Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"
Cos’è il cielo? O meglio, di che cielo si parla nel titolo? Non si parla certo di galassie, firmamenti, costellazioni, stratosfera, atmosfera o di zona riservata al traffico aereo. Il cielo di Luca Giordano passa dal corpo, e quindi non può essere un fenomeno meteorologico. Di che cielo parla, allora? Forse di quel luogo oltre la physis, il luogo dell’anima, il luogo della divinità.
Quel cielo contiene ciò che è celato, qualcosa che non si può vedere con occhi fisici, qualcosa di intimo che si manifesta passando da… da dove?
Qualsiasi manifestazione passa da lì.
Manifestare è rendere percepibile ciò che prima non lo era. Manifestare è dar forma, dar corpo. E tutto quanto è celato, per potersi manifestare deve prender corpo, passare dal corpo, uscendo dalla non-dimensione per entrare in dimensione.
Passa dal corpo il cielo è una metafora profonda, è il sunto della manifestazione di un mistero che ci guida nel percorso, del resto questo è la poesia: dal marasma dell’inconscio qualcosa si trasferisce nella mente e attraversa i centri nervosi fino ad arrivare alle mani per… manifestarsi…
Il cammino interiore parte dalla luce del cielo per entrare nella dimensione e nella misura, e non essere più in chi ha vissuto questa trasformazione, che ora è un codice su carta, e che chi legge decodificherà facendo un cammino inverso, partendo dagli occhi entra nella mente per poi rompere il velo, e per un attimo permettere di vedere ciò che è celato…
Luca ci vuole accompagnare in questo viaggio, e lo fa scrivendo poesie senza fronzoli, senza inutili manierismi, brevi e profonde. A volte ci sono anche delle rime, ma sono del tutto casuali, o forse volute per alleggerire il fardello di un messaggio dirompente. La scrittura di Luca Giordano è essenziale e sintetica, ed energizza la comunicazione perché, una volta raggiunta la destinazione, esplode nell’anima del lettore e lo mette davanti allo specchio delle verità profonde.
Passando dal corpo, il cielo si lascia comprimere in queste pagine, per entrare in un altro corpo e ridiventare cielo.
Del resto questa è la magia del linguaggio, l’idea diventa un codice compresso e si espande nel momento in cui arriva a destinazione. Tutta la nostra comunicazione, verbale, gestuale, scritta, visiva, musicale… vive di questo processo di compressione ed espansione. Tutta… solo che… a volte si trova chi comprime di più, e riusciamo a leggere delle poesie (ma lo stesso discorso vale per altre discipline artistiche) istantanee, fulminanti, che quando si espandono in noi prendono diverse forme e vivono di vita propria. Le leggiamo e le rileggiamo, e troviamo sempre nuovi significati… in una manciata di parole…
E a che serve usare tante parole se la sintesi è una delle maggiori qualità della poesia contemporanea, a che serve infarcire la pagina di significati quando con una pennellata di metafora ci si può lasciare andare nello Stupore?
E proprio stupore è il titolo di questa lirica…
Si muovono le foglie sfiorate dal vento.
Un lampione è nuca che s’allontana.
C’è una tristezza che toglie il respiro,
i passi ripetono un ritmo che conosco.
Alzo la testa: è meraviglia la notte.
Atmosfere, immagini, sensazioni che sono di tutti, ma che nessuno riesce a ridare, se non il poeta. Chi non si è sentito vincere dallo stupore quando, passeggiando senza meta, da solo, ha alzato la testa al cielo e… mio Dio, che bello!
Atmosfere e immagini anche nelle onde che si seguono instancabili.
Un’onda forte
Del vento di tempesta
È prima lenta
E rotolando avanza,
sale, scende
coprendo la distanza
poi maestosa alza la cresta
ed è così
che sciabordando
si sfascia la sua schiera
e arriva a riva
soltanto mormorando.
La metafora di tutte le passioni: rabbia, amore, brama, voglia, ira… cosa ne rimane quando si consuma la sua energia? Come un’onda solleva la cresta, ma poi si frange a dieci metri dalla sua fine, e il bagnasciuga è solo una carezza d’acqua e sabbia.
Chi ne è immune?
In queste poesie c’è la contemplazione della realtà come immagine dell’altra realtà, quella che passa dal corpo. Il poeta accetta le due realtà e le assimila.
E certi aspetti della realtà sono duri, impietosi.
Il libro è suddiviso in cinque capitoli, come a delineare le tappe di un percorso, una crescita che va dalla giovinezza all’addio. Non a caso la prima delle tappe non ha titolo, conta 21 poesie che contemplano la vita, la vedono intorno e la sentono dentro, riassumendola con “non s’arresta mai la vita che corre”. La tappa seconda è un momento di crescita, quasi adolescente, si intitola “mare”, e conta solo otto liriche, come il passaggio dall’infanzia all’età adulta dura circa otto anni. Il tono è pur sempre contemplativo, introspettivo, ma non c’è pietà nella crescita, e si devono affrontare le più dure realtà, si diventa grandi, poi vecchi… e il terzo capitolo si intitola “non chiamarla debolezza”, e ci accompagna per 13 liriche, un grido d’amore che dice: “arma sottile il sapere”. “Degni di un nome” ha 17 liriche che incontrano, l’altro, il diverso, e l’amore si dispiega in altro modo, dando senza chiedere, dandosi a chi, secondo noi, implora che gli si tenda la mano.
Amico down
Non uscisse quello sguardo dai tuoi occhi,
non fosse alcun difetto nel tuo corpo
non amerei di più la tua allegria.
Grato, nonostante il difetto
Fatichi ogni gioia della vita
E la godi più di quanto faccia io.
Qui c’è l’incontro con l’altro, la ricerca dell’anima dell’altro, non solo la propria, e Dio sa quanto sia difficile guardare negli occhi dell’altro, specie se l’altro è diverso.
L’ultima tappa del viaggio è “infine”, due liriche a chiusura di questo bellissimo libro, che si conclude con la promessa di un abbraccio, alla fine della strada, perché “si starà insieme oltre questi cieli”.
Claudio Fiorentini
La solitudine al femminile: ma ci siamo o ci facciamo?
Un grosso difetto di noi pollastre è il non sapere o non voler accettare i periodi, brevi o lunghi che siano, di completa solitudine. E credo stia tutta qui la chiave delle famose ma tristi parole che ogni tanto ci diciamo in un raptus di false verità: “non ho ancora incontrato l’uomo giusto”…
Pur di non stare sole andiamo a tentativi e ci avventuriamo in rapporti sbagliati, imboccando strade senza uscita, preferendo situazioni limite al nostro crescere interiore. Non ce la facciamo nemmeno a pronunciarla la parola solitudine, però sappiamo puntualmente dire “non era l’uomo giusto per me” e non vogliamo riconoscere che molte storie in cui ci infiliamo le accettiamo solo per il fatto che in certi periodi della nostra vita la solitudine ci fa davvero paura… Se sapessimo quello che ci aspetta probabilmente di sicuro faremmo marcia indietro…
Eh sì perché la singletudine diventa sofferenza quando non riusciamo a stare sole, quando invidiamo le amiche che hanno una relazione o quando non siamo in grado di crearci un nostro giro di amicizie, al di là della coppia.
