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Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due

16 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due

Una strana leggenda spiega perché l’isola appartiene alla Francia e all’Olanda.

“L’isola accogliente!" Così viene chiamata questa piccolissima isola divisa in territorio francese e territorio olandese. Ma ciò non è oggetto di battaglie, anzi! I due popoli convivono in amicizia da circa centocinquant’anni in quest’isola, che è la più piccola al mondo suddivisa tra due poteri sovrani. Ovviamente, nel 1493, fu sempre lui, il nostro Colombo a sbarcare per primo sull’isola, popolata da indiani Caribi, ma furono i francesi e gli olandesi a cacciare i legittimi abitanti del luogo, ponendo fine alla civiltà indiana. Gli olandesi, a loro volta, furono “sbattuti” fuori dall’isola dagli spagnoli nel 1640. Ma il Governo olandese decise di non arrendersi e mandò un certo Peter Stuyevsant (sì, proprio quello delle sigarette!) a cercare di riconquistare il forte in cui erano barricati gli spagnoli.
La missione non ebbe alcun esito, se non quello di troncare di netto una gamba al nostro eroe durante un combattimento. Da allora, non passò molto tempo che la Spagna decise di riconsegnare spontaneamente l’isola agli olandesi.
La leggenda che riguarda la divisione del territorio tra francesi e olandesi, invece, è sicuramente molto meno edificante! Pare che un francese ubriaco di vino ed un olandese ubriaco di gin, si misero schiena contro schiena e, al via, cominciarono a camminare in direzione opposta costeggiando il perimetro dell’isola, finché non si ritrovarono sul lato opposto, delimitando il confine tra i due territori.
Tutto questo succedeva nel 1648, data, peraltro, segnata sulla targa che rappresenta l’unico segno di distinzione tra le due zone. La costa dell’isola è estremamente frastagliata – sembra che qualcuno abbia preso a morsi l’intero perimetro) con delle spiagge splendide (nella parte francese ci sono anche per nudisti!) e piena di piccolissime baie che invitano al più assoluto relax.
L’isola è ideale per coloro che amano affittare una macchina e andare alla ricerca di posti particolarmente suggestivi: spiagge completamente “abbaglianti”, altre deserte, abitazioni antiche, vecchi mulini adibiti alla lavorazione dello zucchero che compaiono all’improvviso in suggestive vallate.


La capitale della parte olandese, Philpsburg, dispone di una piazza centrale che, in genere è sempre gremita di gente, di minibus e il traffico fa pensare ad una grande incrocio con il semaforo rotto…
Facendosi largo fra la folla, si passa davanti ad un incredibile numero di negozi, di ristoranti e uffici per arrivare alla “Buncamper House”, puro esempio di architettura tipica delle classi più elevate delle Indie Occidentali.
La capitale della zoan francese, Marigot, è, al contrario, piuttosto tranquilla e sicuramente più facile da visitare. All’estremità meridionale della città, vi è lo sfavillante complesso di “Port La Royale”, pieno di boutique elegantissime, di bistrò e di caffè che, al calar del sole, si riempiono di bella gente e di musica dal vivo.


Assolutamente da non tralasciare è il mercato del mattino, con colori e suoni in tipico stile tropicale e profumato di spezie delle Indie Occidentali. Ci sono, comunque, altri posti che vale la pena di visitare: I pittoreschi villaggi di “Grand Case”, la laguna di “Simpson Bay”, le rovine di “Fort Amsterdam” o il “Grande Lago Salato”.
Trovare l’alloggio è semplice, sia in territorio francese che in quello olandese. Vi sono alberghi, pensioni e mini-appartamenti per tutti i prezzi e per tutti i gusti.

Per quanto riguarda lo sport, St. Martim/St. Marteen, come ogni isola caraibica che si rispetti, ha diversi centri che noleggiano le attrezzature necessarie per le immersioni e le esplorazioni subacquee. Inoltre, vengono praticati: golf, squash, tennis, equitazione, sci nautico e surf.


La vita notturna è fatta di ristoranti e conseguenti discoteche, locali in cui divertirsi con gli spettacoli di cabaret o ascoltare dell’ottima musica dal vivo. Gli amanti del gioco d’azzardo hanno pane per i loro denti. Infatti, e solo in territorio olandese, moltissimi alberghi sono dotati di casinò nei quali tentare la fortuna…che talvolta arriva!

Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
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Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
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IERI COME OGGI La ferocia della guerra

15 Gennaio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

  IERI COME OGGI  La ferocia della guerra

Nel 415 a. Ch. Euripide, mentre infuriava in Grecia la guerra del Peloponneso, con lo spirito probabilmente turbato per la ferocia mostrata dai contendenti, presentava al pubblico ateniese la tragedia Le Troiane. Si tratta di un’appassionata denuncia degli orrori delle guerre, che sono rovina per i vinti ma anche causa di degradazione morale per i vincitori, facilmente trascinati ad abusare della vittoria. La vecchia regina Ecuba, davanti all’uccisione del piccolo Astianatte, precipitato dalle torri di Troia, dirà rivolta ai vincitori:

…Greci/che siete pieni di orgoglio per le fortunate/vostre imprese guerresche, certamente/ voi non potrete gloriarvi mai/d’essere saggi, se compite tali/inconsueti terribili delitti.

