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Strampalario di Natale, parte prima

10 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Strampalario di Natale, parte prima

Cari amici, buongiorno

per il momento Facebook ha oscurato il profilo del blog, Signora dei Filtri, sul quale avevamo più di tremila amici. Ci chiedono conferma d'identità, ma, trattandosi di un blog e non di persona fisica, non possiamo fornirla, ovviamente.

Potete contattarci tramite il modulo del blog stesso, direttamente sulla pagina ufficiale, o via mail all'indirizzo ppoli61@tiscali.it

Oppure potete chiedere l'amicizia all'amministratrice del blog

Patrizia Poli.

Se potete, condividete questo appello per i nostri tremila fedelissimi dispersi.

Grazie e Buone Feste a tutti.

Inizia con oggi, per noi di signoradeifiltri, il periodo più magico e incantato dell'anno. Natale ci piace, pur con tutte le sue contraddizioni, perché non siamo snob - Dio ce ne scampi - siamo nazionalpopolari e pure un po' bambini dentro.

Da oggi l'argomento sarà tutto dedicato alle festività, col nostro mitico hashtag #unasettimanamagica.

Si comincia con la prima parte di un racconto "strampalato" di Patrizia Bruggi.

STRAMPALARIO DI NATALE

«I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

La frase si era levata dalle ultime file.

Lo scrittore si era irrigidito e aveva allungato il collo, stretto in una cravatta nuova di zecca e alla moda, per vedere chi, tra i presenti, se ne era uscito con quell’osservazione sfacciata che, tutto sommato, lasciava il tempo che trovava (secondo lui).

«I tre Re Magi…», aveva ripetuto la vocina. E sopra le teste del pubblico aveva fatto capolino un personaggio strano. Si era messo in piedi sulla sedia, lui, così piccolino di statura, per farsi vedere meglio e aveva indicato con la sua manina grassoccia le statue dei Re Magi che lo scrittore aveva voluto fossero messe sul palco, proprio alle sue spalle. In occasione della prima presentazione del suo nuovo libro alla vigilia di Natale, nella libreria del centro, la più lussuosa - e alla moda, come la cravatta che portava lo scrittore quella sera.

«Chi ha fatto entrare quel nanerottolo?», lo scrittore si era voltato bisbigliando verso il direttore della casa editrice “Ca’ Story”. Ma il direttore, senza nemmeno fare un piega, aveva continuato a fissare il pubblico sorridendo.

Alt, fermi un attimo. Ora vi chiederete: «Ma questa cosa vuole? Perché mi sta trascinando a forza in una storia che non conosco? Così, senza che nessuno le abbia chiesto nulla. E oltre a esserci trascinato a forza, non so nemmeno se è una storia che mi piacerà. La storia, poi, è lunga, corta, noiosa? Quanto tempo dovrò impiegare per leggerla?»

“Keep it simple and complete”, dicono gli inglesi invitando, nelle tecniche di comunicazione, a mantenersi semplici ed esaustivi. Lo so, lo so, viviamo di fretta, esigiamo che le informazioni siano rapide. La nostra soglia di attenzione (e concentrazione) è diminuita parecchio. Forse resiste solo per qualche minuto e io, io sto già divagando. E forse voi, voi, vi state innervosendo (se non avete già smesso di leggere del tutto).

Ma questo, come avrete potuto leggere dal titolo, è uno “Strampalario di Natale” e, dunque, ci saranno cose strampalate, ci sarà un Natale…

Adesso non ditemi che non ve l’avevo detto. Mi sono pure messa di buzzo buono per cercare un titolo che potesse essere esaustivo (il “complete” degli anglosassoni di cui sopra!), così da non riservarvi brutte sorprese. E poi, scusate, ma voi, quando vi regalano qualcosa, state lì a questionare con il pacchetto in mano, facendo mille domande a chi vi ha usato la cortesia di farvi un regalo, oppure non ponete tempo in mezzo e scartate il pacchetto?

Ecco, io vi ho regalato una storia. Quanto basta. Ora tocca a voi scartarla, se avete voglia. Altrimenti, per favore, rimandatela al mittente, giusto così, tanto per sapere. Perché fare finta di niente non è mai bello (ne parla pure questa storia) e per chi scrive lo è ancora meno. Ah dimenticavo: fare finta di niente non è nemmeno educato. E chi scrive se lo ricorda.

