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Arte al bar: GIAN LORENZO BERNINI "David"

28 Novembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar

"David" di Gian Lorenzo Bernini e l'omaggio di Walter Fest"David" di Gian Lorenzo Bernini e l'omaggio di Walter Fest

"David" di Gian Lorenzo Bernini e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori della signoradeifiltri, bentornati per questa nuova puntata dedicata all'arte.
A quanto pare, finita la pioggia, ora ci aspetta il freddo e noi passeremo dalle bibite fredde al cioccolato caldo, un po' di dolcezza ci piace, ci fa ritornare bambini, e bambino vuol dire non pensare e non aver paura dei pericoli, vuol dire essere scavezzacolli e, sopratutto, sappiamo che i più giovani non amano dare ascolto ai consigli dei più grandi. Però da giovani molte volte si sbaglia, qualche volta ci si azzecca proprio perché l'audacia giovanile ti porta a rischiare senza riflettere, arrivando dove altri più razionali esitano, chissà, forse per il noto David contro il gigante Golia è stata la stessa cosa.

 

- E allora? (Gianni.)
 

- E allora va a finire che il giovane David ha sconfitto Golia senza la spada ma con una bella sassata, scagliata dalla sua fionda sulla testa del gigante.
 

- Parliamo dei tempi antichi, magari adesso si facessero le guerre con la mazzafionda! (Michele il tappezziere.)
 

- Lo so io quello che ci vorrebbe per risolvere le guerre... una bella partita a scopetta o a briscola! (Don Alfonso.)


- Ma no! Ognuno a casa sua, si lavora, ci si diverte e gli scambi commerciali si fanno in natura senza soldi, io do il petrolio a te e tu dai l'acqua a me, io ti do i pomodori e tu mi dai lo Champagne, io ti faccio fotografare il Colosseo e tu mi dai un po' di grano. (Mimmo il giornalista.)
 

- Ma come? Hai detto senza soldi! (Tonino il tassista.)


- Ma no! il grano che si mangia, eh!... Va bene, allora com'è andata la storia di David con la caramella Golia? (Mimmo.)


- E' finita che Gian Lorenzo Bernini realizzò una bellissima scultura, dove il ragazzo scapigliato è pronto nel lancio della pietra fatale, i suoi muscoli sono tesi ma non impauriti, le guance trattengono il fiato, lo sguardo infuriato non ammette nessuna pausa, è l'azione che sta per avvenire come il gancio improvviso e fulmineo del pugile sul ring. Golia, centrato in pieno, cade a terra come un sacco di patate, il ragazzino ha sconfitto il gigante che adesso non ride più.
 

- Dalla faccia il ragazzo sembra molto incazzato. (Gianni il barista.)
 

- Sì, certo, anche perché Golia lo aveva provocato di brutto, erano 40 giorni che cercava uno sfidante che non si mostrava per paura. Eh già, provateci voi a farvi menare da un colosso tutta forza e violenza, infatti Golia urlava per la vallata la sua prepotenza e, quando gli apparve il giovane David, lo prese in giro ridicolizzandolo senza però fare i conti con il coraggio e la sfrontatezza del ragazzo, che rifiutò spada e corazza per una fionda più leggera, veloce e letale.
La genialità dell'artista è stata nel fatto che non ha cercato di scolpire l'eroe bello e vincente ma ribelle e coraggioso, dinamico e sfrontato.
La statua del David, realizzata fra il 1623 e il 1624 da Gian Lorenzo Bernini, è di marmo ed è alta circa 1.70, è esposta a Roma alla galleria Borghese. 

L'artista aveva solo 25 anni ma già con una grande esperienza alle spalle, napoletano di nascita (Napoli, 7 dicembre 1598 – Roma, 28 novembre 1680) si trasferì giovanissimo a Roma insieme alla famiglia, figlio di Pietro Bernini, uno scultore toscano abbastanza noto, che a Roma fece vivere al giovane, già predisposto all'arte per natura, la vita da cantiere, nel quale collaboravano, lavorando gomito a gomito, pittori, scultori, decoratori e le varie maestranze guidate da architetti, in un perfetto gioco di squadra, dove l'aria che si respirava era quella artistica e artigianale fra estro, tecnica e conoscenza dei materiali utilizzati per la realizzazione di importanti opere d'arte.
Gian Lorenzo Bernini, scultore, pittore, architetto, scenografo, commediografo, urbanista, grazie alla figura del padre entrò rapidamente negli ambienti romani più importanti, dove gli veniva commissionata - a lui, artista alla moda del tempo - una grande mole di lavoro, ricevendone enorme importanza e prestigio. Era un "raccomandato" ma di grande merito e valore, Roma senza di lui non sarebbe stata la stessa e il suo potere artistico nella città eterna cresceva di opera in opera, ma si sa che a volte il grande successo personale genera qualche invidia e gelosia e per il nostro artista arrivò un periodo difficile, perché, con la morte del suo mecenate, i suoi avversari di campo cercarono di metterlo in cattiva luce ma, grazie a Piazza Navona e alla sua fontana dei 4 fiumi, la carriera del grande artista riprese il volo, inoltre provate a pensare a Piazza S.Pietro senza l'abbraccio del colonnato che vuoto avrebbe.
Bernini sessantaseienne, all'apice del successo, si trasferì in Francia, richiesto dal re ma solo per il tempo di presentare dei progetti che non verranno realizzati, pertanto ritornò quasi subito a Roma per l'ultimo giro di giostra, la realizzazione delle 10 statue degli angeli collocate su ponte S.Angelo, un altro grande segno del passaggio di questo straordinario artista nella città di Roma.
Ormai anziano, una paralisi al braccio gli diede il colpo di grazia e, come per la mancanza di voce per un cantante oppure delle gambe per Leo Messi, Bernini, senza la manualità, si sentì perso, mantenendo, nonostante tutto, il suo carattere scherzoso e ironico. Nel 1680 venne sepolto a Roma nella basilica di S.Maria Maggiore, ormai la sua città sarebbe stata realmente eterna anche grazie alle sue opere.

 

- Certo che questo tipo è stato un grande lavoratore, eh! (Michele.)
 

- Beh sì, l'arte era la sua vita e in fondo era l'unica cosa che aveva fatto da sempre sin da bambino, forse non avrebbe saputo fare altro, l'arte aveva segnato il suo destino, nato da un artista, morto come un grande artista.
 

- Io dico che non desiderava fare altro, anzi si divertiva a fare il suo lavoro. (Mimmo.)
 

- Beh, adesso che facciamo? (Tonino.)
 

- Andate anche voi, tutti a lavorare! (Gianni.)
 

- Ci vorrebbe un mecenate. (Mimmo.)
 

- A me basterebbe una bella vincita alla lotteria. (Michele.)
 

Signore e signori del blog che vi fa sognare ad occhi aperti, mentre auguriamo a Michele di trovare il suo mecenate della lotteria, vi salutiamo e vi ringraziamo, torneremo la prossima volta con l'opera di una artista dagli occhi grandi.

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Arte al bar: JACOVITTI "Cocco Bill"

18 Novembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #vignette e illustrazioni

"Cocco Bill" di Jacovitti e l'omaggio di Walter Fest"Cocco Bill" di Jacovitti e l'omaggio di Walter Fest

"Cocco Bill" di Jacovitti e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

 

 

 

"Ho inventato anche delle espressioni similonomatopeiche diverse da quelle delle strisce americane: gulp, sob, sdeng. Per uno schiaffone io metto: Schiaffffon. Oppure: Cazzotttton." 
Benito Jacovitti

 

Bentornati amici lettori, il colore di stagione è il grigio, piove a dirotto, ma per fortuna la natura ci offre una vasta gamma di tonalità rallegranti, amici lettori della signoradeifiltri, mica penserete che vi lasciamo al buio, eh! Oggi voglio farvi divertire e parleremo di un artista che non aveva le phisique du role, è stato per tutta la sua carriera un giocherellone, però artista vero, un istrione della fantasia ma genio della matita. Non appariva come un autentico artista perché, secondo il luogo comune e la credenza popolare, appartenente a quella categoria sottovalutata, quella dei fumettisti - poiché maggiormente apprezzata dai più giovani e lontana dai riflettori delle luci della ribalta artistica - per poi in realtà scoprire che la loro bravura poteva anche essere superiore a quella degli artisti di grido e di fama. Magari le avessero avute alcuni di loro le mani di certi disegnatori di fumetto, ma non solo la mano, come non parlare di quella dote che faceva dei disegnatori di fumetti degli eclettici autori di storie e personaggi che sono rimasti nella memoria degli appassionati di tutto il mondo? 

Un disegnatore di fumetti è tecnicamente un vero artista che, con le proprie opere, ha il "difetto" di farci sognare e divertire, già perché, a quanto pare, bisogna sognare solo quando si è ragazzini, dopo nisba, si entra nel mondo dei grandi, diventa difficile godere della fantasia, e la sua arte diventa simpaticamente nostalgica. 

Lo so, la sto facendo lunga, Giovanna mi guarda, fra un attimo si farà sentire, Gianni ormai è abituato all'arte, per farlo entrare in atmosfera gli ho prestato un Alan Ford, voi non potete vederlo ma dietro la cassa sta ridendo come un matto, ok, signore e signori, oggi parleremo di Jacovitti
 

"Mi costruivo da solo i giocattoli. Con le forbici, l'ago e il filo costruivo dei pupazzi di stoffa. Facevo i trenini, le casette, le automobiline." — Benito Jacovitti

 

Benito Franco Giuseppe Jacovitti, per tutti semplicemente Jacovitti (Termoli, 9 marzo 1923 – Roma, 3 dicembre 1997), uno dei più importanti fumettisti italiani. Attratto sin da bambino dal mondo dei fumetti giocoforza, perché negli anni '30 un ragazzino mica aveva tutto il ben di Dio che hanno le attuali e recenti generazioni, a quei tempi bisognava lavorare di fantasia e il nostro artista era ben dotato sia di ironia sia di un bel tratto di disegno rapido e caratteristico del fumetto.

Da giovane, magro, esile come un grissino, anzi, come una lisca di pesce che sarà la sua firma, ma da artista dell'illustrazione, un Big Jim dell'ironia e della battuta disegnata a matita. 

Ma voi avete mai visto un disegnatore di quella pasta disegnare? Beh, non sapete che vi siete persi, ora, oggi, anno 2018, tutta la magia di un'immagine è in un click, ma ai suoi tempi un fumettista temperava le matite con un temperino, un disegnatore era un fulmine spassoso dal tratto rapido, matita e china, dita sporche di inchiostro e di grafite, una mente creativa che rideva, il fumettista non ride con la bocca ma con la mente dentro il proprio io.