La madre Andromaca effonde dolorosi lamenti:

Andròmaca:
   O carissimo, o tu sopra ogni cosa
   adorato figliuolo, or la tua madre
   misera lascerai, morrai per mano
   dei tuoi nemici; e ucciso la grandezza
   di tuo padre t'avrà: che agli altri suole
   recar salute; e fu quel suo valore
   per te retaggio inopportuno. O letto
   mio sventurato, o nozze, o casa d'Ettore,
   dove un giorno entrai sposa, e non perché
   vittima un figlio procreassi ai Dànai,
   ma un sovrano alla fertile Asia. O figlio,
   tu piangi: intendi la sciagura tua?
   Perchè t'afferri con le mani a me,
   stringi le vesti mie, come uccelletto
   ripari sotto l'ali mie? Dal suolo
   Ettore fuor non balzerà, stringendo
   la sua lancia tremenda, a tua salvezza,
   non del padre i parenti, e non la forza
   dei Frigi: un salto luttuoso, senza
   pietà, col capo in giù, spiccar dovrai,
   spirar l'alito estremo. O dilettissimo
   tenero amplesso per la madre, o dolce
   fragranza delle membra! Invano, dunque,
   te nelle fasce il sen mio nutricò,
   invano mi travagliai, mi macerai
   nelle fatiche! Or, la tua madre abbraccia,
   ché più non lo potrai, sèrrati a me
   che t'ho concetto, al collo mio le braccia
   serra, la bocca alla mia bocca stringi.
   O inventori di pene orride, o Ellèni,
   questo fanciullo, d'ogni colpa scevro,
   perché mai l'uccidete?

La descrizione della crisi dei valori in guerra è così descritta dallo storico Tucidide nella sua opera.(libro III, 82-83)

Le interne scosse segnarono a fondo le città con le infinite tracce del tormento e del sangue, che sono state e saranno sempre la dolente e cupa eredità di quei moti (finché non si converta la natura umana), più o meno temperata o convulsa, svariante da caso a caso, in armonia con il fluire ininterrotto e cangiante delle occasioni particolari. Quando splende la pace e l'economia è florida, le città e i privati godono di più limpidi intelletti, poiché non sono ancora inchiodati a fronteggiare ristrettezze implacabili. La guerra invece, che strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità, è una maestra brutale e sa porre a modello, per orientare e accendere le passioni della folla, le circostanze del momento. Così non solo s'inaspriva lo strazio delle città sconvolte ma anche quelle in cui, per qualche motivo, esplodeva più tardi il seme della discordia, educate agli esempi del passato, si ingegnavano di spiegare all'eccesso il già sfrenato ventaglio d'originali e fantastici piani, per raffinare l'ingegnosa tecnica degli assalti a tradimento, per scoprire i più perfezionati e strani modelli di rappresaglia. L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. Sulla meditata rinuncia a uno di questi metodi s'addensava l'accusa d'essere un fattore d'eversione per il proprio partito, e il frutto dello spavento di fronte all'avversario. In una parola, anticipare il collega di parte in una triste impresa era alta lode come eccitarvelo, se non ne aveva ancora concepito il progetto. Perfino al vincolo del sangue si riconosceva minor vigore che a quello di parte, poiché questo concedeva più sconfinato agio ad un ardimento senz'altro sciolto dall'obbligo d'accampar pretesti. Giacché sodalizi di tale carattere non sorgono con filantropici intenti, nel rispetto dell'ordine legale, che anzi calpestano per dissetare l'immorale febbre di potere. E le affermazioni di lealtà scambievole non si radicavano nel benedetto terreno delle leggi rese sacre dalla volontà divina, ma nella complicità cosciente d'innumerevoli soprusi. Le proposte del partito avverso, pur quando apparivano immuni da obliqui scopi, venivano accolte, ma solo per premunirsi su concrete basi nell'eventualità che entrassero in vigore, non in ossequio a un senso di liberale fiducia. Era più gradito merito avere un'ingiuria da vendicare che non averne subita nessuna. Se mai si perveniva a un'intesa, fondata su giuramenti, il loro valore si esauriva in quell'istante, costituendo l'unica soluzione per una parte e l'avversaria, quando lo stato attuale dei loro rapporti era troppo scottante e pareva non consentire sbocchi: ma chi, in questa corsa di sfrontata audacia, sapeva cogliere primo l'attimo propizio, scorgendo l'avversario allo scoperto, con più vivo piacere lo trafiggeva, poiché ingannava la sua fiducia più che assalirlo con leale slancio. Esercizio che si basava su un calcolo di sicurezza, ornato e impreziosito dal decoro del futuro vanto d'ingegno, giacché si avrebbe atterrato il nemico con l'insidia. Infatti i più scelgono d'esser chiamati astute canaglie che valent'uomini scipiti: reputazione questa che induce alla vergogna, quella all'orgoglio. L'avidità di potere era l'origine di tante perversioni: per furore di guadagno o d'onori. Istinti da cui si sprigiona, al primo nascere delle lotte faziose, la vampa ardente della passione politica. Chi, infatti, nelle varie città, emergeva dai conflitti impugnando il potere sulle ali prestigiose di una qualifica politica del pari protetta da una nobile, seducente patina, sia che per interessi di partito, proclamasse la sua fede nella eguaglianza di tutti di fronte alle leggi che reggono la convivenza sociale, o nella necessità di restringere a pochi, i migliori, i più saggi, il governo dello stato, pretendeva sempre, a parole, di aspirare al pubblico bene come a un premio ambito, ma in realtà, senza esclusione di colpi, combatteva una lotta spietata per un personale dominio. Vi impiegavano intrepidi gli strumenti più sanguinosi, e replicavano con rappresaglie anche più orrende senza intravedere nell'ordine legale e nel beneficio dello stato un limite invalicabile. L'orizzonte delle atrocità s'ampliava ad abbracciar via via quanto potesse spegnere per un attimo la brama di ciascuno. Occupavano il posto di comando appoggiandosi a un illegale verdetto di condanna o a un atto violento: nessuna bassezza era loro d'ostacolo a soddisfare l'attacco improvviso e sconvolgente della loro frenesia: il potere! Nessun partito praticava la pietà religiosa.

La più amabile stima circondava colui al quale sorrideva la fortuna in qualche impresa funesta sorretta da una rete abile e splendente d'illusori discorsi. I cittadini che preferivano una posizione d'attesa e d'equilibrio si esponevano come bersagli a entrambe le parti: sia per l'acredine che suscitava il loro sottrarsi all'adesione e all'appoggio, sia per il geloso rancore acceso dalla loro neutralità.

Dunque, al seguito delle sommosse civili, l'immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s'estinse. Dilagò e s'impose nei personali rapporti, in profondo, un'abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d'adeguata difesa che concepire, sereno, d'aprir l'animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all'acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell'ansia d'esser trafitti prima d'avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all'azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero.

