Voglia di prendere un treno

Piove. Sento il picchiettio della pioggia sul tetto. Sono tre giorni che non smette di piovere, un martellamento continuo, quel rotolare d’acqua sulle tegole, non mi dà pace, mi ossessiona, impedisce ogni forma di pensiero, non riesco a dormire. La mia camera è in una mansarda e da lì intuisco l’odissea della goccia che cade sulle tegole roventi di sole, sfrigola al contatto e poi, subito dopo, si riunisce ad altre per formare rivoli che si precipitano lungo le onde dei coppi, vanno sciabordando verso il vuoto, verso la madre terra. Piove ed io sono prigioniera della mia pigrizia, indolente, con assoluta mancanza di volontà. Dovrei alzarmi da questo letto dove ormai dormo da sola da troppo tempo. Non mi dà fastidio il rombo del tuono improvviso che fa tremare i vetri, o la luce abbagliante del fulmine che inonda la finestra di bagliori, quello che odio è il rumore dell’acqua. Quel suo percuotere incessante e monotono sul tetto, sulla mia testa. Mi sembra che voglia entrare da un momento all’altro, nella stanza, nel mio letto, portarmi via con quelle sue dita liquide, trascinandomi in un vortice di oblio. Odio quelle nubi oscure che impediscono di scorgere il cielo. perché in questo dannato paese piove così tanto? Perché devo starmene in questo spazio così ristretto, riparata solo da una sottile schiera di mattoni? Vorrei trovarmi, invece, dentro un buco al centro della terra, dove l’acqua non può arrivare e nemmeno il suo rumoreggiare. Vorrei solo restare in silenzio e al caldo, come sono stata fino a quando c’erano le sue braccia a proteggermi. Sono sola, sono a letto e non ho voglia di alzarmi. Piove, perché dovrei affrontare la nemica scrosciante, per andare a scuola? Se non ci vado è lo stesso, cosa posso imparare in un giorno, che già non sappia? Oggi c’è lezione d’inglese, stiamo studiando i verbi, se perdo una lezione o due, non succede niente, alla fine non ne saprò più di adesso. Per imparare bene dovrei andare sul posto. Sì, vorrei andare proprio dove si parla inglese, circondata da gente che non mi conosce. Non sanno chi sono e, se mi vogliono, devono accettarmi così come mi vedono. Ho voglia di prendere un treno, partire, andare non so dove, solo seguendo la rotta del sole, per non ascoltare più questo borbottio di acque. Il ricordo è ancora vivo. Non posso dimenticare lo sciabordio del mare sotto la chiglia della barca che scivolava, con la vela gonfia, il mare azzurro apriva le sue braccia al nostro passaggio. Io e lui eravamo felici e ridevamo, sì ridevamo e ci baciavamo. Ci stavamo proprio baciando, quando la barca andò a sbattere contro degli scogli affioranti. Si era distratto per baciarmi e non li aveva visti. Le acque si chiusero su di lui, nascondendolo alla mia vista ed io rimasi sola, sommersa, circondata da lievi e infide onde trasparenti, aggrappata ad una tavola.
Piove, ancora acqua, ancora quella sensazione di soffocamento, disperazione e terrore, sapendo di trovarsi, senza via d'uscita, in una trappola mortale dalla quale non riesco a uscire e che ancora mi porto dietro. Non voglio restare qua, voglio scappare. Prendere uno di quei treni che percorrono la notte rumorosi. Li sento nel buio delle notti che non dormo. Passano non lontano dal mio tetto, con quel singhiozzante rumore che somiglia al battito di un cuore tumultuoso. Li sento e il mio cuore si adegua al ritmo, lo segue fin che non passa. Spesso vedo la scia luminosa che s'insinua fra gli alberi, fra le case addormentate. A lui non importa se piove, corre verso la sua meta, almeno lui sa dove andare, ha un punto d’arrivo. Io non so come fare, ho sempre voglia di prendere quel treno, lui, quello delle tre e quarantacinque, quello che mi sveglia la notte. Non importa dove va, faremo il viaggio insieme, la sua meta sarà anche la mia, purché sia lontana dal mio tetto, lontano dai miei ricordi.
Umiltà, disinteresse e beatitudine

UMILTA' mi piace anche se mi è difficile metterla in pratica, forse.
Mi piace l'accento sulla vocale finale di questo vocabolo.
Mi piace perché penso che, se sulla vocale finale di questo vocabolo è stato posto l'accento, significa che l'inventore della lingua italiana debba avere considerato l'UMILTA' molto importante.
DISINTERESSE mi pare una conseguenza naturale dell'UMILTA'.