Ed ecco che senza pensarci arriviamo ad accettare di stare con Luca, il creativo, che non solo non si toglie i suoi adorati calzini a quadretti arancioni durante il sesso ma i suoi piedi puzzano da morire…
o Giulio, il bacchettone, che, perso nei suoi pensieri, ride da solo mentre tu pensi che ce l’ha con te…
o Maurizio, l’ipocondriaco, che si tocca le palle in continuazione, non per scaramanzia ma per paura di perderle …
o Giancarlo che si scaccola il naso in macchina anche se ci sei tu a fianco…
Non riusciamo a capire che nel momento in cui impariamo a stare bene con noi stesse, raggiungiamo una conferma di autonomia che accresce l’autostima: riusciamo ad apprezzare i nostri spazi e ci prendiamo maggior cura di noi stesse. Tutta strada in salita però che nemmeno se stiamo in mountain bike con cambio shimano risulta più agevole …
Decidiamo quindi di prendere quella scorciatoia, quella che all’inizio ci sembrava una strada per poche privilegiate, ma che oggi è diventata di passaggio pubblico.
Demy Moore e Madonna, antesignane di questa svolta apocalittica dell’emancipazione femminile, ci hanno dimostrato che le donne di oggi, qualsiasi sia l’età che le insegue, sono consapevoli che per liberarsi della solitudine, si danno sgomitate e che il TOY BOY è l’ultima trovata in fatto di paraculaggine al femminile.
Quando ti metti con uno più giovane di te di almeno 20/25 anni affronti con somma gioia e consapevolezza che questo un giorno si stancherà di te, vuoi per la vecchiaia, vuoi per la mancanza di cose da dirsi, vuoi per la mancanza di cose da condividere, vuoi per quello che vuoi, lo sai: il rapporto è destinato a finire…
E questa somma consapevolezza rende ancora più squisita la nostra conquista e per smania di onnipotenza quasi dimentichiamo che la vita è piena di sorprese e le reali intenzioni che abbiamo consistono nel prenderci il meglio dal “qui ed ora” e di dire “poi Dio ci pensa” tra dieci anni (si spera) quando il giocattolo si sarà stancato di noi ormai sessantenni (e non noi a stancarci del giocattolo!!!!) con la voglia solo di fare le nonne.
E allora vai con l’impennata di autostima quando lui ti fa sentire desiderata proprio perché contento di cogliere la mela matura…
e vai con le notti magiche che sembrano sempre quelle della “prima volta”…
e vai con le seratine al ristorantino a 250 km di distanza da casa che il giorno dopo devi lavorare… e vai con le nottate al disco pub che ti ci vuole un mese per ripigliarti…
e vai con le spese di trucco, parrucco e ceretta da perderne il conto a fine mese…
Tutto questo per non confessarci che noi pollastre, al contrario degli uomini, non sappiamo mai quello che vogliamo, e che grazie a quest’immenso amore che ci ritroviamo dentro e che dobbiamo puntualmente riversare su qualcuno (oh mai che fossimo noi stesse!!!), siamo pronte a far contento il primo che ci capita, con la speranza che sia sempre “quello giusto”…
Se poi abbiamo culo come l’attrice Tilda Swinton, scopriremo che anche i toy boy possono essere “per sempre”;-)
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La solitudine al femminile: ma ci siamo o ci facciamo?
Un grosso difetto di noi pollastre è il non sapere o non voler accettare i periodi, brevi o lunghi che siano, di completa solitudine. E credo stia tutta qui la chiave delle famose ma tristi parole...
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“Il lupo intorno a noi. Convivere con l’animale più affascinante e incompreso dei nostri boschi”
Dal nostro inviato Marco Lucchesi
…e questa volta farò il cronista…di me stesso!
Insomma: la scorsa settimana (più o meno) a Livorno si è parlato di lupo…
“Oh quella? Ocché a Livorno c’è i lupi?! Sììì ma velli a du’ gambe!”
E invece sì, a Livorno, o meglio sulle colline che contornano la città, da Pian di Rota a Rosignano, ci sono i lupi. Animali mitici, mitizzati e chiacchierati come non mai di questi tempi.
La conferenza è stata opera del WWF locale, coadiuvato dalla Cooperativa Biodiversi (http://www.biodiversi.it/) che nella nostra città è una realtà interessante, unendo la didattica e l’educazione ambientale, alla cultura alimentare, alla conoscenza del nostro territorio dal punto di vista naturalistico e storico.
Lo scopo dell’incontro non era tanto il parlare del “lupo a Livorno” (qui da noi la specie è “seguita” dalla provincia, con gli agenti della polizia provinciale, ma non è stata pianificata una vera e propria indagine condotta con metodologia scientifiche) quanto per portare a conoscenza della cittadinanza di alcune illuminanti esperienze, condotte da professionisti che si occupano di diversi aspetti del “mondo lupo”: la sua ecologia e il suo comportamento, la questione legata all’ibridazione con il cane, i conflitti con le attività umane come la pastorizia e la caccia, i problemi connessi al traffico illegale di esemplari selvatici ed alla loro gestione “normativa” ed infine le azioni che vengono svolte per rimettere in salute individui che, per loro sfortuna, hanno avuto incontri troppo ravvicinati con la nostra specie e stavano per rimetterci le zampe! Molti argomenti per un pomeriggio che si è svolto anche attraverso interventi da parte del pubblico, alla fine di ogni comunicazione, ed ha consentito quindi una buona interazione tra i professionisti presenti e gli interessati, a diverso titolo, della materia trattata.
Hanno parlato:
Mia Canestrini, naturalista e tecnico del Wolf Apennine Centre, ufficio specializzato sul lupo del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano (tra le regioni Toscana ed Emilia Romagna e le province di Lucca, Massa Carrara, Parma e Reggio Emilia), che ci ha raccontato della sua esperienza pluriennale in questa struttura che fa da “polo di aggregazione” tra molte realtà, pubbliche e private (province, regioni, parchi, associazioni, ecc..) che si occupano per svariate ragioni del lupo e cerca di standardizzare sia le metodiche di studio e gestione della specie, sia l’approccio verso di essa. Il WAC agisce attraverso i finanziamenti dei progetti Life da parte dell’Unione europea, regala cani da “guardiania” (i famosi e temuti pastori maremmani!) agli allevatori per difendere le proprie greggi e gli fornisce persino crocchette biologiche (grazie all’accordo che ha con società produttrici del settore), segue lupi curati da centri specializzati re-immessi in natura tramite la tecnica della telemetria satellitare, sensibilizza l’opinione pubblica portando il lupo “in piazza” con la struttura mobile del PalaLupo, sede di incontri e conferenze, di accordi, di proiezioni riguardanti la specie e di spettacoli a tema per i più piccoli…fa tutto ciò e molto altro…Mia mi perdonerà se non dico tutto!
Duccio Berzi, tecnico forestale e fondatore dell’associazione Canislupus Italia, uno dei massimi esperti di un argomento noto da secoli, ma tornato attuale in questi ultimi anni: la convivenza tra la specie predatrice lupo e le attività pastorali, ovvero l’eterno conflitto tra il lupo e la pecora (…o meglio tra il lupo e chi alleva la pecora!). Duccio ha prima studiato l’ecologia del lupo, cominciando ad usare foto trappole auto prodotte, poi si è specializzato in un ruolo difficile e rischioso, quello di colui che cerca, tramite progettualità e tecniche di prevenzione, di gestire il conflitto (perché di vero e proprio conflitto si tratta) tra un animale che agisce secondo la sua “ecologia trofica”, cioè fa il suo “mestiere” di cacciatore, e un mondo, quello della zootecnia, sempre più relegato ai margini della nostra società, la cui economia già di sussistenza può essere messa a dura prova dall’azione naturale del lupo. Duccio parlando con i pastori, consigliandoli nell’uso dei cani da guardiania, affiancandoli nella predisposizione di recinzioni e ricoveri per le pecore li protegge, protegge la loro attività di sostentamento….ma così facendo protegge anche il lupo, facendo sì che non “si cacci nei guai” con le proprie zampe…
Elisa Berti, responsabile del Centro Recupero Animali Selvatico di Monte Adone (sui colli bolognesi), è invece il “cappuccetto rosso” salva lupi! Infatti a Monte Adone lei e la sua famiglia da una parte gestiscono un’area dove vengono collocati per brevi periodi o per tutta la vita animali esotici, strappati allo scellerato traffico che nel mondo si fa di essi dall’azione del Corpo Forestale dello Stato, ma dall’altra fanno da vero e proprio “ospedale” per animali in difficoltà, con problemi fisici dovuti a incidenti di vario tipo, ma spesso legati a sfortunati incontri con l’uomo. In questo contesto Elisa è riuscita a creare con la passione, il lavoro duro e con il contributo di imprenditori “illuminati”, una delle maggiori strutture per la cura e la riabilitazione di individui di lupo (Progetto “Just Freedom”), formata da recinti all’aria aperta di diverse dimensioni, una piccola clinica per gli interventi quotidiani e stanze di degenza. Da Elisa sono passati lupi sfortunati o già dati per morti, che poi hanno ricominciato ad avere una vita e, re-immessi quando possibile in natura si sono ripresi, con il suo aiuto, una libertà che pareva perduta…
E poi?