Nel mondo romano la pax era una pace imposta con la forza e volta al dominio e alla sottomissione di un popolo conquistato. I romani giustificano la loro spietatezza definendosi i “migliori” e in quanto tali a loro si devono sottomettere i popoli più deboli.

Tacito (57 d.C.-120 d.C.) fu un grande storico dell’età imperiale di Roma.
Nell’Agricola, opera dedicata, per l’appunto, al generale Giulio Agricola, impegnato sul fronte della Britannia, lo storico parla di Càlgaco, un capo che riuscì a riunire sotto il suo comando tutte le tribù della Caledonia (l’attuale Scozia). Prima di combattere Càlgaco cerca di infondere coraggio ai suoi uomini e pronuncia un discorso in cui propone due alternative: la libertà o la morte. I romani, infatti, sono visti come insaziabili dominatori. Significativa è la frase che Tacito fa pronunciare al capo caledone a proposito della pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, che vuol dire, "là dove fanno il deserto gli danno il nome di p
ace".

Questa frase è stata anche oggi utilizzata per definire la politica imperialista delle grandi potenze.

Già Sallustio (85 a.C. - 35 o 36 a.C.) prima di Tacito aveva scritto nelle Historiae "I romani fanno la guerra a tutti, ma sopratutto a quelli la cui disfatta promette spoglie opime: osando, ingannando, passando da una guerra all'altra si sono ingranditi".

Sono le parole che Sallustio fa pronunciare a Mitridate, re del Ponto, per convincere il re siriano Arsace ad un’alleanza.

Ma, sebbene a pronunciare quelle parole nelle Historiae sia Mitridate, a scriverele è pur sempre Sallustio il quale è cosciente della decadenza dei "boni mores" sostituiti ormai dalla "potentiae cupiditas" dei Romani.

Dunque tanto Sallustio quanto Tacito sembrano schierarsi contro la avida politica imperialistica di Roma. In realtà Tacito non fu un critico dell’Imperialismo romano sic et simpliciter.

Il suo merito principale fu quello di porsi dal punto di vista altrui, ossia dei nemici e degli sconfitti. Seppe cioè dar voce anche alla posizione non ufficiale. Gli storici più "pluralisti", almeno a partire da Sallustio, esplicitavano le denunce contro gli eccessi imperialistici della politica estera romana facendo pronunciare un discorso di accusa ad un nemico di Roma, riprendendo, in tal modo, un modello narrativo che risaliva alla storiografia greca. Lo stesso fa Tacito in più di un caso.

Tuttavia Tacito, pur sembrando condividere il punto di vista del nemico, non intende porre in discussione l'imperialismo romano, in quanto ritiene che l'ordine di Roma (la "pax romana") sia l'unica garanzia di sopravvivenza per tutti. Fa infatti pronunciare al generale Petilio Ceriale un’apologia dell'imperialismo romano. In conclusione, secondo Tacito, non è realistico prescindere dalla "pax romana" nonostante i suoi difetti. Il suo merito è stato comunque quello di metterli in luce dando voce alle vittime della missione universale di Roma.

Discorso di Calgaco

«Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile
situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi
vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché
per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non
c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi
incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta
gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri
compagni che si sono battuti prima d’ora con varia fortuna contro i Romani
avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili
di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche
vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli
occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo
e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e
dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e
l’ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli
e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la
sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre
alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se
il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente
possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e
miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero;
infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace.»

Effetti della guerra e della pace in Tibullo, un poeta romano del I secolo a.C

Liber I,10

Guerra e pace

Chi fu il primo ad inventare le terribili spade? quanto davvero ferino e ferreo egli fu! Da allora sono nate le stragi per il genere umano, da allora i combattimenti, ed è stata aperta una via più breve alla morte terribile. O forse quel miserevole non ebbe nessuna colpa: noi abbiamo volto a nostro male ciò che egli inventò contro le terribili bestie? Questo è colpa dell'oro che arricchisce, e non c'erano guerre quando una coppa di faggio stava davanti alla mensa, non c'erano rocche, né trincee, ed il pastore faceva sogni sicuro fra le pecore dai vari colori. allora sarei vissuto felicemente, non avrei conosciuto le tristi armi e non avrei udito il suono di tuba con il cuore in tumulto. ora sono spinto di forza alle guerre, e già forse un nemico porta le frecce destinate a piantarsi nel mio fianco. Lari patrii, salvatemi: voi stessi mi avete anche allevato, quando bambinello sgambettavo davanti ai vostri piedi. Non vergognatevi di essere fatti di legno antico: così abitaste la dimora del mio antico avo.

Allora tennero meglio fede, quando un dio di legno era in una piccola nicchia con modesto culto; quest'ultimo era pago sia che qualcuno gli avesse fatto offerte d'uva, sia che gli avesse posto sulla sacra chioma coroncine di spighe; e qualcuno di persona gli portava - esaudito nel voto - focacce: e dopo di lui veniva la piccola figlia portando come compagna un favo puro. E da me scacciate i dardi di bronzo. (per voi) ci sarà un maiale (tolto) dal ricolmo porcile come offerta rustica; io la seguirò con una veste pura, porterò un canestro cinto di mirto, anch'io col capo circondato di mirto. Così io possa piacervi, qualcun altro sia forte nelle armi ed abbatta i comandanti avversari con il favore di Marte, perché possa raccontarmi mentre bevo le sue imprese di soldato e dipingere con il vino l'accampamento sul tavolo. Quale pazzia è affrettare con le guerre la morte terribile? Incombe già e viene con piede silenzioso di nascosto. Laggiù non ci sono campi seminati e coltivazioni di vigne, ma Cerbero feroce e lo squallido nocchiero della palude Stigia; lì erra per le acque oscure una folla spettrale con le gote lacerate ed i capelli ustionati. Quanto piuttosto si deve lodare chi, dopo essersi procurata una prole, la lenta vecchiaia raggiunge nella propria casa! Egli stesso accompagna le sue pecore, ed il figlio gli agnelli, e la moglie prepara l'acqua calda per lui stanco. Così possa essere io! e mi sia concesso incanutire nel capo con i capelli bianchi, e da vecchio raccontare fatti del tempo antico. Nel frattempo la Pace renda fecondi i campi; la candida Pace per la prima volta condusse ad arare i buoi sotto i gioghi ricurvi; la Pace fece crescere le viti e ripose i succhi d'uva, affinché l'anfora del padre possa versare vino per il figlio; quando c'è pace la marra ed il bidente splendono, mentre la ruggine si impadronisce delle tristi armi del duro soldato nelle tenebre.