Un gesto compiuto con UMILTA' lo è anche con DISINTERESSE.
Ci sarebbe INTERESSE a lasciarlo incompiuto, altrimenti.
BEATITUDINE: c'è BEATITUDINE in ogni gesto compiuto con UMILTA' e con DISINTERESSE.
Il vocabolo italiano BEATITUDINE mi fa pensare a quello straniero BEAT, curiosamente.
BEAT significa STANCO, ABBATTUTO, ma anche OTTIMISTA, BEATO.
Si prova STANCHEZZA dopo avere compiuto il proprio dovere, con UMILTA' e con DISINTERESSE.
Si prova ABBATTIMENTO, dopo, nel constatare che si sarebbe potuto fare di più.
Ma si provano anche OTTIMISMO nel pensare, prima, che ciò che si sente il dovere di fare possa servire a qualcuno, a qualcosa e BEATITUDINE nel constatare, poi, che ciò che si è sentito il dovere di fare e che si è fatto sia servito a qualcuno, a qualcosa.
Luca Lapi
Ritrovarsi
La grande terrazza dell’ hotel Vesuvio sul lungomare di Napoli era addobbata con migliaia di fiori e un lunghissimo tavolo addossato alla parete interna, adibito a buffet. Divani erano situati tutt’intorno, rivolti verso il mare. Il party era organizzato dal mio giornale che, come tutti gli anni, intendeva premiare i suoi migliori dipendenti. Io ero tra gli invitati, ma non fra i premiati. Non ero mai stato uno che amava primeggiare. Mi aggiravo per la terrazza con l’immancabile Martini, unica mia debolezza. Il buffet era ricco, ma non gradivo molto. Io ero più ruspante, preferivo pasta, carne e pesce in particolar modo. Con un leggero ritardo il direttore si avvicinò al microfono e salutò i presenti. Le sue parole si persero nell’aria profumata di mare. Il Castel dell’Ovo illuminato spiccava come un faro nel buio. Me ne stavo da solo a bere il mio ennesimo Martini. Odiavo fare da tappezzeria a quei quattro lecchini dei miei colleghi che sprizzavano adrenalina da ogni poro. All’improvviso, guardando verso le persone accalcate vicino al palco, con la coda dell’occhio vidi una donna con la schiena nuda. Ora, le spalle di una donna per quanto belle e interessanti non suscitavano certo un interesse particolare. Non era più tanto giovane, aveva i suoi anni, ma quello che mi colpì non fu certo la sua schiena o la sua età, bensì uno strano disegno che aveva sulla scapola sinistra. Un tatuaggio formato da due cerchi uniti, sui quali era posata una colomba. Conoscevo quel disegno e, se non mi sbagliavo, anche la donna che lo esibiva con tanta naturalezza. Dubitavo potessi sbagliarmi, non potevo pensare che un altro avesse avuto la stessa mia idea. Quel disegno lo avevo scelto io, molti anni prima e, quando lei si era fatta fare il tatuaggio, io c’ero. Lentamente, mi avvicinai, volevo, però, prima assicurarmi che non fosse in compagnia, avrei fatto una magra figura e magari le avrei procurato una situazione imbarazzante.
Restai al suo fianco, ma, distanziato da un paio di persone e leggermente più arretrato, potevo vederla di profilo. Difficilmente lei poteva vedere me. Finalmente il discorso del capo finì e udii più di un sospiro si sollievo. La massa si precipitò al buffet. Lei invece se la prese comoda. Senza fretta andò a sedersi a un divano decentrato, rivolto dove sapeva esserci Capri.
Io ero rimasto in piedi con il mio Martini ormai caldo. Andai al bar a prenderne un altro e mi feci dare anche un Negroni, sapevo che era il suo preferito. Mi avviai e senza dire nulla mi sedetti al suo fianco. Quando si volse verso di me per rimproverare la mia sfacciataggine non feci altro che offrirle il Negroni. Lei rimase fra l’incredulità e la sorpresa, ci mise un attimo prima di riconoscermi. Poi, sorridendo e senza parlare, accettò il bicchiere e fece un gesto di brindisi verso di me. Alzammo i bicchieri e sorseggiammo.
- Ciao, mi disse con una voce calda e leggermente tremante – ti sei ricordato il mio Negroni, grazie! Ti trovo bene!
- Le gioie della vita, - risposi - sono talmente poche che non si possono dimenticare. Che ci fai in questa bolgia, non sapevo che eri nel ramo anche tu. A me tocca, ma tu!
- Sono anche io invischiata in questa pantomima, sono la corrispondente per l’estero, ramo politico. Sono stata chiamata a far parte della squadra da pochi mesi. Tu invece che fai?