E poi ho parlato un po’ anch’io.
Ho parlato del progetto che, con Paola Fazzi…anche lei biologa e sognatrice di professione, stiamo seguendo per il Parco Regionale delle Alpi Apuane, monti meravigliosi e pieni di contrasti, di ombre ipogee e di luce delle vette. Monti che vedono il ritorno del lupo dopo, si calcola, un secolo di assenza!
…mah…che vi devo dire di quel che ho detto…de…non mi sono mica sentito?
Ascoltate voi e poi mi riferirete!
Mi trovate su qualche cresta…fate un fischio e scendo giù!
ML
Nel link sottostante i video della conferenza
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Video de "Il lupo è intorno a noi". Conferenza del 22 Novembre a Livorno
Diego Guerri, WWF Livorno "Stop ai Crimini di Natura" Dario Canaccini, guida ambientale Coop Biodiversi"Il lupo a Livorno" Il lupo è intorno a noi. Video 1 from CoopBiodiversi on Vimeo. "Lupo 2.0:...
http://www.biodiversi.it/video-de-il-lupo-%C3%A8-intorno-noi-conferenza-del-22-novembre-livorno
Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.
E quando ti fucilano fa male?
Immaginate sentirvi fare questa domanda da vostro figlio, da vostro fratello, da un bambino qualsiasi.
Questo è cosa ha sentito chiedere Masha Rolnikaite dal proprio fratellino negli anni lontani della Seconda Guerra mondiale. Ma perché un bimbetto si pone un’angosciosa domanda del genere? Perché è un lituano di religione ebraica e già conosce la durezza e la crudeltà delle persecuzioni ebraiche in quel di Vilnius, conosciuta anche come la Gerusalemme del nord, dove inizia e si svolge la triste e tragica storia di Devo raccontare, Adelphi 2005, 284 p. 18€ la versione cartacea.
Il libro di Masha Ronlnikaite è il diario dal 1941 al 1945 di una ragazzina tredicenne che si ritrova calata suo malgrado nella disgraziata vicenda di odio razziale, smania di potere, delirio d’onnipotenza che tanti lutti ha inflitto al mondo. Una Storia vissuta sulla propria pelle e raccontata grazie alla tenacia dell’autrice che quando non ha più potuto scrivere su fogli volanti e con mozziconi di matite ha mandato a memoria ciò che era andato perduto e ciò che non poteva scrivere riuscendo solo a fine guerra a ricostruire, grazie alla memoria, le disgrazie di quattro anni. Un diario sconvolgente nonostante siano cose già trattate, lette e mai metabolizzate.
E’ la discesa dalla vita normale di una famiglia normale verso l’abisso della crudeltà, della cattiveria verso un proprio simile colpevole solo di professare una religione diversa e di far parte di genti vittime di luoghi comuni e usati da capri espiatori dal potere, a ovest come a est, da sovrani, illuminati o meno, e papi per finire alle varie ideologie del novecento. Certo non sfugge, fatte salve le diversità, che l’abitudine a vedere il diverso come fonte del male purtroppo non morirà mai. Lo stiamo sperimentando anche in questi anni di crisi. Anzi, non abbiamo mai smesso, in ogni dove, di mettere in pratica certe perverse abitudini.
La vita della famiglia Rolnikaite si spezza tutta insieme senza gradualità, subito il padre perde contatto con la moglie e i quattro figli, lui a combattere e la mamma con i figli chiusi nel ghetto creato dai nazisti e affidato alla custodia di ebrei forse convinti che l’assoggettarsi passivamente li porti almeno a salvare il maggior numero di correligionari. Ma non sarà così e nemmeno l’assecondare i nazisti nelle loro folli richieste porterà a guadagnare una sola vita. Li porterà invece ad essere accusati di connivenza e collaborazionismo. In un crescendo di vessazioni, atrocità, sadico divertimento dei sodati tedeschi cui non sembra mai venir meno la fantasia per seviziare i loro prigionieri, seguiremo la piccola Masha dal ghetto al campo di concentramento fino alla soglia della morte e al ricongiungimento con ciò che resta della sua famiglia. Un’analisi per forza di cose spietata, dalla carenza di spazi vitali alla carenza di cibo, dalla speranza in una rapida fine della sofferenza dovuta alle scarne notizie di sconfitte dei tedeschi a un’Armata Rossa sempre troppo distante e con i tedeschi sempre presenti fino all’amara considerazione che “… L'insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo...”
“C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta”
A Ponar, vicino a Vilnius, vennero uccise più di 100.000 persone la cui maggioranza di religione ebraica. E' un posto che ricorre con frequenza nella narrazione di Masha Ronlnikaite.
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Vengo da lontano ma so dove andare: L'esigenza di raccontare e il dovere di leggere
E quando ti fucilano fa male? Immaginate sentirvi fare questa domanda da vostro figlio, da vostro fratello, da un bambino qualsiasi. Questo è cosa ha sentito chiedere Masha Rolnikaite dal proprio ...
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Spunti di viaggio: Caraibi, Barbados e Monserrat
Altre due isole, soprattutto la seconda, semi-sconosciute al mercato italiano. Peccato veramente!
Vorrei proseguire con dei piccoli reportage sulle isole che non hanno un grosso mercato presso gli italiani. Sulla prima, tanti anni fa, un operatore aveva tentato una operazione charter che, purtroppo, non ha dato i risultati sperati. Così, Barbados, come tante altre isole caraibiche, possono essere raggiunte solo con i voli di linea. Ma anche se non esistono voli no-stop, vale sempre la pena di conoscere anche queste altre isole che sanno offrire molto ai turisti. Soprattutto a quelli che cercano il mare dai colori cristallini e la sabbia bianca, unita alla possibilità di visitare i piccoli centri più importanti e, non ultimo, l’allegria e la vivacità delle popolazioni che le abitano.
BARBADOS
E’ indubbiamente l’isola più orientale del Mar dei Caraibi, ed anche una delle pochissime a non essere stata scoperta da Cristoforo Colombo.
La paternità di Barbados, infatti, è da attribuirsi al portoghese Pedro a Campos che, diretto con la sua nave in Brasile, andò improvvisamente alla deriva sulla costa, appunto, di Barbados.
Nel 1625, l’isola fu occupata dagli inglesi, che l’hanno lasciata alla propria indipendenza soltanto tre secoli e mezzo più tardi, nel 1966. Lo stile di vita dell’isola, perciò, è tipicamente inglese e lo si nota in tutti i suoi aspetti.
L’architettura, sia della capitale Bridgetown, che degli altri centri abitati, ha molto a che vedere con il neoclassicismo e gli eleganti edifici sono in netto contrasto con le baracche di legno che le affiancano. Questo vale anche per i raffinati negozi che si alternano con i minuscoli chioschi in cui si può vendere e comprare un po’ di tutto.