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Amarcord di un giorno di festa

14 Gennaio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Amarcord di un giorno di festa

Quirino Riccitelli ci invia ancora le sue originali riflessioni sul mondo e sulla vita.

Pomeriggio festivo. Assurda nostalgia, mista alla voglia di rivivere ricordi. Ho uno scopo: ritrovare la forza di una vita che pretende d’essere vissuta al massimo. Eppure resto spento…credo ancora nelle mie memorie, intatte nella pellicola integra che gira in VHS, dove un ricordo è senza tempo. Ricordi affiorano, poi torno alla realtà. Poi ancora… è un continuo ricordare e perdere il contatto col resto. Rivivo per ravvivarmi, oggi è tempo…
Ci sono episodi brevi nella vita di ognuno, memorie che, di tanto in tanto, affiorano. Momenti magici, al punto di puzzare d’impareggiabile. Il più nitido è quello di nonna, che non baciava, ma mordeva la guancia, come a dimostrare un amore provato, così tanto forte, da imprimertelo sul viso sotto forma di dolore. Salta in mente, come un bimbo sul lettone, un ricordo… e se ne sbatte del perché, nella mia logica imponente di ricondurgli un motivo. Quello del vecchio sulla bici ad esempio; la sequestrò al nipote, col quale spesso giocavo. Quel giorno se ne stava lì, a pedalare incerto, nel cercarsi, nostalgico, un frangente di giovinezza da ritrovare. In quella pedalata. Chissà quanto dura è, per un anziano privarsi di quel senso d’istinto, perso ed estinto, sulla strada della saggezza. Rammento poi me sulla bici, a rischiare la virilità sul tubolare della “mountain bike”. Spesso, a quel rischioso aggeggio, ci legavo le canne da pesca e raggiungevo il fiume, con gli amici oggi lontani da qui. Li rivedo in queste feste alcuni di loro, ma, un po’ la distanza, un po’ gli anni, hanno congelato i rapporti, oggi freddi e apparenti. Penso, e mi balza ancora quel bimbo in mente. Ero io su quel lettone, a sbirciare silenzioso, dietro una porta, i discorsi in cucina dei miei.. . ed è più rumorosa d’allora, la risata d’amore che Papà restituiva a Mamma, mentre in tv Corrado lo faceva di gusto sui dilettanti allo sbaraglio. Io, timido a capire cos’era quell’amore, per cui avrei anche sofferto. Quanti ricordi. Trattengo, anche ora che scrivo il fiato, schivo nel ripensare a quei sospiri in famiglia. Poi annuisco col capo alle belle notizie. Stappammo alla fine del mutuo una bottiglia, poi altre, in certe e rare occasioni. Guardo ancora con stupore i miei, un po’ delusi, dal rappresentare, forse e forzati, l’odierna classe media in via d’estinzione. Loro sono comuni, senza risonanti parentele… e se gli dici “nepotismo” o “mala fede”, in buona fede, pensano ai figli dei fratelli. Mio padre è puntuale a lavoro, e, da più di trent’anni, continua a riservare a Mamma le medesime attenzioni. D’amore, annaffia ogni giorno e m’imprime un valore. Ci crebbi allora, ci crebbi ancora sino ad oggi, ancor fermo io, ma a contemplare con quanta tenacia e forza, il padre di tutti i sentimenti e il mio, s’ostinino a rinnovarsi. Eclettico l’amore nel conservarsi, solito nel persistere. Così dannatamente puro! Scavalco un nuovo pensiero e mi ritrovo altresì, si… altre storie da rimembrare. Arrivano d’un tratto e maleducate… le mie lacrime di dolore sull’asfalto, a sbucciarci le ginocchia da bimbi, quando con quattro pietre facevamo le porte, e il marciapiede era la linea laterale. Nelle cooperative giocavamo così e, a Carnevale, bussavamo mascherati ai campanelli. Infastidivamo di proposito i residenti, senza metterci la faccia, solo per chiedere qualche spicciolo, con la minaccia dello “scherzetto”… che poi non avresti fatto comunque. Sono come il vecchio di prima, oggi e purtroppo trapassato: nostalgico degli anni ’90. Dei miei ’90, non quelli dell’angolo a cui ti prostra ‘sta vita, avvilita d’odierna fattezza. Erano proprio quegli anni in cui ci si accontentava di poco. Anni d’educazione, quando si anticipava il “Don”, al nome dell’anziano nel palazzo. Il vecchio stampo, quello che oggi, forgia, ma difettato, la corrente generazione. Il resto dell’anno lo passavamo a ficcarci uno stuzzicadenti nei campanelli, oppure a demolire i gerani della zitella al secondo piano, con l’arancione del “Super Santos”. Anni irripetibili, quelli di “Come mai” e “Lemon tree”, de “Il mago di OZ" e “Fantaghirò”, mentre “La storia infinita” e “Karate kid”, beh… si contendevano la mia preferenza. Oggi siamo tutti riuniti in famiglia, per questo giorno di festa. Mi mancano i nonni, e manca la spensieratezza. Ansia e preoccupazione oggi. E’ adesso, che mi sale la più vera delle nostalgie. Una febbre da placare, immergendomi in vecchi reperti. Cerco assetato sul mobile, e ne trovo una serie assestati. Soffio sulla polvere di quei rettangoli neri, che proteggono memorie sbiadite come fanno le scatole dello stesso colore. Che poi, in verità, sono arancioni, come il pallone di prima. Forse perché l’autentico ha un solo colore, ed è quello della verità. Oggi voglio riscoprire qualche sorriso mai scaduto, eppure distillerà in lacrima. Ne nutro ennesima consapevolezza; perso io, che ho preso adesso una vecchia VHS e, il videoregistratore, un po’ datato, l’ha pure sputata tre volte, prima di riprodurne il contenuto. Le cassette stanno lì, su uno scaffale così inutilizzato che una ragnatela è scontata. Col tempo poi, s’è staccato nel contempo il pezzetto di carta, dove, a penna, riportavamo ciò che, malamente e tremolante, riprendeva Papà. Il contenuto insomma, lo stesso che sarà: a sorpresa; sorpreso io, nel rivedermi così vivo e pimpante. In quel filmato, girato a casa vecchia, saltellavo verso l’obbiettivo, ancora e ripetutamente. Nel frattempo mi teneva a bada mio padre, almeno ci provava e, con paternali, promesse punizioni e calci volutamente a vuoto, talvolta adempieva allo scopo. Riprendeva Papà, e come… impartiva educazione proprio così, quello stesso uomo che, stamattina, stava sul letto con tanto d’occhialino, a spulciare sul libretto dello smartphone regalatogli per Natale. “Informazioni utili al corretto utilizzo dell’apparecchio” appariva sul cartaceo, ancora con la plastica attorno. Guai a rovinare cose mio padre; orgoglioso, s’impegna a stare al passo con le innovazioni, eppure ci mette del suo per personalizzarne le attuali comprensioni. Un po’ come quando ha un sito da controllare, che appunta a penna su un pezzetto di carta, e comunque sia… va prima su “google” per cercarlo, senza scorciatoie troppo moderne, come quella di scriverlo direttamente nella barra per accedervi. Il “Philips”, dopo un attimo d’esitazione, ha schiarito le quattro linee orizzontali d’incertezza, e poi, l’immagine s’è stabilizzata. Ero proprio io l’attore frenetico e, fluidamente, spostavo le sedie in soggiorno. Pretendevo il “primo piano”, guarda caso… la casa era proprio a quell’altezza; io, invece, avevo qualche centimetro in meno, ma non stavo affatto al “piano terra” come oggi… casa vecchia, infanzia e poi adolescenza. Non resta che disillusione, come retrogusto del tempo passato, forse passato troppo bene. In fretta, oggi che è troppo tardi, tanto che un po’ “tardi” ci si è proprio. Costretti e ristretti, e già di prima mattina negli stimoli. E, un po’, ci sa eccome d’amaro, quel primo caffè di ciascuna mattina. Come quando, in certi giorni, t’ingozzi e t’avanza solo la nausea del buono ingerito. Malamente digerito. Mi serviva ricaricarmi di ricordi concreti, rintanando incertezze, per rimediare un barlume della stessa forza che, spesso, dimentico d’avere. Sono sempre io quel bimbo di ieri, un po’ pasciuto e disilluso forse… ma ci somiglio ancora. Mi chiedo se mai torneranno dei giorni come quelli, semmai le lacrime spontanee di quel rivivere, che da adesso mi condiranno il resto della giornata, bagneranno la terra che s’arricchisce di fertile, o se, quel rivedermi gioioso, sia solo un frangente stonante d’irripetibile. Dubbioso, per ora ci bagno il foglio… poi si vedrà…