- Io mi occupo di cronaca locale. Mi mandano sempre nei posti più infami e desolati che esistono in Italia, paesi sperduti fra le campagne, in montagna, nelle isole, dovunque ci sia qualcosa che loro ritengono interessante per i lettori.
- Ti ricordi i nostri sogni giovanili, quando studiavamo all’Università, facevamo tanti di quei sogni! Qualcuno si è avverato, altri purtroppo no, che vuoi farci.
- Io mi ricordo tutto, di quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto. I momenti di gioia, di spensieratezza e anche di sconforto che abbiamo vissuto nel breve tempo della nostra gioventù. Poi le nostre strade si sono divise e da allora è rimasto solo il ricordo, anzi il rimpianto di qualcosa che avrei voluto fare allora e non ho avuto mai il coraggio di fare.
Lei mi guardò con uno sguardo incuriosito, mi fissò a lungo e lesse nei miei occhi una risposta che evidentemente conosceva già, ma che volle sentire dalla mia voce.
- Perché non lo hai fatto, allora! Ho atteso a lungo quel tuo gesto, anche io volevo farlo, ma dovevi essere tu a fare il primo passo.
- Eravamo amici, ma tu eri lontana per me, irraggiungibile, eri il sogno che mi accompagnava e non volevo rompere quell’incantesimo.
- Stupido, dopo tutto quello che abbiamo condiviso e sofferto insieme ti sei fatto prendere da scrupoli assurdi. Cosa credi, che io non abbia rimpianto la tua decisione, sono andata via proprio per quello. Il mio cammino è stato arduo, come donna farsi apprezzare, in questo campo, è molto difficile, dovresti saperlo. Oggi posso dire che sono realizzata, ma non sono felice.
- Sei single o … hai un compagno?
- Cosa posso rispondere alla tua domanda, cosa ti aspetti che dica? Speri di riprendere i discorso interrotto? Con quel tatuaggio che ho sulla spalla cosa pensi, la colomba non è mai volata via è lì che aspetta e i due cerchi sono sempre uniti.
Non le lasciai il tempo di continuare, buttai il mio Martini in una delle piante che ornavano il giardino pensile e mi avvicinai a lei. La presi per le spalle e la fissai negli occhi. Le nostre bocche si avvicinarono e, in quel momento, dagli spalti del Castel dell’Ovo s’innalzarono nel cielo i primi fuochi artificiali. La festa era finita, ma la vita stava per ricominciare.
"Tramonto" di EMANUELE GABELLINI

Bentornati amici del blog che illumina la vita, oggi saremo in compagnia dell'artista Emanuele Gabellini, un giovane grafico, un valido illustratore.
Ancora un esempio attraverso il quale Emanuele dimostra che con un disegno a mano libera si possa realizzare della buona arte, una buona arte che non ripaga il nostro amico artista poiché sta tentando in tutti i modi di vendere le sue opere senza purtroppo riuscirci, le ha provate tutte, ha tentato la telefono vendita imitando attori famosi, ha cercato di spacciarsi per cugino di quarto grado di Van Gogh, ha fallito anche come nipote acquisito del prozio del portiere di casa Mondrian, ha provato ad abbinare ad una sua opera della cioccolata scaduta ma buona, perfino mettendosi agli angoli delle strade, fingendosi cieco, tenendo in braccio da un lato le sue opere dall'altro un finto cane di peluche, ha rimediato pochi spiccioli e nulla più e così per sbarcare il lunario e dare un senso alla sua arte, adesso Emanuele lavora al mercato di via 17 giugno 2001, ove alla sua bancarella vende frutta già pelata, verdure scatolate in pasticca, prosciutti, salami e formaggi finti, stock assortiti di calzini bucati ottimi per la Primavera/Estate, quindi amici della signora senza filtri, oggi eccomi qua nel tentativo di aiutare a vendere le opere del nostro amico artista Emanuele Gabellini.
Per attirare l'attenzione dei visitatori del mercato ci siamo vestiti, io tutto di giallo, Emanuele tutto di rosso, e ora incrociamo le dita, apriremo un'asta estemporanea dove tenteremo di vendere le sue opere.
-Venghino, signori e signore, venghino da questa parte, oggi abbiamo robba bella e colorata, questa è arte originale di un grande artista, arte giusta per tutti i gusti a tutti i costi, avvicinatevi con fiducia, non vendiamo le solite padelle ma arte bella.
