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Una notte sul lago

8 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto, #storia

Una notte sul lago

Quella mattina il tenente Luca Faliero si era svegliato prestissimo, stava appena albeggiando. Dovevano essere passate la poco le cinque e l’aria, ai piedi del monte Suello, era frizzante. Mentre si alzava dalla scomoda branda dove aveva dormito, Luca rabbrividì di freddo, ma era estate e lui si consolò pensando che presto la giornata sarebbe diventata calda. Poi si passò più volte una mano sul viso e cercò anche di ravviarsi i capelli, si infilò gli stivali ed uscì dalla tenda.

Leone Decarolis, l’appuntato suo fedele attendente, doveva averlo sentito muovere e si stava affrettando pure lui ad uscire da un’altra piccola tenda, mentre si tirava le bretelle sulle spalle e si abbottonava i pantaloni. <<Preparo subito del caffè signor tenente>> disse e si avvicinò alla piccola stufa da campo che loro usavano per prepararsi i pasti. Cominciò ad armeggiare per accendere il fuoco, mentre Luca, dopo essersi sciacquato il viso usando una piccola bacinella portatile, aveva iniziato a radersi velocemente la barba. Intento a sbarbarsi, meditava in silenzio, sulla nuova gatta da pelare che gli era stata affidata dal suo perfido colonnello Ottorino Pavesio: sorvegliare e tenere d’occhio le brigate di garibaldini che combattevano sul confine del trentino. Era la solita storia, i vecchi comandanti piemontesi non si fidavano ancora di Garibaldi ed il Pavesio non aveva trovato nulla di meglio che mandare ancora lui a fare la spia.

Il giorno prima, era il due di agosto del 1866, i garibaldini si erano battuti con coraggio ed avevano conquistato per la seconda volta il monte Suello, ma questa volta Garibaldi era stato ferito. Luca però aveva saputo che era rimasto sul campo di battaglia ancora per molte ore.

I garibaldini erano gli unici che avevano saputo fare bene la loro parte. A Custoza il generale La Marmora aveva subito una brutta batosta, ma anche sul Po le cose non erano andate meglio.

Neppure il generale Cialdini aveva saputo attaccare, anche se, a fronteggiarlo vi era solo un debole contingente di austriaci. Da quanto aveva capito Luca, i due generali si detestavano, facevano a gara a non capirsi e forse gioivano uno delle disgrazie dell’altro. Sua Maestà il Re poi, giocava anche lui a fare la guerra e spesso cercava di scavalcare i suoi generali combinando altri guai.

Ma questi pensieri non erano permessi ad un carabiniere del Re, come era lui. Doveva solo obbedire agli ordini e fare da guardiano silenzioso ai garibaldini.

L’acqua nella caffettiera aveva cominciato a bollire e nell’aria si spandeva un gradevole profumo. Leone si era avvicinato e gli aveva porto una tazza di latta stagnata contenente il caffè. Purtroppo bere in quel contenitore significava ammazzarne tutto il buon sapore, pensava Luca mentre beveva. Era un po’ come l’andamento di quella strana guerra contro l’Austria: i garibaldini erano il caffè, ma i generali erano la tazza stagnata.

Poco più tardi, mentre l’appuntato sellava i loro due cavalli, era arrivato Michele Serra, detto da tutti Michelino, perché era giovanissimo, biondo, con un ciuffo di capelli sempre arruffati. Era un giovane garibaldino appena arruolato e Garibaldi, sicuramente stizzito di ritrovarsi quel carabiniere tra i piedi, aveva nominato Michelino ufficiale di collegamento e gli aveva conferito il grado di tenente, giusto per fare da contraltare a Luca.

Michele Serra era un ragazzo pieno di buona volontà e svolgeva il suo incarico con la massima precisione, ma essendo giovanissimo non riusciva a dare del tu a Luca.

<<Sono venuto per dirvi che il generale Garibaldi oggi di sposta a Desenzano. Deve andare in ospedale per farsi curare la ferita. . .>> aveva detto tutto d’un fiato.

<<Grazie dell’informazione>> aveva risposto Luca, poi aveva aggiunto con cortesia: <<Fermati a bere una tazza di caffè con noi.>> Michelino era arrossito ed aveva risposto: <<Grazie, siete molto gentili, ma non so se mi è permesso, devo rientrare subito al comando. . .>>

Poi però aveva preso la tazza dalle mani di Leone ed aveva trangugiato il caffè.

<<Grazie. . .e. . . comandi!>> aveva poi aggiunto e facendo un accenno di saluto militare, cosa che gli tornava sempre difficile, si era allontanato.

<<Cosa dobbiamo fare noi, signor tenente?>> aveva chiesto Leone Decarolis

<<Se ho ben capito l’offensiva italiana si è di nuovo fermata>> aveva risposto Luca <<quindi penso che ci convenga scendere anche noi verso Desenzano. . . dobbiamo stare alle costole del nostro generale, nel caso gli venga l’idea di allearsi con i tirolesi. . .>> Leone Decarolis non aveva il senso dell’umorismo e rimase un attimo interdetto, ma poi rispose deciso:<<Comandi signor tenente!>> Montarono in sella e, voltando le spalle al monte Suello, presero la strada verso la pianura. Desenzano era un piccolo paese sulla riva sud del lago di Garda, ma aveva un ospedale e adesso, con la guerra, era improvvisamente diventato importante. Ogni giorno le carrette con i feriti giungevano dal fronte e, quando i cavalli si fermavano sotto la tettoia all’ingresso dell’ospedale, subito diverse infermiere accorrevano per raccogliere i feriti. Con i loro larghi cappelli e le gonne svolazzanti sembravano un po’ dei cigni agitati, ma erano molto efficienti e le loro mani di continuo si imbrattavano del sangue dei feriti.

In quel periodo, a loro si erano aggiunte anche altre donne, alcune erano nobili bresciane che passavano l’estate sul lago, altre forse un po’ meno nobili, a Desenzano ci vivevano. Tutte si distinguevano dalle suore, perché i loro vestiti, se pur fatti ad imitazione di quelli delle suore stesse, erano realizzati con tessuti migliori, cuciti su misura, con gonne che cadevano meglio e corpini che qualche dettaglio del seno lo lasciavano trasparire. Ed in realtà non erano poi molte quelle di loro che si sporcavano le mani di sangue.

Quel giorno la contessa Elisa Rampini Gastaldi si era subito accaparrata le cure del generale Garibaldi. Tutti, perlomeno tutti nell’ambiente della contessa, conoscevano la disavventura matrimoniale in cui era incorso il generale circa sette anni prima e lei era forse convinta che, oltre a curare la sua ferita al braccio, fosse necessario lenire anche quella del cuore.

Così Garibaldi in ospedale c’era rimasto poco, solo la prima notte, poi già il giorno dopo si era trasferito nella grande villa sul lago del conte Rampini Gastaldi. Nel volgere di poche ore, la villa era quindi diventata anche il suo quartier generale: diversi attendenti andavano e venivano in continuazione. Da lontano il conte Rampini li osservava con astio represso.

In realtà lui non aveva affatto digerito che le sue terre fossero diventate, sette anni prima, parte del regno di Piemonte e Sardegna e neppure di essere, cinque anni prima, diventato cittadino italiano. Lui aveva nostalgia del dominio austriaco, dei nobili austriaci che d’estate venivano ad incontrarlo sul lago, del serio comportamento dei loro funzionari, del passato insomma! Ma adesso forse gli italiani sarebbero stati sconfitti e ricacciati fino al Ticino. Il generale Garibaldi, quello strano personaggio, un po’ tracagnotto, un po’ contadinesco, stava passeggiando in giardino con sua moglie, Elisa Gastaldi. Chissà cosa ci trovavano poi le donne in un tipo come il Garibaldi.

Il conte, fingendo di leggere un libro, seduto nel salotto, guardava con attenzione le due grosse bisacce che erano state apparentemente abbandonate sul grande divano del salone attiguo. Erano zeppe di documenti. Quello sciocco fantoccio di generale, forse non sapeva neppure comandare.

Fu colpito da un’idea improvvisa. Lui sapeva dove, in quel momento, si trovava il colonnello austriaco Von Temekoff, non molto lontano da lì, sul lago d’Idro, dove il fronte della battaglia non era ben definito. Magari quelle borse di documenti gli sarebbero tornate utili per battere i garibaldini ed, in fondo, fargliele avere sembrava semplice, bastava prenderle e poi darle al suo fattore, perché le portasse al suo amico colonnello.

Luca Faliero era arrivato anche lui a Desenzano e, dal giovane Michelino, aveva saputo che Garibaldi era stato ospitato dalla contessa Rampini Gastaldi. Questa sistemazione creava un piccolo problema, lui non poteva presentarsi alla villa del conte e dire semplicemente:”ci sono anch’io, il mio incarico è quello di spiare Garibaldi”. Aveva quindi chiesto all’appuntato Leone di cercare qualcuno della servitù che potesse aiutarli ad entrare nella villa senza dare nell’occhio.

Verso sera Leone era ricomparso con una giovane cameriera: si chiamava Ester e non doveva avere più di diciotto anni, ma era molto sveglia. Luca le aveva spiegato che loro erano incaricati di fare una sorveglianza discreta sulla sicurezza del generale Garibaldi. Lei li aveva introdotti nelle cucine della villa ed aveva anche dato loro qualcosa da mangiare.

Era una sorveglianza un po’ strana, ma funzionava. Ester andava su e giù dalla sala da pranzo e riferiva. Così Luca era riuscito a sapere cosa stesse facendo il generale. Aveva cenato con la contessa Elisa, mentre il conte, accusando un forte mal di testa, si era ritirato nelle sue stanze. Il tenente Michele Serra era restato nel grande salone a fare la guardia alle bisacce del generale.