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Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.

13 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.

L’isola è un cocktail spumeggiante capace di rigenerarti.

Il merengue ti stordisce, ti elettrizza, ti mette allegria e poi ti stanca o ti illanguidisce a seconda dei momenti. Ma non lo puoi comunque evitare perché sarà la colonna sonora per tutta la permanenza nell’isola caraibica. S. Domingo si trova a due passi da Miami, Caracas e Puerto Rico, ma ancora più vicina a Cuba dalla quale dista solo settantacinque chilometri.
Sarà per il ritmo della musica e della danza, per la gioia di vivere, per la bellezza conturbante delle sue ragazze, il clima dolcissimo temperato dagli alisei, certo è che Santo Domingo è un po’ il sogno tropicale per un cocktail spumeggiante capace di rigenerarti.
La capitale è una città coloniale che cerca di darsi un’aria cosmopolita con i suoi grandi alberghi, i frequentatissimi casinò, i night club e le discoteche, ma la sua ricchezza resta il nucleo coloniale, dove rimangono importanti testimonianze dei quattro secoli di dominazione spagnola con l’Alcazar de Colon (Colombo), la Torre dell’omaggio, la Fortezza di Osama.
Divertenti e coloratissimi, stuzzicanti e allegri i mercati locali – da non mancare una visita al mercato Modelo – dove si può trovare di tutto, dal balsamo di tigre ai famosi dipinti creoli, dall’ambra ai coralli.
Lasci la capitale a vai alla scoperta dell’isola a bordo di una vecchia automobile o di un taxi un po’ “sgangherato” con un guidatore chiacchierone, ma simpatico, che ti conduce verso Sud, verso Punta Cana.


Passi davanti a Boca Chica, la spiaggia più frequentata dagli abitanti della capitale, costeggi la bellezza un po’ selvaggia di Juan Dolio e del suo mare verde come le palme di cocco, mentre l’autista “spara” la musica locale a volume un po’ troppo alto per le nostre orecchie.
Punta Cana fa parte della Costa del Cocco, ben 40 chilometri di spiaggia bianchissima impreziosita da complessi alberghieri prestigiosi.

Ma c’è anche una parte più riservata: la Romana, un tempo frequentata anche da qualche nostro famoso industriale, e Casa di Campo, apprezzatissima dagli sportivi.
Ritornando verso nord, sull’altro lato dell’isola, troviamo Samana dalla natura talmente incontaminata da essere meta delle balene durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio.
Si continua poi verso Puerto Plata, sulla costa nord-occidentale, ricca di piccole lagune e acque limpidissime, come Sosua.
Le notti dominicane sono molto lunghe, cominciano nei ristorantini sprofondati nella sabbia, per finire in una discoteca a due passi dal mare dove, tanto per cominciare, al cameriere si potrebbe ordinare un “servicio”.