La mente di un disegnatore di fumetti ride per far ridere e sognare i lettori, nel suo caso, grazie a una fantasia che oggi chiameremo demenziale, realizzava quello che allora sembrava impensabile, non vi stupite, sto saltando la sua biografia, Jacovitti è stato un eccezionale interprete della immaginazione e della satira: salami, pettini, chiodi, vermoni, ossa ficcate a terra, piedi con i piedi, salami con i piedi, tutte cose che non c'entravano assolutamente nulla con il fumetto e con le storie dei suoi personaggi, Dio solo sa che infinito elenco di roba inventava il nostro artista, la sua mente gioiosamente ribelle inventava tutta roba stramba con balloon o senza balloon, tutta roba che però faceva ridere. Perché ridere? Ma perché erano cose assurde, quella pazza genialità che stimolava così tanto la fantasia e il divertimento del lettore.

Ma non erano solo queste le cose che facevano impazzire i lettori, ora provate ad immaginare le pagine dei suoi fumetti totalmente diverse nell'impostazione grafica rispetto alla consuetudine, le strisce e le vignette completamente fuori sincro, per usare un termine cinematografico, personaggi e storie che sviluppavano verso l'alto della pagina, figure in primo piano che non ci azzeccavano niente con la classica metodologia fumettistica, ma che erano un grande segnale di originalità, scaturita dalla visione umoristica e geniale di un grande artista.
 

- Mio padre aveva il suo diario (Katia la cassiera del supermercato.)
 

- Il diario Vitt?
 

- Sì, ma non ricorda più dove lo ha messo.
 

- E' normale, lo avrà dimenticato quando è partito soldato ma, sicuramente, se lo sentite ridere di notte è perché se lo sta sognando!
 

Il diario Vitt ebbe un grande successo giovanile per gli studenti fra gli anni '70 e '80 e divenne così popolare da spingere altre case editrici a seguire le sue orme realizzando articoli inavvicinabili nella fantasia ma simili nel concetto. Jacovitti, oltre che lavorare come illustratore, ha lanciato i suoi personaggi in numerose campagne pubblicitarie passate sull'indimenticabile Carosello.
 

- Ora proverò a farvi sognare il Far West con il suo personaggio forse più celebre, Cocco Bill, che esordì il 28 Marzo del 1957 su un supplemento settimanale del giornale "Il Giorno". Era un cowboy strampalato dalla faccia da buono al servizio della giustizia, sempre pronto alla caccia e alla lotta contro i cattivi, in sella al suo cavallo Trottalemme. Cocco Bill non beve whisky ma camomilla, vuole fare il duro in perfetto stile yankee ma è un timidone perché Osusanna ailoviù spasima per lui che invece la ignora, la sua pistola spara come una bacchetta magica e sempre per magia trasforma la violenza del suo selvaggio West in divertimento..."Mondo pistola!"
 

"Qualcuno brontolò perché, per esempio nelle storie western, c'era qualche ammazzamento. Ma sarà violenza quella in cui il morto fa un paio di capriole, entra nella cassa e cammina per il cimitero con mani e piedi che gli escono dai legni?"
 

(Benito Jacovitti, in un'intervista al Corriere della Sera del 22 novembre 1992)
 

- Ahahahahahah... E' Gianni che sta ancora ridendo con Alan Ford fra le mani... - Ahahahah... a questi nun je ne va bene una! (Gianni.)
 

- Oh, ma che si ride delle sventure altrui? (Peppino il pensionato.)
 

- Ma no, pirla! E' solo un fumetto! (Giovanna la Milanese.)


-Ma perché, non ci siamo tutti messi a ridere quando Gianni ha lavato per sbaglio il pavimento con la Coca Cola e friggeva tutto?(Mario il benzinaio.)
 

- Facciamo così, adesso al posto del caffè servo a tutti della camomilla!(Gianni.)
 

- Ma dai, non prendertela, la vita è tutto un fumetto! (Monica la parrucchiera.)
 

Amici lettori della signoradeifiltri, ci dispiace, voi non potete sentirli, stanno tutti ridendo crepapelle, ebbene sì, la vita è tutto un fumetto e andrebbe affrontata con maggiore ironia, e noi cerchiamo, con le nostre chiacchierate artistiche, anche di colorarla. Ora vi ringraziamo e vi salutiamo, vi aspettiamo al prossimo artista, un grande artista, faremo un bel salto nel passato.

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Arte al bar: LUCIANO VENTRONE "Il giorno che afferrai la luce"

8 Novembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura

"Il giorno che afferrai la luce" di Luciano Ventrone e l'omaggio di Walter Fest"Il giorno che afferrai la luce" di Luciano Ventrone e l'omaggio di Walter Fest

"Il giorno che afferrai la luce" di Luciano Ventrone e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Gentilissimi lettori, e così abbiamo messo alle spalle anche il caldo Ottobre, adesso tirate fuori ombrelli e abbigliamento pesante, siamo a Novembre e noi del bar più artistico che ci sia, noi cari amici del blog che vediamo il sole anche sotto zero, proveremo oggi a scaldarci con i colori di un grande artista, un vero maestro dell'iperrealismo, eccomi qua con il mio caffè profumato fra le mani, per parlarvi di Luciano Ventrone. Mi è stato suggerito da Tonino il garagista, me ne parlò con grande entusiasmo e sono sicuro che ora anche voi ne rimarrete affascinati, l'opera che andrò a descrivere sarà Il giorno che afferrai la luce, un olio su tela di lino 90x60 del 1977.

Luciano Ventrone, romano del 1942, nato nel corso degli anni belligeranti nei quali non era facile essere bambini, eppure, a sei anni la casualità di una semplice scatola di colori gli aprì le porte della fantasia, indirizzandolo verso uno sconfinato orizzonte, alleviandogli, per lui solo un  bambino, il distacco dagli affetti più cari e dalle proprie abitudini. Era solo un bambino che veniva da un paese lontano, ma, in quel momento, una scatola di colori era il suo mondo, un nuovo linguaggio più forte dell'uso della parola, una voglia di intensa espressività insita nella natura di ogni artista.

Passano i giorni, i mesi, gli anni, quel bambino diviene un ragazzo che, con passione e tenacia, studia e lavora per essere se stesso, un faticoso lavoro per diventare un bravo artista, l'artista vero che, grazie ad alcune coincidenze che ne guideranno il percorso, ha poi realizzato quello che la sua natura gli aveva donato.

Mi piace pensare a Luciano Ventrone come ad un predestinato ma anche come ad un infaticabile artigiano dell'arte, per nulla genio e sregolatezza ma solo la cura certosina della filosofia del lavoro a fari spenti, deve parlare per lui solo la luce irradiata dalle sue tele di lino.
Ho scelto quest'opera, Il giorno che afferrai la luce perché quella mano mi ha fatto venire in mente un accostamento impossibile; spalancherete gli occhi ma, ve lo giuro, non è colpa mia, mica posso spegnere la fantasia e l'immaginazione con un click, e io la mano di Luciano Ventrone l'ho interpretata proprio così, ebbene sì, in essa ho visto la Creazione di Michelangelo.

 

- Ma sei matto? - Gianni il barista mi dice impietosamente allibito! - E' solo una bella lampadina stretta in una mano, adesso chiamo la neuro!!! 
 

- Amico mio, passami una bomba al cioccolato che ora ti spiego. La vedi quella torsione della mano? Riesci a vedere la delicata carezza a contatto con la rotondità e la trasparenza del vetro della lampadina? E poi la luce... Dio creò la luce, lo so che può sembrarti un accostamento surrealista.
Che cos'era la vita dell'uomo prima della scoperta dell'energia elettrica? Le strade come erano illuminate? La nuova luce cambiò il corso dell'umanità e, nella creazione di Michelangelo dal contatto fra le mani nasce la vita, e io nella mano dipinta di Luciano Ventrone, nelle pieghe della pelle talmente vere da sembrare quasi di toccarle, vedo tutta la calma apparente da vero artigiano al lavoro nell'atto di plasmare il colore vivo, acceso dal nero di fondo che spinge la mano verso l'immensità del cielo blu, riflesso all'orizzonte attraverso la trasparenza vitrea.

Un colore vivo come la nostra esistenza, perfino quel filino nero sotto l'unghia del dito mignolo sa di umanità, ma Luciano Ventrone ha voluto dirci di più, che motivo aveva per ritrarre una semplice mano con una lampadina? Perché l'ha scelta? Dimostrare la sua bravura? Pavoneggiarsi davanti al nostro stupore? No, glielo ho letto nel suo sguardo, nella luce dei suoi occhi che parlano con il cuore aperto senza la presunzione dell'ambizione. Attraverso le sue mani solo arte, un linguaggio per aprire le menti, per non dare fumo agli occhi. Una tecnica sopraffina e perfezionista per mettere in relazione uomo e materia.

L'artista non cerca un confronto con la fotografia ma, con i colori dati ad arte, vuole rappresentare la sua vera essenza, uomo e natura come un tutt'uno per rallentare il ritmo della vita, per farci entrare a fondo nella materia e permetterci di capire il senso di rispetto verso tutto quello che ci circonda, ogni cosa, anche la più piccola, è di inestimabile valore e noi non possiamo essere i dominatori, gli assoluti padroni che, per il solito nostro egoismo, dissipano la propria stessa vita e le sorti del nostro mondo.

Luciano Ventrone riproduce la bellezza per farci vedere quello che troppe volte ci sfugge, la natura ogni tanto ce lo ricorda, noi, scellerati, senza fermarci, rivolti solo agli interessi di predominio, la stiamo distruggendo e, se alziamo gli occhi al cielo - e potessimo farlo con un telescopio potentissimo - non vedremo mai un pianeta come la nostra terra, dobbiamo amarla questa fantastica terra sulla quale ogni cosa è vera poesia.

Nel bar sono rimasti tutti in silenzio, solo il soffio del vapore della macchina del caffè fa ciùfffffff, Gianni, ridendo, me ne porge un altro. -  Walter, prendilo che ti fa bene. Mi guarda serio, forse anche gli altri non hanno capito bene la mia teoria e voi?
 

- Quasi, quasi vi manderei a vivere su Marte, vedo due ragazzi che si tengono per mano, mi fanno segno di "No" con un sorriso d'oro che dice tutto.
 

- Però i colori sono belli, lo vedete che Dio esiste? (Don Alfonso.)


- Io ho da consegnare la posta mica posso andare su Marte! (Sara la postina.)


- E se quel Luciano Ventrone fosse un marziano? (Nando l'elettricista.)
 

- Ma che dici? I marziani mica sono così bravi!!!( Monica la parrucchiera.)


- Ma stavo scherzando, ma vi pare che un giorno andremo su a vivere su Marte?
 

- Chissà? (Dalia.)
 

Anche per oggi è venuto il momento di salutarvi e, per non pensare a come sarebbe la vita su Marte, Gianni, metteresti per noi Yellow submarine dei Beatles ?
 

- Sì, buona idea... pensa se pure questa musica piacesse ai marziani! (Gianni.)


Gianni... sorvoliamo... Amici della signoradeifiltri, noi che coloriamo la nostra vita qui sulla terra salendo su un fantastico sottomarino giallo immersi in un mondo di fantasia, vi aspettiamo al prossimo appuntamento per vedere nuovi colori con un altro grande artista e, statene certi, con lui ci divertiremo.