Ora, il direttore della “Ca’ Story” aveva già notato il “nanerottolo”, come lo aveva chiamato nella sua ira bisbigliata lo scrittore. Lo aveva notato nel preciso istante in cui era entrato in libreria, accompagnato da uno spilungone con il codino e con addosso un vecchio giaccone da marinaio. Il “nanerottolo” che indossava un cappottino di panno blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini blu, non era un nano. Questo il direttore l’aveva capito subito. Anche se lui, di nani, non è che se ne intendesse più di tanto. Piuttosto gli era sembrato un bambino-adulto. Uno di quei bambini che, chissà come, sapevano già tutto della vita, perché erano riusciti inspiegabilmente a vederne tutto il buono e il cattivo appena venuti al mondo, con il primo battito di ciglia.

Lo spilungone che teneva per mano il bambino-adulto, invece, gli aveva dato subito l’impressione di quegli eterni scanzonati, per i quali, qualsiasi cosa accada, una soluzione si trova sempre.

Ma si era ben guardato dal farlo notare allo scrittore, perché i cinque minuti precedenti la presentazione dell’ultimo libro del grande e celebratissimo Dino Salamè si potevano sicuramente paragonare ai cinque minuti precedenti lo sbarco in Normandia, in quanto ad agitazione e nervosismo.

Bisogna sapere che Dino Salamè era profondamente convinto che uno scrittore del suo calibro recasse, in ogni sua opera, la lieta novella ai lettori. Per questo aveva fatto il diavolo a quattro per organizzare la presentazione alla vigilia di Natale e si era fatto espressamente inviare dal Sacro Monte di Bò, nelle Alpi Pennine, le statue ad altezza “soprannaturale” – come amava dire lui – dei tre Re Magi – dietro lautissimo compenso ai padri del Monastero di Serracorta di Bò versato dalla casa editrice. Proprio i tre Re Magi e nessun’altra statua, perché, quando erano iniziati i preparativi per la presentazione, tre mesi prima, aveva spiegato al direttore: «I miei scritti sono oro, incenso e mirra per le menti dei miei lettori!»

Così, nei cinque minuti precedenti la presentazione, Dino Salamè aveva misurato il palco in lungo e in largo, controllando la posizione delle statue dei Re Magi, facendole spostare ora di un millimetro più avanti, ora di un millimetro più indietro, controllando che i faretti illuminassero a dovere le statue, certo, ma che illuminassero lui al meglio. Finché, una volta che il pubblico si era accomodato e la sala si era riempita, il direttore aveva bisbigliato in modo suadente: «Dino, Dino… direi che possiamo incominciare.»

Dino Salamè non era il tipo di scrittore che permetteva ai proprietari delle librerie o ai direttori editoriali di formulare preamboli o introduzioni in occasione delle sue presentazioni.

«Io mi distinguo. Come il torero nell’arena.», amava sempre ripetere Dino Salamè nelle interviste, «Ma, a differenza della corrida, io non ho bisogno dei banderilleros! Io affronto il toro e il pubblico con cuore traboccante, mente vigile e sicura, ma senza premesse. Io mi presento da me!»

Quest’ultima frase gli era valsa una battuta che ricorreva spesso ai piani bassi della casa editrice, battuta che Salamè, dall’alto del suo ingegno, avrebbe considerato da quattro soldi, ma una battuta davvero fulminante. Tutte le volte che Dino arrivava a bordo della sua decappottabile sportiva - all’ultima moda, come la cravatta e la libreria del centro - il responsabile amministrativo della casa editrice - il ragionier Mariano Righetti – affacciandosi alla finestra, estraeva dalla tasca del suo panciotto l’orologio a cipolla e, guardando l’ora, annunciava agli impiegati: «È arrivato Salamè, quello che si presenta da sé.»

Anche quella sera il copione era stato rispettato alla lettera.

Dino Salamè aveva esordito con un: «Cari, quanti siete. Quanti. Sono commosso. Commosso e onorato. In questa santa notte… Pace, pace in terra agli uomini di buona volontà. Io vi reco la buona novella. La mia novella. La mia ultima fatica. Come i tre sapienti che vigilano alle mie spalle, questa sera, alla vigilia del Santo Natale, io vi reco doni modesti, inusuali, ma estremamente preziosi. Le mie parole. Nella speranza che siano per voi come la cometa, che, più di duemila anni fa, ha indicato la strada ai tre Re Magi.»