Persino nello sport lo stile inglese regna sovrano. A chi verrebbe in mente di volare fino ai Caribi per giocare a Polo o a Cricket? Eppure di campi ce ne sono e molto belli anche.
L’attrezzatura alberghiera è di alto livello: il Sam Lord’s Castle, per esempio, è una splendida residenza fatta costruire nel 1820 da tale Sam Lord, famoso e ovviamente ricchissimo pirata.
Si può dedurre che Barbados è un’isola decisamente ricca: il reddito pro- capite, infatti, è il più alto di tutti i Caraibi e la popolazione che la abita è un particolarissimo miscuglio di razze molto diverse fra loro: americani, indù, europei di vari stati e perfino ebrei e arabi (per lo più siriani e libanesi).
Non bisogna però pensare di arrivare a Barbados e ritrovarsi in una copia della vecchia Inghilterra. Nonostante tutto ciò che di inglese esiste, l’isola conserva un suo volto tipicamente tropicale.
Per chi vuole godersi il relax assoluto, all’ombra di una palma o di un tamarindo, vi sono lunghe spiagge coralline oppure deliziose baiette lungo la costa, rinfrescate da un perenne venticello, mentre i più temerari potrebbero dare un’occhiata – e sarebbe meglio limitarsi a quello – alla scogliera su cui si infrangono le onde di un oceano molto furioso…
Tutto ciò in uno scenario dai colori incredibilmente vivaci e con un sottofondo di musica incessante, che va dal calipso ai ritmi africani.
Gli amanti della buona cucina, a Barbados, avranno di che deliziarsi. Molti sono infatti i ristoranti italiani, francesi, cinesi, così come le steack houses inglesi, ma la cucina barbadiana è senz’altro la più particolare.
Gli appassionati di pesce – un tantino diverso da quello nostrano!!! – potranno gustare il “flying fish” (pesce volante che è anche il simbolo di Barbados), oppure ricci di mare, gamberi e aragoste a volontà.
E ancora, patate dolci, melanzane, papaia, mango, frutti dell’albero del pane, banane e noci di cocco. E per finire, il cocktail “Olive Blossom”, fatto con succo di arancia, rhum bianco prodotto localmente e bianco d’uovo, che prende il nome dalla nave con cui arrivarono gli inglesi nel fatidico 1625.
MONSERRAT
L’Isola di smeraldo; così venne soprannominata dagli irlandesi che, per primi, approdarono sull’isola per sfuggire alla persecuzione degli inglesi. In effetti, Monserrat, geograficamente somiglia davvero all’Irlanda, terra verde per eccellenza.
La sola differenza con il verde di quest’isola caraibica è il tipo di vegetazione. Puramente irlandese, invece, è la festa nazionale di San Patrizio, il 17 marzo. Monserrat fu scoperta (indovinate da chi?) nel 1493 da Cristoforo Colombo, durante il suo secondo viaggio, che la battezzò così in omaggio alle montagne che circondano il monastero di Monserrat, nei dintorni di Barcellona.
Gli abitanti dell’isola sono famosi per la loro ospitalità, nonché per essere nemici acerrimi dello stress.
A questo proposito, chiunque avesse voglia di farsi contagiare piacevolmente dalla filosofia anti-stress, che regna sovrana nell’isola, potrà dedicarsi esclusivamente alla vita di mare e, la sera, fare una passeggiata (magari romantica) lungo la minuscola via principale di Plymouth, la capitale, o assistere ad una sfrenata gara di corsa fra i granchi.
Le spiagge di Monserrat sono per la maggior parte nere, data la sua origine vulcanica. Gli amanti di spiaggia tradizionale non devono far altro che noleggiare una barca e, godendosi uno splendido panorama, approdare nel nord dell’isola, alla “Rendez-Vous Bay”.
Gli appassionati dell’avventura, invece, troveranno pane per i per i loro denti di fronte ad un vulcano da scalare (Galway Soufriere), o ad una cascata da risalire (Great Alps Waterfall).
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Reportage Caraibi: Barbados e Monserrat - Spunti di viaggio | Travelling Interline
Vorrei proseguire con dei piccoli reportage sulle isole che non hanno un grosso mercato presso gli italiani. Sulla prima, tanti anni fa, un operatore aveva tentato una operazione charter che ...
Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata
ll poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, l'Inquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme, l’immancabile donna che non si comprende con chi sta e perché, un complotto che ha come arma principale la conoscenza e tante altre cose si possono trovare nel libro di Raphael Jerusalmy I cacciatori di libri, edizioni e/o 266 p. 16,50 €.
L’autore è un ex agente del servizio segreto militare israeliano passato poi a promuovere missioni umanitarie, verrebbe da dire che i rimorsi sono tanti, e ora anche commerciante di libri antichi e romanziere. Il libro è incentrato sulla figura di François de Montcorbier meglio conosciuto come François Villon autore de Il lascito e Il grande testamento, forse uno dei primi poeti maledetti con una vita macchiata da furti, ruberie e anche sospetti di omicidio. Condannato a morte per una seconda volta la pena gli fu commutata e a 31 anni Villon scomparve e non se ne seppe più nulla. Da qui si dipana la narrazione di Jerusalmy in un crescendo (?) di coinvolgimenti a partire dall’incontro con il cardinale di Parigi che appunto gli garantisce la libertà se accetta una missione in Terrasanta. A un certo punto ci si ritrova immersi in libri, papiri, rotoli, pergamene contenenti lo scibile umano e che vanno non solo salvati ma diffusi per portare la conoscenza a tutti e combattere l’oscurantismo dominante. Un passaggio dal Medioevo verso orizzonti più aperti, più ampi verso il Rinascimento.
L’idea è buona ma la messa in pratica un po’ meno. Il libro soffre di una congenita lentezza, l’autore ha mancato l’obiettivo di rendere frizzante la narrazione. Sarebbe comunque ingeneroso fare paragoni con altri autori. Purtroppo il crescendo è lento, la carne al fuoco molta ma non sufficientemente condita e rivoltata a dovere per raggiungere una buona cottura. Debole come thriller e anche come romanzo picaresco. Comunque scritto bene e ricco di citazioni. A merito dell’autore va l’aver riportato alla memoria François Villon e le sue ballate. Comunque un’occasione mancata.
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Vengo da lontano ma so dove andare: I cacciatori di libri, un'occasione mancata
Il poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, iInquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme ...
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Spunti di viaggio: Caraibi, la semisconosciuta isola di Santa Lucia
Isola caraibica fra le più belle ma ancora poco conosciuta dagli italiani.
Se pensiamo ai Caraibi ci vengono subito in mente Cuba, Santo Domingo e Jamaica, tre isole da sempre pubblicizzate e vendute dai Tour operator italiani che la collegano al nostro paese anche con i voli charter. Isole molto belle e con molta storia alle spalle, ancora visibile nelle capitali, ma che non compongono quel grande “arcipelago” formato da tantissime isole che vale sempre la pena di visitare, anche se si devono raggiungere con voli di linea e con qualche scalo.
Fra le tante, Santa Lucia è, senza dubbio, una delle isole più belle dei Caraibi e la sua forma ha un che di nostalgico; ricorda, infatti, una grossa lacrima. L’isola è una delle poche a non essere stata scoperta dal nostro eroe scopritore di nuove terre (Cristoforo Colombo, naturalmente!) e, a dire il vero, sono ormai svariati secoli che i francesi e gli spagnoli si contendono la paternità della scoperta dell’isola, tanto da modificarne il nome nelle rispettive cartine (Sainte Alouise per la Francia. S. Luzia per la Spagna).