Lui porterà una bottiglia di rhum ed una di coca da miscelare.
La musica farà il resto in un’atmosfera afro-caraibica-latina tropicale che più non si può e non sai se quel senso di ebrezza che ti prende è per quel rhum che hai bevuto ( e non sei abituato) o per la felicità di ritrovarti in un mondo così lontano dal solito, dove esiste ancora quella semplicità e gioia di vivere che si percepisce appena si scende dall’aere
o.

Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.
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Il Piave Mormorava

12 Gennaio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Piave Mormorava

Sfogliando un dépliant turistico, recapitatomi a casa per pubblicizzare un evento, ho reperito diverse immagini riproduttive di tavole illustrate realizzate per la Domenica del Corriere da Achille Beltrame (1871-1945).

Il 2014 è l’anno nel quale sono iniziate le commemorazioni della prima guerra mondiale e questi disegni, guardati uno dopo l’altro, sembrano quasi istantanee scattate dal vero: gli atti eroici, le marce nella neve, le battaglie, i bombardamenti. Eppure, Beltrame dalla sua sedia di Milano non si spostò mai per recarsi sui luoghi che riproduceva, da grande professionista quale era, si documentava con articoli e fotografie e “inventava” scene così reali da restare nella storia. Tale fu il gradimento del pubblico, che la sua collaborazione con la testata giornalistica che le pubblicava durò dal 1899 al 1944 e durante la sua lunga carriera produsse ben 4662 tavole illustrate.

Non sono una esperta di storia della prima guerra mondiale, o una studiosa di cose militari, ma una semplice amante e appassionata delle vicende del nostro passato recente, così queste copertine e ciò che c’è dietro mi hanno incuriosito e affascinato. Potrei definire questo semplice tentativo un primo approccio per chi si interessa di storia, “quella che a scuola non si studia”. Le mie saranno pillole, piccole dissertazioni che accompagnano l’immagine riprodotta, o ancora pensieri in libertà da queste scaturiti, brevi storie in ricordo della Grande guerra, che poi, potrà mai una guerra dirsi veramente “grande”? Nessuna pretesa, quindi, di essere una nuova Mirella Serri o Brunella della Casa, ma semplicemente una donna che sente ancora vivo un legame ideale con quei suoi fratelli in armi, un secolo prima, per la sua stessa Patria.

Con questo spirito vi invito sì a leggere i “fatti” narrati, reperiti su vecchi libri o nel web su siti dedicati (specialmente per quanto riguarda dati tecnici e numeri), ma anche e soprattutto a prestare attenzione al “sentimento” con il quale li ho raccolti e riportati. Basti pensare alle vite di ciascuno di quelli che, rappresentati o no nelle illustrazioni di Beltrame, la guerra l’hanno vissuta veramente, combattendo al fronte, ma anche nelle retrovie e negli Ospedali, e restando al lavoro nei campi o nelle fabbriche. Un pensiero e un ricordo profondo rivolto a tutti: agli uomini in divisa, alle famiglie a casa, alle donne alle prese coi figli da crescere, che combatterono una dura battaglia per la sopravvivenza, alle madri che videro partire i figli giovanissimi, “i ragazzi del 99”, alle mogli e ai figli di soldati che non fecero mai ritorno. Un pensiero particolare rivolgo ai friulani, per i quali la Grande guerra fu veramente assurda, arruolati nell’esercito austriaco nel 1914, furono mandati a combattere sul fronte orientale e l’anno dopo si trovarono a fronteggiare l’Esercito italiano, per una crudele guerra fratricida.

E pensare che il 1914 si prospettava anno di innovazioni e benessere. Per darne solo alcuni riferimenti, con l’avvento del grammofono in campo scientifico e la nascita dell’espressionismo in campo culturale, il mondo sembrava proporsi rinnovato e pieno di energia positiva e invece venne la guerra, e si impose quella “cattiva idea” che divide e distrugge.

La prima guerra mondiale è stata uno dei conflitti più sanguinosi e cruenti dell’umanità, la sua indelebile traccia è rimasta nelle storie di combattenti ricostruite attraverso lettere dal fronte, diari e memorie di umili fanti o raffinati letterati come Gadda, Ungaretti o Junger, per citarne solo alcuni.

C’è tuttavia qualcosa di particolare di cui si conserva il ricordo: lo si avverte immediatamente quando si attraversa il campo aperto. La guerra ha il suo odore inconfondibile, un sentore del tutto singolare. Lo si riconosce come quando, sognando, ritornano in mente altri sogni completamente dimenticati. La guerra è una di quegli ambiti in cui si riscoprono i suoni originari, come quello del vento che spira e volteggia al di sopra dei campi a folate sempre più sottili, sempre più oscure. Non c’è melodia più profonda.” (da Prima Linea, p. 101- Ernst Junger)

Gli Italiani, durante la grande guerra, conobbero se stessi nella vicinanza della trincea dove, per la prima volta nella nostra storia, si mischiarono dialetti, racconti popolari e musiche. Furono tanti i canti che risuonavano nelle prime linee, echi trasmessi dal cuore semplice di uomini che cercavano conforto proprio nelle nostalgiche note che ricordavano le loro case e le loro vite. Furono composti canti contrari alla guerra o patriottici come, quelli di Trilussa e di E.A.Mario, autore de “La Leggenda del Piave” che, non sembri retorica dirlo, fa ancora oggi fremere i nostri cuori. Voci diverse, echi che giungono a noi e non si spengono e hanno ispirato, anche in tempi recenti, poeti e cantanti come Fabrizio De Andrè nella notissima melodia “La Guerra di Piero”.

L’atteggiamento verso la guerra è oggetto di interesse a vari livelli, dall’arena internazionale, alla dimensione soggettiva e di coscienza. Non starò qui a dire delle ciniche differenziazioni che alcuni fanno tra la prima e la seconda guerra, giudicando sbrigativamente “onorevole” quella vinta nel 1918 e memoria da cancellare quella persa nel 1945.

