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Sezione primavera: Nené

16 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto, #sezione primavera

Marlene Castagnini, per gli amici Nené, è nata (beata lei) il 26 maggio del 2000, a Piombino, dove risiede. Frequenta le scuole medie, nel tempo libero si diletta con la danza e la scrittura, compone poesie e brevi racconti di taglio onirico - fantastico. “Ho iniziato a scrivere lo scorso inverno. La scrittura mi ha fatto provare un senso di leggerezza e di libertà”, dice. Marlene deve ancora crescere, certo, non è una scrittrice nel vero senso della parola, ma è una ragazza che si diletta a usare le parole, cercando di imbastire una trama sufficientemente articolata. Il breve racconto che segue ci porta nel centro storico di Piombino, a contatto con lo struscio dei ragazzini, nel pieno di una storia fantastica, a tratti persino horror, con un imprevedibile virata romantica. A mio parere è un buon inizio per Marlene, se si considera che non ha ancora compiuto 13 anni. Voi che ne dite? (Gordiano Lupi)

Pomeriggio d’estate

Un sabato pomeriggio d’estate, caldo e tranquillo, mi ero data appuntamento con i miei amici davanti al nuovo negozio di vestiti del centro. Arrivai per prima, feci passare i minuti fissando un paio di meravigliosi leggins leopardati che tanto desideravo. Ero così assorta che non sentii neppure arrivare il resto del gruppo, nonostante i ragazzi urlassero e si prendessero in giro. Sabrina mi abbracciò alle spalle. Mi voltai. Vidi che si erano riuniti davanti al negozio, si rincorrevano e, come spesso accadeva, si prendevano gioco delle persone anziane.

-Siamo tutti? - chiesi a Sabrina.

- Tutti. Ginevra non viene. È dal dentista. Alessandro è malato.

-Bel modo di passare una giornata come questa - ironizzai - Andiamo ragazzi. Siamo tutti!

-Ciao Marina!- gridò Giacomo. Lui per me era qualcosa in più di un amico. Mi piaceva. Era un bel ragazzo dai capelli crespi, castani, i suoi occhi color smeraldo erano uno spettacolo.

- Quando sei arrivata? - mi chiese perplesso.

- Molto prima di te, sicuramente!- dissi abbracciandolo.

Fra una battuta e l’altra, cominciammo lo struscio in Corso Italia, urlando come idioti. Giunti alla fortezza del Rivellino, decidemmo di andare nella piazzetta di Marina. Mi piace l’atmosfera di Marina: è un posto tranquillo, in riva al mare, e poi il tramonto è un vero spettacolo. Inoltre si chiama proprio come me!

Arrivati sul posto subito ci rendemmo conto che le panchine erano libere e che la fontana era vuota. La fontana di Marina non è come tutte le altre. Non sembra una piscina formata dagli zampilli d’acqua. No davvero. Pare una piccola struttura in metallo fatta apposta per mettersi a sedere. Corremmo a prendere i posti migliori. Restammo quasi mezz’ora seduti a scherzare, fino al tramonto del sole. Ci gustammo il breve spettacolo, quindi tornammo verso il corso, passando per piazza Bovio. Fu in quel momento che un amico propose: - Facciamo un salto alla Tolla! -. L’idea non mi andava per niente a genio. Sapevo bene che voleva andare a vedere una casa che tutti consideravano infestata.

- Non è una buona idea. Non è prudente andare laggiù, specie adesso che è buio - dissi. Mascherai il nervosismo e aggiunsi: -Perché non restiamo un po’ in giro? Magari andiamo all’Euronics e proviamo i televisori in 3D…

- No davvero. Non voglio perdere l’opportunità di andare alla Tolla. Ci sarà da divertirsi. - disse Giorgio con sarcasmo.

- Certo, magari potresti essere travolto dal crollo della casa! - risposi. Cercavo ogni scusa per non andare in quel posto. Non sono un tipo pauroso, ma la Tolla non mi piace, è un posto che odio. Gli amici che c’erano andati, raccontavano cose spaventose e raccapriccianti sul conto di quella casa. Verità? Fantasia? Non lo sapevo ma non volevo verificare di persona.

Le mie lamentele furono inutili. Andammo alla Tolla.

Quando fummo vicini alla casa ci trovammo davanti una grande rete di metallo e filo spinato. “Meno male, così non potre...”. Non terminai la frase. Andrea alzò la rete e indicò un piccolo passaggio.
-Muoviamoci. Non abbiamo molto tempo!- disse guardandosi intorno-
Entrammo tutti. Andrea e Giorgio estrassero alcune torce. Lo sapevo che quei due erano d’accordo!

-Tenete- disse Giorgio porgendo le torce- Ci divideremo in gruppi: Marina, Giacomo e io staremo al piano di sotto, gli altri, invece, con Andrea. Mi raccomando: restate uniti! -

Disse queste parole con tono di superiorità. Mi faceva così rabbia che gli avrei tirato un ceffone! Passammo sotto un corridoio naturale composto da alberi secolari e raggiungemmo la porta della casa. Andrea si avvicinò con fare spavaldo e spinse la porta che si aprì cigolando. Entrammo lentamente, mentre il pavimento di legno, reso logoro dal tempo, scricchiolava sotto i nostri passi.