A contendersi invece il dominio dell’isola, sono stati per quasi quattrocento anni gli inglesi e i francesi, continuamente in guerra fra di loro fino al 1967, anno in cui, finalmente, l’isola divenne uno Stato indipendente associato alla Gran Bretagna e, nel 1979, le venne concessa la piena sovranità, diventando, così, un membro del Commonwealth britannico a tutti gli effetti.
La bellezza di quest’isola ha spinto molte persone ad affrontare grossi sacrifici pur di vivere in luoghi come Marigot Bay o l’Anse Chastanet, fra foreste di bamboo e felci giganti, in totale semplicità e a contatto con la natura, e che natura!
La vegetazione è particolarmente rigogliosa, i pappagalli splendidamente colorati, le alture e le pianure singolarmente suggestive. Sembra quasi un’isola tutta da scoprire.
Anche Castries, capitale e porto principale dell’isola, è un posto speciale; sorge, infatti, su un’insenatura all’interno di un cratere sommerso di un vulcano ormai estinto.
Purtroppo, però, gli antichi edifici inglesi e francesi, i più belli, sono andati distrutti nei due gravi incendi che colpirono St. Lucia ne’48 e nel ’51.
L’attuale architettura, infatti, è moderna, ma nulla toglie al fascino della città e ai suoi tipici mercatini, frequentati da chiunque abbia qualcosa da vendere.
Una delle spiagge più belle di tutti i Caraibi è Marigot Bay, disseminata di piccolissimi villaggi di pescatori.
Verso l’entroterra, invece, vi sono due delle maggiori piantagioni di banane, aperte al pubblico.
I pressi della città di Sufriere, il cui aspetto ricorda un paesaggio lunare, sono ricchi di pozzi e crateri aperti da cui è possibile veder ribollire del fango giallastro.
Uno spettacolo unico nel suo genere! La maggior parte della vita notturna di St. Lucia si svolge all’interno degli alberghi, specializzati in spettacoli e intrattenimenti.
Gli eventi più “colorati”, sono senza dubbio il “Capodanno” e il 2 gennaio, quando gli abitanti dell’isola fanno rivivere, mediante canti, balli e pic nic “Le Jour de l’An", antichissima festa francese.
La più grande occasione di festa, però, è il “Carnevale”, celebrato generalmente a febbraio, durante il quale si balla, si sfila in parata e si incorona “la Regina del carnevale”
A fare da sfondo al tutto, gli incredibili colori del mare, della vegetazione e l’allegria tipicamente caraibiche!
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Reportage Caraibi: la semisconosciuta Isola di St. Lucia. Spunti di viaggio | Travelling Interline
Se pensiamo ai Caraibi ci vengono subito in mente Cuba, Santo Domingo e Jamaica, tre isole da sempre pubblicizzate e vendute dai Tour operator italiani che la collegano al nostro paese anche con i ...
Irma la maestra
La signora Irma si muoveva nel suo piccolo appartamento con agilità nonostante l'età avanzata. Certo, dire che si muoveva è un'esagerazione per i 50 metri quadrati scarsi di casa in cui si era ridotta. La vecchia bella grande casa l'aveva venduta tanti anni fa per aiutare l'unico nipote che aveva, rimasto solo al mondo, una tragedia che ancora non aveva superato. Per lei, sola, fu un sacrificio neanche troppo grande, per il nipote lontano fu una salvezza, per fortuna Giuseppe non si era dimenticato di lei. Sempre una telefonata e, nonostante la distanza, una visita al mese. La portava fuori a pranzo dopo aver visitato un museo, una mostra. E in quelle poche ore che passava da lei riusciva anche a sistemare i piccoli danni dell'appartamento.
Giuseppe le aveva cambiato le lampadine vecchie con quelle nuove che consumavano di meno, le aveva fatto un nuovo abbonamento al telefono per farla risparmiare, insomma faceva di tutto per facilitarle la vita che con la crisi diventava sempre più difficile da vivere con la sua pensione di statale. Irma era stata maestra, Irma la maestra, come la conoscevano tutti nel suo vecchio quartiere. In quello nuovo era una delle tante pensionate deportate per lasciare le case ai figli o ai nipoti. Ma Irma non si lamentava, le andava bene così, aveva i suoi libri, la sua musica e il suo gatto.
Le difficoltà economiche, che nascondeva al nipote, l'avevano portata ad aprire la porta di casa al gatto in modo che anche lui si desse da fare, che cercasse un po' di cibo al di fuori delle mura domestiche, scatolette e croccantini, per quel mangione, non bastavano mai. Aveva dovuto scegliere se mantenere il gatto o mantenere se stessa. Giuseppe ogni tanto le lasciava un po' di soldi, mai tanti perché anche lui se la passava mica tanto bene con la cassa integrazione a singhiozzo come la moglie e poi aveva due figli da mantenere agli studi. Irma riusciva a nascondere le sue difficoltà alla famiglia di Giuseppe, non voleva caricarlo di altri pensieri.
L'anziana maestra girava per casa, spostava una sedia, metteva a posto un libro, perdeva tempo, in parole povere. Ogni tanto un'occhiata all'orologio in attesa che arrivassero le tredici. A quell'ora scendeva in strada e si avviava alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portata, in poche fermate, in un quartiere vicino dove c'era il mercato rionale. Era diventata un'occupazione che ripeteva tre volte a settimana dopo il quindici del mese, quando i soldini iniziavano a scarseggiare. Arrivava al mercato e si posizionava in uno degli angoli della piazza rettangolare lasciata in eredità alla città dal Duce. Da quella posizione attendeva che i banchi iniziassero a chiudere e verso le quattordici, con la sporta al gomito come si usava un tempo, iniziava il suo percorso. Non rovistava, questo no, ancora non c'era arrivata, ma sapeva dove gli operatori del mercato lasciavano le cassette con la verdura e la frutta non più vendibili e lì si serviva, sceglieva anche con cura. Velocemente faceva il suo giro e velocemente spariva dal mercato senza mai prendere più di quello che le sarebbe potuto servire. Sapeva che dopo di lei sicuramente sarebbero passate altre persone bisognose.
Nonostante ripetesse questa operazione in un mercato di un quartiere a lei sconosciuto e dove lei stessa sarebbe dovuta essere una sconosciuta, non sapeva che era stata notata, casualmente, proprio da uno dei proprietari dei banchi di frutta e verdura. L'uomo aveva visto questa signora vestita dignitosamente, pettinata e pulita e all'inizio si era stupito che prendesse le cose che lui scartava ma che non buttava nei secchioni perché sapeva del "mercato" non ufficiale che si apriva quando loro chiudevano. Gli dispiaceva vedere che la crisi non risparmiava nessuno e che, anzi, sempre più pensionati riducevano le quantità di merce acquistata.
Irma, dopo la sua spesa, tornava a casa e pranzava, con calma, senza preoccupazioni di orario, in fin dei conti era l'ora in cui mangiava anche quando insegnava. Appena finito, puliva la frutta, la metteva nei contenitori e la riponeva in frigorifero. Puliva la verdura, la lavava, la cuoceva e la divideva in due come per la frutta e anche la verdura andava in frigo. Ogni tanto rifletteva sul come si era ridotta, sul perché la sua pensione non le bastasse più dopo tutti i sacrifici che aveva fatto e faceva. Aveva anche messo da parte il cellulare che il nipote le aveva regalato, o meglio, lo aveva sempre con sé ma non lo usava mai per chiamare ma solo per ricevere. Per risparmiare telefonava solo dal fisso a costo zero. Aveva anche preso l'abitudine di prendere i libri in biblioteca, anche se le costava un lungo viaggio in autobus. E proprio leggendo attendeva che arrivasse la sera. Alle diciannove apriva il frigo, prendeva metà della frutta e della verdura, metà del pane comperato la mattina e scendeva di un piano, tirava fuori le chiavi ed apriva la porta del pianterreno. Andava in cucina e metteva frutta e verdura nel frigorifero della vicina. Poi andava nella camera, l'unica a parte la cucina, da letto, prendeva il libro sul comodino e, dopo aver salutato con un bacio l'uomo sdraiato sul letto, iniziava a leggere riprendendo dal punto dove l'aveva lasciato il giorno prima e leggeva fino al ritorno della moglie dell'uomo.
