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QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA TIGRE.

5 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA  TIGRE.

Dalla raccolta: INFANZIA FELIX – 1939-1945

GIUGNO 1943.

La sorella minore di mia madre si chiamava Maria, ma tutti la chiamavano Marì. Era una donna molto dolce ed anche piuttosto timida, che, purtroppo per lei, era stata data in sposa ad un certo Piero Bontardelli, ma a quel tempo le cose andavano così e raramente le donne si ribellavano ai padri e, una volta sposate, neppure ai mariti. Il Bontardelli era un farmacista, quindi era un benestante ed era stato scelto per questo, ma era un tipaccio che, spesso e volentieri, con la moglie alzava la voce e anche le mani. Così, dopo i primi infelici anni di matrimonio e senza aver avuto figli, lei questo marito, dopo averlo a lungo sopportato, aveva cominciato a detestarlo. Spesso piangendo si sfogava con mia madre, la sorella maggiore, ma di lasciarlo non ne aveva il coraggio.

Io e mia sorella adoravamo questa zia, mentre invece eravamo abbastanza impauriti da quel marito che ci sembrava una specie di Orco: alcune volte di pomeriggio eravamo andati a trovarla a casa sua a Torino, ed avevamo assistito al rientro del marito. Dopo una giornata di lavoro in farmacia era sempre rabbioso, o almeno così appariva a noi. Più che parlare ci sembrava solo che urlasse e, quando lui arrivava, aspettavamo, quasi tremanti, che nostra madre venisse a prenderci per riportarci a casa, lontano da quell’uomo orribile. Poi la nostra famiglia si era spostata a Milano e la zia Marì era rimasta a Torino, prigioniera di quel marito Orco.

A quel tempo c’era la guerra: il ventiquattro di ottobre del 1942 era un sabato e, a metà pomeriggio, prima che suonasse l’allarme, nel cielo erano comparsi gli aerei inglesi che avevano iniziato a sganciare le loro bombe sulla città. Noi stavamo per raggiungere mio padre in centro città, insieme ci saremmo recati in una pasticceria ed io avrei mangiato un paio di paste, poi, forse, saremmo andati anche al cinema.

In quegli anni si lavorava dal lunedì fino a metà del pomeriggio del sabato, mio padre avrebbe smesso il lavoro alle quattro e sarebbe arrivato dalla periferia opposta della città, dove aveva la sua prima piccola fabbrica, che tutti chiamavamo l’officina.

Mia madre stava chiudendo la porta di casa mentre si udivano i primi boati delle bombe e l’allarme finalmente suonava, così aveva sospinto me e mia sorella nel rifugio, che altro non era che la cantina di casa.

Eravamo rimasti stretti a lei senza parlare per quasi due ore, mentre le bombe cadevano, ora un po’ più vicino, ora un po’ più lontano, con rumori paurosi, sibili ed esplosioni. Dopo il cessato allarme, con mia madre ci eravamo spinti fino sul portone di casa. In fondo alla via una casa bruciava e io ne ero rimasto atterrito. Mi ero rifugiato nel corridoio della nostra abitazione, dove non c’erano finestre, per non vedere i bagliori degli incendi. Era stato un avviso piuttosto perentorio che la guerra ci era arrivata in casa ed era ormai persa.

Mio padre dopo due giorni di tormentosi ragionamenti su dove la guerra sarebbe passata, dove avrebbe fatto più danni e dove meno, scelse di trasferirsi, officina e casa, in uno sconosciuto paese di nome Iseo, abbastanza vicino a Milano, ma forse un po’ defilato rispetto alle direttrici che avrebbe potuto prendere la guerra. Il paese era piccolo e chiuso, di forestieri se ne vedevano pochi e, quando arrivammo la sera del ventisette ottobre, noi eravamo i primi sfollati che si fossero mai visti nel paese.

Ma c’era un bel lago, io in breve in quel paese mi ci ero ambientato e la guerra era tornata ad essere qualcosa di lontano che quasi non mi riguardava.