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Arte al bar: CHRISTO "The floating piers"

2 Novembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar

"The floating piers" di Christo e l'omaggio di Walter Fest"The floating piers" di Christo e l'omaggio di Walter Fest

"The floating piers" di Christo e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

- Gianni, ma quella che sento è Walk on the wild side?
 

-Sì.
 

- Walk, camminare... ma sai che, oltre a essere un bellissimo pezzo musicale, trovo che camminare sia proprio in relazione con la prossima opera?
 

- Perché, quale è?
 

- Aspetta che mi rivolgo anche ai nostri amici lettori del blog culturalmente extraterrestre, signore e signori, oggi andremo sul lago d'Iseo.
 

Gianni ha lo sguardo perplesso, Nando l'elettricista ha spento la luce, Francesca la stilista è scappata di corsa dimenticando su uno sgabello del bar le sue nuove t-shirt, Giovanna, come al suo solito, sbuffa.


- Dai, che ne dici?
 

- Ma di che cosa?
 

- Del lago d'Iseo, l'opera di Christo, cammineremo sull'acqua!
 

- Ma che sei pazzo? Non farti sentire da Giovanna e da don Alfonso!
 

- Ma mica vi porto in chiesa, che hai capito? Si tratta di un'opera d'arte.
 

- E che c'entra camminare sull'acqua?
 

- Vi descriverò un'opera d'arte unica, strepitosa e sensazionale!! The Floating piers, un'opera ideata e progettata dall'artista bulgaro Christo, un lavoro allestito in Italia nell'estate del 2016. Si è trattato di un'istallazione composta da 200.000 cubi di polietilene, tenuta da 200 ancore, e ricoperta da 70.000 mq di tessuto color giallo dalia, per una lunghezza di 3 Km, larga 16 mt, una passerella posta sul lago d'Iseo che ha sfiorato l'immaginario collegando la costa bresciana con l'isola di S.Paolo e Monte Isola.

L'opera è stata visitata da oltre un milione di visitatori, che hanno potuto letteralmente camminare sull'acqua a contatto con una incredibile opera d'arte, il tutto idealmente a rappresentare i quattro elementi naturali, aria, acqua, terra e fuoco... il fuoco inteso come creatività immedesimata nel giallo dalia dell'opera.
Ora vorrei parlarvi un po' della storia di questo artista, ma non saprei da dove cominciare perché la sua vita è follemente intensa e piena di dati, progetti realizzati o ancora in attesa di essere messi in opera in ogni parte del mondo. Di lui sono stati scritti fiumi di parole. La sua è stata definita land art, una espressività svolta in spazi aperti, a contatto con l'umanità intera e con la natura, composta non da una, ma da cento, centomila e ancora più e più persone.

Questo artista bulgaro è uno ma è come se fossero due perché ha sempre lavorato - senza lasciarsi mai come un solo corpo con due anime - insieme alla moglie Jeanne-Claude, entrambi nati lo stesso giorno dello stesso anno, 13 giugno 1935, lui in Bulgaria, lei in Marocco, infatti, nei casi delle tante opere pubbliche i lavori sono stati firmati dalla coppia. Dopo la scomparsa della moglie nel 2009, Christo ha continuato a lavorare come se fossero ancora uniti nell'arte e nella vita.

Le opere installate sono state colossali e gigantesche nelle dimensioni, impossibili da pensare, al limite del visionario ma così tanto vicine all'essere umano da poterle toccare con mano e vederle con gli occhi di un bambino.

- E questa me la chiami arte? (Peppino 'o pensionato.)
 

- Peppino, aspetta, prima di giudicare aspetta che ti parli.
 

Intanto Giovanna la milanese mastica il sigaro cubano spento fra le labbra, poi se lo toglie e... - Uelà, c'ero pure io negli anni '70 a vedere a Roma Porta Pinciana tutta incartata da questo artista pazzoide, e vi dico che proprio non la capisco stà cagat...
 

- Aaaahhhhh, dai Giovanna, l'arte ha sempre bisogno di nuove forme espressive e se invece l'artista con The floating piers avesse voluto tracciare un nuovo percorso diretto verso un futuro nel quale l'arte non ha limiti e confini? Riflettiamoci, potrebbe essere una buona chiave di lettura, io dico che, da un lato Christo è geniale, sotto un altro punto di vista comprensibilmente può lasciare alcuni interrogativi. Se l'arte è una emanazione della natura e quindi scaturisce dalla fantasia, dalla gestualità e dal talento dell'artista, allora è arte, se l'arte è un linguaggio regolato anche dal buon gusto allora è arte, se arte vuol dire libertà di espressione, allora questa opera lunga quattro Km, di colore giallo dalia, è arte

Il rovescio della medaglia per un artista è il rischio che, di fronte ad un'opera simile, non ne venga capito il significato o non si trovi il consenso da parte del pubblico, questo rischio è molto alto ma un grande numero di persone, nell'estate del 2016, ha camminato fra gioia e curiosità su questa pazza linea giallo dalia, sapendo di aver respirato il fascino dell'arte e di essere entrati nella storia. Qualcuno potrebbe definirlo uno show mascherato da opera d'arte, secondo me in fondo è solo un'opera d'arte.
 

- Giallo dalia... Oh, come me! Che onore! (Dalia.)
 

- Beh, sì, un colore particolare che rendeva tutto il paesaggio molto spettacolare.
 

- Ecco, lo vedi che quello ha voluto fare uno show? ( Paolo l'assicuratore.)

 
- Però, se ci pensi bene, ora stiamo vivendo nel periodo storico dove tutto è look, immagine, tutto è condivisione social, questa appunto la possiamo considerare una grande opera "social".

 

- La teoria della tua filosofia? Arte per tutti?
 

- Sì, credo proprio di sì, oltre un milione di persone hanno toccato con mano The floating piers, senza poi considerare coloro che non hanno potuto recarsi sul lago d'Iseo e hanno fatto salire il numero delle persone che si sono interessate all'evento, quindi un altissimo numero di persone in tutto il mondo sono state coinvolte in una azione artistica, ricevendo in cambio la conferma, la certezza che l'arte esiste anche in altre forme e può essere bella, può far bene al nostro animo e non bisogna per forza recarsi in un museo oppure in una galleria, sopratutto non bisogna essere esperti o collezionisti, studiosi o addetti ai lavori, anzi, più siete profani e più sarete in grado di godervi un'opera perché liberi da condizionamenti, sarete naturali e spontanei nel giudizio e poi, in ultima analisi, l'arte può essere dovunque, anche qui, nel nostro bar come il bonsai, il nostro wish tree pieno di desideri, l'arte può essere quella di strada, arte può essere i colori dell'arcobaleno, tutti abbiamo bisogno dell'arte. Non serve fare distinzioni fra un linguaggio e un altro, fra una tecnica e un'altra, l'arte va goduta, vissuta.

Senza dubbio qualcuno preferisce l'arte che possa essere compresa razionalmente a prima vista, oppure che abbia basi classiche, storiche, consolidate, ci può stare, ognuno è libero di interpretare a proprio modo, ma rimane il fatto che qualsiasi forma espressiva fa bene allo spirito ed è un bene per tutta l'umanità, anche se non sapete quando è nato Picasso, oppure dove ha vissuto Mondrian, non importa, ammirate qualsiasi opera d'arte con interesse e dopo di sicuro vi sentirete migliori.
 

- Io vedo questa striscia giallo dalia e penso a prosciutto e melone (Saverio il gommista.)
 

- A me ricorda il colore dei capelli che si è fatta per sbaglio mia nonna (Roberta la scrittrice.)
 

- Qualcuno ha visto dove ho lasciato le mie t-shirt? (Francesca.)
 

- Sì, Gianni le ha prestate a Paolo e Diego per metterle sui manichini che avevano freddo (Peppino.)
 

- Non ci posso credere!
 

- Ma no, scherzavo... eccole là...
 

- Ma dopo, con questa, come la chiami tu, opera d'arte, che ci hanno fatto? E' rimasta sul lago? (Peppino.)
 

- No, è stata smontata e poi riciclata.
 

- Peccato, poteva essere utile (Peppino.)


- Sì, ma con il tempo si sarebbe usurata e avrebbe perso il senso originario, la cosa migliore è stata che milioni di persone conserveranno nella loro memoria un incredibile ricordo colorato che li ha fatti passeggiare nel macrocosmo con la fantasia, e poi, dopo la realizzazione di The floating piers ora la gente sa che c'è arte anche fuori dai musei e dai libri di storia, l'arte può essere passato, presente e futuro e può essere disponibile per tutti.
 

- Allora arte per tutti?
 

- Sì, certo.
 

- Bello quell'ombrellone a forma di nuvola.
 

- L'ho pensato così per farvi toccare il cielo con un dito.


- E' di qualcuno la macchina rossa con le sfumature arancioni, il tettino giallo e i copertoni bianchi in doppia fila?
 

- Eccomi, vengo subito... amici lettori della signoradeifiltri... me ne ero dimenticato... vado a spostarla ma ritornerò... Di chi parleremo la prossima volta? Per la gioia di Nando l'elettricista vi farò luce con una lampadina speciale...

"Io, Christo, faccio e distruggo opere milionarie ma non cercate simboli: godetevi il paesaggio."

Christo

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Arte al bar: DAVID HOCKNEY "A bigger interior with blue terrace and garden"

29 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura

"A bigger interior with blue terrace and garden" di David Hockney e l'omaggio di Walter Fest"A bigger interior with blue terrace and garden" di David Hockney e l'omaggio di Walter Fest

"A bigger interior with blue terrace and garden" di David Hockney e l'omaggio di Walter Fest

 

 


Amici lettori del blog dove la luce della cultura è sempre accesa, tenetevi forte, oggi parleremo di arte, ma voglio ancora fare uno strappo alla regola, descriverò un'opera artistica ma, davanti a quell'opera, metterò un giovane anziano, che c'è di strano? Vi sembra tutto un po' confusionario? In questo caso considererò opera d'arte l'artista stesso che l'ha realizzata, e sapete perché lo faccio? Per darvi un esempio, un buon esempio, lo faccio per tutti quegli anziani che sono avviliti, vinti dalla vita, le spalle curve, lo sguardo spento, qualcuno spinto su una sedia a rotelle da chi parla un'altra lingua, stanchi e desiderosi ormai di percorrere alla svelta quel viale del tramonto, l'ultimo per tutti loro. E... se, invece, il tramonto potesse essere più colorato, più vivace, più allegro?