Dopo la cena Elisa ed il generale si erano spostati sulla grande terrazza che si affacciava sul lago. Sembrava che lei gli facesse gli occhi dolci e che il generale volesse passare all’attacco, perché, dopo che Ester aveva servito il caffè, loro si erano appartati in un’altra saletta. La cosa strana era che, mentre rientrava in cucina, lei aveva scoperto il conte dietro la porta del salone, come se stesse sbirciando di nascosto Michelino che sonnecchiava vicino alle bisacce.

Immediatamente, l'istinto aveva inviato a Luca un segnale preoccupante. Ester aveva finito il suo servizio, ma non sembrava voler andare a dormire. Forse il pensiero di quanto stava facendo la sua padrona in quel momento, doveva averle messo qualche voglia in mente, perché si era rivolta, un po’ sfacciatamente, a Luca e gli aveva detto: <<Tu non vuoi altro da me?>> Mentre lo diceva aveva sporto in fuori il giovane petto ed il seno si era chiaramente disegnato sotto la leggera camicetta. Luca si era sentito alquanto lusingato da quella che sembrava una proposta, in fondo quella era la guerra, nessuno conosceva il proprio futuro, l’indomani avrebbero potuto essere tutti morti, il presente, l’attimo fuggente, era forse da cogliere al volo.

Ma poi la sensazione che aveva provato quando Ester aveva raccontato dello strano comportamento del conte aveva avuto la meglio. La notte avrebbe potuto essere lunga, ma per ben altri motivi.

<<Ti ringrazio>> aveva risposto, <<ma devo fare ancora qualcosa. Vai a dormire. . . magari ci vediamo domani mattina.>> Si era alzato e, con fare noncurante, aveva slacciato il gancio della fondina della pistola d’ordinanza. Leone Decarolis, che sembrava dormicchiare in un angolo della cucina, si era alzato anche lui dalla sedia ed aveva imitato il gesto del suo capo.

Appena Ester si era allontanata, loro erano usciti dalla cucina ed avevano iniziato a salire silenziosamente le scale che, dai locali della servitù, portavano al piano superiore. La casa era ormai immersa nel buio, tutte le candele e le lampade a petrolio erano state spente.

Luca e Leone avanzavano lentamente senza far rumore. Solo una pallida luna lasciava filtrare pochissima luce dalle alte finestre. Gli arredi assumevano un aspetto mostruoso, prima di rivelarsi per quello che erano. Loro continuavano ad avanzare, attraversarono diversi locali ed arrivarono nel salone.

Qui vi era un corpo steso a terra: era Michelino, qualcuno doveva averlo colpito con un grosso candelabro. Le due bisacce del generale erano scomparse. Luca si era precipitato verso di lui e nel farlo aveva rovesciato un tavolino, ma ormai non doveva preoccuparsi del rumore che faceva.

Michelino era ancora vivo, ma aveva una brutta ferita al capo. Luca e Leone lo sollevarono e l’adagiarono su un divano, mentre chiamavano aiuto a gran voce. Loro però non potevano fermarsi e, dopo un attimo, si erano precipitati sulla terrazza. Nel giardino un’ombra si stava allontanando velocemente e loro iniziarono a scendere a precipizio lo scalone esterno per inseguirla.

Dalla parte opposta del prato, dove vi erano le scuderie, un’altra ombra si stava avvicinando tenendo un cavallo per la cavezza. Leone, appena raggiunto il prato, aveva cambiato prontamente direzione e gli stava adesso correndo incontro. L’ombra si era fermata e sembrava indecisa sul da farsi, poi aveva lasciato la cavezza del cavallo ed aveva cominciato a correre verso le scuderie. Doveva essere giovane, perché correva velocissimo ed in breve aveva distanziato Leone. Anche l’altra ombra si doveva essere accorta di quanto stava accadendo, aveva lasciato cadere a terra quanto teneva nelle mani e si era precipitato verso l’angolo della villa. A terra erano rimaste le bisacce del generale. Quando Luca le aveva raggiunte, l’ombra aveva ormai girato l’angolo ed era scomparsa dalla vista. Nella villa il trambusto fatto dai due carabinieri aveva svegliato diverse persone ed ora sulla terrazza vi era il maggiordomo che reggeva un candelabro e scrutava il prato, dove il cavallo, rimasto abbandonato, si era messo tranquillamente a brucare l’erba.

Leone aveva desistito dall’inseguimento e stava ritornando sui suoi passi. Luca, che aveva raccolto le due bisacce, gridò a Leone: <<Ha girato l’angolo, corrigli dietro, vedi se lo ritrovi, io giro dall’altra parte!>> poi aveva cercato di risalire il più velocemente possibile lo scalone esterno.

Sulla terrazza vi era il maggiordomo che cercò di sbarrargli la strada, ma lui, senza perdere tempo a rispondere alle sue domande, lo urtò con una delle bisacce, respingendolo indietro ed entrò nel salone. La scena si andava riempiendo di nuove persone. C’erano due garibaldini in uniforme, dovevano essere le guardie del corpo del generale, ed erano vicini al corpo di Michelino, sempre disteso su un divano, con la testa avvolta in un panno intriso di sangue. Luca si avvicinò e gettò sulle braccia di uno dei due le bisacce sibilandogli: <<Vedi di non fartele di nuovo portar via!>>. Girò con rapidità lo sguardo intorno alla sala ed ebbe una rapida visione del generale, in camicia da notte, con i piedi nudi, vicino a lui c’era la contessa, scarmigliata, che si stringeva addosso una vestaglia. Altri domestici stavano entrando sorreggendo dei candelabri. Ma non c’era tempo da perdere, se avesse cominciato a parlare sarebbe stato bloccato. Luca girò sui tacchi e corse di nuovo fuori per scendere in giardino dalla parte opposta.

Il prato declinava dolcemente verso il lago e davanti a lui c’era una darsena coperta: l’ingresso era un buco nero. Sentì i passi di Leone che si avvicinava ed in un attimo si ritrovarono, uno a fianco dell’altro, vicini all’ingresso della darsena. Leone avrebbe voluto infilarsi dentro al buio, ma Luca lo trattenne. Il suo intervento fu provvidenziale, perché dall’interno risuonò uno sparo. La pallottola sembrò miagolare molto vicino. Non sapevano chi ci fosse nella darsena e farsi ammazzare inutilmente era stupido.

<<Cerchiamo di aggirare la darsena>> disse Luca in un sussurro e subito Leone si avviò verso sinistra, lui proseguì verso destra. All’interno della darsena vi erano stati dei rumori, forse un tonfo, qualcuno si stava muovendo scompostamente nell’acqua. Luca arrivò sul ciglio del muro di confine che delimitava la darsena, ma non si accorse che sotto c’era il vuoto: precipitò in acqua e perse la pistola che stringeva in pugno. Luca sapeva nuotare e riemerse sputando l’acqua del lago. Quel bagno notturno era sgradevole e l’acqua era fredda, ma ormai era fatta, tanto valeva guardare all’interno della darsena. Pur impacciato dalla giubba e dagli stivali che lo tiravano a fondo, Luca, con alcune robuste bracciate, si affacciò alla bocca della darsena, ma anche l’uscita delle barche sembrava solo un buco nero. Giudicò che entrare da quella parte, nuotando con fatica ed ormai disarmato, sarebbe stato ancora più stupido e si tirò indietro. Nuotò lentamente fino a trovare la sponda del giardino qualche metro oltre il muro che delimitava la darsena, poi con fatica cominciò ad issarsi. Scosso da brividi di freddo, mentre era ancora carponi, decise di farsi sentire, sia da chi stavano braccando, che da Leone. <<Leone>> gridò <<fammi capire dove sei!>> La voce dell’appuntato giunse subito: <<Comandi signor tenente. Sono sullo spigolo della darsena, ma non posso proseguire, sotto c’è l’acqua!>> Luca stava tremando dal freddo, ma doveva ignorare il suo corpo e reagire: si tirò in piedi e sbatté le mani, più volte una contro l’altra, per cercare di scaldarsi.

<<Leone resta dove sei>> gridò ancora Luca <<se qualcuno esce dalla darsena sparagli. Io mi piazzo davanti alla porta d’ingresso. Tengo la pistola puntata sulla porta, se qualcuno esce gli sparo!>> Sperava che chi era dentro gli credesse e si guardasse bene dal mostrarsi.

Poi ci ripensò. <<Leone spara qualche colpo intimidatorio per farlo uscire. . .>>

Dopo pochi istanti, Leone esplose tre colpi, con calma, uno ben distanziato dall’altro. Non successe nulla, l’interno della darsena era rimasto silenzioso. Sembrava una posizione di stallo.

Finalmente dalla villa arrivarono quelli che per Luca diventavano provvidenziali rinforzi. Vi erano alcuni garibaldini armati e diversi camerieri e garzoni che portavano delle lampade a petrolio. Luca era fradicio e sperò che nessuno se ne accorgesse. <<Il nostro uomo è lì dentro>> disse Luca <<ma adesso lo prendiamo.>> Ora che c’era un po’ di luce, vedeva chiaramente la forma irregolare della darsena coperta. Era piuttosto grande e le due spalle si protendevano sull’acqua. Per prima cosa mandò un garzone, munito di una lampada, sul tetto della darsena, adesso la luce illuminava debolmente l’acqua anche dalla parte dell’uscita delle barche e nessuno avrebbe potuto scappare senza essere visto. Leone era tornato indietro e si era appoggiato alla parete vicino all’entrata.

<<Basta, è finita, vieni fuori>> aveva detto ancora Luca e la sua voce era risuonata un po’ stanca, ma nessuno aveva risposto. Leone aveva preso una lampada a petrolio e l’aveva sospinta sulla soglia con la punta del piede. Chi era dentro adesso avrebbe sicuramente sparato. . . ma non era accaduto nulla. Leone aveva spinto ancora più avanti la lampada ed ora un po’ di luce illuminava l’interno della darsena. <<Adesso vengo a prenderti>> aveva urlato Leone ed era balzato all’interno: il suo coraggio a volte sconfinava nell’incoscienza. Ma la darsena era vuota.

