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Vecchie glorie

10 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #sport

Vecchie glorie

È domenica e, come ogni domenica, la televisione monopolizzata da mio marito trasmette soltanto partite di calcio che io non disdegno, ma al terzo incontro consecutivo mi arrendo e trovo un libro che parla di vecchie glorie, quindi, restando in tema, mi appassiono alla storia di un campione di altri tempi.

Giuseppe Meazza, a cui oggi è intestato lo stadio di Milano, era un calciatore della nazionale e, con il ruolo di attaccante, vinse due coppe del mondo nel 1934 e nel 1938. Giocò sia nel Milan che nell'Inter e ancora oggi è il quarto marcatore di sempre della serie A con 216 reti al suo attivo.

Un grande calciatore, estroso, con uno stile inconfondibile che lo rese famoso. Il goal alla Meazza era frutto di un'abilità che beffava l'avversario: con uno scatto fulmineo superava i terzini, correva verso la porta costringendo il portiere a uscire e poi lo castigava appena si muoveva e infilava il pallone in un angolo sfiorando il palo.

Giuseppe Meazza era nato a Milano il 23 agosto 1910, soprannominato “Peppin” da amici e parenti, era un ragazzo che veniva dal popolo, orfano di padre caduto al fronte durante la Prima guerra mondiale quando lui aveva solo sette anni, viveva con la madre, fruttivendola al mercato di Milano. Fin da piccolo la sua grande passione era correre dietro a una palla, appena poteva sgattaiolava fuori casa inseguendo un pallone di stracci a piedi nudi perché la mamma, per impedirgli di uscire, gli nascondeva le scarpe. Fu scoperto per caso, proprio mentre giocava coi coetanei negli spiazzi erbosi di porta Vittoria, dallo zio di un compagno che faceva l'osservatore per l'Inter e gli organizzò un provino. Esordì in serie A che non aveva ancora 19 anni, un autentico campione, e a 20 era già un nazionale.

Con la maglia dell'Italia giocò 53 partite, segnando 33 goal. Era nato per giocare a calcio, un talento naturale puro, di quelli che nascono una volta ogni cento anni, un autentico fuoriclasse, che fu ammirato in tutto il mondo, mago del palleggio e della finta. Segnava sempre, di testa, con calcio piazzato, in corsa tirava bolidi imparabili, resta negli annali del calcio la sua rete fatta su rigore mentre durante la rincorsa si reggeva con le mani i pantaloncini cui si era sfilato l'elastico. Vittorio Pozzo, commissario tecnico della nazionale, dopo la partita con l'Austria dove aveva assistito a una straordinaria prestazione del giovane campione disse: “Averlo in squadra significa partire da uno a zero!”

Meazza era anche un ragazzo affascinante, i capelli sempre lucidi di brillantina, fuori dallo stadio era un dongiovanni, continuamente in cerca di avventure, grande ballerino di tango, si presentava con un fiore all'occhiello ed era capace di danzare tutta la notte, passare qualche ora con una ragazza e poi presentarsi allo stadio e segnare due goal. Non aveva propriamente quello che si dice un fisico da atleta, anche perché conduceva una vita sregolata, si perdeva volentieri in serate di divertimento, locali notturni, bordelli di lusso e coltivava vizi: alcool e sigarette, belle macchine e belle donne cambiate con incredibile frequenza, ma aveva anche un grande cuore e coi soldi guadagnati effettuava volentieri donazioni alle opere assistenziali. L'Italia, durante il mondiale del 1938, nei quarti di finale si trovò di fronte la Francia, la gara si disputava a Parigi e i padroni di casa decisero di giocare con la maglia azzurra, così all'Italia non restava che scegliere tra il bianco o il rosso, colore provocatoriamente proposto dai francesi, ma gli azzurri giocarono con la maglia nera e col fascio littorio sul petto.

Orgogliosamente vinsero la partita, disputando uno dei migliori incontri del campionato e liquidando i galletti francesi con un sonoro tre a uno. Passarono in finale battendo il Brasile e si trovarono di fronte l'Ungheria. I magiari dovevano riscattare il pessimo risultato di qualche anno prima, ma il “Balilla”, come lo aveva soprannominato il suo pubblico, era ancora lì, in campo, pronto, con la fascia di capitano al braccio e non lo avrebbe consentito. Fu una partita bellissima ma senza storia: l'Italia alzò la coppa del mondo per la seconda volta consecutiva. Dopo queste due esaltanti vittorie, abbiamo atteso fino al 1982 prima di vincere un'altra volta

Dopo la guerra, Meazza fece l'allenatore, ma non con lo stesso successo professionale, la classe non si può insegnare, il talento non si trasmette dalla panchina e l'unico vero risultato che ebbe quando era il mister dell'Inter fu quello di far firmare il contratto a un giovane ragazzo, anch'egli orfano di padre, che divenne il suo erede nel cuore degli interisti, si chiamava Sandro Mazzola.

Giuseppe Meazza morì per un male incurabile il 21 agosto del 1979, mancavano due giorni e avrebbe compiuto 69 anni. Lasciò orfani milioni di italiani che lo avevano amato, seguito, imitato, perché come disse Bill Shankly, grande campione scozzese, “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più.”

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