Il fruttivendolo ormai aveva memorizzato i giorni e l'orario della spesa della signora Irma e non sapendo come fare per aiutarla senza recarle offesa, aveva iniziato a lasciare un sacchetto con frutta e verdura buona. Sapeva che lei sarebbe stata la prima visitatrice e che non correva il rischio che altri la prendessero al suo posto. L'uomo aveva l'idea di conoscere la signora delle due, come la chiamava parlando con la moglie. Era convinto che avesse avuto una parte nella sua vita ma non riusciva a focalizzare il dove e il quando. Forte di questa convinzione aveva deciso di scoprire chi fosse e quel giorno, chiuso il banco, si mise in macchina ad attenderla. La segui nel suo percorso verso casa e vide dove abitava. Attese qualche minuto e poi andò a controllare i nomi sui citofoni. Irma C. lesse e gli si affollarono nella mente molti ricordi. La Maestra Irma, ecco chi è, quella che mi diceva sempre che ero uno zuccone perché studiavo poco, che mi arruffava i capelli la mattina quando entravo e all'uscita. La Maestra Irma che mi ha insegnato a leggere e scrivere e far di conto. La Maestra Irma che non ha mai urlato con nessun bambino, nemmeno i più agitati. Con gli occhi lacrimosi, risalì in macchina e tornò a casa.
Vengo da lontano ma so dove andare: Irma la maestra
Non avendo nulla da dire e nemmeno voglia di scrivere, saccheggio le bozze. Questo post, che pubblico senza nemmeno correggere, giace da molti mesi. Verosimile, vero, falso? Scegliete voi. La ...
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Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"
Claude Glass
Marco Saverio Loperfido
Annulli Editori, 2014
pp. 159
12,00
“Il paesaggista si piazza alle spalle a ciò che vuole ritrarre e proprio grazie allo specchio convesso lo vede tutto racchiuso davanti a sé. Non trovi che ci siano delle similitudini con il tuo modo di guardare l’Italia, ovvero attraverso la lente del mio sguardo, posto dietro di te nel tempo? Pag 73)
Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare posizionandosi con le spalle rivolte verso ciò che si voleva dipingere. Lo specchietto creava una migliore inquadratura della scena e un ammorbidimento dei colori che prendevano così una sfumatura languida. Era usato anche dai viaggiatori dell’epoca.
Claude Glass” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Marco Saverio Loperfido, per la Annulli editori. Il romanzo si rifà alla tradizione della “simulazione del vero” con l’espediente del ritrovamento del manoscritto o delle lettere. Nello specifico, Claude Glass è il nome di un negozio di robivecchi nel quale il protagonista, Sebastiano Valli, trova, chiusa nel cassetto di un mobile, una lettera scritta da Robert Grave, giovanotto inglese, giunto in Italia nel 1792 per fare il Gran Tour, cioè quel giro d’istruzione finanziato dai genitori che erano soliti compiere i ragazzi della buona società anglosassone. Spinto da un impulso bizzarro, Sebastiano risponde alla lettera. Inizia così un favoloso carteggio fra due uomini che vivono a distanza di duecento anni l’uno dall’altro. Robert e Sebastiano diventano amici, approfondiscono la reciproca conoscenza, aprono l’un l’altro il proprio cuore, litigando e riappacificandosi, come capita spesso nelle amicizie reali e in quelle virtuali. Anche Hollywood ha sfruttato la trovata dell’epistolario sfasato nel tempo in alcuni film, ci viene in mente “La casa sul lago del tempo” di Alejandro Agresti, a sua volta remake di un film coreano.
I tempi divergenti di Sebastiano e Robert si avvicineranno sempre più, le donne amate avranno lo stesso nome, fino alla conclusione che, pur lasciando aperte tutte le possibilità, fa intuire la probabilità di una sovrapposizione dei due. Forse Robert Grave è solo una proiezione di Sebastiano, il suo bisogno di vedere la realtà con gli occhi del passato o, meglio ancora, di “tornare” al passato.
Già, vedere. Perché l’argomento del romanzo, e del carteggio, è il paesaggio. Stupisce che i due non si raccontino più particolari della loro vita e dell’esistenza nelle reciproche epoche. Tutto è basato sul loro modo di percepire ciò che li circonda, ovvero il paesaggio della Tuscia. L’autore, Marco Saverio Loperfido, si occupa di sociologia visuale, cioè l’indagine dei fenomeni sociali attraverso le immagini fotografiche. E i nostri due protagonisti, quello contemporaneo e quello del settecento, sono interessati a cogliere aspetti di paesaggio e di vita locale, attraverso la pittura l’uno e la fotografia l’altro. Il panorama indagato, come abbiamo detto, è, sulla scia di Pasolini, quello a metà fra Toscana, Umbria e Lazio, cioè la Tuscia, di cui Loperfido ha realizzato la mappatura a piedi. E se lui è Sebastiano che si guarda intorno e cerca di ritrovare il bello in ciò che vede, Sebastiano è, a sua volta, Robert, che cammina per valli, colline e cittadine, luoghi ancora oggi di grande fascino, quanto mai pittoreschi per i viandanti inglesi a caccia di vedute alla Claude Lorraine. Questo camminare a piedi serve a recuperare lo sguardo lento e intimo che la nostra attuale velocità ci ha tolto, per ritrovare, assaporandoli, scorci di bellezza autentica, in mezzo alla modernità che deturpa e imbruttisce.
“Ecco la mia epoca, Robert. Vicino all’arte lo spreco e l’incuria. Ma forse qual cosina di più… forse sono un po’ troppo tenero. Quel palazzo è uno sfregio alla meraviglia del passato, una cicatrice sulla guancia della Monna Lisa, una bestemmia per chi ama il dio Pan della natura, o Venere, dea della bellezza. Io sono indignato, schifato, annichilito da tutto questo che, purtroppo, è solo un esempio fra tanti. Hanno stuprato il passato, lo hanno rinnegato, ce l’hanno tramandato alterato in modo che non potessimo amarlo. Ma il passato era troppo bello e ha continuato a parlarci, seppur con un filo di voce, agonizzante.” (pag. 76)
La riflessione filosofica si mescola alla vista e alle considerazioni. Sebastiano si chiede se ciò che oggi gli appare brutto e sgraziato non acquisterà forse fascino col tempo. E si chiede anche se le rovine del passato non vadano lasciate preda della vegetazione, che forse le degrada ma le rende parte del pianeta, mentre ciò che viene preservato in un museo, catalogato, recintato, in realtà smette di vivere e di appartenerci.
“Claude Glass” è un romanzo che può essere letto a tanti livelli, ad esempio quello lampante della denuncia: gli italiani distruggono la loro terra, pronti a sacrificare bellezza e natura sull’altare della necessità. Sono le parti meno attraenti del libro, perché assumono il tono d’invettiva sgraziata, persino di turpiloquio, mentre, al contrario, assurge a altezze liriche la professione d’amore che entrambi i protagonisti, quello remoto e quello contemporaneo, esprimono con toni accorati per la nostra Italia.