Due garibaldini erano entrati dopo di lui ed avevano percorso la stretta passerella in legno che correva all’interno, lungo i muri della darsena, ma non c’era veramente nessuno. Però qualcuno aveva pur sparato verso di loro mentre, poco prima, sostavano di fronte all’entrata della darsena! Leone non riusciva a comprendere, poi aveva abbassato gli occhi nell’acqua e l’aveva visto.

Sul fondo vi era il corpo di un uomo, ormai immobile, probabilmente al buio doveva aver messo un piede in fallo ed era caduto in acqua, evidentemente non sapeva nuotare ed era annegato.

Dopo vi era stato di nuovo un gran trambusto. Tutti i garzoni sapevano nuotare come pesci e si erano tuffati: avevano ripescato il corpo che era quello del povero signor conte.

Mentre fervevano queste operazioni, Leone si era avvicinato a Luca e lo stava squadrando in modo strano. <<Ma siete tutto bagnato signor tenente? >> Mentre lo diceva però gli scappava da ridere.

<<Non sarete mica caduto in acqua anche voi?>> <<Io? Ti pare mai possibile che io faccia delle sciocchezze simili?>> Poi erano scoppiati in una risata liberatoria ed avevano risalito il prato verso la villa.

Di prima mattina il generale Garibaldi era pronto per partire e tornare al suo posto di comando.

Il giovane Michele Serra era stato ricoverato in ospedale, ma non era in pericolo di vita.

La contessa era chiusa in camera sua a piangere il marito morto, il cui corpo era stato composto e rivestito, in attesa che il vescovo arrivasse per dargli la benedizione.

E Luca Faliero era adesso alle prese con la stesura del verbale su quanto era accaduto quella notte. Era moralmente sicuro che il conte fosse il colpevole del tentativo di furto delle due bisacce di documenti del generale, ma, mentre stendeva il rapporto alcuni dubbi, di tipo legale, si affacciavano alla sua mente. Il realtà lui aveva visto solo un’ombra fuggire nel giardino. Nulla collegava oggettivamente il conte a quell’ombra. Ed il complice che aveva visto avvicinarsi con un cavallo? Forse era solo uno stalliere che poi era fuggito. Ed ormai il conte era morto. Se anche, da vivo, fosse stato ancora vicino ai suoi amici austriaci, che importanza aveva adesso? Era vero che la guerra era ancora in corso, ma avrebbe avuto senso infangare la memoria di un morto? In fondo le bisacce non erano state rubate. C’era sì la testa rotta del povero Michelino, ma tutto sommato anche lui se la sarebbe cavata. Luca fece una pallottola del foglio che stava faticosamente cercando di riempire.

Rimase a lungo senza fare nulla, guardando il corteo di Garibaldi che si allontanava dal giardino e tornava verso il fronte. Sbirciando da lontano, Leone aveva visto che lui aveva smesso di scrivere e si era avvicinato. <<Quali sono gli ordini per oggi signor tenente?>> aveva chiesto.

<<Tu cosa scriveresti, se dovessi farlo tu, un rapporto per gli avvenimenti di questa notte?>> aveva chiesto Luca, invece di rispondergli. Leone gli aveva rivolto uno sguardo meravigliato, ma Luca era rimasto zitto in attesa di una risposta.

<<Beh, scriverei che un ladro ha cercato di rubare le bisacce del generale, ma i carabinieri del Re le hanno prontamente ricuperate. . .>> << . . .E poi?>> lo incalzò Luca.

Neanche Leone sembrava sapere cosa dire e per un po’ rimase zitto, poi tutto d’un fiato recitò:<<Poi il signor tenente ed il conte avevano caldo ed hanno fatto un bagno nel lago, ma il conte non sapeva nuotare ed è annegato, il signor tenente invece no!>>

Luca rise di cuore, poi concluse: <<La prima parte va bene e credo che sia sufficiente.>>

Franco Rizzi.

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QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA TIGRE.

5 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA  TIGRE.

Dalla raccolta: INFANZIA FELIX – 1939-1945

GIUGNO 1943.

La sorella minore di mia madre si chiamava Maria, ma tutti la chiamavano Marì. Era una donna molto dolce ed anche piuttosto timida, che, purtroppo per lei, era stata data in sposa ad un certo Piero Bontardelli, ma a quel tempo le cose andavano così e raramente le donne si ribellavano ai padri e, una volta sposate, neppure ai mariti. Il Bontardelli era un farmacista, quindi era un benestante ed era stato scelto per questo, ma era un tipaccio che, spesso e volentieri, con la moglie alzava la voce e anche le mani. Così, dopo i primi infelici anni di matrimonio e senza aver avuto figli, lei questo marito, dopo averlo a lungo sopportato, aveva cominciato a detestarlo. Spesso piangendo si sfogava con mia madre, la sorella maggiore, ma di lasciarlo non ne aveva il coraggio.

Io e mia sorella adoravamo questa zia, mentre invece eravamo abbastanza impauriti da quel marito che ci sembrava una specie di Orco: alcune volte di pomeriggio eravamo andati a trovarla a casa sua a Torino, ed avevamo assistito al rientro del marito. Dopo una giornata di lavoro in farmacia era sempre rabbioso, o almeno così appariva a noi. Più che parlare ci sembrava solo che urlasse e, quando lui arrivava, aspettavamo, quasi tremanti, che nostra madre venisse a prenderci per riportarci a casa, lontano da quell’uomo orribile. Poi la nostra famiglia si era spostata a Milano e la zia Marì era rimasta a Torino, prigioniera di quel marito Orco.

A quel tempo c’era la guerra: il ventiquattro di ottobre del 1942 era un sabato e, a metà pomeriggio, prima che suonasse l’allarme, nel cielo erano comparsi gli aerei inglesi che avevano iniziato a sganciare le loro bombe sulla città. Noi stavamo per raggiungere mio padre in centro città, insieme ci saremmo recati in una pasticceria ed io avrei mangiato un paio di paste, poi, forse, saremmo andati anche al cinema.

In quegli anni si lavorava dal lunedì fino a metà del pomeriggio del sabato, mio padre avrebbe smesso il lavoro alle quattro e sarebbe arrivato dalla periferia opposta della città, dove aveva la sua prima piccola fabbrica, che tutti chiamavamo l’officina.

Mia madre stava chiudendo la porta di casa mentre si udivano i primi boati delle bombe e l’allarme finalmente suonava, così aveva sospinto me e mia sorella nel rifugio, che altro non era che la cantina di casa.

Eravamo rimasti stretti a lei senza parlare per quasi due ore, mentre le bombe cadevano, ora un po’ più vicino, ora un po’ più lontano, con rumori paurosi, sibili ed esplosioni. Dopo il cessato allarme, con mia madre ci eravamo spinti fino sul portone di casa. In fondo alla via una casa bruciava e io ne ero rimasto atterrito. Mi ero rifugiato nel corridoio della nostra abitazione, dove non c’erano finestre, per non vedere i bagliori degli incendi. Era stato un avviso piuttosto perentorio che la guerra ci era arrivata in casa ed era ormai persa.

Mio padre dopo due giorni di tormentosi ragionamenti su dove la guerra sarebbe passata, dove avrebbe fatto più danni e dove meno, scelse di trasferirsi, officina e casa, in uno sconosciuto paese di nome Iseo, abbastanza vicino a Milano, ma forse un po’ defilato rispetto alle direttrici che avrebbe potuto prendere la guerra. Il paese era piccolo e chiuso, di forestieri se ne vedevano pochi e, quando arrivammo la sera del ventisette ottobre, noi eravamo i primi sfollati che si fossero mai visti nel paese.

Ma c’era un bel lago, io in breve in quel paese mi ci ero ambientato e la guerra era tornata ad essere qualcosa di lontano che quasi non mi riguardava.

Dall’ex podestà del paese mio padre aveva affittato una villetta in riva al lago: era in pratica la casa delle vacanze estive di sua figlia, perché lui, invece, abitava nel centro del paese. La casa era stata costruita in due corpi ad angolo. La parte padronale, dove adesso abitavamo noi, dava direttamente sul lago ed aveva un bel giardino, dei moli e una darsena. Il corpo laterale era stato fatto in modo più spartano, perché era abitato dal suo mezzadro, che coltivava circa l’ettaro di terra che si estendeva tra il lago e la strada di accesso alla casa. Un portico univa i due corpi della casa e su questo si affacciava la nostra cucina. Arrivando dal centro del paese, la strada passava dietro alla casa ed un cancello delimitava la proprietà ad un centinaio di passi di distanza. Un lungo viale, lievemente in discesa, portava al cortile dove si affacciavano la porta di casa del mezzadro e la porta della nostra cucina. Quindi tutti noi entravamo in casa dal retro della casa e cioè dalla porta della cucina. Specie nel primo inverno, poi, la cucina era anche la stanza più calda, fino a quando mio padre cominciò a produrre le stufe a segatura, che, una dopo l’altra, furono installate in tutte le stanze. Intanto, fino dai primi giorni in cui avevamo iniziato ad abitare questa villetta, era comparsa a casa nostra una giovane donna di nome Rosi, che sarebbe diventata la nostra nuova cameriera e poi, a poco a poco, una di casa. Rimase con noi fino alla sua morte, molti anni dopo.

Era lei che mi portava a scuola e mi veniva a riprendere al termine delle lezioni, io con la mia piccola bicicletta, lei con la sua. Insomma, per me un’infanzia felice, l’eco della guerra era una cosa lontana, di cui si occupava forse solo mio padre che sentiva le notizie della EIAR e, di nascosto, la sera tardi, ascoltava anche radio Londra, sempre preceduta da sinistri suoni di tamburo.

Intanto, nello stesso inverno, anche Torino era stata la meta di feroci bombardamenti e, nella primavera del 1943, pure i miei nonni materni lasciarono quella città e si rifugiarono con noi ad Iseo. Erano arrivati in tre, mio nonno che non lavorava più, mia nonna Caterina e il loro ultimo figlio, mio zio Serafino, che era di salute cagionevole, aveva quasi vent’anni e faceva il pittore.