Vi presento l'artista Emanuele Gabellini e la prima opera che andrò a mostrarvi sarà Tramonto realizzata su carta con ecoline e pennino nel formato 18X24. Con quest'opera Emanuele ha scelto la via più difficile, ma sì, rappresentando un tramonto con i suoi colori rosso, giallo, arancio a sfumare nel nero della sera avrebbe fatto la cosa più normale e, ad effetto, avrebbe attirato maggiormente l'attenzione e invece lui no, lui è un vero artista e ha scelto l'idea più originale, un sole con i suoi raggi tiepidi sotto un cielo verde ma di un verde nettamente verde, e in primo piano la collina con le case abbarbicate fra stretti vicoli, sopra la collina tre grandi alberi spogli.
Il tramonto autunnale su un enorme prato: tutto è di colore beige, avana, fra chiaro, scuro; questa è poesia, non è facile ruffianeria fatta ad arte ma sentimento espresso con talento, e il verde luce del cielo ti illumina la mente...
La gente intorno è rimasta estasiata dal racconto ma, nonostante tutto, si allontana dal banco, accipicchia ma sembra che l'arte sia passata di moda, tutti preferiscono oggettistica virtuale e di facciata, tutta finta esteriorità usa e getta, perbacco, siamo demoralizzati ma succede l'imponderabile, tutti vanno via meno che uno, un tizio indistinto che rimane a guardare le opere di Emanuele Gabellini. A un certo punto ci fa dei gesti eloquenti, come a voler vedere più da vicino le opere, è una figura che mi sembra di conoscere ma non ricordo dove abbia già visto questo personaggio, insomma, sta di fatto che mostra interesse per acquistare tutte le opere, noi logicamente gliele porgiamo, il tizio non chiede sconti, non la tira per le lunghe, ci porge un sacchetto, agguanta le opere del Gabellini e va via. Noi logicamente prendiamo al volo il malloppo, non è mica il caso di fare gli schizzinosi.
Vedete? Bisogna essere ottimisti, c'è ancora qualcuno che apprezza le arti, la cultura, quel qualcosa che arricchisce le menti e colora la vita. Chissà chi sarà stato il misterioso mecenate?
- Eta Beta!.. Ecco dove lo avevo visto!... Era Eta Beta!
- Hai ragione, proprio lui, abbiamo venduto le opere ad un fumetto!
- Ho il terribile sospetto di sapere con che cosa ci avrà pagato!
Svuotammo il sacchetto e trovammo un mucchio di palline di naftalina.
- Naftalina?... Palline di naftalina!!!
E vabbé, sempre meglio di un assegno cabriolet e poi, dai, vediamo il lato positivo della storia, magari regalerà le tue opere a Topolino! Emanuele hai altre opere da vendere?
- Sì
- Dai riproviamo domani, magari saremo più fortunati.
Signore e signori della signora senza filtri, il blog per menti aperte, dal mercato di Via 17 Giugno 2001 è tutto, io e Emanuele Gabellini vi salutiamo, vi ringraziamo e vi aspettiamo al prossimo artista... A qualcuno serve della naftalina?
Emanuele Gabellini nasce nel 1972 a Roma, dove vive e lavora.
Ha frequentato il prestigioso ma disastrato Istituto d’Arte “Silvio D’Amico” ,conseguendo il diploma di Maestro d’Arte e successivamente di Grafico Pubblicitario.
Ex bassista dei Santarita Sakkascia, artista poliedrico, espone le sue opere di pittura, collage, foto e video in tutta Italia dal 1997. È stato l’ideatore dell’inno musicale del “Partito del Tubo”, del web-magazine Fantasma e de Il Giornale del Giorno Dopo
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Strane presenze

La dimora avita della famiglia Strafford si ergeva imponente su una piccola collina ai margini di una vasta pianura, attraversata da un ruscello che scendeva ripido dalle non lontane montagne. Come in tutti i castelli l’ingresso era il ponte levatoio che sovrastava un fossato. Il retro confinava con l’inizio di una folta boscaglia che proseguiva fino ai piedi dei monti.
Teatro di scontri e d'assedi aveva vissuto la sua stagione d’oro fra la fine del XVII e il XVIII secolo. Passato il momento storico, le varie generazioni, che si erano succedute nella conduzione della dimora, avevano portato il maniero verso un degrado inesorabile.
Oggi il castello è meta di visite da parte di turisti frettolosi e di scolaresche distratte, l’intero complesso è passato in proprietà allo Stato che ha pensato bene di sfruttare la situazione aprendolo al pubblico, l’unico inconveniente per l’amministrazione, una clausola inserita nel contratto d'acquisizione che prevedeva la presenza sine die, dell’ultima discendente della famiglia, la contessa Clara, che non aveva voluto lasciare la sua casa, riservandosi l’usufrutto di una piccola parte degli appartamenti nell’ala destra, quella che dava sul retro, con la vista del bosco poco distante e le montagne dietro a fare da scenografia. La donna, ormai quasi novantenne, voleva morire fra le mura amiche, aiutata dal suo fedele maggiordomo Arthur, anche lui molto avanti con gli anni.