-Seguitemi- disse Andrea al suo gruppo - Andiamo piano.
-Noi invece andiamo di qua - disse Giorgio indicando una stanza buia- E restiamo uniti!

-L’hai già detto! Non siamo mica scemi!- dissi. “Soltanto un gruppo di idioti come noi possono entrare in una casa come questa...”, pensavo. Il mio ragionamento fu interrotto da strani rumori. Mi venne la pelle d’oca, diventai pallida e iniziai a mordermi il labbro inferiore, come mi accade sempre quando sono nervosa.

-Andiamo a vedere- disse Giorgio cercando di fare il grande. Ma la sua voce tremante lo tradiva. Ci avvicinammo alla stanza dalla quale proveniva lo strano rumore e aprimmo la porta.
La stanza era vuota. C’era solo un tavolo con un grammofono che suonava!
-Bimbi, voglio uscire!- dissi terrorizzata.

-Aspetta un secondo. Voglio capire cosa succede- fece Giorgio, perplesso.

-No! Voglio uscire! Fosse l’ultima cosa che faccio!-

A Giorgio non importava quel che dicevo. Continuava ad avvicinarsi. Illuminò il grammofono, ma non vidi nulla perché lui mi faceva ombra con il suo corpo. A un tratto, senza un motivo apparente, si fermò e iniziò a tremare. La sua reazione mi fece paura. Mi avvicinai. Lentamente. Quando gli fui accanto, posai la mia mano sulla sua spalla e gridai come una dannata.

Il grammofono sputava sangue! La stanza grondava sangue, un liquido denso, rosso e puzzolente. Il sangue mi bagnava persino le scarpe.

-Usciamo subito!- urlai tirando via Giorgio- Sabri! Uscite immediatamente, svelti!

Uscimmo dalla stanza. Sabri e gli altri erano scesi spaventati.

-Che succede?- chiese Andrea nervoso.

-Non c’è tempo per le spiegazioni, scappiamo!- urlò Giacomo correndo ad aprire la porta.

Ma dopo aver fatto qualche tentativo, iniziò a balbettare:- Ra-a-gaz-zi-si-a-m-ochi-usi!-.

-Tranquillo- gli dissi -Usciremo da qui! Giorgio, Andrea afferrate quelle tavole di legno e sfondate la finestra!- dissi prendendo in mano la situazione. Si unirono Sabrina e gli altri per dare man forte, mentre io cercavo alcune pietre per sfondare la finestra.
Andrea riuscì a rompere il vetro.

-Forza!Tutti fuor...- ma non finì la frase. Dalla stanza dove avevamo trovato il grammofono uscì una persona: era malconcia, aveva la barba e i capelli lunghi. Sembrava un barbone. Ma i barboni di solito non brandiscono pistola e coltello per ucciderti.

-Non uscirete più, mi dispiace - disse con voce roca.
Sabrina gridò terrorizzata gettandosi dalla finestra. Tutti gli altri la seguirono. Io restai per ultima, subito dopo Giacomo. Quando lui uscì, mi lanciai senza pensare. Ero quasi fuori quando qualcuno mi afferrò per il braccio.

-Lasciami!- urlai con le lacrime agli occhi.

- Non posso - disse il vecchio alzando il braccio che brandiva il coltello, pronto a colpirmi.

-La prego, non mi faccia del male. Non dirò niente!- supplicai, piangendo lacrime di terrore. “Addio mondo. Accidenti a me e quando ho accettato di venire...”, pensai. Mi preparavo a una morte lenta e dolorosa. Ma il colpo non arrivò. Svenni, dopo aver udito uno strano rumore, ma quando aprii gli occhi vidi il barbone disteso in terra, mentre ero tra le braccia di Giacomo e correvamo verso l’uscita. Al recinto, passai sotto la rete. Aspettai Giacomo, che mi prese per mano e mi portò via. Arrivammo a casa sua, approfittando del fatto che i genitori erano fuori, salimmo e mi fece cambiare. Indossai una sua felpa sopra i miei pantaloni verdi. Ero ancora scossa dall’accaduto ma accanto a lui mi tranquillizzai facilmente.

-Vorresti uscire?- mi chiese.

-Non so. Sono terrorizzata. Vorrei restare ancora un po’ qui...

-Non c’è problema- disse, sedendosi con me sul letto. Poi mi passò il braccio attorno la schiena. Mi voltai lentamente e lo guardai negli occhi. I suoi splendidi occhi.

-Sei così bella - mi disse. Poi si avvicinò e mi baciò.

Niente fu come mi ero immaginata. Era tutto più bello, più dolce. Più reale. Nonostante i fatti orribili di un’assurda giornata, riuscii a non pensare a niente, lasciando spazio solo a cose piacevoli. Passai l’intero pomeriggio in estasi. Eravamo soltanto noi. Io e Lui.

Marlene Castagnini

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