Mia zia Marì si ritrovò ad essere sola a Torino, nelle grinfie del marito Orco. Non resistette a lungo ed un giorno scappò di casa, venendo anche lei a rifugiarsi ad Iseo.

A me sembrava una sistemazione bellissima: mio padre aveva affittato un’altra porzione della villa dove abitavamo, destinandola ai miei nonni, io da mio zio imparavo a dipingere, adesso era arrivata anche la nostra zia prediletta.

Tutto era apparentemente perfetto, ma una brutta mattina, sul finire di giugno, inatteso comparve anche l’Orco.

I maschi di casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti fuori casa, nell’officina di mio padre ,dalla parte opposta del paese. Io, che avevo appena terminato la seconda elementare, ero invece con le donne, mia madre, mia nonna, la zia Marì, mia sorella e la giovane cameriera Rosi, nella grande cucina della casa la cui porta, come ho spiegato, dava sul lungo viale di ingresso alla casa.

L’Orco avanzava tracotante lungo il viale in lieve discesa, ma era a piedi, ed il percorso di un centinaio di metri: l’allarme venne dato da mia nonna, anche se con pochi attimi di anticipo.

Mia madre prese immediatamente la direzione delle operazioni.

<<Rosi>> disse di furia alla cameriera <<prendi la bici e corri a chiamare mio marito. Digli di venire subito ché è arrivato mio cognato!>>. Poi si rivolse in modo perentorio alla sorella: <<Tu sali di sopra, vai in camera mia, chiuditi dentro e non uscire fino a quando non te lo dirò io!>>

La sorella sparì lungo le scale pochi attimi prima che l’Orco spalancasse la porta ed entrasse senza essere invitato. Mia nonna temeva anche lei quell’uomo e si era ritirata dietro al lungo tavolo della cucina.

Io, che avevo captato così tanti segnali di pericolo in un così breve volgere di tempo, ero restato immobile in un angolo. Riuscivo a mala pena ad afferrare il dialogo teso che si svolgeva con il rituale tipico che precede una rissa furibonda.

Mia madre si era messa davanti al tavolo di fronte alla porta che l’Orco aveva spalancato, decisa a sbarrargli il passo. Nel frattempo Rosa era sgattaiolata dalla porta posteriore, che in realtà era la porta principale e pedalava a più non posso per correre ad avvisare mio padre.

<<Piero, come mai sei qui?>> aveva detto mia madre fingendo sorpresa.

<<Lo sai bene …>> aveva risposto l’Orco.

<<No che non lo so, devi forse parlare con Italo ?>>

Italo era mio padre e il richiamo del suo nome poteva far pensare all’avversario che forse l’uomo potesse essere in casa, ma non sortì alcun effetto.

<<Chiama tua sorella!>> il tono dell’Orco si era fatto più alto e deciso.

<<Mia sorella sarà a casa tua a Torino.>>

I toni adesso erano sordi, ma ognuno si tratteneva, aspettando una mossa di rottura da parte dell’altro per poi agire di rimessa.

<<E’ scappata ed è venuta qui, lo so! Anche tua madre lo sa!>>

L’Orco indicava mia nonna che, dalla parte opposta della tavola, taceva spaventata.

<<I miei sono qui da qualche mese, non c’entrano niente con tua moglie! Quindi vattene: torna a casa tua!>>

Le parole di mia madre adesso erano salite di tono: era un tentativo di chiudere la partita cercando di fermarsi alle sole parole.

Ma l’Orco non aveva intenzione di mollare, anzi quell’invito ultimativo l’aveva fatto arrabbiare ancora di più.

<<Chiamala quella puttana! Lo so che è qui!>>

<<Come osi? Qui non c’è! Vattene!>>

Mia madre tentava adesso la strada delle parole dette con sdegno.

<<Bugiarda! Sei una bugiarda puttana! Come tua sorella …>>

Io quella parola non l’avevo mai sentita e quindi non la potevo comprendere, ma per mia madre sentirsi dare della puttana era stato il punto di rottura. Era scattata in avanti, aveva afferrato l’Orco per il bavero della giacca e l’aveva spinto fuori dalla porta.

Lui non si aspettava l’attacco fisico, non ancora, ed era stato costretto ad arretrare di alcuni passi ritrovandosi fuori dalla porta. Mia madre era balzata anche lei fuori.

Sotto al portico, a sinistra della porta, si trovava una catasta di legna per il camino e lei aveva afferrato con la mano sinistra un ciocco di legno, con la sinistra perché con la destra lo doveva fronteggiare. Si trattava di una questione di secondi, perché lui stava per tornare alla carica e lei avrebbe sicuramente avuto la peggio. Mandando un grido, mia madre aveva tirato indietro il braccio sinistro e gli aveva scagliato contro il ciocco di legno.

La distanza era estremamente ravvicinata e l’Orco non aveva potuto fare altro che girarsi per non offrire il volto come bersaglio. Il ciocco l’aveva colpito duramente nel centro della schiena e lui aveva dovuto fare ancora due passi indietro per ricuperare l’equilibrio.

Però adesso si era voltato ed era furibondo, pronto a picchiare.

Contigua alla nostra cucina vi era la casa del mezzadro. Un portico unico collegava le due abitazioni e lì, dalla parte opposta alla catasta di legna per il nostro camino, la moglie del mezzadro aveva lasciato un forcone per il fieno appoggiato al muro.

Mia madre aveva visto quel forcone e l’aveva impugnato: la mano destra indietro lungo l’asta, la mano sinistra in avanti, le tre forche d’acciaio all’altezza del ventre dell’avversario che stava avanzando verso di lei.

Erano stati attimi disperati, mentre i due si guardavano negli occhi, ma gli occhi neri di mia madre esprimevano una ferma determinazione: era pronta ad ucciderlo.

L’Orco si era immobilizzato, ma poi aveva capito ed aveva desistito. Si era girato e, senza parlare, aveva cominciato a risalire il viale. Anche mia madre adesso taceva, mentre probabilmente una scarica di adrenalina le stava sconvolgendo la schiena. Ma stringeva ancora con forza il forcone, se l’Orco fosse venuto in avanti l’avrebbe sicuramente infilzato.

In silenzio tutti noi eravamo usciti dalla porta della cucina e guardavamo l’uomo che si stava allontanando. Forse non tutti avevano compreso la tragedia che era stata sfiorata, io per primo. Solo molto tempo dopo sono riuscito a ricostruire quanto era accaduto realmente quella mattina di fine giugno del 1943.

Poi, anche se ormai inutili, erano arrivati i nostri: prima mio zio che era solo un ragazzino magro, mingherlino e cagionevole di salute, che pedalava come un disperato una bicicletta da donna. Aveva svoltato nel viale, intercettando l’Orco che lo stava risalendo e, senza scendere dalla bicicletta, gli si era gettato al collo cercando di tempestarlo di pugni del tutto inoffensivi. L’Orco si era divincolato senza difficoltà e l’aveva allontanato, ma ormai batteva in ritirata e non si era rivalso su di lui. Dietro mio zio stava arrivando mio padre, pedalando la sua bella bicicletta, una Dei superleggera. Con il cognato si erano detti qualcosa, ma poi l’altro aveva proseguito.

L’Orco Piero Bontardelli aveva lasciato il campo ed era tornato sconfitto verso la stazione. Io non l’avrei mai più rivisto. Peccato che dopo un po’ lasciò Iseo anche la zia Marì, ma ciò che fanno gli adulti per i bambini resta spesso un mistero.

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Indagine sul lago

9 Ottobre 2014 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

Indagine sul lago

Quella notte di fine febbraio era piuttosto fredda, ma non era buia perché la luna rischiarava il cielo. Il tenente Luca Faliero osservava la torbiera dove la luna aveva striato d’argento le lame d’acqua su cui galleggiavano le ninfee. Con la luce della luna le montagne dall’altra parte del lago avevano assunto un colore blu meno cupo, ai loro piedi invece il lago era una lontana striscia nera. Luca era affacciato ad una finestra di quel grande palazzo e ripensava all’incarico delicato che gli era stato conferito tre mesi prima, dal colonnello Ottorino Pavese. Il momento era delicato, perché il problema delle parti di Patria ancora irredente era rovente. Poi con l’inizio dell’anno 1866, la tensione con l’Austria si era di nuovo bruscamente acuita ed una guerra avrebbe potuto scoppiare a breve. In Lombardia, non proprio tutti, erano felici di far parte del nuovo regno d’Italia che si era finalmente costituito pochi anni prima. Alcuni nobili, che nel passato erano stati legati alla monarchia Asburgica, avevano perso gli antichi privilegi ed in caso di un nuovo conflitto speravano in una qualche forma di restaurazione. I servizi riservati dell’Arma sapevano che il conte Giovanni Provaglio era uno di questi. Infatti fino alla tragica rivolta delle dieci giornate, del marzo 1849, il conte era stato un grande amico del colonnello Julius Haynau, comandante austriaco della piazza di Brescia, assiduo frequentatore del suo palazzo. Dopo di allora i loro rapporti si erano apparentemente interrotti, ma l’Arma sospettava che non fosse proprio così. Infatti il conte, con la guerra del 1859, aveva perso la gestione e le rendite dei terreni di un antico convento, annesso al suo palazzo, che prima della guerra era di proprietà dell’Arcivescovato di Innsbruck. Adesso convento e terreni erano in fase di confisca da parte dello stato italiano. Luca era stato incaricato di svolgere, in modo discreto, delle indagini per controllare quelle voci. Dato che suo zio Costantino vantava molteplici conoscenze anche nella nobiltà bresciana, Luca era stato introdotto in quell’ambiente in occasione della festa di fine anno che si era tenuta al Teatro Grande di Brescia. Quella sera era stato presentato al conte Provaglio. La cosa in realtà non gli era affatto dispiaciuta, perché il conte era giunto alla festa accompagnato da una bella pronipote di nome Isabella. Per l’occasione la giovane sfoggiava una graziosa acconciatura all’insù, della folta chioma bruna, fissata con un diadema. Luca non era insensibile al fascino femminile e dato che, in realtà, aveva il compito di apprendere più cose possibili su tutte le attività del conte, aveva impunemente corteggiato Isabella per tutta la sera. Luca era giovane e di aspetto piacevole ed anche Isabella aveva gradito la compagnia di quel bel tenente. Come molte giovani donne, anche lei non era sembrata indifferente al fascino della sua divisa. Luca congedandosi le aveva promesso di trovare al più presto un’occasione per rivederla.