La loro vita si svolgeva a ritmi lenti e riservati, un incaricato del comune si preoccupava di rifornire del necessario la loro cucina, e il servitore si incaricava di preparare il necessario alla sopravvivenza. Lui, in pratica, viveva in cucina e dormiva in una camera attigua, mentre la padrona aveva due camere al piano alto e l’intera torre a disposizione. Isolati dal mondo i due vivevano in simbiosi l’uno dell’altra, non potevano immaginare una vita diversa da quella che conducevano.
Come tutti i pomeriggi, Arthur era seduto in cucina con il bricco dell’acqua sul fornello, il vassoio con le sei tazze pronte allineate, la zuccheriera e il piattino con i pasticcini. Aspettava il gracchiare del cicalino che l’avvisava di poter servire il tè. Puntuale come un cronometro, lo sportellino con il numero 22 si attivò ed emise quel suono sgraziato che lo richiamava al dovere. La sua faccia impassibile non si mosse mentre versava l’acqua in una delle tazze per preparare il tè, le altre restarono vuote, sul vassoio d’argento Sheffield. Terminata l’operazione, il maggiordomo prese il vassoio e, ondeggiando sulle gambe malferme, si avviò verso le scale tenendo in bilico il vassoio con tutto il suo contenuto.
- Buon pomeriggio milady, disse, entrando nella stanza e posando il vassoio su un piccolo tavolino davanti il grande divano, sul quale era seduta la nobildonna
- Grazie Arthur, servi pure, i miei ospiti sono impazienti di assaggiare la tua specialità, ho detto loro che questo tè viene direttamente dai nostri possedimenti in India, è una qualità rara e si coltiva solo in quella zona che è di proprietà della nostra famiglia. Avrai portato anche gli squisiti pasticcini che sai fare solo tu, vero?
- Certo, madame, non avrei potuto fare altrimenti, sono a conoscenza dei gusti dei suoi ospiti e mi sono sforzato di essere all’altezza della situazione.
- Sei troppo modesto, caro Arthur, conosciamo tutti il tuo senso del dovere e il tuo attaccamento alla famiglia, senza di te sarei persa. Bene, allora, se hai servito tutti, puoi servire anche me, oggi le mie ossa fanno i capricci e una buona tazza di tè sarà un vero toccasana.
Arthur versò il tè nella tazza della signora e fece finta di versarlo anche nelle altre. Porse la tazza piena e rimase in piedi, in attesa che la sua padrone finisse di sorbire la bevanda. Sentiva sempre di più dolore alle gambe, fare quelle scale infinite volte al giorno stava diventando una vera tortura per lui, ma sapeva bene che non c’erano alternative, il suo destino era legato alle stramberie di quella povera donna, sull’orlo della demenza senile. La signora immaginava che nel suo salotto venissero a trovarla a turno i parenti ormai defunti da tempo e gli amici di sempre, defunti anche loro. La cerimonia del tè non era la sola a cui si sottoponeva per compiacere l’anziana donna. Molte volte doveva approntare un pranzo, o una cena, all’improvviso milady chiamava e ordinava il pranzo per dodici persone, toccava a lui apparecchiare in pompa magna la tavola con tutti i servizi di piatti, bicchieri e posate per dodici, fortunatamente il cibo poteva evitarlo e preparava il menù solo per la donna e per lui. Lui, però, il suo pasto lo consumava nella cucina, come si conviene ad un maggiordomo.
Era ancora in piedi, mentre la signora aveva iniziato una fitta conversazione con alcuni dei suoi ospiti, si era immersa nel dialogo dimenticandosi del tutto del povero maggiordomo, che adesso sul serio cominciava a tentennare sulle gambe malferme.
- Come le dicev, caro duca, lei ha ragione, sua maestà è davvero troppo indulgente con le popolazioni locali, laggiù in India il popolo è davvero ingrato, con tutto quello che stiamo facendo per loro, gli stiamo portando la civiltà, il progresso e quelli per riconoscenza si ribellano, inaudito.
- Madame Janet, non verrà al ballo di corte? Non mi dica. È una vera jattura, se non viene lei non vado nemmeno io, mia cara, lei è la sola che vale la pena di vedere in quei balli noiosi.
Arthur, al limite delle forze, tossicchiò per richiamare l’attenzione della milady che come d’incanto si accorse di lui.