Un altro, forse meno evidente ma non certo trascurabile, livello di lettura è quello dell’epistolario virtuale, così frequente nella nostra era social. Chi non ha un’amicizia o un amore in rete, ormai? Robert e Sebastiano si affezionano senza vedersi, anelano all’incontro, che forse avverrà o forse no, ma anche litigano, si accapigliano, si separano per poi riavvicinarsi. Molti di noi hanno avuto la fortuna e la sofferenza di vivere amicizie così, fatte di anime che si fondono, che ambiscono ad una vicinanza che non avrà mai il fascino posseduto dall’immaginario. C’è molto della poetica leopardiana in queste parole di Sebastiano:
“La conoscenza è un ostacolo, caro Robert, perché la vitalità si nutre di fantasia e la fantasia di non detto, vago, incerto. Qui invece non c’è più spazio, sia fisico che mentale, e, parliamoci chiaro, è quello che io t’invidio. Sei giovane ma, cosa ancora più bella, è giovane il mondo che vivi e che in questa maniera ti accompagna e asseconda nell’entusiasmo.” (pag. 46)
E ancora: il libro è anche una metafora della solitudine, dell’impossibilità di raggiungere una profonda comunione con l’altro sebbene quest’anelito non cessi mai di riproporsi.
“Robert, è una sconfitta per me, e forse per tutta la società, che io oggi faccia questa cosa
impensabile: scrivere una risposta a questa tua lettera sospesa nel tempo, e persa nel tempo, che è arrivata a me per caso. È una sconfitta perché vuol dire che io qui, solo come te quel 7 aprile del 1792, sono estraneo alla mia gente, costretto dalla solitudine e dall’individualismo ad attaccarmi a questo gioco dell’anima. Fingerti ancora vivo in grado di leggermi.” (pag. 15)
La malinconia, lo “spleen”, attraversa tutto il testo, fa vibrare le epistole dei due amici separati dal tempo, e tempera la speranza, che pure è presente nel riconoscimento dell’incanto ancora evidente del paesaggio, a dispetto dell’uomo.
“Dopo che il mondo ha ballato e danzato per tanto, adesso è stanco. Ecco quel che posso dirti del futuro, Robert, questo e nient’altro. Tu sei all’inizio del ballo e io, forse, quando tutto si spegne.”(pag. 24)
Forse, alla fine, Robert e Sebastiano si fonderanno, passato e presente coincideranno in una nuova ottica fondata sul rispetto per la natura, per l’arte, per la bellezza.
Alla riscoperta del paesaggio sono legate le parti più liriche, pittoriche, visuali, che fanno dimenticare piccole sbavature di stile, come il fastidioso ricorrere del toscanismo te al posto di tu, fuori luogo in bocca ad un inglese.
“Al calar della sera, con la luce del tramonto, escono dai rifugi gli spiriti dei luoghi e tornano ad abitare le terre oggi come sempre. È la luce trasversale a fare il miracolo. Pale, tralicci e casermoni diventano solo scure ombre controluce e l’occhio sembra poterle accettare. Tutto si fa radente e confuso. L’oro del sole allaga la vista e l’Italia, a quell’ora, diventa veramente se stessa perché è la luce che c’è in Italia, inconfondibile e unica, il suo carattere più distintivo. E la luce, grazie al cielo, non la può rovinare nessuno, nemmeno volendolo.” (pag. 148)
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Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare ...
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ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO
Ecco a voi un altro pezzo di Marcello De Santis, sulla figura dell'illustre umanista Aldo Manuzio
Anche quest'anno io e mia moglie ci siamo fatti una lunghissima vacanza al mare, grazie al cielo; tre giorni, giovedì pomeriggio, tutto venerdì, e sabato mattina fino alla dieci e mezzo.
Un ottobre stupendo: il mare di Sabaudia era tutto nostro, noi... solo noi... bellissimo...
... giovedì sulla tarda mattinata le dune verdi come non le avevamo mai viste, il mare azzurro con cavalloni spumeggianti di bianco; e laggiù il promontorio del Circeo che ci salutava e ci faceva compagnia...
... bene o male alcune ore di sole ce le siamo godute; e io ho perfino fatto il bagno, e nuotato tre volte.
Tra una nuvoletta e l'altra (sabato mattina essa nuvoletta dell'impiegato - o di Fantozzi, se volete - alle dieci e mezzo in punto ha coperto il sole; e si è fermata a lungo; -tutt'intorno sereno serenissimo e celeste-; ci ha detto: basta così, potete andare.. e noi abbiamo ubbidito.. ... del resto ci aspettavano amici a Frosinone con un invito a pranzo...)
Poi venerdì mattina (11 ottobre) corsa in macchina alla spiaggia; cielo coperto e non, mezzo e mezzo; be', andiamo a farci un giro, e così siamo andati a visitare l'abbazia di Valvisciolo, situata in collina tra Sermoneta e Norma (Latina); il nome dell'abbazia si deve alla valle dove un tempo crescevano le visciole, specie di ciliegie selvatiche; stupenda meravigliosa fantastica: stile romanico-cistercense, secolo XII, facciata integra, un capolavoro dell'arte antica, fondata pare dai greci e restaurata dai templari il secolo appresso.
Il rosone della facciata è la meraviglia delle meraviglie. L'interno a tre navate divise da colonne e pilastri è senza affreschi, nudo, così com'era agli inizi; a rispecchiare il modo di vivere dei cistercensi, che hanno curato sempre la spiritualità senza fronzoli e ammennicoli, e non l'estetica. Una cosa di indescrivibile bellezza e leggerezza è il chiostro retrostante.
Dopo la visita all'abbazia, siamo saliti - per una serie di curve e tornanti - al piccolo paese di Bassiano; e girando per le anguste vie del borgo antico ho notato sulle mura delle case attaccate delle piccole maioliche che riportano ognuna una poesia; ho chiesto, e mi è stato riferito che sono poesie di un concorso letterario tenutosi lassù qualche tempo addietro; una cosa bellissima. Il paesino è abbarbicato su una collina, tutto racchiuso nelle mura di cinta del castello, conservate meravigliosamente così come erano nel milleduecento; fatte innalzare dai Caetani quando la popolazione era costituita in prevalenza da contadini e pastori.
La storia narra che il castrum, all'inizio di proprietà della famiglia Annibaldi, successivamente passasse ai Caetani appunto, che lo tennero fino al millecinquecento.
Passeggiare per l'antico centro è stata una splendida avventura; nel piccolo corso principale con ai lati, a sinistra vicoli scuri che scendono sotto archi angusti che sfociano in splendide viste sul verde della valle sottostante, e a destra scalette ripide che uniscono un piano all'altro del paesino, o scalinate ampie e ariose che portano lassù, alle case alte, e alle chiese, attraverso acciottolati puliti e ben conservati; bellissimo.
Ci sono andato con uno scopo ben preciso: visitare la casa natale di Aldo Manuzio, che io credevo fosse adibita a piccolo museo dell'illustre umanista - ma che ho scoperto solo sul posto non essere visitabile. Addossata alla facciata dove nacque, una lapide ne ricorda la nascita con la data; tutta qui la grandezza dell'uomo di paese che ha dato lustro alla popolazione; che oggi - a distanza di quasi cinquecento anni - ne va fiera. Però ho potuto appagare ugualmente il mio desiderio visitando il piccolo museo a lui dedicato - museo detto delle scritture - sito proprio sotto la sede del comune. Qui in quattro o cinque stanze ognuna collegata all'altra da una porta, nello stile delle ville e dei castelli del cinquecento - una volta l'ambiente, ci narra la signora Rosaria, colta e gentile, (e simpatica, il che non guasta), era adibito a carcere - si può fare un breve e al contempo lungo interessantissimo viaggio: partendo dalle prime forme di scrittura (o tentativi di scrittura - orientali) giù giù fino al medioevo, e in particolare al tempo dell'invenzione della stampa e, attraverso la storia, fino ai giorni nostri, ai quaderni dei ragazzini, e ai libri moderni, per intenderci; qua e là delle presse antiche, dei torchi, e calamai vetusti con penne e stili e pagine manoscritte, e poi alcuni esemplari di macchine da scrivere, stupenda e affascinante una macchina orientale, mi pare cinese, senza i tasti caratteristici delle nostre ma con una tavola fornita di caratteri particolari, e quindi una macchina da scrivere anni sessanta, uguale, perfino dello stesso colore che a me studente regalò mio padre, una Olivetti portatile, con tanto di custodia con manico, lettera 22.