È semplicemente soggettivo il rifiuto in toto della violenza, o è giusto ritenere che esista invece la necessità di imporre l’ordine anche con le armi? Io non posso e non voglio rispondere, mentre continuo a sfogliare le immagini che ho qui davanti, mi pare di sentire una voce che canta, accompagnata una antica melodia di fisarmonica, un suono pieno di ricordi, vecchio, eppure sempre nuovo.

Solo questo, modestamente proverò a fare, ricordare vite, uomini e gesta. E mentre ascolto quel canto, quella musica, scorgo la scalinata del Sacrario di Redipuglia, che si fa voce: oltre mille gradini o forse seicentocinquantamila come i caduti della Grande guerra, che, all’unisono pronunciano una sola parola, un grido, lanciato attraverso la storia, che ora e per sempre rimbomba come il rumore lontano dell’artiglieria… “PRESENTE”.

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L’aspetto più terribile e sanguinoso del primo conflitto mondiale fu rappresentato dalla guerra di trincea. Durante la Grande Guerra, infatti, migliaia di uomini persero la vita per conquistare e difendere pochi metri di terreno, esposti al freddo, alle intemperie, compiendo pericolose scalate, morendo colpiti non solo dalle pallottole, ma anche dalle malattie.

La trincea, un fossato scavato nel terreno al fine di offrire riparo dal fuoco nemico, è un antichissimo sistema difensivo utilizzato nelle guerre di posizione. Durante la prima guerra mondiale raggiunse il massimo utilizzo. I nostri militari furono costretti a starci dentro, con gli scarponi affondati nel fango, per quattro lunghissimi anni, in pessime condizioni:

- Vittime della sporcizia: la mancanza d’igiene trasformò le trincee in un ricovero per topi che si aggiravano per i camminamenti, giorno e notte, senza nessuna paura degli uomini, in cerca di qualche cosa da mangiare. I militari bevevano da antigieniche borracce di legno, col freddo, dormivano ammassati per non disperdere il calore e le tende per dormire (quando c’erano) erano inutilizzabili con la pioggia. Per non parlare dei problemi con il rancio che, preparato nelle retrovie, arrivava ai soldati che era immangiabile.

- Esposti alle intemperie climatiche, poiché d’estate il caldo, d’inverno la neve, il gelo, la pioggia erano insopportabili. Dotati di calzature completamente inadeguate per resistere al fango o al terreno pietroso di quelle montagne, le suole s’indurivano e si bucavano facilmente provocando seri problemi ai piedi dei soldati. Le ferite, così come i congelamenti, erano curati con lo stesso grasso che avrebbe dovuto servire per lucidare le calzature.

- Soggetti a uno stato di tensione continua che logorava i nervi, con il costante terrore di essere alla fine colpiti da un cecchino o dal ricevere l’ordine di prepararsi all’assalto. Esperienze che segnarono molti uomini per tutta la vita. L’ombra costante della morte sempre in agguato, l’incertezza continua di sentirsi “come d’autunno sugli alberi le foglie” scriveva Ungaretti, rendeva le sofferenze inaccettabili. Per di più un soldato aveva davanti a sé uno spettacolo agghiacciante: i cadaveri dei compagni rimanevano tra le opposte trincee, nella zona chiamata terra di nessuno, per giorni, talvolta per sempre.

A volte i soldati, per la paura delle mitragliatrici nemiche o per lo stress subito nei giorni di trincea quando arrivava l’ordine di andare all’attacco, non riuscivano, in preda al panico, a lasciare le loro postazioni, erano così accusati di diserzione e spesso fucilati sul posto.

Si trattò di un fenomeno diffuso che coinvolse centinaia (e forse migliaia) di uomini. Luigi Cadorna aveva, fin dall’inizio della guerra, dato disposizioni severissime per mantenere la disciplina. I soldati che si rifiutavano di uscire dalle trincee durante un assalto, ad esempio, potevano essere colpiti alle spalle dai plotoni di carabinieri.
I tribunali di guerra potevano essere istituiti in poche ore, e in altrettanto poco tempo la giustizia militare era in grado di emettere le sentenze che frequentemente erano la pena di morte tramite fucilazione. Inizialmente questo provvedimento fu preso solo in casi di estrema gravità, ma in seguito si estese anche a casi apparentemente meno gravi.

Sull’innocenza di quei poveri giovani fucilati, si potrebbero spendere volumi di parole in quanto la giustizia sommaria portò ad affrettate sentenze, tese più a essere di monito per i commilitoni che a punire veramente i colpevoli e i fatti, per volere delle gerarchie militari, passavano sotto silenzio.

Dopo i primi anni di guerra molti aspetti migliorarono come le dotazioni di vestiario che divennero più idonee, così come la quantità di cibo che, anche se di scarsa qualità, fu sempre abbondante, peggiorarono invece i trattamenti a volte disumani e le punizioni subite dai militari per il rispetto dell’autorità “a ogni costo” e fu instaurata una pesante censura, per non far ricevere notizie inadeguate ai combattenti e allo stesso tempo alle famiglie, così tutte le lettere venivano vagliate da un severo controllo.
L’episodio che segue può rendere l’idea di quanto fosse iniqua, la giustizia militare:

il 6 agosto 1917 a San Vito di Leguzzano, provincia di Vicenza avvenne uno dei citati episodi rimasti sconosciuti e poco ricordati.

Un cappellano annotò sul suo taccuino: “Corre voce che stanotte, dovendo partire l’8° reggimento di marcia accantonato a San Vito, i soldati si siano rifiutati; abbiano fatto le fucilate e si siano sbandati nei dintorni. È partito per San Vito il plotone dei carabinieri (…) e il nostro Tribunale di guerra…”. Il giorno dopo scrive: “(…) Il prof. Dalla Zanna è tornato stamani da S. Vito, prostrato fisicamente e moralmente. Il processo contro i primi responsabili dell’ammutinamento si è svolto sul campo dalle 7 di ieri mattina fino alle 10 di sera. Furono condannati alla fucilazione sette soldati e la sentenza fu pronunziata alla presenza di tutto il reggimento ed eseguita in un campo vicino al paese…

Non si sono mai conosciuti i nomi dei sette soldati.