- Scusa Arthur, hai ragione, sono proprio una sbadata, puoi sparecchiare e ritirarti, io intratterrò ancora un po’ gli ospiti. Dopo che saranno andati via farò un riposino fino ad ora di cena, forse non mangerò questa sera, questo tè e i tuoi fantastici pasticcini sono stati sufficienti, nel caso ti chiamerò per una cena frugale. Addio caro!
Arthur si affrettò a liberare il tavolo, prese il vassoio , allungando il passo strascicato, si allontanò. Era sicuro che la serata fosse finita, poteva finalmente riposarsi. Dopo la cerimonia del tè, tutte le volte la dama si addormentava e non la risentiva fino al mattino successivo. Tornato in cucina rimise in ordine le tazze. Lavò l'unica che era stata usata, ripose i biscotti nella scatola di latta per non farli deperire e, tolte le scarpe, si allungò sul divano che aveva fatto mettere nell’enorme cucina.
Era stanco, disperava di poter continuare ancora per molto quella pantomima, la donna era fuori di senno e lui, se continuava a starle dietro, correva lo stesso rischio.
Non voleva certo la morte della vecchia aristocratica, era stata una buona padrona, anche se un po’ sopra le righe per la sua eccentricità, non si poteva lamentare, aveva avuto anche lui i suoi giorni buoni. Ora la vecchiaia doveva dividerla con le bizze della donna e dei suoi immaginari compagni. Prima di addormentarsi nella sua mente prendevano forma le strane presenze che alimentavano la fantasia della sua padrona; fantasmi di personaggi che lui aveva conosciuto e servito per molti anni.
Doveva convenire con la padrona, però, che madame Janet era sempre una bella donna, l’aveva vista prima in salotto ed era davvero in splendida forma.
Il coltello all'inverso e l’uso dell’analitica

Quando uno comincia a soffrire di una noia composita e avvolgente, il solo porre lo sguardo sul primo dettaglio possibile porterà a scoprire difetti non prevedibili e abbastanza inusuali.
Tipo tenere nella propria mano sinistra il coltello colla lama in direzione opposta a quella tipica.
Il soggetto in questione (l'autore dell'articolo non è tenuto a rilevarne l’identità) mantiene per tutta la cena questa andatura digitale, tagliuzzando geometricamente i filetti di carne sull’anonimo piatto plastificato, con velocità e forza quasi ipertrofica.
Nel Galateo l’imposizione del coltello dovrebbe essere “a destra del piatto, […] e che la lama va posta verso l’interno e non verso l’esterno” (Accademia Italiana del Galateo); oggi c’è molta confusione riguardante il suo uso: “alcuni pensano che debba essere tenuta come una penna stilografica […] altri pensano che si debba tenere con tutta la mano come un pugnale”.
Si potrebbe supporre che la persona tenga tale postura perché incolta di galateo o sofferente di difficoltà manuali. Questa credenza generica, ingenua e popolaresca, fortunatamente non ha nulla a che vedere con questi.
Nel caso del soggetto in questione è altamente probabile che la scelta sia relativa ad una personale frettolosità, davanti al rischio di incorrere in una qualche forma di asimmetria temporale, avendo davanti un gruppo di commensali coi piatti vuoti e interessati alla chiacchiera serale.
Oltre a questa ipotesi si può avvalorare l’idea che:
- questi nutra un certo gusto totalmente individuale nel taglio atipico delle carni, forse nell’interesse di seguire una composizione geometrica, un suo frutto mentale;
- questi si sia concentrato nella stessa attività motoria, intesa in senso quanti-tativo (direzionalità, spinta vettoriale, profondità…);
- questi prediliga il conseguimento di un personalissimo galateo per comodità e sostegno psicologico atto alla distensione nervosa dopolavoro.
- questi voglia impressionare visivamente con tale performance il pubblico attorno, forse per saziare una normalissima piega narcisistica e protagonistica.
Da un punto di vista interpretativo le possibilità analitiche possono spingersi in più direzioni, e navigare anche su più fronti. Tuttavia, come ogni ricerca che si rispetti, l’interpretazione prevede un obiettivo funzionale, cioè il perché di una simile analisi, grottescamente profonda e interessata.
A essere sinceri oltre alla noia citata a inizio testo il movente di ricerca è facilmente individuabile nella semplice congettura che generalmente, pur di risollevarsi l’umore, ci si fa tranquillamente i cazzi degli altri.
E questi cazzi degli altri non hanno uno scopo risolutivo o conoscitivo, o costruttivo o esemplificativo. Tutt’altro, essi vertono nel voler far volar via tale noia da se stessi, utilizzando la sempre ambigua e aleatoria arte della comica: se il riso, come sostiene Bergson ne “Il riso”, ha la capacità di rimettere a posto le pieghe dei costumi sociali, è altresì vero che può diventare arma per criticare distruttivamente la persona altrui, negando altre forme di identità se non quella prefigurata dal comico-buffone di turno.