Erano trascorsi quasi due mesi e Luca, fingendosi di passaggio, mentre si recava per una non meglio precisata missione sul lago d’Iseo, assieme all’appuntato Leone Decarolis, suo fido aiutante, si era presentato al grande palazzo del conte. Effettivamente quel palazzo si compenetrava, in modo abbastanza strano, con un vecchio monastero e si affacciava sulla torbiera, molto vicino alla sponda orientale del lago d’Iseo. Quel pomeriggio, arrivando, Luca aveva avuto l’impressione che si trattasse di un insieme di costruzioni piuttosto malandate, quasi che il conte non avesse più molto denaro da spendere. Anche i servitori sembravano pochi ed anziani. Il chiostro dell’antico convento costituiva parte della facciata posteriore del palazzo stesso e si affacciava sulla torbiera. A suo tempo i monaci che lo abitavano, dipendevano dal Vescovo di Innsbruck, ma ormai i tempi erano cambiati, vi risiedevano solamente tre anziani monaci, alla morte dei quali, il convento sarebbe stato definitivamente confiscato, destinato a divenire patrimonio dello stato italiano. Il conte Provaglio non si era mai sposato e viveva in quel grande palazzo, insieme ad un anziano cugino, di nome Pasquale Rossetto, commerciante di vino che, rimasto vedovo, si era trasferito in quel palazzo con la figlia Isabella. L’arrivo di Luca non aveva destato troppa meraviglia, perché quel giovane ufficiale di bell’aspetto aveva corteggiato Isabella durante tutta la sera della festa e lei quella visita sembrava aspettarsela. Il conte Provaglio aveva ricevuto Luca con estrema cortesia invitandolo a cena e poi a fermarsi da loro per la notte. Nel pomeriggio Isabella gli aveva fatto da guida e gli aveva fatto visitare il vecchio convento. Alla cena era presente anche un altro ospite, il barone Giancarlo Federici, anche lui commerciante di vino, amico di vecchia data del conte e di suo cugino. Durante la cena, naturalmente, tutti avevano parlato della difficile situazione politica e del timore di una nuova guerra con l’Austria. Utilizzando i sottili trucchi dialettici imparati da suo zio Costantino, che era un raffinato diplomatico, Luca aveva cercato di far parlare il conte, ma Giovanni Provaglio non era caduto in nessuna trappola, anzi si era mostrato abbastanza indifferente, quasi che i nuovi sussulti politici ormai non lo riguardassero più. Terminata la cena, invece il conte aveva invitato gli ospiti al tavolo da gioco, perché era un accanito giocatore. I giochi d’azzardo erano il suo debole, e forse ormai anche il suo unico sostentamento. Molti nobili della zona ne avevano fatto le spese. Luca di questo era stato informato ed aveva cortesemente rifiutato l’invito. Era rimasto a conversare, con la graziosa pronipote del conte, centellinando la grappa prodotta dal convento, mentre i tre uomini si erano immersi in una lunga partita a carte. Isabella sapeva conversare in modo colto e piacevole ed amava le schermaglie del corteggiamento. Però dopo un paio d’ore trascorse con Luca, durante le quali gli aveva gli permesso di chiederle in quale ala del palazzo lei avesse la sua stanza, sapendo che le belle donne dovevano sempre farsi desiderare a lungo, si era bruscamente congedata da lui. Luca aveva perfettamente compreso il comportamento di Isabella ed aveva accettato la piccola sconfitta con un sorriso. Poi aveva salutato i tre giocatori e si era ritirato anche lui nella stanza che gli era stata preparata. In realtà non aveva affatto avuto l’impressione che il conte fosse ancora invischiato in trame politiche, gli era sembrato invece una persona in grande declino, che si trovava ormai a vivere in un mondo molto diverso, molto cambiato, rispetto ai tempi della sua giovinezza. Anche il palazzo sembrava andare lentamente in rovina e molti arredi dovevano essere stati venduti, come mostravano i segni sulle pareti da cui erano stati sicuramente rimossi dei quadri. Anche il convento, in cui si aggiravano ormai solo i tre anziani monaci, mostrava di essere arrivato alla fine di un ciclo di vita. Forse le preoccupazioni del colonnello Ottorino Pavese erano eccessive e quel conte era ormai fuori da ogni gioco, ormai lontano da ogni complotto. Se le cose stavano così, la sua era stata una visita inutile, a meno di non valutare positivamente la presenza di Isabella, che gli aveva tenuto compagnia, purtroppo solo per una parte della notte, ma che era sembrata gradire il corteggiamento. Luca stava fumando un sigaro ed in verità, più che concentrarsi sul rapporto che avrebbe dovuto presentare al colonnello, lasciava scorrere i pensieri su come trovare il modo di rivedere Isabella.

Il primo colpo di pistola, secco ed improvviso, nel silenzio della notte, lo colse quindi del tutto impreparato. Mentre bruscamente la sua attenzione si risvegliava, vi fu un secondo sparo, poi tutto tornò silenzioso. Gli spari provenivano dalla destra, rispetto alla finestra a cui Luca era affacciato, dalla parte in cui il terreno dirupato scendeva verso la torbiera e dove vi era la strada che portava verso il paese. Luca balzò in piedi: doveva controllare subito! Due colpi di pistola nella notte avevano un brutto significato! Si infilò la giubba mentre si precipitava alla porta della stanza per uscire. <<Leone!>> gridò mentre ormai stava correndo nel corridoio <<Leone, alzati di corsa, vieni con me!>> Intanto era giunto al fondo del corridoio e tempestava di pugni la porta della stanza dove dormiva l’appuntato. Leone Decarolis comparve sulla porta con il viso un po’ stralunato, mentre si rialzava le bretelle dei pantaloni. Da molto tempo aveva imparato ad avere la massima fiducia nel tenente, con cui formava una coppia ben affiatata. Non fece domande, ma rispose solamente: <<Comandi signor tenente!>> Poi rientrò nella stanza per terminare di vestirsi in un lampo. Pochi minuti dopo entrambi correvano sul prato scosceso in mezzo agli alberi. Leone reggeva una lampada a petrolio. Scivolavano sull’erba umida del parco ed inciampavano in diversi ostacoli, poi finalmente ritrovarono la strada in terra battuta. Da lontano videro la sagoma scura di un cavallo, fermo vicino ad un’altra massa scura. Luca smise di correre e cominciò ad avanzare più cautamente. Intanto alle loro spalle, svegliati forse dagli spari, ma anche allarmati dal notevole trambusto fatto dai due carabinieri mentre uscivano di corsa dal palazzo, erano in arrivo dei servitori, anche loro muniti di lanterne a petrolio. Luca e Leone si arrestarono di fronte alla massa scura che ora, alla luce della luna si era rivelata essere una fontana, con un piccolo bacino d’acqua contornato da un muro di pietra. L’acqua, scorrendo, rompeva il silenzio con un lieve rumore. Poco più avanti vi era il corpo d’un uomo steso a terra. Leone alzò la lampada per illuminarlo: sulla schiena dell’uomo, dove era stato raggiunto dai due colpi di pistola, vi era una grossa macchia di sangue. Luca girò attorno al corpo cercando di individuare delle possibili tracce. Qualcuno sembrava aver frugato nelle tasche dell’uomo che erano rovesciate. A terra erano rimasti alcuni nichelini. <<L’hanno ucciso per rapinarlo.>> disse Leone mentre appoggiava la lanterna sul muro di pietra della fontana. Luca, che si era chinato sul corpo dell’uomo, con delicatezza lo girò. La giacca di aprì rivelando una nuova grossa macchia di sangue dove i proiettili, sicuramente di grosso calibro, erano fuoriusciti. Il volto dell’uomo, pur contratto nello spasimo della morte, era ben riconoscibile. <<E’ il barone Federici!>> esclamò Leone. <<Sì>> gli fece eco Luca <<E’ proprio lui...>> Poi restò in silenzio, continuando ad esaminare il morto ed il terreno circostante. <<Forse dei briganti gli hanno teso un agguato nascosti dietro al muro della fontana.>> commentò a voce alta Leone. <<Probabilmente lo stavano aspettando>> rispose Luca, fece una pausa, poi riprese: <<ma di certo, il barone ha incontrato dei rapinatori molto strani...>> Il dito indice di Luca indicava a Leone il panciotto del barone da cui spuntava la catena d’oro di un orologio. Leone si chinò per guardare meglio, ma poi il dito indice di Luca si spostò rapidamente in alto, trasversale sulle labbra, perché alcuni servitori erano giunti anche loro alla fontana, portando diverse altre lampade. Alla vista del morto tutti erano ammutoliti. <<Che posto è questo?>> chiese Luca senza rivolgersi a nessuno in particolare. <<E’ il “fontanì”.>> rispose un cameriere che sembrava il più anziano tra i presenti <<Segna il confine del parco del signor conte.>> Luca fece ancora un paio di giri dietro alla fontana, ma vi erano solo tracce confuse. Poi diede ordine a Leone di sovrintendere al trasporto del cadavere del barone Federici al palazzo ed incaricò uno stalliere di ricuperarne il cavallo. Terminate quelle incombenze lasciò il “fontanì”.