A quel punto il bambino-adulto era salito sulla sedia e aveva pronunciato la frase: «I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

Era seguito il bisbiglio risentito di Dino Salamè e il sorriso impassibile del direttore che, con maestria, aveva preso la palla al balzo. Facendo finta di non avere sentito - né visto - il bambino-adulto, il direttore aveva esclamato: «Un bell’applauso per il nostro Dino. Vi posso assicurare che il suo ultimo libro brilla già più di una stella nel firmamento editoriale! Molto più di una cometa. Mio caro Dino…», e, rivoltosi con uno sguardo benevolo verso lo scrittore, aveva proseguito, «la tua innata modestia ti fa onore, ma credimi, astri come questi», e aveva alzato il libro di Dino Salamè, sventolandolo verso il pubblico, «se ne vedono uno ogni mille anni!».

E tutti, contagiati dall’entusiasmo del direttore, avevano applaudito fragorosamente. Tranne quei due tipi strani, seduti nelle ultime file. E un signore distinto, che sedeva in fondo a destra, con un bellissimo orologio infilato nel taschino del panciotto.

Lo spilungone col codino aveva tirato il bambino-adulto per la manica del cappottino blu.

«Siediti, che tanto non ti dà retta nessuno. Non vedi? Stanno andando tutti dietro a quei due pifferai magici. Lascia perdere!»

Il bambino-adulto si era rimesso a sedere malvolentieri.

«Però sai che ho ragione. Alla vigilia di Natale, i Re Magi erano ancora in viaggio. Sarebbero arrivati per l’Epifania. E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa.», aveva risposto deluso.

Lo spilungone gli aveva fatto notare che in quel luogo, quella sera, con quelle persone, la verità avrebbe avuto mille facce e sarebbe stata manipolata a piacimento, come un panetto di DAS. Inutile dire le cose come stavano – o meglio come tutti sapevano che erano andate. Nessuno l’avrebbe ammesso. Dunque, meglio godersi lo spettacolo. Tanto più che poi ci sarebbe stato il rinfresco.

A questo punto, qualcuno di voi si sarà chiesto da dove saltino fuori uno spilungone e un bambino-adulto. Perché che saltino fuori da una storia le statue dei Re Magi del Santuario di Bò, uno scrittore tutto pieno di sé, un direttore e un pubblico in una libreria del centro per una presentazione alla vigilia di Natale, è cosa abbastanza usuale. O no…?

Eccovi accontentati. Il bambino-adulto e lo spilungone si può dire che sono e non sono. Mi spiego meglio. Lo spilungone è in viaggio premio. Il bambino-adulto lo accompagna e ha il compito di controllare che non faccia pasticci sulla terra. Avete letto bene. Perché loro due vengono da un’altra dimensione. No, non sono alieni. Sono angeli. Il che, dati i tempi che viviamo, potrebbe equivalere alla stessa cosa. Ma non è così. Sono semplicemente due angeli – semplicemente per modo di dire. E il fatto che siano sulla terra alla vigilia di Natale, è solo un caso. Nulla di prestabilito. Nulla a che fare con il loro ruolo nella festività.

Ora devo chiedervi un po’ di pazienza, perché devo spostare il “piano della storia” - come si dice nelle migliori scuole di scrittura e narrazione - su un altro livello. Un livello “soprannaturale”, direbbe Salamè, e in questo caso avrebbe ragione.

Lo spilungone, prima di diventare spilungone con il codino e il vecchio giaccone da marinaio, era un angelo di lungo corso. Il suo nome era Agàf, ma si faceva chiamare da tutti Abacùc, come il profeta. Perché quel nome gli era piaciuto sin dall’inizio e perché il profeta gli stava simpatico. Agàf – Abacùc vantava una carriera trentennale come angelo controllore di volo dei custodi (intesi come angeli custodi). Ne regolava le destinazioni, i decolli e gli atterraggi. Si muoveva tra rotte, mappe celesti, messaggi in codice e spazi eterei. Finché un bel giorno, aveva chiesto un’udienza straordinaria a Dio e, al suo incommensurabile cospetto, aveva solamente detto: «Buon Dio, fammi vedere dell’altro!»