Perché spingersi a descrivere minuziosamente la innocua e tranquilla maniera di un soggetto a caso, se è ovvia la rotta sciocca e pressapochista di un simile studio.
È perciò lampante come un discorso del genere sia del tutto inutile, nonché patetico, e come l’autore in questione ancora non capisca perché si sia sbattuto per una stronzata del genere.
Niccolò Mencucci
Il leone

La radio del campo base stava trasmettendo le notizie relative lo spaventoso incidente aereo avvenuto nella prima mattinata. L’aereo leggero con a bordo il professor Smith Larson, sua moglie Eveline e la piccola Emma di sette anni, era in volo diretto a Città del Capo, quando una perturbazione improvvisa ha fatto entrare il velivolo in stallo. Il pilota non ha potuto evitare che lo stesso si avvitasse in cielo fino a precipitare al centro di vasta zona di savana. La colonna di fumo che si è alzata non dava molte speranze ai soccorritori che, partiti subito dal campo, si erano diretti verso il luogo dell’incidente. Ora al campo non era rimasto nessuno, erano tutti in marcia con le jeep verso la colonna di fumo che si stagliava nel pomeriggio assolato.
Intorno alle tende era silenzio, due portatori neri si erano addormentati, stanchi dopo il lungo viaggio per arrivare sul posto e dopo aver montato le tende. Il ronzio delle mosche era persistente e continuo, loro trovavano sempre di che sfamarsi, intorno alle tende c’erano i luoghi preposti per i bisogni corporali della spedizione e quelle, affamate, si erano lanciate in nugoli su quelle posizioni. Mentre il meriggio proseguiva nel silenzio, in lontananza, si udì un ruggito di leoni che stavano facendo la siesta. Quel riposo non sarebbe durato a lungo, appena passata l’ora meridiana, si sarebbero messi in caccia come loro abitudine. Dopo due ore circa i soccorritori tornarono dal loro triste viaggio, recavano con loro due casse con i corpi del professore e della moglie, della bambina nessuna traccia. Delusi e scoraggiati per l’esito del loro intervento si misero al riparo delle tende per riposare. Nessuno aveva voglia di parlare. Non sapere che fine aveva fatto la bambina era terribile, solo a immaginarla, da sola, smarrita nella savana, dove i leoni stazionavano di norma, stringeva loro il cuore. Il ruggito tornò a farsi sentire, questa volta più vicino e più intenso, come un tuono nel cielo in tempesta. Quel verso fece accapponare la pelle anche ai più incalliti, uomini abituati ai disagi della jungla. Il loro capo si alzò con fare deciso e spronò gli altri a fare altrettanto, poi li apostrofò:
- Ragazzi, dobbiamo darci da fare, lo so che forse non servirà a nulla, ma non possiamo starcene qua a dormire sapendo che là fuori una bambina impaurita, forse ferita, si aggira fra i leoni. Se la scoprono sapete bene che fine farà. Forza, andiamo a perlustrare la zona da dove arrivano questi ruggiti e che Dio ce la mandi buona.
Si avviarono in sette, cinque uomini armati di fucili e i due portatori che erano stati allertati. Percorsero un tratto di cammino riparati da baobab solitari, dove videro, sotto la loro ombra, alcune leonesse riposare tranquille. Proseguirono ancora più avanti e fu là, al centro della savana, in una zona aperta in pieno sole, fra l’erba alta e frusciante che i loro occhi increduli assistettero a uno spettacolo che aveva del miracoloso. Un enorme esemplare di leone, maestoso e fiero, se ne stava beato a farsi abbracciare, come un semplice gatto domestico, da una bambina che a prima vista sembrava illesa. Lei, forse, ignara del pericolo che stava correndo, abbracciava con le sue braccine delicate quella bestia che era tre volte più grande di lei. Affondava il viso in quella massa di peli della criniera. La belva per niente ostile lasciava fare alla bambina quello che voleva, se ne stava immobile a farsi abbracciare. Il gruppo di uomini per loro fortuna era sottovento, rimase a guardare senza saper bene cosa fare. Se l’animale avesse avvertito la loro presenza poteva accadere l’irreparabile. Considerato che la bambina sembrava non correre particolari pericoli immediati, decisero di tornare indietro e andarono a stuzzicare alcune femmine, che, infastidite dalla presenza umana, si avviarono lentamente in direzione del maschio. Poco dopo il leone fiutò la presenza delle femmine e mise fine agli abbracci della bimba. La lasciò da sola nell’erba e si allontanò insieme alle sue donne. Spesso è la paura degli uomini a trasformare gli animali in belve, la natura sa riconoscere l’innocenza e chi non rappresenta un pericolo per la propria vita.