Dall’ex podestà del paese mio padre aveva affittato una villetta in riva al lago: era in pratica la casa delle vacanze estive di sua figlia, perché lui, invece, abitava nel centro del paese. La casa era stata costruita in due corpi ad angolo. La parte padronale, dove adesso abitavamo noi, dava direttamente sul lago ed aveva un bel giardino, dei moli e una darsena. Il corpo laterale era stato fatto in modo più spartano, perché era abitato dal suo mezzadro, che coltivava circa l’ettaro di terra che si estendeva tra il lago e la strada di accesso alla casa. Un portico univa i due corpi della casa e su questo si affacciava la nostra cucina. Arrivando dal centro del paese, la strada passava dietro alla casa ed un cancello delimitava la proprietà ad un centinaio di passi di distanza. Un lungo viale, lievemente in discesa, portava al cortile dove si affacciavano la porta di casa del mezzadro e la porta della nostra cucina. Quindi tutti noi entravamo in casa dal retro della casa e cioè dalla porta della cucina. Specie nel primo inverno, poi, la cucina era anche la stanza più calda, fino a quando mio padre cominciò a produrre le stufe a segatura, che, una dopo l’altra, furono installate in tutte le stanze. Intanto, fino dai primi giorni in cui avevamo iniziato ad abitare questa villetta, era comparsa a casa nostra una giovane donna di nome Rosi, che sarebbe diventata la nostra nuova cameriera e poi, a poco a poco, una di casa. Rimase con noi fino alla sua morte, molti anni dopo.

Era lei che mi portava a scuola e mi veniva a riprendere al termine delle lezioni, io con la mia piccola bicicletta, lei con la sua. Insomma, per me un’infanzia felice, l’eco della guerra era una cosa lontana, di cui si occupava forse solo mio padre che sentiva le notizie della EIAR e, di nascosto, la sera tardi, ascoltava anche radio Londra, sempre preceduta da sinistri suoni di tamburo.

Intanto, nello stesso inverno, anche Torino era stata la meta di feroci bombardamenti e, nella primavera del 1943, pure i miei nonni materni lasciarono quella città e si rifugiarono con noi ad Iseo. Erano arrivati in tre, mio nonno che non lavorava più, mia nonna Caterina e il loro ultimo figlio, mio zio Serafino, che era di salute cagionevole, aveva quasi vent’anni e faceva il pittore.

Mia zia Marì si ritrovò ad essere sola a Torino, nelle grinfie del marito Orco. Non resistette a lungo ed un giorno scappò di casa, venendo anche lei a rifugiarsi ad Iseo.

A me sembrava una sistemazione bellissima: mio padre aveva affittato un’altra porzione della villa dove abitavamo, destinandola ai miei nonni, io da mio zio imparavo a dipingere, adesso era arrivata anche la nostra zia prediletta.

Tutto era apparentemente perfetto, ma una brutta mattina, sul finire di giugno, inatteso comparve anche l’Orco.

I maschi di casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti fuori casa, nell’officina di mio padre ,dalla parte opposta del paese. Io, che avevo appena terminato la seconda elementare, ero invece con le donne, mia madre, mia nonna, la zia Marì, mia sorella e la giovane cameriera Rosi, nella grande cucina della casa la cui porta, come ho spiegato, dava sul lungo viale di ingresso alla casa.

L’Orco avanzava tracotante lungo il viale in lieve discesa, ma era a piedi, ed il percorso di un centinaio di metri: l’allarme venne dato da mia nonna, anche se con pochi attimi di anticipo.

Mia madre prese immediatamente la direzione delle operazioni.

<<Rosi>> disse di furia alla cameriera <<prendi la bici e corri a chiamare mio marito. Digli di venire subito ché è arrivato mio cognato!>>. Poi si rivolse in modo perentorio alla sorella: <<Tu sali di sopra, vai in camera mia, chiuditi dentro e non uscire fino a quando non te lo dirò io!>>

La sorella sparì lungo le scale pochi attimi prima che l’Orco spalancasse la porta ed entrasse senza essere invitato. Mia nonna temeva anche lei quell’uomo e si era ritirata dietro al lungo tavolo della cucina.

Io, che avevo captato così tanti segnali di pericolo in un così breve volgere di tempo, ero restato immobile in un angolo. Riuscivo a mala pena ad afferrare il dialogo teso che si svolgeva con il rituale tipico che precede una rissa furibonda.

Mia madre si era messa davanti al tavolo di fronte alla porta che l’Orco aveva spalancato, decisa a sbarrargli il passo. Nel frattempo Rosa era sgattaiolata dalla porta posteriore, che in realtà era la porta principale e pedalava a più non posso per correre ad avvisare mio padre.

<<Piero, come mai sei qui?>> aveva detto mia madre fingendo sorpresa.

<<Lo sai bene …>> aveva risposto l’Orco.

<<No che non lo so, devi forse parlare con Italo ?>>

Italo era mio padre e il richiamo del suo nome poteva far pensare all’avversario che forse l’uomo potesse essere in casa, ma non sortì alcun effetto.

<<Chiama tua sorella!>> il tono dell’Orco si era fatto più alto e deciso.

<<Mia sorella sarà a casa tua a Torino.>>

I toni adesso erano sordi, ma ognuno si tratteneva, aspettando una mossa di rottura da parte dell’altro per poi agire di rimessa.