Luca risalì lentamente verso il palazzo, camminando a testa bassa, osservando attentamente la strada che il barone doveva aver percorso poco prima, cercando di trovare dei possibili indizi. Lo stalliere lo seguiva tenendo per la cavezza il cavallo del barone. Arrivarono alle stalle e Luca si fermò per parlare con lo stalliere. <<Hai visto il barone quando ha lasciato il palazzo?>> chiese Luca. Lo stalliere lo guardò per alcuni istanti, poi assentì in silenzio. <<E’ successo qualcosa di strano mentre il barone lasciava il palazzo?>> chiese ancora Luca. <<Vi era qualcuno con lui?>> <<No, era solo.>> rispose lo stalliere che mostrava un evidente disagio, vedendosi interrogato da un ufficiale dei carabinieri, poi però aggiunse: <<Aveva bevuto un po’. Beve sempre quando viene a trovare il signor conte. Ha fatto un po’ fatica a mettersi in sella, è finito anche a terra, ma poi l’ho aiutato a rimontare e se n’è andato senza dire nulla. Tutti uguali i signori, mai nemmeno un grazie...>> Poi tacque bruscamente, forse temeva di aver detto una parola di troppo, forse era rabbioso per aver dovuto alzarsi nel cuore della notte. Infine disse: <<Se non ha più bisogno di me, io vado...>> Luca gli fece un cenno di congedo e lo lasciò andare. I cavalli si muovevano irrequieti, per la presenza di un estraneo nella stalla. I loro zoccoli rivoltavano la paglia ed il letame. Luca cercava di rivedere la scena del barone alle prese con il tentativo di montare in sella. Dopo avergli sparato, qualcuno gli aveva frugato in tasca, probabilmente alla ricerca di “qualcosa”. D’un tratto gli venne alla mente l’idea che forse, il barone, quel “qualcosa” poteva anche averlo perso nella stalla. Cominciò a frugare, con la punta dello stivale, in mezzo alla paglia, nella zona dove presumibilmente il barone poteva essere caduto. Sembrava un compito difficile e forse inutile. Si spostò allargando la ricerca. I suoi stivali frugavano tra la paglia e lo sterco. ... Invano... Poi ad un tratto vide il bordo di un sottile portacarte di pelle emergere sotto la paglia sporca. Con un certo disgusto lo raccolse e cercò di ripulirlo. Che razza di indagine di m... Stava albeggiando quando Luca rientrò nell’atrio del palazzo, dove l’appuntato era rimasto in attesa. <<Leone, vedi di scoprire se, passando dal retro del palazzo, dove c’è il chiostro del convento, si può arrivare alla fontana senza passare per l’atrio. Dobbiamo cercar di capire se qualcuno abbia potuto uscire, tendere l’agguato e rientrare senza essere visto. Dopo torna nella mia stanza.>> <<Comandi signor tenente.>> aveva risposto Leone e si era allontanato di corsa. Luca era rientrato in camera sua, per ripulire il portacarte che aveva trovato, esaminarlo e ripulirsi dopo quella sgradevole ricerca nella stalla. Dopo meno di due ore Leone ricomparve con gli occhi che gli brillavano. <<Ho trovato la porta per uscire dal chiostro e passare nel parco! Rimane spesso aperta! Me l’ha spiegato un monaco. Ma c’è di più signor tenente, il monaco che ho incontrato, era già nel chiostro dopo le preghiere del mattino e mi ha dato questa!>> Leone allungò verso Luca un fazzoletto bianco in cui era avvolta una grossa pistola a tamburo, molto simile al modello 61. <<Ho cercato di non cancellare delle possibili tracce, però ho visto che al tamburo mancano due colpi. Qualcuno deve averla usata e poi gettata nel giardino, forse per ricuperarla più tardi...>> spiegò ancora Leone. <<Chi l’ha gettata via, certo non pensava che quel monaco la ritrovasse così presto. Adesso abbiamo l’arma del delitto, solo che non sappiamo chi l’ha usata! Potrebbe essere stato chiunque! Speriamo bene!>> rispose Luca <<Adesso riprendi fiato e tieni quest’arma avvolta nel fazzoletto. Ci vediamo tra un’ora nel salone del palazzo, dove intendo interrogare tutti quelli che, ieri sera, erano in casa. Tu mostrerai la pistola quando sarà il momento. Adesso vai!>> Appena Leone si fu allontanato Luca chiamò un cameriere e gli ordinò di convocare nel salone, tutti i presenti nel palazzo, servitù e monaci compresi.

Erano circa le otto della mattina quando Luca entrò nella grande sala al piano terra del palazzo. Il conte Giovanni Provaglio indossava ancora una vestaglia, come se fosse stato appena tirato giù dal letto, suo cugino si era invece rapidamente rivestito, anche se i radi capelli bianchi non ravviati gli stavano scomposti sul capo, sua figlia Isabella, che sembrava alquanto turbata, sedeva in un angolo stringendosi addosso uno scialle. La stanza era molto fredda ed il maggiordomo stava chino sul grande camino, cercando di ravvivare il fuoco. I camerieri, i servi, lo stalliere, si erano tutti ammucchiati, con aria preoccupata in un angolo, mentre i tre monaci che ancora abitavano il vecchio convento restavano silenziosi vicino alla porta che conduceva al chiostro. Il conte, che appariva molto irritato, appena vide il tenente, pensò bene di sfogare su di lui il suo malcontento. <<Signor tenente, siamo stati informati di quanto accaduto al povero barone Federici mentre rientrava a casa. Ecco il bel risultato della politica liberale del nostro governo! La gente perbene viene rapinata ed assassinata! Forse anche lei dovrebbe interessarsi di più di chi gira per le nostre campagne e meno di quanto accade a Vienna.>> Luca lo lasciò finire, poi gli chiese con aria fredda: <<Mi è d’obbligo porvi una domanda signor conte, avete delle pistole in casa?>> Il viso del conte divenne rosso fuoco. <<Dovreste controllare chi di dovere! Lo sapete che vi sono in giro molti sbandati? Molti seguaci di quel senza Dio di Garibaldi, circolano liberamente e molti sono ancora armati! Spaventano le nostre donne, compiono furti...>> Luca continuò a guardarlo freddamente senza dire nulla. Il barone sembrò calmarsi, poi riprese a parlare con più condiscendenza. <<Certo che abbiamo anche noi delle armi, come tutti i gentiluomini!>> Si diresse al grande scrittoio che vi era in un angolo della sala, aprì un cassetto e ne trasse una lucida scatola di legno che aprì. Dentro vi era una bella coppia di pistole da duello ad un colpo. La scatola conteneva anche una fiaschetta di polvere da sparo, alcune palle di piombo ed un calcatoio. Luca si avvicinò per osservare le pistole. Un sottilissimo strato di polvere le ricopriva, il grasso con cui erano state lubrificate appariva secco e giallo scuro, sembrava che non fossero state usate da molti anni. Per scrupolo Luca si chinò ad annusare le canne. <<Come potete ben vedere, nessuno le ha usate da molti anni a questa parte.>> disse ancora il conte girando la testa verso il cugino per averne un assenso. Pasquale Rossetto si affrettò a precisare: <<Mai più usate dai tempi del quarantotto!>> Luca fece un cenno di assenso, poi chiese ad entrambi: <<Vi ricordare a che ora il barone ha lasciato il palazzo?>> Il conte lasciò che fosse ancora Pasquale a parlare. <<Sarà stata la mezzanotte, come sempre. E’ andato via al termine della partita a carte.>> <<Fino alla stalla l’ho accompagnato io>> precisò il maggiordomo che aveva fatto un mezzo passo in avanti, forse contento di avvalorare quanto avevano detto i signori. <<Gli ho fatto luce fino a quando abbiamo incontrato lo stalliere che gli ha sellato il cavallo.>> <<Qualcuno di voi possiede altre pistole?>> chiese ancora, con aria severa, il tenente Faliero guardando verso i domestici. Tutti si agitarono un poco, ma tutti negarono. Poi uno dei tre monaci fece un passo in avanti. Aveva l’aria di essere molto imbarazzato. <<Io veramente un’arma... io l’ho trovata... era abbandonata nel giardino del chiostro... però l’ho consegnata subito al signor carabiniere!>> Con la mano indicava timidamente l’appuntato Decarolis. Mentre tutti si giravano a guardarlo, Leone mosse alcuni passi e, con aria che risultò un po’ teatrale, depose l’involto che conteneva la pistola sul piano dello scrittoio. Dopo un attimo di silenzio Pasquale Rossetto sbottò. <<Ma nessuno di noi ha mai visto questa pistola. Potrebbe essere di chiunque!>> Sia lui che il conte si erano avvicinati allo scrittoio per guardare meglio. <<E’ vero>> convenne Luca <<non sappiamo nulla di questa pistola. Non possiamo ancora dire se sia l’arma del delitto, non sappiamo neppure se é carica.>> Con aria indifferente Luca girò le spalle allo scrittoio. Poi si rivolse ai camerieri: <<Qualcuno di voi ha già visto quest’arma?>> Tutti si strinsero nelle spalle senza rispondere nulla. Isabella ritenne di intervenire e mentre parlava le labbra le tremavano un po’. <<Tenente, ma noi eravamo insieme. Mio padre ed il conte giocavano a carte. Nessuno di noi è andato nel chiostro! Come ha già detto lei, noi non sappiamo nulla di questa pistola.>> Luca sembrò ricordarsi di qualcosa e rivolto ai due cugini disse: <<E’ vero voi giocavate a carte. Mi scuso ancora per ieri sera, io non sono un buon giocatore e vi ho lasciato in tre... forse vi ho impedito di fare una partita di bridge.>> <<Oh, non si preoccupi!>> rispose Pasquale <<Il bridge è così noioso!>> Luca adesso sembrava interessato ai giochi delle carte. <<Cosa si può giocare in tre?>> <<Ma... non saprei, zecchinetta, settemmezzo...>> erano i ben noti giochi d’azzardo e Pasquale Rossetto improvvisamente si zittì. Alcuni di quei giochi erano stati vietati nei locali pubblici. Luca sembrò fare una domanda ingenua. <<Si può perdere del denaro?>> i due cugini fecero una faccia indifferente, ma ad tratto la voce di Luce divenne più tagliente. <<Signor conte ieri sera lei ha vinto o perso?>> <<A volte si vince a volte si perde.>> rispose con noncuranza il conte. Luca che voltava sempre le spalle allo scrittoio, estrasse di tasca il sottile portacarte che aveva ricuperato nella stalla. <<Nella stalla ho trovato questo...>> Il conte adesso taceva, ma era diventato pallido. Le dita di Luca estrassero con delicatezza un foglio dal portacarte. <<Questa sembra una cambiale, un pagherò in favore del barone Federici.>> Si chinò in avanti come per guardare meglio: <<La cifra scritta a me pare enorme: centotrenta lire! Ma non mi è chiara la firma del debitore...>> Il conte Provaglio aveva fatto un balzo in avanti cercando di afferrare la pistola deposta sullo scrittoio. Anche Leone però si mosse velocemente. Le sue forti braccia scattarono in avanti, i suoi grossi polsi guizzarono fuori dalle maniche della giubba e le sue mani si strinsero su quelle del conte che cercavano di impugnare la pistola, liberandola dal panno che l’avvolgeva. <<Basta così signor conte, la firma sul pagherò è chiaramente la vostra.>> La voce di Luca ora si era fatta severa. <<Ma poi, con il vostro gesto, voi ci avete chiaramente indicato anche il proprietario dell’arma del delitto!>>