Ecco, signore e signori, sto per presentarvi David Hockney, un giovane di 81 anni, mi piaceva il suo sorriso, il suo sguardo mica arreso, chissà che stava pensando in quel momento, con la sua opera alle spalle, di fronte alla macchinetta fotografica del fotografo: "Ehi,  sbrigati, devo andare a prendere un dolcetto al rinfresco, ragazzo, ma tu non hai la gola secca?"... Sì, credo che questo fosse proprio quello che stava pensando in posa di fronte al fotografo.
Voi direte che non tutti hanno la sua fortuna e lo stesso destino, ora non voglio parlarvi di quello che gli ha riservato la sua lunga vita, David Hockney è un artista britannico del 1937, da sempre, sin da ragazzino, pittore, disegnatore, illustratore, incisore, fotografo, scenografo e chissà quale altra tecnica e linguaggio espressivo ha sperimentato... Fermi tutti... ha anche disegnato con l' i-phone e l'i-pad... e, anche se per lui il tempo è passato - a causa dell'età cala la vista, i movimenti rallentano, la forza si affievolisce, l'udito si "attappa", l'equilibrio statico è provvisorio - per lui, questo giovane di 81 anni dall'eterno sorriso, non si è mai esaurita l'energia vitale.

Ecco, io considero David Hockney una vera opera d'arte della natura, il nostro giovane anziano è ancora curioso, entusiasta, cammina reggendosi con un bastone, lo stesso per tutti quelli della sua età, eppure, quando inizia a lavorare, lo molla a terra e con la fantasia inizia a volare. Non so se lo avete notato, ma per tutti gli artisti che finora vi ho descritto, questa è una caratteristica analoga, e allora perché non dimenticare per un momento gli acciacchi e divertirsi con l'immaginazione? David Hockney è oltre 60 anni che lo fa, anzi di più, ora è come lo vedete, sicuramente penserete ad un vecchio signore arzillo, direte perché ancora non si sia stancato di fare le stesse cose? Ma no, avete capito male, lui non fa mai le stesse cose, le vive sempre e solamente in una maniera diversa. Ogni volta che si è tuffato, per farvi un esempio, nelle sue famose piscine (ha realizzato molte opere con protagonista la piscina e la trasparenza dell'acqua) tutte quelle volte sott'acqua vedeva qualcosa di nuovo, anzi, lo cercava con tutta la forza della sua fantasia. Fatelo anche voi, non abbiate paura, tuffatevi nell'armonia della sua arte, potrete vedere i suoi colori, ridere, gioire, sentirvi finalmente felici. Certo che la realtà è un'altra cosa, ma i colori della fantasia sono veri, naturali, guardatevi intorno, i rossi dei fiori, il blu del cielo, il verde dei prati, dovete solo mollare la tristezza dentro di voi, la rabbia, l'egoismo umano che ci siamo costruiti, sconfitta dopo sconfitta. David Hockney non è un eterno ragazzino, è un artista vero, ma la sua visione della vita potrebbe essere uguale alla nostra, la felicità di fronte all'allegria di un colore luminoso è uguale alla nostra, una forma infantile ci riporta indietro nel tempo, tutti allo stesso modo, a quando eravamo bambini, ed è incontrovertibile che tutti lo siamo stati. Sembra  un po' irrealizzabile vero?
Ora lasciatemi saltare la sua biografia, fin dai suoi inizi sarebbe una interminabile storia di successi e di lavori realizzati con le tecniche più svariate, vi citerò solo in breve chi è David Hockney.
E' nato a Bradford, in Inghilterra, il 9 luglio 1937. In un piccolo museo della sua città, il ragazzino ha mosso i primi passi nel mondo dei colori, poi, una riproduzione di un opera di Cezanne, una di quelle stampe che sanno di antico ma che per lui appariva come la cosa più bella del mondo, gli confermò il suo amore per l'arte, sapeva già quale sarebbe stato il suo destino, l'essere un artista di professione. Poi arrivò la conoscenza dei pittori italiani, insieme a tutta l'arte del resto del mondo, poi la scuola d'arte, poi la Royal college of art. Crescendo, la sicurezza dei propri mezzi, insieme alla sua passione, lo rendono un ribelle, un po' pazzo, quasi eccentrico, da disegnarsi un suo personale diploma al posto della classica tesi scritta, ma come avrebbe potuto fermare la tempesta creativa dentro di lui?

 

- Uelà, scrittore mezza cartuccia, ma ti sei accorto che stai facendo un monologo?
 

- Giovanna, hai ragione, sai, mi sono fatto prendere la mano, è proprio una persona fantastica, ma tu che ne pensi di questo vecchietto?
 

- Per me assomiglia al nonno di Patrizio, e poi ha lo sguardo vispo come qualcuno che ha appena rubato la cioccolata dalla dispensa.
 

- Io credo che la sua cioccolata siano i suoi colori, ci si tufferebbe a pesce... E invece, Mimmo, tu che ne pensi?
 

- Gli piace la musica, la samba e adora il Brasile!
 

- Mimmo, non credo che gli piaccia ballare, ma sicuramente prende ispirazione anche dalla musica, c'è un grande ritmo nelle sue opere.
 

- Sì, non è noioso (Mario il benzinaio.)
 

- Mario, per rimanere nel tuo campo, una volta ha decorato a modo suo una Bmw, rendendola fantastica, un giorno le auto saranno tutte più "colorate", stop alle solite auto uniformate.
 

David Hockney ha sperimentato moltissimo, sono famosi i suoi collage di polaroid, in quei montaggi c'è estro e voglia di divertirsi, e poi per lui, nato negli anni '30, ora, ritrovandosi nel pieno di una rivoluzione tecnologica, è una gioia infinita sperimentare le possibilità che offrono le innovazioni. L'artista, talmente curioso e giovane di spirito, non ha neanche paura dei pareri negativi di certi addetti ai lavori che vedono il progresso digitale come un ostacolo al modo tradizionale di fare arte, niente lavoro in studio, tavolozza, cavalletto, pennelli. David Hockney sa benissimo che l'arte, anche se realizzata con qualsiasi altro strumento alternativo e ipertecnologico, sopravvivrà sempre, anzi, per paradosso, l'arte sarà ancora il filo indistruttibile e indissolubile che ci terrà legati alla vera essenza della natura umana.
 

- Vorrei tanto essere un giocherellone come lui (Michele il tappezziere.)
 

- Certo che puoi, inizia a cambiare il colore della tua camicia.
 

- E poi?
 

- Guarda, Michele, se adesso offri il gelato a tutto il bar, ci mettiamo tutti a ballare la samba, Gianni, nel tuo juke box la abbiamo? (Dalia.)
 

- Sì, certo.


- Amici lettori, è veramente così, nei colori e nelle forme di David Hockney noi avvertiamo il sound della samba e, come la musica, la sua arte ci regalerà allegria. E' così che vuole essere il nostro artista britannico, che ora vive a Los Angeles perché gli piace il clima ed il cinema, lui vuole vivere nella gioia generata dalla fantasia... Non è un buon esempio? Se volete ballare con noi, forza, amici lettori, fatevi trasportare dalle note e dai colori, io resto ancora un po' a vedere il suo volto sorridente di fronte a quest'opera dal formato atipico. E' un esagonale esposto al Pompidou centre, "A bigger interior with blue terrace and garden".

Pensate, si tratta di un'opera del 2017, un acrilico su tela. Mi farò travolgere dalla luce di quei colori, rosa e fucsia per le pareti di fondo, verde rigoglioso del giardino, la passerella a toghe blu della terrazza a porticato sopra la piscina dal bordo giallo, immaginerò di affacciarmi da una di quelle finestre arancioni, lo guarderò mentre voi sognate Brasileiro, poi camminerò verso di lui e, come in un cartoon, prenderei per mano David Hockney per portarlo in giro per Roma in sella alla mia Vespa, ma di sicuro lui mi direbbe: "Walter, ma prima non possiamo mangiare anche noi un gelato?"... Goodbye, amici, ci rivediamo al prossimo artista e, a sorpresa, sarà ancora fantasia come non la vedevate da molti anni.


"È proprio il processo di guardare qualcosa che lo rende bello."
David Hockney

 

 

My friends,  readers of the blog where the light of culture is always on, hold on, today we will talk about art, but I still want to make an exception to the rule, I will describe an artistic work but, in front of that work, I will put a young elder, what is it that is strange? Does everything seem a little confusing? In this case, I will consider the artist who created it to be a work of art, and do you know why I do it? To give you an example, a good example, I do it for all those elderly who are dejected, overcome by life, their shoulders turned, their eyes off, someone pushed in a wheelchair by those who speak another language, tired and eager now to quickly walk that avenue of sunset, the last for all of them. And ... if, instead, the sunset could be more colorful, more lively, more cheerful?

Here, ladies and gentlemen, I'm about to introduce you to David Hockney, a young man of 81, I liked his smile, his look not yet surrendered. Who knows what  he was thinking at that moment, with his work behind him, in front of the camera of the photographer: "Hey, hurry up, I have to go and get some sweets at the reception, boy, but you do not have a dry throat?" ... Yes, I think this was just what he was thinking while posing in front of the photographer.

You will say that not everyone has his fortune and destiny, now I do not want to talk about what his long life has reserved for him, David Hockney is a British artist of 1937, since he was a child, he was painter, illustrator, engraver, photographer, scenographer and who knows what other technique and expressive language he has experimented ... He has also designed with i-phone and i-pad ... and, even if for him the time has passed - because of the age the sight falls, the movements slow down, the strength fades, the hearing "attappa", the static balance is temporary - for him, this 81-year-old boy with an eternal smile, the vital energy has never been exhausted.

Here, I consider David Hockney a true work of art of nature, our young elder is still curious, enthusiastic, walks holding a stick, the same for all those of his age, yet, when he starts working, he leaves it and, with the imagination, he starts flying. I do not know if you have noticed, but for all the artists I have described so far, this is a similar feature, so, why not forget for a moment the ailments and have fun with the imagination? David Hockney has done this for over 60 years, even more, now he is how you see him, surely you will ask why he has not got tired of doing the same things? But no, you misunderstand, he never does the same things, he always makes them in a different way. Every time he dived, to give you an example, in his famous pools (he made many works with the swimming pool and the transparency of the water) all those times underwater he saw something new, indeed, he was looking for it with all the strength of his imagination.

Do the same,  do not be afraid, dive into the harmony of his art, you can see his colours, you can laugh, rejoice, finally feel happy. Of course reality is something else, but the colours of fantasy are real, natural. Look around you, the red of flowers, the blue of the sky, the green of the meadows, you just have to give up the sadness inside you, the anger, the human egoism that we build, defeat after defeat. David Hockney is not an eternal boy, he is a true artist, but his vision of life could be the same as ours, happiness in the face of the joy of a luminous colour is the same as ours, a childish form takes us back in time, all the same, when we were children, and it is incontrovertible that we all were. It seems a bit unrealizable, right?

Now let me skip his biography, since its beginnings would be an endless history of successes and works made with the most varied techniques, I will mention only shortly who David Hockney is.

He was born in Bradford, England, July 9, 1937. In a small museum of his city, the boy took his first steps in the world of colours, then a reproduction of a work by Cezanne, one of those prints that smell of ancient, but for him it seemed like the most beautiful thing in the world, confirmed his love for art, he already knew what would have been his destiny, being an artist by profession. Then came the knowledge of Italian painters, along with all the art of the rest of the world, then the art school, then the Royal college of art. Growing up, his talent and passion make him a rebel, a bit crazy, almost eccentric, to draw his own diploma in place of the classic written thesis, but how could he stop the creative storm inside him ?