<<E’ scappata ed è venuta qui, lo so! Anche tua madre lo sa!>>

L’Orco indicava mia nonna che, dalla parte opposta della tavola, taceva spaventata.

<<I miei sono qui da qualche mese, non c’entrano niente con tua moglie! Quindi vattene: torna a casa tua!>>

Le parole di mia madre adesso erano salite di tono: era un tentativo di chiudere la partita cercando di fermarsi alle sole parole.

Ma l’Orco non aveva intenzione di mollare, anzi quell’invito ultimativo l’aveva fatto arrabbiare ancora di più.

<<Chiamala quella puttana! Lo so che è qui!>>

<<Come osi? Qui non c’è! Vattene!>>

Mia madre tentava adesso la strada delle parole dette con sdegno.

<<Bugiarda! Sei una bugiarda puttana! Come tua sorella …>>

Io quella parola non l’avevo mai sentita e quindi non la potevo comprendere, ma per mia madre sentirsi dare della puttana era stato il punto di rottura. Era scattata in avanti, aveva afferrato l’Orco per il bavero della giacca e l’aveva spinto fuori dalla porta.

Lui non si aspettava l’attacco fisico, non ancora, ed era stato costretto ad arretrare di alcuni passi ritrovandosi fuori dalla porta. Mia madre era balzata anche lei fuori.

Sotto al portico, a sinistra della porta, si trovava una catasta di legna per il camino e lei aveva afferrato con la mano sinistra un ciocco di legno, con la sinistra perché con la destra lo doveva fronteggiare. Si trattava di una questione di secondi, perché lui stava per tornare alla carica e lei avrebbe sicuramente avuto la peggio. Mandando un grido, mia madre aveva tirato indietro il braccio sinistro e gli aveva scagliato contro il ciocco di legno.

La distanza era estremamente ravvicinata e l’Orco non aveva potuto fare altro che girarsi per non offrire il volto come bersaglio. Il ciocco l’aveva colpito duramente nel centro della schiena e lui aveva dovuto fare ancora due passi indietro per ricuperare l’equilibrio.

Però adesso si era voltato ed era furibondo, pronto a picchiare.

Contigua alla nostra cucina vi era la casa del mezzadro. Un portico unico collegava le due abitazioni e lì, dalla parte opposta alla catasta di legna per il nostro camino, la moglie del mezzadro aveva lasciato un forcone per il fieno appoggiato al muro.

Mia madre aveva visto quel forcone e l’aveva impugnato: la mano destra indietro lungo l’asta, la mano sinistra in avanti, le tre forche d’acciaio all’altezza del ventre dell’avversario che stava avanzando verso di lei.

Erano stati attimi disperati, mentre i due si guardavano negli occhi, ma gli occhi neri di mia madre esprimevano una ferma determinazione: era pronta ad ucciderlo.

L’Orco si era immobilizzato, ma poi aveva capito ed aveva desistito. Si era girato e, senza parlare, aveva cominciato a risalire il viale. Anche mia madre adesso taceva, mentre probabilmente una scarica di adrenalina le stava sconvolgendo la schiena. Ma stringeva ancora con forza il forcone, se l’Orco fosse venuto in avanti l’avrebbe sicuramente infilzato.

In silenzio tutti noi eravamo usciti dalla porta della cucina e guardavamo l’uomo che si stava allontanando. Forse non tutti avevano compreso la tragedia che era stata sfiorata, io per primo. Solo molto tempo dopo sono riuscito a ricostruire quanto era accaduto realmente quella mattina di fine giugno del 1943.

Poi, anche se ormai inutili, erano arrivati i nostri: prima mio zio che era solo un ragazzino magro, mingherlino e cagionevole di salute, che pedalava come un disperato una bicicletta da donna. Aveva svoltato nel viale, intercettando l’Orco che lo stava risalendo e, senza scendere dalla bicicletta, gli si era gettato al collo cercando di tempestarlo di pugni del tutto inoffensivi. L’Orco si era divincolato senza difficoltà e l’aveva allontanato, ma ormai batteva in ritirata e non si era rivalso su di lui. Dietro mio zio stava arrivando mio padre, pedalando la sua bella bicicletta, una Dei superleggera. Con il cognato si erano detti qualcosa, ma poi l’altro aveva proseguito.

L’Orco Piero Bontardelli aveva lasciato il campo ed era tornato sconfitto verso la stazione. Io non l’avrei mai più rivisto. Peccato che dopo un po’ lasciò Iseo anche la zia Marì, ma ciò che fanno gli adulti per i bambini resta spesso un mistero.

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