Era di nuovo mattina ed il pallido sole di fine febbraio creava lievi lame dorate sulle acque della torbiera. Luca e Leone erano pronti per lasciare definitivamente il palazzo del conte Provaglio e far ritorno a Torino. Luca sembrava di umore tetro. Dopo la scena movimentata della mattina precedente, Leone aveva messo le manette al conte, che poi, in una carrozza chiusa, era stato immediatamente trasferito a Brescia e consegnato al magistrato di giustizia che ne aveva convalidato l’arresto. Luca aveva steso un primo rapporto e finalmente a tarda sera erano tornati al palazzo del conte per ricuperare le loro cavalcature. Rientrato a Torino, Luca avrebbe dovuto fare un lungo e dettagliato rapporto anche al burbero colonnello Pavese. Forse anche per questo aveva l’aria vagamente triste. <<Avete avuto un bel coraggio, signor tenente a volgere le spalle al tavolo.>> gli disse Leone, trovando finalmente il momento opportuno per parlare più liberamente. <<Se il conte fosse riuscito ad afferrare la pistola, vi avrebbe sicuramente sparato!>> Luca ritrovò il sorriso. <<Sapevo che lo tenevi d’occhio>> rispose <<e so che tu sei molto più veloce di me!>> Leone, visto che il tenente sembrava ritornato di luna buona, riprese a parlare senza remore. <<Però se avessimo portato i nostri cavalli, legati dietro alla carrozza, avremmo potuto ripartire per Torino già ieri sera. Ora ci aspetta un viaggio più lungo, inoltre ci saremmo risparmiati la cena di ieri sera. Il cugino del conte era funereo ed anche la signorina Isabella sembrava molto triste...>> Però mentre diceva queste ultime parole ebbe l’improvvisa sensazione di aver capito qualcosa d’altro. Di colpo restò in silenzio, senza più guardare Luca. Poi però quando alzò gli occhi vide che lui sorrideva. Prese il coraggio a due mani e disse tutto d’un fiato: <<Però non credo che la signorina Isabella avrà molto spazio nel vostro rapporto. Intendo il rapporto che dovrete fare al signor colonnello.>> Il colonnello Ottorino Pavese era il potente e severo capo dei servizi riservati dell’Arma: un uomo temuto da tutti quelli che l’avevano conosciuto. Aveva occhi azzurri, in un volto quasi angelico, dalla pelle liscia ed apparentemente ancora giovane, ma quando comandava i suoi occhi mandavano lampi di ghiaccio. Leone era convinto che anche il tenente Luca Faliero si trovasse a disagio in sua presenza. Luca ora gli sorrise più apertamente. <<Effettivamente il signor colonnello mi aveva incaricato di dare la caccia ad una spia ed io invece ho solo smascherato un nobile ormai senza più denaro, forse un baro, che alla fine della sua carriera, purtroppo, è diventato anche un assassino. Temo proprio che non sarà molto contento di me!>> Nel fare questa ammissione Luca sembrava decisamente sincero. <<Però dopo l’inverno torna sempre la primavera...>> Leone guardò il tenente con aria interrogativa. <<A maggio avrò diritto ad un breve periodo di licenza.>> precisò Luca <<Credo che per quel periodo la signorina Isabella avrà già lasciato questo tetro palazzo e si sarà già trasferita in centro al paese, dove mi ha detto d’avere altri cugini. Forse tornerò su questo lago.>> Detto questo Luca montò in sella e prese ad allontanarsi dal palazzo, senza più interessarsi a Leone che, sentendo di essere stato un po’ troppo invadente, era alquanto arrossito. Anche Leone montò in sella e lo seguì senza più parlare. Dopo poco però, non seppe resistere e si girò sulla sella per guardare indietro. Durò solo per un attimo, ma Leone ebbe la fugace visione di una ragazza bruna che, seminascosta da una tenda, li stava osservando da una finestra del palazzo.

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La testa girata all'indietro

30 Settembre 2014 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

La testa girata all'indietro

Una domanda a cui non so dare risposta, ovvero tutti gli uomini camminano con la testa girata all’indietro.

Anche all’inizio di questo nuovo anno, il 2014, mi sono sentito rivolgere la solita domanda: <<Perché vai avanti a lavorare?>> In realtà, da alcuni anni, questa domanda me la rivolgono in molti.

Tutte le volte che ho provato a rispondere in modo semplice, magari anche variando gli “ingredienti” del piatto principale, per cercare di essere brillante, mi sono sempre accorto che, ben presto, il mio interlocutore aveva perso interesse alla mia risposta e sviava il discorso su altri argomenti, lo sport, il clima, i viaggi, la politica, le vacanze. Evidentemente questa risposta non la so proprio dare.

Quindi ho sempre finito per restare miseramente in silenzio, mentre altri temi invadevano l’arena dei dialoghi.

Senza volerlo, mi sono ritrovato a guardare indietro, a rivedere la mia vita. Ho cominciato la mia attività lavorativa come ingegnere progettista nell’azienda creata da mio padre. Mi ero appena laureato al Politecnico di Milano e mi sentivo forte come un leone. Erano gli anni dello sviluppo, del miracolo economico italiano e la competizione nazionale era molto dura: per sostenerla bisognava continuare ad acculturarsi, innovare i prodotti e correre veloci. Poi è arrivato il 1969, gli anni della contestazione, una lunga crisi economica e, prima che ce ne rendessimo conto, erano arrivati gli anni di piombo, che sono durati molto a lungo, ben oltre l’uccisione di Aldo Moro. Per sopravvivere bisognava anzitutto rinnovare il modo di approcciare il mondo del lavoro, bisognava cambiare il modo di produrre, aggiornare i prodotti ed allargarsi su nuovi mercati internazionali. La competizione cresceva. Per i “piccoli” la vita era dura: vorrei ricordare una cosa per tutte. Per viaggiare all’estero, a caccia di lavoro, serviva valuta estera e bisognava chiederne un’assegnazione alla propria banca, che veniva poi autorizzata dalla Banca d’Italia. Funzionava più o meno così. Domanda: <<Perché richiedete valuta estera?>> Risposta: <<Per promuovere con viaggi all’estero le nostre esportazioni!>>

Spiegazione del funzionario: <<L’assegnazione di valuta viene concessa solo in proporzione a quanto già esportate.>>

Timida replica: <<In verità esportiamo poco ed è proprio per questo che ne abbiamo bisogno...>> Insomma dialoghi alla “Fantozzi”, cui seguivano erogazioni di valuta con il contagocce. “Quindi se quest’anno andiamo in sud America, in India andremo solo l’anno prossimo.”

Oggi esportiamo il 99% della nostra produzione, come ci siamo riusciti, ancora non so bene come spiegarlo. In quei terribili anni, molte aziende nazionali morivano, ma intanto molti competitori internazionali erano nati e crescevano.

A metà degli anni 70 il mercato era diventato globale. Quando stavo finendo il liceo, la popolazione mondiale era circa 1,8 miliardi di persone, ma al tavolo dell’economia ne erano seduti meno di un terzo. Nel 1976 la popolazione aveva superato i 4 miliardi, ma il numero dei commensali era aumentato in modo più che proporzionale.

Per sopravvivere bisognava innovare e correre veloci. Un’azienda è un corpo vivo: vive dei suoi uomini, del suo know-how e delle sue attrezzature. I dipendenti vanno in pensione e devono essere sostituiti in corsa, perché le nuove leve devono essere preparate ed istruite. Innovare i prodotti ed il modo di produrre sono due facce della stessa medaglia, quindi i reparti di produzione, con il passare del tempo, devono mutare e trasformarsi, ma il tutto deve avvenire mentre si continua a produrre, mese dopo mese, perché mese dopo mese bisogna continuare a fatturare, a pagare i dipendenti e le materie prime. Solo pochi “unti del signore” sono in grado di farlo mettendo uno stabilimento in stand-by e gli operai in cassa integrazione per quanto tempo basta. I “piccoli” no, questo non possono proprio farlo.

Poi gli anni di piombo erano finiti: adesso era il periodo di Vodka Cola, USA ed URSS amoreggiavano, ma dopo un’altra crisi economica, rapidamente era arrivato il crollo del “muro di Berlino” con un nuovo giro di walzer. Ora sì che il mercato era veramente globale!