Tutte cose che mi hanno fatto "vedere" la figura di questo stampatore italiano nativo di Bassiano (1449-1515).
La storia ci parla di Aldo Manuzio come stampatore ed editore; lo dice veneziano - perché nella città della laguna stazionò a lungo, e là lavorò e fece la sua molta esperienza in fatto di stampa (dopo il Gutenberg, inventore dei caratteri mobili, è stato il primo a portarla in Italia); ma pochi sanno che il grande Manuzio è di Bassiano.
Qui nacque nell'anno 1449, per morire a Venezia, la sua seconda patria, nel 1515, alla età di 66 anni. In gioventù andò a studiare fuori del suo paese che non offriva molto in fatto di istruzione; fu dunque a Roma per apprendere la lingua ancora in vigore, il latino; poi andò al nord a completare i suoi studi classici (studiò il greco a Ferrara).
Ebbe, tra gli altri compagni di studio, il grande Pico; e fu con lui a Mirandola (si era nel 1482, Pico aveva 19 anni e Aldo ne aveva già 33 anni, quindi non era più giovanissimo); Pico, in riconoscenza di tutta la stima che aveva per lui, lo nominò istitutore dei suoi due nipoti, principi di Carpi, quando egli si trasferì a Firenze, (dove studiò lettere; a Bologna giovanissimo aveva affrontato il diritto canonico, ma non si era trovato bene in questa materia e allora aveva optato per gli studi umanistici.)
E ancora: gli mostrò tutta la sua grande amicizia finanziando gran parte delle spese che Aldo dovette sostenere per le sue prime stampe ufficiali (pare fossero dei volumi delle opere di Aristotele.)
Molte cose ce le ha illustrate la nostra guida, quella mattina al museo: la signora Rosaria, che ci ha intrattenuti piacevolmente, me e mia moglie, ad ascoltare la storia in breve del suo illustre concittadino; e ci ha illustrato tra le altre cose, i segni, le parole, i simboli e le brevi frasi incisi sulle pareti di una delle stanze, e i disegni sbiaditi ma ancora visibili, tracciati con arnesi magari di fortuna che i carcerati rinchiusi in quella cella intesero lasciare ai posteri come testimonianza del loro passaggio e soggiorno colà; e testimonianza oltretutto di forme di scrittura.
Ma poi, tornato a casa, mi sono andato a rileggere a fondo la storia di Manuzio, che conoscevo fin dai tempi del liceo, lontano ormai più di cinquant'anni, che il tempo aveva offuscato ma che avevo ancora dentro come residuo di informazione diventata col tempo cultura.
Ed eccomi qua a narrare anche a voi, sperando di farvi cosa gradita.
Scopo principale della grande passione dell'illustre bassianese, la letteratura classica: latina e greca. Che lo portò a decidere una cosa impensabile per i più a quel tempo: stampare le opere che fino ad allora si tramandavano solo con scrittura manuale; che, come si può ben comprendere, venivano divulgate in pochissime copie (costavano molto, se non troppo); ed erano riservate solo ai signori più facoltosi e al clero (e non poteva essere altrimenti se è vero che gli amanuensi potevano lavorare quasi esclusivamente all'interno delle abbazie e dei monasteri).
Decise così di mettere su una tipografia, per attuare questo suo proposito che dette frutti inimmaginabili; e che frutti!
Scelse lo stato della Serenissima; era l'anno 1490.
Manuzio ci visse a lungo; è a Venezia infatti che si portavano gli studiosi per accedere ai molti preziosi volumi delle varie biblioteche, ed era a Venezia che sbarcavano gli studiosi greci che fuggivano dalla loro patria e in particolare da Costantinopoli a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Oriente avvenuta del 1453.
Qui allacciò rapporti di amicizia (per interessi comuni) con letterati e scienziati di ogni nazione, ma anche con gli italiani, tra cui Pietro Bembo.
E così appena quattro anni dopo la sua venuta a Venezia, nel 1494 aprì la prima tipografia.
Le opere che uscivano dalle sue mani ebbero immediatamente un insperato? meglio un inaspettato successo, tanto che le edizioni della sua stamperia erano già riconoscibilissime tra le altre, e vennero indicate come "le dizioni aldine".
Nel 1505 sposò la signora Maria Torresano, la figlia di Andrea che era diventato suo socio nel lavoro. Maria gli dette figli, tra cui Paolo che seguì le orme dell'illustre padre.
Se in un primo tempo Aldo Manuzio tentò esclusivamente di stampare volumi di qualità altissima, e quindi destinati solo a casate nobili e signori facoltosi, non passò molto tempo che capì che la cultura doveva arrivare anche al popolo, fino ad allora escluso da qualsiasi possibilità di accedere ai libri.
E così nel 1500 si inventò una collana cui si poteva più facilmente accedere con volumetti che poteva acquistare anche la gente comune; avevano le dimensioni molto più piccole di quelle di quelli stampati fino allora (quelli che i bibliofili consideravano autentici tesori artistici); e il prezzo era di molto inferiore; bene o male alla portata se non di tutti, di molti; e per la prima volta usò - perché fosse facilmente leggibile - il carattere cui egli dette il nome di corsivo (o italico, perché introdotto per la prima volta in Italia da Aldo, appunto; o aldino, dal suo nome); carattere che aveva una leggera inclinazione a destra; ed era in ottavo, molto utile per le sue ridotte dimensioni; insomma col senno di oggi possiamo affermare che Aldo Manuzio inventò il libro tascabile.
Molte furono le opere che dette alle stampe, ben 130 edizioni in latino e in greco nei suoi lunghi venti anni di attività. Aristotele fu la prima, cui seguirono le opere di Tucidite, Sofocle, Euripide, e altri. Ma con l'inizio del nuovo secolo, il 1500, prese a stampare anche autori italiani.
E non poteva mancare l'opera per eccellenza: la Divina Commedia di Dante Alighieri, per la prima volta edita senza alcun commento, e in corsivo; siamo nel 1502; per la stampa il Manuzio si servì della collaborazione del grande umanista Pietro Bembo (che da allora fece usare il carattere che da lui prese il nome: il carattere Bembo).
Ma la meraviglia delle meraviglie uscì dalle sue mani tredici anni dopo; ancora la Commedia, ma stavolta - prima nel mondo - con illustrazioni.
Molto ci sarebbe ancora da dire intorno alla figura di questo umile/immenso uomo di Bassiano; ma lo scopo di questo mio modesto saggio è quello di far conoscere - a chi non lo avesse studiato a scuola - o far tornare alla mente - a chi nei lontani anni 50 ha fatto il liceo come me, un pezzo di storia che sui libri, ricordo, era considerata storia minore; e aveva poco spazio, quasi solo brevi righe per notizia; grande risalto si dava allora al Gutenberg e poco al Manuzio. Con questo mio scritto spero di avere invertito - anche se a distanza di più di cinquant'anni, la tendenza di allora, un po' superficiale.
Voglio chiudere ringraziando la signora Rosaria che, con le sue spiegazioni e illustrazioni quel fortunato per me venerdì 11 ottobre di quest'anno, mi ha riportato sui banchi di scuola guidandomi per mano dentro la vita di questo suo concittadino presente accanto a noi dentro quelle quattro o cinque stanze del piccolo museo delle scrittura..
marcello de santis
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