 

- Uela, writer, have you noticed that you're doing a monologue?

 

- Giovanna, you're right, you know, I got carried away, it's just a fantastic person, but what do you think of this old man?

 

- For me it looks like Patrick's grandfather, and he has a lively look, like someone who has just stolen the chocolate from the pantry.

 

- I believe that his chocolate are his colours, we would dive into them... And you, Mimmo, what do you think?

 

- He likes music, samba and loves Brazil!

 

- Mimmo, I do not think he likes to dance, but he certainly takes inspiration from music too, there is a great rhythm in his works.

 

- Yes, he's not boring (Mario who works at the gas station.)

 

- Mario, to remain in your field, once he decorated in his own way a Bmw, making it fantastic, one day the cars will all be more "coloured", enough  with the usual uniformity of cars.

David Hockney has experimented a lot, his collages of Polaroids are famous, in them there is inspiration and desire to have fun, and then for him, born in the '30s, now, finding himself in the middle of a technological revolution, it is an infinite joy to experience the possibilities that innovations offer. The artist, so curious and young in spirit, is not even afraid of the negative opinions of certain critics who see digital progress as an obstacle to the traditional way of doing art, no work in the studio, palette, easel, brushes. David Hockney knows very well that art, even if made with any other alternative and hypertechnological instrument, will always survive, indeed, paradoxically, art will still be the indestructible and indissoluble thread that will keep us linked to the true essence of human nature.

 

- I would love to be cheerful like him (Michele the upholsterer.)

 

 

- Of course you can, start changing the colour of your shirt.

 

- And then?

 

- Look, Michele, if you now offer ice cream to the whole bar, we all go to dance the samba. Gianni, do we have it in your juke box? (Dahlia.)

 

- Yes, sure.

 

- My friend readers, it is really like that, in the colours and forms of David Hockney we feel the sound of the samba and, like music, his art will give us joy. That's how he wants to be, our British artist, who now lives in Los Angeles because he likes the climate and the cinema, he wants to live in the joy generated by fantasy ... Is not that a good example? If you want to dance with us, come on, readers, let yourself be carried away by the notes and the colours, I will stay a little longer to see his smiling face in front of this atypical work. It is a hexagonal exhibited at Pompidou center, "A bigger interior with blue terrace and garden".

Think, this is a work of 2017, an acrylic on canvas. I will be overwhelmed by the light of those colours, pink and fuchsia for the back walls, lush green of the garden, the blue-toghe walkway of the porch terrace above the yellow-rimmed pool, I will imagine to look out from one of those orange windows, I will look at you while you dream of Brasileiro, then I will walk towards him and, like a cartoon, I would take David Hockney by the hand to carry him around Rome, riding my Vespa, but for sure he would tell me: "Walter, but cannot we eat an ice cream first? "... Goodbye, friends, we'll meet again at the next artist and, surprisingly, it will still be a fantasy, as you have not seen it for many years.

 

 

"It is precisely the process of looking at something that makes it beautiful."

David Hockney

Arte al bar: DAVID HOCKNEY "A bigger interior with blue terrace and garden"
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Arte al bar: YOKO ONO "Wish tree"

24 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #arte al bar, #arte, #walter fest, #pittura

"Wish tree" di YOKO ONO e l'omaggio di Walter Fest"Wish tree" di YOKO ONO e l'omaggio di Walter Fest

"Wish tree" di YOKO ONO e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

 

- Ciao, Walter.
 

- Buongiorno a tutti.
 

- Ma quello è un bonsai?
 

- Sì, Gianni
 

- E che ci fai?
 

- Che dici, sta bene vicino al flipper?
 

- Sì, non male, ma perché lo hai portato qui?
 

- Ora ti spiego.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi, come avrete capito, il nostro appuntamento artistico sarà diverso dagli altri. Questo, come potete vedere con la fantasia, è un bonsai, una piccola pianta, avrei voluto portarne uno più grande, ma mettiamola così, consideriamola una azione artistica simbolica, vi parlerò di Yoko Ono, ma di lei, non per quello che pensate voi, parleremo di Yoko Ono artista e di una sua iniziativa molto speciale.
 

- Una volta io l'ho pure portata sul taxi (Tonino il tassista.)
 

- Ma sei sicuro che fosse lei?
 

- Come no, starà ancora a ridere perché per tutto il viaggio abbiamo cantato insieme gli stornelli romaneschi.
 

 -Non ci posso credere, lei che ha cantato in macchina insieme a te.
 

- Sì, e pure in giapponese!
 

- C'è qualcosa che non quadra.

Yoko Ono è una artista giapponese (Tokio 18 Febbraio 1933), artista poliedrica, disegnatrice, visual artist, performer, musicista, regista. Dopo la guerra, insieme alla sua famiglia, si trasferì negli USA ed è lì che, immediata, nacque la sua passione per pittura, musica e per ogni altra forma artistica moderna e innovativa. Negli anni '60 aderì al movimento Fluxus. Come per la stragrande maggior parte degli artisti, nel suo caso la sperimentazione di nuovi linguaggi divenne il suo impegno costante e appassionato nel mondo dell'arte. Arte concettuale, live performance, cinema alternativo, aveva molto coraggio, estro e una forza di volontà che la portava a rischiare, realizzando opere che sarebbero potute non venire apprezzate oppure rifiutate, ma è proprio questa la potenza dell'arte, non è mai esistito un artista che non abbia tentato nuovi percorsi in contro tendenza con la consuetudine e con le opinioni dei critici. Yoko Ono, durante tutta la sua carriera artistica, non si è mai risparmiata, lavorando a volte a fari spenti e venendo considerata a torto o a ragione "la più famosa artista sconosciuta: tutti conoscono il suo nome, ma nessuno sa cosa fa".
Ma, a mio avviso, forse il miglior apprezzamento che abbia potuto ricevere è stato questo, in occasione della proposta di laurea in belle arti alla Bard College nel 2002:

 

"Yoko Ono deve essere ringraziata per le opere che ha fatto, e celebrata per ciò che è venuta a rappresentare, nella storia dei media e in tutto il mondo: coraggio, elasticità, tenacia, indipendenza e soprattutto immaginazione e fiducia nel fatto che la pace e l'amore rimangono la via verso un futuro dell'umanità più luminoso e diverso."
Scott MacDonald

 

In questa affermazione le due parole "pace" e "amore" sono valori universalmente riconosciuti ma che quotidianamente vengono ignorati, in essi c'è tutta la filosofia dell'artista Giapponese. Yoko Ono, attraverso la sua creatività, si è da sempre attivamente prodigata in favore del pacifismo e del rispetto dei diritti umani.
 

"Sono sempre dentro di me ed ascolto cosa mi viene in mente. Sono come un condotto di un messaggio, che passa attraverso di me. Mi interesso a tutto, ugualmente, ogni giorno. Sono innamorata della vita, del mondo, in ogni istante".
Yoko Ono

 

- Certo che di acqua sotto i ponti deve averne vista tanta (Mario il benzinaio.)
 

- Sì, Mario, possiamo comunque dire che gli artisti, solitamente, hanno il vantaggio di non invecchiare mai, in cambio di questa prerogativa, lavorano e creano emozioni fino all'ultimo dei loro giorni a favore di tutta l'umanità.
 

- Insomma, adesso con questo bonsai che ci facciamo? (Dalia.)
 

- Ci facciamo una bella cosa, ma prima devo spiegarvi che ha combinato la nostra artista giapponese. Dal 1981 circa, Yoko Ono ha iniziato una serie di installazioni artistiche, consistenti nel mettere in mostra, in varie occasioni e in varie parti del mondo, degli alberi che, per colore e sintonia, si intonassero con l'ambiente ove collocati, gli spettatori venivano invitati a inserire fra rami e foglie, scritto su un pezzo di carta, un personale desiderio.
Queste sono le istruzioni su una wish piece del 1996:

 

"Esprimi un desiderio. Scrivilo su un foglio di carta. Piegalo e legalo intorno a un ramo di un albero dei desideri. Chiedi ai tuoi amici di fare lo stesso. Continua a desiderare. Fino a quando i rami sono coperti di desideri".
 

Nel rispetto della privacy di tutta la gente coinvolta, Yoko Ono non ha mai letto i desideri ma, al termine di ogni evento, ha raccolto tutti i desideri, per il momento oltre il milione, ponendoli alla base della "Imagine Peace Tower" sull'isola di Viðey nella baia di Kollafjörður in Islanda.
 

- Secondo me è un idea molto importante perché è una costante e irrefrenabile ricerca della pace, quello che più di ogni cosa ha bisogno il mondo.
 

- Adesso che ci penso, sai che una cosa del genere l'ho vista pochi anni fa dentro la stazione ferroviaria? Avevano messo un grande albero di Natale in mezzo al salone di transito dei passeggeri, prima di entrare ai binari, e tutta la gente che passava attaccava un fogliettino con un pensierino. (Dalia.)
 

- Vedi come il desiderio di qualcosa di veramente e profondamente umano può essere contagioso e imitabile? Yoko Ono forse non è stata la prima ma, grazie al suo impegno artistico, tutto il mondo sa che la pace si può immaginare e, se la si può immaginare, sarà anche possibile un giorno vederla arrivare. I nostri desideri, che vanno da cose semplici ad altre magari più fantasiose e anche irrealizzabili, sono comunque, in sintesi, semplicemente richieste di pace interiore, una pace inoltre estesa a tutto quello che ci circonda, se c'è pace nell'aria tutto gira bene e ogni problema si risolve. Ma adesso, per valutare l'importanza di questi "wish tree" proviamo a pensare a una cosa, ad esempio, come nel caso della stazione ferroviaria di Roma, proviamo a pensare a una moltiplicazione di iniziative di questo genere in tutto il mondo, proviamo a pensare a milioni di desideri sparsi per il globo, proviamo a pensare a una enorme diffusione di energia positiva che regala sorrisi a tutti, il sorriso è contagioso, se vedi qualcuno ridere non puoi farne a meno di farlo anche te ed è un qualcosa che ti fa stare bene, proviamo a pensare che tutti questi desideri riuniti diventino una forza formidabile che si allarga, supera confini e scioglie i cuori duri. Ci vorrà il tempo, oh, sì, ma, se noi tutti la immaginiamo, prima o poi arriverà. Questo è il messaggio che, attraverso la sua arte, Yoko Ono, in tutte le sue performance artistiche, mette in mostra per tutti noi.
 

- Senti, io vorrei che la Roma vincesse lo scudetto... Che faccio lo scrivo? (Gianni.)
 

- E dopo facciamo una grande festa?(Peppino o' pensionato.)
 

- Io scriverei una nuova canzone (Mimmo il musicista.)


- Boni, boni... io ho 60 anni e vorrei solo la salute (Dario.)
 

- E se finalmente tutto si aggiustasse? (Patrizia. )
 

- Pure il rubinetto che goccia? (Umberto.)
 

- Piano piano che arrivi un po' di serenità e che la mia via di Camerino torni ad essere popolata (Lorella.)
 