Il buon Dio, che tutto sapeva e conosceva, non era certo arrivato impreparato all’incontro. Già da qualche mese continuava a scrutare nel pensiero dell’angelo controllore. E aveva letto chiaramente il desiderio di vedere qualcosa di più di tratti celesti, costellazioni e percorsi tortuosi tra le nuvole. Tanto più che l’angelo controllore, un po’ per noia, un po’ per attirare l’attenzione su di sé, aveva iniziato a essere un po’ troppo scanzonato. Capitava a volte che nei messaggi che impartiva ai custodi in volo usasse un frasario poco consono al suo ruolo e all’ambiente in cui si trovava. Diceva cose del tipo: «Custode 12, Custode 12, attento a non spiattellarti contro la nuvola a forma di elefante sulla tua destra! Custode 45, sei in ritardo, dacci dentro con le ali, mi sembri un tacchino!». Inoltre, aveva iniziato a trasmettere degli stacchetti pubblicitari inventati sul momento che tutti, da San Pietro all’ultima anima appena arrivata, potevano sentire in filodiffusione. Cose del tipo: «Volate Paradise, le linee aeree per i più buoni!», oppure «Un volo per tutte le destinazioni, Abacùc Wings!» e via dicendo.

Dio, che in questi casi preferiva sempre pazientare, raccogliere informazioni e aspettare al varco, quando si era trovato davanti l’angelo controllore di volo che gli aveva chiesto di fargli vedere dell’altro, aveva già pronta la risposta.

«Agàf, Agàf… che ti fai chiamare Abacùc, come il profeta… Certo che ti faccio vedere dell’altro. Ti regalo un viaggio premio sulla terra. Dalla vigilia di Natale a San Silvestro. Sette giorni in carne e ossa tra gli umani

L’angelo controllore abbozzò un sorriso al pensiero di quel viaggio, sorriso che però gli rimase appeso alle labbra, quando sentì pronunciare il “Ma” divino: «Ma, visto e considerato che negli ultimi tempi mi sei sembrato un poco troppo leggero nei toni, ti farò accompagnare. So già da chi. Qualcuno che vigilerà su di te, in modo che il tuo essere scanzonato non ti sia di danno sulla terra.»

Così, Abacùc il giorno della partenza per il viaggio premio, vide arrivare il piccolo Pasiele, incaricato di seguirlo in quei sette giorni terreni.

Non aveva scelto a caso, il buon Dio. Pasiele era un angelo piccolo come un bimbo. Un angelo riordinatore di sogni. Bisogna sapere che i sogni degli umani, sogni belli e brutti oppure incubi tremendi, al primo sorgere del sole, vanno a nascondersi nelle cantine o nei solai, per riappropriarsi poi del sonno degli uomini, una volta calata la notte.

Pasiele aveva il compito di girare le soffitte e le cantine e scovare tutti i sogni che si erano nascosti, fare una cernita, prendere i sogni peggiori e distruggerli, lasciando che rimanessero solo i più belli. Così, con calma, rigore e ordine, si aggirava per i sottotetti o nelle cantine, tra mucchi di cianfrusaglia o scaffali in metallo e scatoloni sigillati. Quando il suo udito finissimo percepiva il battito dei sogni, Pasiele allungava la sua manina grassoccia, prendeva in mano il sogno e, se si trattava di un brutto sogno, esclamava: «Uh! Un sognaccio! Che spavento!» e lo infilava nel sacco che portava a tracolla, se invece era un bel sogno, diceva: «Con questo vorresti dormire cent’anni!» e lo rimetteva al suo posto, perché continuasse ad animare il sonno degli umani. Una volta riempito il sacco, Pasiele correva in strada - non visto, naturalmente, era un angelo! - e raggiungeva la periferia della città, dove, attorno a dei bidoni nei quali bruciava di tutto, se ne stavano un mucchio di persone per riscaldarsi. Proprio in quei bidoni finivano i sognacci raccolti da Pasiele, che avevano almeno il vantaggio di ardere tutta la notte e riscaldare un poco di più quei poveretti.

Appunto per questo Dio aveva voluto che ad Abacùc lo scanzonato stesse accanto, nel suo viaggio terreno, Pasiele, candido e ordinato, in grado di riconoscere, e separare, il buono dal cattivo nei sogni e nelle cose.

Ecco, questa la digressione, l’altro “piano della storia” sul quale dovevamo necessariamente spostarci per capire chi fossero lo spilungone e il bambino-adulto. Ah, dimenticavo di dirvi una cosa - l’aspetto e l’abbigliamento con il quale tutti e due erano scesi sulla terra, Abacùc e Pasiele l’avevano espressamente scelto, non senza che Dio, sentite le loro richieste, avesse scosso il capo e rivolto gli occhi al cielo. Ma chi era lui per negare un codino e un vecchio giaccone da marinaio ad Abacùc e un cappottino blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini a Pasiele? Così, esaudite le loro richieste, raccomandò loro di scrivere ogni tanto, augurò loro buon viaggio e li spedì in carne ed ossa sulla terra, per un viaggio premio di sette giorni.

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