciar perdere e magari di appassionarvi a tutto ciò che è culturale. Ma eccola, la vedo, sta arrivando, signore e signori del blog senza filtri, Michela Marchetti è qui per noi sul pianeta Marte.
 

- Ciao, Michela.
 

- Ciao, Walter.
 

- Non mi chiedere perché ti ho invitato sul pianeta rosso.
 

- Già, perché siamo qui?
 

- Ahahahah, siamo privilegiati sai in quanti vorrebbero essere qui?
 

- Ma intorno a noi non si vede nulla.
 

- Eppure stanno spendendo un sacco di soldi per le missioni spaziali.
 

- Eh, già, quando basterebbe un semplice telecomando usato... Michela, veniamo a noi, sei l'autrice di questo libro e la fotografia in copertina è opera tua; inizio a farti i complimenti per la foto in B/N, dove una affascinante ragazza, con in testa un copricapo calato sugli occhi, sta con l'indice puntato sul naso come a dire "Shhhh, silenzio facciamo parlare le parole stampate sulle pagine del libro". Un'immagine molto fashion, esaltata dal monocolore.
 

- Sì, ti confesso che per me è stata una grande soddisfazione pubblicare questo libro con la Arduino Sacco editore.
 

- Vuoi parlarci del tuo libro?
 

- Oh, sì certo, chiunque lo leggerà si troverà in viaggio in un mondo di emozioni fra storie narrate con naturalezza, senza fronzoli, senza sotterfugi, senza scorciatoie dialettiche. Volevo avere il piacere di prendere per mano il lettore e farlo sentire bambino insieme a me, il modo migliore per affrontare le vicende umane, fra prosa e poesia, proprio quella poesia, quel sentimento che manca sempre di più intorno a noi. I freddi silenzi alimentano malinconie e rimpianti, incomprensioni e conflitti, e tutti noi dovremmo lasciare libertà alla parola di esprimersi attraverso i nostri cuori, la rivincita della passione naturale sull'indifferenza. La vita è fatta per essere amata e ci ricambia con la poesia che ci circonda ogni giorno della nostra esistenza, venendo purtroppo da noi egoisticamente ignorata.
 

- Michela, complimenti: il tuo libro sicuramente scioglie le anime, i lettori non si annoieranno, avrai senz'altro successo.
 

- Ti ringrazio, vorrei tanto che chi legge le mie parole si emozionasse e aprisse una finestra di dialogo con me, ritengo molto importante il contatto umano, il guardarsi negli occhi, il parlare, il condividere esperienze e quotidianità, anche con la sola immaginazione poter sentire l'autore una persona della quale fidarsi.
 

- Intendi lettori come fossero amici.
 

- Sì, mi piace avere con il lettore un rapporto di amicizia, come il poter prendere insieme un caffè o un tè e parlare di storie.
 

- Sì, questa è una buona idea, ti andrebbe di continuare a parlare di fronte a un gelato marziano?
 

- Oh sìììì... ma qua mi sa che non troveremo neanche un bicchiere d'acqua.
 

- Beh, sì, forse fra un millennio... dai, torniamo sulla terra, sarà ma a me sto Marte non piace per niente.
 

- Walter, hai ragione, non si vede neanche l'ombra di un fiorellino.
 

-Dai, schiaccia il pulsantino.
 

Amici lettori, noi andiamo a prenderci un bel gelatone espresso, la prossima volta vedremo Marte in cartolina. Io e Michela Marchetti vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, sempre qui sulla signora senza filtri, il blog che non vi lascia mai soli nell'universo.

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