- Io finalmente innamorato della persona giusta (Giuseppe.) 
 

- A me basterebbero salute e serenità (Fabiola.)

 

- Mi dispiace per voi... io una vincita al superenalotto! (Alida.)
 

- Facciamo così... ora lasciamo il bonsai vicino al flipper, voi prendete un pezzo di carta, desiderate quello che volete e poi inseritelo fra i rami del piccolo albero. Anche voi lettori della signoradeifiltri, desiderate quello che preferite e, se avete dubbi, fatevi consigliare dal cuore che non sbaglia mai. Vi lascio con questo compito e vi aspetto al prossimo artista, anticipo che vi farò navigare ancora in un mare di colori e di fantasia, un giovane vecchio vi sorprenderà.

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Arte al bar: VIVIAN MAIER "Chicago Agosto 1975"

17 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #fotografia

"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest

"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest

 

 

Benvenuti, amici lettori della signoradeifiltri, benvenuti a questo nostro nuovo appuntamento artistico.
 

- Ciao, Walter, posso lasciarti un po' di pappa per i gatti di Bice e Alice?
 

- Sì, puoi darla a Gianni, che poi ci pensa lui.
 

- Gianni, che musica ci fai ascoltare questa mattina?
 

- Di che parliamo?
 

- Di una storia che ha dell'incredibile, con un finale a sorpresa.
 

- Santana troppo rock, Miles Davis troppo jazz, Duke Ellington troppo swing... Joni Mitchell dovrebbe andare bene.
 

- Ok, è andata!
 

Oggi, con il sottofondo di Joni Mitchell, apriamo la nostra pagina del blog on the road con un immagine a noi familiare, intendo dire, una foto scattata in un centro città. Ci troviamo a Chicago, una scena come tutti i giorni simile alle nostre, gente che va e gente che viene, gente che va di corsa, il cuore della città che pulsa di passioni, un universo di anime che, lungo la strada di asfalto, incrocia ogni giorno il proprio destino.
 

- Ma che sei stato in America? (Michele il tappezziere.)
 

- No, Michele, questa foto l'ha scattata Vivian Maier a Chicago nel 1975.
 

- Ah! E dove l'hai trovata?
 

- Tempo fa lessi per caso un articolo di giornale dedicato a una fotografa americana e ne rimasi molto colpito, il suo nome era Vivian Maier. Una vera artista, ma lei non lo sapeva e non lo sapeva nessun altro perché non aveva mai esposto in nessuna mostra, o pubblicato su giornali e magazine le sue splendide fotografie, rimaste, per la maggior parte, ancora nei rullini, con la pellicola impressionata, con i tanti negativi chiusi nelle bustine di carta, il tutto inscatolato al buio fra le ragnatele di un box preso in affitto. 

Finché, per una fortuita coincidenza, John Maloof, un giovane americano, ne venne in possesso, rimanendone così positivamente sorpreso da iniziare, con appassionata determinazione, una ricerca sulla vita di Vivian Maier. Riportò alla luce tutto il materiale prodotto dalla fotografa che, scoprì con grande stupore, non essere stato realizzato da una professionista. Finalmente era giunto il momento, anche se tardivo, di venire riconosciuta come una grande artista. Maloof operò un grande lavoro di recupero, di archiviazione e catalogazione di tutto il materiale, nonché rivalutazione della figura di Vivian Maier come artista autentica.
 

-E' stata una bella botta di fortuna, eh! (Mimmo il giornalista.)
 

- Sì, Mimmo, credo proprio di sì, probabilmente quegli scatoloni, in mani diverse, sarebbero finiti al macero oppure dimenticati o sparpagliati chissà dove.
 

- Ma perché questa donna non ha mai provato a metterle in mostra? (Peppino o' pensionato.)


- Peppino, quella donna lavorava come baby sitter, aveva una personalità mite e riservata, e poi tu come dici sempre?
 

- Ce  manca sempre n'soldo pe fa na lira... (Peppino.)
 

- Chi cjà er pane nun cjà li denti... (Gianni.)
 

- Bravissimi, è proprio così, questi vecchi detti sono appropriati, Vivian Maier aveva il talento ma le mancavano quei piccoli dettagli che l'avrebbero fatta emergere.
 

- Ma proprio non avete capito niente!! (Giovanna la Milanese.)
 

- Perché?
 

- Ma è chiaro, siete proprio dei pirla!... E' diventata famosa perché l'hanno scoperta dopo morta, quando era viva, se si fosse presentata a un giornale oppure a una galleria, sapete quante porte in faccia le avrebbero sbattuto?... Quel tizio è stato bravo ma anche svelto a inventarsi lo scoop, quando lei non c'era più! 
 

- Mhh... Giovanna, non abbiamo la controprova, ma le possibilità che tu abbia ragione sono alte, di sicuro, grazie al giovane indagatore, la bravura e la genialità dell'artista sono emerse e ora sono un tesoro prezioso per tutti.

Fra le strade di grandi città negli anni '50 e '60, con la sua Rolleiflex al collo, alternandola alla reflex e alla Leika, gli scatti di Vivian Maier erano opere di street art dedicata a scene e personaggi di vita quotidiana, praticamente viveva per la fotografia, nel bagno di casa aveva perfino improvvisato una camera oscura, dove sviluppava i negativi e stampava le copie, era una grande artista ma lei non lo sapeva, con la sua fotocamera stretta fra le mani apriva un dialogo poetico di immagini senza bisogno di parlare, lei, emozionata nelle emozioni, sapeva nel profondo del suo essere che il suo talento era vero; e, inoltre, bisogna anche dire che le macchinette fotografiche dell'epoca mica erano digitali con l'autofocus, sofisticate e facili da usare eh! Quindi univa al talento anche un'ottima capacità tecnica.
Vivian Maier si sentiva in simbiosi, un tutt'uno con l'apparecchiatura, i movimenti erano calibrati, sapeva caricare con dolcezza la pellicola ambrata, aprire l'otturatore, regolare la messa a fuoco. Per la giusta luce, manualmente aggiustava il diaframma, sempre con delicatezza e decisione, guidata da un sentimento innato, uno scatto senza paura, e la storia veniva fermata in un fotogramma.

- Rimane sempre un mistero sul perché non ha mai sviluppato negativi e rullini. (Tonino il tassista.)
 

- Io credo che per lei l'attimo più eccitante, emozionante, e ritenuto da lei più importante, sia stato il momento dello scatto, il click, il dito che pigia il pulsantino e ferma l'immagine, con un solo click l'artista aveva il potere di fermare il tempo, tutto il resto magari non le interessava.
 

- E se, più venalmente, non avesse avuto i soldi per stampare la grande quantità di materiale fotografato? (Gianni.)
 

- Comunque, tutto rimane racchiuso in un profondo alone di mistero che nessuno rivelerà, di fatto perché, oltre le testimonianze delle famiglie dove ha lavorato come bambinaia, Vivian Maier sembra non aver avuto parenti stretti. Chissà, forse proprio per questo motivo, per il sentirsi un lupo solitario, l'artista realizzò una serie di propri autoritratti, degli autoscatti in particolare con lei davanti alle vetrine dei negozi o davanti uno specchio, e, in entrambi i casi, la foto riproduceva anche tutto ciò che si trovava dietro. Secondo me, in questi autoritratti, c'è tutta la genialità dell'artista che, ritraendo se stessa con quello che era alle sue spalle, faceva diventare importante un particolare, che in condizioni normali non le sarebbe mai stato possibile ritrarre, a meno che fosse diventata una contorsionista. Insomma, istintivamente, Vivian Maier, con i suoi scatti riflessi, pare abbia saputo e voluto magicamente allargare lo spazio al di là del campo visivo della sua macchinetta fotografica... Qualcuno di voi ha mai fatto fotografie a persone o cose con la macchinetta dietro le spalle?
 

- No, mai, io, quando mi fotografano, rido sempre... mica come questi tre musoni della fotografia che ci hai portato! (Giovanna la Milanese.)


- Hai ragione, ma doveva fare un gran caldo in quell'agosto del 1975 a Chicago, ho scelto per voi questa foto fra tante. Non è stato facile, lo ammetto, mi ha colpito il colore giallo, doveva proprio fare un gran caldo quell'estate del 1975 per le strade di Chicago, e Vivian Maier era proprio lì, in quel preciso momento nel quale ha fermato il tempo, io la immagino così, lei donna esile dalle mani sfinate ma decise, con il volto di donna dai modi timidi e impacciati, eppure la mente come un vulcano, il cuore pulsante fiamme di passione, e poi i suoi occhi, già, come posso definire gli occhi di un'artista che riesce, nella frazione di un secondo, a cogliere l'attimo nel quale vede un signore in semi primo piano, piegato nei suoi calzoni corti di colore giallo, a leggere a fatica qualcosa a lui di fronte, mentre alle sue spalle un signore sulla cinquantina cammina spavaldo, sempre in giallo, e la signora alla sua sinistra, con la gonna gialla, osserva curiosa l'anziano piegato che strabuzza la vista. Tutti gli sguardi dei protagonisti sono indirizzati alla loro destra, nessuno ha detto loro "Stop", solo l'arte di Vivian, con un click, aveva il potere e la magia di farlo. Ma sì, provate voi a inquadrare nell'otturatore della camera tre personaggi così, a passeggio tutti insieme su un marciapiede bollente di un agosto del 1975, fatelo, potrete provare ma non ci riuscirete, mi dispiace per voi, perché, intanto, l'azione sarà già terminata, l'attempato con gli occhiali si sarà alzato e magari girato, il cinquantenne avrà attraversato la strada e accesa l'ennesima sigaretta, la donna, nella sua gonna gialla, avrà incontrato una sua amica. Invece Vivian Maier, la donna che era un'artista ma nessuno lo sapeva, era talmente grande da riuscire ad anticipare la sequenza, poi, di corsa, scattata la foto, via per una nuova immagine in quel bollente agosto di Chicago del 1975.
Se Vivian Maier fosse ora qui, non ci penserebbe un attimo a ritrarre Giovanna, il suo sguardo incazzato da valchiria e il cubano spento in bocca. Uno scatto lo dedicherebbe pure ai ragazzini che vanno a scuola, a Gianni che, dietro il bancone, fuma ridendo e pensando. Farebbe una foto anche a me, con le mani sporche di penna e di colore, tutto senza dirci nulla, in silenzio, senza disturbare, senza sentire la musica del nostro juke box, lei il suo ritmo lo aveva negli occhi e in quelli della sua Rollei, poi, senza salutarci, sarebbe volata via come un fantasma, direzione camera oscura.
Amici lettori, con qualche dubbio amletico su questa splendida artista, vi salutiamo e saremo felici di ritrovarvi al prossimo appuntamento artistico. Sono indeciso fra farvi luce con una lampadina oppure regalarvi un albero dei desideri, in ogni caso sarà sempre un piacere parlare di arte insieme a voi.