Forse finalmente si poteva esportare in ogni paese senza restrizioni, ma ben più rapidamente di quanto riuscivamo a farlo noi, erano i paesi emergenti che lo facevano. Altri nostri competitori europei soccombevano, ma alcuni prima di cessare l’attività avevano stretto rapporti di join venture con aziende cinesi che presto sarebbero diventati i nuovi competitori globali. Poi sono arrivati gli anni 2000 e la moneta unica: niente più “lirette” adatte per la ciclica svalutazione competitiva, ma una moneta solida, l’euro. Tanto solida che ormai vale il trenta per cento in più del dollaro.

Come si può ancora esportare? Di nuovo per sopravvivere bisogna innovare, acculturarsi, migliorare il prodotto ed il modo di produrre, in una parola essere migliori dei nostri competitori. In conclusione mi sembra che la ricetta non sia mai cambiata, forse non è cambiata da quando mio padre, per sopravvivere alla guerra, invece di produrre apparecchi di risparmio energetico, era costretto a produrre stufe a segatura e riparare carri ferroviari mitragliati, cannibalizzandone altri: mediamente ogni tre se ne ricostruiva uno. In quel tempo ormai lontano, l’acciaio era contingentato e per ottenerlo bisognava farne richiesta scritta al ministero dell’industria, ma anche firmando con la parola “vincere”, invece di usare la dicitura borghese, “distinti saluti”, a quel tempo bandita, i “piccoli” non ottenevano mai nulla.

Forse la spiegazione del disinteresse di chi mi aveva posto la domanda, stava proprio nel fatto che tutti hanno la testa girata all’indietro, ma nessuno vuole ammetterlo. Ricordarsi come eravamo, forse, non piace neppure troppo. Meglio limitarsi al lamento, invocare i propri diritti, fare una vacanza, magari a Sharm-El-Sheik, senza pensare a cosa accade al Cairo.

Guardare in avanti, comporterebbe vedere uno stuolo di giovani senza lavoro, un’Europa Unita che stenta a decollare e le mille altre cose che tutti dovremmo fare, partendo dal basso, ognuno nel proprio ruolo.

<<Tu invece guardi in avanti?>> mi chiederebbe, a questo punto con una punta di astio nella voce, un lettore che avesse pazientemente letto queste righe. Ecco in verità, nel buio della notte, mi capita abbastanza spesso di guardare in avanti, ma finisco sempre per vedere qualcuno che mi attende in fondo alla strada, là dove la strada finisce.

Ma che vita sarebbe arrendersi a quest’attesa? Cerco di riprendere sonno, magari scrivo qualcosa e poi, la mattina successiva, cerco di ricominciare il combattimento, ma per trovare le armi adatte a farlo, cammino anch’io con la testa girata all’indietro.

Forse è per questo che non riesco a dare la risposta giusta: anch’io, come tutti gli altri uomini, cammino con la testa rivolta all’indietro.

Franco Rizzi. 01-03-2014

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Franco Rizzi

29 Agosto 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #franco rizzi

Franco Rizzi

Franco Rizzi, uomo di grande erudizione e cultura, è straordinariamente modesto. Così è anche nel suo modo di scrivere: mai esagerato, mai sovraggettivato, sempre pulito e garbato. Un linguaggio anche ingannevole, perché sembrando semplice richiede molta attenzione. I dialoghi non dominano la narrazione, che racconta i fatti in sequenza cronologica, con interventi esplicativi. Anche le descrizioni sono brevi e non sovrastano la narrazione, semmai ne fanno parte e si leggono come se si desse un rapido sguardo all’ambiente, o all’aspetto fisico della persona di cui si scrive in quel momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo, che è il racconto delle vicende che portano nel primo libro Luca e Leone sulle tracce dell’intrigo che si dispiega lentamente davanti a loro due, piccoli eroi di grande statura morale, e nel secondo libro portano Luca ad incontrare Cecilie con cui condividerà l’orrore di una delle carneficine più spaventose della storia recente di Parigi. Direi quindi che il linguaggio non è lirico, non è accademico, non è presuntuoso: è semplice e asciutto e si apprezza se si legge senza foga né fretta … proprio come un buon vino! E quindi siamo davanti a due romanzi storici, il primo si sviluppa nel meridione italiano ai tempi dei briganti, e il secondo vive la macelleria della guerra civile a Parigi, nella primavera del 1871. I due libri possono essere letti separatamente, ma è meglio leggerli in sequenza, per meglio capire Luca Falerno, il protagonista, che prima è un eroe indiscusso e poi, suo malgrado, diventa una sorta di picaro buono.

Caccia nelle Murgie è una vera e prpria caccia all’uomo. Un poliziesco ambientato in Puglia nel 1870, dove l’elemento storico fa da contorno alle vicende umane che si narrano. Il protagonista, Luca Falerno, è un giovane tenente dei carabinieri appena trasferito in Lucania, e si avvale della collaborazione di Leone de Castris, un uomo che viene dalla terra e che, effettivamente, è forte e coraggioso come un leone. Leggendo scopriamo metodi d’indagine per noi remoti e lontani, malauguratamente lontani, basati prevalentemente sulla parola e sul linguaggio fisico. I nomi dei protagonisti hanno un loro motivo: Falerno fu un vino decantato in primis da Catullo, Falerno è un territorio nel casertano, Falerno è una nave, Falerno è una “confraternita” che ha lo scopo di rivalorizzare il vino. Così Luca Falerno: è esclusivo, raffinato, elegante, per intenditori, conosce i segreti della terra e sa che per meglio capirne i messaggi gli occorre l’aiuto di che da quella terra proviene. Quindi veniamo a Leone. Leone è il re della foresta, basta guardarlo per sentirsi in soggezione, è l’immagine della fierezza e dell’intuito, del coraggio e della maestosità. Così Leone, il braccio destro di Luca, è fiero e intuitivo, è terra fatta persona, è rozzo e semplice, ma dotato di un intuito felino e di una forza fuori dal comune.

Durante la caccia all’uomo, Luca incontrerà Luisa con cui vivrà una fulminante storia d’amore. Il padre della donna è il marchese di Sanfelice e verrà rapito dai briganti, gli stessi che stanno cercando i due investigatori.

Nella loro indagine, evidentemente, scopriranno corruttele e intrallazzi d’ogni sorta, ma i metodi investigativi sono quasi tribali e i due devono far tutto da soli, Luca e Leone, don Chisciotte e Sancho Panza, il sogno e la terra, l’intelletto e l’intuito, la capacità di analisi e la praticità, come dire, ho i piedi per calpestare la terra e la testa per stare più vicino che posso al cielo.

Diverso il discorso se parliamo di 1871, la Comune di Parigi, dove la cornice storica non fa da sfondo, ma è la protagonista per molte pagine di densa narrazione, e i capitoli si alternano tra il racconto del dramma parigino e il difficile ruolo di un uomo che non può essere protagonista di una storia non sua, perché la deve solo osservare. Infatti, Luca Falerno, promosso capitano, è un inviato dei Carabinieri che deve riuscire a capire quanto succede a Parigi, e quindi a informare il comando. Insomma: una spia, un reporter e uno scrittore storico. Ora, immaginate i metodi: penna inchiostro e calamaio, lume di candela, spirito d’osservazione, passeggiate, conversazioni e tanta, tanta pazienza. Cose da raccontare tante, territorio da esplorare enorme, momento storico difficile. Quando arriva in città trova il caos più totale: i combattimenti tra comunardi e versaglini si fano via via più cruenti e l’utopia di uguaglianza e giustizia ben presto sarà condannata a morire devastata dalla guerra civile. Luca si limiterebbe a fare l’osservatore e lo scribacchino se non fosse per l’incontro con Cecilie, che lo coinvolge anima e corpo in una guerra non sua. Lei è l’eroina del libro, lei rappresenta il coraggio di una città impersonificando una coraggiosa attivista e crocerossina della Comune, che lotta per i propri ideali libertari con impareggiabile tempra, ancora una volta ci troviamo davanti a una donna forte e determinata, che scava un solco nel cuore del defilato protagonista, riportandolo alla ribalta grazie al grande amore che i due riescono a vivere. Alla fine i giovani amanti si trovano a ripercorrere in lungo e in largo la città, lui cercando di fuggire dai combattimenti con la speranza di salvare la sua donna, lei cercando invece i luoghi di raccolta feriti per salvare la propria dignità di volontaria di un ideale. E mentre i combattimenti stanno decretando la fine di un ideale, i due passano da una porta all’altra di Parigi scoprendo che non c’è via di scampo, e ben presto vedranno la fine del sogno della Comune.

Sopraffatti dalla fatica, in prossimità del cimitero Pére Lachaise, si uniscono all’ultimo sparuto gruppo di federati, ma sarà un’uscita alla ricerca di acqua a interrompere la loro marcia verso una impossibile salvezza e Luca rischierà di essere una delle ignote vittime di questo massacro, quando un colpo di cannone deciderà il destino dei due giovani.

I due libri sono appassionanti e si leggono rapidamente, e credo che rappresentino tra i migliori esempi di narrativa storica italiana. La letteratura non è solo intrattenimento, ma è piacere, pensiero, sentimento, musicalità, immagini, apprendimento … tutto ciò si dispiega nella nostra mente quando leggiamo. Scrivere un libro richiede anni di lavoro, leggerlo richiede giorni… ma il contenuto sono vite intere che hanno una loro dignità. Il libro è un compressore decompressore, e se riesce nel suo intento di farci vivere vite non nostre, facendoci vedere la realtà con occhio diverso, ci ringiovanisce. E in questo, il nostro Franco Rizzi, è riuscito benissimo. Ora, se un libro di qualità viene identificato nella massa informe del panorama letterario italiano contemporaneo, occorre innanzi tutto segnalarlo, poi consigliarlo e eventualmente regalarlo agli amici. Già invece di un mazzo di fiori, regalate un libro… e con questi due titoli si farà belissima figura!

Franco Rizzi
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