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Le parole sono un mezzo impuro

30 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura

Le parole sono un mezzo impuro

Pubblicato nel 1934 dalla Hogarth Press, un saggio collega Virginia Woolf a Walter Richard Sickert, che ella, nel suo diario, chiama “il mio Sickert” (vedi annotazioni di martedì 17 aprile 1934) lamentandosi che, con il pittore che ama, i critici “fanno gli sprezzanti” (venerdì 2 novembre 1934).

Riflettendo sull’affermazione di Mario Praz che: “la tecnica della Woolf potrebbe accostarsi a quella del pointillisme”, pensiamo che essa sia composta da “una pluralità di momenti isolati gli uni dagli altri, messi insieme a caso dall’immaginazione” (ancora Mario Praz) quindi proprio una sorta di puntinismo letterario, di impressionismo della scrittura.

Sickert si distaccò dalle origini whistleriane – e quindi preraffaellite – per accostarsi a Degas, che gli insegnò a non ritrarre solo dal vero, ma anche dipingere sulla scorta di ricordi, fotografie, disegni e lo introdusse alla scuola dell’impressionismo francese. Divenne poi il principale esponente del Camden Town Group, di matrice postimpressionista inglese.

La Woolf descrive un’immaginaria conversazione svoltasi in una sera di dicembre. Il testo si apre con un pezzo di bravura sul cromatismo, sugli insetti che sono tutt’occhi, anzi, tutt’uno, col colore che vedono, fino ad assorbirlo. Si nota subito quanto il linguaggio woolfiano attinga alla poesia, abbeverandosene e, pur mantenendo intatta la razionalità, trascolori in lirismo.

When I first went into Sickert’s show, said one of the diners, I became completely and solely an insect – all eye. I flew from colour to colour, from red to blue, from yellow to green. Colors went spirally through my body lighting a flare as if a rocket fell through the night and lit up greens and browns, grass and trees, and there in the grass a white bird. (pag 59)

Sickert è un biografo, la Woolf riesce a estrapolare dai suoi ritratti intere vite, trame, narrazioni.

Yes, Sickert is a great biographer, said one of them; when he paints a portrait I read a life.”[…] When he sits a man or woman down in front of him he sees the whole of the life that has been lived to make that face.” (pp. 60 e 62)

Se il romanziere ci fa vedere ciò che descrive, cioè, in un certo senso, dipinge e pennella, Sickert “scrive“ una storia. Abbiamo una sorta di chiasmo, d’incrocio fra le coppie Woolf – Sickert e scrittura – pittura.

Per la Woolf, più che ritrattista e biografo, Sickert è romanziere, alla stregua di Dickens o Balzac. I suoi personaggi attingono alla realtà, egli ama descrivere la classe media, i lavoratori nel loro squallore, nella loro sofferenza, nei volti plasmati dalla fatica e dalla disillusione, nelle vesti sformate dall’uso, nei mobili logorati e di basso prezzo. Sentiamo muoversi e parlare questi personaggi, costruiamo attorno a loro delle trame, ascoltiamo le conversazioni, i rumori che li circondano, che provengono dalla strada, dalle finestre aperte.

Pur realista, Sickert non è pessimista. È come se nei suoi quadri si accennasse a una condizione parallela, di cui i personaggi sono parte inconsapevole, una realtà di maggiore gioia e pienezza di vita. Inoltre, seppur di umili origini, le sue figure non sono mai avvilite, degradate. Sono donne e uomini ben nutriti, che godono dei piaceri della vita, del possesso di semplici oggetti, del buon cibo. C’è sempre intimità fra i personaggi e le loro stanze, i loro interni. Ogni oggetto, un cassettone, un cappello, un bicchiere, un letto, è espressione del proprietario. La natura umana non è mai lontana dal dipingere di Sickert, sullo sfondo dei suoi quadri c’è sempre un essere umano, un venditore, una passante.

Sickert narra senza correre il rischio di cadere nel sentimentalismo, come accade ai romanzieri. Egli racconta con una pennellata di verde o di rosso, con un gesto della mano, secco e avvolto nel silenzio. E, tuttavia, è comunque un vero poeta, lo si vede soprattutto nei quadri che ritraggono Venezia, il circo, il music hall, i mercati. Di là dal soggetto concreto, carnoso, c’è sempre un cielo, una nuvola, una luce rosso oro che, addirittura, possiamo sentir “gocciolare” dal pennello nell’immagine. In questo modo egli ci rende consapevoli della bellezza, della poesia nascosta, anche se non è un visionario o un rapsodo, non è un Blake o uno Shelley. La sua pittura “is made not of air and star-dust but of oil and earth” (pag. 71)

Pittura e scrittura hanno molto in comune, la Woolf ci descrive il tormento del romanziere che cerca di farci “vedere” ciò che ha in mente. Il brano che segue può essere considerato un vero e proprio manifesto poetico.

The novelist is always saying to himself how can I bring the sun on to my page? How can I show the sun and the moon rising? And he must often think that to describe a scene is the worst way to show it. It must be done with one word, or with one word in skilful contrast with another. […]They both speak at once, striking two notes to make one chord, stimulating the eye of the mind and of the body” (pag. 73)

Il saggio prosegue con una carrellata di grandi scrittori – da Pope, a Keats, a Tennyson – di cui la Woolf analizza le proprietà pittoriche ma anche musicali, la scelta lessicale inconscia che serve ad alimentare e nutrire l’occhio e l’orecchio del lettore. La Woolf ritiene che non esista scrittore suo contemporaneo capace di scrivere la vita così come Sickert sa dipingerla.

Words are an impure medium; better far to have been borne into the silent Kingdom of paint” (pag 63)

Per tutto il saggio ella fa riferimento a quel confine oltre il quale c’è solo silenzio, c’è la disperazione dello scrittore incapace di esprimere ciò che vede, la musica nella sua testa, il quadro nella sua mente. È quella che Praz definisce “l’oppressione dell’enorme fardello dell’inespresso”.

We try to describe it and we cannot; and then it vanishes, and having seen it and lost it, exhaustion and depression overcome us; we recognize the limitations which Nature has put upon us.” pag. 77)

Non manca, infine, nel saggio, una stoccata contro la critica, di cui la Woolf si sentiva vittima, come si evince anche dalla lettura del suo diario; la critica che, appunto, non è sempre capace di cogliere le sfumature pittoriche e musicali della scrittura, ma rimane relegata e limitata alla pagina stampata.

Meglio tacere, dice la Woolf, meglio inoltrarsi nella “silent land”, la terra silenziosa che sta al posto della - o forse oltre la - parola, dove tutta l’arte si combina, dove si fondono poesia, pittura e musica, dove le gocce di colore, le parole scritte e le melodie, diventano una cosa sola, dove il significato si dilegua e lascia il posto alla comprensione preconscia, alla pura emozione che appaga e gratifica.

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