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Arte al bar: ROMERO BRITTO "Agostino"

11 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte

"Agostino" di Romero Britto e l'omaggio di Walter Fest"Agostino" di Romero Britto e l'omaggio di Walter Fest

"Agostino" di Romero Britto e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Prima che inizi, vorrei porgervi, amici lettori della signoradeifiltri, il mio più grande ringraziamento per tutti gli attestati di stima e di apprezzamento che sto ricevendo sia in privato che in redazione.
Insieme ai miei fedeli personaggi del bar ci inchiniamo di fronte alla vostra generosità, il nostro miglior modo per ringraziarvi sarà di continuare a colorarvi la vita coinvolgendovi simpaticamente nelle nostre avventure artistiche perché... (cit. Walter Fest)... l'arte è per tutti...

Molto bene, oggi vi parlerò di un artista conosciuto grazie a due amici, Paolo e Diego, titolari di un negozio di abbigliamento casual, compagni nella vita e nel lavoro che, dopo un loro viaggio a Miami, hanno riportato l'opera d'arte che oggi andremo a descrivere, realizzata da un popolare artista brasiliano, che da anni lavora negli States, Romero Britto.

Ma prima dobbiamo aspettare che finiscano la partita a flipper, mentre il juke box di Gianni suona tutto Otis Rush, ottima colonna sonora da atmosfera perché la partita è infiammata e chi perde stasera cucinerà.
 

- Chi ha vinto?
 

- Io, il più forte, ma non hai visto come je dò de sponda?
 

- Ma stai zitto che sei sempre al limite del tilt!
 

- Chi, io?
 

- Dillo che non ci stai mai a perdere!
 

- Tranquillo, sono un buono, non la vedi la mia faccia da buono? Anche se hai perso, stasera cuciniamo insieme e non se ne parla più.
 

- Allora, carissimi, avete portato l'opera di Romero Britto?
 

- Sì, eccola.
 

Dovete sapere, amici lettori, che Paolo e Diego hanno 12 Jack Russell, ai quali sono affezionatissimi e così, fra le opere di Romero Britto, non hanno potuto fare a meno di scegliere questo soggetto che rappresenta un cane, ma al quale l'artista non ha dato un titolo. Io idealmente ho intitolato la sua opera e il mio scarabocchio Agostino, il cane più anziano della banda.

Il cane è notoriamente il più fedele amico dell'uomo, l'animale che prende il cuore degli umani sempre di più disumani, l'animale che non finisce mai di impartirci lezioni di vita, il suo esempio, insieme all'amore universale, quell'eterno sentimento che, senza fare distinzione di sesso, salverà il mondo, un amore che addolcisce i pensieri e disegna il sorriso, è vitale, non possiamo assolutamente farne a meno.
E tutto questo Romero Britto lo sa, lui nato in Brasile nel 1963, autodidatta. Dopo gli inizi on the road come street artist, si stabilisce negli USA a Miami per continuare e migliorare il personale linguaggio espressivo, Miami una città che sarà per lui il motore propulsivo per la sua arte.

 

"L'arte può farti vedere le cose in modo entusiasmante e totalmente diverso. Può darti il potere di volare" Romero Britto.
 

La sua grande carica interiore e il suo talento, che sprizza gioia da tutti i pori, non passano inosservati e, con il suo stile, comincia a farsi apprezzare fra numerosi personaggi pubblici dello sport e dello spettacolo. Nell'89, poco più che ventenne, disegna l'etichetta per la bottiglia di un'importante casa, e da lì, sempre in ambito pubblicitario, collaborerà con grandi marchi internazionali e le sue opere verranno esposte in tutto il mondo.

Romero Britto, grazie alla filosofia della sua arte, verrà incaricato come artista ufficiale in più manifestazioni sportive di carattere mondiale.
 

"Per me l'arte rappresenta la celebrazione delle cose semplici e buone della vita, le mie creazioni sono allegri veicoli per diffondere il bello e la gioia del mondo" Romero Britto.


Idealmente possiamo avvicinare l'artista brasiliano a Andy Warhol, Keith Haring, Roy Lichtenstein, nella tecnica astratta ricorda il cubismo, ma per questa volta voglio uscire dagli schemi, non definirò Romero Britto nella maniera per la quale si è affermato, un pop artista, un cubista moderno, un grafitista, un neo pop, macché, io voglio identificarlo come un "realizzatore di felicità", un vero artista senza nessuna classificazione, voglio semplicemente vederlo come un artista felice che realizza felicità, oh yes a great happy artist!!!

Non a caso, tutta la sua produzione artistica, dal formato più piccolo a quello più grande, attira l'attenzione dell'osservatore, travolgendolo e coinvolgendolo come in un cartoon. Tutti, nessuno escluso, siamo stati bambini e conserveremo per la vita, nei nostri ricordi, i colori, la spontaneità dell'essere stati, appunto, bambini. Il fumetto e i cartoni animati sono la calamita che ci attira indietro nel tempo per ricordarci il mondo della gioia, della fantasia e della spensieratezza.

I toni di Romero Britto sono felicità. Nei rossi, nei gialli, nei blu, nei verdi, nei viola e in tutto il resto della gamma dei colori pastello c'è tantissima felicità, e le linee nette, semplici, pulite, con i contorni in nero che esaltano la lucentezza delle forme, sono il lasciapassare per il mondo dell'immaginazione. Il suo essere artista realizzatore di felicità è contagioso, amici lettori, vi conviene farvi attaccare da questa malattia, lasciatevi contagiare dai colori brillanti di Romero Britto, è una malattia necessaria se volete essere felici.
Anche se quotato a livello mondiale, la produzione artistica è disponibile per tutte le tasche, la sua diffusione quasi industriale è un vero esempio di come "l'arte possa essere per tutti", una definizione che è anche alla base della mia arte al bar ed è quello che Romero Britto ha concretamente fatto a livello globale come suo stile di vita.
L'opera che abbiamo di fronte a noi ci è stata gentilmente concessa da Paolo e Diego, si tratta di una serigrafia smaltata in alluminio alta circa 30 cm. I colori mantra di Romero Britto sono quelli che devono darci il buongiorno la mattina, oppure rilassarci quando siamo arrabbiati, farci sorridere se abbiamo motivi per piangere, darci allegria e carica propositiva se abbiamo l'ennesimo esame della vita da superare, oppure farci vedere il nostro cane trasformato in un cartoon che vuole parlare con noi, ci vuole saltare addosso per dirci che pure lui è felice ma che è stanco della solita pappa, chi di voi non parla con il proprio amico a quattro zampe? I colori e le forme di Romero Britto hanno questo potere, dare voce e luce alla fantasia, quella che troppe volte ci manca, tritata come negli ingranaggi di tempi moderni di Charlot.

 

- Paolo e Diego, ci lasciate Agostino ancora un po'?
 

- Certamente, ma spero che siate assicurati sulla vita perché, se gli succede qualcosa, sono guai!
 

- Veramente abbiamo come guardia di sorveglianza solo Giovanna la milanese e la sua stecca da biliardo.
 

- Uelà, ho pure le palle eh!... (Dal fondo della sala).
 

- Non sappiamo se possiamo fidarci molto ma siamo buoni e facciamo affidamento sul vostro amore per l'arte.
 

- Tranquilli.
 

- Mica tanto.
 

- Paolo e Diego, ricordatevi che noi con la fantasia possiamo anche trasformare Giovanna in Rocky che mena cazzottoni.
 

- Stiamo a posto!
 

- Adrianaaaa!!... Adrianaaaa!...
 

E così, amici lettori del blog che vi parla come se fossimo sulla Route 66, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, andremo ancora negli States, altra tappa Chicago.

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Arte al bar: LUIGI MONTANARINI Composizione "Sterlizie"

4 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest "Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest

"Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Oggi al bar è calma piatta, amici della signoradeifiltri, sono cose che ogni tanto capitano anche da noi, quelle giornate silenziose, tranquille, insonorizzate.

Gianni, da dietro il bancone, le capisce al volo e, per tenerci svegli, accende il juke box della casa. La musica la sceglie lui, ci possiamo fidare, non sbaglia mai e questa mattina abbiamo in esclusiva per noi tutto Ray Charles.
 

- Gianni, non male questa roba!
 

- Conosco i miei polli.
 

- Bravo, casca proprio a fagiolo, oggi volevo parlarvi dell'opera di un artista italiano, Luigi Montanarini, e mi serviva un interlocutore o una interlocutrice frizzante.
 

- La vuoi pure briosa? (Michele il tappezziere.)
 

- (Giovanna la milanese)... Oh! Artista da strapazzo, scrittore mezza cartuccia che non sei altro, io ti ho dato la dritta ma per il resto non pensare a me che di arte non ci capisco un casso, se vuoi parlare con qualcuno, prova con la sartina, eccola là.

 
- La sartina?

 

- Ma sì, la Francesca, la ragazzina, la giovane stilista, ma sei proprio di coccio, questa estate mi ha disegnato ed elaborato quel paio di shorts che tutti voi sporcaccioni mi guardavate le chiappe!
 

- Ehhhh!!! (Tutti in coro.)


- Beh, me li aveva fatti a mano la Francesca, è in gamba la ragazzina, mica come voi lazzaroni!!...
 

- Francesca, se ti offriamo la colazione, rimani a parlare di arte con noi?
 

- Certamente, chi paga?
 

- Dai, tranquilla, offre la ditta, ma dopo me lo cuci un bottoncino, ino, ino, tu che con ago e filo in mano hai le mani d'oro?
 

- Sì, Gianni, con piacere.
 

Luigi Montanarini (1906-1998), artista fiorentino ma romano per volere del fato, sin da giovane l'arte del disegno è nel suo cuore, nel suo animo, nel suo sguardo rapace e curioso di scrutare la realtà e di rappresentarla attraverso le linee e le pennellate.

E sin da giovane vuole anche trasformare il mondo in colorata poesia. Gli Uffizi sono casa sua, ne detiene le chiavi d'accesso, conosce il linguaggio e la parola d'ordine per entrare, passione e amore per l'arte. Poco più che ventenne visita Parigi in quel periodo storico baricentro dell'arte europea; al ritorno s'iscrive all'accademia di belle arti, che per lui è come andare al fronte, una battaglia artistica dietro l'altra con la realtà da disegnare. 

Lui, con gli strumenti in mano, vuole raffigurare le cose della vita come sue modelle schiave del suo talento. E' talmente appassionato che studia e disegna l'anatomia, intanto la matita scorre amorevolmente come la poesia di Omero, e lascia indelebili segni nella sua anima, che è un tutt'uno con le sue mani. Se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di essere partorito già con la matita in mano.

Ormai maturo si trasferisce a Roma, altra città dove da sempre si respira arte e che in quel momento sta per diventare la fucina, l'officina, la fabbrica degli artisti italiani, e Luigi Montanarini ne sarà fra i protagonisti.

Dopo la guerra, l'arte ha il potere di reagire al dramma, nessuno restituirà l'umanità persa ma l'arte può lenire il dolore e colorare il passato, a Roma nasceranno movimenti nuovi che faranno la storia dell'arte e, dalle ceneri, gli artisti sfonderanno nuovi orizzonti.