Cinzia Diddi: per la giovane stilista pratese un successo tira l'altro!

Dal Grande Fratello Vip all'Isola dei famosi, un nuovo successo, ci racconta questa avventura?
La sera del 17 aprile si è concluso un bellissimo viaggio, iniziato il 22 gennaio, un programma televisivo che ha intrattenuto, stupito, è stato spesso al centro di varie polemiche e che ho trovato interessante per i messaggi che ha voluto trasmettere... l’unità fra i partecipanti, il sostegno, l’amore per la natura. Sto parlando dell'Isola dei famosi, programma al quale ho partecipato in maniera indiretta poiché ho curato lo stile e l'immagine di un grandissimo personaggio, una bellissima persona, delicata, nobile d'animo, gentile... Giucas Casella.
In un primo momento si è trattato di fare abiti quasi di 'scena', i parametri da seguire erano la comodità, che fossero adatti al clima dell' Honduras.
In un secondo momento ho fatto quello che è il mio lavoro vero e proprio, cioè fare abiti dietro consulenza di immagine.
Curare lo stile del personaggio valorizzandone le caratteristiche.
Sono tante le cose di quest'esperienza che ricordo con piacere, dall'enorme soddisfazione provata nel vestire e rendere “stiloso” Giucas, senza ovviamente snaturarlo, all'amicizia nata con questo favoloso personaggio del mondo dello spettacolo, sia con lui che con il suo assistente Giuseppe, al divertimento e soprattutto alla scoperta di me, poiché anche questa esperienza è servita ad arricchirmi professionalmente.
E' stato l'imparare qualcosa di nuovo su me stessa, il prendere più coscienza e riconfermare le mie capacità professionali che ha contribuito a rendere quest'esperienza davvero speciale: fare abiti e curare lo stile di un personaggio, infatti, non è solo esercitare un' arte è qualcosa di più, qualcosa che ti permette, nell'analizzare il personaggio per valorizzarlo, di capire un po' meglio chi sei. Come mi è capitato al Grande Fratello Vip e poi ancora all'isola dei famosi e in molte altre trasmissioni televisive, red carpet o tour teatrali, l'esperienza in un modo o nell'altro è unica e irripetibile e finisce per lasciare sicuramente
Qualcosa di positivo, che sia una nuova amicizia, un pezzettino sconosciuto di te stesso o addirittura un nuovo sogno... anche questa volta posso esclamare con soddisfazione ... ne è valsa la pena!
Quale stile ha scelto per Giucas Casella?
Mi sono focalizzata su un aspetto estremamente evidente di questo personaggio in questo preciso momento della sua vita e, analizzandolo per creare il suo personale look, l'ho trovato UN UOMO SPIRITUALMENTE IN RINASCITA: il suo essere gioioso e allegro, frizzante e rinnovato, mi ha fatto protendere verso abiti importanti ed eleganti ma dal taglio giovane, con l'utilizzo di colori chiari, dal grigio chiaro al blu elettrico, dal beige al giallo. Ho voluto che l'abito svelasse il suo stato d'animo di questo momento.
Sono una fautrice del fatto che l'abito debba SVELARE e non mascherare, debba in qualche modo raccontare qualcosa di Te.
Figure professionali come la mia hanno l'obbligo di valorizzare, tenendo ben presente questo concetto, poiché ogni abito creato che nasce da una consulenza di immagine debba essere una "seconda pelle", in modo che indossarlo faccia sentire FELICE E A PROPRIO AGIO.
Crede di aver raggiunto lo scopo?
Una cosa la so con certezza!
Ho lavorato con il cuore e la passione, con il grande desiderio di accontentare Giucas.
Madri di guerra

Contateli
Contateli i vostri figli
O madri dolenti!
Guardate i vostri figli morti
Immobili e freddi
Allineati uno dopo l’altro
Come i grani del rosario
Che stringete fra le mani.
Cosa rimane
Dei vostri e dei loro sogni!
Labbra mute che vorrebbero gridare
Ancora canzoni d’amore.
Occhi chiusi su un passato
Troppo breve per essere ricordato.
Oh! Madri dolorose
Guardate quelle mani inermi
Senza più spade o rami d’olivo
O sogni, o lacrime, o attimi di vita
Che vorrebbero inseguire
In un cielo oscuro e lontano
Troppo lontano per le vostre preghiere.
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