I soldati andavano puniti per dare l’esempio a tutta la truppa. “Colpirne uno per educarne cento” un triste motto che ci riporta a un’epoca ancora più recente. La grande guerra venne “governata” male da capi spesso spocchiosi e con mentalità retrograda, che li portò a sacrificare ostinatamente migliaia di giovani vite pur di conquistare un metro di terra o a ordinare di sparare alla schiena a chi non obbediva ciecamente.

Un’intera nottata

buttato vicino

ad un compagno

massacrato

con la bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore.

non sono mai stato

tanto attaccato alla vita

Veglia – Cima 4 – 23 dicembre 1915 – di Giuseppe Ungaretti

Il Piave Mormorava
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Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore

11 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore

Yangon, una capitale in bilico fra il moderno e le antiche tradizioni e il resto del paese è un camminare a ritroso nel tempo.

La città ti stupisce subito per quell’aria vagamente familiare, come quando incontri qualcuno che sai di aver conosciuto, ma non ricordi dove e quando. Provi a frugare nella memoria e scovi immagini di luoghi visti direttamente o in vecchi film ambientati in Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia e, finalmente, capisci che Yangon è un po’ di tutto questo insieme ma con un tocco di spiritualità in più.


La struttura della città è fondamentalmente coloniale, a testimonianza di un passato inglese piuttosto recente, ma esistono – senza scossoni e senza disturbare esteticamente – ed esemplarmente integrati tra di loro, i quartieri cinesi, indiani e quelli di oltre 100 razze diverse, ognuna con una propria religione, in una tolleranza non priva di passioni ma non per questo meno civile.
L’arrivo nell’aeroporto di Yangon non è affatto traumatico. Nessun caos e le formalità doganali sono piuttosto veloci rispetto ad altri paesi dell’area asiatica.
Il traffico per le strade è piuttosto scorrevole, anche se un po’ privo di regole, tranne nelle ore di punta quando automobili, tuk tuk, moto e biciclette affollano le strade.
La città, in alcune aree è decadente ma è comunque affascinante. I segni di un passato antico e di uno recente si fondono e, a volte, risultano anche struggenti.
Yangon è una città sempre verde, ricca di alberi tropicali e di grandi parchi con laghi, ma è soprattutto ricca di templi e pagode, la più famosa delle quali è Shewedagon, considerata l’ottava meraviglia del mondo (ma quante sono queste ottave meraviglie del mondo?).
La sua cupola è ricoperta da 14 tonnellate di oro zecchino e domina la città, specialmente di notte quando una sapiente e calda illuminazione la rende ancora più magica.
La pagoda, vecchia di oltre 2500 anni, è la più antica buddista ed è impreziosita da innumerevoli ricchi ornamenti.
La cultura indiana e cinese sono alla base di questa terra baciata dalla fortuna: piena di fiumi e di ricchezze naturali. Ovviamente la ricchezza è solo potenziale, non è distribuita, né distribuita equamente (come accade ovunque), ma ti colpisce l’assenza di una qualsiasi forma di povertà esibita.


La gente è dignitosa e socievole ed è pronta a venirti in aiuto anche con un inglese improbabile. La vita mondana è piuttosto scarsa ma la natura e le bellezze artistiche sono strepitose e ti portano a cogliere altri aspetti.
Andando verso nord, infatti, s’incontra Bago, l’antica capitale del regno Mon, dominata dalla gigantesca statua del Buddha reclinato (55 mt per 16 di altezza), poi ancora Pagan (90 minuti di volo da Yangon), culla della civiltà birmana conosciuta come la città dalle innumerevoli pagode (2.200) a cominciare dall’Ananda, l’edificio più conosciuto, risalente al 1091, con quattro Buddha ricoperti di lamine d’oro e rivolti verso i quattro punti cardinali.


Pagan è la più importante zona archeologica di tutto il sud-est asiatico e tutti i suoi templi e monumenti risalgono al periodo che va dall’undicesimo al tredicesimo secolo.
Il tramonto, visto stando seduti sui gradini di uno dei templi di Pagan, è qualcosa di indimenticabile, ricco di suggestioni e ammaliante.

Sempre più a nord c’è Mandalay, l’ultima capitale del regno Myanmar, culla e centro di tradizioni artistiche. Qui c’è il più famoso centro dove migliaia di monaci vivono e studiano. E’ possibile visitarlo e assistere anche alla cerimonia del loro pranzo (un tempo era possibile aiutare i monaci nella distribuzione del riso nelle ciotole che ognuno di loro possiede!).
Da Mandalay si può tornare in aereo a Yangon, ma esiste un trenino – che impiega ben 14 ore – e che costituisce un osservatorio unico ed entusiasmante per impadronirti del paesaggio e imprimerlo per sempre nella mente e nel cuore.
C’è anche la possibilità di terminare la visita di Myanmar con un soggiorno balneare e Ngapali è una delle località più note.
Le sue spiagge bianchissime e ricoperte di palme sono la degna conclusione di un viaggio che arricchisce l’anima e tutto ciò che si è visto rimane impresso per sempre negli occhi e nella mente. Una cena in uno dei più famosi ristoranti di Yangon, prima di rientrare in Italia, fa apprezzare l’ottima gastronomia locale.

E cosa c’è di meglio se si è seduti su una terrazza davanti ad un panorama superbo di una città illuminata e dorata più che mai dai colori del tramonto.

Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore
Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore
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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

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La satira non si ferma

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #vignette e illustrazioni

Garrincha
Garrincha

Due fumettisti cubani, Garrincha e Omar Santana, rendono omaggio ai morti di Parigi.

Omar Santana

Omar Santana

Garrincha

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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Grazie di esistere, Benigni

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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Quello che sono

8 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Quello che sono

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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