Dopo gli eventi bellici per oltre 50 anni Montanarini ha lavorato incessantemente per l'arte, era il suo modus vivendi, il suo contribuire alla ricostruzione della cultura, è stato un insegnante, un leader carismatico e, per l'esperienza maturata, un'autorità artistica importante e rappresentativa.
 

- Sai, Francesca, che questo artista lo possiamo paragonare a tua nonna che ti ha insegnato l'arte del cucito? Gli anziani hanno il compito e la responsabilità di insegnare ai più giovani le arti, soprattutto in questo periodo storico ultra moderno nel quale si rischia di perdere di vista ciò che è artigianale.

Luigi Montanarini era un artista nato agli inizi del '900 e, nel corso della sua esistenza, aveva accumulato un grande bagaglio di esperienza che mise sempre al servizio dei più giovani, proprio come te. Se lui ora fosse qui, ti direbbe di inseguire con entusiasmo le tue ispirazioni, di lavorare sodo per guadagnartele e di non arrenderti mai perché prima o poi avrai anche tu la tua opportunità, solo lavorando, sacrificandoti se necessario, raggiungerai l'obiettivo delle tue realizzazioni.
 

- Magari, ci spero proprio, fare la stilista è quello che amo di più.
 

- Sei fortunata, perché predisposta per natura e, grazie a tua nonna, hai ricevuto per discendenza il suo talento. A proposito di natura, vogliamo parlare dell'opera del nostro artista?
 

- Sì, non vedo l'ora.
 

- E' un'opera del 1948, un olio su tela nel formato 80x60, un astratto informale il cui titolo è "Sterlizie", una pianta molto colorata originaria dell'Africa meridionale.

Nella composizione l'artista ha creato una forma geometrica armonica, i toni di colore ricordano il cielo, il mare, la vegetazione, il calore della terra di provenienza. Le pennellate sono veloci, istintive, non c'è casualità perché nell'azione pittorica prevale la passione dell'artista, che rende dinamica l'immagine scomponendla in astrazione moderna. 

L'artista, nel corso del suo lavoro, ha sperimentato la sintesi delle forme e, in questo caso, attraverso la sua pittura quasi grezza, primitiva, ha voluto anche rappresentare il lato naturalistico e selvaggio del continente africano. Nell'opera dai colori equilibrati staccano in alto i due fiori dai petali rosso acceso che, vibrando, illuminano la scena, emozionando l'osservatore.
 

- Questa composizione sarebbe un bel texture per un abito lungo estivo.
 

- Brava, Francesca, vedi come l'arte può essere messa in relazione con la moda?
 

- Vorrei sognare.
 

- Certo che puoi, sognare ad occhi aperti significa pensare, immaginare, studiare nuove forme, tutto ti porterà, sperimentando, alla ricerca dell'originalità che poi è lo stimolo, la molla della creatività. Devi sognare, ragazzina, e a te fortunatamente non costa fatica.
 

- Ohhhh... mi si è fatto tardi... devo lasciarvi... Gianni, il bottone te lo cucio più tardi...
 

-Tranquilla, tengo la camicia più aperta così metto in mostra il mio fascino!
 

Dal fondo della sala qualcuno fa... pprrrrrrr!!
 

Non fateci caso, amici lettori del blog che è serio ma a volte ci piace giocare, il nostro bar è un covo artistico anche di burloni, lasciamo che Francesca, la giovane stilista, vada al lavoro, le auguriamo che realizzi presto i suoi sogni, noi rimaniamo ancora un po' in compagnia dei colori di Luigi Montanarini, prenderemo un bel caffè e vi aspetteremo per il prossimo appuntamento. Siete mai stati a Miami? Sarà ancora un gran piacere parlare di arte insieme a voi. 

 

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Arte al bar: SALVADOR DALI' "La persistenza della memoria"

28 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Bentornati amici lettori, bentornato autunno, scusatemi se, affermando che il tempo passa in fretta come un lampo, dirò una cosa banale, l'estate sembra così lontana, oppure così vicina, e Natale, con le sue festività belle, non pare così distante, forse dipenderà dalle nostre sensazioni ma, mentre ci interroghiamo, et voilà, eccoci arrivati come una folata di vento nella stagione della caduta delle foglie. E se, invece, quella sensazione dentro di noi che ci fa sentire così vicini o, al contrario, lontani i ricordi fosse questione di memoria?

Pertanto qui al bar oggi parleremo di qualcosa in relazione con il tempo che scorre e lascia nella nostra mente come un hard disk, il più potente del mondo, il nostro cervello, un'infinità di dati. Vi presenterò Salvador Dalì. 

Ritengo, sperando di sbagliarmi, che i giovani lo conoscano molto poco, le nuove leve per lo più seguono le mode del momento e possono ricordare vagamente la sua arte, chissà, se sapessero che Salvador Dalì è stato l'ideatore del logo della Chupa Chups, che direbbero? Non ve lo aspettavate, eh?!

Molto bene, ecco arrivare la mia amica Dalia, accompagnata da Umberto, il tranviere in pensione.
 

- Salve, ragazzi, (in due hanno circa 150 anni ma, essendo ancora giovani nell'animo, possiamo chiamarli senza problema "ragazzi")... Umberto, tu con il tempo avevi un bel rapporto.
 

- Sì, la puntualità.
 

- E tu, Dalia?
 

- Anch'io, ora sembra che vada di moda arrivare tardi.
 

- Il mio tram arrivava sempre puntuale al capolinea.
 

- Umberto, bei tempi vero? 
 

-Sì, certo, il tram faceva un tal rumore di ferraglia però era bello e non inquinava, profumava di legno e umanità, spero, prima di morire, di vedere circolare per le nostre strade un tram a energia solare e, perchè no, anche il fiume navigabile!
 

- Gianni, nel caffè che gli hai messo?
 

- Ho fiducia nei giovani, sapranno inventare per la collettività mezzi di locomozione moderni, senza curarsi del business ma solo della pubblica utilità.
 

Umberto, sotto i suoi splendidi baffoni, parla con passione e con la saggezza di chi ne ha viste e passate tante. Dalia lo guarda con gli occhi, come dire, interessati, che fra i due ci sia teneramente della complicità? Lo scopriremo la prossima volta? Chissà? In effetti, il vero amore non ha età.

Salvador Dalì, (1904 - 1989), spagnolo, bizzarro, stravagante, eccentrico, egocentrico, star surreale del movimento dei surrealisti, personalità fortemente al confine fra realtà e follia, talmente bravo da passare dalla pittura alla scultura alla scrittura alla fotografia alla tecnica cinematografica, in una parola sola, un genio dell'arte.

- Dalia e Umberto, l'opera che abbiamo ora davanti è La persistenza della memoria, ma proviamo a dimenticarci del titolo, immaginiamo di non saperlo, non voglio farmi condizionare e facilitare la descrizione, proviamo a guardarlo usando la nostra fantasia. L'opera è di piccolo formato, un olio su tela 24 x 33, solo pochi centimetri più grande di un normale foglio A4, eppure sembra molto più grande, le forme dipinte vanno in fuga verso un orizzonte lontano e sconfinato che fa allargare il campo visivo allontanandolo fino al nulla. All'orizzonte solo silenzio, non si muove una foglia, in un quadro così piccolo l'artista ha simboleggiato l'enormità dell'esistenza, una velatura d'azzurro attira lo sguardo ma viene sovrastata dal marrone intenso della terra e dagli arancio misto all'ocra di tutto il resto inquadrato, c'è un tourbillon di forme ma tutto sembra essersi fermato. Dal basso dell'opera dà il via il primo degli orologi, chiuso a pendolo color rosso pomodoro, è fermo, ricoperto dalla danza delle formiche come una schematica confusione che permane nei nostri pensieri, sul tic-tac del tempo che passa da un orologio chiuso a pendolo all'altro con sopra la mosca che è meglio lasciarla in pace, ferma sulle lancette del quadrante stondato nella forma, fuso e deformato sul bordo della struttura geometrica, wow!... Che pathos!... Tutto è fermo, tutto è in straordinariamente in movimento, ecco che dall'albero celeste, tinto di luce riflessa, si sporge l'unico forte ramo a sostegno del terzo orologio squagliato come una musicassetta lasciata in macchina negli anni '70 sotto i raggi del sole di agosto, totalmente arreso e proteso verso una scogliera a picco fra mare e cielo, e io che la guardo come in un sogno dalla cima come Icaro vorrei librarmi in volo, tornando indietro nel tempo per rivedermi quando, bambino, correvo con una bicicletta senza freni. Sotto l'albero, sulla nuda terra, rimane l'ultimo orologio sciolto sopra una forma incompleta, di colore bianco, somigliante a una fronte umana, un occhio, un naso appena percettibile, nella la materia tutto sfumato come un labile pensiero. Abbiamo dentro la nostra testa un orologio che scandisce il tempo, segna il passare dei ricordi nella mente che spazia senza limiti, superando la barriera dei giorni, degli anni, per noi con la nostra mente, che, nel sonno, giocherella nel sogno fra visioni al di fuori della nostra volontà. Davanti a quest'opera potrei sognare di andare dritto verso l'orizzonte di Dalì e salire su una nave, oppure di andare dietro la scogliera per correre con la mia bicicletta, chiudo gli occhi provo ad immaginare.....

BOING!!... Un rumore sordo, assomigliante a legno su legno, qualcosa mi rotola vicino spezzando l'incantesimo.

- Uè, pirla, per favore ridammi la pallina!

 

Azz! E' Giovanna la milanese che gioca a biliardo!
 

- Forza, che aspetti! (Sibilando con autorità.)
 

- Veramente, stavo parlando di Salvador Dalì
 

-Salvador Dalì... ah, e chi è?
 

- Dai, dopo te lo spiego
 

Le porgo la pallina che, con un colpo maldestro, Giovanna aveva fatto saltare fuori del biliardo.
 

- Giovanna, vedi, potresti considerare Dalì un sognatore del passato
 

- Un sognatore del passato?... Ma va' a dà via i ciap, parlate invece di Luigi Montanarini, un artista mio vicino di casa, me piaseno un sacco i suoi colori.
 

- Non la possiamo contraddire, può diventare pericolosa, se si innervosisce preparerà per tutti una torta da 16 kg.
 

- Ehi, Giovannona, senti che ti dice Umberto... andiamo insieme alla Dalia al club dei classici a sentire un po' di musica classica?
 

- Posso portare il sigaro spento?
 

- Certamente, basta che non ti addormenti.
 

- Umberto, stai manzo, ronfo solo davanti alle partite della Juve.
 

Amici lettori del blog che piace ad ogni latitudine, vi lasciamo, mentre i nostri "ragazzi", Dalia mano nella mano di Umberto e sottobraccio a Giovanna la milanese, vanno a sentire Mozart. Vi salutiamo, ringraziandovi torneremo a breve per un prossimo incontro sempre qui al bar da Gianni.

Il disegno è la sincerità nell'arte. Non ci sono possibilità di imbrogliare. O è bello o è brutto.” 
 

SALVADOR DALI'

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